Psicanalisi: la caduta nel pantano – J.Josipovici

L’assurdità della pseudoscienza moderna si rivela nel fatto di non capire esattamente a che cosa si applica; mentre il suo modo di operare, senza la minima base culturale qualificata da un’antica tradizione, mette continuamente in moto elementi il cui carattere sottile le sfugge. Lo psicanalista - apprendista stregone del secolo XX - maneggia cosi in modo irresponsabile forze di cui ignora la precisa natura.
E’ sintomatico constatare che Freud studia il Super-io, mai il Supercosciente. Al contrario, dedica le sue cure più attente a ciò che stagna nei bassifondi dell’uomo, il Subconscio – serbatoio d’entità nocive. Ora il sondaggio retrogrado dei ricordi è un genere d’intervento particolarmente pericoloso, visto che porta a perforare una zona d’oblio mediante la punta affilata della rievocazione.
La propulsione verso il basso, che distrugge l’inerzia protettrice che copre il subconscio, provoca un fenomeno di contro-illuminazione.
Il paziente, a causa di quest’ apertura insidiosamente socchiusa e da quel momento mai richiusa, si trova alla mercé degli influssi malefici che l’invadono. 
La maggior parte dei casi di possessione  provengono dalla lenta ascesa di quest “acqua putrida”, fatta cli rifiuti che il filtro della coscienza aveva respinto per timore di contaminazione. La maggior parte dei malati affetti da psicosi sono in realtà degli aspiranti alla possessione, che la psicanalisi finisce di trasformare in posseduti veri e propri. 
In termini esoterici, voler far passare nella coscienza ciò che deve restare nel subconscio in virtù d’una difesa naturale dell’organismo, è non solo gettare “acqua sul fuoco”, ma rischiare di paralizzare il superiore riportando l’inferiore al suo livello; ossia “spegnere per sempre il fuoco”. Ma la pseudoscienza che preferisce l’oscurità dogmatica al riconoscimento dell’occulto, rifiuta d’abbandonare la sua dimensione rassicurante, artificialmente razionale, tradendo così il fine stesso della scienza autentica, per la quale nessun campo e proibito. Colui che decide di progredire sulla strada giusta deve adoperarsi coraggiosamente per sostituire alla ragione chiusa, quantitativa, una ragione aperta, qualitativa.
In merito alle falsificazioni che la terapia freudiana trae con sé, tre ultime osservazioni s’impongono:

1. Lo psicanalista, per definizione, rivolge le sue cure a un essere umano in stato di turbamento e di debolezza, preda tanto più docile di ogni sovversione dello psichismo inferiore: a differenza dello Yoga, la cui pratica è di pertinenza solo d’individui equilibrati, infiammati da un’alta esigenza, già impegnati sulla Via della spiritualità. A questo proposito, segnaliamo la funesta attività di quelle scuole di Yoga che fioriscono un po’ dovunque in Occidente per motivi di lucro, e che servono da rifugio soprattutto a esseri angosciati incapaci di adattamento, tormentati da nevrosi diverse.

2. Esaminare i sogni ordinari attraverso una vasta gamma d’interpretazioni non può portare che a un falso simbolismo privo di quei contenuti superumani che, soli, rendono autentici i simboli. In realtà, per ignoranza o per incapacità di risalire alle fonti, le considerazioni psicanalitiche dei sogni portano alla ribalta solo l’infraumano nei suoi aspetti più degradanti.

3. Sottolineiamo infine un’esigenza significativa dell’incongruità antinomica del trattamento: l’obbligo per chi voglia diventare psicanalista d’essere egli stesso prima psicanalizzato. E riconoscere al candidato, per praticare, la necessità di una trasformazione contro natura. L’operazione che, come s’è visto, ha per risultato di scacciare lo spirituale a vantaggio dello psichismo inferiore, é un atto di magia nera - parodia della scienza vera -, realizzandosi la trasmissione iniziatica in maniera subalterna, senza il sostegno di alcuna conoscenza del divino. E l’aspirante analista, per avere ciecamente seguito questa via “a ritroso”, si ritrova dall’altro lata della vita, quello sbagliato.
Aggiungiamo che lo psicanalizzato - medico o paziente che sia - se riesce a sottrarsi a un certo punto della cura alle forze nefaste a cui e stato irresponsabilmente consegnato, ne porterà quanto meno, per il testo dei suoi giorni, il segno indelebile. E questo si manifesterà attraverso una mente dai contorni divenuti rigidi, A tal proposito René Guénon osserva acutamente che non bisogna confondere la terapia freudiana con la “discesa agli inferi” iniziatica, sperimentata dai grandi poeti e dai mistici.
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In conclusione, si ha il diritto di domandarsi se si debba disperare della psichiatria. Non lo crediamo, perché esiste una terapia salvatrice situata al polo opposto della scienza moderna.
La psicanalisi considera la condizione del malato mentale come definita dalla sua storia personale. Immaginiamo il paziente che risale il corso del tempo, alla ricerca di tutti gli incidenti che hanno potuto ferirlo, delle vergogne che ha lasciato dietro le spalle, delle debolezze, delle viltà ricacciate nell’oblio... Davanti a queste realtà svelate, che egli non può negare né disconoscere, l’infelice diviene consapevole di trovarsi nella trappola di una situazione senza uscita e perciò senza aspettative, perché  non si può rifare il proprio passato. Lo psicanalista ha ottenuto il bel risultato di costringere il suo paziente a rifiutarsi ogni perdono.
La sola terapia positivamente rinnovatrice è quella che permette al malato mentale, cancellando il carattere distruttivo di ciò che è stato, di volgersi con decisione all’avvenire; e a questo scopo obbligarlo a operare sul presente. Come? Adoperandosi a rivitalizzare l’essere che soffre, restituendogli la pace e l’equilibrio, suscitando in lui la speranza, eliminando pazientemente angosce, autopunizioni, false pieghe dell’anima; facendone un essere nuovo per il quale la vita comincia in d’ora con possibilità intatte. Condurre il paziente ad affrontare l’esistenza, vuol dire innanzi tutto attrarlo a operare su se stesso. Scoprire allora che il presente contiene in germe le determinazioni future, e che i problemi del momento hanno il loro giusto valore.

Fonte: “La scienza oscurantista” , J.Josipovici (Rusconi editore)


Carmelo Bene e l'abuso delle masse

Ci sono cose che devono restare inedite per le masse anche se editate. Pound o Kafka diffusi su Internet non diventano più accessibili, al contrario. Quando l’arte era ancora un fenomeno estetico, la sua destinazione era per i privati. Un Velazquez, solo un principe poteva ammirarlo. Da quando è per le plebi, l’arte è diventata decorativa, consolatoria. L’abuso d’informazione dilata l’ignoranza con l’illusione di azzerarla. Del resto anche il facile accesso alla carne ha degradato il sesso.”

Parole di Carmelo Bene che oggi gli si ritorcono inevitabilmente contro. Si perché le sue comparsate al Maurizio Costanzo Show negli anni novanta spopolano in rete e vengono commentate e mal interpretate dappertutto.
Consolatorio Carmelo Bene lo è diventato per molti, proprio lui che si scagliava contro la funzione consolatoria dell’arte, ma d’altronde quando un personaggio della sua levatura decide di scendere nei talk show mediatici, come ha fatto lui in vecchiaia, lanciando letteralmente “perle ai porci”, le conseguenze sono pressoché scontate.
Non che a Bene interessasse qualcosa della reazione della massa ai suoi discorsi con interessanti intuizioni teoretiche, anzi pareva divertito e spensierato in tv, chissà però cosa direbbe oggi dell’abuso che si è fatto delle sue dichiarazioni attraverso il web, in cui ognuno tenta di tirare l’acqua al proprio mulino, dandogli anche delle valenze politiche.

Al Maurizio Costanzo Show del 1994, un tale Emanuele Giglio tra il pubblico, una volta presa la parola, cominciò a farfugliare qualcosa sul discorso del “non capire” rendendosi buffo, al che Bene gli rispose: “si ma alt, quando parlo del non capire non intendo essere deficienti!”.

Ecco quello fu il primo input, il primo campanellino di allarme che mostrava l’inadeguatezza delle masse ad afferrare dei concetti al di fuori dell’ordinario.
Oggi la situazione è peggiorata, sono tanti quelli che cliccando sui suoi video su youtube, senza comprendere a fondo ciò di cui parlava, cominciano ad assumere atteggiamenti spocchiosi, nichilisti e anarchici.

La figura di Carmelo Bene è stata parecchio importante per il teatro del Novecento, in Francia filosofi scrissero centinaia di pagine per spiegarne le gesta. Attraverso il suo teatro, andava oltre i classici superando il testo scritto, egli si esprimeva per significanti.

Ha portato in vita, tramite una via occidentale (la macchina attoriale), il Tao Te Ching.
Con l’aiuto di apparecchiature elettroniche ha tentato lo scavalcamento del linguaggio tramite la manipolazione tecnica del significante. Una deformazione della phonè (il rumore) che aveva il compito di raggiungere una dimensione di abbandono della parola, scomposta e non più adatta alla comunicazione, intesa  nel senso comune del termine.

Bene sosteneva che ogni essere umano fosse composto da una pluralità di Io distinti (Lacan), interpretava la volontà di potenza Nietzschiana come il disfacimento del concetto di soggetto, pertanto si dichiarava estraneo alle sue opere artistiche, non riconoscendosi autore d’alcunché. 
Distingueva il tempo storico, il kronos dei greci, con il tempo aiòn, ovvero l’immediato, l’attimo dello stoicismo.
Momenti di non consapevolezza in cui si è estraniati da se stessi come nell’estasi mistica.
Era consapevole di essere “attraversato” da Aristotele, da Nietzsche, da Cioran, da Deleuze, da Bacon, da Derrida, da Schopenhauer, da Kafka, da Lacan, da Joyce, da Santa Teresa D’Avila, in quanto essi non erano altro che forme interiori già contenute dentro di sè ancor prima di nascere e da cui si doveva disfare.
Parlava de “l’essere detti”, poiché affermava che l’essere umano non è padrone del linguaggio, che il discorso non appartiene all’essere parlante, che siamo parlati, con tutte le conseguenze che una intuizione di questo tipo può provocare.

 “È ora di cominciare a capire, a prendere confidenza con le parole. Non dico con la Parola, non col Verbo, ma con le parole; invece il linguaggio vi fotte. Vi trafora. Vi trapassa e voi non ve ne accorgete.”

Non era interessato alla psicologia (definita “servetta”), intuiva che la trascendenza veniva ormai avvertita in termini psicologici come inconscio, come attività psichica non cosciente. 

Anche nel cinema perseguì la strada della distruzione dell’ Io attraverso la frantumazione della pellicola, annientando i modelli narrativi e devastando l’anima del cinema, ovvero il montaggio. L’ immagine filmica venne manipolata, sbeffeggiata e ricostruita completamente.

'La mia frequentazione cinematografica è ossessionata dalla necessità continua di frantumare, maltrattare il visivo, fino talvolta a bruciare e calpestare la pellicola. M'è riuscito filmare una musicalità delle immagini che non si vedono, per di più seviziate da un montaggio frenetico.”

Insomma già queste poche e brevi considerazioni dovrebbero far perlomeno intuire la complessità delle opere e del pensiero di Carmelo Bene, assolutamente non adatto all’ingordigia delle masse, che abituate all’intellettualismo fine a se stesso, vengono soltanto danneggiate da tali esposizioni (basta leggere i commenti che si trovano sotto i video di youtube).

Ricordo che al Costanzo Show del 1995 ad un certo punto prese la parola Bruno Zevi che centrò esattamente il punto citando Oreste Del Buono:

“Abbiamo un genio in Italia e non ce lo meritiamo. Cosa ne facciamo? Un genio è inutile, ingombrante, preoccupante per la nostra stupida società. Magari dannoso. Infatti non rispetta il sacro dei luoghi comuni di destra e di sinistra. La soluzione più indicata per contenerlo questo genio, paralizzarlo, neutralizzarlo, è tributargli un grande successo, decretargli un successo veramente popolare. Questo che sta avendo stasera al Costanzo Show non è un successo veramente popolare?”

E’ esattamente così,  per “normalizzare” un elemento di un tale calibro non si poteva far altro che trascinarlo nella dialettica dei salottini televisivi, tra il popolino composto da critici e profani.
Come dimenticare “geni” come Giordano Bruno Guerri (l’ossessionato dal fascismo), Roberto D’Agostino (oggi alle prese con l’imbarazzante Dagospia), Davico Bonino ( “il sapone”), Guido Almansi (il critico), Luigi Lunari (“il vecchio bacucco”) e tanti altri che non riuscendo a star dietro alla profondità di Bene, si autoconvincevano che questi stesse semplicemente recitando la parte dell’anticonformista.

Carmelo Bene non recitava, non cercava il consenso, non creava consolatori spettacoli teatrali nel tentativo di dare un vago perché all’esistenza attraverso i significati.
Non andava in televisione a cercare l’esibizione o a stupire con qualche invenzione studiata a tavolino per far parlare di sé.
Quando si esprimeva sul concetto di lavoro in epoca industriale, sulla scuola moderna o sulla democrazia lo faceva per davvero, poichè non “diceva” ma “parlava”.
Era parlato, attraversato da una mistica lucidità in grado di tratteggiare i tempi bui dell’ umanità contemporanea, colma di consumatori consunti, in cui il piattume della democrazia ha preso il sopravvento.

Giovanni Prove



Fumo, alcool e droghe nell’uomo moderno – L.Tolstoj

La gente beve e fuma non «così», non «per noia», non «per stare allegri», non perché a loro «piace», bensì per soffocare la propria coscienza. Ma se è così, quanto spaventose debbono essere le conseguenze di ciò. E infatti basta pensare a come sarebbe un edificio che sia stato costruito non con una buona livella, per controllar che i muri venissero su diritti, e non con una squadra precisa, per controllare che gli angoli fossero retti, bensì con una livella molle, che si piegava tutta ad ogni irregolarità dei muri, e con una squadra che si adattava egualmente bene a tutti gli angoli, sia a quelli ottusi a che quelli acuti.
Ed è appunto questo che avviene nella vita di tutti i giorni, grazie al fatto che gli uomini si drogano. Non è la vita che si adegua alla coscienza; è la coscienza che si piega e si adatta alla vita. Ciò avviene nella vita di singoli individui, e avviene del pari nella vita di tutta quanta l’umanità, la quale si compone appunto della vita dei singoli individui.
Chi vuol comprendere tutto il significato di un simile offuscamento della consapevolezza, provi a rammentarsi bene qual era la sua condizione interiore in ciascun periodo della sua vita. E si accorgerà che in ogni periodo della sua vita egli ha avuto dinanzi a sé determinati problemi morali, che egli doveva risolvere e dalla soluzione dei quali dipendeva tutto il bene della sua vita. Per la soluzione di questi problemi occorre una gran tensione dell’attenzione. Questa tensione è un lavoro. E in ogni lavoro, e specialmente all’inizio, vi è un momento in cui il lavoro sembra faticoso, tormentoso, e la debolezza umana suggerisce il desiderio di abbandonarlo. Un lavoro fisico sembra tormentoso, quando si incomincia a farlo; e ancor più tormentoso sembra il lavoro intellettuale. Come dice Lessing, gli uomini hanno la caratteristica di smettere di pensare quando il pensare comincia a presentare delle difficoltà, e precisamente quando, aggiungerò io, il pensare comincia a produrre frutti. L’uomo si accorge che la soluzione dei problemi che ha dinanzi richiede una tensione, spesso tormentosa, e avrebbe voglia di sottrarsi a questa tensione. Se egli non disponesse di modi interiori di drogarsi, egli non potrebbe distogliere la propria attenzione dai problemi che ha dinanzi, e, che lo voglia o no, si vedrebbe costretto a risolverli. Ma ecco che l’uomo scopre un modo di scacciare questi problemi ogni volta che essi gli si presentano, e ricorre ad esso. Non appena i problemi che attendono soluzione cominciano a tormentarlo, l’uomo ricorre a questi modi, e si salva dall’inquietudine che suscitano in lui i problemi che lo preoccupano. La sua consapevolezza cessa di pretendere che essi vengano risolti, e i problemi irrisolti rimangono irrisolti fino al successivo schiarirsi della consapevolezza. Ma quando la consapevolezza è tornata chiara, si ripete la medesima cosa, e l’uomo continua per mesi, per anni, talvolta per tutta la vita a rimaner fermi dinanzi a quegli stessi problemi morali, senza muoversi d’un solo passo in direzione della loro soluzione. E tuttavia proprio nella soluzione dei problemi morali consiste tutto quanto il moto della vita.
Avviene dunque, in ciò, qualcosa di simile a quel che farebbe un uomo che dovesse riuscire a vedere il fondo d’una pozza d’acqua torbida per ritrovare una cosa preziosa cadutagli appunto lì, e che non volendo entrar nell’acqua, agitasse consapevolmente quell’acqua tutte le volte che essa comincia a depositarsi e a ridiventar trasparente. L’uomo che si droga rimane spesso immobile per tutta la vita entro una concezione del mondo oscura e contraddittoria, ch’egli ha assimilata una volta per tutte, e ogni volta che la sua consapevolezza comincia a rischiararsi, egli spinge sempre contro la stessa parete contro cui spingeva già dieci o vent’anni prima, e che egli non potrà sfondare in nessun modo, giacché ottunde continuamente, e consapevolmente, quella punta del suo pensiero che sola potrebbe sfondar la parete.
Provi ciascuno a rammentarsi com’era, prima d’aver incominciato a bere o a fumare, e verifichi anche in altre persone, e riscontrerà un tratto caratteristico costante, che distingue le persone dedite a una qualche droga, da coloro che son liberi dalla droga: quanto più un uomo si droga, tanto più egli è moralmente immobile.

Fonte: Tratto da: ‘Perché la gente si droga?’ di L.Tolstòj





L'importanza del « mito vivente » - M.Eliade

Da più di mezzo secolo gli studiosi occidentali hanno esaminato il mito in una prospettiva che contrasta sensibilmente con quella, diciamo, del xix secolo. Invece di trattare, come i loro predecessori, il mito nell'accezione usuale del termine, cioè in quanto « favola », « invenzione», « finzione », l'hanno accettato come era compreso nelle società arcaiche in cui il mito designa, al contrario, una « storia vera » e, cosa più importante, altamente preziosa, perché sacra, esemplare e significativa. Ma questo nuovo valore semantico accordato al vocabolo « mito » rende il suo impiego nel linguaggio corrente assai equivoco.
Infatti, questa parola è usata oggi sia nel senso di « finzione » o di « illusione », sia nel senso, familiare soprattutto agli etnologi, ai sociologi e agli storici delle religioni, di « tradizione sacra, rivelazione primordiale, modello esemplare ».
Si insisterà più avanti sulla storia dei differenti significati che il termine « mito » ha rivestito nel mondo antico e cristiano. Tutti sanno che dopo Senofane (565-470 circa a.C), il quale per primo ha criticato e rigettato le espressioni « mitologiche » della divinità utilizzate da Omero ed Esiodo, i Greci hanno progressivamente svuotato il mythos di ogni valore religioso e metafisico. Opposto sia a logos, sia più tardi a bistorta, mythos ha finito per indicare tutto « ciò che non può esistere realmente ». Da parte sua, il giudeo-cristianesimo rigettava nel campo della « menzogna » e dell' « illusione » tutto ciò che non era giustificato o convalidato da uno dei due Testamenti.
Non è in questo senso (d'altronde il più usuale nel linguaggio corrente) che noi intendiamo il « mito ». Più precisamente, non è lo stadio mentale o il momento storico, in cui il mito è divenuto una « finzione », che ci interessa. La nostra ricerca verterà prima di tutto sulle società in cui il mito è — o è stato fino a questi ultimi tempi — « vivente », nel senso che fornisce modelli per la condotta umana e conferisce, con ciò stesso, significato e valore all'esistenza. Comprendere la struttura e la funzione dei miti nelle società tradizionali in causa non è solamente illustrare una tappa nella storia del pensiero umano, ma significa anche comprendere meglio una categoria dei nostri contemporanei.
Per limitarci a un esempio, quello dei cargo cults dell'Oceania, sarebbe difficile interpretare tutta una serie di comportamenti insoliti senza fare appello alla loro giustificazione mitica. Questi culti profetici e millenaristi proclamano l'imminenza di un'era favolosa di abbondanza e di felicità. Gli indigeni saranno di  nuovo i padroni delle loro isole e non lavoreranno più, perché i morti stanno per tornare su magnifici navigli carichi di mercanzie, simili alle gigantesche navi mercantili che i bianchi ormeggiano nei loro porti. È per questo motivo che la maggior parte di questi cargo cults esige, da un lato la distruzione degli animali domestici e di ogni strumento di lavoro, e dall'altro la costruzione di vasti magazzini in cui saranno depositate le provvigioni portate dai morti. Un movimento profetizza l'arrivo del Cristo su un battello mercantile; un altro attende l'arrivo dell'« America ». Una nuova era.
La struttura dei miti paradisiaca avrà inizio e i seguaci del culto diventeranno immortali. Certi culti implicano anche degli atti orgiastici, perché i divieti e i costumi sanzionati dalle tradizioni perderanno la loro ragione d'essere e faranno posto alla libertà assoluta. Ora, tutti questi atti e queste credenze si spiegano con il mito dell' annullamento del Mondo seguito da una nuova Creazione e dall' instaurazione dell'Età dell'Oro.
Fenomeni similari si sono verificati nel 1960 nel Congo in occasione della proclamazione d'indipendenza del paese. In un villaggio gli indigeni hanno tolto i tetti delle capanne per lasciar passare i pezzi d'oro che gli antenati avrebbero fatto piovere. Altrove, nell'abbandono generale, sono state mantenute soltanto le vie conducenti al cimitero per permettere agli antenati di raggiungere il villaggio. Anche gli eccessi orgiastici avevano un senso poiché, secondo il mito, il giorno dell'Età Nuova tutte le donne sarebbero appartenute a tutti gli uomini.
Molto probabilmente fatti di questo genere diventeranno sempre più rari. Si può supporre che il « comportamento mitico » sparirà con l'indipendenza politica delle antiche colonie. Ma ciò che accadrà in un avvenire più o meno lontano non ci aiuterà a comprendere quanto sta accadendo ora. Quel che ci interessa anzitutto è cogliere il senso di queste strane condotte, comprendere la causa e la giustificazione di questi eccessi, perché comprenderli equivale a riconoscerli come fenomeni umani, fenomeni di cultura, creazioni dello spirito e non irruzione patologica degli istinti, bestialità o infantilismo.
Non vi è altra alternativa: o ci si sforza di negare, minimizzare o dimenticare eccessi del genere, considerandoli come degli esempi isolati di « comportamento da selvaggi », che scompariranno completamente quando le tribù saranno « civilizzate », oppure si cerca di comprendere
gli antecedenti mitici che spiegano, giustificano gli eccessi di questo genere e conferiscono loro un valore religioso.
Questo ultimo atteggiamento è, secondo noi, l'unico che meriti considerazione. Solamente in una prospettiva storico-religiosa simili comportamenti sono suscettibili di rivelarsi come fenomeni di cultura e perdono il loro carattere aberrante o mostruoso di gioco infantile o di atto puramente istintivo.


Fonte: "Mito e realtà", Mircea Eliade (Ed.Borla)


Il destino e la provvidenza - Severino Boezio

«È proprio così» dissi io; «ma poiché è tuo compito spiegare le cause delle cose misteriose e chiarire le ragioni avvolte dall’oscurità, ti prego di espormi con tutta chiarezza la tua opinione su questo problema, poiché questo fatto sconcertante più d’ogni altro mi sconvolge». Ed ella allora, sorridendo un poco: «Tu m’inviti» disse «a indagare una questione che di tutte è la più impegnativa da sviscerare, e che non si riesce mai a esaurire interamente. Si tratta infatti di un argomento tale che, risolto un dubbio, ne ricrescono innumerevoli altri, come le teste dell’Idra; e non se ne vedrebbe mai la fine, se non venissero domati dal fuoco divampante della mente. In questo campo d’indagine rientrano infatti la semplicità della provvidenza, l’ordine del destino, i casi fortuiti, la conoscenza e la predestinazione divina e il libero arbitrio, tutti argomenti di cui tu spesso puoi comprendere l’importanza. Ma siccome anche la loro conoscenza fa parte della tua cura, cercheremo, nonostante la ristrettezza del tempo, di giungere a qualche conclusione. E anche se ti danno piacere le modulazioni della poesia accompagnata dalla musica, è bene differire per un poco questo godimento, mentre dispongo in un ordine organico le mie argomentazioni». «Come ti pare meglio» risposi.
Allora ella, quasi rifacendosi a un altro principio, così prese a esporre: «L’origine di tutte le cose, l’evoluzione delle nature in divenire, e tutto ciò che in qualche modo si muove, traggono le loro cause, l’ordine e le forme dall’immutabilità della mente divina. Essa, raccolta nella roccaforte della sua semplicità, determina la molteplice modalità in cui gli eventi si svolgono. Questa modalità, quando la si considera nella purezza stessa dell’intelligenza divina, viene detta provvidenza; quando invece la si riferisce agli esseri che muove e dispone, è stata detta destino dagli antichi. La loro diversità apparirà evidente a chi penetri con la mente la loro reciproca capacità operativa; la provvidenza infatti è quella stessa ragione divina, riposta nel sommo Sovrano di tutte le cose, che tutto dispone; mentre il destino è l’assetto inerente alle cose mutevoli, per mezzo del quale la provvidenza inserisce ogni cosa nel proprio ordine. La provvidenza pertanto abbraccia egualmente tutte le cose, benché diverse, benché infinite; il destino invece muove le singole cose secondo che son distribuite nei diversi luoghi, nelle diverse forme e nei diversi tempi, così che questo dispiegarsi dell’ordine temporale raccolto in unità dinanzi allo sguardo della mente divina è provvidenza, mentre il medesimo complesso, distribuito secondo la successione temporale, vien chiamato destino.

«Pur essendo essi diversi, son tra di sé interdipendenti; l’ordine del destino deriva infatti dalla semplicità della provvidenza. E come l’artefice dapprima concepisce nella mente la forma dell’opera che vuol realizzare e poi la porta a compimento, sviluppando in diversi momenti di tempo quel che aveva unitariamente contemplato dentro di sé, così Dio mediante la provvidenza dispone in maniera singolare e immutabile quel che dev’essere fatto, e poi mediante il destino sovrintende all’attuazione nella molteplicità e nel tempo delle cose che aveva preordinato. Pertanto, sia che il destino si compia per l’opera di spiriti divini al servizio della provvidenza, sia che la trama del destino s’intessa per mezzo dell’anima, o dell’intera natura, o dei moti celesti degli astri, o della forza degli angeli, o della multiforme destrezza dei demoni, o di alcune di queste cose o di tutte insieme, una cosa è chiara, che la provvidenza è la forma semplice e immobile delle cose che devono essere compiute, mentre il destino è il concatenamento mutevole e l’ordine temporale di tutto ciò di cui la semplicità divina ha disposto l’attuazione.
«Ne consegue che tutte le cose sottoposte al destino sono pure soggette alla provvidenza, alla quale è soggetto lo stesso destino. Però alcune delle cose che soggiacciono alla provvidenza trascendono il corso del destino, e sono quelle che, stabilmente fisse vicino alla prima Divinità, si collocano al di fuori dell’ordine inerente alla mutevolezza del destino. E come, tra più cerchi volgentisi intorno a un medesimo fulcro, quello che è più interno si approssima alla semplicità del punto medio, ed esso stesso diviene per così dire come il fulcro attorno a cui tutti gli altri girano, mentre il cerchio più esterno, ruotando con una circonferenza maggiore, si volge in spazi tanto più ampi quanto più si allontana dall’indivisibile punto mediano – se poi qualche cosa si unisce o si associa a quel punto mediano, diviene necessariamente semplice anch’essa e cessa di estendersi ed espandersi –: in simile modo quello che più s’allontana dalla prima mente, tanto più s’avviluppa nei lacci del destino e, al contrario, tanto più un essere è libero dal destino quanto più s’avvicina a quel fulcro di tutte le cose; e se aderisce alla stabilità della mente suprema, privo di moto, s’innalza anche al di sopra della necessità del destino. Come dunque il ragionamento sta all’intuizione, ciò che viene generato a ciò che è, il tempo all’eternità, la circonferenza al centro, così il corso mutevole del destino sta all’immobile semplicità della provvidenza.
«L’ordine del destino muove il cielo e le stelle, associa tra di loro gli elementi e li trasforma con alterne mutazioni, e rinnova tutto ciò che nasce e che muore mediante consimili sviluppi di semi e di embrioni. E ancora quest’ordine avvince le azioni e le varie vicende degli uomini con un’inscindibile connessione causale; la qual connessione procedendo nella sua origine dai principi dell’immobile provvidenza, è necessario che anche quelle cause siano immutabili. Le cose infatti sono ordinate nella maniera migliore se la semplicità che risiede nella mente divina dà origine a un ordine irremovibile di cause, e quest’ordine poi con la sua immutabilità raffrena le cose mutevoli che altrimenti andrebbero vagando caoticamente. Per quanto dunque a voi, del tutto incapaci di discernere quest’ordine, tutte le cose appaiano confuse e sconvolte, non di meno ubbidiscono tutte a una loro norma, che le orienta verso il bene. Nessuna azione, infatti, viene compiuta a fin di male neppure dagli stessi malvagi; questi, come ho abbondantemente dimostrato, cercano sì il bene, ma ne sono sviati da un perverso errore; tanto è impensabile che l’ordine che scaturisce dal fulcro che è il sommo bene possa mai deflettere dalla sua origine.
«Ma, dirai tu, quale confusione può essere più iniqua di questa, che ai buoni tocchino in sorte ora casi avversi ora prosperi, e ai cattivi ora cose desiderate ora sgradite? Ebbene, dimmi: gli uomini vivono di solito in una condizione mentale così equanime, che le persone da loro giudicate buone o cattive siano necessariamente tali in realtà, quali le hanno giudicate? Al contrario, proprio in questo discordano i giudizi umani, tanto che gli uni stimano degni di premio quelli stessi che gli altri ritengono meritevoli di pena. Ma ammettiamo pure che alcuno sia in grado di distinguere i buoni dai cattivi; potrà egli forse scrutare in profondità la struttura – come si dice dei corpi – delle anime? Non sarebbe infatti diversa la sua meraviglia da quella di chi non sapesse perché, tra i corpi sani, ad alcuni facciano bene alimenti dolci, ad altri amari, e perché alcuni malati abbiano sollievo da rimedi leggeri, altri da più energici. Ma di ciò non si stupisce affatto il medico, il quale ben conosce la sintomatologia e le caratteristiche dello stato di salute o di malattia. E che altro è la salute dell’anima, se non la probità, che altro la malattia, se non il vizio? Chi altri è il difensore del bene e il nemico del male se non Dio, signore e medico delle anime? Egli, guardando dall’alto osservatorio della sua provvidenza, sa quel che a ciascuno conviene e concede a ciascuno quel che sa essergli adatto. E qui sta quel mirabile prodigio dell’ordine inerente al destino, che Chi lo conosce opera cose di cui devono stupirsi coloro che tale conoscenza non hanno.
«Per riassumere ora in breve le poche cose che la ragione umana è capace d’intendere della profondità divina, ti dirò che l’onnisciente provvidenza può giudicare diversamente una persona che tu ritieni quant’altri mai onesta e osservante della giustizia. Il nostro Lucano ci avverte che agli dei piacque la causa del vincitore, a Catone quella del vinto. Ecco dunque: quanto vedi avvenire al di fuori di ogni aspettazione, in realtà è un ordine giusto, per quanto per il tuo modo di vedere sia un’assurda confusione. Ma ammettiamo pure che uno sia così ben costumato che nei suoi confronti il giudizio divino e quello umano concordino pienamente; però è poco forte di animo e, se gli capitasse qualche contrarietà, cesserebbe probabilmente di coltivare quell’integrità morale che non gli valse a propiziargli la fortuna; per questo una saggia dispensazione risparmia colui che le avversità potrebbero rendere meno buono, così che non debba sopportare dure prove colui che non vi è adatto. Vi è un altro adorno della perfezione di tutte le virtù, santo e prossimo a Dio: ebbene, la provvidenza ritiene empio che questi sia colpito da qualsivoglia sventura, a tal segno da non permettere che sia molestato neppure da malattie corporee. Perché, come disse uno anche di me più eccelso, di un uomo santo il corpo l’han costruito i cieli.
Accade poi spesso che il potere supremo sia affidato ai buoni perché la disonestà dilagante venga fiaccata. Ad altri la provvidenza distribuisce sorti variamente combinate, a seconda delle qualità dei loro animi: ne affligge alcuni perché non abbiano a insuperbirsi per un lungo periodo di felicità; lascia che altri siano sfibrati da acerbe contrarietà perché con l’uso e l’esercizio della pazienza consolidino le virtù dell’animo. Questi temono più del giusto quel che possono sopportare, quelli prendono alla leggera più del giusto quello che non possono sopportare; e costoro vengono messi alla prova dall’infelicità. Non pochi s’acquistarono venerata rinomanza nei secoli a prezzo duna morte gloriosa; taluni poi, indomiti dai tormenti, diedero agli altri dimostrazione che la virtù è invincibile dal male; ed è indubitabile che tutto questo avviene in modo quanto mai giusto e confacente, e con vantaggio di coloro che ne sembrano colpiti.
«Dalle stesse cause deriva anche il fatto che ai malvagi accadono eventi ora tristi ora lieti. Dei tristi nessuno si meraviglia, poiché tutti pensano che essi si sian comportati male; ed è poi certo che le punizioni da cui son colpiti non solo distolgono gli altri dal mal fare, ma anche correggono quelli stessi che le sopportano. I lieti poi forniscono ai buoni una gran prova della stima in cui si debba tenere una felicità di tal genere, che vedono spesso al servizio dei malvagi. A questo proposito credo che venga anche tenuto conto del fatto che alcuno, dotato di indole impetuosa e sconsiderata, possa venir inasprito fino al delitto dalle sue ristrettezze economiche; ma a una tal malattia rimedia la provvidenza, colmandolo di ricchezze. Questi, esaminando la propria coscienza macchiata di turpitudini e mettendo a confronto se stesso con la propria fortunata condizione, vien forse assalito dal timore di dover perdere nella tristezza tutto quello che ora gli è piacevole usare; si deciderà quindi a mutar condotta, e così, per timore di perdere la propria fortuna, si allontanerà dalle vie dell’iniquità. La felicità malamente usata fa precipitare altri in ben meritata sventura; ad altri vien concessa facoltà di punire, perché ciò sia di prova per i buoni e di castigo per i malvagi. Infatti, come non può esservi alcuna intesa tra buoni e malvagi, così neppure i malvagi stessi vanno mai d’accordo tra loro. E perché non dovrebbe essere così, dal momento che ciascuno di loro è in disaccordo con se stesso, avendo la coscienza dilaniata dai vizi, e commette spesso azioni che, quando le abbia compiute, veda bene che non dovevano esser compiute?
«Da ciò spesso la somma provvidenza ha tratto l’ammirevole prodigio che fossero dei malvagi a rendere buoni altri malvagi. Infatti alcuni, giudicandosi vittime di ingiustizie da parte di sciagurati, ardendo d’odio per chi fa loro del male, ritornano sul buon sentiero della virtù, sforzandosi di esser diversi da coloro che odiano. Soltanto per la potenza divina anche i mali son beni, in quanto, usandoli convenientemente, ne ottiene un qualche risultato di bene. Un ordine determinato abbraccia infatti tutte le cose; e quel che si allontana dalla funzione che in quell’ordine gli è attribuita, ricade pur sempre in un ordine, sia pure diverso, così che nel regno della provvidenza il capriccio del caso non abbia alcun potere.
Ma mi è di peso dir ciò, come se un Dio io fossi.
«Non è infatti lecito a un uomo abbracciare con la mente o spiegare con le parole tutti i particolari dell’opera divina. Basti aver compreso soltanto questo, che Dio, creatore di tutte le cose naturali, tutte quante le ordina e le orienta al bene, e che, mentre si preoccupa di conservare quel che ha procreato a propria somiglianza, elimina ogni male dai confini del suo regno per mezzo della successione degli eventi determinata dal destino. Ne deriva che, se consideri l’opera ordinatrice della provvidenza, tu debba convincerti che non esiste nessuno di quei mali, di cui si crede che la terra trabocchi. Ma vedo che tu, gravato dal peso del problema e affaticato dalla lunghezza del ragionamento, aspetti con desiderio un poco di sollievo da una poesia; prendine dunque un sorso, per potere, ristorato, proseguire con maggior lena sulla via che ti resta da percorrere. 

Fonte: tratto da  De Consolatione philosophiæ, Libro IV, capitolo 6: Il Destino e la Provvidenza (cfr. Boezio, La Consolazione della Filosofia. Gli opuscoli teologici, a cura di Luca Obertello, Rusconi, Milano, 1979). 


Monarchia - Dante Alighieri

I. Gli uomini tutti, cui la natura superiore ha infuso l’impulso ad amare la verità, sembrano dare il massimo valore al fatto di lavorare per i posteri, onde questi ricavino un arricchimento dalle loro fatiche, così come essi stessi sono stati arricchiti dal lavoro degli antichi. Stia quindi pur certo di aver mancato al proprio dovere colui che, dopo aver fruito di tanti insegnamenti forniti dalla società, non si cura poi a sua volta di recare qualche contributo al bene comune: egli infatti non è un “albero che lungo il corso delle acque porta frutti nella sua stagione”, ma piuttosto è una voragine perniciosa che ingoia sempre senza mai restituire quanto ha ingoiato. Perciò, ripensando spesso fra me queste cose e non volendo un giorno essere tacciato di aver colpevolmente sotterrato il mio talento, desidero non solo accrescere la mia cultura, ma anche portare frutti per il bene pubblico, dimostrando delle verità che altri non hanno mai affrontato. Quale frutto infatti arrecherebbe chi volesse dimostrare di nuovo un teorema di Euclide, oppure chi cercasse di ridefinire la felicità, già chiarita da Aristotele, o riprendesse a difendere la vecchiaia, già difesa da Cicerone? Decisamente nessuno, anzi tali noiose e superflue ripetizioni non arrecherebbero che fastidio. Siccome poi, tra le altre verità nascoste ma utili, quella relativa alla monarchia terrena è la più utile e la più nascosta e non è stata affrontata da nessuno, in quanto non offre la prospettiva di un guadagno immediato, mi sono proposto di strappare tale verità dai suoi nascondigli, nell’intento sia di rendere le mie laboriose veglie utili al mondo, e sia anche di riportare per primo, a mia gloria, la palma di una così nobile impresa. Certamente affronto un’opera ardua e superiore alle mie forze, ma confido non tanto nelle mie capacità, quanto nella luce di quel Dispensatore “che dà a tutti copiosamente senza rinfacciare mai”.

II. Innanzitutto dobbiamo chiarire che cosa sia quell’istituto i detto “Monarchia temporale”, partendo da una sua definizione nominale e dal concetto comune. La Monarchia temporale, detta anche Impero, è un unico principato che ha potere su tutti gli uomini e si esercita nel tempo, cioè in quelle questioni e sopra quelle istituzioni che hanno carattere temporale. A proposito di essa si fanno tre questioni principali, in quanto si discute per sapere: primo, se essa sia necessaria al benessere del mondo; secondo, se il popolo romano si sia attribuita di diritto la funzione di monarca; terzo, se l’autorità del monarca dipenda immediatamente da Dio o da qualche ministro o vicario di Dio. Siccome ogni verità, a eccezione dei princìpi evidenti, si dimostra attraverso la verità di un qualche principio, è necessario, in qualunque ricerca, conoscere il principio al quale risalire analiticamente al fine di certificare tutte le proposizioni che successivamente, vengono a esso connesse. Ora, essendo il presente trattato una ricerca, ci pare necessario innanzitutto trovare un principio sul cui valore [di verità] si possano fondare le proposizioni che successivamente emetteremo. Occorre sapere che vi sono certe realtà, quali le realtà matematiche, fisiche e divine, che, non essendo assolutamente soggette al nostro potere, noi possiamo soltanto conoscere, ma non fare. Vi sono invece altre realtà che, essendo soggette al nostro potere, noi possiamo non solo conoscere, ma anche fare, e in questo caso il fare non è in funzione del conoscere, ma questo è in funzione di quello, poiché in tali realtà il fine è appunto la stessa operazione. Ora, siccome il nostro argomento riguarda l’ordinamento civile, anzi la fonte e il principio di ogni giusto ordinamento civile, e siccome ogni realtà riguardante la vita civile è soggetta al nostro potere, è evidente che il presente argomento attiene primariamente non alla teoria, ma alla pratica. Inoltre, poiché nell’attività pratica il principio e la causa di tutte le azioni è il fine cui tende in ultimo l’operazione – questo infatti costituisce il primo movente per il soggetto agente –, ne consegue che la specifica modalità delle azioni ordinate a un fine va desunta esclusivamente dal fine stesso. Infatti la modalità nel tagliare il legno per la costruzione di una casa è diversa da quella per la costruzione di una nave. Pertanto se esiste un fine della convivenza civile di tutto quanto il genere umano, questo fine costituirà quel principio che chiarificherà sufficientemente tutte le nostre tesi che dovremo in seguito dimostrare. Sarebbe stoltezza del resto supporre che esista un fine di questa o di quella comunità civile e che non esista invece un fine unico comune a tutte le società prese nel loro complesso.

III. Dobbiamo dunque vedere quale sia il fine di tutta quanta la società umana: scoperto questo, avremo compiuto più della metà della nostra fatica, come dice il Filosofo nell’Etica a Nicomaco. Per rendere più immediatamente intuitivo l’oggetto della nostra indagine, occorre osservare che, come c’è un fine per cui la natura produce il pollice e un altro, diverso dal primo, per cui produce tutta la mano e un altro ancora, diverso dai primi due, per cui produce il braccio, e infine un altro, diverso da tutti i precedenti, per il quale produce tutto l’uomo, così vi è un fine al quale essa ordina il singolo uomo, un altro al quale ordina la comunità famigliare, un altro ancora a cui ordina il villaggio, un quarto a cui ordina la città, un quinto a cui ordina il regno e per ultimo quel fine ottimo in vista del quale Dio eterno, attraverso la sua arte, che è la natura, chiama all’esistenza tutto il genere umano. Ed è appunto questo fine che noi qui cerchiamo di individuare quale principio direttivo della nostra indagine. Per scoprirlo bisogna innanzitutto tener presente che “Dio e la natura non fanno mai nulla di inutile”, ma tutti gli esseri creati esistono in vista di una propria operazione. Infatti l’ultimo fine presente nell’intenzione del creatore, in quanto creatore, non è l’essenza creata, ma l’operazione propria di quell’essenza, e di conseguenza non esiste l’operazione per l’essenza, ma l’essenza per l’operazione. C’è dunque un’operazione specifica, propria di tutta la società umana, alla quale è ordinata l’intera umanità in tutti i suoi innumerevoli componenti; a tale operazione però non può giungere né un uomo singolo, né una sola famiglia, né un solo villaggio, né una sola città e neppure un regno particolare. Ora quale sia questa operazione risulterà chiaro se riusciremo a evidenziare la più alta facoltà propria di tutti gli uomini. Intanto io affermo che nessuna facoltà che sia condivisa da più individui di specie diversa può essere la facoltà più alta di qualcuno di essi, poiché, essendo la facoltà più alta il costitutivo della specie, ne seguirebbe che un’unica essenza specifica apparterrebbe a più specie diverse, il che è impossibile. Quindi la facoltà più alta dell’uomo non è quella semplicemente di esistere, perché tale facoltà è condivisa anche dai quattro elementi; e neppure quella di essere dotato di certe disposizioni qualitative, poiché questo si verifica anche nei minerali; né quella di esistere in modo animato, poiché così esistono anche le piante; né quella di conoscere semplicemente, poiché anche i bruti partecipano di tale facoltà; ma quella di conoscere per mezzo dell’intelletto possibile, il che non compete a nessun altro essere superiore o inferiore all’uomo. Infatti, sebbene vi siano altri esseri forniti di intelletto, tuttavia il loro non è l’intelletto possibile come quello dell’uomo, poiché tali esseri non sono altro che specie intellettive, il cui essere non è altro che l’intuire le essenze delle cose, il che avviene senza la mediazione empirica, altrimenti non sarebbero eterne. È chiaro quindi che la più alta facoltà dell’umanità è la facoltà o potenza intellettiva. E poiché tale potenza non può essere tutta quanta simultaneamente tradotta in atto da parte di un solo uomo o di qualcuna di quelle società particolari suaccennate, occorre necessariamente che nel genere umano vi sia una moltitudine di uomini, a opera dei quali quella potenza venga totalmente attuata, così come è necessaria una moltitudine di cose generabili affinché tutta la potenza della materia prima sia sempre attuata, altrimenti esisterebbe una potenza separata [dall’atto], il che è impossibile. Con tale giudizio concorda Averroè nel commento al De anima. Quella potenza intellettiva di cui sto parlando non è orientata solo alle forme universali o specie, ma, per una certa estensione, anche alle forme particolari, per cui si usa dire che l’intelletto speculativo per estensione diventa pratico e, come tale, ha per fine l’agire e il fare. Intendo riferirmi, per esempio, alle azioni regolate dalla saggezza politica e alle produzioni di oggetti che sono regolate dall’arte: sia le une che le altre sono subordinate alla speculazione come al fine più alto, per raggiungere il quale la Bontà Prima chiamò all’esistenza il genere umano. Già da questo si comprende chiaramente l’affermazione della Politica che “gli uomini dotati di vigoroso intelletto sono per natura dominatori degli altri”.

IV. È stato così chiarito sufficientemente che l’operazione specifica del genere umano preso nella sua totalità è quella di attuare sempre tutta la potenza dell’intelletto possibile, prima mediante l’attività speculativa e poi, in forza e per estensione di questa, mediante l’attività pratica. Siccome nell’uomo singolo avviene che, vivendo in condizioni di calma e di tranquillità, si perfezioni in saggezza e in sapienza, è chiaro che – secondo il detto che ciò che vale per la parte vale per il tutto – anche il genere umano, vivendo nella quiete, cioè nella tranquillità della pace, può compiere, nel modo più libero e facile, la sua attività specifica che è quasi divina, secondo il detto: “Lo facesti di poco inferiore agli angeli”. Di qui appare evidente che la pace universale è il massimo dei beni che sono ordinati alla nostra felicità. Ed è appunto per questo che la voce dall’alto non annunciò ai pastori né ricchezze, né piaceri, né onori, né lunga vita, né salute, né forza, né bellezza, ma pace. Infatti la milizia celeste cantò: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”. Ed è ancora per questo che il Salvatore degli uomini salutavi con le parole: “Pace a voi”; si addiceva infatti al Sommo Salvatore usare la massima forma di saluto, della quale poi i suoi discepoli e Paolo vollero conservare l’uso nell’inviare i loro saluti, come tutti possono constatare. Da queste chiarificazioni risulta quale sia la condizione migliore, anzi ottima, attraverso la quale il genere umano può pervenire alla sua operazione specifica, e di conseguenza si è potuto individuare nella pace universale il mezzo più immediato per giungere a quella felicità cui sono ordinate, come a fine ultimo, tutte le nostre attività; dobbiamo quindi assumere questa pace come principio che sorregge tutti i ragionamenti successivi, principio che era necessario stabilire, come si è detto, quale punto di riferimento prefissato cui ricondurre, come a verità assiomatica, tutte le altre verità che emergeranno dalle nostre dimostrazioni.

V. Riprendendo quindi quanto si diceva all’inizio, tre sono gli interrogativi e le questioni principali che si pongono a proposito della monarchia temporale, che più comunemente viene detta Impero; su tali questioni è mio proposito fare un’indagine, come si è detto, partendo dal principio sopra stabilito e procedendo secondo l’ordine già indicato. Pertanto, la prima questione è questa: se la Monarchia temporale sia necessaria al buon ordinamento del mondo. La risposta affermativa si può dimostrare con argomenti chiarissimi e validissimi che non sono contraddetti da nessuna istanza di ragione o di autorità. Il primo di tali argomenti si può desumere dalla sentenza del Filosofo il quale, nella sua Politica afferma, con veneranda autorità, che quando più elementi sono ordinati a un unico fine, occorre che uno guidi, cioè governi e gli altri siano guidati, cioè governati. Tale affermazione va accettata non solo per il glorioso nome dell’Autore, ma anche in forza di un ragionamento induttivo. Infatti, se prendiamo in considerazione un singolo uomo, constatiamo che, pur essendo tutte le sue facoltà orientate a conseguire la felicità, la facoltà intellettiva è quella che dirige e governa tutte le altre, altrimenti quell’uomo non potrebbe raggiungere la felicità. Se prendiamo in considerazione una famiglia, il cui fine è quello di preparare i suoi componenti al ben vivere, è necessario che vi sia uno che la diriga e la governi, il cosiddetto padre di famiglia oppure chi ne fa le veci, secondo quanto dice il Filosofo: “Ogni casa è governata dal più anziano”. Il suo compito, come dice Omero, è quello di dirigere tutti e di imporre leggi agli altri; per questo è passata in proverbio quell’imprecazione: “Che tu abbia in casa uno pari a te”. Se consideriamo un villaggio, il cui fine è quello di un più facile soccorso di persone e di cose, è necessario che vi sia un capo che diriga gli altri, sia esso imposto da un’altra autorità, oppure eletto, per comune consenso, quale persona più eminente fra tutti; altrimenti non solo non si giunge a quel reciproco aiuto nel procurarsi il sufficiente per vivere, ma talvolta, quando appunto più persone vogliono comandare, tutto il villaggio può andare in rovina. Se poi consideriamo una città, il cui fine è il ben vivere e il vivere con sufficienza di mezzi, è necessario che vi sia un unico governo, e questo non soltanto nell’ordinamento politico giusto, ma anche in quello corrotto; in caso contrario non solo non si raggiunge più il fine della vita civile, ma anche la città cessa di essere quella di prima. Se infine consideriamo un regno particolare, il cui fine è identico a quello della città, ma con una maggior sicurezza per la conservazione della tranquillità, è necessario che vi sia un solo re che regni e governi, altrimenti non solo i sudditi non conseguono il loro fine, ma anche il regno va in rovina, secondo il detto dell’infallibile Verità: “Ogni regno diviso in se stesso andrà in rovina”. Se dunque ciò si verifica in queste comunità e in quante sono ordinate a un fine, allora la tesi ammessa sopra è vera; ora noi sappiamo che tutto il genere umano è orientato a un fine, come si è già dimostrato precedentemente; quindi è necessario che vi sia uno che lo guidi e lo governi, e questi va chiamato Monarca o Imperatore. E così risulta dimostrato che la Monarchia, o Impero, è necessaria al buon ordinamento del mondo.

VI. Inoltre come la parte sta al tutto, così l’ordine della parte sta all’ordine del tutto; ora la parte sta al tutto come al fine e alla perfezione; quindi anche l’ordine della parte sta all’ordine del tutto come al fine e alla perfezione. Da ciò consegue che la bontà dell’ordine parziale non supera la bontà dell’ordine totale, ma è vero piuttosto il contrario. Pertanto, essendoci nelle cose un duplice ordine, quello delle parti fra loro e quello delle parti rispetto a un elemento che non è parte – come, per esempio, l’ordine delle parti di un esercito fra di loro e l’ordine di queste parti rispetto al comandante –, l’ordine delle parti rispetto a quell’elemento unitario è migliore, in quanto tale ordine è il fine del primo ordine: questo infatti esiste in funzione di quello e non viceversa. Perciò, se la forma di quell’ordinamento “ad unum” si trova nei gruppi parziali della moltitudine umana, tanto più deve trovarsi nella moltitudine come tale, ossia nella società umana globale, in forza del precedente sillogismo, in quanto tale ordine è migliore, ossia è la forma dell’ordine; ora quell’ordine si trova effettivamente in tutti i gruppi parziali della moltitudine umana, come risulta in modo abbastanza chiaro da quanto detto nel capitolo precedente; quindi si deve trovare anche nella società umana globale. E così tutti i predetti raggruppamenti parziali inferiori ai regni, e gli stessi regni, devono essere ordinati a un unico principe, ovvero a un unico principato, cioè al Monarca, ovvero alla Monarchia.

VII. Inoltre, la società umana è un tutto rispetto a certe parti e a sua volta è una parte rispetto a un ulteriore tutto. Infatti è un tutto rispetto ai regni particolari e ai popoli, come si è visto sopra, ed è una parte rispetto alla totalità dell’universo, come risulta di per sé evidente. Pertanto, come i raggruppamenti parziali della società umana si inquadrano ordinatamente in essa, così essa deve inquadrarsi ordinatamente nel tutto di cui fa parte; ora i raggruppamenti parziali si inquadrano ordinatamente nella società umana per il fatto che sono retti da un unico capo, come si può facilmente rilevare da quanto detto sopra; quindi anche la società umana si inquadra con perfetto ordine nell’universo e in rapporto al suo principe, che è Dio e Monarca, in quanto anch’essa è guidata da un unico capo, cioè dall’unico principe. Da ciò si deduce che la Monarchia è necessaria al buon ordinamento del mondo.

VIII. Ancora, tutti gli esseri sono bene, anzi perfettamente ordinati, se sono conformi all’intenzione della causa prima che è Dio (il che è di per sé evidente, tranne per chi nega che la bontà divina raggiunga il sommo grado di perfezione); ora l’intenzione di Dio è che ogni creatura porti impressa in sé la somiglianza divina nella misura in cui la sua natura è capace di riceverla (per questo fu detto: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”, e benché la espressione “ad immagine” non possa applicarsi agli esseri inferiori all’uomo, tuttavia l’espressione “a somiglianza” si può riferire a ogni creatura, in quanto tutto l’universo non è che un vestigio della bontà divina); quindi il genere umano è bene, anzi ottimamente ordinato, quando esso presenta una somiglianza con Dio secondo la possibilità della sua natura. Ma il genere umano è massimamente somigliante a Dio quando è massimamente uno (solo in Dio infatti si realizza veramente l’unità nella sua essenza formale, secondo quanto è scritto: “Ascolta, Israele: il Signore Dio tuo è uno”); ora il genere umano è massimamente uno quando è totalmente unificato in un unico organismo, il che non può verificarsi se non è totalmente soggetto a un unico principe, come è evidente di per sé; quindi il genere umano, quando è soggetto a un solo principe, assomiglia massimamente a Dio, e di conseguenza è massimamente conforme all’intenzione divina, e quindi è bene, anzi ottimamente ordinato, come si è dimostrato all’inizio di questo capitolo.

IX. Parimenti ogni figlio raggiunge una buona, anzi una perfetta maturazione, quando, nei limiti concessi dalla propria natura, imita le orme di un padre perfetto; ora il genere umano è figlio del cielo, che è perfettissimo in ogni opera sua (infatti l’uomo e il sole generano l’uomo, come è detto nel secondo libro della Fisica ); quindi il genere umano raggiunge la sua perfezione quando, nei limiti consentiti della sua natura, imita l’immagine del cielo. E siccome tutto il cielo in tutte le sue parti, sia nei suoi moti che nei suoi motori, è regolato da un unico moto, quello del primo mobile, e da un unico motore, che è Dio – come la ragione umana, filosofando, arriva a conoscere in modo evidentissimo, se ha ragionato a rigor di logica –, così il genere umano è ottimamente ordinato quando i suoi motori [cioè i governanti] e i suoi movimenti sono regolati da un unico principe, quale unico motore, e da un’unica legge, quale unico moto. Perciò, per il buon ordinamento del mondo, sembra necessaria l’esistenza della Monarchia, cioè di un unico principato chiamato “Impero”. Tale motivo era sfiorato da Boezio in questa sospirante esclamazione:
O degli uomini stirpe felice,
se gli animi vostri reggesse
l’amor che il ciel governa. 
X. Inoltre, ovunque possa sorgere una lite, deve intervenire una sentenza dirimente, altrimenti vi sarebbe uno stato di cose imperfetto, senza un rimedio che lo risani, il che è impossibile, poiché Dio e la natura non vengono meno nelle cose necessarie; ora tra due prìncipi qualsiasi, di cui l’uno non è assolutamente soggetto all’altro, può sorgere una lite, sia per colpa loro oppure per colpa dei sudditi, come è di per sé evidente; quindi è necessario che tra essi intervenga un giudizio dirimente. E siccome uno non può inquisire e giudicare l’altro per il fatto che uno non è soggetto all’altro – il pari infatti non ha potere sul suo pari –, è necessario che vi sia una terza persona investita di più ampia giurisdizione, la quale, nell’ambito della sua competenza, abbia potere su entrambi. Costui sarà il Monarca, oppure no: se è il Monarca, è raggiunto l’intento; se no, egli si troverà a sua volta di fronte a un altro di pari grado, fuori dell’ambito della sua giurisdizione, e allora sarà necessario ricorrere a un terzo giudice. E così, o si avrà un processo all’infinito, che è impossibile, oppure bisognerà giungere a un primo e supremo giudice, dal cui giudizio vengano definite, direttamente o indirettamente, tutte le liti, e questi sarà il Monarca o Imperatore. La Monarchia dunque è necessaria al mondo. Questa tesi era ben presente al Filosofo quando diceva: “Le cose non sopportano di essere disposte male; ora la pluralità dei principati è un male; quindi il principe deve essere uno solo”.

Fonte: Dante Alighieri, De Monarchia. Estratto dal libro I (capp. I-X), cfr. traduzione di Pio Gaja, Monarchia, Opere minori di Dante Alighieri, vol. II, UTET, Torino, 1986.