"Protezioni" e diffidenza

Le relazioni umane fallite sono un motore commerciale sempre più importante, il mercato che ci si costruisce sopra è enorme.

Osservate cosa sta accadendo, abbiamo masse educate al sospetto spacciato come intelligenza emotiva. Che scambiano la diffidenza per discernimento, la paranoia relazionale per maturità psicologica. 

Oggi chi si accosta a un'altra persona con intenzioni oneste, con quella dose fisiologica di imperfezione che appartiene a ogni essere umano, viene processato. Sei sincero? Nascondi qualcosa. Sei troppo silente? Sei calcolatore. Parli tanto? Sei manipolatorio. Qualunque cosa tu faccia è in qualche modo manipolazione, perché la griglia diagnostica è stata tarata apposta per non lasciare via di scampo: se ti avvicini sei un predatore, se ti allontani sei un evitante, se rimani sei un narcisista. Non esiste comportamento umano che sfugga alla rete commerciale della profilazione psicologica.

Un tempo si sapeva che l'amore comporta rischi, fraintendimenti, possibile dolori, e che questi rischi erano fisiologici, si ama perché non si può prevedere l'esito. Oggi si pretende di eliminare ogni margine di rischio applicando protocolli diagnostici dello psicologo che ci deve campare a suon di cazzate.

Ovviamente gli stessi che promuovono questa narrazione son poi quelli che creano corsi, consulenze, contenuti a pagamento. Un intero ecosistema che vive del fatto che il pubblico non impari mai a fidarsi, altrimenti poi smetteno di comprare la loro "protezione"...

La diffidenza è insomma diventata un prodotto da vendere con tutte le conseguenze che ciò implica nelle relazioni umane...

La parola narcisista, come abbiamo già sottolineato più volte in passato, ha perso ogni valore semantico a furia di essere spesa. Chi oggi maneggia questo termine con leggerezza giustifica solamente la propria incapacità di sostenere l'ambiguità dell'altro, che è poi l'unica vera materia di cui sono fatte le relazioni umane VERE, degne di questo nome.

Festicciole

Abbiamo una nuova liturgia a fine anno scolastico, fatta di palloncini, striscioni, addobbi e genitori in estasi. Il figlio ha preso il diploma!! Ohh, si festeggia. Si invitano parenti, amici, si noleggiano locali, si fanno le cose in grande. 

Il diploma...cos'è realmente oggi questo diploma? Praticamente il niente. I voti sono gonfiati da anni. Le commissioni sono benevole, la formazione scarsa, gli studenti escono spesso con lacune imbarazzanti in italiano, in storia, in matematica di base. Ma che importa, la festa si fa lo stesso, anzi si fa sempre più grande, anche perché non si festeggia mica la formazione, si festeggia la "performance" sociale davanti agli altri. Al genitore medio non interessa nulla di cosa sa suo figlio, che cultura ha assimilato realmente. Per lui è un genio a prescindere e deve esibirlo agli altri genitori. 

Subito dopo arriva il secondo atto, adesso quale università sceglie? La domanda non è se ci va. È proprio quale. L'università è data per scontata, essa è l'unico percorso degno per un essere umano, tutte le altre vie sono ripieghi da nascondere. Il lavoro manuale, il mestiere o qualsiasi impiego differente, cosa sono? Solo cose di cui vergognarsi. Un figlio che casomai diventa elettricista, falegname, cuoco, è un figlio di cui spiegarsi, di cui scusarsi con gli altri genitori. Un figlio laureato invece, in qualsiasi cosa, con qualsiasi esito, è un figlio da esibire come una medaglia. 

Da un lato abbiamo dunque questi genitori illusi, che giocano a fare i protagonisti, desiderosi di riscatto sociale, condizionati dalla società. Dall'altro una generazione di laureati fragili, disorientati, convinti di meritare posizioni che non sanno ricoprire, in un paese che non trova idraulici, elettricisti, tecnici specializzati in nulla e li importa dall'estero perché i nostri figli "studiavano". 

Una certa narrazione racconta che i giovani italiani fuggono dal lavoro manuale per una questione di retribuzioni basse. È una bugia. Il problema è identitario. Il figlio dell'italiano medio non farà mai lavori "normali", mestieri, indipendentemente da quanto guadagnerebbe, perché quei lavori portano con sé un marchio sociale che né lui né la sua famiglia sono disposti a indossare. Sarebbe una vergogna preventiva. È una malattia sociale. Bisogna festeggiare!


Islamofobia

Facciamo un piccolo esercizio. Si prende una cartina del mondo e si guarda chi ha basi militari sui confini altrui. Chi ha condotto guerre "preventive" nell'ultimo quarto di secolo. Chi ha destabilizzato governi, finanziato opposizioni e imposto sanzioni.

Bene, avete fatto? È semplice.

Abbiamo un Occidente che fa e disfa e si relaziona bene solo con Israele, uno Stato che si presenta come vittima permanente, pratica occupazione, espansione e guerra come strumento di politica ordinaria.

Ora guardate la Lega per esempio o le pseudodestre in generale. Osservate i loro leader con la kippah, i loro raduni pro-Israele, la retorica sull'invasione islamica. Parliamo di una destra che dovrebbe difendere il popolo italiano, i suoi interessi economici, la sua sovranità, la sua identità culturale e che invece si schiera con uno Stato straniero impegnato in una guerra di espansione coloniale, mentre agita lo spauracchio dell'islam per giustificare ogni deriva securitaria interna.

Tornando a noi, a chi serve questo scenario?

Non agli italiani ovviamente. L'immigrazione incontrollata, quella che ha trasformato i nostri quartieri è figlia di politiche estere che destabilizzano interi paesi. Politiche che quelle stesse destre non contestano, perché i mandanti sono gli stessi. Secondo voi si può essere contro l'immigrazione di massa e contemporaneamente finanziare, diplomaticamente o militarmente, i conflitti che la producono? Ragionate...

L'islamofobia di Stato è funzionale. Distoglie l'attenzione dal vero meccanismo. Non è l'islam che destabilizza l'Occidente, è l'Occidente che destabilizza l'islam e poi importa il caos che ha seminato, scaricandolo sulle classi popolari mentre i responsabili restano intoccabili.

Questo è, se poi vi piace andare dietro a questi soggetti che puntano sulla vostra pancia ergendosi a risolutori fate pure. Ma così stanno le cose.


Federico Faggin e Plotino, una storia affascinante

Federico Faggin, l'uomo che ha progettato il primo microprocessore della storia, il cervello artificiale su cui poggia l'intera civiltà digitale, in alcune interviste che si trovano in rete racconta degli aneddoti davvero curiosi.
Uno di questi riguarda suo padre, Faggin Giuseppe, un filosofo, studioso di neoplatonismo. Fu lui a tradurre per la prima volta in italiano le Enneadi di Plotino, il testo in cui il cosmo viene descritto come emanazione dell'Uno, dove la coscienza non è il prodotto della materia ma la sua origine. 

Racconta Federico che da giovane egli rifiutò quella strada. Voleva essere ingegnere. E così mentre il padre traduceva Plotino, lui progettava circuiti integrati.
Poi, ad un certo punto ebbe un'esperienza interiore spontanea descritta come un'immersione in un campo di luce cosciente dove egli era simultaneamente osservatore e osservato. Da quel momento, trent'anni di ricerca lo hanno condotto a una conclusione, ovvero che la coscienza non emerge dalla materia. È la materia che emerge dalla coscienza.

Pensiamoci, un uomo che ha passato la vita a ridurre la realtà a istruzioni binarie, che ha contribuito più di chiunque altro a costruire l'infrastruttura del materialismo digitale, che ha dato alla Silicon Valley la sua anima tecnica, è lo stesso che oggi denuncia lo scientismo riduzionista. 

Per Faggin conoscere significa risalire, distogliersi dalla molteplicità per ritrovare l'unità originaria.
Usa un linguaggio diverso, qualia, stati quantistici, campi coscienti, ma la struttura è la stessa. L'Uno, nel suo sistema, è definito come la totalità di ciò che esiste: dinamico, olistico, non divisibile in parti separate, e dotato di una volontà di conoscere se stesso, una volontà che si esprime attraverso la coscienza.

Platone e Plotino giunsero a quella visione per via speculativa, dialettica, mistica. Faggin ci arriva dopo decenni trascorsi a costruire macchine sempre più elaborate.

Il cerchio si chiude: il figlio che aveva voltato le spalle al Plotino del padre torna, sessant'anni dopo, a dire sostanzialmente le stesse cose, ma attraverso la fisica quantistica invece che attraverso il greco antico.

La coscienza viene prima della materia. Il mondo fisico è un'emanazione di una realtà più profonda.

Che storia affascinante.
La Verità che si ripresenta magicamente attraverso uno dei più grandi scopritori della tecnologia moderna.

Fazioni e manovratori

Due fazioni. Un solo copione.

Da una parte l'indignazione "destra"  dove si prende la rabbia legittima della gente — quella che vive nei quartieri, che subisce il degrado, che vede trasformarsi le proprie città — e la si indirizza verso un bersaglio religioso. L'islam come nemico finale. Non i trattati europei, non le lobbies economiche che hanno voluto il melting pot e la manodopera a basso costo, non le classi dirigenti che hanno gestito i flussi nell'interesse di pochi. No: l'islam. Si usa lo stomaco della gente per produrre uno scontro di comodo.

Dall'altra il progressismo sinistro, incapace di riconoscere il fallimento senza sentirsi razzista, convinto che negare il problema sia la forma più alta di civiltà.

Due posizioni che si nutrono a vicenda. L'una giustifica l'altra, si rafforzano tra loro. La destra identitaria cresce quanto più la sinistra nega la realtà. La sinistra si compatta quanto più la destra urla. Il conflitto è il prodotto.

Poi c'è il solito schema grottesco, in cui si agita il crocefisso come scudo identitario contro l'islam, in nome delle "radici cristiane" dell'Occidente.
Quali radici?
L'Occidente che divorzia in massa, che svuota le chiese, che ha aborti legali, che non sa distinguere la Quaresima dal Carnevale, che ha ridotto il Natale e la Pasqua ad operazioni commerciali, dove ci si sposa e si fanno i sacramenti solo per fare festicciole e chiedere soldi, dove si guadagna con Onlyfans. Questo Occidente non è cristiano. È credente per folklore.
Sventolare il crocefisso senza portarne il peso non è certo difesa di una tradizione. È solo sciacallaggio simbolico. Si usa il segno di una fede che non si pratica, non si studia, non si vive, per fare politica indotta.

È tutto un teatro. Mettono dei pupazzi per convogliare il dissenso su problematiche che loro stessi hanno creato. E poi perimetrano il dissenso mettendola sullo scontro tra due monoteismi (il terzo non si tocca, che strano..).

Ennesimo divide et impera creato ad arte dai manovratori.



Narrazioni polarizzanti

Chiedere che l'ingresso degli stranieri in un Paese avvenga secondo regole stabilite, è una posizione di destra.

Accettare che il Paese si riempa di persone prive di documenti, che delinquono e generano attriti sociali è una posizione di sinistra.

Dire che il modello naturale di una famiglia è quello formato da un uomo e una donna, è un'idea di destra.

Appoggiare carrozzoni LGBT+#€ è di sinistra.

Sostenere che le decisioni economiche di una Nazione debbano rispondere agli interessi dei suoi cittadini è una posizione di destra.

Subordinare ogni scelta di politica industriale ai vincoli di bilancio dettati da Bruxelles, accettandoli come un destino ineluttabile, è invece di sinistra.

Difendere il diritto di una comunità a custodire la propria memoria storica, i propri simboli, le proprie ricorrenze, è un'idea di destra.

Riscrivere il passato per adattarlo alle sensibilità del presente, rimuovendo nomi, statue, tradizioni, viene presentato come progresso di sinistra.

Ritenere che la scuola debba trasmettere conoscenza e spirito critico prima di trasformarsi in laboratorio di ingegneria sociale è destra.

Importare senza alcun dibattito pubblico ogni nuova teoria identitaria d'importazione, calandola nei programmi scolastici, è sinistra.

Pensare che il dissenso, anche quello scomodo, debba poter essere espresso e discusso pubblicamente è destra.

Affidare a piattaforme private il compito di etichettare ogni posizione fuori dal coro come "odio" o "disinformazione" è sinistra.

...e si potrebbe continuare all'infinito, perché lo schema è sempre lo stesso, ogni posizione di buon senso, quella che un tempo sarebbe stata semplicemente l'opinione della maggioranza silenziosa, viene oggi ribattezzata "destra", come fosse un'anomalia da correggere, mentre la sua negazione, per quanto innaturale e dannosa, viene venduta come "progresso" di sinistra.

Si tratta di una narrazione fasulla, costruita a tavolino.
Storicamente non è mai stato così, la sinistra del Novecento difendeva i confini, il lavoro, la sovranità popolare contro il grande capitale. Le etichette sono state svuotate e riassegnate. Dire "di destra" evoca lo spauracchio fascismo, impedisce che la gente si accorga di avere, su quasi tutto, lo stesso buon senso del vicino di casa che vota diversamente da lei.

Polarizzare significa distrarre. E un popolo distratto non si accorge di chi sta davvero decidendo per lui.

L'industria antropomorfa

I veterinari in Italia sono circa cinque volte i pediatri. Cinquemila bambini in meno ogni anno. Trentatremila professionisti che curano cani e gatti contro seimila che curano i figli di una nazione che non ne fa più.

Ecco il profilo di una civiltà che ha spostato il proprio investimento affettivo ed economico dagli esseri umani agli animali domestici. Il tutto grazie alla complicità di una certa retorica del "rispetto per tutte le forme di vita" che nasconde, sotto la vernice progressista, un individualismo radicale: l'animale non chiede, non giudica, non delude. Il figlio sì. Le cause della denatalità vengono indicate ogni volta con i costi della vita, la precarietà lavorativa ecc. Tutto vero ma sappiamo bene che ridurre il problema a una questione economica non è realistico. Significa ignorare che generazioni precedenti, in condizioni materiali assai peggiori, facevano figli lo stesso, perché credevano nel futuro come progetto collettivo, nella famiglia come struttura di senso.

Oggi è evaporato tutto. E il mercato, come sempre accade, ha riempito il vuoto. L'industria degli animali da compagnia vale in Italia miliardi, alimenti "premium", assicurazioni sanitarie, abbigliamento stagionale, psicologi per cani, terapisti comportamentali felini. Una filiera sterminata che prospera esattamente dove si è sgretolata la famiglia. Una civiltà che smette di riprodursi, ha smesso di credere in sé stessa. E una che sostituisce i figli con i cuccioli non sta soltanto crollando demograficamente, sta cambiando antropologicamente, in modo irreversibile.

Reminiscenza

Vi è mai capitato di aprire un libro di un autore che non conoscevate, letto per caso o per un impulso inspiegabile, e di trovare là dentro qualcosa che sentivate già vostro?
Come se quelle pagine vi restituissero un pensiero che era già in voi, ma che non avevate ancora trovato le parole per formulare.
Non è un caso, e non è nemmeno una suggestione.

Platone nel Menone e nel Fedone chiama questa esperienza anamnesi — reminiscenza. La conoscenza non è acquisizione ma ricordo. L'anima, prima di incarnarsi, ha contemplato le Idee nella loro forma pura: il vero, il bello, il giusto. L'apprendimento non introduce nulla di nuovo, toglie un velo. Non si impara, si ricorda. I libri, i maestri, le esperienze sono stimoli che riattivano ciò che già sappiamo.

Plotino nell'Enneade sostiene che esiste una parte dell'anima che non scende mai completamente nel corpo — che rimane in contatto permanente con l'Intelletto universale, il Nous. In noi c'è qualcosa che non si è mai separato dall'origine. Certi libri permettono a questa parte di manifestarsi nella coscienza ordinaria.

La tradizione indiana, dall'Advaita Vedanta, arriva allo stesso punto per un'altra strada: il Sé (Ātman) è già conoscenza, identico a Brahman. L'ignoranza (avidyā) è solo un velo. Il maestro non trasmette nulla — rimuove l'ostacolo. Non dà la luce, toglie ciò che la copre.

Jung ha la stessa intuizione, gli archetipi sono strutture preesistenti all'esperienza individuale, depositate nell'inconscio collettivo. Certi libri risuonano perché attivano strutture già presenti in profondità, non perché introducano qualcosa di esterno. Il testo è uno specchio, non un contenitore.

Per Evola la conoscenza superiore non si apprende, si sveglia. La dottrina tradizionale non informa l'intelletto, riattiva qualcosa che era già lì in stato latente. 

La convergenza è notevole. Tradizioni lontanissime tra loro — la Grecia classica, il neoplatonismo, il Vedanta, la psicologia del profondo, la prospettiva tradizionalista — arrivano tutte allo stesso punto: il riconoscimento precede l'apprendimento. Esiste una conoscenza anteriore all'esperienza. I testi e i maestri funzionano come specchi, non come fonti.

Se vi è dunque capitato di specchiarvi in un autore invece di essere formati da lui, non stavate subendo un condizionamento. Stavate semplicemente mettendo a fuoco qualcosa che era già vostro.

Da dove viene dunque questa conoscenza che precede l'esperienza? Le risposte che abbiamo visto divergono — l'anima preesistente di Platone, il Nous di Plotino, l'Ātman vedantico, l'inconscio collettivo junghiano, il senso metafisico evoliano. Ma su un punto convergono tutte, non siamo una tabula rasa. Non lo siamo mai stati.

Gestione delle apparenze

C'è una convinzione sempre più diffusa, sdoganata anche da una certa comunicazione pop sulla salute mentale, ovvero che dentro ognuno di noi c'è uno spazio intoccabile, un lato oscuro che non va mostrato a nessuno. Tienilo chiuso eh. Proteggilo! Perché chi lo vede poi scappa. Il messaggio viene confezionato sui social come grande saggezza....non lo è, è piuttosto la mappa perfetta per l'isolamento. Perché se il lato più "scomodo", le paure, le contraddizioni, le zone d'ombra, diventa qualcosa da nascondere per forza, allora ogni rapporto viene costruito su una maschera. Ma i rapporti veri nascono proprio dal contrario. Dal momento in cui si mostra quel lato a qualcuno e quello non scappa. Anzi, tira fuori il suo. Questo è il punto di non ritorno di un rapporto autentico. Altro che chiudersi sempre, quella non è protezione, ci si condanna solo a diventare monadi con rapporti di superficie.

Ecco uno dei motivi per cui gli psicologi in questo periodo storico si stanno riempiendo le tasche. Perché a fronte di queste concezioni ultradifensive poi la gente si rivolge agli sconosciuti, pagandoli. La selezione è necessaria ovviamente, non si apre a chiunque. Ma la questione è opposta a quella che viene venduta da certi fumettisti pop o dagli influencer "saggi" ipercondivisi sui social. Non è vero che bisogna chiudere il proprio lato oscuro al mondo. C'è da trovare piuttosto le due o tre persone a cui vale la pena aprirlo. È l'unica vera ricchezza. Il resto è gestione delle apparenze e spreco di denaro.



Ancora narcisisti

Ogni tanto torniamo su questo argomento che ci rende tanto antipatici, ma è necessario.

Il narcisista non esiste.

O meglio, esiste, ma non è il tuo ex. Non è la tua ex. Non è quella persona che ti ha fatto stare male due anni fa e che ora hai etichettato con una diagnosi presa da un video della Bruzzone. 

Il "narcisismo" è diventato la parola più abusata del decennio. Prima era "tossico". Prima ancora era "manipolatore". 

Sappiate che c'è un'industria intera, composta da psicologi compiacenti e "influencer" del benessere emotivo che campa su questa roba. 

Il meccanismo è sempre lo stesso, trasformare ogni relazione andata male in un crimine, ogni ex in un mostro clinicamente classificabile, ogni persona ferita in una vittima certificata. 

La realtà delle relazioni umane è però differente.

Dietro la maggior parte di queste storie non c'è nessun narcisista. C'è una persona insicura che non sa cosa vuole. C'è un'altra persona che sceglie, inconsciamente, sistematicamente, chi la tratterà male, perché è l'unico tipo di amore che riconosce come reale. C'è chi confonde l'intensità con la profondità, il conflitto con la passione, il bisogno con il desiderio. C'è chi non ha mai fatto i conti con sé stesso e riversa su un'etichetta diagnostica la responsabilità di quella mancanza.

Una analisi seria sa che le relazioni disfunzionali si costruiscono in due. Che chi attrae ripetutamente lo stesso tipo di persona dovrebbe smettere di studiare l'altro e cominciare a studiare sé stesso. Che la domanda non è "perché lui è così?" ma "perché io scelgo sempre qualcuno così?"

Invece no. Abbiamo una guerra tra i sessi alimentata a diagnosi a colpi di reel. Gli uomini accusano le donne di essere narcisiste. Le donne accusano gli uomini di essere narcisisti. Ognuno è la vittima dell'altro. Ognuno ha il suo esperto digitale che gli dà ragione, che gli spiega perché ha ragione.

A "qualcuno" conviene così, mantenere le persone nell'identità della vittima, immobili, risentite, dipendenti da chi le somministra e le convalida.

La guerra tra i sessi continua.


"Oltre l'abisso: geografia del black metal e ascesi"

Come è già accaduto con la prima parte, “Dal nichilismo alla trascendenza: il black metal come fenomeno spirituale”, tradotto in tre lingue, sentirete parlare poco di questo libro dalle riviste di settore.
Perché abbiamo dedicato due volumi a una forma musicale che la cultura ufficiale considera marginale, adolescenziale, al limite grottesca? La risposta è all'interno del testo.

Questa seconda e ultima parte, percorre il genere come nessun altro ha fatto finora. È un'analisi geografica e spirituale: come questa musica, nata in un preciso momento storico e culturale del Nord Europa, si è propagata in ogni angolo del mondo trasformandosi — assorbendo le tensioni locali, le tradizioni precristiane, le crisi identitarie, le esigenze ascetiche che ogni civiltà porta con sé in modi diversi.

Il black metal come fenomeno globale non è mai stato letto attraverso la lente della Tradizione, della ricerca interiore, del rapporto tra uomo e sacro — nei suoi aspetti più oscuri e più alti al tempo stesso. Qui lo è.
Chi legge questi testi sa già che non cerchiamo il consenso facile. Chi li ignora, per convenienza o per paura, conferma involontariamente la necessità di scriverli.

"Oltre l'abisso. Geografia del black metal e ascesi", disponibile: https://amzn.eu/d/07vuGYb9




Comunali e quote rosa

Nelle elezioni nazionali si vota un partito, si elegge un rappresentante, e poi quel rappresentante segue diktat che arrivano da organismi sovranazionali che nessuno ha eletto. Il margine di manovra è risicato, la sovranità è una finzione scenografica. Le elezioni comunali sono un'altra cosa. Chi vince si occupa delle strisce pedonali sotto casa tua, del parcheggio nel tuo quartiere, della manutenzione delle strade, dei servizi che tocchi ogni giorno con mano. Qui la politica è amministrazione concreta della vita quotidiana. Per questo il voto comunale vale, nonostante i soliti meccanismi in cui si candidano cani e porci in cerca di sistemazione. Detto questo, la solita questione dei sessi è ridicola. Per esprimere le preferenze ai consiglieri, si è obbligati a indicare un uomo e una donna. Non i due che si ritengono più competenti. Se si valuta che i due candidati migliori sono entrambi uomini, o entrambe donne, non importa, la parità di facciata viene prima della qualità. Bisogna scegliere qualcuno che non reputi all'altezza semplicemente perché appartiene al sesso giusto per quella casella. Questo sarebbe rispetto per le donne? È una certificazione istituzionale che, lasciati liberi, i cittadini non sceglierebbero abbastanza donne, quindi bisogna costringerli. Un insulto travestito da tutela. Il Comune merita attenzione. Meriterebbe anche elettori liberi di scegliere i migliori, senza ridicole quote rosa.



Struttura

Chi se la prende con il mondo senza interrogarsi su se stesso è miope. Credere che il disordine sia là fuori, in qualcosa da correggere, riformare, abbattere. La politica, l'attivismo, il progresso, tutte parole che promettono di agire sul mondo come si agisce su un oggetto esterno, separato da chi lo maneggia. L'obiezione classica è che il mondo continua a fare schifo anche quando le persone migliorano. La guerra esiste indipendentemente dal mio stato interiore. Il corrotto comanda a prescindere da quanto io sia integro. Vero. Ma difatti non si sostiene che l'uomo "trasformato" fermi le guerre con la meditazione. Si sostiene che ogni sistema umano è la somma esatta di chi lo ha costruito e di chi lo ha lasciato fare. Chi non ha fatto i conti con la propria invidia costruisce gerarchie che puniscono il merito. Chi non riconosce la propria mediocrità la perseguita negli altri. È così via. Il corrotto non governa nel vuoto. Governa perché altri, non "trasformati", non onesti con se stessi, lo eleggono, lo coprono, lo imitano, lo invidiano in silenzio. È struttura. Non è banale pensiero positivo, non è un concetto new age. Lo diceva Socrate 2400 anni fa. Il cambiamento reale comincia interiormente, dove fa più paura guardare.



Esercito italiano

In Italia l'esercito è pagato per fare cosa esattamente?
Crediamo sia una domanda legittima dati i numeri.

Le Forze Armate italiane contano oggi circa 165.000 militari in servizio. Di questi, 21.598 sono ufficiali,  una percentuale sproporzionata rispetto a qualsiasi logica operativa. Leggiamo che su 165.556 uomini censiti nel 2019, le Forze Armate italiane contavano 19.969 ufficiali, 63.826 sottoufficiali e 81.761 militari di truppa e volontari. Più di un ufficiale ogni due soldati effettivi. Un esercito di generali senza esercito insomma.

Leggiamo inoltre che la Corte dei Conti ha rilevato che il 65,7% delle risorse finanziarie della Difesa è destinato alle spese per il personale, contro una media NATO che dovrebbe orientarsi verso una distribuzione molto più equilibrata tra personale, esercizio e investimenti. Insomma qui in Italia si spende la quasi totalità del budget militare per pagare stipendi, non certo per addestrare, per equipaggiare, per operare. 

L'Italia detiene il primato di essere il Paese NATO con la percentuale di spesa per il personale più alta di tutta l'Alleanza. 

Vorremmo sapere, cosa fanno, concretamente, queste persone? Molti presidiano strutture il cui scopo è opaco, svolgono turni ridotti, gestiscono burocrazia interna, occupano posizioni create appositamente per giustificare gradi e stipendi. 

Si è costruita una struttura pensionistica travestita da forza armata. Il risultato è un apparato che consuma risorse senza produrre capacità, che occupa spazio istituzionale senza presidiare territorio, che esiste per perpetuare sé stesso. Miliardi spesi non per difendere il Paese, ma per mantenere in vita un sistema che non è un esercito. È una rendita in divisa.

"La ragione è bastarda" di Andrea Zoppolato

"La ragione è bastarda" di Andrea Zoppolato è un romanzo di formazione ambientato nella Roma degli anni Settanta, durante gli anni di piombo. Protagonista è Cayenna, giovane militante dell'estrema destra con una inclinazione contemplativa, egli cerca nei libri, nella musica, in un senso del trascendente qualcosa che il partito non gli dà. Al suo fianco Romano, amico d'infanzia di sinistra, polo opposto eppure complementare.

La struttura — ogni capitolo intitolato a una canzone, dai Genesis a Lou Reed, da Klaus Schulze a Battisti — vuole rendere la colonna sonora di un'epoca e di una giovinezza.

Zoppolato conosce quella Roma, si respira nel corso delle pagine l’atmosfera di quegli anni.

Il protagonista Cayenna sente l'esistenza di qualcosa di più profondo della politica di sezione, arriva a sfiorare Steiner, Guénon, Freda, La Rochelle, ma li trova e li lascia senza che diventino strumenti di comprensione reale. Molti di quella generazione avevano quei libri in casa senza averli mai davvero attraversati.

Il romanzo mette in scena una generazione che cercava forme, gerarchie, appartenenza, eroismo, senza avere gli strumenti per capire cosa stesse cercando. Quella ricerca porta Cayenna dall'esoterismo alla militanza armata. Il passaggio dai libri alle pistole non è una svolta improvvisa ma una deriva lenta in cui ogni passo sembra necessario. Acca Larentia, i disordini di piazza Istria, il covo dei NAR, l'ordine di uccidere l’amico Romano: Zoppolato ricostruisce quella discesa senza indulgenza, ma anche senza toni accusatori.

Alla fine, il racconto dà ragione a Odino — il camerata che aveva sentenziato che “la ragione è bastarda” — non perché avesse ragione davvero, ma perché quella generazione non ebbe mai il tempo di scoprirlo.

A tratti ci ha ricordato il romanzo “Un gioco da ragazzi” di Enrico Ruggeri. Il testo ha il merito raro di aver raccontato quella gioventù dall'interno, senza retorica e senza processo.


Adolescenti

«Sono tutti così.»

Spezziamo ogni tanto una lancia a favore delle giovani generazioni, perché nessuno mai lo fa.

Si sente spesso dire, quando si parla di figli adolescenti, che "sono tutti così ". La figlia che in casa non muove un dito, il figlio egoista, indifferente a tutto. In generale figlie e figli spenti. 

La spiegazione consolatoria arriva sempre puntuale "eh, è l'età, è la generazione".

Non è vero. Non sono tutti così.

Ci sono figli che aiutano in casa senza che nessuno glielo chieda due volte. Ci sono adolescenti con passioni vere, coltivate con serietà. Ci sono giovani capaci di empatia, di impegno, di sacrificio. Esistono, e non sono solo eccezioni, sono il risultato di un'educazione.

C'è poi un'altra credenza da smontare, quella che a tredici, quattordici anni si debba essere per forza degli esseri incerti, fragili, incapaci di reggere qualsiasi responsabilità. Come se l'adolescenza fosse una malattia temporanea da sopportare. Eppure a quell'età, e non in epoche remote, si lavorava. Si contribuiva al sostentamento della famiglia. Andando più indietro, si governava. Alessandro Magno ricevette Aristotele come precettore a tredici anni e condusse le prime campagne militari a sedici. La categoria dello smidollato cronico non è biologica, è culturale. 

Certamente è innegabile che il contesto storico lasci tracce. Certe tendenze generazionali esistono davvero. La tecnologia pervasiva ed i social hanno modificato tante cose nella crescita dei ragazzi. Ma una tendenza non è tutto.

«Sono tutti così» è una frase che non dice nulla. Dice che si preferisce la media statistica alla responsabilità educativa. Che è comodo allinearsi al peggio.

Un figlio apatico, menefreghista, incapace di contribuire anche solo alla vita domestica non è un fenomeno naturale. È il risultato di scelte. E finché si continua a invocare il tutti come scudo, quelle scelte non si esamineranno mai.

L'autoassoluzione è comoda. Ma non educa nessuno.


L'illusione della massa

"Stavolta non ci fregano"

L'illusione del popolo che si sveglia se ben informato fa campare tanta gente della controinformazione.

Che il basso possa rovesciare l'alto, che la massa si autogoverni, che il popolo — finalmente sveglio — prenda in mano il proprio destino, sono barzellette. Lo sappiamo tutti che se domani volessero davvero spingere con una nuova pandemia basterebbe fare leva sulla paura e saremmo punto e a capo.

È una favola antica. E come tutte le favole, ha bisogno di essere raccontata periodicamente per mantenere la sua funzione.

La massa non è una categoria numerica, è una categoria qualitativa. È l'uomo che non si chiede nulla di più di ciò che già è. Può riempire le piazze, può urlare slogan ma non può incidere.

Nella Repubblica di Platone, la democrazia non è il trionfo del popolo, è la sua patologia terminale. Governare non è istinto — è episteme, conoscenza. E la conoscenza non si vota, non si democratizza. O la si possiede o non la si possiede.  Sovvertire certi principi non libera nessuno, mette semplicemente il timone nelle mani di chi non sa dove andare.

Huxley la formulò con chirurgica eleganza: il compito delle élite non è lavorare, ma pensare a come organizzare il mondo. Il resto è esecuzione.

Oggi le élite non sono i filosofi della Repubblica di Platone. Sono i tecnocrati di Davos, i gestori del consenso, i proprietari delle piattaforme su cui la massa si illude di ribellarsi. Un'oligarchia senza mandato spirituale, senza visione, senza legittimità — solo potere orizzontale, finanziario, mediatico.

La massa che si crede rivoluzionaria non fa che agitarsi dentro un recinto che altri hanno costruito. La controinformazione, i movimenti dal basso, i popoli che si svegliano — sono valvole di sfogo, non rotture del sistema. Rumore autorizzato.

La massa era massa cinquemila anni fa. Lo è oggi. Lo sarà alla fine del mondo.

Chi crede alle rivoluzioni dal basso crede, in fondo, che i fiumi risalgano le montagne. Un'idea poetica. Inutilmente poetica.


La dignità al contrario

In Italia, chi tira su un muro ha più di cinquant'anni o viene da un altro continente. Il muratore sotto i quaranta con passaporto italiano è una specie in estinzione. Lo stesso vale per l'idraulico, il falegname, l'elettricista, il carrozziere, il giardiniere. Mestieri che reggono il paese, svolti da chi il paese lo sta lasciando, per età o per origine.

Il genitore medio italiano ha un sogno: il figlio non deve fare quello che ha fatto lui. Il figlio deve studiare. Deve diventare qualcosa. Medico, ingegnere, avvocato, oppure, nell'era digitale, qualche figura dal nome vago che si svolge davanti a uno schermo. Il lavoro manuale non è contemplato. Non è un'opzione, è una sconfitta. 

Se li senti, i loro figli sono tutti dei geni. Poi ci parli e scopri che sanno a malapena legarsi le scarpe. Il punto è che non tutti hanno vocazione e attitudine per i mestieri di intelletto. Il medico non può farlo chiunque. Stesso discorso per l'ingegnere, l'avvocato, qualsiasi lavoro che richieda un certo tipo di mente. Esistono persone con una capacità manuale spiccata, un'intelligenza pratica, una predisposizione concreta che vale quanto qualsiasi altra — e che in altri paesi viene riconosciuta e coltivata. In Italia no. Qui la scuola promuove tutti, crea titoli che si ottengono per accumulo di protocolli memorizzati, avalla l'illusione che la vocazione non esista e che il diploma/la laurea siano un diritto. Così si passa, si prende il pezzo di carta, si esce con una media presentabile da un percorso che in molti casi non ha formato nulla.

Il risultato è una generazione convinta di meritare una scrivania per diritto acquisito, mentre i cantieri girano con braccia straniere e gli artigiani in pensione non trovano chi raccogliere il mestiere.

Nel frattempo, gli stessi genitori che hanno coltivato questo disprezzo silenzioso verso il lavoro manuale si lamentano delle città cambiate, degli stranieri ovunque, dell'insicurezza. Non collegano i punti. O non vogliono farlo.

Il nodo è culturale, non economico — o almeno, non solo economico. Certo, molti mestieri manuali sono sottopagati, e questo andrebbe affrontato. Ma il problema viene prima: è la concezione. In Italia il lavoro che si fa con le mani è ancora percepito come il segno di chi non ce l'ha fatta. Una condizione da cui affrancarsi, non una scelta da rispettare. Finché questa gerarchia morale non crolla, nessun incentivo salariale basterà. I figli continueranno a non volerlo fare, e i genitori continueranno a dargli ragione.


Enter the void di Gaspar Noè

Enter the Void dell'argentino Gaspar Noè  è un film del 2009.

Questo non è cinema d'intrattenimento, è un film che sembra un lungo trip, che obbliga a guardare la morte dall'interno.
La macchina da presa non inquadra il protagonista. È il protagonista stesso. È lo spettatore stesso ad essere uno spacciatore americano a Tokyo. Lo si vede attraverso i suoi occhi ogni istante della sua vita e anche dopo. L'anima fluttua, la coscienza non si spegne, e Noé trascina in un bardo visivo e allucinatorio che ha le radici nel Libro tibetano dei Morti, quella dottrina antica secondo cui il morente non sparisce, ma attraversa stati intermedi tra dissoluzione e rinascita.

Non è un film facile. È lungo, stordente, deliberatamente eccessivo. Il neon di Tokyo si mescola ai flashback d'infanzia, alle visioni psichedeliche, ai corpi, al vuoto. 
Sotto questa superficie aggressiva pulsa l'antica domanda: cosa resta, quando non resta più niente? La coscienza è un fuoco che continua ad ardere anche quando il combustibile è esaurito, o si spegne con il corpo che la ospitava?

Enter the Void è una delle poche opere che prende sul serio l'ipotesi che forse la coscienza è solo un fenomeno temporaneo, e che l'unica cosa che si può fare è guardarla dissolversi senza distogliere lo sguardo.

Lo consigliamo. È lungo, non scorrevole, ma poche volte il cinema ha avuto il coraggio di portare così vicino all'unica esperienza che non si può raccontare.

Mode canine

La moda del cane non ha nulla a che vedere con l'amore per gli animali.
Come tutte le mode, per molti (non per tutti, ovviamente) non nasce dal rispetto, nasce dal bisogno di appartenere, di sembrare, di esibire. Bisogna averlo, possibilmente di razza, possibilmente imponente, possibilmente fotogenico. 
Poi, una volta comprato, questo cane viene celebrato, messo al centro di ogni storia sui social. Diventa un accessorio emotivo e viene usato.

L'etologo Konrad Lorenz sosteneva che il cane è l'unico animale che ha scelto l'uomo. Ha rinunciato a qualcosa di selvatico per qualcosa di relazionale. L'uomo, in cambio, gli dovrebbe dare almeno la decenza di capire cosa si è tenuti a dare. Dovrebbe perlomeno informarsi prima di prendere una razza piuttosto che un'altra e non in base all'estetica. La razza non è un'estetica, c'è tutta una storia da conoscere dietro.

Giorni fa siamo capitati in un appartamento di cinquanta metri quadri e all'interno tenevano...un Malinois!!
Che violenza. Il pastore belga è un animale costruito per il movimento, per lo spazio, per il lavoro. Secoli di selezione hanno modellato un essere che ha bisogno di correre, di fare. Tenerlo in un appartamento è una negazione sistematica della sua natura. È come tenere un falco in gabbia e convincersi di amarlo perché gli dai da mangiare ogni giorno.

Quando fai notare questo egoismo sentimentale ti rispondono piccati: "non puoi capire che significa perché tu non ne hai!". 
Poi ci sono le passeggiate, i video sui social, la narrativa del padrone responsabile. Nel frattempo l'animale consuma energia nervosa nelle quattro mura, soffrono in silenzio, non protestano, sopportano. E questa sopportazione viene scambiata per adattamento.

Prima di comprare un cane a casaccio per sentirsi fighi, bisognerebbe porsi una domanda: quell'animale, in quel contesto, può esistere come ciò che è?
Chi non si pone questa domanda non ama i cani. Li possiede e sta solo colmando dei vuoti personali.

TikTok, la liquidazione del pensiero.

Social network come Facebook, con tutti i loro ENORMI limiti e incongruenze censorie, lasciano ancora spazio al testo. Si possono leggere ragionamenti, articolare idee, sostenere un argomento per più di tre righe. È pur sempre un social, ma conserva una traccia di discorso.
TikTok ha cancellato anche quella traccia. È la fiera dopaminica del frammento: video di pochi secondi, balletti, smorfie, "coreografie" ripetute fino allo sfinimento. Ne viene fuori una umanità a dir poco imbarazzante..

Se osserviamo le metriche di Tiktok notiamo che un qualsiasi video becero di un balletto improvvisato nel cesso può ottenere molte migliaia di visualizzazioni in poche ore. Questo significa che lì, davanti a quella vacuità, milioni di persone consumano la parte più consistente delle proprie giornate. Ce ne rendiamo conto?

Qualcuno obietterà che esiste anche chi pubblica contenuti più intelligenti. Vero, ma irrilevante. Il formato non è progettato per il pensiero: è progettato per lo scorrimento compulsivo, per la sostituzione continua dello stimolo, per impedire qualsiasi sosta riflessiva. Anche il contenuto più colto, calato in quel contenitore, viene ridotto a pillola, a slogan, a frammento estetizzato. La forma divora la sostanza. Noi stessi da anni cerchiamo di usare questi mezzi per dare degli input di approfondimento esterno ma qui si va oltre.

TikTok non è un social come tanti, è un dispositivo di addestramento alla dispersione. Un'infrastruttura che educa milioni di persone a non reggere più di quindici secondi di attenzione, a confondere lo stordimento con l'intrattenimento, la ripetizione breve con la cultura. E quando un'intera generazione cresce dentro questo ritmo, non perde solo la capacità di leggere un libro, perde proprio la capacità di pensarsi.

Qui non è una questione di "vecchio" contro nuovo. È una questione di struttura. 
Da anni diciamo queste cose, sembrava un punto condiviso. Poi però li abbiamo visti sbarcare lì uno per uno, anche quelli che giuravano "io lì non ci metterò mai piede", anche quelli che si vantavano di fare cultura. Siete quasi tutti lì, ormai
Intellettuali, divulgatori, gente che si professa attenta alla qualità del pensiero. Tutti lì, dentro lo stesso flusso che fino a ieri denunciavano. 
Alla fine han vinto loro e chi credeva di poterlo "usare diversamente" si è scoperto usato.

Alex Zanardi: un esempio di Volontà

Alex Zanardi è morto il 1° maggio. Lo stesso giorno di Senna, trentadue anni dopo.
Jung avrebbe parlato di sincronicità, quelle coincidenze che non spiegano nulla sul piano causale, eppure sembrano dire qualcosa. Come se due vite, in punti diversi del tempo, si chiudessero nello stesso istante perché legate da un filo che la ragione non vede ma l'anima riconosce.

Senna e Zanardi, due uomini che del rapporto col limite avevano fatto la propria forma. Il destino li ha uniti su quella data.

Zanardi non era un uomo senza cedimenti. Avrá avuto le sue notti, i suoi dubbi, i suoi momenti di buio, ma evidentemente aveva intuito che la volontà non è uno sforzo, è una direzione.
Lo sforzo si esaurisce. La direzione no.
Chi vive di sforzo cede prima o poi, perché lo sforzo è una guerra interna, e nessuno regge a lungo una guerra contro sé stesso. Chi invece ha trovato una direzione può anche cadere, piangere, dubitare, poi però si rialza e riprende il cammino, perché sa dove sta andando. È per questo che certi uomini, davanti a tragedie che ne piegherebbero dieci altri, riescono a non spezzarsi.
Zanardi era uno di quelli. 
Un uomo che sapeva sempre rimettersi a fare la cosa successiva.
Era altrove. Non in un altrove mistico, né consolatorio ma in quel punto esatto in cui un uomo smette di chiedersi "perché è successo a me" e semplicemente vive.
È una soglia che pochissimi attraversano, varcarla è molto dura, costa molto, costa smettere di tenersi stretto il proprio dolore come fosse l'ultima cosa che ci appartiene.
Zanardi quel dolore lo aveva lasciato andare, non una volta sola, ma ogni mattina.
Ora che se ne è andato resta lui, la sua vita, a indicare quella direzione a chi avrà occhi per vederla. Onore a lui.

RIP

Il solito primo maggio

La Festa del Lavoro sia innanzitutto una festa DAL lavoro. Il lavoro moderno — catena di profitto, strumento di sfruttamento, meccanismo di perpetuazione dello status quo tramite ricatto economico — non è emancipazione né realizzazione personale. 

Il culto del lavoro è la malattia della modernità. Peraltro è una festa ormai diventata finzione, sempre più negozi aperti, supermercati operativi, cassieri al banco e magazzinieri sui muletti il primo maggio. Non per necessità, ma perché il mercato non si ferma, perché il consumo non conosce giorni sacri. La retorica della festa del lavoratore si celebra mentre il lavoratore lavora. 

Nel frattempo sfilano i sindacati che, ricordiamo, avallarono il green pass, e sul palco del concertone si esibiscono "artisti" ogni anno più imbarazzanti. Una liturgia stanca, officiata da chi ha trasformato la tutela dei diritti in gestione del consenso. Come sempre rifiutiamo la retorica tossica del lavoro che nobilita. Celebriamo invece il tempo di qualità.




Miserie locali

Per le elezioni comunali vediamo liste strabordanti di candidati che fino a ieri non si erano mai occupati di nulla che non fosse se stessi. Gente improvvisata, totalmente avulsa alla politica. Volti nuovi che fingono entusiasmo con false dichiarazioni di servizio alla comunità. 

La politica locale viene percepita dalla gran parte di tali candidati, come una via per la sistemazione. Il consiglio comunale è l'anticamera. Il parlamento nazionale è il traguardo per ciò che si può ottenere, ovvero indennità, vitalizi, relazioni, porte che si aprono. Il bene comune è il travestimento retorico di un progetto interamente personale.

Non è che il semplice consigliere comunale prenda uno stipendio (va a gettoni di presenza per ogni seduta a cui partecipa, cifre basse), ma il vero tornaconto sta in altri aspetti. Ad esempio, nei permessi retribuiti o in appalti, nomine, favori, scorciatoie varie.

Il consigliere comunale di paese non si "sistema" economicamente in senso diretto, ma costruisce visibilità, credenziali per salire. Il mandato locale è un investimento, non una rendita immediata. 

Ciò che fa sorridere non è il fenomeno in sé ma la spudoratezza. Il cambio di partitello non viene più nemmeno giustificato ideologicamente. Ci si sposta tranquillamente dove tira il vento in quel momento. Anni fa, quando ci fu il boom dei cinque stalle, nei comuni tutti volevano candidarsi lì, "perché quel partito sta tirando, vai infilati!". Poi quando quel partito non tirava più, si ripresentarono con altre casacche e la stessa faccia da ebeti. Senza nessuna vergogna eh, tranquillissimi, non c'è più nemmeno la finzione di un'idea da difendere.

Stiamo generalizzando?

Mica tanto, quelli che si presentano realmente per contribuire al bene comune sono una esigua minoranza. 

Miserie elettorali.


Dinamiche da psicosetta

Abbiamo di recente sperimentato la dinamica da psicosetta citando due soggetti che ben si prestano per mostrarne i meccanismi: Biglino e Malanga. 

La stessa dinamica discussa vale per decine di figure che popolano i circuiti alternativi, esoterici, spirituali, controculturali. Chi li segue spesso li conosce bene. Ha letto i libri, ha seguito le conferenze. Non stiamo parlando dunque di adesioni superficiali o aprioristiche in tal senso. Il problema è l'opposto: si conosce così a fondo un impianto da non riuscire più a uscirne. Anni di letture, di schemi assimilati, di linguaggio interiorizzato. A un certo punto non si sta più seguendo una teoria, si diventa quella teoria. Il sistema di pensiero del guru è diventato la lente attraverso cui si organizza il reale, si riconoscono i propri simili, si distingue chi capisce da chi non capisce. Smontarli significa perdere un'identità, un linguaggio comune, una comunità. È questa la vera struttura della psicosetta. 

Ora, su Biglino, su cui tanti si sono inalberati, esistono già confutazioni serie, prodotte da persone competenti. Il biblista Danilo Valla ha contestato punto per punto alcune delle traduzioni chiave. Simone Venturini, professore di ebraico, ha esaminato grammaticalmente la lettura plurale di Elohim. In generale esistono analisi sistematiche che mettono in discussione l'impianto metodologico. Chi vuole approfondire può trovarli senza difficoltà in rete. Non è questo il punto che ci interessa affrontare qui. 

Il caso di Biglino è emblematico non per le sue tesi, ma per il modo in cui le sorregge — e che in molti hanno ripreso nei commenti. La sua mossa è astuta, egli non afferma di essere l'unico ad aver capito. Si presenta piuttosto come chi applica un metodo filologico neutro, e lascia che siano i testi a parlare, scaricando sull'ascoltatore la responsabilità delle conclusioni. Sembra umiltà. In realtà è squalifica sistematica. Perché il risultato finale è che la traduzione letterale viene eretta a unica lettura onesta, e duemila anni di esegesi vengono liquidati come sovrastruttura teologica, cioè come distorsione ideologica. Una superiorità metodologica implicita è più difficile da contestare di un'affermazione diretta, e proprio per questo è più efficace come strumento di cattura. Ma conoscere una lingua è il punto di partenza, non il punto di arrivo. L'interpretazione di un testo antico richiede consapevolezza del contesto storico, culturale, liturgico, delle tradizioni di lettura stratificate nei secoli, dei meccanismi con cui una lingua funziona non solo lessicalmente ma retoricamente, simbolicamente, intertestualmente. Senza tutto questo, la traduzione letterale non è "rigore". E il fatto che ogni anno nasca un nuovo guru con la propria traduzione definitiva, ciascuna incompatibile con le altre, è già di per sé la confutazione del metodo. Nascono chiesette e movimenti di continuo, ognuno convinto di aver capito meglio degli altri, ognuno con la propria struttura — fisica o psichica. Il seguace assorbe queste logiche insieme alle tesi, si convince di pensare fuori dagli schemi e finisce per abitare lo schema più rigido che esista: quello in cui la verità appartiene a uno solo e dubitarne è tradimento. Il guru lo sa. La psicosetta non nasce mai per caso.

Psicosette

C'è un fenomeno che merita attenzione non tanto per i suoi protagonisti, quanto per il pubblico che li circonda.

Se si citano determinati soggetti, scatta subito l'allarme e si viene accusati di "non capire", di "non sapere", "di essere gatekeeper".

Ci sono proprio dei nomi per cui si attiva tale meccanismo, ce ne sono parecchi del passato ma anche del presente.

Osservate cosa accade, prendiamone due attuali.

Dunque Mauro Biglino e Corrado Malanga, due figure diverse ma che hanno una premessa identica: tutto ciò che è venuto prima era sbagliato, incompleto o deliberatamente occultato, e solo adesso, grazie a loro, possiamo finalmente capire.

Biglino avrebbe decifrato le Scritture come nessuno nei tremila anni precedenti aveva saputo fare. Filologi, teologi, rabbini, mistici, Padri della Chiesa, tradizioni esegetiche intere, tutto spazzato via da un ex traduttore della San Paolo che ha scoperto gli alieni nell'Antico Testamento. Millenni di esegesi ridotti a un equivoco collettivo. 

Malanga fa lo stesso, gli studi sul paranormale, la psicologia del trauma, la letteratura sulle esperienze anomale? Inutili. Lui ha il metodo, lui ha capito, lui ha trovato la chiave.

Revisionismo radicale, è lecito. 

Non è nostra intenzione entrare nello specifico di tali posizioni, chi vuole approfondire può farlo.

Ci limitiamo a far notare la sociologia del pubblico che li segue. 

Chiunque provi a esprimere una riserva su queste figure sa esattamente cosa succede, si scatena qualcosa che è tipico della risposta immunitaria di una setta. Aggressioni, delegittimazioni, accuse di essere in malafede o al soldo di qualche oscuro potere. 

Questo è esattamente il tipico segnale di meccanismi da struttura para-religiosa dove non può esistere il dubbio interno perché il dubbio mina l'autorità del "profeta", e con essa l'identità di chi in quel profeta ha investito. Il seguace di Biglino o di Malanga ha adottato una visione del mondo, un'identità, una comunità. Attaccarne le fondamenta significa attaccare lui stesso.

Provate a muovere obiezioni su costoro e osservate voi stessi cosa accade..

Li riconosci ancora?

Ci sono persone che conosci da anni. Persone con una voce, un carattere, una presenza. Magari con indole particolare, magari ansiose, magari con periodi di crisi. Persone, insomma. Poi le rivedi dopo anni. E quando le reincontri, qualcosa non torna. Non sono tristi, sono... spente. Come se qualcuno le avesse riprogrammate su altre frequenze. Gli occhi ci sono ma lo sguardo non è più quello. Rispondono, sorridono, "funzionano", ma quella scintilla che le rendeva loro non c'è più. Non le riconosci più. Ci avete fatto caso? E il fenomeno aumenta sempre più.

Non si sta parlando di persone con disturbi seri. Si parla di persone normali, persone con ansia, con periodi difficili, con quella che una volta si chiamava semplicemente la vita che pesa, finite sotto psicofarmaci come se il disagio esistenziale fosse un'avaria meccanica da correggere con la chimica giusta.

Qualcuno ora si sentirà toccato, ci dispiace, ma queste cose vanno dette perché ormai si danno per scontate. Non lo sono. Non bisogna ricorrere a farmaci per ansie e "tristezze" varie. Non è la soluzione e non si torna più indietro.

Una persona in crisi richiede tempo, presenza, attenzione. Deve lavorare su di sé, i mezzi li abbiamo. Ma è molto più rapido (e redditizio) darle una molecola che la renda gestibile. Funzionale. Silenziosa.

Medicalizzazione del carattere.

Per fingere di sorridere nel mondo.

E così dopo qualche anno, quella persona che conoscevi, con le sue contraddizioni, le sue tempeste, la sua presenza ingombrante e viva è diventata qualcosa di più tranquillo, più gestibile....più vuoto. "Tecnicamente" sta bene. Ma non è più lei. Solo noi osserviamo questo scempio?

Sedati.