La frattura illuminista – R.Pannikar

C’è una frase di Goethe che forse potrebbe essere come il motto, il lemma della modernità sul tema religione e cultura: "chi possiede Scienza e Arte ha anche la Religione, chi non possiede nessuna di queste due, abbia la Religione" (Wer Wissenschaft und Kunst besitz / hat auch Religion / wer jene beiden nicht besitz / der habe Religion). Tutte le conoscenze sono sottomesse alla critica razionale e questa critica sostituisce le credenze religiose che finora si avevano perché la cultura era cultura religiosa e la religione era la religione di una cultura determinata.
Questa è la frattura operata dall’Illuminismo, che tollera le credenze, spostandole a un piano inferiore e tante volte le ridicolizza. La reazione della religione, in questo caso della religione cristiana, è dello stesso ordine: è di opporsi e di affermare la propria appartenenza ad un piano superiore, non inferiore.
Si stabilisce così un dualismo, che mi pare micidiale, d’una cultura laica da una parte e d’una cultura religiosa dall’altra. E questo ci porta alla situazione attuale della civiltà occidentale. La religione è stata esclusa dalla cultura in quanto qualcosa di normale e di universale. Da un punto di vista esterno, risulta veramente incomprensibile, scandaloso anche, che la religione non si insegni nelle scuole, che non appartenga alla pedagogia, all’istruzione e all’educazione. Sembra che gli uni e gli altri siano d’accordo che la religione è qualcosa di settario, di particolare, di tanto speciale da non poter essere all’ordine del giorno nell’educazione della gioventù.
Che si sia accettato il concetto di religione come setta, che si sia accettato che la cultura scientifica è universale, una ricerca della verità, e che la cultura religiosa è invece dubbiosa, settaria e dogmatica, questo è un fatto che ha accompagnato la storia del cristianesimo degli ultimi secoli.
Guardando dall’esterno ci si chiede: a che cosa ci si riduce, allora, la nostra cultura? A un insieme di conoscenze frammentate, separate l’una dall’altra. Nelle scuole non si insegna il silenzio, non si insegna a aprirsi alla realtà senza preconcetti (che è l’essenza della preghiera), non si insegna ad avere la consapevolezza della contingenza, non si insegna la mistica che è aprirsi a qualcosa con esperienza diretta e che non è né sensuale, né intellettuale, ma che dà la consapevolezza che ci sia un qualcosa di più. Non si insegna tutto questo: che si insegna, allora? A far denaro? La competitività? E poi uno si stupisce che questa società sia quello che è. Sembra che tutto questo sia tabù.
Anche Dio è diventato qualcosa di così partigiano che non si può nemmeno pronunciare. E sia, non pronunciamo il nome di Dio, se il nome di Dio risulta partigiano, ma la religione non si può nemmeno identificare con Dio. Ci sono tante altre religioni per cui il concetto di Dio non ha senso. Quindi Dio non è necessario per essere religioso. Il buddhismo, ad esempio, non ha Dio però è religioso. Dentro la mistica cristiana si relativizza gran parte di questa nostra concezione di Dio. L’ultima forma con cui possiamo arrivare alla conoscenza di Dio è la nescientia, il non sapere.
Ebbene, tutto questo è settario? E la religione non appartiene alla cultura e alla cultura normale dell’uomo? Da qui nasce il divario tra religione e cultura: io sono scienziato, ma poi la domenica, con mia moglie, sì, preghiamo. É una schizofrenia che mette da una parte la scienza e dall’altra parte una cosa che è privata perché gli altri potrebbero esserne disturbati. La religione, invece, è parte integrante della cultura, e ogni cultura è impregnata di spirito religioso.
Forse il problema grave, e dobbiamo domandarcelo, è un altro: non sarà che, a ragione o a torto, abbiamo dato l’impressione, non soltanto ai politici, ma anche alle nuove generazioni, che la religione sia qualcosa di settario, che pretenda un certo monopolio di esclusività? Non sarà che frammentando l’ortodossia in tante piccole formulette, una specie di microdossia che non è eterodossia, abbiamo dato sociologicamente l’impressione che essere cattolico sia essere settario, che essere religioso sia essere irrazionale, che essere pio - come suggerisce anche la stessa degradazione della parola - voglia dire essere un sentimentale, più o meno superstizioso? Non sarà che noi dobbiamo domandarci se non siamo in gran parte responsabili di questa situazione? Vorremmo risolverla toccando gli altri e toccando le cose, senza domandarci se la nostra visione personale non sia già dualistica (sono uno scienziato, ma l’aspetto religioso me lo tengo per me, per i miei momenti di intimità)? Non sarà che abbiamo già accettato che la religione sia solo un po’ di folklore, un po’ di morale (che va bene allo Stato, soprattutto se si spiega che si deve obbedire alle sue leggi), ma che in verità sia qualcosa che è tanto intoccabile per dire che non serve a niente?
Quindi il problema religione/cultura è molto più profondo, è il problema forse del male della nostra civiltà. Una religione che non incida sulla cultura e dunque anche sul modo di mangiare, sulla politica, su tutto, non fa parte della cultura: e allora perde la sua vitalità, serve per quando hai un guaio, quando ti vuoi sposare o quando muori o in momenti simili. Quindi, forse noi stessi abbiamo una concezione della religione priva di vita.
E anche una cultura che non dia posto alla religione perde il suo contenuto vitale e ultimo e allora, ecco, evidentemente, la depressione e tutte le fughe più tragiche di cui siamo testimoni nella nostra società, dal rischio folle di fare pazzie, alle droghe, all’alcool ai suicidi e tante altre cose. Se la religione non ci dà l’allegria della vita e la vogliamo soltanto conservare o tenere nascosta per momenti intimi o per altra cosa, se abbiamo ancora questo rispetto umano che sembra quasi un complesso di colpa, se noi stessi ci lasciamo prendere da questo spirito, allora i frutti sono questi.
Nella teologia ortodossa, il primo attributo della divinità è la bellezza, prima della verità. Dio è il bello, poi, se volete, il vero. Il mio suggerimento è che tra religione e cultura la relazione non possa essere dualista, ciascuno per conto suo, perché così si spacca l’uomo e si vive in una sorta di schizofrenia culturale, religiosa e umana.
Non dimentichiamo che la frammentazione della conoscenza ha portato alla frammentazione del conoscente fino a punti che arrivano già alla follia. Se io voglio essere uno scienziato cosciente che non scrive senza responsabilità devo sapere quello che i miei colleghi hanno scritto, ad esempio, su quella piccola parte della biologia micro o macromolecolare. Diversamente, non sarei onesto, perché non faccio avanzare la scienza che deve accomunare tutta questa enorme quantità di scienziati che sono affascinati da questa ricerca.
Nel mondo ogni giorno le riviste scientifiche pubblicano 52.000 pagine nuove. Io avrei bisogno di 150 anni per leggere la mia piccola parte. Quindi, qualcosa non va in questo sistema. Dobbiamo cominciare a pensare che forse questo non è il metodo per conoscere. Non possiamo dire che scienza e religione siano la stessa cosa. No, le due sono diverse, ma inseparabili perché formano un tutto, ma per avere la visione del tutto noi abbiamo bisogno di un’altra epistemologia e io sarei di nuovo con Tommaso che non conosce l’epistemologia, perché difende una vera ontologia critica di sé stessa, che è cosa molto diversa.
La soluzione sarebbe una relazione non dualista tra cultura e religione.


Fonte: tratto da  una sintesi redazionale del dialogo con Raimon Panikkar tenutosi al Centro S. Domenico di Bologna, 1995), Casa Editrice Il Margine

Democrazia liberale e “Divide et impera”.

Da 70 anni fascismo e comunismo in Italia non esistono più. Eppure,come possiamo osservare quotidianamente, invocarne lo spettro a targhe alterne e quando conviene è una prassi consolidata.
Trattasi in realtà di tentativi di distrazione di massa, ovvero ti agito davanti il noto spauracchio così da far leva sulle tue paure e portarti dalla mia parte.

E’ evidente a tutti come l’unica funzione di queste due vecchie ideologie sia oggi solamente il “divide et impera”.
Difatti, mentre la gente insegue ancora ignara tali diatribe creando movimenti antifascisti o anticomunisti, il sistema continua ad avanzare, a perfezionarsi e ad avere nuove strutture di controllo.
Oggi vige la cosiddetta democrazia liberale ed i suoi valori sono profondamente radicati nell'uomo post-moderno, il quale viene formato sin dall'infanzia senza che lui se ne accorga.
Non è questo il luogo per discutere del liberalismo e della sua nascita, anche perché, oltre a richiedere tanto tempo, su periodi relativamente lunghi bisognerebbe individuare numerose concause e fattori metastorici.
Quel che è certo è che esso monopolizza la politica, sembra essere l’unico sistema accettabile nonostante sia evidente a tutti che in esso di democratico ci sia solamente la facciata poiché fondamentalmente un pool di tecnocrati non eletti da nessuno decide l’economia dei paesi.
Attraverso il mercato finanziario ed i suoi attacchi speculativi si creano paure e si ottengono profitti a scapito dei popoli. Vere e proprie guerre senza armi dove ogni nazione alla lunga si ritrova con un parlamento esautorato da qualsiasi potere decisionale, vincolato agli interessi del mercato.
Ovviamente, come ogni potere oligarchico/dittatoriale, anche la democrazia liberale ha concepito una macchina per il controllo delle opinioni e l'occultamento della verità attraverso scuole e mass media. La controinformazione entropica del web non sembra essere un problema in tal senso.

Eppure le masse sono convinte che attraverso una crocetta sulla scheda elettorale possono essere protagoniste della vita del paese.
Si ritrovano a vivere in un mondo basato sulla totale schizofrenia del dio denaro ma non individuano in lui il vero nemico da "combattere", perché? Perché il sistema si prodiga di ricordargli ogni giorno che il reale problema sono ideologie defunte e scomparse.
In sintesi, in un mondo dove i tecnocrati della finanza e del mercato spadroneggiano, dove domina solamente il profitto, col dito si indicano le figure defunte di Mussolini, di Stalin e di Hitler.

Ottima tattica, non c’è che dire.

Giovanni Prove



La nevrosi post-moderna – K.Lorenz

La nevrosi può essere definita un processo che assegna a determinate idee un valore sproporzionato. A un certo punto la fissazione su di esse arriva a dominare l'intera personalità di un individuo, mettendo alla fine a tacere in lui ogni altra forma di motivazione.    
Purtroppo tutte le nevrosi che attualmente prosperano all'interno della civiltà occidentale e che possono essere ricondotte alla definizione data sopra hanno questo in comune: esse soffocano le qualità e le funzioni che noi consideriamo costitutive dell'autentico «essere uomini». Un tipico esempio di nevrosi dalla quale la personalità umana viene a poco a poco «divorata», fino al punto che l'uomo perde qualsiasi interesse per ogni altra cosa, è l'avidità di denaro. Una regola di comportamento in base alla quale desideriamo possedere degli oggetti è naturalmente presente anche nella persona normale (se essa sia radicata nel nostro programma genetico, è controverso). Nella nostra cultura fra lo spirito competitivo e il desiderio di possesso si verifica senza dubbio un rafforzamento reciproco. Inoltre la quantità dei beni accumulati sembra rafforzare a sua volta la spinta ad accumularne ancora. La natura patologica di tale processo si manifesta nel potere che esso esercita sul malato, il quale, dominato dalla sua nevrosi, lavora più duramente dello schiavo del più crudele dei padroni.
L'impulso a superare i nostri simili conduce anch'esso a una forma di fissazione, e molti uomini civili subiscono tale coazione. Il desiderio di «far carriera» a qualunque costo è caratteristico della nostra società ossessionata dal successo.
La concorrenza produce i suoi effetti peggiori sul piano economico- finanziario. «Time is money» (il tempo è denaro) è una constatazione vera, ma non per questo meno sconsolante.
Una terza motivazione coopera con l'impulso patologico ad accumulare ricchezza e con il desiderio di superare i propri simili: il rispetto innato per la gerarchia, del quale si è parlato nel paragrafo sullo spirito competitivo. Questi tre impulsi messi insieme danno vita a un circolo vizioso nel quale l'umanità si dibatte in modo sempre più vorticoso. Trovare una via d'uscita da questo cerchio perverso è tutt'altro che facile.



Fonte: tratto da "Il declino dell'uomo" di K.Lorenz (ed CDE S.P.A)

Il progresso secondo E.Jünger

Che idea ha del progresso?

È per me un antropomorfismo con il quale l'uomo moderno ha tentato di leggere la storia. Un surrogato dell'idea di «spirito del mondo ». Bisogna prenderne le distanze e osservare piuttosto l'universo e la sua storia dal punto di vista del principio della conservazione dell'energia. La potenza del cosmo rimane sempre la stessa, non ci sono progresso o regresso né accelerazione o decelerazione che possano modificarla. Ciò che cambia sono solo le figure, le forme che la storia, anzi, la terra produce incessantemente dal suo profondo. Il problema che qui vedo sorgere è un altro: possiamo considerare l'uomo, questa apparizione sovrana nella storia dell'universo, responsabile della sua evoluzione?

Ritiene ancora possibile salvaguardare lo stile, questo gesto delicato e aristocratico, in un mondo che tende alla spersonalizzazione e alla manipolazione dell 'individuo?
Definirei la nostra una società di individui massificati che necessita per questo di élite molto ristrette, destinate a svolgere una funzione importantissima. Su questo punto mi attengo alla sentenza eraclitea che dice: "Uno solo, per me, è diecimila ». Questo numero andrebbe oggi elevato a potenza.
Nel senso che le élite andrebbero allargate o ristrette ulteriormente?
Nel senso che quanto più cresce la massificazione, tanto più grande è il valore e la forza spirituale di quei pochi capaci di sottrarvisi.
Siamo abituati a pensare alle élite in termini Più sociologici che spirituali. Lei che definizione ne darebbe?
La definizione sociologica di élite è già indice della corruzione del concetto. Un ammonimento, per me, a non avere più fiducia nemmeno nelle élite, ma ormai soltanto nei grandi Solitari.

In Italia si discute accanitamente di « destra» e « sinistra». Che cosa pensa di queste due categorie?

Sono ormai categorie organiche, come le parti del corpo. Pensate per esempio alle mani: sono entrambe indispensabili. E ovvio che Ciascuna esiste in funzione dell'altra. Da questo punto di vista, dunque, la «destra» e la «sinistra» sono ugualmente necessarie. Ciò che fin dalle convulsioni della Repubblica di Weimar mI apparve chiaro è che non tiene più la tradizionale raffigurazione spaziale del significato politico di queste due categorie, secondo l'immagine di un parlamento in cui la destra siede da un lato e la sinistra dall'altro. E questo vale ancor più oggi, nell'età della tecnica e delle comunicazioni di massa. Personalmente, comunque, mi ritengo al di là di questo schema, che ha riempito scaffali di ideologia.

Come immagina dunque il prossimo secolo?
Non ne ho una idea troppo felice e positiva. Per dirla con una immagine, vorrei citare Holderlin, il quale in Pane e vino ha scritto che verrà l'evo dei Titani. In questo evo venturo il poeta dovrà andare in letargo. Le azioni saranno più importanti della poesia che le canta e del pensiero che le riflette. Sarà un evo molto propizio per la tecnica ma sfavorevole allo spirito e alla cultura.

Fonte: tratto da "I prossimi Titani, Conversazioni con Ernst Jünger", Adelphi, Milano 1997



La causa universale - Dionigi Aeropagita


La causa per eccellenza di tutte le cose sensibili non è nessuna cosa sensibile

Diciamo dunque che la causa universale, superiore a tutte le cose, non è priva di essenza, di vita, di ragione, d’intelligenza; non è neppure un corpo, e non possiede né una figura, né una forma, né una qualità, né una quantità, né un peso; non si trova in nessun luogo, non è visibile, né può essere toccata materialmente; non ha sensazioni, né è oggetto di sensazioni, né disturbata da passioni materiali, né fa albergare in sé il disordine e la confusione; non è neppure priva di forza, come se fosse soggetta alle vicissitudini del mondo sensibile, né ha bisogno della luce; non ammette in sé né il cambiamento, né la corruzione, né la divisione, né la privazione, né lo scorrimento, né alcun’altra cosa sensibile; e non è neppure qualcuna di queste cose.

La causa per eccellenza di tutte le realtà intellegibili non è nessuna realtà intellegibile

Procedendo quindi nella nostra ascesa diciamo che < la causa universale > non è né anima, né intelligenza, e non possiede né immaginazione, né opinione, né parola, né pensiero; che essa stessa non è né parola, né pensiero; e che non è oggetto né di discorso, né di pen­siero. Non è né numero, né ordine, né grandezza, né piccolezza, né uguaglianza, né disuguaglianza, né somiglianza, né dissomiglianza; non sta ferma, né si muove, né rimane quieta, né possiede una forza, né è una forza; non è luce; non vive e non è vita; non è né essenza, né eternità, né tempo; non ammette neanche un contatto intellegibile; non è né scienza, né verità, né regno, né sapienza; non è né uno, né unità, né divinità, né bontà; non è neppure spirito, per quanto ne sappiamo; non è né figliolanza, né paternità, né qualcuna delle cose che possono essere conosciute da noi o da qualche altro essere; non è nessuno dei non-esseri e nessuno degli esseri, né gli esseri la conoscono in quanto esiste; e neppure essa conosce gli esseri in quanto esseri. A proposito di essa, non esistono né discorsi, né nomi, né conoscenza; non è né tenebra, né luce; né errore, né verità; non esistono affatto, a proposito di essa, né affermazioni, né negazioni: quando facciamo delle affermazioni o delle negazioni < a proposito delle realtà che vengono > dopo di essa, noi non l’affermiamo, né la neghiamo. In effetti, la causa perfetta ed unitaria di tutte le cose è al di sopra di ogni affermazione; e l’eccellenza di colui che è assolutamente staccato da tutto e al disopra di tutto è superiore ad ogni negazione.

Tratto da “Teologia mistica” di Ps.Dionigi Aeropagita (ed.Città Nuova)



La predizione sugli psicopersuasori di V.Packard


La psichiatria freudiana, secondo la quale molti adulti ricercherebbero inconsciamente quelle piacevoli sensazioni orali provate durante il periodo dell’allattamento e nei primi anni dell’infanzia, dischiuse nuovi orizzonti ai maghi della pubblicità.


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Alcuni aspetti del nostro comportamento di consumatori sono così tortuosi e irrazionali che i tecnici della vendita si trovano, talvolta, a roteare gli occhi esasperati e impotenti. Le nostre singolarità psicologiche sono soprattutto rivelate dal fatto che noi, senza esserne coscienti, vediamo e sentiamo, in uno slogan o in un bozzetto pubblicitario, cose che non avremmo dovuto né vedere né sentire. Tale è la sensibilità del nostro occhio interno e del nostro orecchio interno nel cogliere messaggi non intenzionali, che si stenta, talvolta, a reprimere un senso di pietà per i poveri tecnici del mercato. Questi, di fronte alle nostre capricciose, inspiegabili resistenze, si rivolsero ai tecnici della profondità per ottenere diagnosi e rimedi ai loro malanni.

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Le inquietanti caratteristiche orwelliane del mondo verso il quale i persuasori sembrano volerci sospingere — sia pure involontariamente - appaiono in tutta la loro evidenza quando si considerano talune delle loro più audaci e ingegnose operazioni.
Ad esempio nel mercato dei beni di consumo, ci pare di poter considerare un segno premonitore di eccezionale gravità l’impiego delle tecniche del profondo per determinare il grado di vulnerabilità delle bambine ai messaggi pubblicitari. Nessuno, letteralmente, può sfuggire all’occhio onniveggente degli analisti motivazionali allorché si presenta la minima occasione di vendita.

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A che genere di «domani» stiamo andando incontro nella vendita di prodotti si può vedere dall’uso della psicanalisi sulle ragazzine per scoprire quanto siano sensibili al messaggio pubblicitario. Nessuno, assolutamente nessuno, evidentemente, può essere risparmiato dall’occhio onniveggente del Grande Fratello, il ricercatore motivazionale, se pare che un’occasione di vendere si presenti
A lunga scadenza - diciamo nel 2000 - tutte queste manipolazioni a base psicologica sembreranno, forse, molto ingenue e un po’ ridicole. A quell’epoca i biofisici avranno probabilmente assunto il comando delle operazioni con il « biocontrollo », ossia la persuasione del profondo portata alle sue conseguenze estreme. Il biocontrollo è la nuova scienza che controlla i processi mentali, le reazioni emotive, e le percezioni mediante segnali bioelettrici. Al congresso nazionale di elettronica tenutosi a Chicago nel 1956, l’ingegnere Curtiss R. Schafer, della Norden Keaty Corporation, lesse una relazione sulle prodigiose possibilità offerte dal biocontrollo. Egli affermò che l’elettronica è in grado di provvedere al controllo di tutti gli individui in qualche modo «difficili», facendo risparmiare agli specialisti delle varie discipline sociali tempo e seccature. A suo dire, si tratterebbe di una operazione relativamente semplice.
Gli aeroplani, i missili, talune macchine, sono già guidate elettronicamente; lo stesso principio si può applicare al cervello umano, che ha in sostanza la struttura di una macchina calcolatrice. Attraverso il biocontrollo gli scienziati sono già riusciti ad alterare, in alcuni soggetti umani, il senso d’equilibrio. E hanno provocato artificialmente la sensazione della fame in animali sazi; in altri, hanno provocato il panico senza che nulla di visibile li minacciasse. La rivista «Time» riassumeva in questi termini il pensiero di Schafer: «Il limite ultimo del biocontrollo potrebbe essere il controllo dell’uomo stesso... Ai soggetti controllati non si permetterebbe mai di pensare individualmente. Pochi mesi dopo la nascita, un chirurgo sistemerebbe sotto la cute del bambino degli elettrodi collegati a determinate regioni del cervello... Le percezioni sensoriali e l’attività muscolare del bambino potrebbero essere modificate o completamente controllate da segnali bioelettrici irradiati da un trasmettitore azionato dalle autorità statali ».Per rassicurare i lettori, lo scienziato precisava che gli elettrodi «non provocano alcun disturbo».Non dubito che gli psicopersuasori dei nostri tempi rifiuterebbero con indignazione di commettere una simile sopraffazione a danno dell’uomo. In massima parte, si tratta di persone moralmente integre e bene intenzionate, che seguono l’onda inarrestabile del progresso moderno: vogliono, è vero, controllarci, ma solo per quel tanto che basta a venderci prodotti che potrebbero esserci utili o a diffondere tra di noi idee e opinioni che sono spesso degnissime.Ma quando il processo di manipolazione è cominciato, dove deve arrestarsi? Chi stabilisce il limite oltre il quale esso diventa socialmente pericoloso?

Fonte: tratto da “I persuasori occulti” di V.Packard (ed.Einaudi), 1957



Il disgregamento dell'anima nella civiltà occidentale - C.Dawson

Il mondo che i Cristiani debbono oggi affrontare assomiglia più a quello descritto nell'Apocalisse che a quello di Sant'Agostino. Il mondo è forte, dominato da padroni malvagi; ma questi padroni non sono Nerone o Domiziano, autocrati rotti al vizio; sono gli ingegneri costruttori della macchina d'una potenza mondiale, ben più formidabile e tremenda di quanto abbia mai conosciuto il mondo antico, perché essa non si limita, come i dispotismi del passato, ad usare mezzi esterni, ma si vale di tutte le risorse della psicologia moderna per fare dell'anima umana la forza motrice del suo arbitrio dinamico.
Così i principii fondamentali agostiniani dei Due Amori e delle Due Città, ancor validi, assumono oggi una forma nuova, ignota alla Chiesa del passato. Perché oggi assistiamo ad un meditato tentativo di unificazione e di potenziamento della società umana, fin dalle più profonde radici ; si tenta di portare la Gerusalemme, che è lo spirito dell’Uomo quale ricettacolo dello Spirito di Dio, alla schiavitù di Babilonia, che è lo spirito dell'uomo degradato a cieco strumento d'una diabolica volontà di potenza. Non abbiamo qui spazio per discutere le origini e lo sviluppo di questo male, ma basti dire che le tendenze rivoluzionarie del mondo moderno, ispirate in principio ad un ottimismo umanitario positivo, sono degenerate in una "Rivoluzione distruggitrice". E, come ha osservato Nietzsche, la causa principale di ciò va cercata nella perdita dei valori morali cristiani, che "trattenevano l'uomo dal disprezzo di se stesso, da una ribellione contro la vita, e dalla disperazione, figlia della conoscenza".
Perché una morale, privata delle basi religiose e metafisiche non può che subordinarsi a fini più bassi; e quando questi fini sono negativi, come nella guerra e nella rivoluzione, tutta la scala dei valori morali ne rimane invertita. È comprensibile che un simile nichilismo morale s'accompagni ad un idealismo fanatico in un movimento rivoluzionario clandestino, ma diventa un male molto più grave quando un governo ne faccia il suo credo, quando la forza che domina lo stato se ne serva per difendere la violenza e l'ingiustizia, quando il terrorismo rivoluzionario della società segreta si fonda col terrorismo repressivo della polizia segreta, per produrre una nuova tecnica totalitaria di governo di forza e di terrore che mina le basi psicologiche della libertà morale.
Alla luce del Cristianesimo, l'aspetto più grave di questa situazione è che il male si è per così dire spersonalizzato, svuotandosi di passioni e d'appetiti individuali ed innalzandosi di là dall'umanità, in una sfera dove si confondono e si trasfigurano tutti i valori morali. I grandi terroristi da Robespierre e St. Just a Dzerscinski non erano uomini immorali, ma rigidi puritani che facevano il male freddamente, per principio, disinteressatamente; mentre i dittatori moderni assommano in sé le qualità più alte e più basse della natura umana, - dedizione e devozione illimitata, ed un altrettanto illimitato spirito di vendetta e di violenza - per affermare la loro volontà di potenza.
(..)
La subordinazione della morale alla politica, il regno del terrore, la tecnica della propaganda e dell'aggressione psicologica, possono diventare gli strumenti d'un qualsiasi potere o partito che abbia l'audacia di rinunciare agli scrupoli morali e di precipitarsi nell'abisso.
Questa è per noi la difficoltà più grave, perché questo male prospera e trionfa nella guerra, e la necessità di combattere lo spirito dell'aggressione sfrenata colla forza delle armi crea un'atmosfera particolarmente favorevole al suo sviluppo. Per conseguenza abbiamo l'arduo compito di condurre una guerra su due fronti.
(..)
Il disgregamento della civiltà occidentale, dovuto alla pressione economica e morale della guerra, costituisce un pericolo serio da non scartarsi alla leggera. Né i Cristiani possono affrontarlo collo stesso animo con cui affrontavano la caduta dell'Impero Romano. Quello era un disastro esterno che lasciava intatte le sorgenti della vita spirituale, mentre quella odierna è una catastrofe spirituale che colpisce le basi morali della nostra società, e distrugge non la forma esterna della civiltà, ma l'anima dell'uomo, principio e fine d'ogni cultura umana.


Fonte: tratto da “il giudizio delle nazioni” di C.Dawson (ed.Bompiani)



Il trionfo della tecnocrazia - D.Lamènie

«L'economia ha assunto, a causa dello sviluppo della tecnica, un'importanza tale nella nostra epoca che ormai sono i suoi imperativi a determinare della nostra società le strutture. I mali di cui soffriamo dipendono in gran parte dal fatto che non abbiamo saputo sostituire abbastanza in fretta i vecchi quadri sociali, ereditati da un passato ormai sepolto, con uomini nuovi preparati per le loro conoscenze a svolgere le funzioni governative che il mondo moderno comporta. Il Progresso, che è una necessità talmente evidente da esser diventato il denominatore comune degli ideali di ogni cittadino, esige che venga bandito l'empirismo in un'epoca in cui ormai non ha più motivo di esistere, poiché le scienze razionali illuminano ogni giorno una nuova zona d'ombra.
I primi mutamenti del mondo moderno sono stati caratterizzati da un notevole balzo in avanti delle scienze della materia, cui non corrispose un adeguato progresso delle scienze umane. In questa prima fase il progresso materiale pur apportando benessere, non eliminò completamente l'infelicità, anzi talora contribuì ad aggravarla, poiché mancava una sufficiente conoscenza dell'uomo, della sua natura e dei suoi bisogni. In seguito, tuttavia, le scienze umane hanno cominciato a recuperare questo loro ritardo a passi da gigante: non è più soltanto sulle sue conoscenze nel campo della chimica, della fisica o anche della biologia che l'uomo d'oggi può contare, ma su quelle non meno razionali nel campo della psicologia, individuale e di gruppo, della sociologia, dell'economia, ecc. D'ora in poi il progresso materiale nei suoi risultati non sarà più lasciato al caso: l'uomo, forte della conoscenza di se stesso, potrà ormai orientare il progresso tecnico in modo da ritenere i soli risultati felici, possiamo quindi parlare di Progresso anche senza precisarne il campo, poiché l'uomo è in grado di far concorrere tutti i progressi particolari al Progresso generale, assoluto, il cui scopo è la felicità del genere umano

Ecco, in breve, quali sono le opinioni che costituiscono il credo tecnocratico e che oggi godono del consenso generale del grande pubblico, nonostante la sopravvivenza di alcuni focolai di oscurantismo inveterato che sussistono nelle più svariate categorie: si tratta di certi nostalgici della cultura dei secoli cosiddetti "grandi", ferventi sostenitori della tradizione, più legati alle discipline dello spirito e alla qualità del suo progresso che non all'efficacia della sua produzione; di certi medici che continuano a vedere nel carattere personale dell'esercizio della loro professione una condizione della sua oblatività, di certi militari che, malgrado l'evidenza della potenza dei mezzi di distruzione, affermano ancora il primato delle forze morali e dubitano allo stesso tempo dell'esistenza di metodi scientifici atti a suscitare e mobilitare dette forze; di tal uni bottegai e artigiani maniaci dell'indipendenza, alcuni dei quali continuano a prosperare grazie all'anarchia politica che sussiste ancora; di taluni coltivatori che hanno una sorta di culto per la terra che lavorano e sono in generale troppo anziani per aver potuto assimilare le concezioni che i «Giovani Agricoltori» si sforzano di diffondere; e di altri ancora...
Ma si tratta qui di minoranze, perché non solo i tecnici, la cui mentalità è particolarmente sensibile all'idea di una società scientificamente organizzata, ma anche uomini di ogni specie si schierano oggi con entusiasmo o con malinconico rammarico dalla parte delle "verità" tecnocratiche che ho appena schematizzato a grandi linee.
Ovviamente, i più convinti sono i tecnocrati stessi, e cioè coloro che si sentono chiamati a diventare gli eletti del sistema sociale moderno, coloro che per formazione mentale e competenza tecnica sono designati al potere. È inutile dire chi siano questi uomini, perché tutti li conoscono: i loro nomi figurano in una quantità più o meno notevole di commissioni e di organismi che si propongono lo scopo di ristrutturare la nazione o anche in gruppi internazionali più vasti, occupano in qualità di grandi esecutori le posizioni chiave della vita nazionale. Il saggio di H. Coston, Les Technocrates et la Synarchie, ci offre un elenco piuttosto nutrito di molti di coloro che lavorano come funzionari, ma, nell'insieme, i tecnocrati vanno ben oltre questa categoria. In effetti, è sempre più lo stesso genere di persone, si può dire la stessa casta, a occupare posizioni di potere, sia nell'ambito dell'amministrazione pubblica che in quello dei grandi affari cosiddetti privati, che in realtà, perdono sempre più il loro carattere privato con il diffondersi del dirigismo e della concentrazione industriale che oggi caratterizzano, molto di più che le nazionalizzazioni, la socializzazione del Paese.
Molto spesso, i dirigenti delle grandi società sono ex funzionari che hanno mantenuto l'accesso all'amministrazione tramite le loro relazioni con i colleghi di un tempo; essi parlano lo stesso linguaggio, che non è più quello degli uomini d'azione, ma è il vocabolario tutto neologismi degli organizzatori. Provengono tutti dalle stesse grandi scuole, dove tenuti lontano dalle realtà molteplici della vita, perché percepirne le infinite sfumature avrebbe significato turbare e distrarre in modo pericoloso lo spirito nell'età in cui è malleabile, hanno passato gli anni
giovanili impregnandosi di schemi semplificatori che ne segneranno l'intelligenza con un sigillo comune che, più tardi, servirà loro da talismano e consentirà loro di intendersi di primo acchito nel corso dei loro incontri per tutta la vita.
Il Piano è il motivo conduttore di questi incontri organizzati: il Piano, questo vecchio sogno sinarchico che la IV Repubblica ha riconosciuto ufficialmente dopo che i principali organizzatori dell'economia del regime di Vichy gli avevano spianato la via, e al quale il tecnocrate Bloch-Laìné ha riservato, nel suo libro La Réforme de l'Entreprise, un posto speciale, quello di crocevia dei padroni della vita economica.
È inutile precisare che la casta è mossa da una forte volontà di potenza, riscontrabile tanto nei parvenus che vi sono entrati tramite concorso, quanto in coloro, che sono d'altronde i più numerosi, che assommano e i prestigiosi diplomi e una appartenenza familiare alla classe dirigente. Si tratta degli eredi di grandi signori che hanno dimenticato le loro tradizioni, di grandi borghesi stanchi di intraprendere nel rischio, di grandi funzionari o di distinti rappresentanti delle professioni liberali nei quali è svanito l'orgoglio dell'indipendenza. Agli uni e agli altri si aggiungano poi gli apatridi, per i quali la nazione è oggetto di conquista e la cui influenza sotterranea è, purtroppo, determinante.
Questa volontà di potenza si esprime in concreto nella volontà di escludere dal potere le persone che non appartengono alla casta. Il metodo più sicuro è l'edificazione di un sistema in cui non esista alcuna possibilità di inserimento per chi non è "ferrato in materia", e che valorizzi unicamente quelle doti che vengono considerate valide in base ai criteri stabiliti da coloro che lo sono. 
I tecnocrati comunque, non disdegnano alcuna occasione per eliminare qualsiasi tipo di concorrenza che possa contendere loro i posti di comando, sia che si tratti di notabili provenienti dalle strutture naturali che ancora resistono o rinascono nonostante tutto, sia che si tratti di indipendenti incalliti appartenenti a varie categorie professionali e presunti beneficiari di privilegi, sia che si tratti di politici; questi ultimi sono certamente i più vulnerabili a causa della loro mediocrità giustamente proverbiale e dell'origine del loro potere che è altrettanto artificiale nella nostra democrazia quanto quella a cui si appellano i tecnocrati. 

(...)
L'appetito dei tecnocrati è lo strumento di mire ideologiche di ben altra portata: la Rivoluzione vuole la distruzione dell'ordine naturale, la tecnocrazia, che è una forma della Rivoluzione, concepisce tale distruzione come un capovolgimento che, nella sfera temporale, tende a sostituire l'«economico innanzitutto» al «politico innanzitutto. »

(...)

I mezzi che i tecnocratici si propongono di usare non possono essere valutati adeguatamente se non in funzione dello scopo che essi si prefiggono. È sempre il problema della finalità che domina tutto il resto. Le Réflexions pour 1985 di Pierre Massé sono molto significative a questo riguardo.
Innanzitutto, bisogna essere inseriti in una certa dinamica, bisogna diffidare di tutto ciò che è permanente, di tutto ciò che potrebbe indurci a «fuggire l'avvenire», perché il passato vale solo nella misura in cui esso prepara l'avvenire - quello dei tecnocrati, ben inteso. «La vastità delle trasformazioni che i nostri sistemi di valori hanno subito sulla scia della rivoluzione industriale ci dà la misura dei mutamenti di significati che dobbiamo aspettarci nei prossimi vent'anni.»
La famiglia, ovviamente, è uno dei valori minacciati, poiché, essendo una cellula naturale fondamentale, non è stata creata dall'uomo: «perché l'uomo possa vedere nella civiltà un mondo a sua immagine, egli dovrà potervi riconoscere sia l'opera delle sue mani, sia la partecipazione dei suoi sforzi .... »
Ed ecco come viene formulata l'idea di Educazione permanente, che si è ormai istituzionalizzata:
«Adattandosi in un modo più elastico a finalità più coscienti (la formazione) dovrà sfociare nell'educazione degli individui sia come consumatori, che come cittadini, che come produttori, e permettere loro di accedere nel migliore dei modi a tutte le felicità possibili ....»

Dietro l'enfasi di queste parole è chiaramente riconoscibile una concezione puramente materialistica del mondo, l'edonismo, è l'idolatria dell'Evoluzione.
Incapace di scorgere il vero fine dell'uomo creato a immagine di Dio, e concepitovper servirlo, il tecnocrate considera l'individuo uno strumento di produzione e un organo di consumo. Il tutto è coronato da un vago estetismo: poiché, secondo il tecnocrate, il fine dell'uomo si identifica con il suo ruolo di produttore e di consumatore, è proprio assumendo al meglio queste funzioni che egli troverà, per ciò stesso, la felicità alla quale aspira. Ci troviamo dunque di fronte a un capovolgimento totale della gerarchia dei valori che aveva instaurato il cristianesimo: la tecnocrazia non è che una forma particolarmente insidiosa della sovversione.


Fonte: tratto da “La tecnocrazia” di L.Damènie (Società editrice Il Falco)


La filosofia marxista - J.Daujat

Il marxismo è una trasposizione materialista della filosofia di Hegel: vogliamo con ciò dire che esso si oppone all'idealismo (e opera un vero e proprio capovolgimento del sistema hegeliano) facendo delle idee un semplice prodotto dell'evoluzione delle forze materiali nel cervello umano, di modo che le forze materiali vengano a essere il vero agente creatore di storia. L'Idea, che era tutto per Hegel, non è niente per Marx, se essa non è il prodotto di un cervello, esso stesso prodotto delle forze materiali: in questo modo il materialismo è integrale. Ma questo materialismo conserva l'evoluzionismo assoluto di Hegel: non c'è alcuna realtà che sia, che resti o che perduri, vi sono solo forze materiali in perenne conflitto e, di conseguenza, in perenne contraddizione; l'azione e il conflitto di tali forze, creatori di perenni trasformazioni, fanno della storia - che ne è il frutto - una perpetua evoluzione nella contraddizione e nella lotta. Questo materialismo è dunque un materialismo storico, un materialismo per il quale non esiste niente altro che la storia, ed essa stessa è solo un cambiamento incessante, generato dalle forze materiali in incessante lotta. Esso, poi, è anche un materialismo dialettico, essendo l'evoluzione storica fatta di un ritmo di opposizioni generatrici di cambiamento ed essendo ritmata per tesi, antitesi e sintesi, come in Hegel. Non vi è dunque per Marx alcuna verità che meriti un sì o un no, che darebbe un senso a un'affermazione, ma sí e no, affermare e negare, si chiamano e si confondono nella contraddizione, principio del cambiamento; l'evoluzione nega domani ciò che oggi afferma, soltanto la contraddizione è regina e non esiste alcuna verità da affermare.
Ci si inganna dunque profondamente quando si dà al la parola "materialismo" il suo significato piú comune, per attribuirlo al marxismo. Marx ha definito la sua filosofia come materialismo "storico" o "dialettico": la maggior parte dei nostri contemporanei, ignorando Hegel e non sapendo ciò che questo significhi, dimenticano le parole "storico" o "dialettico" e perciò considerano il marxismo come un materialismo comune, non ricordando altro che la parola "materialismo". Ora, si chiama normalmente materialismo la filosofia che considera la materia come l'unica realtà; tuttavia questo materialismo ammette una realtà, quella della materia, di una materia che esiste e che dura e che è la sostanza di cui sono fatte tutte le cose. Essa ammette dunque una verità, la verità che afferma la realtà della materia e spiega tutto con la sola materia. Marx ha solo, sarcasmi per questo materialismo, che qualifica come materialismo "contemplativo" o "dogmatico (contemplativo,perché considera la materia come una realtà o un oggetto da conoscere; dogmatico, per la sua affermazione della realtà della materia) opponendolo al suo materialismo storico o dialettico. Per Marx non vi è alcuna realtà materiale che esista e duri, vi sono solo forze materiali la cui azione perennemente trasformatrice non lascia esistere nulla. Non è dunque la materia, ma il conflitto incessante delle forze materiali in azione, a costituire la base della sua filosofia. Ricordiamo di aver sentito qualcuno affermare, con lo scopo di spiegare che il marxismo è il materialismo piú totale che possa esistere, definirlo come "la filosofia che fa della materia un assoluto": è impossibile mostrare una incomprensione piú completa del marxismo, poiché il primo principio del marxismo è precisamente che non vi è alcun assoluto, che non vi è niente che possa essere posto come avente un'esistenza che basti a sé stessa e che duri, che vi sono soltanto le forze in lotta, le quali non lasceranno mai esistere né durare nulla.
Lo spirito, per Marx, non ha un grado maggiore di esistenza della materia stessa: esso è il prodotto delle forze materiali. Ma può essere uno strumento potente dell'azione delle forze materiali agenti nella storia; e i marxisti non temeranno - a causa della natura del loro materialismo - di servirsi all'occorrenza di un linguaggio spiritualista, per prendere in esame l'azione storica delle idee o di altre forze spirituali (morali o religiose, per esempio) quali organi potenti per l'azione delle forze materiali che lottano e agiscono attraverso i cervelli umani. Dottrina, ideali, costumi, doveri, religione, tutto questo è solo il prodotto delle forze materiali e lo strumento della loro azione. Neppure l'individuo ha un grado maggiore di esistenza propria: egli è solo una rotella dell'immenso conflitto delle forze materiali che modella la storia.
Quale sarà il posto e il destino dell'uomo in una simile concezione?
L'uomo non ha piú verità da conoscere: non c'è alcuna realtà esistente o stabile che possa essere oggetto di conoscenza, neppure la materia, come nel materialismo contemplativo o dogmatico.
Ogni ricerca di verità, ogni affermazione di dottrina, ogni atteggiamento contemplativo, sono impietosamente rifiutate. Non resta che agire, realizzarsi per mezzo dell'azione, coinvolgendo sé stessi nella lotta e nel conflitto, esercitare l'azione trasformatrice, che plasma l'evoluzione perpetua della storia. Non v'è esistenza che nell'azione, e nell'azione materiale: non si esiste se non agendo e trasformando continuamente sé stessi attraverso la propria azione.
Per Marx l'uomo non è niente altro all'infuori dell'azione materiale che svolge, e non possiede realtà diversa dall'azione materiale da lui esercitata. Questa è l'essenza stessa del marxismo, che è una filosofia dell'azione materiale pura, un totalitarismo dell'azione materiale (come l'hitlerismo è un totalitarismo dell'espansione vitale). Ne risulta immediatamente che per il marxismo l'uomo
tanto piú esisterà e tanto piú sarà uomo, quanto piú eserciterà un'azione materiale potente: e qui è contenuto tutto il marxismo.

Con la sua azione materiale l'uomo fa la storia, cosí che tutta la storia umana, è solo la storia dell'azione produttiva dell'umanitá e nient'altro che il conflitto tra le forze produttive; ogni epoca della storia è solo un sistema e una lotta di forze produttive. L'uomo esiste perché modifica il mondo con il suo lavoro, l'umanità si genera dal conflitto delle forze produttive. L'uomo è lavoro ed esiste solo modificando il mondo col suo lavoro: nell'uomo vi è solo il lavoratore. Il lavoratore è l'essenza dell'umanità, il marxismo è un totalitarismo del lavoro.
Pertanto non è solo la storia che l'uomo crea e trasforma senza tregua con la sua azione materiale, ma anche e soprattutto sé stesso.
Cogliamo qui fino a che punto marxismo e cristianesimo siano agli antipodi e diametralmente opposti. Il cristianesimo pensa che l'uomo sia stato creato da Dio e abbia ricevuto da Dio una natura umana stabile che lo fa essere e rimanere uomo, il marxismo invece pensa che l'uomo si crei da sé, si dia da sé la propria esistenza e si modifichi senza tregua per mezzo della propria azione materiale.
Non si può eliminare l' idea di Dio in un modo piú totale che sopprimendo l'idea di qualsiasi esistenza che venga da lui per riconoscere soltanto quel la di un'azione eternamente modificatrice.
Il marxismo non riconosce alcuna natura umana stabile che faccia sí che l'uomo sia uomo. L'uomo con la sua azione si dà da sé stesso la sua natura e la modifica senza sosta; l'uomo cambia la sua natura cambiando il sistema delle forze produttive. Il lavoratore industriale di oggi non è piú lo stesso uomo che era il contadino e l'artigiano di un tempo; ha cambiato natura, è un'altra umanità che si è generata attraverso la rivoluzione industriale, come è una nuova umanità che deve generarsi attraverso la rivoluzione marxista. Ogni grande opera storica è dunque un vero snaturamento dell'uomo: essa consiste nel cambiare l'essenza dell'umanità. Da qui la volontà marxista di strappare il piú possibile l'uomo alla natura, al ritmo naturale delle stagioni e della vegetazione, che sfugge in parte alla sua azione, per giungere a un mondo completamente meccanizzato che sia pura creazione del lavoro umano. Si tratta di ricreare un mondo che non sia quello creato da Dio, ma soltanto opera dell'uomo. In questo senso il marxismo è un umanesimo totale; per esso niente esiste se non attraverso l'azione umana, e non riconosce niente altro che l'uomo, il quale si fa da sé attraverso la propria azione.
L'azione umana, come la concepisce il marxismo, è essenzialmente rivoluzionaria:l'uomo tanto piú esisterà e sarà tanto piú uomo, nella misura in cui trasformerà piú profondamente ciò che esiste e trasformerà piú profondamente sé stesso Nel rifiuto assoluto di ogni verità da conoscere o ríconoscere, di ogni contemplazione di ciò che è, il marxismo chiama l'uomo alla piú gigantesca opera di rivoluzione, alla piú potente azione di trasformazione e di sconvolgimento. Per Marx non vi è altra verità al l'infuori delle esigenze dell'azione materiale piú potente e delle necessità dell'azione rivoluzionaria. A seconda del cambiamento di queste esigenze e di questi bisogni, la verità cambierà dall'oggi al domani, il sí si muterà in no, poiché l'affermazione non esprime alcuna verità e ha il solo scopo di esprimere le esigenze del l'azione. Non è dunque per conversione, né per ipocrisia che i comunisti cambiano senza tregua, e dicono e fanno ogni giorno il contrario di ciò che hanno fatto e detto il giorno precedente; ciò è conforme alle piú pure esigenze del marxismo ed essi non sarebbero marxisti se agissero diversamente; poiché il marxismo è un evoluzionismo integrale, essi devono - in quanto sono marxisti - evolversi e contraddirsi senza tregua. Bisogna, una volta per tutte, convincersi che ciò che essi dicono non esprime alcuna verità, ma unicamente le esigenze del la loro azione, poiché per essi niente esiste all'infuori di questa azione. L'azione è una evoluzione perpetua in cui il sí diventa no a ogni momento. Riconoscere una verità, equivarrebbe a riconoscere qualche cosa che esiste, e con ciò rinunziare a trasformarla con la propria azione. Per Marx, conoscere è niente, condurre un'azione è tutto.
Marx non s'interessa maggiormente a un ateismo contemplativo o dogmatico che a un materialismo ugualmente contemplativo o dogmatico: il suo è un ateismo pratico, un rifiuto di Dio attraverso l'azione creatrice di una umanità e di un mondo che non vengono da Dio. Ma il rifiuto di Dio è in questo modo molto piú totale che in un ateismo dottrinale. Per rifiutare completamente Dio occorre un rifiuto totale di tutto ciò che è stato creato da Lui o che viene da Lui. Dunque non bisogna accettare nessuna realtà stabile, nessuna natura durevole che sarebbe nell'uomo e nelle cose, nessuna verità costante, ma occorre opporsi sempre a ciò che esiste trasformandolo con l'azione rivoluzionaria. Con essa ci si crea e si crea la storia, nel rifiuto di ogni dipendenza da Dio, e ci si pone in un atteggiamento che cosi è totalmente "senza Dio". Non solo in modo dottrinale, ma con il rifiuto pratico e totale di Dio i comunisti sono senza Dio, perciò essi si professano "senza Dio militanti". E qui, per qualificare il loro materialismo, bisogna porre l'accento sulla parola "militanti", come sulla parola "storico". Questa parola, "militanti", significa che si sopprime Dio non con una negazione intellettuale, come nel l'ateismo dottrinale, ma con l'azione e la lotta rivoluzionaria contro tutto ciò che viene da Lui, contro tutta la sua creazione. Vedremo piú avanti come ciò può, in certe tappe dell'azione rivoluzionaria, accordarsi perfettamente con la tolleranza religiosa e perfino con la mano tesa al la religione.
Il marxismo va al l'estremo della rivendicazione d' indipendenza totale del la creatura, ed è con ciò soprattutto che esso è l 'ultimo frutto di tutto i l pensiero moderno: è il rifiuto definitivo di qualsiasi realtà da cui l 'uomo dipenderebbe e che gli si imponesse, sia che si tratti di una verità qualsiasi, di una realtà da conoscere cosí com'è, o che si tratti del la sua stessa natura umana. Con l'azione, e l'azione sola, facendo sé stesso e la storia senza dipendere da nulla
e da nessuno e senza accettare alcunché di esistente, l'uomo conquista una indipendenza assoluta, essendo solo creatore e trasformatore attraverso l'azione e nient'altro. Non è possibile un rifiuto piú assoluto di ogni oggetto, di ogni esistenza che sia posta dinanzi e prima dell'attività umana che s'imponga a questa e la sottometta: la nostra azione non è sottomessa a niente e non
dipende da nulla di esistente, c'è solo ciò che essa fa, nient'altro che l'azione pura.
Occorre qui fare bene attenzione a ciò che è la pura azione materiale rivoluzionaria per un marxista. Per l'uomo comune l'azione ha uno scopo, si agisce per ottenere o realizzare un bene, di modo che l'azione è subordinata o sottomessa a questo bene ricercato, il quale costituisce cosí un oggetto posto dinanzi al nostro volere come la realtà da conoscere dinanzi al la nostra intelligenza.
E' evidente che il marxismo, non ammettendo alcuna dipendenza né alcun oggetto, non ammetterà neppure un bene da amare o realizzare in misura maggiore di quanto ammette che vi sia una verità da conoscere. Un bene e un male la cui distinzione e opposizione si impongano a noi, sono altrettanto inaccettabili per il marxismo quanto un sí e un no, una verità e un errore. Per il
marxismo non vi è bene da amare né da realizzare, non c'è che l'azione da condurre. Ammettere un bene che sia un fine, qualche cosa di buono che si debba amare perché è buono, significherebbe imporre una dipendenza all'azione umana. Il marxista che vive il suo marxismo non può amare nulla, poiché l'amore mette in dipendenza dell'oggetto amato; il marxismo è il rifiuto definitivo di ogni amore come di ogni verità. Se un comunista ci presenta qualche ideale come un fine, per esempio l' ideale di giustizia sociale messo innanzi alle rivendicazioni operaie, oppure l'ideale patriottico, proposto oggi al popolo russo o al popolo cinese, è unicamente perché la presenza di un ideale nei cervelli umani diventa in questi casi un mezzo efficace per trascinarli all'azione e alla lotta, un organo o uno strumento d'azione e di lotta delle forze materiali. Stiamo certi, però, che il comunista che vive il suo marxismo, ha in vista solo l'azione rivoluzionaria e la lotta da condurre; l' ideale che mette avanti è solo un mezzo per condurre meglio tale azione e tale lotta, e non ha, in sé stesso, alcun valore ai suoi occhi: esiste solo in funzione di questa azione e di questa lotta e solo per tutto il tempo che è utile a essa.
Questa  esposizione del marxismo ci mostra a qual punto, in tutto e totalmente, il marxismo stesso sia esattamente il contrario e l'opposto del cristianesimo e di tutte le concezioni cristiane, e con quale intelligenza inaudita e a dire il vero sovrumana, esso prenda di contropiede il cristianesimo e realizzi praticamente il materialismo e l'ateismo infinitamente meglio delle dottrine materialiste o atee. La filosofia cristiana dimostra l 'esistenza di Dio partendo dall'esistenza dell'uomo e dell'universo e come causa e origine di questa esistenza; essa insegna che, se non ci fosse Dio a comunicare l'esistenza a esseri che non se la sono potuta dare da soli, bisognerebbe concludere che niente esiste. Il marxismo fa fronte rigorosamente a questa prova ammettendo che, effettivamente, niente esiste, e conclude che Dio non esiste poiché niente esiste; supponendo poi che si trovi, di fronte a noi o in noi, qualche esistenza che sia il segno e la traccia di Dio, esso insegna che non bisogna accettarla, ma sopprimerla attraverso l'azione rivoluzionaria che gli è propria. Cosí il marxismo resta solo un umanesimo esclusivo, che ammette solo l'azione umana. A questo umanesimo esclusivo il pensiero moderno, imperniato esclusivamente sull'uomo, doveva fatalmente pervenire. Chiunque vuole riconoscere soltanto la crescita e l'indipendenza dell' individuo o della persona umana, o anche della collettività o della società umana, e rifiuta di sottomettere tale crescita e indipendenza a Dio e alla sua legge e di orientarle verso Dio, apre fatalmente la strada al marxismo, sebbene solo il marxismo giunga al termine di questa strada. Chiunque rifiuterà il primato della contemplazione, l'abbandono dell' intelligenza a una verità da conoscere e della volontà a un bene da amare, per rifugiarsi nell'ebrezza dell'azione pura e curarsi solo di agire, è sulla strada del marxismo. Il capitale o l' industriale del secolo scorso o di oggi, che fa del lavoro produttivo e dei suoi risultati materiali lo scopo e l'essenza della vita umana, pianta un albero di cui il marxismo sarà il frutto. Tutti coloro che annunciano che la civiltà futura sarà una "civiltà del lavoro", ossia una civiltà in cui il lavoro è il valore supremo della vita, sanno poi che l'unica civiltà totalmente e unicamente "del lavoro" è il marxismo?
Ma al punto di crisi a cui siamo giunti oggi, le soluzioni di compromesso non sono piú possibili: si tratta di essere o marxisti o cristiani. Tra comunismo e cristianesimo bisogna scegliere: non si possono associare le due cose, o metterle d'accordo, o farle collaborare.

Fonte: tratto da “Conoscere il comunismo” di J.Daujat (Società editrice Il Falco)