I veterinari in Italia sono circa cinque volte i pediatri.
Cinquemila bambini in meno ogni anno. Trentatremila professionisti che curano
cani e gatti contro seimila che curano i figli di una nazione che non ne fa
più.
Ecco il profilo di una civiltà che ha spostato il proprio
investimento affettivo ed economico dagli esseri umani agli animali domestici.
Il tutto grazie alla complicità di una certa retorica del "rispetto per
tutte le forme di vita" che nasconde, sotto la vernice progressista, un
individualismo radicale: l'animale non chiede, non giudica, non delude. Il
figlio sì. Le cause della denatalità vengono indicate ogni volta con i costi
della vita, la precarietà lavorativa ecc. Tutto vero ma sappiamo bene che ridurre
il problema a una questione economica non è realistico. Significa ignorare che
generazioni precedenti, in condizioni materiali assai peggiori, facevano figli
lo stesso, perché credevano nel futuro come progetto collettivo, nella famiglia
come struttura di senso.
Oggi è evaporato tutto. E il mercato, come sempre accade, ha
riempito il vuoto. L'industria degli animali da compagnia vale in Italia
miliardi, alimenti "premium", assicurazioni sanitarie, abbigliamento
stagionale, psicologi per cani, terapisti comportamentali felini. Una filiera
sterminata che prospera esattamente dove si è sgretolata la famiglia. Una
civiltà che smette di riprodursi, ha smesso di credere in sé stessa. E una che
sostituisce i figli con i cuccioli non sta soltanto crollando demograficamente,
sta cambiando antropologicamente, in modo irreversibile.
