Soggettivismo ed evoluzione – M.Lefebvre

Il soggettivismo é introdurre la libertà nell’intelligenza, mentre al contrario la nobiltà dell’intelligenza consiste nel sottomettersi al proprio oggetto, consiste nell’adeguazione o conformità del soggetto pensante con l’oggetto conosciuto. L’intelligenza funziona come un apparecchio fotografico, essa deve aderire esattamente alle forme intelligibili del reale. La sua perfezione consiste nella sua fedeltà al reale. E’ per questa ragione che la verità si definisce come l’adeguamento dell’intelligenza alla cosa. La verità è quella qualità del pensiero di essere d’accordo con la cosa, con ciò che é. Non è l’intelligenza che crea le cose, sono le cose che s’impongono all’intelligenza, quali esse sono. Di conseguenza la verità di ciò che si afferma dipende da ciò che é, essa è qualcosa di oggettivo; e colui che cerca il vero deve rinunciare a sé, deve rinunciare a una costruzione del suo spirito, deve rinunciare a inventare la verità.
Al contrario, nel soggettivismo, è la ragione che costituisce la verità: abbiamo la sottomissione dell’oggetto al soggetto! Il soggetto diventa il centro di tutte le cose. Le cose non sono più ciò che sono, ma ciò che io penso. L’uomo dispone allora a suo piacimento della verità: questo errore si chiamerà idealismo nel suo aspetto filosofico, e liberalismo nel suo aspetto morale, sociale, politico e religioso. Di conseguenza la verità sarà differente a secondo degli individui e dei gruppi sociali. La verità è dunque necessariamente condivisa. Nessuno può pretendere di possederla in maniera esclusiva nella sua interezza; essa si fa e si ricerca senza fine. Si intuisce quanto ciò sia contrario a Nostro Signore Gesù Cristo e alla sua Chiesa.
Da un punto di vista storico, questa emancipazione del soggetto rispetto all’oggetto (a ciò che è) venne realizzata da tre personaggi. LUTERO dapprima rifiuta il magistero della Chiesa e tiene conto soltanto della Bibbia, poi ripudia ogni intermediario creato fra l’uomo e Dio. Egli introduce il libero esame, a partire da una falsa nozione dell’ispirazione scritturale: l’ispirazione individuale! Poi CARTESIO, seguito da KANT, danno forma sistematica al soggettivismo: l’intelligenza si rinchiude in se stessa, non conosce che il proprio pensiero: e il “cogito” di Cartesio, sono le “categorie” di Kant. Le cose in se stesse sono inconoscibili. Infine ROUSSEAU: emancipato dal suo oggetto, perduto il senso comune (il buon senso), il soggetto viene lasciato senza difese dinanzi all’opinione comune. Il pensiero dell’individuo si dissolverà nell’opinione pubblica, cioè in ciò che tutti o la maggioranza pensano; e questa opinione sarà creata dalle tecniche di dinamica di gruppo organizzate dai media che sono nelle mani degli esponenti della finanza, dei politici, dei massoni, ecc. Il liberalismo sbocca automaticamente nel totalitarismo del pensiero. Dopo il rifiuto dell’oggetto, assistiamo all’evanescenza del soggetto, a questo punto maturo per subire ogni forma di schiavitù. Esaltando la libertà di pensiero, il soggettivismo sfocia nell’annientamento del pensiero.
La seconda caratteristica del liberalismo intellettuale, lo abbiamo visto, è l’evoluzione. Rifiutando la sottomissione al reale, il liberale è costretto a rifiutare le essenze immutabili delle cose; per lui, non c’è una natura delle cose, non c’è una natura umana stabile, retta da leggi definitive poste dal Creatore. L’uomo è in perpetua evoluzione progressiva; l’uomo di ieri non è l’uomo di oggi; si sprofonda nel relativismo. Meglio ancora, l’uomo si crea da se stesso, è l’autore delle proprie leggi, che deve rimodellare senza tregua secondo l’unica legge inflessibile del progresso necessario. Ecco allora l’evoluzionismo, in tutti i campi: biologico (Lamarck e Darwin), intellettuale (il razionalismo e il suo mito del progresso indefinito della ragione umana), morale (emancipazione dai “tabù”), politico-religioso (emancipazione delle società nei confronti di Gesù Cristo).
Il culmine del delirio evoluzionista viene raggiunto con padre Teilhard de Chardin (1881-1955) che afferma, in nome di una pseudoscienza e di una pseudomistica, che la materia diviene spirito, che la natura diventa il soprannaturale, che l’umanità diventa il Cristo: tripla confusione di un monismo evoluzionista inconciliabile con la fede cattolica.

Fonte: tratto da “Lo hanno detronizzato. Dal liberalismo all’apostasia. La tragedia conciliare”, di M.Lefebvre (ed. Amicizia Cristiana)





La regola suprema del diritto – G.Leibniz

La regola suprema del diritto é: ciò che è utile alla comunità questo va fatto. Se non che ciò che, in sè e per sè, sarebbe utile alla comunità, per accidente può essere dannoso, perchè comporta un troppo grande rivolgimento od un’eccessiva fatica.
I beni ed i mali si devono ripartire tra gli uomini in modo che ne nasca il minimo male e il massimo bene comune; allo stesso modo che le piante vanno di preferenza collocate in quel terreno in cui fruttificano di più, e le immondizie nelle località più sterili.
Il bene comune é valutato facendo un’unica somma dei beni dei singoli. Pertanto il massimo bene comune consiste nella massima quantità e grandezza di beni che possano toccare ai singoli. I beni sono o necessari od utili. Dico necessari quei beni che si richiedono perché l’animo possa esser tranquillo; mancando i quali, cioé, noi soffriamo. Gli altri, di cui facilmente facciamo a meno, possono chiamarsi utili. I necessari sono incomparabilmente più importanti che gli utili, e per essi si deve cercare piuttosto che molti ne posseggano a sufficienza, piuttosto che pochi in sovrabbondanza. Gli utili, invece, si deve far si che siano posseduti da pochi soggetti in maniera eminente, piuttosto che da molti in misura mediocre.
In primo luogo si deve far sì che tutti i cittadini siano quanto più possibile soddisfatti e tranquilli nell’animo. (Se trattassi di politica, direi che in primo luogo si deve curare che siano contenti i reggitori, ed i cittadini ben disposti verso lo Stato; e mostrerei che, a questo scopo, occorre far sì che questi ultimi siano soddisfatti. Ma qui tratto della utilità pubblica non in vista dei governanti, bensi per se stessa). L’esser di animo tranquillo é dunque, dicevamo, un bene necessario, senza il quale saremmo infelici.
In secondo luogo si deve far sì che i cittadini tutti siano moderati, capaci cioé di dominare le loro passioni. Diversamente, infatti, non rimarranno contenti a lungo: poiché chi é preda delle passioni, per un nulla può perdere la calma. La moderazione invece fa sì che la tranquillità sia durevole.
In terzo luogo, si deve far sì che tutti i cittadini siano prudenti. Possono bensì gli uomini essere tranquilli e moderati quand’anche non siano prudenti: ma il risultato, allora, dipende dal caso. Invece la prudenza pone la tranquillità futura maggiormente in nostro potere. Parlo qui d'una prudenza quale può trovarsi anche in un villano che curi bene gli affari della propria famiglia.
In quarto luogo, si curi che i cittadini siano animati verso il bene comune dalle migliori disposizioni: che cioé siano buoni, capaci anche di sopportare volentieri un male per evitare che molti altri siano colpiti da completa rovina.
Quinta; che siano pii. Pii chiamo coloro che credono nella provvidenza, e nutrono nel profondo la convinzione che l’ordine universale delle cose sia tale da apportar bene ai buoni (cioé ai bene intenzionati verso il bene comune), e male ai cattivi.
Sesto, che i cittadini amino ed onorino i governanti, che cioè ne riconoscano il valore ed il potere.
Settimo, che siano tra loro amici: amici sono coloro che congiunge un amore palese e vicendevole.
Ottavo, che siano esperti di molte cose: pertanto si dovrà cercare di far sì che le arti tenute segrete dagli stranieri giungano a conoscenza dei nostri.
Nona, che siano ben fatti di corpo, agili ed insieme robusti: quelle cose, infatti, che l’animo ha deliberato, tocca al corpo eseguirle. Quanto ad un piacevole aspetto, molto potere esso ha sull'animo della gente.
Decima, che i cittadini siano esercitati ad ogni virtù dell’animo e del corpo: l’esercizio fa sì che, in caso di bisogno, si possa far pronto assegnamento sulle proprie capacità.
Undicesimo, che dispongano dei mezzi necessari alla vita, poiché la miseria rende gli uomini infelici e malvagi.
Dodicesimo, che tutti dispongano degli strumenti per bene operare, ossia per estrinsecare quelle doti del corpo e dell'animo che possono riuscire utili alla comunità.


Tutti questi precetti possono essere così riassunti: fare in modo che gli uomini siano prudenti, virtuosi e ampiamente dotati di mezzi, ovvero che sappiano, vogliano e possano compiere opere ottime.