Adolescenti silenziosi

C'è questa malsana ideologia che "l'andare bene a scuola" sia una prova di maturità.

Se il figlio se la cava a scuola allora va tutto bene, il genitore si considera assolto.

Il fatto che dei giovani non pongano mai una domanda propria, che non provino curiosità per un libro che non sia assegnato, per una musica che non sia nelle cuffie di tutti, per un fatto del mondo, per nessun argomento in particolare, per questi genitori non è preoccupante.

Un ragazzo dai quattordici ai diciotto anni, se è vivo, ha fame. Si ossessiona per qualcosa, magari una band, un gioco, una guerra, un'idea sbagliata e ardente, una stupidaggine, purché sua. Ha opinioni sgangherate che difende con furia. Fa domande scomode a tavola. Se tutto questo manca, se davanti a te c'è un adolescente che non vuole niente, non sa niente e non chiede niente, si limita a scrollare sullo smartphone e prendere voti a scuola... be' sappiate che nulla sta funzionando. La frase "I giovani sono tutti così" non assolve nessuno.

A molti genitori fa tanto comodo non accorgersi di niente. Il voto scolastico è un dato che li rassicura e lo raccontano con fierezza agli altri, e questo gli basta. Evitano la fatica di sedersi davanti a un figlio e scoprire, in dieci minuti di conversazione vera, che non ha nulla da dire, nessuna passione interiore che brucia. Quella scoperta li costringerebbe a farsi magari delle domande.

Meglio evitare..

I ragazzi non sono vasi vuoti che si riempiono da soli a scuola, respirano l'aria di casa. In un luogo dove i genitori non hanno passioni, dove la sera è televisione e telefono, dove nessuno cita un libro o difende un'idea, il figlio impara che vivere significa adempiere e poi svagarsi. E la applica.

Poi si dirà che è l'epoca, che gli schermi li hanno storditi, che la scuola non stimola ecc

Verità parziali, scaricare tutto sull'epoca è il modo più comodo per non guardarsi allo specchio.

Questi ragazzi diventeranno degli adulti, magari competenti in qualche settore ma inerti e passivi.

Arriveranno a trent'anni con un curriculum ordinato e un'interiorità deserta.

Ma che importa, lo studente Luigino ieri ha preso 8 in pagella e tutto va alla grande.

Ecco come si spegne il futuro di un Paese.



Sexting

Lo chiamano sexting, l'ennesimo inutile inglesismo, perché la parola inglese nobilita qualsiasi cazzata.

Ogni cosa, per sembrare seria, deve arrivare da oltreoceano.

Si sente dire che oggi si corteggia molto meno, mentre le richieste e i messaggini su instagram crescono di giorno in giorno. Ovviamente... intere generazioni crescono senza aver mai tollerato l'attrito di un'altra persona in carne e ossa, e non sanno più leggerla.

Il maschio impara la femmina da un flusso di immagini, la femmina impara il maschio da una fila di richieste. Si fraintendono perché non si frequentano, e non si frequentano perché ogni incontro reale esige quel sano imbarazzo, quella presenza, che il telefono ha insegnato a evitare. Ci si nasconde dietro schermi.

Ma la tecnologia è solo un aspetto.

Abbiamo poi altri fattori come il solito politicamente corretto. L'apprezzamento per strada, che un tempo era un'audacia, a volte una goffaggine, oggi si chiama con un altro patetico anglicismo: "catcalling". Un reato morale.

Il risultato è una generazione di maschi terrorizzati e di femmine abituate a leggere ogni sguardo come un'imputazione. Nessuno osa più dire una parola di troppo, nessuno osa più fare un passo falso, e allora nessuno fa più alcun passo. Poi però dietro il buio degli schermi si scatenano tra anonimato e oscenità di qualsiasi genere.

La prudenza politicamente corretta, inglesismi farlocchi e la comodità degli schermi si danno la mano, e tra i due sessi si scava un fossato sempre più profondo.


Si può fare a meno dello smartphone?

Chi oggi può permettersi di non usare uno smartphone?
Obiettivamente nessuno e chi dice il contrario sta delegando qualche funzione a conoscenti che lo hanno. 

Funziona così, nessuna tecnologia si impone da sola, la si rende necessaria eliminando ciò che le stava accanto. Si fa sembrare naturale una decisione presa da qualcuno, con interessi precisi..

Il primo interesse è la tracciabilità. Lo sportello non registrava nulla di te, la procedura digitale registra tutto, chi sei, dove sei, che cosa paghi, a chi scrivi, quando entri e quando esci. Il telefono è un guinzaglio che il cittadino compra, ricarica e porta con sé di propria iniziativa.

Il secondo è la revocabilità. Quando l'accesso al denaro, ai servizi, al lavoro e alla scuola dei figli passa da un profilo, ogni diritto diventa sospendibile con un clic. 

Il terzo è la docilità che nasce dalla dipendenza. Chi non può fare a meno di un sistema ne accetta le condizioni, tutte. 

Le tre cose, prese insieme, descrivono un cittadino sempre leggibile, sempre sospendibile, sempre conforme. 

Nessuna di esse ha richiesto una legge che obbligasse a possedere un telefono. Nulla è obbligatorio, ma è come se lo fosse.

Lo smartphone è solo il supporto materiale di una trasformazione più antica, in cui il diritto smette di essere qualcosa che si possiede e diventa qualcosa che si ottiene, di volta in volta, a condizione di essere identificabili. 

È una scelta politica, nessuno ha mai potuto sceglierla. Ciò che si decide altrove arriva a noi con il nome di progresso, e il progresso, per definizione, non si discute.

Non hanno tolto la libertà di vivere senza telefono, hanno tolto tutto il resto, e il telefono è rimasto l'unico modo di riaverlo.

Truffe scolastiche

Il sistema dell'insegnamento italiano è puro sfruttamento. Non ti sfrutta un capo, ti sfrutta un algoritmo di punteggio che decide se a settembre avrai un lavoro.

La laurea non basta mai perché non deve bastare, se bastasse, il giro si fermerebbe. Serve il ventiquattro crediti formativi, poi il corso abilitante, poi l'aggiornamento, poi la certificazione x o y, poi il master che vale un punto e mezzo in graduatoria e costa quanto uno stipendio. Ogni scoglio ha un ente che lo eroga a pagamento, spesso privato, spesso accreditato da un ministero che avrebbe dovuto vigilare e invece si è limitato ad aprire il mercato.

Chi ha bisogno del punto lo compera, e chi vende il punto non ha alcun interesse a che il bisogno finisca.

Chi può permettersi corsi, viaggi per le sedi, mesi di supplenze scomode ha qualche probabilità. Chi non può, resta fuori, indipendentemente da quanto sappia insegnare.

Ovviamente questi meccanismi non portano all'innalzamento della qualità ma il suo esatto contrario.

La competenza pedagogica reale, quella dote innata, che si modella con anni di pratica in classe, viene sistematicamente scavalcata da chi ha semplicemente accumulato più carta.

Un sistema che non è in grado di misurare l'insegnamento ma sa misurare la capacità di navigare l'insegnamento come pratica burocratica.

La scuola italiana...quell' architettura che sforna automi ed è disegnata per estrarre denaro a chi vuole lavorarci.


Dischi

Ascoltare un disco o leggere un romanzo per intero sta diventando sempre più complicato, anno dopo anno. Si sta smarrendo totalmente la capacità di abitare la durata.

Viviamo nell'epoca dei reel veloci che stanno vincendo sul tempo spazializzato, l'istante batte il divenire.
I video brevissimi, scorsi col pollice in serie senza fine sono diventati la forma culturale dominante, sono l'apoteosi dell'istante spogliato di ogni contesto, l'eterno presente senza prima e senza dopo.

Il disco è quell' oggetto che si possiede e si onora con un rito di ascolto, non un magazzino infinito da cui prelevare frammenti a piacimento, senza mai impegnarsi con l'insieme. Ecco perché oggi si fatica a concepire un ascolto per intero senza distrarsi.

Non è un discorso astratto che riguarda solo la musica, è indicativo sulla vita delle persone dei nostri tempi.
Questo "skippare" da una traccia all'altra è il simbolo del vivere il presente come qualcosa da consumare in fretta prima che arrivi il prossimo stimolo, non come un'esperienza da abitare fino in fondo. 
Non è così che funziona oggi tutto? A partire dai rapporti di coppia?

Ecco, allora diciamo questo, nel nostro piccolo, ascoltare un disco per intero è un atto controculturale, una piccola disciplina ascetica contro la dittatura dell'immediato. 

Non è questione di nostalgia per il vinile o feticismo per il supporto fisico, bensì  la scelta di lasciarsi ancora attraversare da qualcosa che ha una forma, un inizio e una fine, invece di ridurre ogni cosa a materiale grezzo per la propria distrazione. 

Chi non sa più ascoltare un disco fino in fondo, non sa nemmeno ascoltare se stesso fino in fondo.

Gattare in carriera

C'è questa donna con il volto indurito, dai tratti somatici cupi, in gran carriera, senza figli, che va in giro a dispensare consigli su... relazioni e figli.

È ossessionata dai "narcisisti", mette in guardia le donne dai "manipolatori", spiega loro che la società ci ha sempre preso in giro, dalle favole in cui il principe risveglia la principessa col bacio, ai giochi infantili che vedono nel maschietto colui che usa macchinine e pistole e nelle femminucce bambole e cucina.

"Non fatevi fregare!" sbraita con occhi sgranati, in conferenze piene di gattare che la applaudono.

Questa tipologia di donna ha introiettato fino in fondo l'antropologia moderna, quella per cui l'unico bene concepibile è l'autoaffermazione individuale, misurata in carriera, autonomia, assenza di legami. Da questo punto di vista, ogni relazione che implichi dono di sé, cura, apertura verso l'altro, insomma tutto ciò che una volta si chiamava eros nel senso pieno, non può che apparire come una trappola da smascherare.

Ignora che il maschile e il femminile non sono ruoli sociali intercambiabili né tantomeno rapporti di dominio, ma due modi diversi e complementari di partecipare a un medesimo principio. Il maschile come forma, direzione, trascendenza attiva, il femminile come sostanza, accoglienza, immanenza realizzatrice. Non gerarchia di valore, ma di funzione. 

Che dire, fenomeni da baraccone, riflessi di un' epoca di gente che nulla ha compreso della magnifica complementarietà dei sessi e vive in guerra perenne con se stessa e con l'altro genere.


Apatia

Il sintomo più eloquente di una civiltà che ha smarrito il proprio centro è l'apatia. 

Nell'accezione classica, l'apatheia era il dominio delle passioni disordinate raggiunto attraverso la disciplina interiore.

L'apatia dei nostri giorni però è l'esatto contrario, non un superamento delle passioni, ma la conseguenza della loro estinzione per mancanza di un orizzonte che le giustifichi. Non si è distaccati perché si è saliti sopra le cose, ma perché non si crede più che ci sia qualcosa sopra cui salire.

Quando il mondo perde la sua verticalità, quando ogni gesto smette di rimandare a un significato che lo trascende, l'azione stessa si svuota di senso, si agisce per inerzia. Vi è l'indifferenza, l'incapacità di indignarsi davanti all'ingiustizia, la tiepidezza che attraversa i legami affettivi, la rassegnazione di chi non crede più che le proprie azioni possano cambiare qualcosa. È uno stato d'animo diffuso, la modernità chiama questa roba "resilienza", quando in realtà si tratta di una forma di morte interiore anticipata.

L'uomo tradizionale trovava nella sua appartenenza a una comunità di senso, a una tradizione, a un cosmo gerarchicamente ordinato, la ragione stessa del proprio impegno nel mondo. Privato di questa cornice, il moderno resta solo con la propria volontà individuale, risorsa insufficiente a sostenere nel tempo qualsiasi tensione, qualsiasi passione, qualsiasi fedeltà.

L'apatia è un effetto voluto dai poteri che governano le società di massa. Una popolazione apatica è una popolazione facilmente amministrabile. 
Non a caso non investono nella formazione del carattere, nell'ascesi come pratica quotidiana, nella costruzione di un'interiorità equilibrata, del dominio di sé. Si otterrebbero dei "ribelli" e non conviene , l'apatia moderna deve produrre soltanto consumatori stanchi.

Propaganda e referendum

Da anni notiamo come esista una sorta di gerarchia dell'indignazione ed è quasi sempre invertita rispetto alla gerarchia dei bisogni. 

Prendiamo un signor X, una persona di 20/30/40 anni, uno che vive in affitto, che guadagna quanto guadagnava suo padre negli anni Novanta ma con un potere d'acquisto dimezzato, che lavora dodici ore al giorno in un ristorante o in altre tipologie di servizi senza un contratto degno. 
Questo signor X, di norma, non lo sentirete contestare per non avere un tetto sulla testa garantito e una vita dignitosa. Al massimo qualche innocuo lamento, ma di certo non lo troverete a firmare petizioni chessó contro l'inflazione degli affitti o indignarsi del fatto che la casa di proprietà sia diventata, per la sua generazione, un miraggio.

Poi arriva un istanza buttata giù da qualcuno, per esempio di recente arriva una richiesta di referendum sull'educazione sessuo-affettiva a scuola ai bambini. Improvvisamente la stessa persona ritrova l'energia, il tempo, la lucidità per mobilitarsi, firmare, condividere, indignarsi. 

Il punto non è mescolare i due discorsi, il punto è che questa persona quella battaglia non l'ha scelta affatto. Gliel'hanno assegnata. Esistono organizzazioni, comitati, apparati mediatici il cui mestiere è esattamente questo, individuare un tema, confezionarlo come urgenza morale assoluta, e distribuirlo capillarmente finché non diventa, nella testa di chi lo riceve, un obiettivo proprio, sentito come tale, vissuto come priorità esistenziale. Nessuno di questi sfruttati si è svegliato una mattina pensando che il problema centrale della propria vita fosse il consenso informato per l'educazione sessuo-affettiva alle elementari. Ci è arrivato perché qualcun altro ha deciso che dovesse arrivarci, e ha costruito con cura la macchina retorica per farglielo credere.
Questo è ciò che rende la propaganda efficace.  

L'obiettivo è sempre lo stesso: la famiglia, l'autorità dei genitori, il controllo su cosa venga insegnato ai figli. Non perché sia la battaglia più urgente per chi lavora dodici ore al giorno, ma perché è la battaglia che a certi soggetti conviene di più che venga combattuta, e che venga combattuta da altri, gratuitamente, con l'ardore di chi crede di aver scoperto da solo una causa. 

Chi si mobilita per il consenso informato a scuola e non si è mai scandalizzato per la propria situazione è vittima di un lavoro altrui, fatto bene, sulla propria testa.
Inutile che qualcuno ora obietti che son questioni diverse, osservate i reali meccanismi. 
Non si accorgono di combattere guerre decise da altri, continuando a morire nella propria, in silenzio, convinti di essere loro a scegliere il fronte.

Gelassenheit

Non serve rivolgersi ad Oriente per comprendere certi concetti. Meister Eckhart spiegò la dissoluzione dell'io in latino scolastico e in un tedesco mistico dentro le categorie di un cristianesimo che non aveva ancora inventato la parola "meditazione", ma che possedeva già tutto, nella nozione di Gelassenheit.
Gelassenheit significa lasciare che l'anima si spogli di ogni immagine, di ogni rappresentazione, persino dell'idea di Dio come oggetto pensato, per raggiungere quel fondo dell'anima, il Seelengrund, che Eckhart considerava increato e identico, nella sua radice, al principio increato da cui tutto procede. 

Chi conosce la tradizione advaita o lo zen riconoscerà immediatamente la struttura, non un dio da contemplare come si contempla un oggetto fuori di sé, ma la scoperta che l'osservatore e l'osservato condividono, a un livello più profondo del pensiero discorsivo, la medesima natura. Eckhart lo diceva, l'occhio con cui vedo Dio è lo stesso occhio con cui Dio vede me.
Eckhart arriva a questa conclusione per via apofatica, per sottrazione, esattamente come il vedanta arriva al neti neti e lo zen al mu: Dio non è questo, non è quello, non è nemmeno "essere" nel senso in cui applichiamo la parola alle cose create, e per questo la mente che vuole raggiungerlo attraverso concetti si condanna da sé al fallimento. 

La meditazione, in questa cornice, non è una mera tecnica di concentrazione ma disciplina della rinuncia, Abgeschiedenheit, il distacco.

Eckhart fu condannato,  chi tocca il fondo dell'anima e lo trova increato mette in crisi ogni teologia fondata sulla distanza infinita fra creatura e creatore. Ed è proprio questa eresia strutturale, a renderlo commensurabile con l'Oriente, non ha "importato" la meditazione orientale, ha ritrovato, scavando nella propria tradizione fino all'osso, la stessa struttura che altri avevano raggiunto scavando nella loro. 

Polarizzazioni

Lo sappiamo ormai bene come funziona Il sistema, impone una casella. Fascista o antifascista, di destra o di sinistra, vax o novax ecc. Poco importa quale delle due caselle tu scelga, perché la vittoria è già avvenuta nel momento stesso in cui si accetta che esistano solo due caselle.

Dividi et impera non è uno slogan da manuale di storia romana, è l'architettura di ogni dibattito pubblico. Si prendono due estremi, si gonfiano fino a farli sembrare le uniche geografie possibili del pensiero, e si costringe chiunque voglia dire la propria a issare una bandiera prima ancora di aver aperto bocca.

Chi rifiuta di schierarsi non viene neppure preso in considerazione. La complessità non è ammessa.

Chi accetta la polarizzazione ha già rinunciato a pensare, si è limitato a schierarsi nei perimetri per lui già creati. 

Questo canale è il rifiuto di ogni casella, un pensiero che si assume la responsabilità della scelta senza però lasciarsi ingabbiare dal binario che qualcun altro ha tracciato per noi. 

Chi cerca qui la conferma della propria appartenenza resterà deluso. Chi cerca invece gli strumenti per pensare contro ogni appartenenza precotta, ha trovato il posto giusto. L'obiettivo è non arenarsi.

Momo di Michael Ende

Il romanzo Momo di Michael Ende del 1973 è da sempre considerato un libro per l'infanzia. Non lo è.

Momo è una bambina senza famiglia né passato dichiarato, che vive negli spalti di un anfiteatro abbandonato ai margini di una città senza nome. Possiede un dono, sa ascoltare il prossimo. Attorno a lei si raccoglie una piccola comunità che vive di poco ma vive bene, finché in città non arrivano gli "uomini grigi", agenti di una misteriosa Cassa di Risparmio del Tempo. Convincono gli abitanti a smettere di sprecare ore in chiacchiere, affetti, ozio, e a depositare il tempo risparmiato in banca, con la promessa di interessi futuri. Il risultato è una città efficiente e frenetica, sempre più povera di ciò che rendeva quel tempo degno di essere vissuto. Momo, l'unica che gli uomini grigi non riescono a persuadere né a corrompere, intraprende un viaggio per restituire alla città il tempo rubato.
 
Su questo impianto fanciullesco si regge un'analisi del tempo sottratto alla sua natura di esperienza vissuta. Gli uomini grigi non rubano con la violenza, ottengono per persuasione, convincendo ciascuno che risparmiare il tempo sia razionale, che la fretta sia progresso, che la lentezza sia colpa. È la stessa critica che attraversa buona parte della filosofia del Novecento. Cosa accade all'esistenza quando viene sottoposta al calcolo, quando ogni ora deve giustificarsi in termini di produttività?

L'ascolto, in Ende, è una categoria metafisica, non semplice attenzione al prossimo, ma disponibilità a lasciare che l'altro esista pienamente nel tempo condiviso con lei. È un dono che si dà senza calcolo, e proprio per questo capace di restituire senso a chi lo riceve.
 
Quella diagnosi si è avverata in forme che il 1973 non poteva immaginare nel dettaglio, ma di cui già possedeva la logica interna. Le otto ore lavorative, nate come conquista, sono diventate un'unità di misura applicata a mansioni sempre più svuotate di senso. 
La pensione, spostata sempre più avanti, non promette riposo ma un credito, come gli interessi della Cassa di Risparmio del Tempo che non maturano mai. 
Il tempo libero, quando esiste, viene riempito secondo la stessa efficienza che dovrebbe sospendere.
Gli uomini grigi, in fondo, non avevano bisogno di conquistare il mondo con la forza. Bastava convincerlo che il tempo speso a vivere fosse tempo perso a non produrre.

Psicologizzazione di massa

Parliamo delle conseguenze della moda dello psicologo, perché sì, è una moda. 

Come sappiamo, la psicologia moderna è una delle tante pseudo-scienze nate dal regno della quantità, un sapere che riduce lo spirito, realtà qualitativa e non misurabile, al livello del semplice psichico, catalogabile, analizzabile, curabile come un organo malato. Abbiamo dei "tecnici" che amministrano il disagio senza mai chiedersi da dove venga né verso cosa dovrebbe orientarsi chi lo prova.
Ora però, senza entrare nello specifico, facciamo notare l'ennesimo fattore che crea distanza tra le persone.

Le persone hanno smesso di confidarsi con chi le sta accanto e hanno iniziato a farlo solo a pagamento, con un estraneo dietro una scrivania. Non si fidano più di nessuno, lo psicologo è diventato l'unico luogo in cui aprirsi, perché considerato neutro, sterile, professionale. Non è casomai un amico o un partner che potrebbe usare le tue debolezze contro di te.
È lo psicologo. 

Parliamo, senza mezzi termini, di un fallimento sociale.
Tutti parlano con lo "specialista" e nessuno più con il vicino, ecco che quest'ultimo diventa sempre più uno sconosciuto, e la diffidenza diventa strutturale. Una società sospettosa dei rapporti umani, in cui l'unico interlocutore accettabile è un "professionista" che si riempie le tasche.

La psicologizzazione di massa ha prodotto persone che si guardano l'un l'altra in cagnesco, attraverso una grammatica clinica. "Hai tratti narcisistici", "questa è una relazione tossica" ecc.
Il linguaggio della terapia è entrato nel linguaggio comune, ha fornito un vocabolario tecnico per giustificare la distanza. Ogni conflitto, quello che un tempo si affrontava litigando, chiarendo, a volte perdonando, oggi viene riletto come sintomo di una patologia altrui da cui proteggersi. Il prossimo non è più un simile con cui misurarsi, è un potenziale rischio da diagnosticare a distanza.

Osservate la deriva, vi sono pubblicità su pubblicità in cui si sponsorizzano psicologi, anche online, lo Stato che elargisce bonus per andarci...

Una società che manda tutti dallo psicologo è l'ennesimo segno dei tempi. Una società convinta di star curando il proprio benessere, ma che in realtà è solamente una società di monadi tristi, diffidenti e smarrite.

Tre sguardi

Negli ultimi due anni abbiamo pubblicato tre saggi inerenti al mondo della musica. 

Con "Usurpatio" abbiamo smontato una menzogna che si è sedimentata fino a diventare senso comune, ovvero l'idea che la canzone italiana appartenga per diritto naturale a una parte politica, come se la "sinistra" ne avesse acquisito la proprietà intellettuale insieme a quella morale. Non è così, e non lo è mai stato, è appropriazione e il saggio ne ricostruisce la genealogia.

Con "Dal nichilismo alla trascendenza" e "Oltre l'abisso" abbiamo spiegato come un movimento che troppi liquidano ancora come rumore adolescenziale, letto senza pregiudizio, si rivela un tentativo di ascesi, una geografia spirituale che attraversa continenti e decenni prima ancora di essere un genere musicale.

Tre libri che non troverete nelle grandi librerie, perché non sono pensati per essere spinti, ma per essere cercati. La differenza tra prodotto e opera è che il primo si promuove, la seconda si scova. Noi abbiamo scelto la seconda strada, sapendo che è più lenta, ma è l'unica che non tradisce ciò che vi abbiamo messo dentro.



Monadi contemporanee

Le coppie saltano, saltano sempre di piu, la logica dell'usa e getta ha preso da tempo il sopravvento.

Restare oggi, con la retorica dell'autonomia a ogni costo che domina ogni discorso sull'amore, sembra quasi un errore, un residuo di sottomissione da correggere. 

Chi "resiste" vede tutti attorno a sé saltare, e comincia a sentirsi lui lo sbagliato, l'ingenuo, l'arretrato, quello che non ha ancora capito che ci si può sempre permettere di meglio.

Abbiamo generazioni educate a considerare ogni legame come revocabile in ogni istante. Si è importato nella sfera privata lo stesso paradigma che regola il mercato. Se un'opzione non soddisfa più, la si sostituisce, perché il sistema stesso rende disponibili alternative.

Si salta dentro nuove infrastrutture, app, algoritmi, piattaforme, costruite apposta per mostrare che un'alternativa esiste sempre.

La retorica dell'autonomia è la giustificazione morale di un'architettura tecnica ed economica che ha tutto l'interesse a mantenere ogni legame provvisorio, perché è dalla provvisorietà, non dalla stabilità, che si generano nuovi consumi.

Chi oggi resiste sta opponendo resistenza a un intero modello economico che ha bisogno della sua insoddisfazione per funzionare. Ecco perché è spinto a sentirsi in errore, perché è l'unica variabile del sistema che il sistema non riesce a monetizzare.

C'è poi un secondo livello, ancora più corrosivo del primo. Distruggere la famiglia e i legami stabili non produce solo consumatori più efficienti, produce individui isolati, monadi.
La famiglia, per quanto imperfetta ha sempre svolto una funzione di intermediario tra il singolo e il potere, tra il singolo e il mercato. È una sovrastruttura di protezione, una rete che assorbe gli urti che l'individuo da solo fatica a reggere.
Tolta quella rete, resta l'uomo nudo davanti al sistema. Nessuna mediazione, nessun cuscinetto, nessuna solidarietà strutturale a cui appellarsi quando la vita si incrina, una malattia, una crisi economica, una solitudine improvvisa. Il legame familiare, con la sua stabilità non negoziabile, era anche questo, un argine. Un luogo dove l'interesse del singolo non doveva sempre essere ricontrattato, dove l'appartenenza non era un servizio revocabile ma un dato di fatto.

La monade contemporanea, libera e sola, crede di essersi liberata da un vincolo, e in realtà si è privata di uno scudo. È più disponibile, più flessibile, più pronta a consumare, ma più esposta, più governabile, più sola nel momento del bisogno. 
Non è un caso che il sistema che disgrega i legami sia lo stesso che poi promette, a pagamento, sostituti di quello che ha distrutto, terapia, "community online", abbonamenti alla socialità. Ha smontato la famiglia per rivendere, a rate, i suoi pezzi.

Anestesia sociale

Sappiamo bene tutti che il potere d'acquisto in Italia è fermo da vent'anni. Eppure le spiagge sono piene, i ristoranti pure, i figli hanno l'ultimo modello di iPhone e le Nike ai piedi. Perché accade questo? Perché il ceto medio ha trovato un ottimo anestetico, le rate, i debiti perenni. Non si indebitano mica per necessità, ma per restare dentro un'immagine di sé che i redditi reali non giustificano. La vacanza, la casa grande, le scarpe firmate per il figlio. Tutto maschera la reale condizione. Mentono su un salario che non basta. 

Il debito privato ha sostituito il conflitto sociale come valvola di sfogo, solo che scarica la tensione dentro il singolo invece che nella piazza. Chi è indebitato non protesta, perché protestare significherebbe ammettere pubblicamente di aver perso, e chi vive a credito ha ancora troppo bisogno di sembrare vincente per permetterselo. Il debito, insomma, non è solo un problema economico, è proprio un dispositivo di controllo dell'opinione pubblica che funziona meglio di qualunque censura, perché lo si sceglie da sé, rata dopo rata. 

Le uniche piazze piene restano quelle arcobaleno, lì si prendono tutto un mese per protestare nudi, paventando ingiustizie inesistenti. Pensate come stanno messe le masse, taciturne su tutto, manipolate su "diritti" colorati, fomentate da tutte le grandi multinazionali. 

Il vero tabù italiano non è la sessualità, ma il bilancio familiare. Quello resta sotto la sabbia, tra rate infinite e finzioni sociali.

Paralisi

Ieri casualmente siamo capitati nell'ennesimo video di un noto personaggio. Costei affermava, in sostanza, in un breve reel sui social, che se un uomo approccia una donna dandole tante attenzioni, lei deve fuggire immediatamente. 

Qualunque comportamento maschile che non si conformi al catechismo di questi santoni che denunciano il pericolo "narcisista" è ormai un probelma. 

Sei gentile? Sicuramente stai manipolando. Dai molta attenzione? Sarà una tecnica di adescamento. Sei premuroso? È un segnale d'allarme. Siamo di fronte ad un delirio diagnostico in cui si è dichiarata guerra alla manipolazione affettiva ottenendo, come esito, il sospetto perenne, l'estinzione dell'affetto stesso. 

Vorrebbero insegnare alle donne a leggere ogni gesto come sintomo, ogni parola come strategia, ogni sguardo come premessa di un abuso. Il risultato è la paralisi. Relazioni uomo donna trasformate in un campo minato dove ogni passo è sospetto per definizione. 

L'amore come minaccia aprioristica. Complimenti, ottimo lavoro.

Nolan e Tarantino

Christopher Nolan e Quentin Tarantino sono intoccabili. Basta pronunciare una riserva, anche minima, verso costoro e scatta subito il riflesso della congrega: "non hai capitohh, è il tuo limite e non il lorohh".

Tarantino è dichiaratamente un citazionista. Preleva e ricombina generi diversi ma questa non è genialità autoriale, è semplicemente essere raffinati mestieranti. Sa scrivere dialoghi, sa montare scene di tensione, conosce la storia del cinema, bravo. Ma l'erudizione cinefila non è profondità.

Nolan è un altro artigiano ineccepibile, con padronanza tecnica e capacitá di costruire delle strutture temporali. Ma, anche qui, questa tecnica non genera spessore di contenuti. I suoi film funzionano ma quando si va a cercare cosa dicano davvero sull'esistenza, sul tempo, sulla natura umana, si trova superficialità.
La confusione tra complessità della forma e complessità del pensiero è il meccanismo su cui si regge la sua reputazione di "genio".

In entrambi i casi notiamo la costruzione sociale dell'intoccabilità attorno ai loro nomi. C'è bisogno di avere dei totem condivisi attorno cui riconoscersi come "intenditori". Si è creato un cortocircuito per cui ammirare Nolan e Tarantino diventa la prova d'appartenenza a un certo tipo di cinefilia, e metterli in discussione è un atto di eresia da correggere con snobismo.

Si confondono grandi mestieranti e tecnici con la profondità di visione, quella che un grande regista dovrebbe avere.

Non stiamo parlando di Tarkovskij, ma di Christopher Nolan.
Ricordarselo, grazie.

L'Odissea di Christopher Nolan

L'Odissea di Christopher Nolan? Ne abbiamo guardato giusto qualche stralcio, ascoltato le dichiarazioni del regista e letto alcune recensioni.

C'è chi ha scritto che Nolan ha demitizzato l'Odissea, che ha eliminato le presenze divine, che ha trasformato Odisseo in una sorta di ateo razionalista.

Avevamo già denunciato peraltro, prima dell'uscita, le scelte woke degli attori, con Elena di Troia nera e in generale africani messi ad interpretare guerrieri micenei.

Leggiamo che la Maga Circe è stata rappresentata come una brutta megera mentre in realtà nel poema era bellissima ed ammaliava l'equipaggio di Ulisse.
Che Polifemo è stato rappresentato come una specie di alieno proveniente da un altro mondo.
Segnalano anche l'assenza di Nausicaa, certamente una figura fondamentale del poema, colei che salva Ulisse dal naufragio, vestendolo e dandogli ospitalità.

Va bene, ma queste considerazioni dovrebbero stupirci?
L'operazione è coerente con tutta la filmografia di Nolan, il suo è sempre stato un cinema freddo. Bravura tecnica al servizio del vuoto, ingegneria dello sguardo senza una vera cosmologia sotto.

Nolan ha demitizzato Omero? Ma il mito ha bisogno esattamente di ciò che Nolan rimuove da sempre, quel residuo che la ragione non spiega. Quindi tutto normale.

Gli attori che mescolano epoche e continenti pur di somigliare a un red carpet piuttosto che alla tarda età del bronzo micenea sono in linea con l'ideologia woke imposta.

Cosa aspettarsi dunque? Probabilmente uno spettacolo tecnicamente ineccepibile ma umanamente disabitato.

Nulla di nuovo da un regista che scambia da sempre la simmetria per la profondità.

Termini e Propaganda

Dal 12 luglio gli Stati Uniti hanno ripreso a colpire l'Iran meridionale con intensità, ponti nella provincia di Hormozgan, la stazione ferroviaria di Bandar Abbas, la torre di controllo marittimo di Chabahar, impianti energetici, una sottostazione elettrica sull'isola di Kish. Il bilancio riportato dai media iraniani parla di tante vittime civili colte mentre attraversavano i ponti bombardati. 

Gli Usa giustificano il tutto con la consueta architettura retorica per cui l'infrastruttura colpita non è mai infrastruttura, è sempre "legata alla minaccia", quindi necessaria.

Funziona così, quando un ponte crolla sotto le bombe di chi si definisce l'aggredito, la notizia richiede una spiegazione, un contesto, una prova di legittima difesa. Quando però lo stesso ponte crolla sotto le bombe di chi si definisce il garante dell'ordine internazionale, ecco che la notizia viene data con aggettivi quali "precisione", "chirurgico", "mirato", termini che funzionano da assoluzione prima del processo. 

Ovviamente sono scelte volute, non sono disattenzioni giornalistiche. 

Chi bombarda un ponte iraniano non deve rispondere della domanda "perché", perché quella domanda è già stata espulsa dal perimetro del dicibile prima che il ponte cadesse. Il "professionista dell'informazione" è un funzionario di un ordine simbolico in cui certe domande sono già state pre-risposte.

È il grado zero della propaganda, quello in cui la propaganda non ha più nemmeno bisogno di parlare, perché la gente ha già interiorizzato la cornice. 

Se bombardano ferrovie in un Paese "ostile" hanno sempre, per definizione, "un buon motivo". La frase non viene detta, viene presupposta. E ciò che viene presupposto, non essendo mai enunciato, non può nemmeno essere confutato. È la forma più efficiente di menzogna che esista, quella che dice tutto senza dire nulla.


"Chiacchiere da bar" e omogenitorialità

Una psicologa, seguitissima sul web, si esprime sull' "omogenitorialitá", ciòé l'avere due madri o due padri, affermando che "la letteratura scientifica dice", tutto il resto sono "chiacchiere da bar", opinioni squalificate aprioristicamente.

Il problema è sempre il solito, uno scientismo oracolare dietro il quale nascondere i programmi delle agende internazionali. 

Qualcuno spieghi alla psicologa saccentella con migliaia di visualizzazioni, che la cosiddetta "letteratura scientifica", specie quella psichiatrica e psicologica, è un cimitero di certezze rovesciate. Basterebbe ricordare quante diagnosi, quante classificazioni, quante "evidenze" sono state scritte, insegnate, difese con la stessa sicumera di oggi, e poi cancellate una generazione dopo non perché fosse arrivato un esperimento decisivo, ma perché era cambiato il clima culturale, e con quello chi decideva cosa contasse. La scienza non fluttua nel vuoto, viene finanziata, pubblicata, premiata da chi occupa le cattedre e i comitati in un certo momento storico. Le opinioni si ribaltano quasi sempre in sincrono con chi detiene il potere culturale e accademico, non con qualche scoperta epocale. Quello che ieri era patologia oggi è normalità, quello che oggi è normalità domani potrebbe tornare oggetto di studio, e nessuno di questi passaggi sarà accompagnato dall'umiltà che la parola scienza dovrebbe imporre. 

Allora, prima di liquidare tutto come "chiacchiere da bar", la signora si ricordi che quella stessa letteratura scientifica che sta usando oggi come clava, tra vent'anni potrebbe dargli torto.

Arrogantelli.

"Protezioni" e diffidenza

Le relazioni umane fallite sono un motore commerciale sempre più importante, il mercato che ci si costruisce sopra è enorme.

Osservate cosa sta accadendo, abbiamo masse educate al sospetto spacciato come intelligenza emotiva. Che scambiano la diffidenza per discernimento, la paranoia relazionale per maturità psicologica. 

Oggi chi si accosta a un'altra persona con intenzioni oneste, con quella dose fisiologica di imperfezione che appartiene a ogni essere umano, viene processato. Sei sincero? Nascondi qualcosa. Sei troppo silente? Sei calcolatore. Parli tanto? Sei manipolatorio. Qualunque cosa tu faccia è in qualche modo manipolazione, perché la griglia diagnostica è stata tarata apposta per non lasciare via di scampo: se ti avvicini sei un predatore, se ti allontani sei un evitante, se rimani sei un narcisista. Non esiste comportamento umano che sfugga alla rete commerciale della profilazione psicologica.

Un tempo si sapeva che l'amore comporta rischi, fraintendimenti, possibile dolori, e che questi rischi erano fisiologici, si ama perché non si può prevedere l'esito. Oggi si pretende di eliminare ogni margine di rischio applicando protocolli diagnostici dello psicologo che ci deve campare a suon di cazzate.

Ovviamente gli stessi che promuovono questa narrazione son poi quelli che creano corsi, consulenze, contenuti a pagamento. Un intero ecosistema che vive del fatto che il pubblico non impari mai a fidarsi, altrimenti poi smetteno di comprare la loro "protezione"...

La diffidenza è insomma diventata un prodotto da vendere con tutte le conseguenze che ciò implica nelle relazioni umane...

La parola narcisista, come abbiamo già sottolineato più volte in passato, ha perso ogni valore semantico a furia di essere spesa. Chi oggi maneggia questo termine con leggerezza giustifica solamente la propria incapacità di sostenere l'ambiguità dell'altro, che è poi l'unica vera materia di cui sono fatte le relazioni umane VERE, degne di questo nome.

Festicciole

Abbiamo una nuova liturgia a fine anno scolastico, fatta di palloncini, striscioni, addobbi e genitori in estasi. Il figlio ha preso il diploma!! Ohh, si festeggia. Si invitano parenti, amici, si noleggiano locali, si fanno le cose in grande. 

Il diploma...cos'è realmente oggi questo diploma? Praticamente il niente. I voti sono gonfiati da anni. Le commissioni sono benevole, la formazione scarsa, gli studenti escono spesso con lacune imbarazzanti in italiano, in storia, in matematica di base. Ma che importa, la festa si fa lo stesso, anzi si fa sempre più grande, anche perché non si festeggia mica la formazione, si festeggia la "performance" sociale davanti agli altri. Al genitore medio non interessa nulla di cosa sa suo figlio, che cultura ha assimilato realmente. Per lui è un genio a prescindere e deve esibirlo agli altri genitori. 

Subito dopo arriva il secondo atto, adesso quale università sceglie? La domanda non è se ci va. È proprio quale. L'università è data per scontata, essa è l'unico percorso degno per un essere umano, tutte le altre vie sono ripieghi da nascondere. Il lavoro manuale, il mestiere o qualsiasi impiego differente, cosa sono? Solo cose di cui vergognarsi. Un figlio che casomai diventa elettricista, falegname, cuoco, è un figlio di cui spiegarsi, di cui scusarsi con gli altri genitori. Un figlio laureato invece, in qualsiasi cosa, con qualsiasi esito, è un figlio da esibire come una medaglia. 

Da un lato abbiamo dunque questi genitori illusi, che giocano a fare i protagonisti, desiderosi di riscatto sociale, condizionati dalla società. Dall'altro una generazione di laureati fragili, disorientati, convinti di meritare posizioni che non sanno ricoprire, in un paese che non trova idraulici, elettricisti, tecnici specializzati in nulla e li importa dall'estero perché i nostri figli "studiavano". 

Una certa narrazione racconta che i giovani italiani fuggono dal lavoro manuale per una questione di retribuzioni basse. È una bugia. Il problema è identitario. Il figlio dell'italiano medio non farà mai lavori "normali", mestieri, indipendentemente da quanto guadagnerebbe, perché quei lavori portano con sé un marchio sociale che né lui né la sua famiglia sono disposti a indossare. Sarebbe una vergogna preventiva. È una malattia sociale. Bisogna festeggiare!


Islamofobia

Facciamo un piccolo esercizio. Si prende una cartina del mondo e si guarda chi ha basi militari sui confini altrui. Chi ha condotto guerre "preventive" nell'ultimo quarto di secolo. Chi ha destabilizzato governi, finanziato opposizioni e imposto sanzioni.

Bene, avete fatto? È semplice.

Abbiamo un Occidente che fa e disfa e si relaziona bene solo con Israele, uno Stato che si presenta come vittima permanente, pratica occupazione, espansione e guerra come strumento di politica ordinaria.

Ora guardate la Lega per esempio o le pseudodestre in generale. Osservate i loro leader con la kippah, i loro raduni pro-Israele, la retorica sull'invasione islamica. Parliamo di una destra che dovrebbe difendere il popolo italiano, i suoi interessi economici, la sua sovranità, la sua identità culturale e che invece si schiera con uno Stato straniero impegnato in una guerra di espansione coloniale, mentre agita lo spauracchio dell'islam per giustificare ogni deriva securitaria interna.

Tornando a noi, a chi serve questo scenario?

Non agli italiani ovviamente. L'immigrazione incontrollata, quella che ha trasformato i nostri quartieri è figlia di politiche estere che destabilizzano interi paesi. Politiche che quelle stesse destre non contestano, perché i mandanti sono gli stessi. Secondo voi si può essere contro l'immigrazione di massa e contemporaneamente finanziare, diplomaticamente o militarmente, i conflitti che la producono? Ragionate...

L'islamofobia di Stato è funzionale. Distoglie l'attenzione dal vero meccanismo. Non è l'islam che destabilizza l'Occidente, è l'Occidente che destabilizza l'islam e poi importa il caos che ha seminato, scaricandolo sulle classi popolari mentre i responsabili restano intoccabili.

Questo è, se poi vi piace andare dietro a questi soggetti che puntano sulla vostra pancia ergendosi a risolutori fate pure. Ma così stanno le cose.


Federico Faggin e Plotino, una storia affascinante

Federico Faggin, l'uomo che ha progettato il primo microprocessore della storia, il cervello artificiale su cui poggia l'intera civiltà digitale, in alcune interviste che si trovano in rete racconta degli aneddoti davvero curiosi.
Uno di questi riguarda suo padre, Faggin Giuseppe, un filosofo, studioso di neoplatonismo. Fu lui a tradurre per la prima volta in italiano le Enneadi di Plotino, il testo in cui il cosmo viene descritto come emanazione dell'Uno, dove la coscienza non è il prodotto della materia ma la sua origine. 

Racconta Federico che da giovane egli rifiutò quella strada. Voleva essere ingegnere. E così mentre il padre traduceva Plotino, lui progettava circuiti integrati.
Poi, ad un certo punto ebbe un'esperienza interiore spontanea descritta come un'immersione in un campo di luce cosciente dove egli era simultaneamente osservatore e osservato. Da quel momento, trent'anni di ricerca lo hanno condotto a una conclusione, ovvero che la coscienza non emerge dalla materia. È la materia che emerge dalla coscienza.

Pensiamoci, un uomo che ha passato la vita a ridurre la realtà a istruzioni binarie, che ha contribuito più di chiunque altro a costruire l'infrastruttura del materialismo digitale, che ha dato alla Silicon Valley la sua anima tecnica, è lo stesso che oggi denuncia lo scientismo riduzionista. 

Per Faggin conoscere significa risalire, distogliersi dalla molteplicità per ritrovare l'unità originaria.
Usa un linguaggio diverso, qualia, stati quantistici, campi coscienti, ma la struttura è la stessa. L'Uno, nel suo sistema, è definito come la totalità di ciò che esiste: dinamico, olistico, non divisibile in parti separate, e dotato di una volontà di conoscere se stesso, una volontà che si esprime attraverso la coscienza.

Platone e Plotino giunsero a quella visione per via speculativa, dialettica, mistica. Faggin ci arriva dopo decenni trascorsi a costruire macchine sempre più elaborate.

Il cerchio si chiude: il figlio che aveva voltato le spalle al Plotino del padre torna, sessant'anni dopo, a dire sostanzialmente le stesse cose, ma attraverso la fisica quantistica invece che attraverso il greco antico.

La coscienza viene prima della materia. Il mondo fisico è un'emanazione di una realtà più profonda.

Che storia affascinante.
La Verità che si ripresenta magicamente attraverso uno dei più grandi scopritori della tecnologia moderna.

Fazioni e manovratori

Due fazioni. Un solo copione.

Da una parte l'indignazione "destra"  dove si prende la rabbia legittima della gente — quella che vive nei quartieri, che subisce il degrado, che vede trasformarsi le proprie città — e la si indirizza verso un bersaglio religioso. L'islam come nemico finale. Non i trattati europei, non le lobbies economiche che hanno voluto il melting pot e la manodopera a basso costo, non le classi dirigenti che hanno gestito i flussi nell'interesse di pochi. No: l'islam. Si usa lo stomaco della gente per produrre uno scontro di comodo.

Dall'altra il progressismo sinistro, incapace di riconoscere il fallimento senza sentirsi razzista, convinto che negare il problema sia la forma più alta di civiltà.

Due posizioni che si nutrono a vicenda. L'una giustifica l'altra, si rafforzano tra loro. La destra identitaria cresce quanto più la sinistra nega la realtà. La sinistra si compatta quanto più la destra urla. Il conflitto è il prodotto.

Poi c'è il solito schema grottesco, in cui si agita il crocefisso come scudo identitario contro l'islam, in nome delle "radici cristiane" dell'Occidente.
Quali radici?
L'Occidente che divorzia in massa, che svuota le chiese, che ha aborti legali, che non sa distinguere la Quaresima dal Carnevale, che ha ridotto il Natale e la Pasqua ad operazioni commerciali, dove ci si sposa e si fanno i sacramenti solo per fare festicciole e chiedere soldi, dove si guadagna con Onlyfans. Questo Occidente non è cristiano. È credente per folklore.
Sventolare il crocefisso senza portarne il peso non è certo difesa di una tradizione. È solo sciacallaggio simbolico. Si usa il segno di una fede che non si pratica, non si studia, non si vive, per fare politica indotta.

È tutto un teatro. Mettono dei pupazzi per convogliare il dissenso su problematiche che loro stessi hanno creato. E poi perimetrano il dissenso mettendola sullo scontro tra due monoteismi (il terzo non si tocca, che strano..).

Ennesimo divide et impera creato ad arte dai manovratori.



Narrazioni polarizzanti

Chiedere che l'ingresso degli stranieri in un Paese avvenga secondo regole stabilite, è una posizione di destra.

Accettare che il Paese si riempa di persone prive di documenti, che delinquono e generano attriti sociali è una posizione di sinistra.

Dire che il modello naturale di una famiglia è quello formato da un uomo e una donna, è un'idea di destra.

Appoggiare carrozzoni LGBT+#€ è di sinistra.

Sostenere che le decisioni economiche di una Nazione debbano rispondere agli interessi dei suoi cittadini è una posizione di destra.

Subordinare ogni scelta di politica industriale ai vincoli di bilancio dettati da Bruxelles, accettandoli come un destino ineluttabile, è invece di sinistra.

Difendere il diritto di una comunità a custodire la propria memoria storica, i propri simboli, le proprie ricorrenze, è un'idea di destra.

Riscrivere il passato per adattarlo alle sensibilità del presente, rimuovendo nomi, statue, tradizioni, viene presentato come progresso di sinistra.

Ritenere che la scuola debba trasmettere conoscenza e spirito critico prima di trasformarsi in laboratorio di ingegneria sociale è destra.

Importare senza alcun dibattito pubblico ogni nuova teoria identitaria d'importazione, calandola nei programmi scolastici, è sinistra.

Pensare che il dissenso, anche quello scomodo, debba poter essere espresso e discusso pubblicamente è destra.

Affidare a piattaforme private il compito di etichettare ogni posizione fuori dal coro come "odio" o "disinformazione" è sinistra.

...e si potrebbe continuare all'infinito, perché lo schema è sempre lo stesso, ogni posizione di buon senso, quella che un tempo sarebbe stata semplicemente l'opinione della maggioranza silenziosa, viene oggi ribattezzata "destra", come fosse un'anomalia da correggere, mentre la sua negazione, per quanto innaturale e dannosa, viene venduta come "progresso" di sinistra.

Si tratta di una narrazione fasulla, costruita a tavolino.
Storicamente non è mai stato così, la sinistra del Novecento difendeva i confini, il lavoro, la sovranità popolare contro il grande capitale. Le etichette sono state svuotate e riassegnate. Dire "di destra" evoca lo spauracchio fascismo, impedisce che la gente si accorga di avere, su quasi tutto, lo stesso buon senso del vicino di casa che vota diversamente da lei.

Polarizzare significa distrarre. E un popolo distratto non si accorge di chi sta davvero decidendo per lui.

L'industria antropomorfa

I veterinari in Italia sono circa cinque volte i pediatri. Cinquemila bambini in meno ogni anno. Trentatremila professionisti che curano cani e gatti contro seimila che curano i figli di una nazione che non ne fa più.

Ecco il profilo di una civiltà che ha spostato il proprio investimento affettivo ed economico dagli esseri umani agli animali domestici. Il tutto grazie alla complicità di una certa retorica del "rispetto per tutte le forme di vita" che nasconde, sotto la vernice progressista, un individualismo radicale: l'animale non chiede, non giudica, non delude. Il figlio sì. Le cause della denatalità vengono indicate ogni volta con i costi della vita, la precarietà lavorativa ecc. Tutto vero ma sappiamo bene che ridurre il problema a una questione economica non è realistico. Significa ignorare che generazioni precedenti, in condizioni materiali assai peggiori, facevano figli lo stesso, perché credevano nel futuro come progetto collettivo, nella famiglia come struttura di senso.

Oggi è evaporato tutto. E il mercato, come sempre accade, ha riempito il vuoto. L'industria degli animali da compagnia vale in Italia miliardi, alimenti "premium", assicurazioni sanitarie, abbigliamento stagionale, psicologi per cani, terapisti comportamentali felini. Una filiera sterminata che prospera esattamente dove si è sgretolata la famiglia. Una civiltà che smette di riprodursi, ha smesso di credere in sé stessa. E una che sostituisce i figli con i cuccioli non sta soltanto crollando demograficamente, sta cambiando antropologicamente, in modo irreversibile.

Reminiscenza

Vi è mai capitato di aprire un libro di un autore che non conoscevate, letto per caso o per un impulso inspiegabile, e di trovare là dentro qualcosa che sentivate già vostro?
Come se quelle pagine vi restituissero un pensiero che era già in voi, ma che non avevate ancora trovato le parole per formulare.
Non è un caso, e non è nemmeno una suggestione.

Platone nel Menone e nel Fedone chiama questa esperienza anamnesi — reminiscenza. La conoscenza non è acquisizione ma ricordo. L'anima, prima di incarnarsi, ha contemplato le Idee nella loro forma pura: il vero, il bello, il giusto. L'apprendimento non introduce nulla di nuovo, toglie un velo. Non si impara, si ricorda. I libri, i maestri, le esperienze sono stimoli che riattivano ciò che già sappiamo.

Plotino nell'Enneade sostiene che esiste una parte dell'anima che non scende mai completamente nel corpo — che rimane in contatto permanente con l'Intelletto universale, il Nous. In noi c'è qualcosa che non si è mai separato dall'origine. Certi libri permettono a questa parte di manifestarsi nella coscienza ordinaria.

La tradizione indiana, dall'Advaita Vedanta, arriva allo stesso punto per un'altra strada: il Sé (Ātman) è già conoscenza, identico a Brahman. L'ignoranza (avidyā) è solo un velo. Il maestro non trasmette nulla — rimuove l'ostacolo. Non dà la luce, toglie ciò che la copre.

Jung ha la stessa intuizione, gli archetipi sono strutture preesistenti all'esperienza individuale, depositate nell'inconscio collettivo. Certi libri risuonano perché attivano strutture già presenti in profondità, non perché introducano qualcosa di esterno. Il testo è uno specchio, non un contenitore.

Per Evola la conoscenza superiore non si apprende, si sveglia. La dottrina tradizionale non informa l'intelletto, riattiva qualcosa che era già lì in stato latente. 

La convergenza è notevole. Tradizioni lontanissime tra loro — la Grecia classica, il neoplatonismo, il Vedanta, la psicologia del profondo, la prospettiva tradizionalista — arrivano tutte allo stesso punto: il riconoscimento precede l'apprendimento. Esiste una conoscenza anteriore all'esperienza. I testi e i maestri funzionano come specchi, non come fonti.

Se vi è dunque capitato di specchiarvi in un autore invece di essere formati da lui, non stavate subendo un condizionamento. Stavate semplicemente mettendo a fuoco qualcosa che era già vostro.

Da dove viene dunque questa conoscenza che precede l'esperienza? Le risposte che abbiamo visto divergono — l'anima preesistente di Platone, il Nous di Plotino, l'Ātman vedantico, l'inconscio collettivo junghiano, il senso metafisico evoliano. Ma su un punto convergono tutte, non siamo una tabula rasa. Non lo siamo mai stati.