"Protezioni" e diffidenza
Festicciole
Abbiamo una nuova liturgia a fine anno scolastico, fatta di palloncini, striscioni, addobbi e genitori in estasi. Il figlio ha preso il diploma!! Ohh, si festeggia. Si invitano parenti, amici, si noleggiano locali, si fanno le cose in grande.
Il diploma...cos'è realmente oggi questo diploma? Praticamente il niente. I voti sono gonfiati da anni. Le commissioni sono benevole, la formazione scarsa, gli studenti escono spesso con lacune imbarazzanti in italiano, in storia, in matematica di base. Ma che importa, la festa si fa lo stesso, anzi si fa sempre più grande, anche perché non si festeggia mica la formazione, si festeggia la "performance" sociale davanti agli altri. Al genitore medio non interessa nulla di cosa sa suo figlio, che cultura ha assimilato realmente. Per lui è un genio a prescindere e deve esibirlo agli altri genitori.
Subito dopo arriva il secondo atto, adesso quale università sceglie? La domanda non è se ci va. È proprio quale. L'università è data per scontata, essa è l'unico percorso degno per un essere umano, tutte le altre vie sono ripieghi da nascondere. Il lavoro manuale, il mestiere o qualsiasi impiego differente, cosa sono? Solo cose di cui vergognarsi. Un figlio che casomai diventa elettricista, falegname, cuoco, è un figlio di cui spiegarsi, di cui scusarsi con gli altri genitori. Un figlio laureato invece, in qualsiasi cosa, con qualsiasi esito, è un figlio da esibire come una medaglia.
Da un lato abbiamo dunque questi genitori illusi, che giocano a fare i protagonisti, desiderosi di riscatto sociale, condizionati dalla società. Dall'altro una generazione di laureati fragili, disorientati, convinti di meritare posizioni che non sanno ricoprire, in un paese che non trova idraulici, elettricisti, tecnici specializzati in nulla e li importa dall'estero perché i nostri figli "studiavano".
Una certa narrazione
racconta che i giovani italiani fuggono dal lavoro manuale per una questione di
retribuzioni basse. È una bugia. Il problema è identitario. Il figlio
dell'italiano medio non farà mai lavori "normali", mestieri,
indipendentemente da quanto guadagnerebbe, perché quei lavori portano con sé un
marchio sociale che né lui né la sua famiglia sono disposti a indossare.
Sarebbe una vergogna preventiva. È una malattia sociale. Bisogna festeggiare!
Islamofobia
Facciamo un piccolo esercizio. Si prende una cartina
del mondo e si guarda chi ha basi militari sui confini altrui. Chi ha condotto
guerre "preventive" nell'ultimo quarto di secolo. Chi ha
destabilizzato governi, finanziato opposizioni e imposto sanzioni.
Bene, avete fatto? È semplice.
Abbiamo un Occidente che fa e disfa e si relaziona
bene solo con Israele, uno Stato che si presenta come vittima permanente,
pratica occupazione, espansione e guerra come strumento di politica ordinaria.
Ora guardate la Lega per esempio o le pseudodestre
in generale. Osservate i loro leader con la kippah, i loro raduni pro-Israele,
la retorica sull'invasione islamica. Parliamo di una destra che dovrebbe
difendere il popolo italiano, i suoi interessi economici, la sua sovranità, la
sua identità culturale e che invece si schiera con uno Stato straniero
impegnato in una guerra di espansione coloniale, mentre agita lo spauracchio
dell'islam per giustificare ogni deriva securitaria interna.
Tornando a noi, a chi serve questo scenario?
Non agli italiani ovviamente. L'immigrazione incontrollata, quella che ha trasformato i nostri quartieri è figlia di politiche estere che destabilizzano interi paesi. Politiche che quelle stesse destre non contestano, perché i mandanti sono gli stessi. Secondo voi si può essere contro l'immigrazione di massa e contemporaneamente finanziare, diplomaticamente o militarmente, i conflitti che la producono? Ragionate...
L'islamofobia di Stato è funzionale. Distoglie
l'attenzione dal vero meccanismo. Non è l'islam che destabilizza l'Occidente, è
l'Occidente che destabilizza l'islam e poi importa il caos che ha seminato,
scaricandolo sulle classi popolari mentre i responsabili restano intoccabili.
Questo è, se poi vi piace andare dietro a questi
soggetti che puntano sulla vostra pancia ergendosi a risolutori fate pure. Ma
così stanno le cose.
Federico Faggin e Plotino, una storia affascinante
Fazioni e manovratori
Da una parte l'indignazione "destra" dove si prende la rabbia legittima della gente — quella che vive nei quartieri, che subisce il degrado, che vede trasformarsi le proprie città — e la si indirizza verso un bersaglio religioso. L'islam come nemico finale. Non i trattati europei, non le lobbies economiche che hanno voluto il melting pot e la manodopera a basso costo, non le classi dirigenti che hanno gestito i flussi nell'interesse di pochi. No: l'islam. Si usa lo stomaco della gente per produrre uno scontro di comodo.
Dall'altra il progressismo sinistro, incapace di riconoscere il fallimento senza sentirsi razzista, convinto che negare il problema sia la forma più alta di civiltà.
Due posizioni che si nutrono a vicenda. L'una giustifica l'altra, si rafforzano tra loro. La destra identitaria cresce quanto più la sinistra nega la realtà. La sinistra si compatta quanto più la destra urla. Il conflitto è il prodotto.
Poi c'è il solito schema grottesco, in cui si agita il crocefisso come scudo identitario contro l'islam, in nome delle "radici cristiane" dell'Occidente.
Quali radici?
L'Occidente che divorzia in massa, che svuota le chiese, che ha aborti legali, che non sa distinguere la Quaresima dal Carnevale, che ha ridotto il Natale e la Pasqua ad operazioni commerciali, dove ci si sposa e si fanno i sacramenti solo per fare festicciole e chiedere soldi, dove si guadagna con Onlyfans. Questo Occidente non è cristiano. È credente per folklore.
Sventolare il crocefisso senza portarne il peso non è certo difesa di una tradizione. È solo sciacallaggio simbolico. Si usa il segno di una fede che non si pratica, non si studia, non si vive, per fare politica indotta.
È tutto un teatro. Mettono dei pupazzi per convogliare il dissenso su problematiche che loro stessi hanno creato. E poi perimetrano il dissenso mettendola sullo scontro tra due monoteismi (il terzo non si tocca, che strano..).
Ennesimo divide et impera creato ad arte dai manovratori.
Narrazioni polarizzanti
L'industria antropomorfa
I veterinari in Italia sono circa cinque volte i pediatri.
Cinquemila bambini in meno ogni anno. Trentatremila professionisti che curano
cani e gatti contro seimila che curano i figli di una nazione che non ne fa
più.
Ecco il profilo di una civiltà che ha spostato il proprio
investimento affettivo ed economico dagli esseri umani agli animali domestici.
Il tutto grazie alla complicità di una certa retorica del "rispetto per
tutte le forme di vita" che nasconde, sotto la vernice progressista, un
individualismo radicale: l'animale non chiede, non giudica, non delude. Il
figlio sì. Le cause della denatalità vengono indicate ogni volta con i costi
della vita, la precarietà lavorativa ecc. Tutto vero ma sappiamo bene che ridurre
il problema a una questione economica non è realistico. Significa ignorare che
generazioni precedenti, in condizioni materiali assai peggiori, facevano figli
lo stesso, perché credevano nel futuro come progetto collettivo, nella famiglia
come struttura di senso.
Oggi è evaporato tutto. E il mercato, come sempre accade, ha
riempito il vuoto. L'industria degli animali da compagnia vale in Italia
miliardi, alimenti "premium", assicurazioni sanitarie, abbigliamento
stagionale, psicologi per cani, terapisti comportamentali felini. Una filiera
sterminata che prospera esattamente dove si è sgretolata la famiglia. Una
civiltà che smette di riprodursi, ha smesso di credere in sé stessa. E una che
sostituisce i figli con i cuccioli non sta soltanto crollando demograficamente,
sta cambiando antropologicamente, in modo irreversibile.
Reminiscenza
Gestione delle apparenze
C'è una convinzione sempre più diffusa, sdoganata anche da
una certa comunicazione pop sulla salute mentale, ovvero che dentro ognuno di
noi c'è uno spazio intoccabile, un lato oscuro che non va mostrato a nessuno.
Tienilo chiuso eh. Proteggilo! Perché chi lo vede poi scappa. Il messaggio
viene confezionato sui social come grande saggezza....non lo è, è piuttosto la
mappa perfetta per l'isolamento. Perché se il lato più "scomodo", le
paure, le contraddizioni, le zone d'ombra, diventa qualcosa da nascondere per
forza, allora ogni rapporto viene costruito su una maschera. Ma i rapporti veri
nascono proprio dal contrario. Dal momento in cui si mostra quel lato a
qualcuno e quello non scappa. Anzi, tira fuori il suo. Questo è il punto di non
ritorno di un rapporto autentico. Altro che chiudersi sempre, quella non è
protezione, ci si condanna solo a diventare monadi con rapporti di superficie.
Ecco uno dei motivi per cui gli psicologi in questo periodo
storico si stanno riempiendo le tasche. Perché a fronte di queste concezioni
ultradifensive poi la gente si rivolge agli sconosciuti, pagandoli. La
selezione è necessaria ovviamente, non si apre a chiunque. Ma la questione è
opposta a quella che viene venduta da certi fumettisti pop o dagli influencer "saggi"
ipercondivisi sui social. Non è vero che bisogna chiudere il proprio lato
oscuro al mondo. C'è da trovare piuttosto le due o tre persone a cui vale la
pena aprirlo. È l'unica vera ricchezza. Il resto è gestione delle apparenze e
spreco di denaro.
Ancora narcisisti
Ogni tanto torniamo su questo argomento che ci rende tanto antipatici, ma è necessario.
Il narcisista non esiste.
O meglio, esiste, ma non è il tuo ex. Non è la tua ex. Non è quella persona che ti ha fatto stare male due anni fa e che ora hai etichettato con una diagnosi presa da un video della Bruzzone.
Il "narcisismo" è diventato la parola più abusata del decennio. Prima era "tossico". Prima ancora era "manipolatore".
Sappiate che c'è un'industria intera, composta da psicologi compiacenti e "influencer" del benessere emotivo che campa su questa roba.
Il meccanismo è sempre lo stesso,
trasformare ogni relazione andata male in un crimine, ogni ex in un mostro
clinicamente classificabile, ogni persona ferita in una vittima
certificata.
La realtà delle relazioni umane è però
differente.
Dietro la maggior parte di queste storie non c'è nessun narcisista. C'è una persona insicura che non sa cosa vuole. C'è un'altra persona che sceglie, inconsciamente, sistematicamente, chi la tratterà male, perché è l'unico tipo di amore che riconosce come reale. C'è chi confonde l'intensità con la profondità, il conflitto con la passione, il bisogno con il desiderio. C'è chi non ha mai fatto i conti con sé stesso e riversa su un'etichetta diagnostica la responsabilità di quella mancanza.
Una analisi seria sa che le relazioni
disfunzionali si costruiscono in due. Che chi attrae ripetutamente lo stesso
tipo di persona dovrebbe smettere di studiare l'altro e cominciare a studiare
sé stesso. Che la domanda non è "perché lui è così?" ma "perché
io scelgo sempre qualcuno così?"
Invece no. Abbiamo una guerra tra i sessi alimentata a diagnosi a colpi di reel. Gli uomini accusano le donne di essere narcisiste. Le donne accusano gli uomini di essere narcisisti. Ognuno è la vittima dell'altro. Ognuno ha il suo esperto digitale che gli dà ragione, che gli spiega perché ha ragione.
A "qualcuno" conviene così,
mantenere le persone nell'identità della vittima, immobili, risentite,
dipendenti da chi le somministra e le convalida.
La guerra tra i sessi continua.
"Oltre l'abisso: geografia del black metal e ascesi"
Come è già accaduto con la prima parte, “Dal
nichilismo alla trascendenza: il black metal come fenomeno spirituale”,
tradotto in tre lingue, sentirete parlare poco di questo libro dalle riviste di
settore.
Perché abbiamo dedicato due volumi a una forma musicale che la cultura
ufficiale considera marginale, adolescenziale, al limite grottesca? La risposta
è all'interno del testo.
Questa seconda e ultima parte, percorre il genere come nessun altro ha fatto finora. È un'analisi geografica e spirituale: come questa musica, nata in un preciso momento storico e culturale del Nord Europa, si è propagata in ogni angolo del mondo trasformandosi — assorbendo le tensioni locali, le tradizioni precristiane, le crisi identitarie, le esigenze ascetiche che ogni civiltà porta con sé in modi diversi.
Il black metal come fenomeno globale non è mai stato letto attraverso la lente
della Tradizione, della ricerca interiore, del rapporto tra uomo e sacro — nei
suoi aspetti più oscuri e più alti al tempo stesso. Qui lo è.
Chi legge questi testi sa già che non cerchiamo il consenso facile. Chi li
ignora, per convenienza o per paura, conferma involontariamente la necessità di
scriverli.
"Oltre l'abisso. Geografia del black metal e ascesi", disponibile: https://amzn.eu/d/07vuGYb9
Comunali e quote rosa
Nelle elezioni nazionali si vota un partito, si
elegge un rappresentante, e poi quel rappresentante segue diktat che arrivano
da organismi sovranazionali che nessuno ha eletto. Il margine di manovra è
risicato, la sovranità è una finzione scenografica. Le elezioni comunali sono
un'altra cosa. Chi vince si occupa delle strisce pedonali sotto casa tua, del
parcheggio nel tuo quartiere, della manutenzione delle strade, dei servizi che
tocchi ogni giorno con mano. Qui la politica è amministrazione concreta della
vita quotidiana. Per questo il voto comunale vale, nonostante i soliti
meccanismi in cui si candidano cani e porci in cerca di sistemazione. Detto
questo, la solita questione dei sessi è ridicola. Per esprimere le preferenze
ai consiglieri, si è obbligati a indicare un uomo e una donna. Non i due che si
ritengono più competenti. Se si valuta che i due candidati migliori sono
entrambi uomini, o entrambe donne, non importa, la parità di facciata viene
prima della qualità. Bisogna scegliere qualcuno che non reputi all'altezza
semplicemente perché appartiene al sesso giusto per quella casella. Questo
sarebbe rispetto per le donne? È una certificazione istituzionale che, lasciati
liberi, i cittadini non sceglierebbero abbastanza donne, quindi bisogna
costringerli. Un insulto travestito da tutela. Il Comune merita attenzione.
Meriterebbe anche elettori liberi di scegliere i migliori, senza ridicole quote
rosa.
Struttura
Chi se la prende con il mondo senza interrogarsi su se stesso
è miope. Credere che il disordine sia là fuori, in qualcosa da correggere,
riformare, abbattere. La politica, l'attivismo, il progresso, tutte parole che
promettono di agire sul mondo come si agisce su un oggetto esterno, separato da
chi lo maneggia. L'obiezione classica è che il mondo continua a fare schifo
anche quando le persone migliorano. La guerra esiste indipendentemente dal mio
stato interiore. Il corrotto comanda a prescindere da quanto io sia integro.
Vero. Ma difatti non si sostiene che l'uomo "trasformato" fermi le
guerre con la meditazione. Si sostiene che ogni sistema umano è la somma esatta
di chi lo ha costruito e di chi lo ha lasciato fare. Chi non ha fatto i conti
con la propria invidia costruisce gerarchie che puniscono il merito. Chi non
riconosce la propria mediocrità la perseguita negli altri. È così via. Il
corrotto non governa nel vuoto. Governa perché altri, non
"trasformati", non onesti con se stessi, lo eleggono, lo coprono, lo
imitano, lo invidiano in silenzio. È struttura. Non è banale pensiero positivo,
non è un concetto new age. Lo diceva Socrate 2400 anni fa. Il cambiamento reale
comincia interiormente, dove fa più paura guardare.
Esercito italiano
"La ragione è bastarda" di Andrea Zoppolato
"La ragione è bastarda" di Andrea Zoppolato è un
romanzo di formazione ambientato nella Roma degli anni Settanta, durante gli
anni di piombo. Protagonista è Cayenna, giovane militante dell'estrema destra
con una inclinazione contemplativa, egli cerca nei libri, nella musica, in un
senso del trascendente qualcosa che il partito non gli dà. Al suo fianco
Romano, amico d'infanzia di sinistra, polo opposto eppure complementare.
La struttura — ogni capitolo intitolato a una
canzone, dai Genesis a Lou Reed, da Klaus Schulze a Battisti — vuole rendere la
colonna sonora di un'epoca e di una giovinezza.
Zoppolato conosce quella Roma, si respira nel corso
delle pagine l’atmosfera di quegli anni.
Il protagonista Cayenna sente l'esistenza di
qualcosa di più profondo della politica di sezione, arriva a sfiorare Steiner,
Guénon, Freda, La Rochelle, ma li trova e li lascia senza che diventino
strumenti di comprensione reale. Molti di quella generazione avevano quei libri
in casa senza averli mai davvero attraversati.
Il romanzo mette in scena una generazione che
cercava forme, gerarchie, appartenenza, eroismo, senza avere gli strumenti per
capire cosa stesse cercando. Quella ricerca porta Cayenna dall'esoterismo alla
militanza armata. Il passaggio dai libri alle pistole non è una svolta
improvvisa ma una deriva lenta in cui ogni passo sembra necessario. Acca
Larentia, i disordini di piazza Istria, il covo dei NAR, l'ordine di uccidere l’amico
Romano: Zoppolato ricostruisce quella discesa senza indulgenza, ma anche senza toni
accusatori.
Alla fine, il racconto dà ragione a Odino — il
camerata che aveva sentenziato che “la ragione è bastarda” — non perché avesse
ragione davvero, ma perché quella generazione non ebbe mai il tempo di
scoprirlo.
A tratti ci ha ricordato il romanzo “Un gioco da ragazzi” di Enrico Ruggeri. Il testo ha il merito raro di aver raccontato quella gioventù dall'interno, senza retorica e senza processo.
Adolescenti
«Sono tutti così.»
Spezziamo ogni tanto una lancia a favore delle giovani generazioni, perché nessuno mai lo fa.
Si sente spesso dire, quando si parla di
figli adolescenti, che "sono tutti così ". La figlia che in casa non
muove un dito, il figlio egoista, indifferente a tutto. In generale figlie e
figli spenti.
La spiegazione consolatoria arriva sempre
puntuale "eh, è l'età, è la generazione".
Non è vero. Non sono tutti così.
Ci sono figli che aiutano in casa senza che nessuno glielo chieda due volte. Ci sono adolescenti con passioni vere, coltivate con serietà. Ci sono giovani capaci di empatia, di impegno, di sacrificio. Esistono, e non sono solo eccezioni, sono il risultato di un'educazione.
C'è poi un'altra credenza da smontare, quella che a tredici, quattordici anni si debba essere per forza degli esseri incerti, fragili, incapaci di reggere qualsiasi responsabilità. Come se l'adolescenza fosse una malattia temporanea da sopportare. Eppure a quell'età, e non in epoche remote, si lavorava. Si contribuiva al sostentamento della famiglia. Andando più indietro, si governava. Alessandro Magno ricevette Aristotele come precettore a tredici anni e condusse le prime campagne militari a sedici. La categoria dello smidollato cronico non è biologica, è culturale.
Certamente è innegabile che il contesto storico lasci tracce. Certe tendenze generazionali esistono davvero. La tecnologia pervasiva ed i social hanno modificato tante cose nella crescita dei ragazzi. Ma una tendenza non è tutto.
«Sono tutti così» è una frase che non dice nulla. Dice che si preferisce la media statistica alla responsabilità educativa. Che è comodo allinearsi al peggio.
Un figlio apatico, menefreghista, incapace
di contribuire anche solo alla vita domestica non è un fenomeno naturale. È il
risultato di scelte. E finché si continua a invocare il tutti come scudo,
quelle scelte non si esamineranno mai.
L'autoassoluzione è comoda. Ma non educa
nessuno.
L'illusione della massa
"Stavolta non ci fregano"
L'illusione del popolo che si sveglia se
ben informato fa campare tanta gente della controinformazione.
Che il basso possa rovesciare l'alto, che la massa si autogoverni, che il popolo — finalmente sveglio — prenda in mano il proprio destino, sono barzellette. Lo sappiamo tutti che se domani volessero davvero spingere con una nuova pandemia basterebbe fare leva sulla paura e saremmo punto e a capo.
È una favola antica. E come tutte le favole, ha bisogno di essere raccontata periodicamente per mantenere la sua funzione.
La massa non è una categoria numerica, è
una categoria qualitativa. È l'uomo che non si chiede nulla di più di ciò che
già è. Può riempire le piazze, può urlare slogan ma non può incidere.
Nella Repubblica di Platone, la democrazia non è il trionfo del popolo, è la sua patologia terminale. Governare non è istinto — è episteme, conoscenza. E la conoscenza non si vota, non si democratizza. O la si possiede o non la si possiede. Sovvertire certi principi non libera nessuno, mette semplicemente il timone nelle mani di chi non sa dove andare.
Huxley la formulò con chirurgica eleganza:
il compito delle élite non è lavorare, ma pensare a come organizzare il mondo.
Il resto è esecuzione.
Oggi le élite non sono i filosofi della
Repubblica di Platone. Sono i tecnocrati di Davos, i gestori del consenso, i
proprietari delle piattaforme su cui la massa si illude di ribellarsi.
Un'oligarchia senza mandato spirituale, senza visione, senza legittimità — solo
potere orizzontale, finanziario, mediatico.
La massa che si crede rivoluzionaria non fa che agitarsi dentro un recinto che altri hanno costruito. La controinformazione, i movimenti dal basso, i popoli che si svegliano — sono valvole di sfogo, non rotture del sistema. Rumore autorizzato.
La massa era massa cinquemila anni fa. Lo
è oggi. Lo sarà alla fine del mondo.
Chi crede alle rivoluzioni dal basso
crede, in fondo, che i fiumi risalgano le montagne. Un'idea poetica.
Inutilmente poetica.
La dignità al contrario
In Italia, chi tira su un muro ha più di
cinquant'anni o viene da un altro continente. Il muratore sotto i quaranta con
passaporto italiano è una specie in estinzione. Lo stesso vale per l'idraulico,
il falegname, l'elettricista, il carrozziere, il giardiniere. Mestieri che
reggono il paese, svolti da chi il paese lo sta lasciando, per età o per
origine.
Il genitore medio italiano ha un sogno: il figlio non deve fare quello che ha fatto lui. Il figlio deve studiare. Deve diventare qualcosa. Medico, ingegnere, avvocato, oppure, nell'era digitale, qualche figura dal nome vago che si svolge davanti a uno schermo. Il lavoro manuale non è contemplato. Non è un'opzione, è una sconfitta.
Se li senti, i
loro figli sono tutti dei geni. Poi ci parli e scopri che sanno a malapena
legarsi le scarpe. Il punto è che non tutti hanno vocazione e attitudine per i
mestieri di intelletto. Il medico non può farlo chiunque. Stesso discorso per
l'ingegnere, l'avvocato, qualsiasi lavoro che richieda un certo tipo di mente.
Esistono persone con una capacità manuale spiccata, un'intelligenza pratica,
una predisposizione concreta che vale quanto qualsiasi altra — e che in altri
paesi viene riconosciuta e coltivata. In Italia no. Qui la scuola promuove
tutti, crea titoli che si ottengono per accumulo di protocolli memorizzati,
avalla l'illusione che la vocazione non esista e che il diploma/la laurea siano
un diritto. Così si passa, si prende il pezzo di carta, si esce con una media
presentabile da un percorso che in molti casi non ha formato nulla.
Il risultato è una generazione convinta di meritare una scrivania per diritto acquisito, mentre
i cantieri girano con braccia straniere e gli artigiani in pensione non trovano
chi raccogliere il mestiere.
Nel frattempo, gli stessi genitori che hanno
coltivato questo disprezzo silenzioso verso il lavoro manuale si lamentano
delle città cambiate, degli stranieri ovunque, dell'insicurezza. Non collegano
i punti. O non vogliono farlo.
Il nodo è culturale, non economico — o almeno, non
solo economico. Certo, molti mestieri manuali sono sottopagati, e questo
andrebbe affrontato. Ma il problema viene prima: è la concezione. In Italia il
lavoro che si fa con le mani è ancora percepito come il segno di chi non ce
l'ha fatta. Una condizione da cui affrancarsi, non una scelta da rispettare.
Finché questa gerarchia morale non crolla, nessun incentivo salariale basterà.
I figli continueranno a non volerlo fare, e i genitori continueranno a dargli ragione.
Enter the void di Gaspar Noè
Mode canine
TikTok, la liquidazione del pensiero.
Alex Zanardi: un esempio di Volontà
Il solito primo maggio
La Festa del Lavoro sia innanzitutto una festa DAL lavoro. Il lavoro moderno — catena di profitto, strumento di sfruttamento, meccanismo di perpetuazione dello status quo tramite ricatto economico — non è emancipazione né realizzazione personale.
Il culto del lavoro è la malattia della modernità. Peraltro è una festa ormai diventata finzione, sempre più negozi aperti, supermercati operativi, cassieri al banco e magazzinieri sui muletti il primo maggio. Non per necessità, ma perché il mercato non si ferma, perché il consumo non conosce giorni sacri. La retorica della festa del lavoratore si celebra mentre il lavoratore lavora.
Nel frattempo sfilano i sindacati che, ricordiamo,
avallarono il green pass, e sul palco del concertone si esibiscono
"artisti" ogni anno più imbarazzanti. Una liturgia stanca, officiata
da chi ha trasformato la tutela dei diritti in gestione del consenso. Come
sempre rifiutiamo la retorica tossica del lavoro che nobilita. Celebriamo
invece il tempo di qualità.
Miserie locali
Per le elezioni comunali vediamo liste strabordanti
di candidati che fino a ieri non si erano mai occupati di nulla che non fosse
se stessi. Gente improvvisata, totalmente avulsa alla politica. Volti nuovi che
fingono entusiasmo con false dichiarazioni di servizio alla comunità.
La politica locale viene percepita dalla gran parte
di tali candidati, come una via per la sistemazione. Il consiglio comunale è
l'anticamera. Il parlamento nazionale è il traguardo per ciò che si può
ottenere, ovvero indennità, vitalizi, relazioni, porte che si aprono. Il bene
comune è il travestimento retorico di un progetto interamente personale.
Non è che il semplice consigliere comunale prenda
uno stipendio (va a gettoni di presenza per ogni seduta a cui partecipa, cifre
basse), ma il vero tornaconto sta in altri aspetti. Ad esempio, nei permessi
retribuiti o in appalti, nomine, favori, scorciatoie varie.
Il consigliere comunale di paese non si
"sistema" economicamente in senso diretto, ma costruisce visibilità,
credenziali per salire. Il mandato locale è un investimento, non una rendita
immediata.
Ciò che fa sorridere non è il fenomeno in sé ma la
spudoratezza. Il cambio di partitello non viene più nemmeno giustificato
ideologicamente. Ci si sposta tranquillamente dove tira il vento in quel
momento. Anni fa, quando ci fu il boom dei cinque stalle, nei comuni tutti
volevano candidarsi lì, "perché quel partito sta tirando, vai
infilati!". Poi quando quel partito non tirava più, si ripresentarono con
altre casacche e la stessa faccia da ebeti. Senza nessuna vergogna eh,
tranquillissimi, non c'è più nemmeno la finzione di un'idea da difendere.
Stiamo generalizzando?
Mica tanto, quelli che si presentano realmente per
contribuire al bene comune sono una esigua minoranza.
Miserie elettorali.
Dinamiche da psicosetta
Abbiamo di recente sperimentato la dinamica da psicosetta citando due soggetti che ben si prestano per mostrarne i meccanismi: Biglino e Malanga.
La stessa dinamica discussa vale per decine di figure che popolano i circuiti alternativi, esoterici, spirituali, controculturali. Chi li segue spesso li conosce bene. Ha letto i libri, ha seguito le conferenze. Non stiamo parlando dunque di adesioni superficiali o aprioristiche in tal senso. Il problema è l'opposto: si conosce così a fondo un impianto da non riuscire più a uscirne. Anni di letture, di schemi assimilati, di linguaggio interiorizzato. A un certo punto non si sta più seguendo una teoria, si diventa quella teoria. Il sistema di pensiero del guru è diventato la lente attraverso cui si organizza il reale, si riconoscono i propri simili, si distingue chi capisce da chi non capisce. Smontarli significa perdere un'identità, un linguaggio comune, una comunità. È questa la vera struttura della psicosetta.
Ora, su Biglino, su cui tanti si sono inalberati, esistono già confutazioni serie, prodotte da persone competenti. Il biblista Danilo Valla ha contestato punto per punto alcune delle traduzioni chiave. Simone Venturini, professore di ebraico, ha esaminato grammaticalmente la lettura plurale di Elohim. In generale esistono analisi sistematiche che mettono in discussione l'impianto metodologico. Chi vuole approfondire può trovarli senza difficoltà in rete. Non è questo il punto che ci interessa affrontare qui.
Il caso di Biglino è emblematico non per le sue tesi, ma per il modo in cui le sorregge — e che in molti hanno ripreso nei commenti. La sua mossa è astuta, egli non afferma di essere l'unico ad aver capito. Si presenta piuttosto come chi applica un metodo filologico neutro, e lascia che siano i testi a parlare, scaricando sull'ascoltatore la responsabilità delle conclusioni. Sembra umiltà. In realtà è squalifica sistematica. Perché il risultato finale è che la traduzione letterale viene eretta a unica lettura onesta, e duemila anni di esegesi vengono liquidati come sovrastruttura teologica, cioè come distorsione ideologica. Una superiorità metodologica implicita è più difficile da contestare di un'affermazione diretta, e proprio per questo è più efficace come strumento di cattura. Ma conoscere una lingua è il punto di partenza, non il punto di arrivo. L'interpretazione di un testo antico richiede consapevolezza del contesto storico, culturale, liturgico, delle tradizioni di lettura stratificate nei secoli, dei meccanismi con cui una lingua funziona non solo lessicalmente ma retoricamente, simbolicamente, intertestualmente. Senza tutto questo, la traduzione letterale non è "rigore". E il fatto che ogni anno nasca un nuovo guru con la propria traduzione definitiva, ciascuna incompatibile con le altre, è già di per sé la confutazione del metodo. Nascono chiesette e movimenti di continuo, ognuno convinto di aver capito meglio degli altri, ognuno con la propria struttura — fisica o psichica. Il seguace assorbe queste logiche insieme alle tesi, si convince di pensare fuori dagli schemi e finisce per abitare lo schema più rigido che esista: quello in cui la verità appartiene a uno solo e dubitarne è tradimento. Il guru lo sa. La psicosetta non nasce mai per caso.
Psicosette
C'è un fenomeno che merita attenzione non tanto per
i suoi protagonisti, quanto per il pubblico che li circonda.
Se si citano determinati soggetti, scatta subito
l'allarme e si viene accusati di "non capire", di "non
sapere", "di essere gatekeeper".
Ci sono proprio dei nomi per cui si attiva tale meccanismo, ce ne sono parecchi del passato ma anche del presente.
Osservate cosa accade, prendiamone due attuali.
Dunque Mauro Biglino e Corrado Malanga, due figure
diverse ma che hanno una premessa identica: tutto ciò che è venuto prima era
sbagliato, incompleto o deliberatamente occultato, e solo adesso, grazie a
loro, possiamo finalmente capire.
Biglino avrebbe decifrato le Scritture come nessuno
nei tremila anni precedenti aveva saputo fare. Filologi, teologi, rabbini,
mistici, Padri della Chiesa, tradizioni esegetiche intere, tutto spazzato via
da un ex traduttore della San Paolo che ha scoperto gli alieni nell'Antico
Testamento. Millenni di esegesi ridotti a un equivoco collettivo.
Malanga fa lo stesso, gli studi sul paranormale, la
psicologia del trauma, la letteratura sulle esperienze anomale? Inutili. Lui ha
il metodo, lui ha capito, lui ha trovato la chiave.
Revisionismo radicale, è lecito.
Non è nostra intenzione entrare nello specifico di
tali posizioni, chi vuole approfondire può farlo.
Ci limitiamo a far notare la sociologia del pubblico
che li segue.
Chiunque provi a esprimere una riserva su queste
figure sa esattamente cosa succede, si scatena qualcosa che è tipico della
risposta immunitaria di una setta. Aggressioni, delegittimazioni, accuse di
essere in malafede o al soldo di qualche oscuro potere.
Questo è esattamente il tipico segnale di meccanismi
da struttura para-religiosa dove non può esistere il dubbio interno perché il
dubbio mina l'autorità del "profeta", e con essa l'identità di chi in
quel profeta ha investito. Il seguace di Biglino o di Malanga ha adottato una
visione del mondo, un'identità, una comunità. Attaccarne le fondamenta
significa attaccare lui stesso.
Provate a muovere obiezioni su costoro e osservate voi stessi cosa accade..
Li riconosci ancora?
Ci sono persone che conosci da anni. Persone con una voce, un carattere, una presenza. Magari con indole particolare, magari ansiose, magari con periodi di crisi. Persone, insomma. Poi le rivedi dopo anni. E quando le reincontri, qualcosa non torna. Non sono tristi, sono... spente. Come se qualcuno le avesse riprogrammate su altre frequenze. Gli occhi ci sono ma lo sguardo non è più quello. Rispondono, sorridono, "funzionano", ma quella scintilla che le rendeva loro non c'è più. Non le riconosci più. Ci avete fatto caso? E il fenomeno aumenta sempre più.
Non si sta parlando di persone con
disturbi seri. Si parla di persone normali, persone con ansia, con periodi
difficili, con quella che una volta si chiamava semplicemente la vita che pesa,
finite sotto psicofarmaci come se il disagio esistenziale fosse un'avaria
meccanica da correggere con la chimica giusta.
Qualcuno ora si sentirà toccato, ci
dispiace, ma queste cose vanno dette perché ormai si danno per scontate. Non lo
sono. Non bisogna ricorrere a farmaci per ansie e "tristezze" varie.
Non è la soluzione e non si torna più indietro.
Una persona in crisi richiede tempo,
presenza, attenzione. Deve lavorare su di sé, i mezzi li abbiamo. Ma è molto
più rapido (e redditizio) darle una molecola che la renda gestibile.
Funzionale. Silenziosa.
Medicalizzazione del carattere.
Per fingere di sorridere nel mondo.
E così dopo qualche anno, quella persona
che conoscevi, con le sue contraddizioni, le sue tempeste, la sua presenza
ingombrante e viva è diventata qualcosa di più tranquillo, più gestibile....più
vuoto. "Tecnicamente" sta bene. Ma non è più lei. Solo noi osserviamo
questo scempio?
Sedati.











