La psichiatrizzazione del dissenso - M.Onfray

In un regime totalitario come questo, qualsiasi pensiero critico inopportuno viene considerato come una malattia da curare, come un morbo da cui si deve guarire. È escluso che si possa permettere la libertà di espressione, la libertà di coscienza, la libertà di parola e la libertà di associazione; ed è escluso che i dibattiti possano avere veramente luogo. Pensare al di sopra, a margine o in qualsiasi altro rapporto indipendente dall’ideologia dominante è qualcosa di assolutamente improponibile. Chiunque rivendichi una simile libertà è un pazzo, un malato, un caso patologico da rimettere nelle mani degli ideologi che lo rieducheranno e gli insegneranno a liberarsi delle proprie velleità libertarie e a riallinearsi con entusiasmo.

«Devi umiliarti se vuoi ritrovare la ragione»: questo insegna l’intellettuale incaricato della rieducazione. Se si crede che «due più due fa quattro» mentre il sistema sostiene che due più due fa cinque, si deve avere l’umiltà di confessare che si sta sbagliando, perché il sistema ha sempre ragione. Questo stesso sistema non vuole che il refrattario accetti la versione del «due più due fa cinque» solo per essere lasciato in pace; vuole che il soggetto da rieducare sia intimamente persuaso, convinto e sicuro che due più due fa cinque.

È qui che nasce l’idea che difendere una tesi «vera» significa recare offesa al sistema, e che al contrario accettare un’opinione falsa ma convalidata dal sistema rappresenta un atto d’umiltà.

E cosa sostiene il sistema quando vuole rieducare un uomo che ha preferito la verità universale all’errore della partigianeria?

«Hai rifiutato l’atto di sottomissione che è il prezzo della salute mentale. Hai preferito essere un pazzo, costituire una tua minoranza. Solo una mente disciplinata riesce a vedere la realtà». La realtà non è quella che vediamo in quanto tale, la realtà è quella che il sistema ci dice che è. «Non è facile recuperare la ragione».

Tratto da “Teoria della dittatura” di M. Onfray



La diversità è ricchezza

Isocrate scrisse: " La nostra democrazia si autodistruggerà perché ha abusato del diritto alla libertà e uguaglianza, perché ha insegnato alla gente a considerare l’insolenza come diritto, l’illegalità come la libertà, l’impudenza di parola come uguaglianza e l’anarchia come beatitudine.”

Falsi proclami. Facili slogan. Questo caratterizza i nostri assurdi tempi. Dalla deformazione dei concetti di libertà ed uguaglianza scaturiscono a cascata tutti i profondi sradicamenti in atto, tutti i più violenti sconvolgimenti in essere. L'uomo deve essere riplasmato ad immagine e somiglianza di ciò che il potere vuole da lui. Deve essere funzionale, protocollare, omologato. Ogni differenza deve essere abbattuta, sbaragliata dal fiume in piena del cambiamento, che rompe ogni argine fino a distruggere il conosciuto. Fino a sommergere, nelle sue nere acque, ogni dissenso, ogni voce fuori dal coro. Ma tutto ciò è un artifizio, un inganno. È la pelle d' agnello che copre il lupo, è il predatore che si finge mansueto per divorare le sue prede. Come non esiste libertà soltanto perché garantita dalla Costituzione, da uno stato di matrice democratica, da un "vaccino", o dal "faccio ciò che voglio quando voglio" così l'"uguaglianza" non può scaturire dall'abolizione delle "differenze", della cultura, delle tradizioni, dei tratti distintivi delle nazioni. Dalla compressione del "Volksgeist", dello "spirito" d'ogni popolo. Dall'annientamento, tramite fumose trame legislative, di ciò che è sempre stato, nella storia del mondo, uomo e donna. La diversità è vita, fluente e tangibile. È crescita, individuale e collettiva. Non è discriminazione, come vuole convincerci a tutti i costi la propaganda di regime, ma valorizzazione. È resistenza forte, attiva, vera, contro i dogmi del globalismo più esasperato. Contro chi vuol far confluire l'individuo nel mare della massa senza volto. La diversità è ricchezza.



Il tallone di ferro, la distopia di Jack London

Dopo Martin Eden, Il tallone di ferro è indubbiamente lo scritto più importante di Jack London.

Pubblicato per la prima volta nel 1908, trattasi della prima narrazione distopica del mondo contemporaneo. E’ il libro che ha aperto la strada a capolavori come 1984 di George Orwell, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury e Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley.

Il tema centrale è la pericolosa deriva della società capitalistica dominata dal profitto.

Il romanzo racconta l’epocale conflitto tra capitalismo e classe operaia americana dei primi decenni del XX secolo. Si divide in due parti, nella prima viene mostrata la presa del potere da parte del “Tallone di ferro” (eccezionali le invettive del protagonista contro borghesia, chiesa e filosofi), nella seconda, invece, si descrive la resistenza contro la dittatura.

Ne Il tallone di ferro vi è un grande senso storico e filosofico, difficile pensare ad un’opera fantascientifica, specie se letta in questo periodo. London si dimostra un impressionante precursore dei tempi, specialmente quando descrive il funzionamento dei media di regime e le tecniche dell’oppressione.

Un libro impeccabile e profetico nella sua analisi sociale e politica, un’ autentica chiaroveggenza sul destino della società capitalistica.




Impossibilità di capire una deriva totalitaria

L'IMPOSSIBILITA' DI PRENDERE ATTO DI UNA DERIVA TOTALITARIA: UNA CONSEGUENZA DELLA FEDE NEL PROGRESSO. 

Uno dei più grandi errori concettuali del nostro tempo, che costituisce anche il principale motivo per cui la palese deriva totalitaria assunta dagli eventi non è contrastata dalla maggioranza della popolazione, consiste nella cieca "fede nel progressismo".

L'idea della storia dell'umanità vista come un costante processo di miglioramento e di perfezionamento, l'idea di "progresso", appunto, ci viene trasmessa in primis nella scuola dell'obbligo, ed è universalmente condivisa ed assimilata nel nostro bagaglio culturale, facente parte di quei punti fermi che difficilmente vengono messi in discussione.

A grandi linee, la storia dell'umanità dagli albori fino ai giorni nostri è vista come un lungo passaggio dalla barbarie e dalla disorganizzazione fino al perfezionamento della civiltà nelle sue più perfette forme di consenso sociale.

La democrazia stessa viene considerata come la naturale evoluzione dell' organizzazione sociale, che nei millenni è passata da sistemi classisti ed oppressivi - monarchie, imperi, dittature - fino a forme di strutture comunitarie più libere, laddove il raggiungimento, infine, del potere esercitato direttamente dal popolo pone fine a millenni di ingiustizie.

Per molti secoli l'umanità ebbe una concezione differente del tempo: esso era visto come statico e ciclico, e vi erano realtà e situazioni che venivano considerate come facenti parte dell'ordine naturale delle cose, immutabili, fino alla fine dei tempi.

L'idea del tempo lineare, del progresso, è invece relativamente recente, e trae origine nel pensiero illuminista del XVIII secolo, l'epoca delle grandi rivoluzioni sociali e politiche, e venne in seguito trattata e consolidata anche a livello filosofico: a partire dall'idealismo Hegeliano, e lo Stato (nella sua accezione ottocentesca, quella da noi ereditata) visto come fine ultimo e massimo dell'organizzazione sociale, si è arrivati in tempi recenti alle conclusioni drastiche del politologo Francis Fukuyama, che addirittura sostenne che lo sviluppo storico e politico dell'umanità si poteva ritenere concluso verso il termine del XX secolo.

La fine della Storia, in altri termini, concetto che suscitò un grande dibattito agli inizi degli anni 90, in seguito alla pubblicazione del saggio chiave del pensatore statunitense.

L'idea quindi del progresso, ormai assimilata nel nostro bagaglio culturale quotidiano, presuppone che, per quanto imperfetta, l'umanità abbia superato nel corso della sua storia una serie di errori e di barbarie, perfezionandosi di volta in volta, e creando ogni volta società migliori, più libere, più aperte, più "progredite".

Si pensi solamente, per offrire l'esempio più noto, al modo in cui ogni qual volta si assiste ad un evento considerato incivile o "retrogrado" si usi l'espressione "ritorno al medioevo", con l'esplicita intenzione di rimarcare come la storia umana sia caratterizzata da un deciso avanzamento morale che ha lasciato alle spalle epoche oscure ed opprimenti in contrasto con un presente fatto di libertà, un presente che ha ormai superato tali idee prevaricatrici.

Il concetto di "progresso", e quindi di costante avanzamento in ambito civile, politico e organizzativo, assume ancora maggiore valenza quando si entra nel campo della scienza: il solo fatto che attualmente disponiamo di una tecnologia che ci permette azioni inimmaginabili nel passato viene visto come prova finale e definitiva del fatto che la concezione lineare e progressista della storia umana non può essere messa in discussione.

Questa forma mentale, questa convinzione, in realtà nasconde diversi punti deboli, e questo lo si apprende proprio studiando in maniera approfondita i vari periodi storici, scoprendo che l'evoluzione sociale umana nei millenni fu tutt'altro che lineare, e che ad epoche più o meno oppressive se ne alternarono altre maggiormente libertari, e così via, senza una conseguenzialità obbligata; tale convinzione ,infine, cela in sè un grande pericolo, e proprio nei nostri giorni ne abbiamo una chiara dimostrazione.

L'idea infatti che i periodi "oscuri" ed "oppressivi" facciano parte del passato, e la convinzione che ci si trovi in un momento storico in cui quelle che vengono considerate libertà acquisite siano irreversibili, porta la maggior parte della popolazione, che per ovvi motivi possiede una conoscenza limitata ed a grandi linee dei processi storici, a sentirsi "al sicuro" dinanzi a possibili derive totalitarie nel proprio tempo, non riconoscendone i segni nel momento in cui tali processi si presentano in forma embrionale, e neppure quando raggiungono uno stadio avanzato.

Vi è diffusa la convinzione che certi processi appartengano esclusivamente al passato, proprio perché felicemente abortiti dai percorsi storici e sociali e definitivamente accantonati.

Ecco quindi che quando i governi cosiddetti "democratici", e di conseguenza considerati per definizione "incapaci" di operazioni totalitarie, operano in maniera palesemente oppressiva, legalizzando la discriminazione sociale ed erodendo le libertà del singolo, quelle libertà fino a poco prima considerate "scontate", tale processo non viene riconosciuto nella sua palese natura repressiva.

La convinzione che determinati processi appartengano al passato, convinzione instillata dal mito condiviso del "progresso", rende incapaci di vedere la reale natura del sistema neo tirannico che va prendendo forma.

Carlo Brevi



La cultura come antidoto all'era dell'informazione

Malgrado alcuni storici e sociologi dissentano, siamo fermamente convinti che l'era dell'informazione non sia affatto finita, ma che anzi proprio nel presente stia palesando la propria essenza nel modo più limpido. Tale epoca è caratterizzata dal fatto che il trasporto e la distribuzione di dati, resi possibili dal progresso tecnologico in misura incomparabilmente superiore rispetto ai periodi precedenti, garantiscono vantaggio e competitività a chi ne detiene il controllo, alla stessa maniera in cui nell'epoca industriale tale vantaggio era stabilito dal possedere il capitale e i mezzi di produzione. L'era dell'informazione, pertanto, può essere definita come il periodo storico in cui potere e potenza non sono determinati in maniera prioritaria da fattori materiali; chi detiene il potere di informazione, allo stato attuale, ha la possibilità di accaparrarsi quello materiale, mentre il potere materiale privo di capacità informatica è oggi facilmente neutralizzabile o depredabile.

Tale contesto rende intellegibili alcuni processi in atto. Innanzitutto la lotta per il potere è una lotta per il possesso dei mezzi di informazione e per il contenuto che tali mezzi veicolano. Inoltre, ai fini della conservazione del potere è necessario che l'informazione sia sostanzialmente univoca, e che essa raggiunga il più ampio numero di destinatari affichè essi si allineino e concordino con la vulgata distribuita. E' indispensabile poi che il soggetto su cui si esercita il potere sia il più informato possibile, ed è pertanto fondamentale che l'informazione non sia facoltativa, e che quando non sia assimilata spontaneamente venga forzata o imposta.

Mentre nell'epoca del potere materiale l'educazione e l'istruzione erano fattori di emancipazione, nell'epoca dell'informazione possono essere invece – e in genere sono – lo strumento di un pesante indottrinamento ideologico. Gli istituti preposti all'educazione e all'istruzione sono oggi tra i principali centri di diffusione del pensiero unico, e da questo punto di vista un titolo di studi superiore non garantisce affatto capacità critica e autonomia intellettuale. Ricordiamo come sia costume odierno etichettare tout court l'avversario politico come ignorante, che in genere significa null'altro che non conforme all'ideologia che si sostiene. Da questo punto di vista una persona meno istruita può tranquillamente essere portatrice di una capacità di valutazione e di un naturale buon senso totalmente estirpati in chi ha frequentato a lungo gli ambienti della cultura ufficiale.

Contro la potenza dell'informazione c'è solo un antidoto. L'informazione di cui si serve il potere è un'entità instabile, in quanto deve adattarsi alle esigenze di quest'ultimo che per sua natura è transuente. Quando l'informazione si organizza in un sapere, esso è sempre provvisorio e frammentario, un edificio privo di fondamenta e malsicuro. L'informazione è infatti movimento: quando la si afferra e la si trattiene, essa si rivela inconsistente e si dissolve. Ad essa va contrapposta la stabilità della cultura, concepita come un sapere solido, germogliato nel grembo di un popolo e fiorito sotto il sole della tradizione. La cultura, intesa nel suo significato autentico, è da sempre la fortezza spirituale su cui il vento della propaganda e dell'ideologia si infrangono. Luogo di identità e di memoria, permane oltre le mode e l'avvicendarsi dei potenti. Mai come oggi vi è urgenza di abbandonare l'informazione e tornare a vivere la cultura. 

Testo per la rivista "Il Primato Nazionale" di Luglio 2021.



Il lasciapassare pornototalitario, distopia o neorealismo?

Un racconto di Uriel Crua

Sciupato. Non proprio emaciato quindi, né magro, né malandato in alcun modo. Ma sciupato, come diceva la nonna. Una parola plastica, che stira le guance, che impallidisce e secca i contorni delle labbra, che leva un paio di toni all'incarnato, che stanca lo sguardo.

Il bambino era sciupato.

Il cielo – grigio e fumoso, come d'ogni ottobre padano – gli finiva in faccia, sui vestiti. Suo padre gli stava accanto, in piedi; gli posava una mano sui capelli. Il palmo lo accarezzava. Le dita gli passavano fra i ciuffi biondi. L'uomo cercava di star dritto, ma era evidente una torsione, un dolore, una slogatura che invece voleva piegarlo. La sua statura esalava un insistente conflitto tra una tensione all'avvolgimento e una prova estenuante di contegno. Dal volto i toni della spossatezza, un ronzio di disagio. Sotto la giacca spenta una camicia olivastra, pantaloni in velluto che cadevano larghi sui mocassini marroni. La sua era l'aria di un professore, e in effetti lo era stato.

Accarezzava il suo bambino. Che bravo bambino, dicevano tutti. Quando andava a scuola, che bravo bambino.

Prima che il padre lo ritirasse dalla scuola pubblica, che bravo bambino. Un bambino obbediente.

Anche il ventisei ottobre duemilaventuno, fisso in una posa fotografica dal sapore novecentesco, davanti al supermercato di quartiere, col padre accanto che si rimasticava le mascelle a esaminare attentamente le porte scorrevoli automatiche aprirsi e chiudersi, e gli avventori entrare e uscire dopo una breve sosta, che bravo bambino.

Gabriele sollevò lo sguardo e «Papà», disse. «Abbiamo fatto?»

«Ancora no»

«Cosa dobbiamo fare?»

L'uomo non rispose. Si guardò intorno. Tirò un respiro lento e profondo, tirò su l'aria nuova di una Torino d'autunno, tirò su l'odore macero e rinfrancante del fogliame raffrescato dalle piogge. Tirò su le note di ricordi radicati nello sterno, palpabili e veri come un livido, i ricordi degli autunni passati a tenere la mano al suo bambino, a sbuffargli nella pancia per fargli il solletico, a camminare dentro quegli stessi odori, quegli stessi sapori, dentro la medesima luce, ma in un mondo diverso. Un mondo più felice. Una dimensione che appariva tanto più dolorosamente lontana quanto più all'apparenza vicina, identica. I sensi percepivano ogni cosa allo stesso modo di prima, ma ad ogni istante ecco infiammarsi la delusione che le cose, invece, erano diverse.

Le porte scorrevoli del supermercato continuavano ad aprirsi e a chiudersi. Uno alla volta – con compostezza e indifferenza – i clienti sostavano per qualche secondo, esibivano la tessera, il pass, ed entravano. Li si vedeva uscire con le buste piene – ciuffi di sedano balzare fuori, coni di pane – stretti nei loro abiti colorati, infossando il muso nelle sciarpe avvolte al collo, chi spedito, chi lento, chi pensieroso. Il mondo ugualmente e sempre macinava il suo tempo.

«Compriamo un gioco?» disse Gabriele, sagomando il volto pasticciato in una posa divertita, sollevando le sopracciglia e allargandosi in un sorriso smagliante che avrebbe voluto convincere l'uomo.

«Hai nove anni. A nove anni bisogna crescere» rispose l'uomo con inutile durezza, continuando a esaminare gli avventori. Il bambino abbassò gli occhi e si passò la lingua sulle labbra.

«Va bene», fece.

Il padre – come scosso fuori da una concentrazione pesante – gli gettò lo sguardo addosso, stringendolo a sé dalla guancia sul fianco.

«Scusami. Se lo troviamo lo prendiamo»

«Va bene»

Tirò su un'altra boccata, questa volta con la bocca aperta – una fame d'aria giovane, una sete di risolutezza, un modo per ingollare forza e volizione.

Intercettò un ragazzo che veniva da sinistra e che aveva appena girato l'angolo. Camminava a passo veloce e teneva nel pugno una busta della spesa in plastica forte, tutta ben piegata. Avrà avuto vent'anni. Il volto pulito. L'abbigliamento anche era promettente: pantaloni chino grigio fumo, una camicia nera e giacca di pelle color cammello, una sciarpa prugna. L'uomo lasciò per un attimo suo figlio, dicendogli di restar lì dove stava, che avrebbe fatto in fretta.

Gabriele lo vide muovere qualche passo in avanti, lentamente. Lo vide ricomporre la statura claudicante, raddrizzare la schiena, allargare le spalle. I suoi passi erano misurati, dignitosi. Lo vide fermare il ragazzo e muovere gesti lenti, sorridere. Lo vide indicare l'ingresso del supermercato, le porte scorrevoli. Vide gli occhi del ragazzo cambiare tono, accigliarsi. Vide la testa del ragazzo prima chinarsi, poi scuotersi in segno di diniego. Fare spallucce. Vide il padre posare una mano sulla schiena del ragazzo, come a ringraziarlo ugualmente, e poi girarsi verso di lui, suo figlio, sorridergli – ma con occhi slacciati, rossi di freddo – e allargare le braccia.

Quando gli fu vicino, di nuovo gli pose la mano sul capo e di nuovo prese ad accarezzargli i capelli.

«Quando andiamo a casa? Quando mi compri il gioco?»

«Tra poco. Ci vuol pazienza nella vita, sai?»

«Va bene»

Che bravo bambino.

Le porte automatiche si aprirono con un rollio frusciante. Una signora anziana ricurva ne uscì a passi lentissimi. Quando incontrò la figura del padre e del bambino si fermò qualche istante a osservarli. L'uomo cambiò direzione degli occhi, ma sentiva il suo sguardo addosso. Prese Gabriele per mano e si avviò verso destra. Il bambino lo seguì senza dire niente. Si fermarono davanti alla vetrina di un negozio di materassi. La donna anziana riprese il passo e dopo qualche minuto scomparì dietro l'angolo con tutte le sue ossa.

Tornarono al luogo iniziale. Gabriele sentì una goccia d'acqua finirgli sul naso. Guardò il padre indicando la goccia che gli colava dalla punta del naso, ridendo. L'uomo ricambiò il sorriso e gli pasticciò la guancia con un buffetto.

«Sta per piovere» disse guardando il cielo, ora completamente piatto. Doveva fare in fretta.

Un uomo sulla quarantina – evidentemente un professionista, giacca bluette skinny fit e cravatta rossa, auricolare, passo veloce – si stava avvicinando all'ingresso del supermercato. Era abbronzato. Abbronzato in ottobre. I capelli gli si ingrigivano sulle tempie, per diventare poi nerissimi e folti.

«Scusi» disse il padre sollevando il dito per prendersi l'attenzione dell'uomo. «Deve fare la spesa?»

Quello prima si fermò di scatto con occhi diffidenti, poi squadrò tutti e due alternando padre e figlio per un paio di volte.

«Cosa le interessa se faccio la spesa?» domandò.

Aveva sbagliato uomo. Aveva avuto fretta.

Aveva decisamente sbagliato.

Ma continuò, continuò sperando in uno slancio di solidarietà.

«Solo una gentilezza» e cavò fuori dalla tasca della giacca un bigliettino scritto a matita. «Avrei queste cose da comprare, se per gentilezza lei potesse, sa. Le do i soldi, sono qui» e mise mano al portafogli.

«Perché non entra lei?» fece quello raddrizzando la postura e incrociando le braccia. Sollevò il mento e insapidì gli occhi con una feroce curiosità.

L'uomo comprese dove l'altro voleva andare a parare. Sollevò il palmo e disse: «Lasci stare. Va bene così. Le chiedo scusa per il disturbo». Riprese il figlio per mano e gli sorrise. Ma dentro alla pancia uno spillo gli pungeva gli intestini.

Venne richiamato dalla voce dell'avventore, che stava ancora lì a braccia conserte.

«Perché non rispondi? Di' un po': perché non entri tu?». Ora gli dava del tu.

L'uomo si morse le labbra, tolse la mano dal capo del figlio e prese un respiro forte. Profondo. Piantò gli occhi su quelli crudeli dell'altro. Ce li tenne per molti secondi.

Le porte automatiche ronzavano e i clienti entravano e uscivano. Ogni cosa aveva il proprio colore. Ogni cosa aveva il suo odore. Ogni cosa prendeva la giusta luce.

«Ho detto che va bene così. Non importa. Vada pure a fare la spesa». Lo disse piano, con voce scura. Mantenendo fermi gli occhi, ora lucidi di collera.

Una coppia di mezza età – appena uscita dal supermercato, vestita di giallo e marrone – guardava rallentando il passo. Il grigio del cielo palmava i loro volti atoni.

«Questo non ha il Pass» disse l'uomo rivolgendosi alla coppia. «Vuole che gli faccia la spesa»

I due si fermarono. Guardarono pietosamente il bambino, che se ne stava lì fermo. Che bravo bambino.

Il padre lo prese di nuovo per mano e gli disse che tornavano a casa, che dovevano andare, ma la donna della coppia aprì bocca:

«Parassita», disse. La sua voce era quella di una tifosa, con punte stridule sulle vocali e le esse esageratamente marcate. Le parole prendevano vita dalle palpitazioni violacee di grumi vascolari che le sporgevano dalle meningi.

Il padre allora si fermò e si voltò verso i tre, ormai glassati in una posa di rimprovero – una piccola squadra.

«Cosa ti fermi a fare? Vuoi dire qualcosa? Vuoi ancora parlare?» si animò il professionista abbronzato in ottobre con fierezza, spalleggiato dalla coppia.

Le porte automatiche si aprirono e subito oltre apparì il ragazzo giovane con la giacca cammello che indicava l'uomo e il bambino a una guardia dall'aspetto magrebino. La guardia era addetta al controllo ingressi. Si avvicinò alla scena, e con accento forte domandò quale fosse il problema. Il ragazzo, nel frattempo, osservava da dietro le vetrate, allungando il collo, spillando gli occhi, nel tentativo di trarne il sugo di un eroismo civico.

«Questo» disse il professionista skinny fit allungando l'avambraccio a mano tesa verso il padre «mi ha chiesto di fargli la spesa. Non ha il pass. Non può entrare»

«È vero?» domandò la guardia magrebina, infilando uno sguardo rapido al bambino, poi di nuovo all'uomo.

«Andiamocene» disse prendendo questa volta per il polso Gabriele e avviandosi verso la sua sinistra, verso casa, verso qualsiasi altro luogo. Il cuore gli batteva nello stomaco. Una sensazione di nausea gli drenò un sapore ferroso in bocca. Gli occhi vedevano sciogliersi i muri, mareggiare il marciapiede grigio, sfocare il bambino. Avrebbe ucciso, se non fosse stato per la presenza di suo figlio. Avrebbe ucciso.

Si sentì tirare dalla giacca, dietro il collo – una sensazione di soffocamento in gola – poi venne letteralmente trascinato e per poco non cadde, per poco non finì a terra, perché la guardia magrebina – che lo aveva preso – gli si strinse dalla schiena e gli bloccò le braccia.

Nel frattempo altre persone s'erano aggrappolate tutte attorno, tutte curiose, trattenendo nelle falangi grassocce le buste pesanti. Alcuni le posarono in terra. Altri masticavano caramelle. Un ragazzino filmava la scena con lo smartphone, e rideva.

Gabriele restò fisso a guardare il padre braccato, fisso in una bolla afona, fisso con gli occhi rossi che gocciavano piano.

L'uomo cominciò a divincolarsi ma era debole, e il dolore che gli tranciava le vertebre ora prese ad infiammarsi. Guardava gli occhi di suo figlio, ma non potevano essere veri. Non poteva accadere davvero. Non stava succedendo.

Era impossibile. Queste cose non potevano succedere.

«Chiamate la polizia» ordinò qualcuno.

«La sto chiamando io» disse una donna, che si coprì poi la bocca con le mani – un dolore orrendo vedere quell'uomo senza il pass, e il suo bambino. Che bravo bambino. Povero bambino.

«Parassita!» ripeté la donna della coppia. Le sue vene irradiavano un livore rossastro.

«Povero stronzo» ghignò il professionista. «Davanti a tuo figlio. Non ti vergogni? Statevene a casa, sorci!». Mise le mani in tasca e frugò. Ci cavò una monetina. Gliela lanciò addosso. Poi sputò per terra.

«Papà!» gridò Gabriele. «Lasciatelo stare!»

La donna si coprì di nuovo la bocca, e si mise a lacrimare. Povero bambino. Che bravo bambino.

Poi si ruppe in un grido disperato: «Non lo vede cosa fa a suo figlio? Non lo vede?»

«Dovrebbero chiamare i servizi sociali. Dovrebbero toglierli i figli a 'sta gente. Statevene a casa!»

L'uomo aveva smesso di dimenarsi. La guardia continuava a tenerlo stretto in attesa che arrivassero quelli della polizia. Stava non fermo, ma raffermo: gli occhi gonfi colavano lacrime lente. Una cartaccia gli finì sullo zigomo.

«Basta papà!» gridava il bambino. «Non lo voglio più il gioco. Andiamo a casa, papà! Andiamo a casa. Non lo voglio più il gioco. Non lo voglio!»

Non lo voglio più il gioco.

Che bravo bambino. Proprio un bravo bambino.



 

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