Esercito italiano
"La ragione è bastarda" di Andrea Zoppolato
"La ragione è bastarda" di Andrea Zoppolato è un
romanzo di formazione ambientato nella Roma degli anni Settanta, durante gli
anni di piombo. Protagonista è Cayenna, giovane militante dell'estrema destra
con una inclinazione contemplativa, egli cerca nei libri, nella musica, in un
senso del trascendente qualcosa che il partito non gli dà. Al suo fianco
Romano, amico d'infanzia di sinistra, polo opposto eppure complementare.
La struttura — ogni capitolo intitolato a una
canzone, dai Genesis a Lou Reed, da Klaus Schulze a Battisti — vuole rendere la
colonna sonora di un'epoca e di una giovinezza.
Zoppolato conosce quella Roma, si respira nel corso
delle pagine l’atmosfera di quegli anni.
Il protagonista Cayenna sente l'esistenza di
qualcosa di più profondo della politica di sezione, arriva a sfiorare Steiner,
Guénon, Freda, La Rochelle, ma li trova e li lascia senza che diventino
strumenti di comprensione reale. Molti di quella generazione avevano quei libri
in casa senza averli mai davvero attraversati.
Il romanzo mette in scena una generazione che
cercava forme, gerarchie, appartenenza, eroismo, senza avere gli strumenti per
capire cosa stesse cercando. Quella ricerca porta Cayenna dall'esoterismo alla
militanza armata. Il passaggio dai libri alle pistole non è una svolta
improvvisa ma una deriva lenta in cui ogni passo sembra necessario. Acca
Larentia, i disordini di piazza Istria, il covo dei NAR, l'ordine di uccidere l’amico
Romano: Zoppolato ricostruisce quella discesa senza indulgenza, ma anche senza toni
accusatori.
Alla fine, il racconto dà ragione a Odino — il
camerata che aveva sentenziato che “la ragione è bastarda” — non perché avesse
ragione davvero, ma perché quella generazione non ebbe mai il tempo di
scoprirlo.
A tratti ci ha ricordato il romanzo “Un gioco da ragazzi” di Enrico Ruggeri. Il testo ha il merito raro di aver raccontato quella gioventù dall'interno, senza retorica e senza processo.
Adolescenti
«Sono tutti così.»
Spezziamo ogni tanto una lancia a favore delle giovani generazioni, perché nessuno mai lo fa.
Si sente spesso dire, quando si parla di
figli adolescenti, che "sono tutti così ". La figlia che in casa non
muove un dito, il figlio egoista, indifferente a tutto. In generale figlie e
figli spenti.
La spiegazione consolatoria arriva sempre
puntuale "eh, è l'età, è la generazione".
Non è vero. Non sono tutti così.
Ci sono figli che aiutano in casa senza che nessuno glielo chieda due volte. Ci sono adolescenti con passioni vere, coltivate con serietà. Ci sono giovani capaci di empatia, di impegno, di sacrificio. Esistono, e non sono solo eccezioni, sono il risultato di un'educazione.
C'è poi un'altra credenza da smontare, quella che a tredici, quattordici anni si debba essere per forza degli esseri incerti, fragili, incapaci di reggere qualsiasi responsabilità. Come se l'adolescenza fosse una malattia temporanea da sopportare. Eppure a quell'età, e non in epoche remote, si lavorava. Si contribuiva al sostentamento della famiglia. Andando più indietro, si governava. Alessandro Magno ricevette Aristotele come precettore a tredici anni e condusse le prime campagne militari a sedici. La categoria dello smidollato cronico non è biologica, è culturale.
Certamente è innegabile che il contesto storico lasci tracce. Certe tendenze generazionali esistono davvero. La tecnologia pervasiva ed i social hanno modificato tante cose nella crescita dei ragazzi. Ma una tendenza non è tutto.
«Sono tutti così» è una frase che non dice nulla. Dice che si preferisce la media statistica alla responsabilità educativa. Che è comodo allinearsi al peggio.
Un figlio apatico, menefreghista, incapace
di contribuire anche solo alla vita domestica non è un fenomeno naturale. È il
risultato di scelte. E finché si continua a invocare il tutti come scudo,
quelle scelte non si esamineranno mai.
L'autoassoluzione è comoda. Ma non educa
nessuno.
L'illusione della massa
"Stavolta non ci fregano"
L'illusione del popolo che si sveglia se
ben informato fa campare tanta gente della controinformazione.
Che il basso possa rovesciare l'alto, che la massa si autogoverni, che il popolo — finalmente sveglio — prenda in mano il proprio destino, sono barzellette. Lo sappiamo tutti che se domani volessero davvero spingere con una nuova pandemia basterebbe fare leva sulla paura e saremmo punto e a capo.
È una favola antica. E come tutte le favole, ha bisogno di essere raccontata periodicamente per mantenere la sua funzione.
La massa non è una categoria numerica, è
una categoria qualitativa. È l'uomo che non si chiede nulla di più di ciò che
già è. Può riempire le piazze, può urlare slogan ma non può incidere.
Nella Repubblica di Platone, la democrazia non è il trionfo del popolo, è la sua patologia terminale. Governare non è istinto — è episteme, conoscenza. E la conoscenza non si vota, non si democratizza. O la si possiede o non la si possiede. Sovvertire certi principi non libera nessuno, mette semplicemente il timone nelle mani di chi non sa dove andare.
Huxley la formulò con chirurgica eleganza:
il compito delle élite non è lavorare, ma pensare a come organizzare il mondo.
Il resto è esecuzione.
Oggi le élite non sono i filosofi della
Repubblica di Platone. Sono i tecnocrati di Davos, i gestori del consenso, i
proprietari delle piattaforme su cui la massa si illude di ribellarsi.
Un'oligarchia senza mandato spirituale, senza visione, senza legittimità — solo
potere orizzontale, finanziario, mediatico.
La massa che si crede rivoluzionaria non fa che agitarsi dentro un recinto che altri hanno costruito. La controinformazione, i movimenti dal basso, i popoli che si svegliano — sono valvole di sfogo, non rotture del sistema. Rumore autorizzato.
La massa era massa cinquemila anni fa. Lo
è oggi. Lo sarà alla fine del mondo.
Chi crede alle rivoluzioni dal basso
crede, in fondo, che i fiumi risalgano le montagne. Un'idea poetica.
Inutilmente poetica.
La dignità al contrario
In Italia, chi tira su un muro ha più di
cinquant'anni o viene da un altro continente. Il muratore sotto i quaranta con
passaporto italiano è una specie in estinzione. Lo stesso vale per l'idraulico,
il falegname, l'elettricista, il carrozziere, il giardiniere. Mestieri che
reggono il paese, svolti da chi il paese lo sta lasciando, per età o per
origine.
Il genitore medio italiano ha un sogno: il figlio non deve fare quello che ha fatto lui. Il figlio deve studiare. Deve diventare qualcosa. Medico, ingegnere, avvocato, oppure, nell'era digitale, qualche figura dal nome vago che si svolge davanti a uno schermo. Il lavoro manuale non è contemplato. Non è un'opzione, è una sconfitta.
Se li senti, i
loro figli sono tutti dei geni. Poi ci parli e scopri che sanno a malapena
legarsi le scarpe. Il punto è che non tutti hanno vocazione e attitudine per i
mestieri di intelletto. Il medico non può farlo chiunque. Stesso discorso per
l'ingegnere, l'avvocato, qualsiasi lavoro che richieda un certo tipo di mente.
Esistono persone con una capacità manuale spiccata, un'intelligenza pratica,
una predisposizione concreta che vale quanto qualsiasi altra — e che in altri
paesi viene riconosciuta e coltivata. In Italia no. Qui la scuola promuove
tutti, crea titoli che si ottengono per accumulo di protocolli memorizzati,
avalla l'illusione che la vocazione non esista e che il diploma/la laurea siano
un diritto. Così si passa, si prende il pezzo di carta, si esce con una media
presentabile da un percorso che in molti casi non ha formato nulla.
Il risultato è una generazione convinta di meritare una scrivania per diritto acquisito, mentre
i cantieri girano con braccia straniere e gli artigiani in pensione non trovano
chi raccogliere il mestiere.
Nel frattempo, gli stessi genitori che hanno
coltivato questo disprezzo silenzioso verso il lavoro manuale si lamentano
delle città cambiate, degli stranieri ovunque, dell'insicurezza. Non collegano
i punti. O non vogliono farlo.
Il nodo è culturale, non economico — o almeno, non
solo economico. Certo, molti mestieri manuali sono sottopagati, e questo
andrebbe affrontato. Ma il problema viene prima: è la concezione. In Italia il
lavoro che si fa con le mani è ancora percepito come il segno di chi non ce
l'ha fatta. Una condizione da cui affrancarsi, non una scelta da rispettare.
Finché questa gerarchia morale non crolla, nessun incentivo salariale basterà.
I figli continueranno a non volerlo fare, e i genitori continueranno a dargli ragione.
Enter the void di Gaspar Noè
Mode canine
TikTok, la liquidazione del pensiero.
Alex Zanardi: un esempio di Volontà
Il solito primo maggio
La Festa del Lavoro sia innanzitutto una festa DAL lavoro. Il lavoro moderno — catena di profitto, strumento di sfruttamento, meccanismo di perpetuazione dello status quo tramite ricatto economico — non è emancipazione né realizzazione personale.
Il culto del lavoro è la malattia della modernità. Peraltro è una festa ormai diventata finzione, sempre più negozi aperti, supermercati operativi, cassieri al banco e magazzinieri sui muletti il primo maggio. Non per necessità, ma perché il mercato non si ferma, perché il consumo non conosce giorni sacri. La retorica della festa del lavoratore si celebra mentre il lavoratore lavora.
Nel frattempo sfilano i sindacati che, ricordiamo,
avallarono il green pass, e sul palco del concertone si esibiscono
"artisti" ogni anno più imbarazzanti. Una liturgia stanca, officiata
da chi ha trasformato la tutela dei diritti in gestione del consenso. Come
sempre rifiutiamo la retorica tossica del lavoro che nobilita. Celebriamo
invece il tempo di qualità.
Miserie locali
Per le elezioni comunali vediamo liste strabordanti
di candidati che fino a ieri non si erano mai occupati di nulla che non fosse
se stessi. Gente improvvisata, totalmente avulsa alla politica. Volti nuovi che
fingono entusiasmo con false dichiarazioni di servizio alla comunità.
La politica locale viene percepita dalla gran parte
di tali candidati, come una via per la sistemazione. Il consiglio comunale è
l'anticamera. Il parlamento nazionale è il traguardo per ciò che si può
ottenere, ovvero indennità, vitalizi, relazioni, porte che si aprono. Il bene
comune è il travestimento retorico di un progetto interamente personale.
Non è che il semplice consigliere comunale prenda
uno stipendio (va a gettoni di presenza per ogni seduta a cui partecipa, cifre
basse), ma il vero tornaconto sta in altri aspetti. Ad esempio, nei permessi
retribuiti o in appalti, nomine, favori, scorciatoie varie.
Il consigliere comunale di paese non si
"sistema" economicamente in senso diretto, ma costruisce visibilità,
credenziali per salire. Il mandato locale è un investimento, non una rendita
immediata.
Ciò che fa sorridere non è il fenomeno in sé ma la
spudoratezza. Il cambio di partitello non viene più nemmeno giustificato
ideologicamente. Ci si sposta tranquillamente dove tira il vento in quel
momento. Anni fa, quando ci fu il boom dei cinque stalle, nei comuni tutti
volevano candidarsi lì, "perché quel partito sta tirando, vai
infilati!". Poi quando quel partito non tirava più, si ripresentarono con
altre casacche e la stessa faccia da ebeti. Senza nessuna vergogna eh,
tranquillissimi, non c'è più nemmeno la finzione di un'idea da difendere.
Stiamo generalizzando?
Mica tanto, quelli che si presentano realmente per
contribuire al bene comune sono una esigua minoranza.
Miserie elettorali.
Dinamiche da psicosetta
Abbiamo di recente sperimentato la dinamica da psicosetta citando due soggetti che ben si prestano per mostrarne i meccanismi: Biglino e Malanga.
La stessa dinamica discussa vale per decine di figure che popolano i circuiti alternativi, esoterici, spirituali, controculturali. Chi li segue spesso li conosce bene. Ha letto i libri, ha seguito le conferenze. Non stiamo parlando dunque di adesioni superficiali o aprioristiche in tal senso. Il problema è l'opposto: si conosce così a fondo un impianto da non riuscire più a uscirne. Anni di letture, di schemi assimilati, di linguaggio interiorizzato. A un certo punto non si sta più seguendo una teoria, si diventa quella teoria. Il sistema di pensiero del guru è diventato la lente attraverso cui si organizza il reale, si riconoscono i propri simili, si distingue chi capisce da chi non capisce. Smontarli significa perdere un'identità, un linguaggio comune, una comunità. È questa la vera struttura della psicosetta.
Ora, su Biglino, su cui tanti si sono inalberati, esistono già confutazioni serie, prodotte da persone competenti. Il biblista Danilo Valla ha contestato punto per punto alcune delle traduzioni chiave. Simone Venturini, professore di ebraico, ha esaminato grammaticalmente la lettura plurale di Elohim. In generale esistono analisi sistematiche che mettono in discussione l'impianto metodologico. Chi vuole approfondire può trovarli senza difficoltà in rete. Non è questo il punto che ci interessa affrontare qui.
Il caso di Biglino è emblematico non per le sue tesi, ma per il modo in cui le sorregge — e che in molti hanno ripreso nei commenti. La sua mossa è astuta, egli non afferma di essere l'unico ad aver capito. Si presenta piuttosto come chi applica un metodo filologico neutro, e lascia che siano i testi a parlare, scaricando sull'ascoltatore la responsabilità delle conclusioni. Sembra umiltà. In realtà è squalifica sistematica. Perché il risultato finale è che la traduzione letterale viene eretta a unica lettura onesta, e duemila anni di esegesi vengono liquidati come sovrastruttura teologica, cioè come distorsione ideologica. Una superiorità metodologica implicita è più difficile da contestare di un'affermazione diretta, e proprio per questo è più efficace come strumento di cattura. Ma conoscere una lingua è il punto di partenza, non il punto di arrivo. L'interpretazione di un testo antico richiede consapevolezza del contesto storico, culturale, liturgico, delle tradizioni di lettura stratificate nei secoli, dei meccanismi con cui una lingua funziona non solo lessicalmente ma retoricamente, simbolicamente, intertestualmente. Senza tutto questo, la traduzione letterale non è "rigore". E il fatto che ogni anno nasca un nuovo guru con la propria traduzione definitiva, ciascuna incompatibile con le altre, è già di per sé la confutazione del metodo. Nascono chiesette e movimenti di continuo, ognuno convinto di aver capito meglio degli altri, ognuno con la propria struttura — fisica o psichica. Il seguace assorbe queste logiche insieme alle tesi, si convince di pensare fuori dagli schemi e finisce per abitare lo schema più rigido che esista: quello in cui la verità appartiene a uno solo e dubitarne è tradimento. Il guru lo sa. La psicosetta non nasce mai per caso.
Psicosette
C'è un fenomeno che merita attenzione non tanto per
i suoi protagonisti, quanto per il pubblico che li circonda.
Se si citano determinati soggetti, scatta subito
l'allarme e si viene accusati di "non capire", di "non
sapere", "di essere gatekeeper".
Ci sono proprio dei nomi per cui si attiva tale meccanismo, ce ne sono parecchi del passato ma anche del presente.
Osservate cosa accade, prendiamone due attuali.
Dunque Mauro Biglino e Corrado Malanga, due figure
diverse ma che hanno una premessa identica: tutto ciò che è venuto prima era
sbagliato, incompleto o deliberatamente occultato, e solo adesso, grazie a
loro, possiamo finalmente capire.
Biglino avrebbe decifrato le Scritture come nessuno
nei tremila anni precedenti aveva saputo fare. Filologi, teologi, rabbini,
mistici, Padri della Chiesa, tradizioni esegetiche intere, tutto spazzato via
da un ex traduttore della San Paolo che ha scoperto gli alieni nell'Antico
Testamento. Millenni di esegesi ridotti a un equivoco collettivo.
Malanga fa lo stesso, gli studi sul paranormale, la
psicologia del trauma, la letteratura sulle esperienze anomale? Inutili. Lui ha
il metodo, lui ha capito, lui ha trovato la chiave.
Revisionismo radicale, è lecito.
Non è nostra intenzione entrare nello specifico di
tali posizioni, chi vuole approfondire può farlo.
Ci limitiamo a far notare la sociologia del pubblico
che li segue.
Chiunque provi a esprimere una riserva su queste
figure sa esattamente cosa succede, si scatena qualcosa che è tipico della
risposta immunitaria di una setta. Aggressioni, delegittimazioni, accuse di
essere in malafede o al soldo di qualche oscuro potere.
Questo è esattamente il tipico segnale di meccanismi
da struttura para-religiosa dove non può esistere il dubbio interno perché il
dubbio mina l'autorità del "profeta", e con essa l'identità di chi in
quel profeta ha investito. Il seguace di Biglino o di Malanga ha adottato una
visione del mondo, un'identità, una comunità. Attaccarne le fondamenta
significa attaccare lui stesso.
Provate a muovere obiezioni su costoro e osservate voi stessi cosa accade..
Li riconosci ancora?
Ci sono persone che conosci da anni. Persone con una voce, un carattere, una presenza. Magari con indole particolare, magari ansiose, magari con periodi di crisi. Persone, insomma. Poi le rivedi dopo anni. E quando le reincontri, qualcosa non torna. Non sono tristi, sono... spente. Come se qualcuno le avesse riprogrammate su altre frequenze. Gli occhi ci sono ma lo sguardo non è più quello. Rispondono, sorridono, "funzionano", ma quella scintilla che le rendeva loro non c'è più. Non le riconosci più. Ci avete fatto caso? E il fenomeno aumenta sempre più.
Non si sta parlando di persone con
disturbi seri. Si parla di persone normali, persone con ansia, con periodi
difficili, con quella che una volta si chiamava semplicemente la vita che pesa,
finite sotto psicofarmaci come se il disagio esistenziale fosse un'avaria
meccanica da correggere con la chimica giusta.
Qualcuno ora si sentirà toccato, ci
dispiace, ma queste cose vanno dette perché ormai si danno per scontate. Non lo
sono. Non bisogna ricorrere a farmaci per ansie e "tristezze" varie.
Non è la soluzione e non si torna più indietro.
Una persona in crisi richiede tempo,
presenza, attenzione. Deve lavorare su di sé, i mezzi li abbiamo. Ma è molto
più rapido (e redditizio) darle una molecola che la renda gestibile.
Funzionale. Silenziosa.
Medicalizzazione del carattere.
Per fingere di sorridere nel mondo.
E così dopo qualche anno, quella persona
che conoscevi, con le sue contraddizioni, le sue tempeste, la sua presenza
ingombrante e viva è diventata qualcosa di più tranquillo, più gestibile....più
vuoto. "Tecnicamente" sta bene. Ma non è più lei. Solo noi osserviamo
questo scempio?
Sedati.
Falsi miti 2
Altro pregiudizio e mito da smontare è quello per cui, a fronte di un episodio violento di cronaca, il criminale è tale anche perchè "praticava arti marziali, faceva boxe, frequentava una palestra di combattimento."
Chi ha praticato seriamente uno sport da combattimento — non importa quale, boxe, judo, muay thai, jiu-jitsu, karate — sa che la prima cosa che impara non è come colpire. È quando non farlo. La filosofia che attraversa questi sport, dalle radici orientali alle tradizioni occidentali, è costruita attorno a un principio fondamentale: la forza fisica acquisita va contenuta, non esibita. Il controllo del corpo è il mezzo. Il controllo di sé è il fine. Un judoka molto esperto potrebbe neutralizzare chiunque ed è esattamente per questo che non lo fa mai fuori dal tatami.
La disciplina è la sostanza di questi sport. L'allenamento ripetuto, la perseveranza, la gerarchia rispettata, la sconfitta accettata, tutto questo forma un tipo umano che ha non ha bisogno di dimostrare qualcosa per strada.
Chi sa davvero combattere raramente combatte. Chi invece aggredisce un estraneo per futili motivi, nella stragrande maggioranza dei casi, non sa fare nulla, si muove sull'adrenalina, sul branco, sull'alcol, sull'incapacità di gestire la frustrazione. Esattamente le cose che uno sport da combattimento serio decostruisce nel tempo.
Il giornalismo cialtrone però ha bisogno
di concatenazioni semplici, causa ed effetto, colpevole e strumento. Praticava
boxe/arti marziali suona pericoloso. È efficace come titolo.
Scrivono: "faceva lo sport di
combattimento X" e lasciano che il pregiudizio faccia il resto del
lavoro.
I soliti ciarlatani
dell'"informazione" insomma.
Falsi miti
Ogni volta che accade un episodio violento in società, non mancano i commentatori pronti a indicare il colpevole: il cinema violento, il videogame brutale, la musica aggressiva.
Questa è una delle narrazioni più banali e
comode che esistano.
Scarica la responsabilità e assolve tutti, la famiglia, la scuola, il contesto sociale, le istituzioni.
Il Giappone è uno dei mercati videoludici
e cinematografici più violenti del pianeta, dai picchiaduro agli horror più
estremi, dai manga splatter all'anime più disturbanti. Eppure ha uno dei tassi
di criminalità violenta più bassi al mondo.
Come si spiega ciò secondo tale narrazione?
Il Nord Europa ha prodotto e produce musica estrema, tra i generi musicali piú distruttivi mai concepiti, eppure rimane tra i paesi più pacifici e civili al mondo.
In realtà, da Aristotele alla psicoanalisi contemporanea, sappiamo che nella finzione violenta non vi è un'istigazione ma una catarsi. L'individuo che sfoga la propria aggressività su un film, in un racconto, in una musica che urla quello che lui non riesce ad articolare, non sta imparando a fare del male, sta scaricando una tensione che, altrimenti, potrebbe trovare vie meno controllate.
Il cinema horror, il metal estremo, i videogiochi brutali non creano certo assassini, offrono un contenitore simbolico a pulsioni che esisterebbero comunque, con o senza la colonna sonora.
Chi è cresciuto con la violenza
cinematografica, con la musica estrema, con i videogiochi dall'estetica
brutale, sa perfettamente distinguere la rappresentazione dalla realtà. Sa che
il sangue sullo schermo è finzione, che il riff distorto è linguaggio, che il
combattimento digitale è un gioco.
E dunque sottolineiamo tali ovvietà,
perché a quanto pare non lo sono. Chi commette violenza reale non lo fa perché
ha guardato o letto cose violente. Lo fa perché ha una storia, personale,
familiare, sociale che lo ha indotto ad agire in un determinato modo.
Affermare il contrario è non voler
guardare quella storia in profondità e fermarsi a considerazioni di comodo.
"Branco" e "Lavoratori"
Pubblichiamo le due riflessioni che abbiamo fatto sui social, inerenti al tragico fatto di cronaca di Massa in cui un papà è stato ucciso di fronte al proprio bambino.
“BRANCO”
Ogni volta che una cosiddetta "baby gang"
accoltella, picchia, uccide, i genitori dicono la stessa cosa: "Mio figlio
era nel posto sbagliato." È la formula perfetta per non dire nulla. Il
problema non è il posto sbagliato. È che tuo figlio era nel branco. Il branco
non è un'aggregazione innocua di ragazzi annoiati. È un meccanismo preciso di
regressione. Lo sapeva Gustave Le Bon già nell'Ottocento, nella folla,
l'individuo non somma la propria intelligenza a quella degli altri, la perde.
La massa non è la media dei suoi componenti; è qualcosa di inferiore a ciascuno
di essi. Il pensiero cede il passo all'istinto, la responsabilità si dissolve
nell'anonimato, e ciò che nessuno farebbe da solo diventa possibile quando lo
fanno tutti. Canetti lo chiamò il meccanismo della "scarica", nel
branco ci si libera del peso di essere qualcuno. E questa liberazione, per un
adolescente che non ha ancora costruito un'identità solida, è come una droga.
Il bisogno di appartenenza va educato. Il compito educativo è quello di
costruire in un figlio un IO abbastanza definito da non aver bisogno di
dissolversi per sentirsi qualcuno. Non è semplice ma va fatto. Il gregge è la
soluzione di chi non ha il coraggio di essere sé stesso. Chi entra nel branco
non è "cattivo" di per sé, è vuoto. Ed è proprio quel vuoto che i
genitori devono perlomeno tentare di riempire prima. "Posto
sbagliato" è la resa di chi non vuole fare i conti con un fallimento
educativo che ha radici ben più profonde di una serata storta.
“LAVORATORI”
«Siamo dei lavoratori.» È questa la frase che i genitori
degli aggressori di Massa hanno ripetuto ai microfoni. Non è la prima volta, né
sarà l'ultima, che sentiamo tale frase come se fosse un talismano, una patente
di rispettabilità. Siamo dei lavoratori. Non dicono di sapere dove andava, con
chi stava, come pensava. Dicono: andiamo a lavorare. Come fosse automaticamente
un atto educativo, un trasferimento di valori, una presenza. C'è una mitologia
dura a morire, secondo cui il lavoro nobiliti non solo chi lo compie ma
l'intera famiglia che ne beneficia. Il padre che torna a casa esausto è già,
per definizione, un buon padre. Ha portato il pane. Ha fatto la sua parte. Che
cosa volete di più? Volete un adulto che sappia stare nella vita del figlio,
come presenza reale, come interlocutore, come limite? Qualcuno che la sera non
crolli sul divano rivendicando il diritto alla propria stanchezza come unica
forma di comunicazione familiare? Suvvia..
Il «bravo lavoratore» che si autoassolve dietro l'etica della
fatica è spesso un assente che si pulisce la coscienza. Ha delegato. Ha
delegato alla scuola, alla strada, allo schermo, agli amici sbagliati, al caso.
E quando il caso ha fatto il suo corso, si presenta davanti alle telecamere e
dice "noi lavoriamo eh", come se questo chiudesse il conto. Non lo
chiude il conto, lo apre. Un figlio ha bisogno di qualcuno che lo guardi
davvero, che si accorga di quello che diventa, che ogni tanto gli faccia
attrito. Il tutto richiede tempo, energia emotiva, conflitti fastidiosi. Chiaro
"lavoratori"? Il bambino che ha visto morire suo padre davanti ai
propri occhi non sarà consolato dal sapere che gli assassini venivano da
famiglie di "lavoratori".
Gatekeeping?
Fateci caso, soprattutto nei canaletti che narrano di
Trump Messia che trolla il mondo, fioccano le accuse rabbiose di
"Gatekeeping" verso chiunque abbia visioni diverse.
Trattasi di accuse che circolano con la stessa
frequenza e la stessa superficialità con cui il mainstream distribuisce le sue
etichette più comode.
È diventato una sorta di riflesso pavloviano.
Vale la pena ricordare cosa significhi davvero quel termine. Un guardiano dell'accesso, chiamiamolo così, visto che non siamo obbligati a usare l'inglese, è una figura che detiene un potere strutturale sull'informazione: decide cosa entra nel discorso pubblico e cosa ne rimane fuori, non per convinzione personale ma per posizione istituzionale, economica o organica a un sistema. Parliamo di direttori editoriali con azionisti alle spalle, di piattaforme che alterano algoritmi, di centri studi finanziati da fondazioni con agende precise. Parliamo di potere reale, non di opinione divergente.
Invece no. Secondo tali fenomeni, oggi il guardiano dell'accesso è chiunque abbia mille seguaci su Telegram. È il divulgatore indipendente che lavora da solo. È il saggista che ha scritto un libro a proprie spese e che, su un argomento specifico, propone una sua lettura.
Chi accusa in tal maniera o è in malafede o è paranoico o è semplicemente cialtrone. L'accusa di essere un guardiano dell'accesso è una scorciatoia cognitiva.
Un guardiano dell'accesso senza accesso non è un guardiano. È solo qualcuno che la pensa diversamente, per quanto possa essere fuorviante il suo pensiero.
Ma evidentemente dare a tutti del
"gatekeeper" fa figo. È l'insulto perfetto per chi ha scoperto la
controinformazione da qualche mese e si sente già dietro le quinte della
storia.
From di John Griffin
Una serie tv che segnaliamo è
"FROM". Trattasi di una serie che usa il genere horror come strumento
filosofico, non come fine. La premessa è semplice. Persone comuni, in viaggio
su strade americane qualsiasi, finiscono intrappolate in una cittadina da cui è
impossibile uscire. I tentativi di fuga riportano sempre al punto di partenza.
Di notte escono creature che uccidono. Di giorno si cerca di sopravvivere, di
capire, di non impazzire. Ma FROM non è una banale serie horror. È una serie
sul trauma. La cittadina, congelata negli anni Cinquanta, nell'estetica del
sogno americano, nasconde sotto la facciata ordinata qualcosa che non vuole
morire. La sigla lo dice già: "Que Sera Sera" di Doris Day, quella
canzone che prometteva serenità, distorta fino a diventare inquietante. È
l'immagine perfetta di ciò che la serie vuole raccontare, ovvero che tutto ciò
che si sceglie di non guardare continua ad esistere, e prima o poi torna a
bussare. I personaggi sembrano essere reincarnazioni di chi è stato
intrappolato prima di loro, destinati a ripetere lo stesso ciclo finché
qualcosa non si sblocca. La cittadina non è una prigione per i loro corpi, è
una prigione per le loro cose in sospeso. La struttura della trama ricalca quella
esatta del trauma che si ripete perché il nodo non è mai stato sciolto. FROM si
lascia guardare come thriller/horror e si rivela, lentamente, come qualcosa di
più. È la metafora del luogo impossibile, quel posto in cui si finisce quando
si smette di fare i conti con se stessi.
Buona visione a chi vorrà entrarci
dentro.
"Difetti di fabbrica"
Sì, esistono persone che non riescono
a usare un altro essere solo per fini personali. Non sono comuni. Sono
"difetti di fabbrica" rispetto alle logiche del mondo, e come tutti i
difetti di fabbrica, il sistema li scarta senza nemmeno chiedersi se il difetto
non sia nella logica stessa. Vedono l'altro prima che vedano l'utilità dell'altro.
La cultura dominante racconta che ogni avvicinamento abbia un fine, che la
gentilezza sia un investimento. E in buona parte ha ragione, spesso è così. Ma
esiste una minoranza silenziosa di uomini che guardano una donna — o viceversa
— e vedono una persona. Non un corpo da conquistare ma una presenza. E questa
capacità ( o incapacità, dipende dal punto di vista ), li rende stranieri in
una partita che non hanno imparato a giocare. Questa loro capacità li rende
spesso invisibili. In un mercato relazionale che premia la caccia, chi non
caccia viene scambiato per chi non vuole. L'assenza di manovra viene letta come
assenza di interesse. Il cinismo contemporaneo li chiama ingenui. Forse lo
sono. Ma certi limiti assomigliano molto a una forma di integrità che il mondo
non ha fatto in tempo a correggere.
Otium
Blaise Pascal scrisse: «Tutta la sventura degli uomini deriva da una sola cosa: dal non saper stare fermi n una stanza.»
Lo scrisse nel Seicento, parlava della la
fuga da se stessi. Aveva ragione. Chi non sa stare fermo sta fuggendo da se
stesso.
Questo aspetto è fondamentale da osservare
quando si decide di costruire la vita con qualcuno, se manca, è un campanello
d'allarme.
Il silenzio, la "noia", per taluni sono elementi insopportabili perché sentono il vuoto, l'angoscia, il vortice dell'esistenza. Devono sempre riempire ogni momento.
Oggi più di ieri, l'uomo ci ha costruito un'intera civiltà su tale principio. Tra rumore, notifiche, contenuti, eventi, attività di ogni genere, egli non smette mai di correre.
Gli Stoici chiamavano otium il tempo del
raccoglimento, non ozio nel senso moderno, non spreco, ma l'esatto contrario,
ovvero quel momento in cui l'uomo sviluppa la propria interiorità.
L'otium degli Stoici era una necessità
antropologica. Al contrario della società attuale che non lo permette, che lo
scoraggia attivamente. Il tempo "non produttivo" è tempo sprecato, il
silenzio, la solitudine sono problemi da risolvere. Chi si ferma viene visto il
come qualcuno che rimane indietro. Ma è esattamente il contrario.
L'uomo che non si ritira periodicamente da se stesso non cresce, accumula. Aggiunge esperienze, relazioni, ruoli, senza mai digerirli.
Chi non sa stare solo con sé stesso non
starà mai davvero con nessuno. Porterà ovunque il proprio rumore, e lo chiamerà
vita.
Sensibili
In un brano intitolato "Le aquile non volano a stormi", Franco Battiato cantava: "in silenzio soffro i danni del tempo". Non parlava di malinconia. Parlava della capacità di assorbire il malessere di un'epoca, di sentirlo nella propria carne prima ancora che quell'epoca trovi le parole per descriversi. Esistono persone così. Non molte. E non è una questione di sensibilità romantica o di fragilità emotiva, categorie che oggi vengono rivendicate da chiunque. È una struttura antropologica diversa, costoro captano le frequenze disturbate del proprio tempo, captano variazioni impercettibili.
Nietzsche scriveva mentre l'Europa non
aveva ancora capito di essere malata. Simone Weil lavorava nelle fabbriche
perché sentiva fisicamente l'umiliazione operaia come qualcosa che la
riguardava. Kafka descriveva la burocrazia come labirinto soffocante vent'anni
prima che le società rendessero quella visione letteralmente vera. Nessuno
trovò una collocazione perché la società moderna funziona sull'anestesia
collettiva, sul non sentire troppo, non pensare troppo. Chi invece sente tutto,
il cinismo strutturale, la solitudine di massa, il vuoto sotto il rumore,
diventa uno specchio che nessuno ha chiesto. Gli specchi scomodi si isolano, si
patologizzano, si allontanano. Costoro si ritrovano spesso in silenzio, ai
margini, poiché in anticipo sul proprio tempo. Tali anime esistono in ogni
epoca. La loro rarità non è un difetto della specie, è il prezzo che ogni tempo
paga per avere qualcuno che lo veda davvero.
Sale d'attesa
In Italia esiste una categoria di persone che
tecnicamente studia da vent'anni. Cambiano facoltà, cambiano città, accumulano
esami su esami. A quarant'anni hanno ancora "qualche esame da dare".
Non stanno studiando. Stanno procrastinando la vita.
Funziona così, i genitori vogliono il figlio laureato, la società premia il
titolo e disprezza il mestiere, e così interi decenni vengono sacrificati
sull'altare di una laurea che non si vuole davvero, in qualcosa che magari non
si userà mai.
Nel frattempo, chi decide di fare l'elettricista, il falegname, il parrucchiere
viene guardato con commiserazione. "Peccato, poteva studiare." Come
se costruire qualcosa con le mani fosse una sconfitta.
In questo scenario la manovalanza è quasi interamente straniera. Gli italiani
preferiscono laurearsi in scienze delle patatine piuttosto che stuccare un
muro.
Università usate come scudo contro le decisioni. Come modo per dire ai genitori
"sto ancora studiando" invece di dire la verità, ovvero che non si sa
cosa si cerca realmente in questa società fallace. Nessuno insegna che non
saperlo, fermarsi e riflettere seriamente è più onesto di fingere per anni.
Una società che disprezza il lavoro manuale e venera aprioristicamente il
titolo accademico, non sta investendo nella cultura. Sta finanziando la
procrastinazione di massa.
Narrative Q
Esiste una tipologia di narrazione che non può mai
essere smentita dai fatti, perché si è costruita l'immunità logica come
condizione fondante.
Facciamo per esempio riferimento alla narrazione Q su Trump. Il meccanismo è
semplice: quando una previsione non si avvera, non è un errore, è parte del
piano. Quando il piano viene smentito, era ovvio che sarebbe andata così.
Quando anche questa spiegazione cade, emerge un piano dentro il piano. La
teoria non spiega mai la realtà, la insegue, adattandosi camaleonticamente ad
essa.
Il risultato è una narrativa perfetta. Trump non può sbagliare perché ogni sua
azione, qualunque essa sia, viene post-razionalizzata dentro lo schema. Se fa
la guerra è per evitare qualcosa di peggio, se non la fa è il messia della
pace, se è amico con un nemico lo sta trollando, se litiga con un alleato è una
strategia. Un sistema che spiega sempre tutto senza spiegare niente.
Questa roba qua viene venduta come geopolitica ma è in realtà narrativa con
struttura da romanzo popolare dove ci sono tutti gli ingredienti di successo.
Allora abbiamo il protagonista salvifico, il grande piano nascosto, le élite
sconfitte nell'ombra, la vittoria finale che arriva eh, è sempre dietro
l'angolo, bisogna solo avere fiducia. Come in ogni serie ben costruita, non
puoi smettere di seguirla perché vuoi vedere come va a finire. E questo,
naturalmente, funziona benissimo come prodotto, vende libri, crea canali
social, ottiene interviste ed ospitate, visibilità, soldi.
Ma se il piano è sempre in corso, se la vittoria è sempre imminente, se ogni
sconfitta è in realtà una mossa, a che punto la gente che segue queste strambe
teorie smette di crederci? La risposta è: mai. Bisogna perseverare. Si fonda
tutto sull'attesa, devi avere fiducia nel piano nascosto, sederti, sperare,
aggredire chi non coglie tale fantomatico piano e immergerti nella narrazione
cialtronesca.
Lega Nord, una pseudotradizione
La Lega Nord nacque nel 1989 dall'aggregazione di
movimenti autonomisti. Il collante tra loro era l'odio, prima "Roma
ladrona", poi i meridionali come classe parassitaria responsabile del
debito, dell'inefficienza, della burocrazia.
Il passo successivo fu inventare un'identità. Nella
fase secessionista, a metà anni Novanta, la Lega costruì artificialmente un
senso di appartenenza "padana" attraverso simboli, riti, inni,
pubblicazioni. Inventarono una tradizione, un passato mitico in cui
rispecchiarsi e da cui attingere.
Alberto da Giussano, leggenda, fu scelto come eroe
fondativo; Pontida come "suolo sacro"; il Po come
fiume-divinità.
Il 15 settembre 1996 Bossi proclamò l'indipendenza
della Padania raccogliendo l'acqua del Po in un'ampolla, in un rito a metà tra
il druidico e il folkloristico.
La discendenza celtica della Padania è però storicamente una barzelletta. In quella pianura, prima dei Celti cisalpini, erano già passati Etruschi, popolazioni italiche autoctone e molto altro. Il celtismo padano è una manipolazione della storia con indefiniti riferimenti a tradizioni pre-romane, medievali e cristiane, peraltro tutte in contraddizione tra loro.
Un'identità costruita sull'artificiale e sul
risentimento verso il "nemico".
E il meccanismo del nemico, puntuale, si ripeté. Dopo l'11 settembre 2001 e gli ingiustificati attacchi Usa all'Afghanistan, la Lega radicalizzò la propria posizione contro l'Islam. L'anti-islamismo divenne il nuovo collante, con Borghezio e Calderoli in prima linea. Il bersaglio cambiò, dai meridionali si passò ai musulmani. Stesse logiche.
La Lega è stato un laboratorio di pseudotradizione, di odio becero e divisioni interne.
Oggi con Salvini neppure li commentiamo.
E qualcuno li santifica.
Per carità.
Bildungsphilister
Chiunque abbia frequentato un'aula scolastica sa che spesso i
ragazzi più dotati vanno peggio a scuola dei loro compagni più mediocri. Nulla
di anomalo. È il sistema che funziona esattamente come è stato progettato.
La scuola moderna non misura l'intelligenza. Misura la
capacità di ricevere uno schema, riprodurlo nei tempi e nei modi previsti, e
restituirlo intatto al momento della verifica. Chi sa fare questo con costanza
e senza resistenze viene premiato. Chi non lo sa, o non o vuole fare, viene
penalizzato, indipendentemente da quello che ha nella testa.
Una persona di intelligenza media ma dotata di disciplina
solida, di metodo, di capacità di sopportare lo studio meccanico, attraversa la
scuola come un treno sui binari, lenta, prevedibile, inarrestabile. Arriva fino
in fondo, prende i voti, ottiene i titoli. Il sistema la riconosce perché parla
la sua stessa lingua. Il ragazzo brillante, invece, ha spesso un problema
strutturale con tutto questo. La sua mente va troppo veloce, si annoia, trova
insopportabile imparare a memoria qualcosa che ha già capito, non riesce a
fingere interesse per cose che non gliene danno. La scuola lo legge come
pigrizia, come arroganza, come mancanza di impegno. E lo penalizza di
conseguenza. Risultato? Il ragazzo disciplinare supera il ragazzo brillante,
prende voti migliori, viene lodato dagli insegnanti, e il ragazzo brillante,
che nel frattempo magari ha letto il doppio dei libri per conto suo, inizia a
credere di essere lui il problema.
Intendiamoci, la capacità di sedersi, di fare le cose anche
quando non hai voglia, di costruire un'abitudine solida intorno a un obiettivo,
è una forma di forza caratteriale che molte persone brillanti non hanno e che
pagano cara per tutta la vita. Il genio disorganizzato che non consegna, che
procrastina, che ha idee folgoranti ma non le porta mai a termine paga. Però,
precisato questo, il problema è che la scuola valorizza solo la disciplina e in
una forma degenere. Non la disciplina come strumento per raggiungere qualcosa,
ma la disciplina come fine in sé, come obbedienza agli schemi, come capacità di
non fare domande scomode per sviluppare un reale senso critico. La scuola che
chiede di imparare a memoria date, formule, classificazioni, senza mai chiedere
perché, senza mai creare le condizioni perché uno studente sviluppi un'opinione
autonoma su quello che sta studiando, non sta formando esseri pensanti. Sta
addestrando esecutori. Sta selezionando, con grande efficienza, le persone più
adatte a un mondo in cui bisogna seguire procedure, rispettare gerarchie, non
disturbare il manovratore.
Nietzsche chiamava questo tipo di formazione: Bildungsphilister, il filisteo della cultura. Colui che attraversa tutto il percorso educativo, assorbe tutto il contenuto previsto, e ne esce completamente intatto, senza che nulla lo abbia toccato o trasformato. La cultura come ornamento, non come esperienza. Questa non è formazione, è addestramento e non serve essere intelligenti.
Intossicazione
Tra informarsi ed intossicarsi c'è una bella differenza.
Per decenni il simbolo dell'uomo moderno
ipnotizzato dai media è stato il televisore. Poi è arrivato il momento in cui
una parte di persone ha smesso di avere la televisione con orgoglio. Niente più
TG, niente più dibattiti inutili e propaganda. Bene, e poi?
Sono arrivati gli smartphone.
Il televisore era un apparecchio fisso, in un posto fisso, aveva dei limiti strutturali oggettivi. Oggi quel televisore è in tasca, è sul comodino, lo si consulta in bagno alle tre di notte. Non smette mai di trasmettere.
Guerre, elezioni estere, catastrofi naturali, decisioni di governi che non sono i nostri, scandali di persone che non conosciamo, fatti di cronaca. Tutto questo materiale entra nella giornata, occupa spazio cognitivo ed emotivo reale, produce stati d'animo come rabbia, angoscia, indignazione, e poi non va da nessuna parte.
Gli stoici giustamente dicevano di
distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non dipende da noi, in modo da
investire le proprie energie nella direzione giusta. Come condizione minima per
non sprecare la propria vita in uno stato di di passività emotiva e impotenza.
Drogarsi di notizie è l'opposto esatto di questo principio. È il culto dell'eph' hēmin, ovvero ciò che dipende da noi, rovesciato, poiché si forma un'attenzione totale, viscerale, compulsiva verso tutto ciò che non dipende da noi.
Il risultato non è una persona più
informata. Lo vediamo, tutta questa informazione non ha prodotto masse più
sveglie. Ha invece prodotto persone con opinioni su tutto (confuse) e capacità
di concentrarsi su niente.
Chi si fa il fegato marcio sulle notizie pensa di essere sveglio poiché non distoglie lo sguardo dai fatti del mondo. Ma è una forma di autonarrazione virtuosa che maschera, nella sostanza, un comportamento compulsivo non diverso da quello di chi guarda reel di gatti e culi. Più nobile nell'oggetto certamente, ma identico nella struttura.
Non stiamo affermando di non informarsi su
nulla ma c'è da fermarsi e capire che la connessione permanente con annessa
costante indignazione non è partecipazione civile e toglie energie dove il
singolo può incidere davvero nel suo quotidiano.









