Rumore

Rumore, null'altro che rumore. Litanie di fedeli devoti alla propaganda, subdole ninnananne per conciliare il sonno, urla feroci di falsi litiganti, parole luccicanti per ricoprire il nulla di lustrini, per riempire il vuoto pneumatico di argomentazioni stantie e squallide menzogne.

Nel mentre, i nostri figli sono vittime della "scienza" e del "progresso", i nostri giovani hanno ipotecato il loro futuro in attesa di capire cosa vorrà da loro il mercato, ogni valore od ideale è ridicolizzato, bollato come volgare anticaglia, come retaggio di un polveroso passato che appare oramai troppo lontano, invisibile agli occhi, avulso dal cuore, intrappolato nella ragnatela di un tempo vile che fa del mercimonio senza soluzione di continuità il suo vessillo, del baratto tra essere e status sociale il suo stendardo.

Nessuno verrà a salvarci. Non ci sarà anima viva che ci solleverà dalle nostre responsabilità. Udire la voce della coscienza, tornare a pretendere chiarezza e verità a partire dalla quotidianità è, dunque, oltremodo essenziale. Sforzarsi, tra mille difficoltà, giorno dopo giorno, di comprendere quale sia la retta via da seguire, concentrarsi, arrivare al nocciolo, estrapolarne il midollo, tramutare le paure e le ansie in motivazioni: questo oggi è l'arduo compito a cui siamo chiamati. Nel comportamento, nell' agire con coerenza e concretezza, nel silenzio, nella riflessione che contrastano turpiloquio e vanità, s'intravedono le fiammelle che delineano la strada maestra. Per vivere, nonostante tutto, al meglio delle nostre possibilità, senza rimpianti, mentre tutt'intorno s'ode solo rumore. Null'altro che rumore.



Il percorso di Orwell

Il 25 giugno del 1903 nasceva George Orwell, uno degli autori più importanti di quel filone letterario erroneamente definito fantascientifico. 

Il saggista britannico è conosciuto soprattutto grazie alla sua opera più importante, quella che meglio sintetizza il suo pensiero e la sua visione del futuro: “1984”.  Un testo che racconta la società che, con le dovute proporzioni, stiamo vivendo oggi. Perché oggi? Perché si è giunti a quel percorso a cui porta inevitabilmente il totalitarismo democratico che appiattisce e bolla come superato, anacronistico o malvagio qualsiasi pensiero differente da quello imposto dall’alto e condiviso acriticamente dalle masse. Una società in cui il vero dibattito viene eliminato e reso possibile solo come sfogatoio personale.

La democrazia attuale genera una struttura identica a quella del Grande Fratello in cui la catena di comando prevede alcuni che definiscono le regole, valutano il comportamento dei sottoposti e sono in grado di punirli e giudicarli addirittura sulla sola base delle intenzioni. Ma non vale il viceversa: la gerarchia non è suscettibile di valutazione anche dal basso. 

Il pensiero di Orwell, nel suo famoso scritto è che la burocrazia (cosa mutuata da Kafka) e l’informazione, non sono altro che strumenti per inventare storie o distorcerne altre.

In questo punto emerge maggiormente l’attualità del percorso di Orwell, di una società che controlla continuamente se stessa (basta pensare solo al controllo dei gusti presi dalle ricerche di Google) in un continuo cerchio ripetitivo, con la coercizione subdola e silenziosa di modelli di pensiero e di normalità.

Si tratta di un modello di società che è assolutamente indipendente dalla forma di governo.

Non c’è alcuna differenza, se non nelle sfumature, tra un dittatore ed un politico democratico. Quest’ultimo è un soggetto che rimane al comando per decenni grazie a compromessi e ricatti.

La gerarchia diventa unilaterale, vincolante, coercitiva e arbitraria. Qualunque sia la forma di governo che un simile Stato decida di adottare.

Le tre parole usate da Orwell per descrivere quel mondo sono: “ignoranza, schiavitù e guerra”

E sono le tre condizioni imperturbabili della realtà umana, che sopravvivono a ogni generazione e si rigenerano in forme sempre più capillari e sofisticate.

Ignoranza, schiavitù e guerra sono tre parole per un’ unica categoria: il comando di poteri invisibili, che non vediamo ma sappiamo esistere perché la loro presenza è testimoniata dai loro effetti.

L’assenza dell'uso della forza trae in inganno, in realtà semplicemente non ce n'è bisogno, si vive ugualmente in una coercizione in cui vengono imposti modelli di comportamento, usanze, stili di vita.

Una Matrix bugiarda, ambigua, ambivalente, oscura, implacabile che molti non contestano perché appare pulita e sorridente, con “la camicia bianca e la cravatta blu” (come cantava Ferretti).

Ma quest’immagine rassicurante non è scevra dalla violenza che, anzi, viene usata in modo deciso quando non si è allineati. Una violenza sottile che magari non punisce ma spinge in un angolo. Quell’angolo lontano e solitario che emargina, demonizza. Come essere messi dietro la lavagna ai tempi della scuola. Quel luogo dove stanno i cattivi. E la solitudine fa paura. Ecco perché ci si piega e ci si impegna a non ragionare, a non pensare, a non studiare. Sono cose che non servono o se servono posso causare danni. Danni che è meglio evitare soprattutto per chi è debole e dipendente dall’altro e dal sistema.

Non c’è potere senza violenza è il messaggio di Orwell. L’uso della forza nei rapporti umani (“Arancia Meccanica” ) in cui la contrattazione delle prestazioni e dell’esistenza intera passa attraverso l’uso più o meno sofisticato della forza sulla volontà di un altro.

Ecco il grande insegnamento di Orwell, la lezione lanciata alle giovani generazioni ed a quelli che hanno gli occhi ben aperti.

Quanti sono in grado di capirlo?


                                          Prince Rupert

Strane alleanze: cattolicesimo e comunismo

Chi segue questo canale sa che fin da quando la cosiddetta area del dissenso ha cominciato a strutturarsi in piazze, movimenti e partiti, abbiamo segnalato la necessità di delimitare dei seri e credibili confini ideologici, nonché i rischi di una occasionale e disomogenea aggregazione basata esclusivamente sull'opposizione a situazioni particolari e contingenti e non su principi solidi e fondanti.

Ora che questa esigenza viene rumorosamente invocata a più voci, riproponiamo la questione a partire dai dati e dalle distinzioni più ovvi e scontati.
Non è possibile alcuna reale alleanza tra i difensori della democrazia e della costituzione, ossia coloro che vogliono mondare il sistema, e chi avanza istanze radicali di cambiamento, ossia chi il sistema lo critica alla radice in nome di ideali che per molti possono apparire utopici, ma che per qualcuno sono più reali della realtà mondana. In altre parole, non si può voler sanare e distruggere il sistema al medesimo tempo.
Allo stesso modo non è possibile alcuna reale alleanza tra cattolici e comunisti, laddove tali espressioni hanno ancora un significato reale e caratterizzante. Innanzitutto per il dato più banale e scontato: per i cattolici il primato del diritto spetta a Dio, mentre all'uomo solo di conseguenza; per i comunisti, invece, spetta alla società, la cui dialettica storica viene interpretata alla luce del modello ermeneutico della lotta di classe. Per i primi l'ordinamento sociale non può che essere gerarchico, anche nella sua espressione democratica; per i secondi, al contrario, vale un modello di società orizzontale ed egualitaria. La differenza non è dovuta a fattori contingenti ma sostanziali: al modello cattolico corrisponde una visione verticale e trascendente della realtà dove l'autorità proviene da Dio ed è affidata, fintanto che rimane fedele al mandato, a chi lo rappresenta in terra; a sostenere il comunismo è invece il materialismo storico, ossia una visione immanente in cui senso e valori sono in balia di forze puramente umane, temporali e sociali.
È l'idea di uomo ad essere radicalmente diversa, al punto da essere difficilmente conciliabile anche solo in superficie. Ad esempio, se apparentemente ci si può accordare su una presunta comune idea di dignità dell'uomo, basta soltanto confrontarsi su temi che mettono seriamente alla prova questa presunta comune idea – quali ad esempio eutanasia ed aborto – per veder crollare il castello di carta.

Proponiamo di partire da queste due distinzioni fondamentali per iniziare a delimitare i confini delle aree di appartenenza e per discriminare alleanze destinate prima o poi scontrarsi con identità ideologiche irriducibili.




Lucio Fulci, l'artigiano del cinema

Il regista nostrano Lucio Fulci per alcuni è stato solamente un discreto mestierante della settima arte, per altri un artista che portò lustro alla cinematografia italiana.

Il suo nome rimane tutt’oggi sconosciuto ai più (soprattutto a coloro convinti che il cinema sia nato ad Hollywood) ed il suo nome è legato principalmente a pellicole che hanno fatto la storia del thriller e dell’horror.

Venne definito “il poeta del macabro”, in effetti nei suoi film thriller/horror, generi che iniziò a frequentare con regolarità solo dalla fine degli anni ’60 (a partire dal conturbante “Uno sull’altra” con Marisa Mell protagonista), si fece strada quella sua propensione per le atmosfere non solo torbide ma anche appunto macabre. Se il film sopra menzionato è l’incipit da cui partire, fu dagli albori degli anni ’70 che Fulci seppe dare una virata decisiva ed un’impronta importante alle sue opere.

Egli non fu solamente un regista visionario ma fu anche abile nel raccontare storie perfette e/o allucinanti grazie alla sua prodigiosa tecnica cinematografica, a volte mortificata dall’assoluta modestia dei mezzi a disposizione.

Come non pensare alle antiche credenze e insradicabili pregiudizi all’interno di “Non si sevizia un paperino”? Con, sullo sfondo, una serie di omicidi di bambini, un ambiente arcaico e un insospettabile assassino. Oppure l’allucinante giallo “Una lucertola con la pelle di donna” con una eccezionale Florinda Bolkan, alla straordinaria sceneggiatura ad incastro di “Sette note in nero” (un puzzle con un tempo scandito alla perfezione) con risvolti psicanalitici sinistri ed inquietanti.

“Terrorista dei generi” venne definito Fulci ed infatti, prima della sua svolta horror, negli anni ’70, seppe deliziare con l’adattamento del romanzo di Jack London “Zanna Bianca”, per poi transitare dal western con “I quattro dell’Apocalisse” e con il poliziesco “Luca il contrabbandiere”. Due film apparentemente diversi ma accomunati da due scene di tortura che andranno ad anticipare la sua propensione al gore. In questi due film, con protagonisti due icone come Tomas Milian e Fabio Testi, ci fu la scoperta ed il lancio verso quella poetica del macabro che poi esplose negli anni successivi. A partire da “Zombi 2” che riprendeva la figura del morto vivente non più calata nell’ottica moderna ma ricondotta verso quel mondo antico ed arcano (la Giamaica) e ai riti voodoo (come dimenticare scene culto come l’occhio trafitto di Olga Karlatos). Gli zombi di Fulci, rispetto a quelli di Romero, sono morti e basta. Desiderosi di cibo e senza alcuna valenza sociologica.

Che dire poi di “Paura nella città dei morti viventi” (film di chiara impronta lovecraftiana), della trama esile ma visionaria de “L’aldilà”, delle critiche alla psicologia di “Quella villa accanto al cimitero”, un film in cui i vari protagonisti sono perfetti nei loro ruoli e funzionali ad una storia che strizza l’occhio al famoso “Giro di vite” di Henry James.

Infine “Lo squartatore di New York”, giallo iper violento e disturbante, accusato di misoginia (un’accusa spesso mossa a Fulci), inno alla solitudine di uomini persi in una metropoli che altro non è che una giungla in cui sopravvive solo il peccato.

Dalla metà degli anni ’80 sopraggiunse la malattia che lo portò a dirigere pellicole debolissime, fatte esclusivamente per scopi ecomomici. Ma di lui resta fondamentalmente altro. La sua maestria nella regia (certe sequenze non si dimenticheranno mai), la capacità di trasformarsi attraverso i generi e di ignorare le critiche mosse alle sue pellicole, definite in modo sprezzante dei banali B movie incentrati solo sullo splatter ed il gore.

Lucio Fulci, insieme a Bava, Margheriti e ad Argento, è stato il nostro miglior regista in ambito thriller/horror.


Prince Rupert

La demenzialità dell'antiberlusconismo

Non abbiamo mai trovato particolarmente interessante la figura di Berlusconi. Personaggio dalle tante sfaccettature che non stiamo ora qui a ripercorrere. Certamente è stato un valido rappresentante della destra liberista e finanziaria, in "opposizione" a quella "sinistra" che portava avanti le MEDESIME scelte politiche per l'Italia. Eppure nel Belpaese in questi anni non si è parlato d'altro, tutta la pseudo "intellighenzia sinistra” non ha fatto altro che indicare Berlusconi come il responsabile di tutti i problemi dell'Italia senza mai rendersi conto della sua scarsa rilevanza nelle scelte che contavano davvero. Si sono abbuffati di satira per tanti anni, ricordiamo per esempio la pessima Sabina Guzzanti che andava per le piazze a presentare spettacoli in cui raccontava di un Berlusconi responsabile della decadenza della cultura italiana. E come lei tanti altri ci hanno costruito sopra una carriera. Quanta ignoranza da parte di questi pseudo comici che hanno sempre nascosto il loro vuoto culturale dietro una finta satira di denuncia.

La verità è che l'antiberlusconismo è stato una delle tante illusioni di massa con cui il potere ha giocato. È bastato indicare alle folle il personaggio giusto contro cui scagliare la loro totale assenza di argomenti culturali, sociali ed economici. Et voilà. Mentre l'Italia affondava sotto i colpi delle élite che prendevano le reali decisioni, loro si dilettavano con l'antiberlusconismo credendosi intelligenti.

Due episodi d’esempio, ricordiamo quando Berlusconi paventò di modificare l'articolo 18. Sacrilegio, scesero tutti in piazza. Lo fece qualche anno dopo la "sinistra"? Silenzio generale. Per non parlare di quando masse di donne pilotate scesero in piazza con i cartelli "se non ora quando" a reazione dalle calunnie della stampa verso Berlusconi. Mica si resero conto che quelle accuse non servivano certo a denunciare il Cavaliere ma a far subentrare la pedina Monti, in quel momento più funzionale ai piani delle élite. Niente, non ci hanno capito mai nulla, ancora oggi sono convinti che Berlusconi sia stata la causa del decadimento politico, morale ed economico dell'Italia, non si accorgono che è semplicemente stato fumo negli occhi lanciato dal vero potere sulle masse ignare.

Diffidate di tutti coloro che hanno sposato l'antiberlusconismo come argomento, che negli anni ci hanno fatto satira finto colta mentre il vero potere agiva. Sono personaggi incapaci di qualsiasi lettura del reale, di visione a lungo raggio, non possiamo neppure chiamarli complici, semplicemente degli stolti.






Col favore delle tenebre

In un mondo in cui il grande occhio ha dalla sua parte il numero, la forza, e non può certo essere affrontato frontalmente, è necessario essere elusivi.

Il modo più veloce di perdere una guerra è non saper identificare il nemico. Per annientarlo prima ancora che la guerra cominci bisogna conoscerlo meglio di sé stesso. Il mondo digitale, da questo punto di vista, è la spia del nostro nemico e dovremmo farne un uso consapevole. Mentre le persone danno prova della loro assoluta docilità condividendo vacanze e pasti giornalieri di dubbio interesse, c’è chi queste piattaforme le utilizza per comunicare posizioni importanti, dimenticandosi che sta dando in pasto al nemico una porzione di ciò che lo rende pericoloso, così auto-neutralizzandosi.
Contro un essere così insidioso come l’ipnotista nascosto onnipresente  non ci si può permette di seguire regole cavalleresche ed affrontarlo frontalmente. Lui ha i muscoli, la tecnica ed il numero. Sarebbe come sfidarlo al singolar tenzone con una pistola da duello mentre lui utilizza un fucile d’assalto ed ha centinaia di fedeli aguzzini su cui ha completo controllo. Valoroso, eroico forse, ma certamente idiota.
Al contrario bisogna utilizzare l’astuzia. Rimanere invisibili fra gli aguzzini, difficili da attaccare, e col favore delle tenebre boicottare i piccoli ingranaggi che mandano avanti la macchina. Come i vietcong, che con fucili datati e ciabatte hanno respinto l’impero più potente di sempre, quello americano, nascondendosi come formiche sotto terra fra napalm, bombardamenti a tappeto e democrazia. Tralasciando il risultato finale, le trappole della giungla vietnamita frequentano ancora gli incubi degli americani che l’hanno vissuta.

Occorre condividere dunque con parsimonia. Magari in anonimato. Tutto ciò che viene condiviso con le persone sbagliate può essere usato contro.

Oggi con i social media il nemico non ha nemmeno più bisogno delle spie. Le persone danno volontariamente tutte le informazioni necessarie. Quando riscontra che qualcosa sta prendendo piede, se incapace di fermarlo o delegittimarlo, sa perfettamente come e quando capovolgerlo a suo favore, togliendo linfa vitale alla sua azione fino a quando non cade ai margini dell’importanza per poi rimanerci o svanire. Questo perché, grazie a chi vi partecipa, sa esattamente chi e cosa sta pensando, e riesce a categorizzarlo più o meno specificatamente in base alla quantità di informazioni cedute. Rimanendo anonimi o creando dei profili sociali, dove la pagina è una ma gli individui dietro sono molti, le spie rimangono a conoscenza del cosa, ma senza avere idea del chi ci sia dietro ma soprattutto quanti siano. Questo discorso è inerente a tutte quelle idee degne di essere espresse attraverso i social. Il resto è meglio tenerselo per sé.





Eudaimonia di Marco Mandrino

Eudaimonia di Marco Mandrino, pubblicato dalla casa editrice Passaggio al bosco, è un testo consigliato a coloro e che sono alla ricerca di una via personale di vita, soddisfacente ed alternativa alle verità preconfezionate date in pasto alla massa, ma che si trovano in difficoltà quando si tratta di dare una forma ed una direzione alla volontà di azione.

Il libro si suddivide in quattro parti: la prima riguarda la ricerca di Eudaimonia ed il suo significato, la seconda sull’identità necessaria per cercarla (la ricerca presuppone un ricercatore), la terza affronta le virtù da coltivare e gli archetipi a cui accostarsi per il suo conseguimento, ed infine la quarta passa in rassegna suggerimenti personali ma pratici da attualizzare per vivere nel suo spazio. Il libro non si pone come la soluzione a questi problemi ma al contrario è un tentativo di sradicare definitivamente ogni certezza a domande apparentemente scontate, come ad esempio “chi sono io?”. 

Chi è uscito dallo stato sub-umano sponsorizzato dall’Impero del Nulla, come lo chiama nel libro, ha fatto solo il primo passo. Ha capito che qualcosa non va, ma non sa esattamente cosa, non sa bene neanche il perché e di conseguenza non sa nemmeno cosa fare al riguardo. Dopo aver fatto il primo passo è assolutamente necessario continuare la ricerca per iniziare il proprio cammino in allontanamento dalla matrice di cui si è fatto parte per prevenire la tragica scelta della pillola blu al posto della rossa, nonostante la consapevolezza della differenza, a causa della mancanza di riferimenti.

Decidere di cambiare ad alcune orecchie suona come qualcosa di impossibile a causa di fattori esterni, ad altre qualcosa di assolutamente scontato se solo “lo si vuole”. Ciò che entrambi ignorano però è che una decisione in entrambe le direzioni, diciamo quella di cambiamento e quella di conservazione, presuppongono una decisione di decidere. Secondo questo paradigma io do una direzione al mio futuro in base a chi sono oggi, ed oggi sono chi ho deciso di essere ieri. Questa logica ignora però che lo stesso pensiero è applicabile all’infinito, oltre il punto d’inizio della mia coscienza e quindi oltre il punto in quale posso dire di aver “deciso”, e all’infinito oltre ciò. Una volta presa coscienza quindi ci si sente improvvisamente come dei sonnambuli appena svegliati, che riconoscendo di aver dormito mentre qualche entità li ha guidati sull’orlo dello strapiombo, ma ancora assopiti e confusi nel buio della notte, fanno lo sforzo di provare a cambiare rotta e tornare a casa, sicuramente sbagliando ed inciampando anche quasi fatalmente su ostacoli lungo il percorso che il buio e la confusione iniziale rendono difficile identificare, ma che imparano ad evitare man mano che la vista si adatta e la Presenza torna (o inizia) a far parte del loro essere. 

Se sentite che qualcosa non va siete già in cammino. Non demoralizzatevi se non sapete ancora cosa fare al riguardo. Un cambiamento radicale non è né una banale decisione in direzione sconosciuta né è nelle mani di nessun altro al di fuori di voi stessi. La rivoluzione richiede un approccio di responsabilità radicale, questo libro può essere un aiuto in tale direzione.




"Non invano" di Giovanni Lindo Ferretti

“Non invano”, edito da Mondadori nel 2020 è un diario pieno di riflessioni in cui Giovanni Lindo Ferretti, ex leader di CCCP e CSI, si confronta con se stesso.

Come già nei suoi testi precedenti, l’autore descrive la sua vita ritirata, tra montagne, cavalli, musica, religione, comunità montana, isolamento e tra un tramonto e l’altro emergono dettagli interiori dal passato come la figura del padre e della madre, il legame con l’origine.

Non Invano riprende il percorso artistico di Ferretti. Chi ha amato la sua produzione musicale, troverà la conferma che tutto ciò che ha prodotto quest’uomo è sempre stato autenticamente sentito, nel bene e nel male, e chi ci vede incoerenza in tale percorso è completamente fuori strada.

Ferretti, come sappiamo è un grande cesellatore di parole e quindi risulta sempre un piacere ascoltarlo e leggerlo nelle sue analisi sul potere e sul progresso desertificatore.

Nel testo l’antipositivismo la fa ancora da padrone, per Lindo con i social viviamo in “un eterno presente, tendenzialmente asettico e garantito”, mentre noi “serviamo la finanza” e “caracolliamo sul baratro di una pretesa onnipotenza che ci inghiottirà”.

Per Ferretti si tratta di pura resistenza poichè il futuro ha vinto, e non gli resta che rimanere ancorato alle proprie radici, mentre attorno avviene uno sradicamento collettivo ad opera della società digitalizzata, anestetizzata al male, “senza confini”, in nome di una illusoria promessa di benessere.

“(…) Sradicare le persone dalla propria storia per farne agenti dello sradicamento è l’imperativo.
Una umanità indistinta, intercambiabile, mobile in uno spazio artificiale ad uso e consumo di tecnologie sempre più sofisticate ma plausibili, in basso, ad un utilizzo intuitivo elementare.
Invasive dispensatrici di servizi per bisogni indotti che, come ragnatela, avvolgono lo spazio dell’esperienza umana, un suadente invito a smetterla con i propri piccoli sogni per connetterci tutti al grande sogno che scientificamente si sta allestendo per noi: la nuova umanità.(...)”.