Esercito italiano

In Italia l'esercito è pagato per fare cosa esattamente?
Crediamo sia una domanda legittima dati i numeri.

Le Forze Armate italiane contano oggi circa 165.000 militari in servizio. Di questi, 21.598 sono ufficiali,  una percentuale sproporzionata rispetto a qualsiasi logica operativa. Leggiamo che su 165.556 uomini censiti nel 2019, le Forze Armate italiane contavano 19.969 ufficiali, 63.826 sottoufficiali e 81.761 militari di truppa e volontari. Più di un ufficiale ogni due soldati effettivi. Un esercito di generali senza esercito insomma.

Leggiamo inoltre che la Corte dei Conti ha rilevato che il 65,7% delle risorse finanziarie della Difesa è destinato alle spese per il personale, contro una media NATO che dovrebbe orientarsi verso una distribuzione molto più equilibrata tra personale, esercizio e investimenti. Insomma qui in Italia si spende la quasi totalità del budget militare per pagare stipendi, non certo per addestrare, per equipaggiare, per operare. 

L'Italia detiene il primato di essere il Paese NATO con la percentuale di spesa per il personale più alta di tutta l'Alleanza. 

Vorremmo sapere, cosa fanno, concretamente, queste persone? Molti presidiano strutture il cui scopo è opaco, svolgono turni ridotti, gestiscono burocrazia interna, occupano posizioni create appositamente per giustificare gradi e stipendi. 

Si è costruita una struttura pensionistica travestita da forza armata. Il risultato è un apparato che consuma risorse senza produrre capacità, che occupa spazio istituzionale senza presidiare territorio, che esiste per perpetuare sé stesso. Miliardi spesi non per difendere il Paese, ma per mantenere in vita un sistema che non è un esercito. È una rendita in divisa.

"La ragione è bastarda" di Andrea Zoppolato

"La ragione è bastarda" di Andrea Zoppolato è un romanzo di formazione ambientato nella Roma degli anni Settanta, durante gli anni di piombo. Protagonista è Cayenna, giovane militante dell'estrema destra con una inclinazione contemplativa, egli cerca nei libri, nella musica, in un senso del trascendente qualcosa che il partito non gli dà. Al suo fianco Romano, amico d'infanzia di sinistra, polo opposto eppure complementare.

La struttura — ogni capitolo intitolato a una canzone, dai Genesis a Lou Reed, da Klaus Schulze a Battisti — vuole rendere la colonna sonora di un'epoca e di una giovinezza.

Zoppolato conosce quella Roma, si respira nel corso delle pagine l’atmosfera di quegli anni.

Il protagonista Cayenna sente l'esistenza di qualcosa di più profondo della politica di sezione, arriva a sfiorare Steiner, Guénon, Freda, La Rochelle, ma li trova e li lascia senza che diventino strumenti di comprensione reale. Molti di quella generazione avevano quei libri in casa senza averli mai davvero attraversati.

Il romanzo mette in scena una generazione che cercava forme, gerarchie, appartenenza, eroismo, senza avere gli strumenti per capire cosa stesse cercando. Quella ricerca porta Cayenna dall'esoterismo alla militanza armata. Il passaggio dai libri alle pistole non è una svolta improvvisa ma una deriva lenta in cui ogni passo sembra necessario. Acca Larentia, i disordini di piazza Istria, il covo dei NAR, l'ordine di uccidere l’amico Romano: Zoppolato ricostruisce quella discesa senza indulgenza, ma anche senza toni accusatori.

Alla fine, il racconto dà ragione a Odino — il camerata che aveva sentenziato che “la ragione è bastarda” — non perché avesse ragione davvero, ma perché quella generazione non ebbe mai il tempo di scoprirlo.

A tratti ci ha ricordato il romanzo “Un gioco da ragazzi” di Enrico Ruggeri. Il testo ha il merito raro di aver raccontato quella gioventù dall'interno, senza retorica e senza processo.


Adolescenti

«Sono tutti così.»

Spezziamo ogni tanto una lancia a favore delle giovani generazioni, perché nessuno mai lo fa.

Si sente spesso dire, quando si parla di figli adolescenti, che "sono tutti così ". La figlia che in casa non muove un dito, il figlio egoista, indifferente a tutto. In generale figlie e figli spenti. 

La spiegazione consolatoria arriva sempre puntuale "eh, è l'età, è la generazione".

Non è vero. Non sono tutti così.

Ci sono figli che aiutano in casa senza che nessuno glielo chieda due volte. Ci sono adolescenti con passioni vere, coltivate con serietà. Ci sono giovani capaci di empatia, di impegno, di sacrificio. Esistono, e non sono solo eccezioni, sono il risultato di un'educazione.

C'è poi un'altra credenza da smontare, quella che a tredici, quattordici anni si debba essere per forza degli esseri incerti, fragili, incapaci di reggere qualsiasi responsabilità. Come se l'adolescenza fosse una malattia temporanea da sopportare. Eppure a quell'età, e non in epoche remote, si lavorava. Si contribuiva al sostentamento della famiglia. Andando più indietro, si governava. Alessandro Magno ricevette Aristotele come precettore a tredici anni e condusse le prime campagne militari a sedici. La categoria dello smidollato cronico non è biologica, è culturale. 

Certamente è innegabile che il contesto storico lasci tracce. Certe tendenze generazionali esistono davvero. La tecnologia pervasiva ed i social hanno modificato tante cose nella crescita dei ragazzi. Ma una tendenza non è tutto.

«Sono tutti così» è una frase che non dice nulla. Dice che si preferisce la media statistica alla responsabilità educativa. Che è comodo allinearsi al peggio.

Un figlio apatico, menefreghista, incapace di contribuire anche solo alla vita domestica non è un fenomeno naturale. È il risultato di scelte. E finché si continua a invocare il tutti come scudo, quelle scelte non si esamineranno mai.

L'autoassoluzione è comoda. Ma non educa nessuno.


L'illusione della massa

"Stavolta non ci fregano"

L'illusione del popolo che si sveglia se ben informato fa campare tanta gente della controinformazione.

Che il basso possa rovesciare l'alto, che la massa si autogoverni, che il popolo — finalmente sveglio — prenda in mano il proprio destino, sono barzellette. Lo sappiamo tutti che se domani volessero davvero spingere con una nuova pandemia basterebbe fare leva sulla paura e saremmo punto e a capo.

È una favola antica. E come tutte le favole, ha bisogno di essere raccontata periodicamente per mantenere la sua funzione.

La massa non è una categoria numerica, è una categoria qualitativa. È l'uomo che non si chiede nulla di più di ciò che già è. Può riempire le piazze, può urlare slogan ma non può incidere.

Nella Repubblica di Platone, la democrazia non è il trionfo del popolo, è la sua patologia terminale. Governare non è istinto — è episteme, conoscenza. E la conoscenza non si vota, non si democratizza. O la si possiede o non la si possiede.  Sovvertire certi principi non libera nessuno, mette semplicemente il timone nelle mani di chi non sa dove andare.

Huxley la formulò con chirurgica eleganza: il compito delle élite non è lavorare, ma pensare a come organizzare il mondo. Il resto è esecuzione.

Oggi le élite non sono i filosofi della Repubblica di Platone. Sono i tecnocrati di Davos, i gestori del consenso, i proprietari delle piattaforme su cui la massa si illude di ribellarsi. Un'oligarchia senza mandato spirituale, senza visione, senza legittimità — solo potere orizzontale, finanziario, mediatico.

La massa che si crede rivoluzionaria non fa che agitarsi dentro un recinto che altri hanno costruito. La controinformazione, i movimenti dal basso, i popoli che si svegliano — sono valvole di sfogo, non rotture del sistema. Rumore autorizzato.

La massa era massa cinquemila anni fa. Lo è oggi. Lo sarà alla fine del mondo.

Chi crede alle rivoluzioni dal basso crede, in fondo, che i fiumi risalgano le montagne. Un'idea poetica. Inutilmente poetica.


La dignità al contrario

In Italia, chi tira su un muro ha più di cinquant'anni o viene da un altro continente. Il muratore sotto i quaranta con passaporto italiano è una specie in estinzione. Lo stesso vale per l'idraulico, il falegname, l'elettricista, il carrozziere, il giardiniere. Mestieri che reggono il paese, svolti da chi il paese lo sta lasciando, per età o per origine.

Il genitore medio italiano ha un sogno: il figlio non deve fare quello che ha fatto lui. Il figlio deve studiare. Deve diventare qualcosa. Medico, ingegnere, avvocato, oppure, nell'era digitale, qualche figura dal nome vago che si svolge davanti a uno schermo. Il lavoro manuale non è contemplato. Non è un'opzione, è una sconfitta. 

Se li senti, i loro figli sono tutti dei geni. Poi ci parli e scopri che sanno a malapena legarsi le scarpe. Il punto è che non tutti hanno vocazione e attitudine per i mestieri di intelletto. Il medico non può farlo chiunque. Stesso discorso per l'ingegnere, l'avvocato, qualsiasi lavoro che richieda un certo tipo di mente. Esistono persone con una capacità manuale spiccata, un'intelligenza pratica, una predisposizione concreta che vale quanto qualsiasi altra — e che in altri paesi viene riconosciuta e coltivata. In Italia no. Qui la scuola promuove tutti, crea titoli che si ottengono per accumulo di protocolli memorizzati, avalla l'illusione che la vocazione non esista e che il diploma/la laurea siano un diritto. Così si passa, si prende il pezzo di carta, si esce con una media presentabile da un percorso che in molti casi non ha formato nulla.

Il risultato è una generazione convinta di meritare una scrivania per diritto acquisito, mentre i cantieri girano con braccia straniere e gli artigiani in pensione non trovano chi raccogliere il mestiere.

Nel frattempo, gli stessi genitori che hanno coltivato questo disprezzo silenzioso verso il lavoro manuale si lamentano delle città cambiate, degli stranieri ovunque, dell'insicurezza. Non collegano i punti. O non vogliono farlo.

Il nodo è culturale, non economico — o almeno, non solo economico. Certo, molti mestieri manuali sono sottopagati, e questo andrebbe affrontato. Ma il problema viene prima: è la concezione. In Italia il lavoro che si fa con le mani è ancora percepito come il segno di chi non ce l'ha fatta. Una condizione da cui affrancarsi, non una scelta da rispettare. Finché questa gerarchia morale non crolla, nessun incentivo salariale basterà. I figli continueranno a non volerlo fare, e i genitori continueranno a dargli ragione.


Enter the void di Gaspar Noè

Enter the Void dell'argentino Gaspar Noè  è un film del 2009.

Questo non è cinema d'intrattenimento, è un film che sembra un lungo trip, che obbliga a guardare la morte dall'interno.
La macchina da presa non inquadra il protagonista. È il protagonista stesso. È lo spettatore stesso ad essere uno spacciatore americano a Tokyo. Lo si vede attraverso i suoi occhi ogni istante della sua vita e anche dopo. L'anima fluttua, la coscienza non si spegne, e Noé trascina in un bardo visivo e allucinatorio che ha le radici nel Libro tibetano dei Morti, quella dottrina antica secondo cui il morente non sparisce, ma attraversa stati intermedi tra dissoluzione e rinascita.

Non è un film facile. È lungo, stordente, deliberatamente eccessivo. Il neon di Tokyo si mescola ai flashback d'infanzia, alle visioni psichedeliche, ai corpi, al vuoto. 
Sotto questa superficie aggressiva pulsa l'antica domanda: cosa resta, quando non resta più niente? La coscienza è un fuoco che continua ad ardere anche quando il combustibile è esaurito, o si spegne con il corpo che la ospitava?

Enter the Void è una delle poche opere che prende sul serio l'ipotesi che forse la coscienza è solo un fenomeno temporaneo, e che l'unica cosa che si può fare è guardarla dissolversi senza distogliere lo sguardo.

Lo consigliamo. È lungo, non scorrevole, ma poche volte il cinema ha avuto il coraggio di portare così vicino all'unica esperienza che non si può raccontare.

Mode canine

La moda del cane non ha nulla a che vedere con l'amore per gli animali.
Come tutte le mode, per molti (non per tutti, ovviamente) non nasce dal rispetto, nasce dal bisogno di appartenere, di sembrare, di esibire. Bisogna averlo, possibilmente di razza, possibilmente imponente, possibilmente fotogenico. 
Poi, una volta comprato, questo cane viene celebrato, messo al centro di ogni storia sui social. Diventa un accessorio emotivo e viene usato.

L'etologo Konrad Lorenz sosteneva che il cane è l'unico animale che ha scelto l'uomo. Ha rinunciato a qualcosa di selvatico per qualcosa di relazionale. L'uomo, in cambio, gli dovrebbe dare almeno la decenza di capire cosa si è tenuti a dare. Dovrebbe perlomeno informarsi prima di prendere una razza piuttosto che un'altra e non in base all'estetica. La razza non è un'estetica, c'è tutta una storia da conoscere dietro.

Giorni fa siamo capitati in un appartamento di cinquanta metri quadri e all'interno tenevano...un Malinois!!
Che violenza. Il pastore belga è un animale costruito per il movimento, per lo spazio, per il lavoro. Secoli di selezione hanno modellato un essere che ha bisogno di correre, di fare. Tenerlo in un appartamento è una negazione sistematica della sua natura. È come tenere un falco in gabbia e convincersi di amarlo perché gli dai da mangiare ogni giorno.

Quando fai notare questo egoismo sentimentale ti rispondono piccati: "non puoi capire che significa perché tu non ne hai!". 
Poi ci sono le passeggiate, i video sui social, la narrativa del padrone responsabile. Nel frattempo l'animale consuma energia nervosa nelle quattro mura, soffrono in silenzio, non protestano, sopportano. E questa sopportazione viene scambiata per adattamento.

Prima di comprare un cane a casaccio per sentirsi fighi, bisognerebbe porsi una domanda: quell'animale, in quel contesto, può esistere come ciò che è?
Chi non si pone questa domanda non ama i cani. Li possiede e sta solo colmando dei vuoti personali.

TikTok, la liquidazione del pensiero.

Social network come Facebook, con tutti i loro ENORMI limiti e incongruenze censorie, lasciano ancora spazio al testo. Si possono leggere ragionamenti, articolare idee, sostenere un argomento per più di tre righe. È pur sempre un social, ma conserva una traccia di discorso.
TikTok ha cancellato anche quella traccia. È la fiera dopaminica del frammento: video di pochi secondi, balletti, smorfie, "coreografie" ripetute fino allo sfinimento. Ne viene fuori una umanità a dir poco imbarazzante..

Se osserviamo le metriche di Tiktok notiamo che un qualsiasi video becero di un balletto improvvisato nel cesso può ottenere molte migliaia di visualizzazioni in poche ore. Questo significa che lì, davanti a quella vacuità, milioni di persone consumano la parte più consistente delle proprie giornate. Ce ne rendiamo conto?

Qualcuno obietterà che esiste anche chi pubblica contenuti più intelligenti. Vero, ma irrilevante. Il formato non è progettato per il pensiero: è progettato per lo scorrimento compulsivo, per la sostituzione continua dello stimolo, per impedire qualsiasi sosta riflessiva. Anche il contenuto più colto, calato in quel contenitore, viene ridotto a pillola, a slogan, a frammento estetizzato. La forma divora la sostanza. Noi stessi da anni cerchiamo di usare questi mezzi per dare degli input di approfondimento esterno ma qui si va oltre.

TikTok non è un social come tanti, è un dispositivo di addestramento alla dispersione. Un'infrastruttura che educa milioni di persone a non reggere più di quindici secondi di attenzione, a confondere lo stordimento con l'intrattenimento, la ripetizione breve con la cultura. E quando un'intera generazione cresce dentro questo ritmo, non perde solo la capacità di leggere un libro, perde proprio la capacità di pensarsi.

Qui non è una questione di "vecchio" contro nuovo. È una questione di struttura. 
Da anni diciamo queste cose, sembrava un punto condiviso. Poi però li abbiamo visti sbarcare lì uno per uno, anche quelli che giuravano "io lì non ci metterò mai piede", anche quelli che si vantavano di fare cultura. Siete quasi tutti lì, ormai
Intellettuali, divulgatori, gente che si professa attenta alla qualità del pensiero. Tutti lì, dentro lo stesso flusso che fino a ieri denunciavano. 
Alla fine han vinto loro e chi credeva di poterlo "usare diversamente" si è scoperto usato.

Alex Zanardi: un esempio di Volontà

Alex Zanardi è morto il 1° maggio. Lo stesso giorno di Senna, trentadue anni dopo.
Jung avrebbe parlato di sincronicità, quelle coincidenze che non spiegano nulla sul piano causale, eppure sembrano dire qualcosa. Come se due vite, in punti diversi del tempo, si chiudessero nello stesso istante perché legate da un filo che la ragione non vede ma l'anima riconosce.

Senna e Zanardi, due uomini che del rapporto col limite avevano fatto la propria forma. Il destino li ha uniti su quella data.

Zanardi non era un uomo senza cedimenti. Avrá avuto le sue notti, i suoi dubbi, i suoi momenti di buio, ma evidentemente aveva intuito che la volontà non è uno sforzo, è una direzione.
Lo sforzo si esaurisce. La direzione no.
Chi vive di sforzo cede prima o poi, perché lo sforzo è una guerra interna, e nessuno regge a lungo una guerra contro sé stesso. Chi invece ha trovato una direzione può anche cadere, piangere, dubitare, poi però si rialza e riprende il cammino, perché sa dove sta andando. È per questo che certi uomini, davanti a tragedie che ne piegherebbero dieci altri, riescono a non spezzarsi.
Zanardi era uno di quelli. 
Un uomo che sapeva sempre rimettersi a fare la cosa successiva.
Era altrove. Non in un altrove mistico, né consolatorio ma in quel punto esatto in cui un uomo smette di chiedersi "perché è successo a me" e semplicemente vive.
È una soglia che pochissimi attraversano, varcarla è molto dura, costa molto, costa smettere di tenersi stretto il proprio dolore come fosse l'ultima cosa che ci appartiene.
Zanardi quel dolore lo aveva lasciato andare, non una volta sola, ma ogni mattina.
Ora che se ne è andato resta lui, la sua vita, a indicare quella direzione a chi avrà occhi per vederla. Onore a lui.

RIP

Il solito primo maggio

La Festa del Lavoro sia innanzitutto una festa DAL lavoro. Il lavoro moderno — catena di profitto, strumento di sfruttamento, meccanismo di perpetuazione dello status quo tramite ricatto economico — non è emancipazione né realizzazione personale. 

Il culto del lavoro è la malattia della modernità. Peraltro è una festa ormai diventata finzione, sempre più negozi aperti, supermercati operativi, cassieri al banco e magazzinieri sui muletti il primo maggio. Non per necessità, ma perché il mercato non si ferma, perché il consumo non conosce giorni sacri. La retorica della festa del lavoratore si celebra mentre il lavoratore lavora. 

Nel frattempo sfilano i sindacati che, ricordiamo, avallarono il green pass, e sul palco del concertone si esibiscono "artisti" ogni anno più imbarazzanti. Una liturgia stanca, officiata da chi ha trasformato la tutela dei diritti in gestione del consenso. Come sempre rifiutiamo la retorica tossica del lavoro che nobilita. Celebriamo invece il tempo di qualità.




Miserie locali

Per le elezioni comunali vediamo liste strabordanti di candidati che fino a ieri non si erano mai occupati di nulla che non fosse se stessi. Gente improvvisata, totalmente avulsa alla politica. Volti nuovi che fingono entusiasmo con false dichiarazioni di servizio alla comunità. 

La politica locale viene percepita dalla gran parte di tali candidati, come una via per la sistemazione. Il consiglio comunale è l'anticamera. Il parlamento nazionale è il traguardo per ciò che si può ottenere, ovvero indennità, vitalizi, relazioni, porte che si aprono. Il bene comune è il travestimento retorico di un progetto interamente personale.

Non è che il semplice consigliere comunale prenda uno stipendio (va a gettoni di presenza per ogni seduta a cui partecipa, cifre basse), ma il vero tornaconto sta in altri aspetti. Ad esempio, nei permessi retribuiti o in appalti, nomine, favori, scorciatoie varie.

Il consigliere comunale di paese non si "sistema" economicamente in senso diretto, ma costruisce visibilità, credenziali per salire. Il mandato locale è un investimento, non una rendita immediata. 

Ciò che fa sorridere non è il fenomeno in sé ma la spudoratezza. Il cambio di partitello non viene più nemmeno giustificato ideologicamente. Ci si sposta tranquillamente dove tira il vento in quel momento. Anni fa, quando ci fu il boom dei cinque stalle, nei comuni tutti volevano candidarsi lì, "perché quel partito sta tirando, vai infilati!". Poi quando quel partito non tirava più, si ripresentarono con altre casacche e la stessa faccia da ebeti. Senza nessuna vergogna eh, tranquillissimi, non c'è più nemmeno la finzione di un'idea da difendere.

Stiamo generalizzando?

Mica tanto, quelli che si presentano realmente per contribuire al bene comune sono una esigua minoranza. 

Miserie elettorali.


Dinamiche da psicosetta

Abbiamo di recente sperimentato la dinamica da psicosetta citando due soggetti che ben si prestano per mostrarne i meccanismi: Biglino e Malanga. 

La stessa dinamica discussa vale per decine di figure che popolano i circuiti alternativi, esoterici, spirituali, controculturali. Chi li segue spesso li conosce bene. Ha letto i libri, ha seguito le conferenze. Non stiamo parlando dunque di adesioni superficiali o aprioristiche in tal senso. Il problema è l'opposto: si conosce così a fondo un impianto da non riuscire più a uscirne. Anni di letture, di schemi assimilati, di linguaggio interiorizzato. A un certo punto non si sta più seguendo una teoria, si diventa quella teoria. Il sistema di pensiero del guru è diventato la lente attraverso cui si organizza il reale, si riconoscono i propri simili, si distingue chi capisce da chi non capisce. Smontarli significa perdere un'identità, un linguaggio comune, una comunità. È questa la vera struttura della psicosetta. 

Ora, su Biglino, su cui tanti si sono inalberati, esistono già confutazioni serie, prodotte da persone competenti. Il biblista Danilo Valla ha contestato punto per punto alcune delle traduzioni chiave. Simone Venturini, professore di ebraico, ha esaminato grammaticalmente la lettura plurale di Elohim. In generale esistono analisi sistematiche che mettono in discussione l'impianto metodologico. Chi vuole approfondire può trovarli senza difficoltà in rete. Non è questo il punto che ci interessa affrontare qui. 

Il caso di Biglino è emblematico non per le sue tesi, ma per il modo in cui le sorregge — e che in molti hanno ripreso nei commenti. La sua mossa è astuta, egli non afferma di essere l'unico ad aver capito. Si presenta piuttosto come chi applica un metodo filologico neutro, e lascia che siano i testi a parlare, scaricando sull'ascoltatore la responsabilità delle conclusioni. Sembra umiltà. In realtà è squalifica sistematica. Perché il risultato finale è che la traduzione letterale viene eretta a unica lettura onesta, e duemila anni di esegesi vengono liquidati come sovrastruttura teologica, cioè come distorsione ideologica. Una superiorità metodologica implicita è più difficile da contestare di un'affermazione diretta, e proprio per questo è più efficace come strumento di cattura. Ma conoscere una lingua è il punto di partenza, non il punto di arrivo. L'interpretazione di un testo antico richiede consapevolezza del contesto storico, culturale, liturgico, delle tradizioni di lettura stratificate nei secoli, dei meccanismi con cui una lingua funziona non solo lessicalmente ma retoricamente, simbolicamente, intertestualmente. Senza tutto questo, la traduzione letterale non è "rigore". E il fatto che ogni anno nasca un nuovo guru con la propria traduzione definitiva, ciascuna incompatibile con le altre, è già di per sé la confutazione del metodo. Nascono chiesette e movimenti di continuo, ognuno convinto di aver capito meglio degli altri, ognuno con la propria struttura — fisica o psichica. Il seguace assorbe queste logiche insieme alle tesi, si convince di pensare fuori dagli schemi e finisce per abitare lo schema più rigido che esista: quello in cui la verità appartiene a uno solo e dubitarne è tradimento. Il guru lo sa. La psicosetta non nasce mai per caso.

Psicosette

C'è un fenomeno che merita attenzione non tanto per i suoi protagonisti, quanto per il pubblico che li circonda.

Se si citano determinati soggetti, scatta subito l'allarme e si viene accusati di "non capire", di "non sapere", "di essere gatekeeper".

Ci sono proprio dei nomi per cui si attiva tale meccanismo, ce ne sono parecchi del passato ma anche del presente.

Osservate cosa accade, prendiamone due attuali.

Dunque Mauro Biglino e Corrado Malanga, due figure diverse ma che hanno una premessa identica: tutto ciò che è venuto prima era sbagliato, incompleto o deliberatamente occultato, e solo adesso, grazie a loro, possiamo finalmente capire.

Biglino avrebbe decifrato le Scritture come nessuno nei tremila anni precedenti aveva saputo fare. Filologi, teologi, rabbini, mistici, Padri della Chiesa, tradizioni esegetiche intere, tutto spazzato via da un ex traduttore della San Paolo che ha scoperto gli alieni nell'Antico Testamento. Millenni di esegesi ridotti a un equivoco collettivo. 

Malanga fa lo stesso, gli studi sul paranormale, la psicologia del trauma, la letteratura sulle esperienze anomale? Inutili. Lui ha il metodo, lui ha capito, lui ha trovato la chiave.

Revisionismo radicale, è lecito. 

Non è nostra intenzione entrare nello specifico di tali posizioni, chi vuole approfondire può farlo.

Ci limitiamo a far notare la sociologia del pubblico che li segue. 

Chiunque provi a esprimere una riserva su queste figure sa esattamente cosa succede, si scatena qualcosa che è tipico della risposta immunitaria di una setta. Aggressioni, delegittimazioni, accuse di essere in malafede o al soldo di qualche oscuro potere. 

Questo è esattamente il tipico segnale di meccanismi da struttura para-religiosa dove non può esistere il dubbio interno perché il dubbio mina l'autorità del "profeta", e con essa l'identità di chi in quel profeta ha investito. Il seguace di Biglino o di Malanga ha adottato una visione del mondo, un'identità, una comunità. Attaccarne le fondamenta significa attaccare lui stesso.

Provate a muovere obiezioni su costoro e osservate voi stessi cosa accade..

Li riconosci ancora?

Ci sono persone che conosci da anni. Persone con una voce, un carattere, una presenza. Magari con indole particolare, magari ansiose, magari con periodi di crisi. Persone, insomma. Poi le rivedi dopo anni. E quando le reincontri, qualcosa non torna. Non sono tristi, sono... spente. Come se qualcuno le avesse riprogrammate su altre frequenze. Gli occhi ci sono ma lo sguardo non è più quello. Rispondono, sorridono, "funzionano", ma quella scintilla che le rendeva loro non c'è più. Non le riconosci più. Ci avete fatto caso? E il fenomeno aumenta sempre più.

Non si sta parlando di persone con disturbi seri. Si parla di persone normali, persone con ansia, con periodi difficili, con quella che una volta si chiamava semplicemente la vita che pesa, finite sotto psicofarmaci come se il disagio esistenziale fosse un'avaria meccanica da correggere con la chimica giusta.

Qualcuno ora si sentirà toccato, ci dispiace, ma queste cose vanno dette perché ormai si danno per scontate. Non lo sono. Non bisogna ricorrere a farmaci per ansie e "tristezze" varie. Non è la soluzione e non si torna più indietro.

Una persona in crisi richiede tempo, presenza, attenzione. Deve lavorare su di sé, i mezzi li abbiamo. Ma è molto più rapido (e redditizio) darle una molecola che la renda gestibile. Funzionale. Silenziosa.

Medicalizzazione del carattere.

Per fingere di sorridere nel mondo.

E così dopo qualche anno, quella persona che conoscevi, con le sue contraddizioni, le sue tempeste, la sua presenza ingombrante e viva è diventata qualcosa di più tranquillo, più gestibile....più vuoto. "Tecnicamente" sta bene. Ma non è più lei. Solo noi osserviamo questo scempio?

Sedati.


Falsi miti 2

Altro pregiudizio e mito da smontare è quello per cui, a fronte di un episodio violento di cronaca, il criminale è tale anche perchè "praticava arti marziali, faceva boxe, frequentava una palestra di combattimento." 

Chi ha praticato seriamente uno sport da combattimento — non importa quale, boxe, judo, muay thai, jiu-jitsu, karate — sa che la prima cosa che impara non è come colpire. È quando non farlo. La filosofia che attraversa questi sport, dalle radici orientali alle tradizioni occidentali, è costruita attorno a un principio fondamentale: la forza fisica acquisita va contenuta, non esibita. Il controllo del corpo è il mezzo. Il controllo di sé è il fine. Un judoka molto esperto potrebbe neutralizzare chiunque ed è esattamente per questo che non lo fa mai fuori dal tatami.

La disciplina è la sostanza di questi sport. L'allenamento ripetuto, la perseveranza, la gerarchia rispettata, la sconfitta accettata, tutto questo forma un tipo umano che ha non ha bisogno di dimostrare qualcosa per strada. 

Chi sa davvero combattere raramente combatte. Chi invece aggredisce un estraneo per futili motivi, nella stragrande maggioranza dei casi, non sa fare nulla, si muove sull'adrenalina, sul branco, sull'alcol, sull'incapacità di gestire la frustrazione. Esattamente le cose che uno sport da combattimento serio decostruisce nel tempo.

Il giornalismo cialtrone però ha bisogno di concatenazioni semplici, causa ed effetto, colpevole e strumento. Praticava boxe/arti marziali suona pericoloso. È efficace come titolo.

Scrivono: "faceva lo sport di combattimento X" e lasciano che il pregiudizio faccia il resto del lavoro. 

I soliti ciarlatani dell'"informazione" insomma.


Falsi miti

Ogni volta che accade un episodio violento in società, non mancano i commentatori pronti a indicare il colpevole: il cinema violento, il videogame brutale, la musica aggressiva. 

Questa è una delle narrazioni più banali e comode che esistano.

Scarica la responsabilità e assolve tutti, la famiglia, la scuola, il contesto sociale, le istituzioni.

Il Giappone è uno dei mercati videoludici e cinematografici più violenti del pianeta, dai picchiaduro agli horror più estremi, dai manga splatter all'anime più disturbanti. Eppure ha uno dei tassi di criminalità violenta più bassi al mondo.

Come si spiega ciò secondo tale narrazione?

Il Nord Europa ha prodotto e produce musica estrema, tra i generi musicali piú distruttivi mai concepiti, eppure rimane tra i paesi più pacifici e civili al mondo.

In realtà, da Aristotele alla psicoanalisi contemporanea, sappiamo che nella finzione violenta non vi è un'istigazione ma una catarsi. L'individuo che sfoga la propria aggressività su un film, in un racconto, in una musica che urla quello che lui non riesce ad articolare, non sta imparando a fare del male, sta scaricando una tensione che, altrimenti, potrebbe trovare vie meno controllate.

Il cinema horror, il metal estremo, i videogiochi brutali non creano certo assassini, offrono un contenitore simbolico a pulsioni che esisterebbero comunque, con o senza la colonna sonora.

Chi è cresciuto con la violenza cinematografica, con la musica estrema, con i videogiochi dall'estetica brutale, sa perfettamente distinguere la rappresentazione dalla realtà. Sa che il sangue sullo schermo è finzione, che il riff distorto è linguaggio, che il combattimento digitale è un gioco.

E dunque sottolineiamo tali ovvietà, perché a quanto pare non lo sono. Chi commette violenza reale non lo fa perché ha guardato o letto cose violente. Lo fa perché ha una storia, personale, familiare, sociale che lo ha indotto ad agire in un determinato modo.

Affermare il contrario è non voler guardare quella storia in profondità e fermarsi a considerazioni di comodo.


"Branco" e "Lavoratori"

Pubblichiamo le due riflessioni che abbiamo fatto sui social, inerenti al tragico fatto di cronaca di Massa in cui un papà è stato ucciso di fronte al proprio bambino.

“BRANCO”

Ogni volta che una cosiddetta "baby gang" accoltella, picchia, uccide, i genitori dicono la stessa cosa: "Mio figlio era nel posto sbagliato." È la formula perfetta per non dire nulla. Il problema non è il posto sbagliato. È che tuo figlio era nel branco. Il branco non è un'aggregazione innocua di ragazzi annoiati. È un meccanismo preciso di regressione. Lo sapeva Gustave Le Bon già nell'Ottocento, nella folla, l'individuo non somma la propria intelligenza a quella degli altri, la perde. La massa non è la media dei suoi componenti; è qualcosa di inferiore a ciascuno di essi. Il pensiero cede il passo all'istinto, la responsabilità si dissolve nell'anonimato, e ciò che nessuno farebbe da solo diventa possibile quando lo fanno tutti. Canetti lo chiamò il meccanismo della "scarica", nel branco ci si libera del peso di essere qualcuno. E questa liberazione, per un adolescente che non ha ancora costruito un'identità solida, è come una droga. Il bisogno di appartenenza va educato. Il compito educativo è quello di costruire in un figlio un IO abbastanza definito da non aver bisogno di dissolversi per sentirsi qualcuno. Non è semplice ma va fatto. Il gregge è la soluzione di chi non ha il coraggio di essere sé stesso. Chi entra nel branco non è "cattivo" di per sé, è vuoto. Ed è proprio quel vuoto che i genitori devono perlomeno tentare di riempire prima. "Posto sbagliato" è la resa di chi non vuole fare i conti con un fallimento educativo che ha radici ben più profonde di una serata storta.

“LAVORATORI”

«Siamo dei lavoratori.» È questa la frase che i genitori degli aggressori di Massa hanno ripetuto ai microfoni. Non è la prima volta, né sarà l'ultima, che sentiamo tale frase come se fosse un talismano, una patente di rispettabilità. Siamo dei lavoratori. Non dicono di sapere dove andava, con chi stava, come pensava. Dicono: andiamo a lavorare. Come fosse automaticamente un atto educativo, un trasferimento di valori, una presenza. C'è una mitologia dura a morire, secondo cui il lavoro nobiliti non solo chi lo compie ma l'intera famiglia che ne beneficia. Il padre che torna a casa esausto è già, per definizione, un buon padre. Ha portato il pane. Ha fatto la sua parte. Che cosa volete di più? Volete un adulto che sappia stare nella vita del figlio, come presenza reale, come interlocutore, come limite? Qualcuno che la sera non crolli sul divano rivendicando il diritto alla propria stanchezza come unica forma di comunicazione familiare? Suvvia..

Il «bravo lavoratore» che si autoassolve dietro l'etica della fatica è spesso un assente che si pulisce la coscienza. Ha delegato. Ha delegato alla scuola, alla strada, allo schermo, agli amici sbagliati, al caso. E quando il caso ha fatto il suo corso, si presenta davanti alle telecamere e dice "noi lavoriamo eh", come se questo chiudesse il conto. Non lo chiude il conto, lo apre. Un figlio ha bisogno di qualcuno che lo guardi davvero, che si accorga di quello che diventa, che ogni tanto gli faccia attrito. Il tutto richiede tempo, energia emotiva, conflitti fastidiosi. Chiaro "lavoratori"? Il bambino che ha visto morire suo padre davanti ai propri occhi non sarà consolato dal sapere che gli assassini venivano da famiglie di "lavoratori".




Gatekeeping?

Fateci caso, soprattutto nei canaletti che narrano di Trump Messia che trolla il mondo, fioccano le accuse rabbiose di "Gatekeeping" verso chiunque abbia visioni diverse.

Trattasi di accuse che circolano con la stessa frequenza e la stessa superficialità con cui il mainstream distribuisce le sue etichette più comode.

È diventato una sorta di riflesso pavloviano.

Vale la pena ricordare cosa significhi davvero quel termine. Un guardiano dell'accesso, chiamiamolo così, visto che non siamo obbligati a usare l'inglese, è una figura che detiene un potere strutturale sull'informazione: decide cosa entra nel discorso pubblico e cosa ne rimane fuori, non per convinzione personale ma per posizione istituzionale, economica o organica a un sistema. Parliamo di direttori editoriali con azionisti alle spalle, di piattaforme che alterano algoritmi, di centri studi finanziati da fondazioni con agende precise. Parliamo di potere reale, non di opinione divergente.

Invece no. Secondo tali fenomeni, oggi il guardiano dell'accesso è chiunque abbia mille seguaci su Telegram. È il divulgatore indipendente che lavora da solo. È il saggista che ha scritto un libro a proprie spese e che, su un argomento specifico, propone una sua lettura.  

Chi accusa in tal maniera o è in malafede o è paranoico o è semplicemente cialtrone. L'accusa di essere un guardiano dell'accesso è una scorciatoia cognitiva.

Un guardiano dell'accesso senza accesso non è un guardiano. È solo qualcuno che la pensa diversamente, per quanto possa essere fuorviante il suo pensiero. 

Ma evidentemente dare a tutti del "gatekeeper" fa figo. È l'insulto perfetto per chi ha scoperto la controinformazione da qualche mese e si sente già dietro le quinte della storia.


From di John Griffin

Una serie tv che segnaliamo è "FROM". Trattasi di una serie che usa il genere horror come strumento filosofico, non come fine. La premessa è semplice. Persone comuni, in viaggio su strade americane qualsiasi, finiscono intrappolate in una cittadina da cui è impossibile uscire. I tentativi di fuga riportano sempre al punto di partenza. Di notte escono creature che uccidono. Di giorno si cerca di sopravvivere, di capire, di non impazzire. Ma FROM non è una banale serie horror. È una serie sul trauma. La cittadina, congelata negli anni Cinquanta, nell'estetica del sogno americano, nasconde sotto la facciata ordinata qualcosa che non vuole morire. La sigla lo dice già: "Que Sera Sera" di Doris Day, quella canzone che prometteva serenità, distorta fino a diventare inquietante. È l'immagine perfetta di ciò che la serie vuole raccontare, ovvero che tutto ciò che si sceglie di non guardare continua ad esistere, e prima o poi torna a bussare. I personaggi sembrano essere reincarnazioni di chi è stato intrappolato prima di loro, destinati a ripetere lo stesso ciclo finché qualcosa non si sblocca. La cittadina non è una prigione per i loro corpi, è una prigione per le loro cose in sospeso. La struttura della trama ricalca quella esatta del trauma che si ripete perché il nodo non è mai stato sciolto. FROM si lascia guardare come thriller/horror e si rivela, lentamente, come qualcosa di più. È la metafora del luogo impossibile, quel posto in cui si finisce quando si smette di fare i conti con se stessi.

Buona visione a chi vorrà entrarci dentro.

"Difetti di fabbrica"

 

Sì, esistono persone che non riescono a usare un altro essere solo per fini personali. Non sono comuni. Sono "difetti di fabbrica" rispetto alle logiche del mondo, e come tutti i difetti di fabbrica, il sistema li scarta senza nemmeno chiedersi se il difetto non sia nella logica stessa. Vedono l'altro prima che vedano l'utilità dell'altro. La cultura dominante racconta che ogni avvicinamento abbia un fine, che la gentilezza sia un investimento. E in buona parte ha ragione, spesso è così. Ma esiste una minoranza silenziosa di uomini che guardano una donna — o viceversa — e vedono una persona. Non un corpo da conquistare ma una presenza. E questa capacità ( o incapacità, dipende dal punto di vista ), li rende stranieri in una partita che non hanno imparato a giocare. Questa loro capacità li rende spesso invisibili. In un mercato relazionale che premia la caccia, chi non caccia viene scambiato per chi non vuole. L'assenza di manovra viene letta come assenza di interesse. Il cinismo contemporaneo li chiama ingenui. Forse lo sono. Ma certi limiti assomigliano molto a una forma di integrità che il mondo non ha fatto in tempo a correggere.


Otium

Blaise Pascal scrisse: «Tutta la sventura degli uomini deriva da una sola cosa: dal non saper stare fermi n una stanza.»

Lo scrisse nel Seicento, parlava della la fuga da se stessi. Aveva ragione. Chi non sa stare fermo sta fuggendo da se stesso.

Questo aspetto è fondamentale da osservare quando si decide di costruire la vita con qualcuno, se manca, è un campanello d'allarme.

Il silenzio, la "noia", per taluni sono elementi insopportabili perché sentono il vuoto, l'angoscia, il vortice dell'esistenza. Devono sempre riempire ogni momento.

Oggi più di ieri, l'uomo ci ha costruito un'intera civiltà su tale principio. Tra rumore, notifiche, contenuti, eventi, attività di ogni genere, egli non smette mai di correre.

Gli Stoici chiamavano otium il tempo del raccoglimento, non ozio nel senso moderno, non spreco, ma l'esatto contrario, ovvero quel momento in cui l'uomo sviluppa la propria interiorità.

L'otium degli Stoici era una necessità antropologica. Al contrario della società attuale che non lo permette, che lo scoraggia attivamente. Il tempo "non produttivo" è tempo sprecato, il silenzio, la solitudine sono problemi da risolvere. Chi si ferma viene visto il come qualcuno che rimane indietro. Ma è esattamente il contrario.

L'uomo che non si ritira periodicamente da se stesso non cresce, accumula. Aggiunge esperienze, relazioni, ruoli, senza mai digerirli.

Chi non sa stare solo con sé stesso non starà mai davvero con nessuno. Porterà ovunque il proprio rumore, e lo chiamerà vita.


Sensibili

In un brano intitolato "Le aquile non volano a stormi", Franco Battiato cantava: "in silenzio soffro i danni del tempo". Non parlava di malinconia. Parlava della capacità di assorbire il malessere di un'epoca, di sentirlo nella propria carne prima ancora che quell'epoca trovi le parole per descriversi. Esistono persone così. Non molte. E non è una questione di sensibilità romantica o di fragilità emotiva, categorie che oggi vengono rivendicate da chiunque. È una struttura antropologica diversa, costoro captano le frequenze disturbate del proprio tempo, captano variazioni impercettibili. 

Nietzsche scriveva mentre l'Europa non aveva ancora capito di essere malata. Simone Weil lavorava nelle fabbriche perché sentiva fisicamente l'umiliazione operaia come qualcosa che la riguardava. Kafka descriveva la burocrazia come labirinto soffocante vent'anni prima che le società rendessero quella visione letteralmente vera. Nessuno trovò una collocazione perché la società moderna funziona sull'anestesia collettiva, sul non sentire troppo, non pensare troppo. Chi invece sente tutto, il cinismo strutturale, la solitudine di massa, il vuoto sotto il rumore, diventa uno specchio che nessuno ha chiesto. Gli specchi scomodi si isolano, si patologizzano, si allontanano. Costoro si ritrovano spesso in silenzio, ai margini, poiché in anticipo sul proprio tempo. Tali anime esistono in ogni epoca. La loro rarità non è un difetto della specie, è il prezzo che ogni tempo paga per avere qualcuno che lo veda davvero.

 

Sale d'attesa

In Italia esiste una categoria di persone che tecnicamente studia da vent'anni. Cambiano facoltà, cambiano città, accumulano esami su esami. A quarant'anni hanno ancora "qualche esame da dare". Non stanno studiando. Stanno procrastinando la vita.

Funziona così, i genitori vogliono il figlio laureato, la società premia il titolo e disprezza il mestiere, e così interi decenni vengono sacrificati sull'altare di una laurea che non si vuole davvero, in qualcosa che magari non si userà mai.
Nel frattempo, chi decide di fare l'elettricista, il falegname, il parrucchiere viene guardato con commiserazione. "Peccato, poteva studiare." Come se costruire qualcosa con le mani fosse una sconfitta.
In questo scenario la manovalanza è quasi interamente straniera. Gli italiani preferiscono laurearsi in scienze delle patatine piuttosto che stuccare un muro.

Università usate come scudo contro le decisioni. Come modo per dire ai genitori "sto ancora studiando" invece di dire la verità, ovvero che non si sa cosa si cerca realmente in questa società fallace. Nessuno insegna che non saperlo, fermarsi e riflettere seriamente è più onesto di fingere per anni.

Una società che disprezza il lavoro manuale e venera aprioristicamente il titolo accademico, non sta investendo nella cultura. Sta finanziando la procrastinazione di massa.

Narrative Q

Esiste una tipologia di narrazione che non può mai essere smentita dai fatti, perché si è costruita l'immunità logica come condizione fondante.

Facciamo per esempio riferimento alla narrazione Q su Trump. Il meccanismo è semplice: quando una previsione non si avvera, non è un errore, è parte del piano. Quando il piano viene smentito, era ovvio che sarebbe andata così. Quando anche questa spiegazione cade, emerge un piano dentro il piano. La teoria non spiega mai la realtà, la insegue, adattandosi camaleonticamente ad essa.

Il risultato è una narrativa perfetta. Trump non può sbagliare perché ogni sua azione, qualunque essa sia, viene post-razionalizzata dentro lo schema. Se fa la guerra è per evitare qualcosa di peggio, se non la fa è il messia della pace, se è amico con un nemico lo sta trollando, se litiga con un alleato è una strategia. Un sistema che spiega sempre tutto senza spiegare niente.

Questa roba qua viene venduta come geopolitica ma è in realtà narrativa con struttura da romanzo popolare dove ci sono tutti gli ingredienti di successo. Allora abbiamo il protagonista salvifico, il grande piano nascosto, le élite sconfitte nell'ombra, la vittoria finale che arriva eh, è sempre dietro l'angolo, bisogna solo avere fiducia. Come in ogni serie ben costruita, non puoi smettere di seguirla perché vuoi vedere come va a finire. E questo, naturalmente, funziona benissimo come prodotto, vende libri, crea canali social, ottiene interviste ed ospitate, visibilità, soldi.

Ma se il piano è sempre in corso, se la vittoria è sempre imminente, se ogni sconfitta è in realtà una mossa, a che punto la gente che segue queste strambe teorie smette di crederci? La risposta è: mai. Bisogna perseverare. Si fonda tutto sull'attesa, devi avere fiducia nel piano nascosto, sederti, sperare, aggredire chi non coglie tale fantomatico piano e immergerti nella narrazione cialtronesca.


Lega Nord, una pseudotradizione

La Lega Nord nacque nel 1989 dall'aggregazione di movimenti autonomisti. Il collante tra loro era l'odio, prima "Roma ladrona", poi i meridionali come classe parassitaria responsabile del debito, dell'inefficienza, della burocrazia. 

Il passo successivo fu inventare un'identità. Nella fase secessionista, a metà anni Novanta, la Lega costruì artificialmente un senso di appartenenza "padana" attraverso simboli, riti, inni, pubblicazioni. Inventarono una tradizione, un passato mitico in cui rispecchiarsi e da cui attingere.

Alberto da Giussano, leggenda, fu scelto come eroe fondativo; Pontida come "suolo sacro"; il Po come fiume-divinità. 

Il 15 settembre 1996 Bossi proclamò l'indipendenza della Padania raccogliendo l'acqua del Po in un'ampolla, in un rito a metà tra il druidico e il folkloristico.

La discendenza celtica della Padania è però storicamente una barzelletta. In quella pianura, prima dei Celti cisalpini, erano già passati Etruschi, popolazioni italiche autoctone e molto altro. Il celtismo padano è una manipolazione della storia con indefiniti riferimenti a tradizioni pre-romane, medievali e cristiane, peraltro tutte in contraddizione tra loro.

Un'identità costruita sull'artificiale e sul risentimento verso il "nemico".

E il meccanismo del nemico, puntuale, si ripeté. Dopo l'11 settembre 2001 e gli ingiustificati attacchi Usa all'Afghanistan, la Lega radicalizzò la propria posizione contro l'Islam. L'anti-islamismo divenne il nuovo collante, con Borghezio e Calderoli in prima linea.  Il bersaglio cambiò, dai meridionali si passò ai musulmani. Stesse logiche.

La Lega è stato un laboratorio di pseudotradizione, di odio becero e divisioni interne. 

Oggi con Salvini neppure li commentiamo.

E qualcuno li santifica.

Per carità.

Bildungsphilister

Chiunque abbia frequentato un'aula scolastica sa che spesso i ragazzi più dotati vanno peggio a scuola dei loro compagni più mediocri. Nulla di anomalo. È il sistema che funziona esattamente come è stato progettato.

La scuola moderna non misura l'intelligenza. Misura la capacità di ricevere uno schema, riprodurlo nei tempi e nei modi previsti, e restituirlo intatto al momento della verifica. Chi sa fare questo con costanza e senza resistenze viene premiato. Chi non lo sa, o non o vuole fare, viene penalizzato, indipendentemente da quello che ha nella testa.

Una persona di intelligenza media ma dotata di disciplina solida, di metodo, di capacità di sopportare lo studio meccanico, attraversa la scuola come un treno sui binari, lenta, prevedibile, inarrestabile. Arriva fino in fondo, prende i voti, ottiene i titoli. Il sistema la riconosce perché parla la sua stessa lingua. Il ragazzo brillante, invece, ha spesso un problema strutturale con tutto questo. La sua mente va troppo veloce, si annoia, trova insopportabile imparare a memoria qualcosa che ha già capito, non riesce a fingere interesse per cose che non gliene danno. La scuola lo legge come pigrizia, come arroganza, come mancanza di impegno. E lo penalizza di conseguenza. Risultato? Il ragazzo disciplinare supera il ragazzo brillante, prende voti migliori, viene lodato dagli insegnanti, e il ragazzo brillante, che nel frattempo magari ha letto il doppio dei libri per conto suo, inizia a credere di essere lui il problema.

Intendiamoci, la capacità di sedersi, di fare le cose anche quando non hai voglia, di costruire un'abitudine solida intorno a un obiettivo, è una forma di forza caratteriale che molte persone brillanti non hanno e che pagano cara per tutta la vita. Il genio disorganizzato che non consegna, che procrastina, che ha idee folgoranti ma non le porta mai a termine paga. Però, precisato questo, il problema è che la scuola valorizza solo la disciplina e in una forma degenere. Non la disciplina come strumento per raggiungere qualcosa, ma la disciplina come fine in sé, come obbedienza agli schemi, come capacità di non fare domande scomode per sviluppare un reale senso critico. La scuola che chiede di imparare a memoria date, formule, classificazioni, senza mai chiedere perché, senza mai creare le condizioni perché uno studente sviluppi un'opinione autonoma su quello che sta studiando, non sta formando esseri pensanti. Sta addestrando esecutori. Sta selezionando, con grande efficienza, le persone più adatte a un mondo in cui bisogna seguire procedure, rispettare gerarchie, non disturbare il manovratore.

Nietzsche chiamava questo tipo di formazione: Bildungsphilister, il filisteo della cultura. Colui che attraversa tutto il percorso educativo, assorbe tutto il contenuto previsto, e ne esce completamente intatto, senza che nulla lo abbia toccato o trasformato. La cultura come ornamento, non come esperienza. Questa non è formazione, è addestramento e non serve essere intelligenti. 

Intossicazione

Tra informarsi ed intossicarsi c'è una bella differenza.

Per decenni il simbolo dell'uomo moderno ipnotizzato dai media è stato il televisore. Poi è arrivato il momento in cui una parte di persone ha smesso di avere la televisione con orgoglio. Niente più TG, niente più dibattiti inutili e propaganda. Bene, e poi?

Sono arrivati gli smartphone.

Il televisore era un apparecchio fisso, in un posto fisso, aveva dei limiti strutturali oggettivi. Oggi quel televisore è in tasca, è sul comodino, lo si consulta in bagno alle tre di notte. Non smette mai di trasmettere. 

Guerre, elezioni estere, catastrofi naturali, decisioni di governi che non sono i nostri, scandali di persone che non conosciamo, fatti di cronaca. Tutto questo materiale entra nella giornata, occupa spazio cognitivo ed emotivo reale, produce stati d'animo come rabbia, angoscia, indignazione, e poi non va da nessuna parte. 

Gli stoici giustamente dicevano di distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non dipende da noi, in modo da investire le proprie energie nella direzione giusta. Come condizione minima per non sprecare la propria vita in uno stato di di passività emotiva e impotenza.

Drogarsi di notizie è l'opposto esatto di questo principio. È il culto dell'eph' hēmin, ovvero ciò che dipende da noi, rovesciato, poiché si forma un'attenzione totale, viscerale, compulsiva verso tutto ciò che non dipende da noi.

Il risultato non è una persona più informata. Lo vediamo, tutta questa informazione non ha prodotto masse più sveglie. Ha invece prodotto persone con opinioni su tutto (confuse) e capacità di concentrarsi su niente. 

Chi si fa il fegato marcio sulle notizie pensa di essere sveglio poiché non distoglie lo sguardo dai fatti del mondo. Ma è una forma di autonarrazione virtuosa che maschera, nella sostanza, un comportamento compulsivo non diverso da quello di chi guarda reel di gatti e culi. Più nobile nell'oggetto certamente, ma identico nella struttura.

Non stiamo affermando di non informarsi su nulla ma c'è da fermarsi e capire che la connessione permanente con annessa costante indignazione non è partecipazione civile e toglie energie dove il singolo può incidere davvero nel suo quotidiano.