L'epoca dell'inumano

Dovremmo tornare a rivendicare la centralità dell'umano, nei suoi diritti e nelle sue responsabilità.

Oggi ci si priva dei diritti e si abdica alle responsabilità in nome dell'inumano: inumana è la tecnica; inumano il suo organo di conoscenza, la scienza; inumana la sua mente, la tecnologia; inumano il suo braccio, la tecnocrazia; inumana la sua voce, i media e la propaganda; inumano il suo volto, le masse anonime, irregimentate e sanitarizzate.

Diritti e responsabilità sono aboliti, potenzialmente e occasionalmente oggi, e sistematicamente e automaticamente domani. I diritti sono cancellati perché solo un soggetto responsabile può rivendicare una sfera inviolabile di libertà; la responsabilità è superflua perché dove sono la macchina o l'algoritmo a decidere, l'uomo si assolve, noncurante del fatto che è lui a costruire la macchina o a stabilire regole e variabili.

In questo circuito inaggirabile, ricorsivo e autoreferenziale, l'umano va incontro al proprio declino. Terminale è tanto l'aggettivo che definisce ciò che si trova alla fine di un ciclo o in prossimità della dissoluzione, quanto il sostantivo che indica l'elemento che in un sistema artificiale si trova all'estremo o al limite del dispositivo. L'uomo macchina è pertanto terminale tanto come uomo che come macchina.

Un tempo desideravamo l'immortalità della macchina e spregiavamo la caducità dell'uomo; oggi rimpiangiamo l'immortalità di ciò che è propriamente umano perché sappiamo che è la macchina ad essere soggetta a logoramento e corruzione.

Troppo tardi: a forza di costruire macchine, le macchine hanno costruito l'uomo, e ogni creatura, si sa, è a immagine del creatore.



2020: il nuovo ordine post-democratico

Il 2020 sarà un anno che entrerà nella storia. Vi entrerà perché in esso tutta una serie di processi iniziati almeno sin dalla seconda metà del '900 hanno subito una accelerazione tale da potersi sostenere che, se essi giungeranno in futuro a compiersi, tale compimento sarà da considerarsi impensabile senza ciò che abbiamo visto consumarsi in questi pochi mesi. Il motore del 2020 è stato senza ombra di dubbio l'evento pandemico, ma la volontà che sta guidando i fatti lo precede: essa ha prodotto ad hoc una narrazione della pandemia adeguata alle proprie finalità, e l'ha cavalcata rendendola sia un potente grimaldello ideologico che un indispensabile strumento politico, volto a realizzare il consenso a quelle riforme strutturali della società, le quali altrimenti sarebbero state irrealizzabili se non attraverso palesi e inaccettabili imposizioni autoritarie. La narrazione pandemica è dunque, con ogni probabilità, il più grande fenomeno di manipolazione del consenso a cui la storia abbia mai assistito.

L'esito più eclatante di tale manipolazione è l'aver fatto credere a tutti che da sempre il principale - se non l'unico - valore non negoziabile che la civiltà abbia riconosciuto è la sopravvivenza biologica del singolo. In base a questa inusitata tavola dei valori, che viene data per scontata e condivisa da tutti, sarebbe possibile in nome della sopravvivenza biologica individuale imporre qualsiasi genere di sacrificio  e limitazione delle altre dimensioni dell'esistenza. La ricaduta sul piano politico è una progressiva cessione di potere nei confronti dei tecnici nei processi di governo, i quali appaiono sempre più approssimarsi al modello tecnocratico a scapito di quello democratico.

In questo contesto, in cui tutte le energie sono volte a realizzare l'unanimità d'opinione su ciò che si ritiene opportuno fare per affrontare il male del secolo, il dissenso è stato ampiamente marginalizzato, quando non espressamente perseguito e combattuto. In questa ottica si possono leggere una grande quantità di fenomeni, sia politici che culturali, che vanno ad esempio dalle elezioni americane, alle strategie di comunicazione volte ad isolare e stigmatizzare chi porta visioni e quesiti fuori dal coro, o manifesta il proposito di non omologarsi alla volontà generale in nome di valori che fino a ieri, almeno sulla carta, erano condivisi da tutti, se non addirittura considerati fondanti. L'acuizzarsi dello scontro ideologico avrà come esito, temiamo, una crescita progressiva delle tensioni sociali, la cui manifestazione scomposta sappiamo essere funzionale, in assenza di un coordinamento e di una organizzazione  politicamente efficace, a forme di repressione legittimantesi appunto sulla necessità di mantenere ordine e coesione della compagine sociale.

In Italia, in particolare, stiamo assistendo alle prove generali di un ordine post-democratico. Vecchi strumenti di governo vengono utilizzati in modi nuovi e inusitati, scavalcando la normale prassi legislativa e prerogative consolidate delle figure istituzionali, il tutto abbinato, a mo' di compensazione, a una riscoperta del paternalismo di stato, tanto più inverosimile quanto più chi presiede a quest'ultimo appare accondiscendente ad abusi e patenti violazioni dei principi su cui dovrebbe reggersi. Appare inoltre altamente problematico definire ancora di tipo rappresentativo un sistema di governo capace di esprimere un esecutivo come l'attuale, il quale si regge non sulla volontà degli elettori manifestata attraverso il voto, ma su accordi e alleanze d'ufficio su cui chi ha votato non ha alcuna possibilità di rettifica o controllo. 

Sotto questi presagi attendiamo il V-DAY - ancora una metafora bellica - ossia "il più grande piano di vaccinazione di massa", come viene definito dalla stampa imbeccata. Il 2021 si aprirà su questo grande esperimento sociale che sancirà, se tutto andrà come il potere auspica, ovvero con una adesione generalizzata, il successo della strategia fino ad ora adottata. Tale strategia consiste da una parte, come visto sopra, nell'imposizione di una sorta di rivoluzione della tavola dei valori volta al primato della pura sopravvivenza biologica, e dall'altra a una forma di autoritarismo che produce e impone il consenso delegittimando il dissenso sul piano morale e delle competenze tecniche, quindi non su quello politico. Applicata globalmente, tale strategia permetterebbe di fatto la formazione di un governo unico caratterizzato non tanto dall'accentramento del potere in un singolo soggetto, quanto piuttosto sull'adesione incondizionata di tutti i governi al pensiero unico, il quale produrrebbe come esito un generale accordo globale sulle politiche a cui informarsi e sui soggetti sovranazionali preposti a dettarne le agende. Abbiamo ben pochi dubbi su come andrà a finire; del resto cosa sono dignità, diritti, libertà e autodeterminazione di fronte alla salute?



Apolidia postmoderna

Un paradosso: la maggior parte dei nostri connazionali è apolide. Il paradosso si risolve considerando che in questo enunciato entrano in conflitto due distinte idee di nazionalità: quella burocratica e quella culturale. Ovviamente, tutti coloro che hanno nazionalità italiana possono definirsi italiani, ma quanti possono affermare di condividere un'identità culturale che possa dirsi italiana? A prescindere da un dibattito su cosa sia la cultura italiana, quello che possiamo affermare con certezza è che la pseudo-cultura che la maggior parte dei nostri connazionali condivide non ha nessuna caratteristica che possa sostanzialmente - e non accidentalmente - differenziarla da quella, ad esempio, dei paesi di lingua anglosassone. In questo senso possiamo definire apolide chi appare omologato e omogeneo alla cultura mondialista. O, in alternativa, che chi porta ancora in sé un germe di differenza e pertanto d'identità, sia un esule nella propria terra. Sempre più attuali risuonano allora le parole di un grande pensatore del nostro tempo:

"Nell'idea va riconosciuta la nostra vera patria. Non l'essere di una stessa terra o di una stessa lingua, ma l'essere della stessa idea è quel che oggi conta".



"Lo dice la scienza"

 I primi a non avere le idee chiare su cosa sia la scienza sono proprio coloro che vi si appellano ad ogni istante per legittimare e sostenere le proprie scelte o quelle dei padroni che servono. La scienza è infatti un metodo di conoscenza e ciò che esso produce può dirsi più o meno scientifico a seconda di quanto sia adeguato alle modalità di produzione, controllo e verifica del metodo stesso. 

Per estensione, definiamo scienza anche l'insieme delle conoscenze prodotte tramite tale metodo, fermo restando che esse, per entrare a far parte dell'insieme, devono essere sempre verificabili e all'occorrenza falsificabili, rivedibili o integrabili. In genere, quando diciamo una frase come "lo dice la scienza" è a questo insieme che facciamo riferimento, non evidentemente a un'entità parlante o senziente. La scienza, infatti, non dice e non vuole nulla, perché non ha nessuna volontà personale: non produce valori e non decide che cosa sia bene o male. Sono gli uomini a decidere di sé, ed eventualmente si appoggiano alla scienza per trovare il modo più razionale o efficace per realizzare il proprio proposito. La scienza non si pronuncia su quale visione del mondo o sistema di valori siano quelli preferibili: è essa stessa precompresa in una visione del mondo e i valori a cui si attiene fanno parte di quella precomprensione. Se noi facciamo operare la scienza nell'ambito della verità e del valore, essa non ne produrrà ex-novo, ma continuerà a perpetrare e ripetere quella verità e quel valore di cui è portatrice indifferente. Quando qualcuno vi dice che la scienza impone delle scelte e che esse sono inevitabili, sappiate che è una volontà umana che impone quelle scelte legittimando se stessa mediante un'autorità che si vorrebbe impersonale, disinteressata e infallibile. In altre parole sta mentendo. Qualsiasi conoscenza può essere impiegata per un fine, ma è sempre l'uomo a decidere qual è il suo fine. La scienza non commette crimini e non è mai colpevole, come non lo è la lama usata dall'assassino: criminale è sempre colui che usa lo strumento per commettere il crimine, non lo strumento stesso. Non si può processare la scienza, ma chi la strumentalizza e la usa come passe-partout ideologico e retorico sì.



La desolazione delle nuove generazioni

A rischio di generalizzare, perché le eccezioni ci sono sempre, riteniamo comunque di poter affermare con una certa sicurezza di aver perso i giovani.

Quello che ci lascia veramente costernati è la pressoché totale mancanza di una mobilitazione giovanile coordinata e condivisa. All'appello latitano tutte le generazione tra i quindici e i trent'anni, che in pratica appaiono perlopiù allineate e passive nei confronti della narrazione dominante. Tralasciando ingenuità, avventatezza e strumentalizzazioni varie, i giovani un tempo furono comunque i principali soggetti della contestazione, costituendo un importante termometro sociale delle inquietudini e dei malesseri del paese. Oggi non solo non si sentono e non si vedono, ma potremmo affermare sulla nostra personale esperienza che sono tra i più feroci e aggressivi giudici e persecutori del dissenso, in nome di un'omologazione e di un appiattimento culturali senza precedenti.

Sappiamo tutti che i movimenti del '68 e degli anni successivi sono stati ampiamente strumentalizzati e promossi per finalità che la gioventù ignorava. Sui motivi della contestazione, sui suoi frutti, su ciò che diceva di essere e ciò che realmente era, non entro in merito; non è questo il punto. Perché ci fosse possibilità di strumentalizzazione, doveva esserci materiale umano strumentalizzabile, ossia un'ondata di malcontento e di voglia di cambiamento a cui dare una forma. Dovevano esserci comunque energie a cui attingere, e un immaginario e una volontà allo stato grezzo da plasmare. Oggi tutto questo non sarebbe neppure pensabile.

Senza ombra di dubbio hanno concorso a questa anestetizzazione generalizzata la demolizione del sistema dell'istruzione e dell'educazione umanistica da una parte, e la costante esposizione all'indottrinamento e alle suggestioni di media e social dall'altra.

Il quadro complessivo è desolante: una massa elettorale inerte confezionata ad hoc per approvare incondizionatamente lo status quo, in una pantomima in cui, a prescindere dallo schieramento scelto, la forma di approvazione al sistema è sempre e comunque plebiscitaria.



Perché ci odiano?

 Sapete perché diamo così fastidio, tanto da dedicarci articoli diffamatori?

Perché sfuggiamo totalmente agli stereotipi con cui una certa intellighenzia ama etichettare intere categorie di persone per emarginarne le idee e liquidarle.

A loro piacciono le piazze dove trovare personaggi caricaturali e confusi, per poterci inviare fanpage o barbapà e mostrare a tutti quanto siano sciocchi i “negazionisti” e i “complottisti”.
Noi invece pensiamo, argomentiamo e poniamo quesiti.

A loro piace Salvini che mangia nutella o Renzi che arranca con l’inglese, per poter definire chi non gli va a genio “salviniano” o “renziano”. La nostra posizione, invece, non è riconducibile a quella di nessun partito, movimento o orientamento di tipo parlamentare o extraparlamentare.

A loro piacciono i razzisti da bar per poterli dileggiare. Noi consideriamo le differenze culturali una ricchezza, e auspichiamo la pace tra i popoli riaffermando il diritto di vivere nella propria terra e di preservare la propria identità.

A loro piacciono i nostalgici del fascismo per scandalizzarsene. Noi cerchiamo di analizzare seriamente e con distacco i periodi storici senza pregiudizi, criticando l'egemonia e il predominio del pensiero neoliberale.

A loro piace liquidare come “antisemita” qualsiasi posizione critica nei confronti della politica di Israele. Noi cerchiamo di porre questioni e aprire dibattiti sulla situazione geopolitica mediorientale che non siano pregiudicati in partenza da scelte di campo ideologiche.

A loro piacciono i “negazionisti della storia” per poterli perseguire penalmente. Noi, invece, pensiamo che la prassi storiografica debba necessariamente mettere in discussione i propri prodotti per metodo, per poterli confermare se reggono al vaglio, o rivederli se ce ne fosse l'urgenza.

A loro piacciono i “bigotti” e i "baciapile" per poter liquidare il cristianesimo come il residuo di un'epoca infantile oltrepassata dalla modernità emancipata. Noi consideriamo le tradizioni spirituali strutture permanenti di senso, da interrogare e a cui rivolgersi per comprendere il presente nei suoi limiti e nelle sue possibilità.

Per questo ci sono ostili. Perché siamo lo scandalo dei loro luoghi comuni.