Polarizzazioni

Lo sappiamo ormai bene come funziona Il sistema, impone una casella. Fascista o antifascista, di destra o di sinistra, vax o novax ecc. Poco importa quale delle due caselle tu scelga, perché la vittoria è già avvenuta nel momento stesso in cui si accetta che esistano solo due caselle.

Dividi et impera non è uno slogan da manuale di storia romana, è l'architettura di ogni dibattito pubblico. Si prendono due estremi, si gonfiano fino a farli sembrare le uniche geografie possibili del pensiero, e si costringe chiunque voglia dire la propria a issare una bandiera prima ancora di aver aperto bocca.

Chi rifiuta di schierarsi non viene neppure preso in considerazione. La complessità non è ammessa.

Chi accetta la polarizzazione ha già rinunciato a pensare, si è limitato a schierarsi nei perimetri per lui già creati. 

Questo canale è il rifiuto di ogni casella, un pensiero che si assume la responsabilità della scelta senza però lasciarsi ingabbiare dal binario che qualcun altro ha tracciato per noi. 

Chi cerca qui la conferma della propria appartenenza resterà deluso. Chi cerca invece gli strumenti per pensare contro ogni appartenenza precotta, ha trovato il posto giusto. L'obiettivo è non arenarsi.

Momo di Michael Ende

Il romanzo Momo di Michael Ende del 1973 è da sempre considerato un libro per l'infanzia. Non lo è.

Momo è una bambina senza famiglia né passato dichiarato, che vive negli spalti di un anfiteatro abbandonato ai margini di una città senza nome. Possiede un dono, sa ascoltare il prossimo. Attorno a lei si raccoglie una piccola comunità che vive di poco ma vive bene, finché in città non arrivano gli "uomini grigi", agenti di una misteriosa Cassa di Risparmio del Tempo. Convincono gli abitanti a smettere di sprecare ore in chiacchiere, affetti, ozio, e a depositare il tempo risparmiato in banca, con la promessa di interessi futuri. Il risultato è una città efficiente e frenetica, sempre più povera di ciò che rendeva quel tempo degno di essere vissuto. Momo, l'unica che gli uomini grigi non riescono a persuadere né a corrompere, intraprende un viaggio per restituire alla città il tempo rubato.
 
Su questo impianto fanciullesco si regge un'analisi del tempo sottratto alla sua natura di esperienza vissuta. Gli uomini grigi non rubano con la violenza, ottengono per persuasione, convincendo ciascuno che risparmiare il tempo sia razionale, che la fretta sia progresso, che la lentezza sia colpa. È la stessa critica che attraversa buona parte della filosofia del Novecento. Cosa accade all'esistenza quando viene sottoposta al calcolo, quando ogni ora deve giustificarsi in termini di produttività?

L'ascolto, in Ende, è una categoria metafisica, non semplice attenzione al prossimo, ma disponibilità a lasciare che l'altro esista pienamente nel tempo condiviso con lei. È un dono che si dà senza calcolo, e proprio per questo capace di restituire senso a chi lo riceve.
 
Quella diagnosi si è avverata in forme che il 1973 non poteva immaginare nel dettaglio, ma di cui già possedeva la logica interna. Le otto ore lavorative, nate come conquista, sono diventate un'unità di misura applicata a mansioni sempre più svuotate di senso. 
La pensione, spostata sempre più avanti, non promette riposo ma un credito, come gli interessi della Cassa di Risparmio del Tempo che non maturano mai. 
Il tempo libero, quando esiste, viene riempito secondo la stessa efficienza che dovrebbe sospendere.
Gli uomini grigi, in fondo, non avevano bisogno di conquistare il mondo con la forza. Bastava convincerlo che il tempo speso a vivere fosse tempo perso a non produrre.

Psicologizzazione di massa

Parliamo delle conseguenze della moda dello psicologo, perché sì, è una moda. 

Come sappiamo, la psicologia moderna è una delle tante pseudo-scienze nate dal regno della quantità, un sapere che riduce lo spirito, realtà qualitativa e non misurabile, al livello del semplice psichico, catalogabile, analizzabile, curabile come un organo malato. Abbiamo dei "tecnici" che amministrano il disagio senza mai chiedersi da dove venga né verso cosa dovrebbe orientarsi chi lo prova.
Ora però, senza entrare nello specifico, facciamo notare l'ennesimo fattore che crea distanza tra le persone.

Le persone hanno smesso di confidarsi con chi le sta accanto e hanno iniziato a farlo solo a pagamento, con un estraneo dietro una scrivania. Non si fidano più di nessuno, lo psicologo è diventato l'unico luogo in cui aprirsi, perché considerato neutro, sterile, professionale. Non è casomai un amico o un partner che potrebbe usare le tue debolezze contro di te.
È lo psicologo. 

Parliamo, senza mezzi termini, di un fallimento sociale.
Tutti parlano con lo "specialista" e nessuno più con il vicino, ecco che quest'ultimo diventa sempre più uno sconosciuto, e la diffidenza diventa strutturale. Una società sospettosa dei rapporti umani, in cui l'unico interlocutore accettabile è un "professionista" che si riempie le tasche.

La psicologizzazione di massa ha prodotto persone che si guardano l'un l'altra in cagnesco, attraverso una grammatica clinica. "Hai tratti narcisistici", "questa è una relazione tossica" ecc.
Il linguaggio della terapia è entrato nel linguaggio comune, ha fornito un vocabolario tecnico per giustificare la distanza. Ogni conflitto, quello che un tempo si affrontava litigando, chiarendo, a volte perdonando, oggi viene riletto come sintomo di una patologia altrui da cui proteggersi. Il prossimo non è più un simile con cui misurarsi, è un potenziale rischio da diagnosticare a distanza.

Osservate la deriva, vi sono pubblicità su pubblicità in cui si sponsorizzano psicologi, anche online, lo Stato che elargisce bonus per andarci...

Una società che manda tutti dallo psicologo è l'ennesimo segno dei tempi. Una società convinta di star curando il proprio benessere, ma che in realtà è solamente una società di monadi tristi, diffidenti e smarrite.

Tre sguardi

Negli ultimi due anni abbiamo pubblicato tre saggi inerenti al mondo della musica. 

Con "Usurpatio" abbiamo smontato una menzogna che si è sedimentata fino a diventare senso comune, ovvero l'idea che la canzone italiana appartenga per diritto naturale a una parte politica, come se la "sinistra" ne avesse acquisito la proprietà intellettuale insieme a quella morale. Non è così, e non lo è mai stato, è appropriazione e il saggio ne ricostruisce la genealogia.

Con "Dal nichilismo alla trascendenza" e "Oltre l'abisso" abbiamo spiegato come un movimento che troppi liquidano ancora come rumore adolescenziale, letto senza pregiudizio, si rivela un tentativo di ascesi, una geografia spirituale che attraversa continenti e decenni prima ancora di essere un genere musicale.

Tre libri che non troverete nelle grandi librerie, perché non sono pensati per essere spinti, ma per essere cercati. La differenza tra prodotto e opera è che il primo si promuove, la seconda si scova. Noi abbiamo scelto la seconda strada, sapendo che è più lenta, ma è l'unica che non tradisce ciò che vi abbiamo messo dentro.



Monadi contemporanee

Le coppie saltano, saltano sempre di piu, la logica dell'usa e getta ha preso da tempo il sopravvento.

Restare oggi, con la retorica dell'autonomia a ogni costo che domina ogni discorso sull'amore, sembra quasi un errore, un residuo di sottomissione da correggere. 

Chi "resiste" vede tutti attorno a sé saltare, e comincia a sentirsi lui lo sbagliato, l'ingenuo, l'arretrato, quello che non ha ancora capito che ci si può sempre permettere di meglio.

Abbiamo generazioni educate a considerare ogni legame come revocabile in ogni istante. Si è importato nella sfera privata lo stesso paradigma che regola il mercato. Se un'opzione non soddisfa più, la si sostituisce, perché il sistema stesso rende disponibili alternative.

Si salta dentro nuove infrastrutture, app, algoritmi, piattaforme, costruite apposta per mostrare che un'alternativa esiste sempre.

La retorica dell'autonomia è la giustificazione morale di un'architettura tecnica ed economica che ha tutto l'interesse a mantenere ogni legame provvisorio, perché è dalla provvisorietà, non dalla stabilità, che si generano nuovi consumi.

Chi oggi resiste sta opponendo resistenza a un intero modello economico che ha bisogno della sua insoddisfazione per funzionare. Ecco perché è spinto a sentirsi in errore, perché è l'unica variabile del sistema che il sistema non riesce a monetizzare.

C'è poi un secondo livello, ancora più corrosivo del primo. Distruggere la famiglia e i legami stabili non produce solo consumatori più efficienti, produce individui isolati, monadi.
La famiglia, per quanto imperfetta ha sempre svolto una funzione di intermediario tra il singolo e il potere, tra il singolo e il mercato. È una sovrastruttura di protezione, una rete che assorbe gli urti che l'individuo da solo fatica a reggere.
Tolta quella rete, resta l'uomo nudo davanti al sistema. Nessuna mediazione, nessun cuscinetto, nessuna solidarietà strutturale a cui appellarsi quando la vita si incrina, una malattia, una crisi economica, una solitudine improvvisa. Il legame familiare, con la sua stabilità non negoziabile, era anche questo, un argine. Un luogo dove l'interesse del singolo non doveva sempre essere ricontrattato, dove l'appartenenza non era un servizio revocabile ma un dato di fatto.

La monade contemporanea, libera e sola, crede di essersi liberata da un vincolo, e in realtà si è privata di uno scudo. È più disponibile, più flessibile, più pronta a consumare, ma più esposta, più governabile, più sola nel momento del bisogno. 
Non è un caso che il sistema che disgrega i legami sia lo stesso che poi promette, a pagamento, sostituti di quello che ha distrutto, terapia, "community online", abbonamenti alla socialità. Ha smontato la famiglia per rivendere, a rate, i suoi pezzi.

Anestesia sociale

Sappiamo bene tutti che il potere d'acquisto in Italia è fermo da vent'anni. Eppure le spiagge sono piene, i ristoranti pure, i figli hanno l'ultimo modello di iPhone e le Nike ai piedi. Perché accade questo? Perché il ceto medio ha trovato un ottimo anestetico, le rate, i debiti perenni. Non si indebitano mica per necessità, ma per restare dentro un'immagine di sé che i redditi reali non giustificano. La vacanza, la casa grande, le scarpe firmate per il figlio. Tutto maschera la reale condizione. Mentono su un salario che non basta. 

Il debito privato ha sostituito il conflitto sociale come valvola di sfogo, solo che scarica la tensione dentro il singolo invece che nella piazza. Chi è indebitato non protesta, perché protestare significherebbe ammettere pubblicamente di aver perso, e chi vive a credito ha ancora troppo bisogno di sembrare vincente per permetterselo. Il debito, insomma, non è solo un problema economico, è proprio un dispositivo di controllo dell'opinione pubblica che funziona meglio di qualunque censura, perché lo si sceglie da sé, rata dopo rata. 

Le uniche piazze piene restano quelle arcobaleno, lì si prendono tutto un mese per protestare nudi, paventando ingiustizie inesistenti. Pensate come stanno messe le masse, taciturne su tutto, manipolate su "diritti" colorati, fomentate da tutte le grandi multinazionali. 

Il vero tabù italiano non è la sessualità, ma il bilancio familiare. Quello resta sotto la sabbia, tra rate infinite e finzioni sociali.

Paralisi

Ieri casualmente siamo capitati nell'ennesimo video di un noto personaggio. Costei affermava, in sostanza, in un breve reel sui social, che se un uomo approccia una donna dandole tante attenzioni, lei deve fuggire immediatamente. 

Qualunque comportamento maschile che non si conformi al catechismo di questi santoni che denunciano il pericolo "narcisista" è ormai un probelma. 

Sei gentile? Sicuramente stai manipolando. Dai molta attenzione? Sarà una tecnica di adescamento. Sei premuroso? È un segnale d'allarme. Siamo di fronte ad un delirio diagnostico in cui si è dichiarata guerra alla manipolazione affettiva ottenendo, come esito, il sospetto perenne, l'estinzione dell'affetto stesso. 

Vorrebbero insegnare alle donne a leggere ogni gesto come sintomo, ogni parola come strategia, ogni sguardo come premessa di un abuso. Il risultato è la paralisi. Relazioni uomo donna trasformate in un campo minato dove ogni passo è sospetto per definizione. 

L'amore come minaccia aprioristica. Complimenti, ottimo lavoro.

Nolan e Tarantino

Christopher Nolan e Quentin Tarantino sono intoccabili. Basta pronunciare una riserva, anche minima, verso costoro e scatta subito il riflesso della congrega: "non hai capitohh, è il tuo limite e non il lorohh".

Tarantino è dichiaratamente un citazionista. Preleva e ricombina generi diversi ma questa non è genialità autoriale, è semplicemente essere raffinati mestieranti. Sa scrivere dialoghi, sa montare scene di tensione, conosce la storia del cinema, bravo. Ma l'erudizione cinefila non è profondità.

Nolan è un altro artigiano ineccepibile, con padronanza tecnica e capacitá di costruire delle strutture temporali. Ma, anche qui, questa tecnica non genera spessore di contenuti. I suoi film funzionano ma quando si va a cercare cosa dicano davvero sull'esistenza, sul tempo, sulla natura umana, si trova superficialità.
La confusione tra complessità della forma e complessità del pensiero è il meccanismo su cui si regge la sua reputazione di "genio".

In entrambi i casi notiamo la costruzione sociale dell'intoccabilità attorno ai loro nomi. C'è bisogno di avere dei totem condivisi attorno cui riconoscersi come "intenditori". Si è creato un cortocircuito per cui ammirare Nolan e Tarantino diventa la prova d'appartenenza a un certo tipo di cinefilia, e metterli in discussione è un atto di eresia da correggere con snobismo.

Si confondono grandi mestieranti e tecnici con la profondità di visione, quella che un grande regista dovrebbe avere.

Non stiamo parlando di Tarkovskij, ma di Christopher Nolan.
Ricordarselo, grazie.

L'Odissea di Christopher Nolan

L'Odissea di Christopher Nolan? Ne abbiamo guardato giusto qualche stralcio, ascoltato le dichiarazioni del regista e letto alcune recensioni.

C'è chi ha scritto che Nolan ha demitizzato l'Odissea, che ha eliminato le presenze divine, che ha trasformato Odisseo in una sorta di ateo razionalista.

Avevamo già denunciato peraltro, prima dell'uscita, le scelte woke degli attori, con Elena di Troia nera e in generale africani messi ad interpretare guerrieri micenei.

Leggiamo che la Maga Circe è stata rappresentata come una brutta megera mentre in realtà nel poema era bellissima ed ammaliava l'equipaggio di Ulisse.
Che Polifemo è stato rappresentato come una specie di alieno proveniente da un altro mondo.
Segnalano anche l'assenza di Nausicaa, certamente una figura fondamentale del poema, colei che salva Ulisse dal naufragio, vestendolo e dandogli ospitalità.

Va bene, ma queste considerazioni dovrebbero stupirci?
L'operazione è coerente con tutta la filmografia di Nolan, il suo è sempre stato un cinema freddo. Bravura tecnica al servizio del vuoto, ingegneria dello sguardo senza una vera cosmologia sotto.

Nolan ha demitizzato Omero? Ma il mito ha bisogno esattamente di ciò che Nolan rimuove da sempre, quel residuo che la ragione non spiega. Quindi tutto normale.

Gli attori che mescolano epoche e continenti pur di somigliare a un red carpet piuttosto che alla tarda età del bronzo micenea sono in linea con l'ideologia woke imposta.

Cosa aspettarsi dunque? Probabilmente uno spettacolo tecnicamente ineccepibile ma umanamente disabitato.

Nulla di nuovo da un regista che scambia da sempre la simmetria per la profondità.

Termini e Propaganda

Dal 12 luglio gli Stati Uniti hanno ripreso a colpire l'Iran meridionale con intensità, ponti nella provincia di Hormozgan, la stazione ferroviaria di Bandar Abbas, la torre di controllo marittimo di Chabahar, impianti energetici, una sottostazione elettrica sull'isola di Kish. Il bilancio riportato dai media iraniani parla di tante vittime civili colte mentre attraversavano i ponti bombardati. 

Gli Usa giustificano il tutto con la consueta architettura retorica per cui l'infrastruttura colpita non è mai infrastruttura, è sempre "legata alla minaccia", quindi necessaria.

Funziona così, quando un ponte crolla sotto le bombe di chi si definisce l'aggredito, la notizia richiede una spiegazione, un contesto, una prova di legittima difesa. Quando però lo stesso ponte crolla sotto le bombe di chi si definisce il garante dell'ordine internazionale, ecco che la notizia viene data con aggettivi quali "precisione", "chirurgico", "mirato", termini che funzionano da assoluzione prima del processo. 

Ovviamente sono scelte volute, non sono disattenzioni giornalistiche. 

Chi bombarda un ponte iraniano non deve rispondere della domanda "perché", perché quella domanda è già stata espulsa dal perimetro del dicibile prima che il ponte cadesse. Il "professionista dell'informazione" è un funzionario di un ordine simbolico in cui certe domande sono già state pre-risposte.

È il grado zero della propaganda, quello in cui la propaganda non ha più nemmeno bisogno di parlare, perché la gente ha già interiorizzato la cornice. 

Se bombardano ferrovie in un Paese "ostile" hanno sempre, per definizione, "un buon motivo". La frase non viene detta, viene presupposta. E ciò che viene presupposto, non essendo mai enunciato, non può nemmeno essere confutato. È la forma più efficiente di menzogna che esista, quella che dice tutto senza dire nulla.


"Chiacchiere da bar" e omogenitorialità

Una psicologa, seguitissima sul web, si esprime sull' "omogenitorialitá", ciòé l'avere due madri o due padri, affermando che "la letteratura scientifica dice", tutto il resto sono "chiacchiere da bar", opinioni squalificate aprioristicamente.

Il problema è sempre il solito, uno scientismo oracolare dietro il quale nascondere i programmi delle agende internazionali. 

Qualcuno spieghi alla psicologa saccentella con migliaia di visualizzazioni, che la cosiddetta "letteratura scientifica", specie quella psichiatrica e psicologica, è un cimitero di certezze rovesciate. Basterebbe ricordare quante diagnosi, quante classificazioni, quante "evidenze" sono state scritte, insegnate, difese con la stessa sicumera di oggi, e poi cancellate una generazione dopo non perché fosse arrivato un esperimento decisivo, ma perché era cambiato il clima culturale, e con quello chi decideva cosa contasse. La scienza non fluttua nel vuoto, viene finanziata, pubblicata, premiata da chi occupa le cattedre e i comitati in un certo momento storico. Le opinioni si ribaltano quasi sempre in sincrono con chi detiene il potere culturale e accademico, non con qualche scoperta epocale. Quello che ieri era patologia oggi è normalità, quello che oggi è normalità domani potrebbe tornare oggetto di studio, e nessuno di questi passaggi sarà accompagnato dall'umiltà che la parola scienza dovrebbe imporre. 

Allora, prima di liquidare tutto come "chiacchiere da bar", la signora si ricordi che quella stessa letteratura scientifica che sta usando oggi come clava, tra vent'anni potrebbe dargli torto.

Arrogantelli.

"Protezioni" e diffidenza

Le relazioni umane fallite sono un motore commerciale sempre più importante, il mercato che ci si costruisce sopra è enorme.

Osservate cosa sta accadendo, abbiamo masse educate al sospetto spacciato come intelligenza emotiva. Che scambiano la diffidenza per discernimento, la paranoia relazionale per maturità psicologica. 

Oggi chi si accosta a un'altra persona con intenzioni oneste, con quella dose fisiologica di imperfezione che appartiene a ogni essere umano, viene processato. Sei sincero? Nascondi qualcosa. Sei troppo silente? Sei calcolatore. Parli tanto? Sei manipolatorio. Qualunque cosa tu faccia è in qualche modo manipolazione, perché la griglia diagnostica è stata tarata apposta per non lasciare via di scampo: se ti avvicini sei un predatore, se ti allontani sei un evitante, se rimani sei un narcisista. Non esiste comportamento umano che sfugga alla rete commerciale della profilazione psicologica.

Un tempo si sapeva che l'amore comporta rischi, fraintendimenti, possibile dolori, e che questi rischi erano fisiologici, si ama perché non si può prevedere l'esito. Oggi si pretende di eliminare ogni margine di rischio applicando protocolli diagnostici dello psicologo che ci deve campare a suon di cazzate.

Ovviamente gli stessi che promuovono questa narrazione son poi quelli che creano corsi, consulenze, contenuti a pagamento. Un intero ecosistema che vive del fatto che il pubblico non impari mai a fidarsi, altrimenti poi smetteno di comprare la loro "protezione"...

La diffidenza è insomma diventata un prodotto da vendere con tutte le conseguenze che ciò implica nelle relazioni umane...

La parola narcisista, come abbiamo già sottolineato più volte in passato, ha perso ogni valore semantico a furia di essere spesa. Chi oggi maneggia questo termine con leggerezza giustifica solamente la propria incapacità di sostenere l'ambiguità dell'altro, che è poi l'unica vera materia di cui sono fatte le relazioni umane VERE, degne di questo nome.

Festicciole

Abbiamo una nuova liturgia a fine anno scolastico, fatta di palloncini, striscioni, addobbi e genitori in estasi. Il figlio ha preso il diploma!! Ohh, si festeggia. Si invitano parenti, amici, si noleggiano locali, si fanno le cose in grande. 

Il diploma...cos'è realmente oggi questo diploma? Praticamente il niente. I voti sono gonfiati da anni. Le commissioni sono benevole, la formazione scarsa, gli studenti escono spesso con lacune imbarazzanti in italiano, in storia, in matematica di base. Ma che importa, la festa si fa lo stesso, anzi si fa sempre più grande, anche perché non si festeggia mica la formazione, si festeggia la "performance" sociale davanti agli altri. Al genitore medio non interessa nulla di cosa sa suo figlio, che cultura ha assimilato realmente. Per lui è un genio a prescindere e deve esibirlo agli altri genitori. 

Subito dopo arriva il secondo atto, adesso quale università sceglie? La domanda non è se ci va. È proprio quale. L'università è data per scontata, essa è l'unico percorso degno per un essere umano, tutte le altre vie sono ripieghi da nascondere. Il lavoro manuale, il mestiere o qualsiasi impiego differente, cosa sono? Solo cose di cui vergognarsi. Un figlio che casomai diventa elettricista, falegname, cuoco, è un figlio di cui spiegarsi, di cui scusarsi con gli altri genitori. Un figlio laureato invece, in qualsiasi cosa, con qualsiasi esito, è un figlio da esibire come una medaglia. 

Da un lato abbiamo dunque questi genitori illusi, che giocano a fare i protagonisti, desiderosi di riscatto sociale, condizionati dalla società. Dall'altro una generazione di laureati fragili, disorientati, convinti di meritare posizioni che non sanno ricoprire, in un paese che non trova idraulici, elettricisti, tecnici specializzati in nulla e li importa dall'estero perché i nostri figli "studiavano". 

Una certa narrazione racconta che i giovani italiani fuggono dal lavoro manuale per una questione di retribuzioni basse. È una bugia. Il problema è identitario. Il figlio dell'italiano medio non farà mai lavori "normali", mestieri, indipendentemente da quanto guadagnerebbe, perché quei lavori portano con sé un marchio sociale che né lui né la sua famiglia sono disposti a indossare. Sarebbe una vergogna preventiva. È una malattia sociale. Bisogna festeggiare!


Islamofobia

Facciamo un piccolo esercizio. Si prende una cartina del mondo e si guarda chi ha basi militari sui confini altrui. Chi ha condotto guerre "preventive" nell'ultimo quarto di secolo. Chi ha destabilizzato governi, finanziato opposizioni e imposto sanzioni.

Bene, avete fatto? È semplice.

Abbiamo un Occidente che fa e disfa e si relaziona bene solo con Israele, uno Stato che si presenta come vittima permanente, pratica occupazione, espansione e guerra come strumento di politica ordinaria.

Ora guardate la Lega per esempio o le pseudodestre in generale. Osservate i loro leader con la kippah, i loro raduni pro-Israele, la retorica sull'invasione islamica. Parliamo di una destra che dovrebbe difendere il popolo italiano, i suoi interessi economici, la sua sovranità, la sua identità culturale e che invece si schiera con uno Stato straniero impegnato in una guerra di espansione coloniale, mentre agita lo spauracchio dell'islam per giustificare ogni deriva securitaria interna.

Tornando a noi, a chi serve questo scenario?

Non agli italiani ovviamente. L'immigrazione incontrollata, quella che ha trasformato i nostri quartieri è figlia di politiche estere che destabilizzano interi paesi. Politiche che quelle stesse destre non contestano, perché i mandanti sono gli stessi. Secondo voi si può essere contro l'immigrazione di massa e contemporaneamente finanziare, diplomaticamente o militarmente, i conflitti che la producono? Ragionate...

L'islamofobia di Stato è funzionale. Distoglie l'attenzione dal vero meccanismo. Non è l'islam che destabilizza l'Occidente, è l'Occidente che destabilizza l'islam e poi importa il caos che ha seminato, scaricandolo sulle classi popolari mentre i responsabili restano intoccabili.

Questo è, se poi vi piace andare dietro a questi soggetti che puntano sulla vostra pancia ergendosi a risolutori fate pure. Ma così stanno le cose.


Federico Faggin e Plotino, una storia affascinante

Federico Faggin, l'uomo che ha progettato il primo microprocessore della storia, il cervello artificiale su cui poggia l'intera civiltà digitale, in alcune interviste che si trovano in rete racconta degli aneddoti davvero curiosi.
Uno di questi riguarda suo padre, Faggin Giuseppe, un filosofo, studioso di neoplatonismo. Fu lui a tradurre per la prima volta in italiano le Enneadi di Plotino, il testo in cui il cosmo viene descritto come emanazione dell'Uno, dove la coscienza non è il prodotto della materia ma la sua origine. 

Racconta Federico che da giovane egli rifiutò quella strada. Voleva essere ingegnere. E così mentre il padre traduceva Plotino, lui progettava circuiti integrati.
Poi, ad un certo punto ebbe un'esperienza interiore spontanea descritta come un'immersione in un campo di luce cosciente dove egli era simultaneamente osservatore e osservato. Da quel momento, trent'anni di ricerca lo hanno condotto a una conclusione, ovvero che la coscienza non emerge dalla materia. È la materia che emerge dalla coscienza.

Pensiamoci, un uomo che ha passato la vita a ridurre la realtà a istruzioni binarie, che ha contribuito più di chiunque altro a costruire l'infrastruttura del materialismo digitale, che ha dato alla Silicon Valley la sua anima tecnica, è lo stesso che oggi denuncia lo scientismo riduzionista. 

Per Faggin conoscere significa risalire, distogliersi dalla molteplicità per ritrovare l'unità originaria.
Usa un linguaggio diverso, qualia, stati quantistici, campi coscienti, ma la struttura è la stessa. L'Uno, nel suo sistema, è definito come la totalità di ciò che esiste: dinamico, olistico, non divisibile in parti separate, e dotato di una volontà di conoscere se stesso, una volontà che si esprime attraverso la coscienza.

Platone e Plotino giunsero a quella visione per via speculativa, dialettica, mistica. Faggin ci arriva dopo decenni trascorsi a costruire macchine sempre più elaborate.

Il cerchio si chiude: il figlio che aveva voltato le spalle al Plotino del padre torna, sessant'anni dopo, a dire sostanzialmente le stesse cose, ma attraverso la fisica quantistica invece che attraverso il greco antico.

La coscienza viene prima della materia. Il mondo fisico è un'emanazione di una realtà più profonda.

Che storia affascinante.
La Verità che si ripresenta magicamente attraverso uno dei più grandi scopritori della tecnologia moderna.

Fazioni e manovratori

Due fazioni. Un solo copione.

Da una parte l'indignazione "destra"  dove si prende la rabbia legittima della gente — quella che vive nei quartieri, che subisce il degrado, che vede trasformarsi le proprie città — e la si indirizza verso un bersaglio religioso. L'islam come nemico finale. Non i trattati europei, non le lobbies economiche che hanno voluto il melting pot e la manodopera a basso costo, non le classi dirigenti che hanno gestito i flussi nell'interesse di pochi. No: l'islam. Si usa lo stomaco della gente per produrre uno scontro di comodo.

Dall'altra il progressismo sinistro, incapace di riconoscere il fallimento senza sentirsi razzista, convinto che negare il problema sia la forma più alta di civiltà.

Due posizioni che si nutrono a vicenda. L'una giustifica l'altra, si rafforzano tra loro. La destra identitaria cresce quanto più la sinistra nega la realtà. La sinistra si compatta quanto più la destra urla. Il conflitto è il prodotto.

Poi c'è il solito schema grottesco, in cui si agita il crocefisso come scudo identitario contro l'islam, in nome delle "radici cristiane" dell'Occidente.
Quali radici?
L'Occidente che divorzia in massa, che svuota le chiese, che ha aborti legali, che non sa distinguere la Quaresima dal Carnevale, che ha ridotto il Natale e la Pasqua ad operazioni commerciali, dove ci si sposa e si fanno i sacramenti solo per fare festicciole e chiedere soldi, dove si guadagna con Onlyfans. Questo Occidente non è cristiano. È credente per folklore.
Sventolare il crocefisso senza portarne il peso non è certo difesa di una tradizione. È solo sciacallaggio simbolico. Si usa il segno di una fede che non si pratica, non si studia, non si vive, per fare politica indotta.

È tutto un teatro. Mettono dei pupazzi per convogliare il dissenso su problematiche che loro stessi hanno creato. E poi perimetrano il dissenso mettendola sullo scontro tra due monoteismi (il terzo non si tocca, che strano..).

Ennesimo divide et impera creato ad arte dai manovratori.



Narrazioni polarizzanti

Chiedere che l'ingresso degli stranieri in un Paese avvenga secondo regole stabilite, è una posizione di destra.

Accettare che il Paese si riempa di persone prive di documenti, che delinquono e generano attriti sociali è una posizione di sinistra.

Dire che il modello naturale di una famiglia è quello formato da un uomo e una donna, è un'idea di destra.

Appoggiare carrozzoni LGBT+#€ è di sinistra.

Sostenere che le decisioni economiche di una Nazione debbano rispondere agli interessi dei suoi cittadini è una posizione di destra.

Subordinare ogni scelta di politica industriale ai vincoli di bilancio dettati da Bruxelles, accettandoli come un destino ineluttabile, è invece di sinistra.

Difendere il diritto di una comunità a custodire la propria memoria storica, i propri simboli, le proprie ricorrenze, è un'idea di destra.

Riscrivere il passato per adattarlo alle sensibilità del presente, rimuovendo nomi, statue, tradizioni, viene presentato come progresso di sinistra.

Ritenere che la scuola debba trasmettere conoscenza e spirito critico prima di trasformarsi in laboratorio di ingegneria sociale è destra.

Importare senza alcun dibattito pubblico ogni nuova teoria identitaria d'importazione, calandola nei programmi scolastici, è sinistra.

Pensare che il dissenso, anche quello scomodo, debba poter essere espresso e discusso pubblicamente è destra.

Affidare a piattaforme private il compito di etichettare ogni posizione fuori dal coro come "odio" o "disinformazione" è sinistra.

...e si potrebbe continuare all'infinito, perché lo schema è sempre lo stesso, ogni posizione di buon senso, quella che un tempo sarebbe stata semplicemente l'opinione della maggioranza silenziosa, viene oggi ribattezzata "destra", come fosse un'anomalia da correggere, mentre la sua negazione, per quanto innaturale e dannosa, viene venduta come "progresso" di sinistra.

Si tratta di una narrazione fasulla, costruita a tavolino.
Storicamente non è mai stato così, la sinistra del Novecento difendeva i confini, il lavoro, la sovranità popolare contro il grande capitale. Le etichette sono state svuotate e riassegnate. Dire "di destra" evoca lo spauracchio fascismo, impedisce che la gente si accorga di avere, su quasi tutto, lo stesso buon senso del vicino di casa che vota diversamente da lei.

Polarizzare significa distrarre. E un popolo distratto non si accorge di chi sta davvero decidendo per lui.

L'industria antropomorfa

I veterinari in Italia sono circa cinque volte i pediatri. Cinquemila bambini in meno ogni anno. Trentatremila professionisti che curano cani e gatti contro seimila che curano i figli di una nazione che non ne fa più.

Ecco il profilo di una civiltà che ha spostato il proprio investimento affettivo ed economico dagli esseri umani agli animali domestici. Il tutto grazie alla complicità di una certa retorica del "rispetto per tutte le forme di vita" che nasconde, sotto la vernice progressista, un individualismo radicale: l'animale non chiede, non giudica, non delude. Il figlio sì. Le cause della denatalità vengono indicate ogni volta con i costi della vita, la precarietà lavorativa ecc. Tutto vero ma sappiamo bene che ridurre il problema a una questione economica non è realistico. Significa ignorare che generazioni precedenti, in condizioni materiali assai peggiori, facevano figli lo stesso, perché credevano nel futuro come progetto collettivo, nella famiglia come struttura di senso.

Oggi è evaporato tutto. E il mercato, come sempre accade, ha riempito il vuoto. L'industria degli animali da compagnia vale in Italia miliardi, alimenti "premium", assicurazioni sanitarie, abbigliamento stagionale, psicologi per cani, terapisti comportamentali felini. Una filiera sterminata che prospera esattamente dove si è sgretolata la famiglia. Una civiltà che smette di riprodursi, ha smesso di credere in sé stessa. E una che sostituisce i figli con i cuccioli non sta soltanto crollando demograficamente, sta cambiando antropologicamente, in modo irreversibile.

Reminiscenza

Vi è mai capitato di aprire un libro di un autore che non conoscevate, letto per caso o per un impulso inspiegabile, e di trovare là dentro qualcosa che sentivate già vostro?
Come se quelle pagine vi restituissero un pensiero che era già in voi, ma che non avevate ancora trovato le parole per formulare.
Non è un caso, e non è nemmeno una suggestione.

Platone nel Menone e nel Fedone chiama questa esperienza anamnesi — reminiscenza. La conoscenza non è acquisizione ma ricordo. L'anima, prima di incarnarsi, ha contemplato le Idee nella loro forma pura: il vero, il bello, il giusto. L'apprendimento non introduce nulla di nuovo, toglie un velo. Non si impara, si ricorda. I libri, i maestri, le esperienze sono stimoli che riattivano ciò che già sappiamo.

Plotino nell'Enneade sostiene che esiste una parte dell'anima che non scende mai completamente nel corpo — che rimane in contatto permanente con l'Intelletto universale, il Nous. In noi c'è qualcosa che non si è mai separato dall'origine. Certi libri permettono a questa parte di manifestarsi nella coscienza ordinaria.

La tradizione indiana, dall'Advaita Vedanta, arriva allo stesso punto per un'altra strada: il Sé (Ātman) è già conoscenza, identico a Brahman. L'ignoranza (avidyā) è solo un velo. Il maestro non trasmette nulla — rimuove l'ostacolo. Non dà la luce, toglie ciò che la copre.

Jung ha la stessa intuizione, gli archetipi sono strutture preesistenti all'esperienza individuale, depositate nell'inconscio collettivo. Certi libri risuonano perché attivano strutture già presenti in profondità, non perché introducano qualcosa di esterno. Il testo è uno specchio, non un contenitore.

Per Evola la conoscenza superiore non si apprende, si sveglia. La dottrina tradizionale non informa l'intelletto, riattiva qualcosa che era già lì in stato latente. 

La convergenza è notevole. Tradizioni lontanissime tra loro — la Grecia classica, il neoplatonismo, il Vedanta, la psicologia del profondo, la prospettiva tradizionalista — arrivano tutte allo stesso punto: il riconoscimento precede l'apprendimento. Esiste una conoscenza anteriore all'esperienza. I testi e i maestri funzionano come specchi, non come fonti.

Se vi è dunque capitato di specchiarvi in un autore invece di essere formati da lui, non stavate subendo un condizionamento. Stavate semplicemente mettendo a fuoco qualcosa che era già vostro.

Da dove viene dunque questa conoscenza che precede l'esperienza? Le risposte che abbiamo visto divergono — l'anima preesistente di Platone, il Nous di Plotino, l'Ātman vedantico, l'inconscio collettivo junghiano, il senso metafisico evoliano. Ma su un punto convergono tutte, non siamo una tabula rasa. Non lo siamo mai stati.

Gestione delle apparenze

C'è una convinzione sempre più diffusa, sdoganata anche da una certa comunicazione pop sulla salute mentale, ovvero che dentro ognuno di noi c'è uno spazio intoccabile, un lato oscuro che non va mostrato a nessuno. Tienilo chiuso eh. Proteggilo! Perché chi lo vede poi scappa. Il messaggio viene confezionato sui social come grande saggezza....non lo è, è piuttosto la mappa perfetta per l'isolamento. Perché se il lato più "scomodo", le paure, le contraddizioni, le zone d'ombra, diventa qualcosa da nascondere per forza, allora ogni rapporto viene costruito su una maschera. Ma i rapporti veri nascono proprio dal contrario. Dal momento in cui si mostra quel lato a qualcuno e quello non scappa. Anzi, tira fuori il suo. Questo è il punto di non ritorno di un rapporto autentico. Altro che chiudersi sempre, quella non è protezione, ci si condanna solo a diventare monadi con rapporti di superficie.

Ecco uno dei motivi per cui gli psicologi in questo periodo storico si stanno riempiendo le tasche. Perché a fronte di queste concezioni ultradifensive poi la gente si rivolge agli sconosciuti, pagandoli. La selezione è necessaria ovviamente, non si apre a chiunque. Ma la questione è opposta a quella che viene venduta da certi fumettisti pop o dagli influencer "saggi" ipercondivisi sui social. Non è vero che bisogna chiudere il proprio lato oscuro al mondo. C'è da trovare piuttosto le due o tre persone a cui vale la pena aprirlo. È l'unica vera ricchezza. Il resto è gestione delle apparenze e spreco di denaro.



Ancora narcisisti

Ogni tanto torniamo su questo argomento che ci rende tanto antipatici, ma è necessario.

Il narcisista non esiste.

O meglio, esiste, ma non è il tuo ex. Non è la tua ex. Non è quella persona che ti ha fatto stare male due anni fa e che ora hai etichettato con una diagnosi presa da un video della Bruzzone. 

Il "narcisismo" è diventato la parola più abusata del decennio. Prima era "tossico". Prima ancora era "manipolatore". 

Sappiate che c'è un'industria intera, composta da psicologi compiacenti e "influencer" del benessere emotivo che campa su questa roba. 

Il meccanismo è sempre lo stesso, trasformare ogni relazione andata male in un crimine, ogni ex in un mostro clinicamente classificabile, ogni persona ferita in una vittima certificata. 

La realtà delle relazioni umane è però differente.

Dietro la maggior parte di queste storie non c'è nessun narcisista. C'è una persona insicura che non sa cosa vuole. C'è un'altra persona che sceglie, inconsciamente, sistematicamente, chi la tratterà male, perché è l'unico tipo di amore che riconosce come reale. C'è chi confonde l'intensità con la profondità, il conflitto con la passione, il bisogno con il desiderio. C'è chi non ha mai fatto i conti con sé stesso e riversa su un'etichetta diagnostica la responsabilità di quella mancanza.

Una analisi seria sa che le relazioni disfunzionali si costruiscono in due. Che chi attrae ripetutamente lo stesso tipo di persona dovrebbe smettere di studiare l'altro e cominciare a studiare sé stesso. Che la domanda non è "perché lui è così?" ma "perché io scelgo sempre qualcuno così?"

Invece no. Abbiamo una guerra tra i sessi alimentata a diagnosi a colpi di reel. Gli uomini accusano le donne di essere narcisiste. Le donne accusano gli uomini di essere narcisisti. Ognuno è la vittima dell'altro. Ognuno ha il suo esperto digitale che gli dà ragione, che gli spiega perché ha ragione.

A "qualcuno" conviene così, mantenere le persone nell'identità della vittima, immobili, risentite, dipendenti da chi le somministra e le convalida.

La guerra tra i sessi continua.


"Oltre l'abisso: geografia del black metal e ascesi"

Come è già accaduto con la prima parte, “Dal nichilismo alla trascendenza: il black metal come fenomeno spirituale”, tradotto in tre lingue, sentirete parlare poco di questo libro dalle riviste di settore.
Perché abbiamo dedicato due volumi a una forma musicale che la cultura ufficiale considera marginale, adolescenziale, al limite grottesca? La risposta è all'interno del testo.

Questa seconda e ultima parte, percorre il genere come nessun altro ha fatto finora. È un'analisi geografica e spirituale: come questa musica, nata in un preciso momento storico e culturale del Nord Europa, si è propagata in ogni angolo del mondo trasformandosi — assorbendo le tensioni locali, le tradizioni precristiane, le crisi identitarie, le esigenze ascetiche che ogni civiltà porta con sé in modi diversi.

Il black metal come fenomeno globale non è mai stato letto attraverso la lente della Tradizione, della ricerca interiore, del rapporto tra uomo e sacro — nei suoi aspetti più oscuri e più alti al tempo stesso. Qui lo è.
Chi legge questi testi sa già che non cerchiamo il consenso facile. Chi li ignora, per convenienza o per paura, conferma involontariamente la necessità di scriverli.

"Oltre l'abisso. Geografia del black metal e ascesi", DISPONIBILE QUI 




Comunali e quote rosa

Nelle elezioni nazionali si vota un partito, si elegge un rappresentante, e poi quel rappresentante segue diktat che arrivano da organismi sovranazionali che nessuno ha eletto. Il margine di manovra è risicato, la sovranità è una finzione scenografica. Le elezioni comunali sono un'altra cosa. Chi vince si occupa delle strisce pedonali sotto casa tua, del parcheggio nel tuo quartiere, della manutenzione delle strade, dei servizi che tocchi ogni giorno con mano. Qui la politica è amministrazione concreta della vita quotidiana. Per questo il voto comunale vale, nonostante i soliti meccanismi in cui si candidano cani e porci in cerca di sistemazione. Detto questo, la solita questione dei sessi è ridicola. Per esprimere le preferenze ai consiglieri, si è obbligati a indicare un uomo e una donna. Non i due che si ritengono più competenti. Se si valuta che i due candidati migliori sono entrambi uomini, o entrambe donne, non importa, la parità di facciata viene prima della qualità. Bisogna scegliere qualcuno che non reputi all'altezza semplicemente perché appartiene al sesso giusto per quella casella. Questo sarebbe rispetto per le donne? È una certificazione istituzionale che, lasciati liberi, i cittadini non sceglierebbero abbastanza donne, quindi bisogna costringerli. Un insulto travestito da tutela. Il Comune merita attenzione. Meriterebbe anche elettori liberi di scegliere i migliori, senza ridicole quote rosa.



Struttura

Chi se la prende con il mondo senza interrogarsi su se stesso è miope. Credere che il disordine sia là fuori, in qualcosa da correggere, riformare, abbattere. La politica, l'attivismo, il progresso, tutte parole che promettono di agire sul mondo come si agisce su un oggetto esterno, separato da chi lo maneggia. L'obiezione classica è che il mondo continua a fare schifo anche quando le persone migliorano. La guerra esiste indipendentemente dal mio stato interiore. Il corrotto comanda a prescindere da quanto io sia integro. Vero. Ma difatti non si sostiene che l'uomo "trasformato" fermi le guerre con la meditazione. Si sostiene che ogni sistema umano è la somma esatta di chi lo ha costruito e di chi lo ha lasciato fare. Chi non ha fatto i conti con la propria invidia costruisce gerarchie che puniscono il merito. Chi non riconosce la propria mediocrità la perseguita negli altri. È così via. Il corrotto non governa nel vuoto. Governa perché altri, non "trasformati", non onesti con se stessi, lo eleggono, lo coprono, lo imitano, lo invidiano in silenzio. È struttura. Non è banale pensiero positivo, non è un concetto new age. Lo diceva Socrate 2400 anni fa. Il cambiamento reale comincia interiormente, dove fa più paura guardare.



Esercito italiano

In Italia l'esercito è pagato per fare cosa esattamente?
Crediamo sia una domanda legittima dati i numeri.

Le Forze Armate italiane contano oggi circa 165.000 militari in servizio. Di questi, 21.598 sono ufficiali,  una percentuale sproporzionata rispetto a qualsiasi logica operativa. Leggiamo che su 165.556 uomini censiti nel 2019, le Forze Armate italiane contavano 19.969 ufficiali, 63.826 sottoufficiali e 81.761 militari di truppa e volontari. Più di un ufficiale ogni due soldati effettivi. Un esercito di generali senza esercito insomma.

Leggiamo inoltre che la Corte dei Conti ha rilevato che il 65,7% delle risorse finanziarie della Difesa è destinato alle spese per il personale, contro una media NATO che dovrebbe orientarsi verso una distribuzione molto più equilibrata tra personale, esercizio e investimenti. Insomma qui in Italia si spende la quasi totalità del budget militare per pagare stipendi, non certo per addestrare, per equipaggiare, per operare. 

L'Italia detiene il primato di essere il Paese NATO con la percentuale di spesa per il personale più alta di tutta l'Alleanza. 

Vorremmo sapere, cosa fanno, concretamente, queste persone? Molti presidiano strutture il cui scopo è opaco, svolgono turni ridotti, gestiscono burocrazia interna, occupano posizioni create appositamente per giustificare gradi e stipendi. 

Si è costruita una struttura pensionistica travestita da forza armata. Il risultato è un apparato che consuma risorse senza produrre capacità, che occupa spazio istituzionale senza presidiare territorio, che esiste per perpetuare sé stesso. Miliardi spesi non per difendere il Paese, ma per mantenere in vita un sistema che non è un esercito. È una rendita in divisa.

"La ragione è bastarda" di Andrea Zoppolato

"La ragione è bastarda" di Andrea Zoppolato è un romanzo di formazione ambientato nella Roma degli anni Settanta, durante gli anni di piombo. Protagonista è Cayenna, giovane militante dell'estrema destra con una inclinazione contemplativa, egli cerca nei libri, nella musica, in un senso del trascendente qualcosa che il partito non gli dà. Al suo fianco Romano, amico d'infanzia di sinistra, polo opposto eppure complementare.

La struttura — ogni capitolo intitolato a una canzone, dai Genesis a Lou Reed, da Klaus Schulze a Battisti — vuole rendere la colonna sonora di un'epoca e di una giovinezza.

Zoppolato conosce quella Roma, si respira nel corso delle pagine l’atmosfera di quegli anni.

Il protagonista Cayenna sente l'esistenza di qualcosa di più profondo della politica di sezione, arriva a sfiorare Steiner, Guénon, Freda, La Rochelle, ma li trova e li lascia senza che diventino strumenti di comprensione reale. Molti di quella generazione avevano quei libri in casa senza averli mai davvero attraversati.

Il romanzo mette in scena una generazione che cercava forme, gerarchie, appartenenza, eroismo, senza avere gli strumenti per capire cosa stesse cercando. Quella ricerca porta Cayenna dall'esoterismo alla militanza armata. Il passaggio dai libri alle pistole non è una svolta improvvisa ma una deriva lenta in cui ogni passo sembra necessario. Acca Larentia, i disordini di piazza Istria, il covo dei NAR, l'ordine di uccidere l’amico Romano: Zoppolato ricostruisce quella discesa senza indulgenza, ma anche senza toni accusatori.

Alla fine, il racconto dà ragione a Odino — il camerata che aveva sentenziato che “la ragione è bastarda” — non perché avesse ragione davvero, ma perché quella generazione non ebbe mai il tempo di scoprirlo.

A tratti ci ha ricordato il romanzo “Un gioco da ragazzi” di Enrico Ruggeri. Il testo ha il merito raro di aver raccontato quella gioventù dall'interno, senza retorica e senza processo.


Adolescenti

«Sono tutti così.»

Spezziamo ogni tanto una lancia a favore delle giovani generazioni, perché nessuno mai lo fa.

Si sente spesso dire, quando si parla di figli adolescenti, che "sono tutti così ". La figlia che in casa non muove un dito, il figlio egoista, indifferente a tutto. In generale figlie e figli spenti. 

La spiegazione consolatoria arriva sempre puntuale "eh, è l'età, è la generazione".

Non è vero. Non sono tutti così.

Ci sono figli che aiutano in casa senza che nessuno glielo chieda due volte. Ci sono adolescenti con passioni vere, coltivate con serietà. Ci sono giovani capaci di empatia, di impegno, di sacrificio. Esistono, e non sono solo eccezioni, sono il risultato di un'educazione.

C'è poi un'altra credenza da smontare, quella che a tredici, quattordici anni si debba essere per forza degli esseri incerti, fragili, incapaci di reggere qualsiasi responsabilità. Come se l'adolescenza fosse una malattia temporanea da sopportare. Eppure a quell'età, e non in epoche remote, si lavorava. Si contribuiva al sostentamento della famiglia. Andando più indietro, si governava. Alessandro Magno ricevette Aristotele come precettore a tredici anni e condusse le prime campagne militari a sedici. La categoria dello smidollato cronico non è biologica, è culturale. 

Certamente è innegabile che il contesto storico lasci tracce. Certe tendenze generazionali esistono davvero. La tecnologia pervasiva ed i social hanno modificato tante cose nella crescita dei ragazzi. Ma una tendenza non è tutto.

«Sono tutti così» è una frase che non dice nulla. Dice che si preferisce la media statistica alla responsabilità educativa. Che è comodo allinearsi al peggio.

Un figlio apatico, menefreghista, incapace di contribuire anche solo alla vita domestica non è un fenomeno naturale. È il risultato di scelte. E finché si continua a invocare il tutti come scudo, quelle scelte non si esamineranno mai.

L'autoassoluzione è comoda. Ma non educa nessuno.


L'illusione della massa

"Stavolta non ci fregano"

L'illusione del popolo che si sveglia se ben informato fa campare tanta gente della controinformazione.

Che il basso possa rovesciare l'alto, che la massa si autogoverni, che il popolo — finalmente sveglio — prenda in mano il proprio destino, sono barzellette. Lo sappiamo tutti che se domani volessero davvero spingere con una nuova pandemia basterebbe fare leva sulla paura e saremmo punto e a capo.

È una favola antica. E come tutte le favole, ha bisogno di essere raccontata periodicamente per mantenere la sua funzione.

La massa non è una categoria numerica, è una categoria qualitativa. È l'uomo che non si chiede nulla di più di ciò che già è. Può riempire le piazze, può urlare slogan ma non può incidere.

Nella Repubblica di Platone, la democrazia non è il trionfo del popolo, è la sua patologia terminale. Governare non è istinto — è episteme, conoscenza. E la conoscenza non si vota, non si democratizza. O la si possiede o non la si possiede.  Sovvertire certi principi non libera nessuno, mette semplicemente il timone nelle mani di chi non sa dove andare.

Huxley la formulò con chirurgica eleganza: il compito delle élite non è lavorare, ma pensare a come organizzare il mondo. Il resto è esecuzione.

Oggi le élite non sono i filosofi della Repubblica di Platone. Sono i tecnocrati di Davos, i gestori del consenso, i proprietari delle piattaforme su cui la massa si illude di ribellarsi. Un'oligarchia senza mandato spirituale, senza visione, senza legittimità — solo potere orizzontale, finanziario, mediatico.

La massa che si crede rivoluzionaria non fa che agitarsi dentro un recinto che altri hanno costruito. La controinformazione, i movimenti dal basso, i popoli che si svegliano — sono valvole di sfogo, non rotture del sistema. Rumore autorizzato.

La massa era massa cinquemila anni fa. Lo è oggi. Lo sarà alla fine del mondo.

Chi crede alle rivoluzioni dal basso crede, in fondo, che i fiumi risalgano le montagne. Un'idea poetica. Inutilmente poetica.


La dignità al contrario

In Italia, chi tira su un muro ha più di cinquant'anni o viene da un altro continente. Il muratore sotto i quaranta con passaporto italiano è una specie in estinzione. Lo stesso vale per l'idraulico, il falegname, l'elettricista, il carrozziere, il giardiniere. Mestieri che reggono il paese, svolti da chi il paese lo sta lasciando, per età o per origine.

Il genitore medio italiano ha un sogno: il figlio non deve fare quello che ha fatto lui. Il figlio deve studiare. Deve diventare qualcosa. Medico, ingegnere, avvocato, oppure, nell'era digitale, qualche figura dal nome vago che si svolge davanti a uno schermo. Il lavoro manuale non è contemplato. Non è un'opzione, è una sconfitta. 

Se li senti, i loro figli sono tutti dei geni. Poi ci parli e scopri che sanno a malapena legarsi le scarpe. Il punto è che non tutti hanno vocazione e attitudine per i mestieri di intelletto. Il medico non può farlo chiunque. Stesso discorso per l'ingegnere, l'avvocato, qualsiasi lavoro che richieda un certo tipo di mente. Esistono persone con una capacità manuale spiccata, un'intelligenza pratica, una predisposizione concreta che vale quanto qualsiasi altra — e che in altri paesi viene riconosciuta e coltivata. In Italia no. Qui la scuola promuove tutti, crea titoli che si ottengono per accumulo di protocolli memorizzati, avalla l'illusione che la vocazione non esista e che il diploma/la laurea siano un diritto. Così si passa, si prende il pezzo di carta, si esce con una media presentabile da un percorso che in molti casi non ha formato nulla.

Il risultato è una generazione convinta di meritare una scrivania per diritto acquisito, mentre i cantieri girano con braccia straniere e gli artigiani in pensione non trovano chi raccogliere il mestiere.

Nel frattempo, gli stessi genitori che hanno coltivato questo disprezzo silenzioso verso il lavoro manuale si lamentano delle città cambiate, degli stranieri ovunque, dell'insicurezza. Non collegano i punti. O non vogliono farlo.

Il nodo è culturale, non economico — o almeno, non solo economico. Certo, molti mestieri manuali sono sottopagati, e questo andrebbe affrontato. Ma il problema viene prima: è la concezione. In Italia il lavoro che si fa con le mani è ancora percepito come il segno di chi non ce l'ha fatta. Una condizione da cui affrancarsi, non una scelta da rispettare. Finché questa gerarchia morale non crolla, nessun incentivo salariale basterà. I figli continueranno a non volerlo fare, e i genitori continueranno a dargli ragione.