Geopolitica e gnosi

Le potenze talassocratiche non possono propriamente essere chiamate Occidente, in quanto la loro caratteristica determinante è appunto la delocalizzazione, l'informità e l'instabilità fluidica e indefinita il cui simbolo è l'elemento acqueo, e l'incarnazione archetipica elementare il mare. Se sono chiamate Occidente, lo sono perchè la loro origine storica è a Ovest del centro, il continente Euroasiatico, e in quanto luogo del tramonto, "occasus" del presente ciclo storico. Qualsiasi definizione geografica autentica ha invece come riferimento uno spazio specifico, garantito e sicuro, caratterizzato dalla comunione di un popolo, una tradizione e una cultura con il suolo e la terra in cui essa è radicata e legata da un'origine e un destino. Questo è il motivo perchè la vera geopolitica come forma di conoscenza è piu affine alla gnosi tradizionale che alla scienza moderna, in quanto non può che nutrirsi di una dimensione metafisica e spirituale sconosciuta alla pseudocultura profana. È anche il motivo per cui la cultura moderna diffida della geopolitica, se non addirittura la osteggia, in quanto il suo orizzonte è quello dell'identità e della differenza, l'esatto opposto del modello imperialista talassocratico, che punta a risolversi nell'uniformità e nell'indifferenza. Questo per dire che la guerra non è tra Occidente e Oriente, ma tra le forze dell'informe e del caos, e quelle della forma che è spirito. Questo è il motivo per cui esiste un Occidente autentico e un Occidente ombra e doppio che ne è come la nemesi. Eurasia è il luogo in cui l'Occidente autentico può riposare e ristorarsi nella propria identità nel riferimento a un centro immutabile. Multipolarità è il nome della forma in cui tale centro articola e custodisce la differenza delle sue espressioni, in un'armonia corale di pace e libertà. Utopia escatologica quaternaria.




Esteriorità e autostima nella donna dell'era dei social network

Ragazzine che non superano i 40kg per “essere in forma”, donne di tutte le età che vanno in ansia se hanno un qualsiasi difetto fisico, che sia una smagliatura, un briciolo di cellulite o qualsiasi cos’altro. Questa è una vera e propria piaga sociale aggravata dell'era dei social media e della cultura dell'apparenza.

Qualcuno spieghi a queste donne che un ad uomo che può essere definito tale non interessano minimamente tali dettagli, egli ama la donna in quanto essere unico e irripetibile e quelli che sono considerati “difetti” non sono per lui nulla in una completa ottica relazionale corpo-mente. Sono solamente fisime indotte da una società malsana che continua a perpetuare ideali di bellezza inaccessibili e artificiali attraverso la pubblicità, i media e l'industria della moda.

Esistono dei movimenti che spingono all’ accettazione di sé e all’ amore per il proprio corpo, basandosi sull'idea che tutti i corpi, indipendentemente dalle loro dimensioni o forme, meritino rispetto. Tuttavia c’è da diffidare da molti di loro, poiché un conto è liberarsi dagli standard di bellezza irrealistici imposti dalla società e rispettare l'unicità dei corpi umani, promuovendo autostima e autoaccettazione, un altro è esaltare situazioni fisiche dannose per la salute.

Peraltro l’eccessiva magrezza nella donna, tanto in voga oggi, è cosa innaturale, ella deve avere, come biologia comanda, forme morbide, ma ciò non significa, ovviamente, sfociare nell’esaltazione del grasso eccessivo che può causare scompensi alla salute. Il modello androgino della donna palestrata, tutta nervi e senza curve probabilmente fa comodo a qualcuno ma è tutto fuorché naturale.

La salute mentale di molte donne è danneggiata da tali fissazioni, molte, anche se non lo ammettono, vivono sotto pressione per conformarsi a tali fasulli standard di bellezza che causano effetti nocivi sulla salute emotiva come depressione, ansia e disturbi alimentari.

Certamente è importante piacersi, ma una donna non può percepirsi come un burattino, ci sono miliardi di altri aspetti che contribuiscono alla sua bellezza, dalle movenze, ai modi, allo sguardo, al suo modo di ragionare, all’essenza che emana. Come si può anche solo lontanamente pensare di essere valutate in base a degli aspetti marginali di un corpo? Vivere il proprio aspetto esteriore come unica misura di autostima la dice molto lunga sui valori delle società occidentali.




Lavoro e tempo libero - G. Thibon

Il proletario moderno ha l'odio del lavoro. Anche quando questo è ben retribuito, la sua insoddisfazione non si placa. Soffre meno di essere un operaio sfruttato che di essere un operaio senz'altro: le sue infinite rivendicazioni materiali non sono altro che manifestazioni superficiali e ingannatrici di un tale malessere fondamentale. Il proletario soffre in questo modo perché il suo lavoro è inorganico, inumano. I socialisti propongono, come rimedio alla crisi operaia, una più giusta ripartizione dei redditi, salari più alti, come se il problema operaio si limitasse a questo! Si tratta piuttosto di un rifacimento totale delle condizioni prime del lavoro industriale, si tratta di sopprimere il lavoro inumano, il lavoro senza forma e senza anima: la « grande officina », il lavoro « alla catena », la specializzazione portata all'eccesso, ecc., tutte cose che lo statalismo socialista può solamente portare alla loro suprema e mortale espressione. Il problema dei salari è molto secondario. L'artigiano di paese che costruisce oggetti completi e tratta con una clientela viva è infinitamente più felice e soddisfatto dell’operaio d'officina, pur con uno standard di vita ben inferiore a quello di quest'ultimo. Se le condizioni di lavoro dell'operaio dell'industria e del commercio non cambiano, l'elevazione del livello dei salari potrà soltanto nuocergli. L'uomo votato al lavoro malsano è votato altresì allo svago malsano. Il tempo libero (con tutte le « distrazioni » che implica) non è più per lui il prolungamento ritmico del lavoro, ma una maniera di evadere, di vendicarsi del lavoro: invece di rendere più facile la ripresa del lavoro, la rende più amara. Non si rimedia ai mali scaturiti da un lavoro inumano con l'aumentare il benessere economico del lavoratore: si rischia anzi così di aggravare il suo fastidio e il suo decadimento. Il marchio di certe forme moderne dell'attività sociale consiste infatti in questo: il lavoro e lo svago, normalmente complementari, vi diventano antagonisti. Semplice caso particolare di quella legge generale che dice: le cose che, sane, si completano, malsane si divorano a vicenda. Il cattivo amore dei sessi si capovolge in odio dei sessi, un cattivo sonno invade la veglia e l'avvelena. Lo stesso accade per un lavoro senza anima: I'abbrutente mescolanza di tensione e di monotonia che lo caratterizza, si riflette sul tempo libero, lo predispone alla dissolutezza, cioè a piaceri inumani e artificiali quanto lui. Le gioie che popolano il riposo dei lavoratori diventano così qualcosa di teso e di artificiale una sorta di lavoro straordinario che, lungi dal distendere anima e corpo, aumenta la loro fatica e la loro intossicazione. Baudelaire, cantore supremo della decadenza, non per caso ha usato la parola « lavoro » per designare la voluttà: Oui des Dieux osera, Lesbos, être ton juge Et condamner ton front pâli per les travaux?... Les débauchés rentraient, brisés par leurs tra vaux...

Infatti colui che non trova più gioia nel suo lavoro, troverà lavoro nella sua gioia. Il lavoro forzato ha come corollario il piacere forzato. È amaramente istruttivo vedere la classe operaia e le sue guide rivendicare in primo luogo, e quasi esclusivamente, un aumento dei salari e del tempo libero. Pretese tanto superficiali rivelano una strana dimenticanza dell'intima solidarietà e della continuità qualitativa che esistono tra il lavoro e il riposo. Lavoro e svago sono le due fasi di uno stesso ritmo: la perturbazione di una di queste fasi porta fatalmente con sé una corrispondente perturbazione nell'altra. Chi dorme male non può vegliare normalmente; allo stesso modo un uomo costretto ad un lavoro contro natura rischia gravemente di non occupare molto umanamente il suo tempo libero. Si avrà un bell'aumentare quest'ultimo in quantità: non per questo la sua qualità diverrà meno inferiore e falsa. Non si tratta di tentare di far da contrappeso ad un lavoro inumano per mezzo dell'accrescimento del « benessere » dei proletari: finchè il lavoro resterà inumano, un tale benessere non potrà essere sano. Si tratta prima di tutto di umanizzare il lavoro. Fatto ciò si potrà lecitamente pensare al miglioramento della situazione materiale delle masse: le riforme operate in questo senso avranno allora maggiori possibilità che non oggi di non esasperare, nell'anima dei lavoratori, l'odio per il lavoro e lo spirito di rivolta e di anarchia.

Quando parlo di umanizzare il lavoro, non voglio dire di renderlo necessariamente più facile e meglio remunerato, ma voglio soprattutto dire di renderlo più sano. Esiste una vita dura e difficile che è umana: quella del contadino, del pastore, del soldato, del vecchio artigiano di paese, esiste anche una vita molle e facile che è inumana e che genera la corruzione, la tristezza e l'eterna ribellione dell'essere che non svolge alcun ruolo vivente nella Città: quella per esempio dell'operaio standard in periodo di alti salari, del burocrate amorfo e ben pagato, ecc. Ed è proprio quest'ultimo genere di esistenza che il socialismo reclama per tutti! Per parte nostra, noi che amiamo il popolo d'un amore umano (cioè d'un amore spietato verso qualsiasi atmosfera inumana che lo minacci, per comoda e desiderabile che possa essere in apparenza), chiediamo per lui molto di più, chiediamo dell'altro. I democratici moderni hanno troppo frettolosamente confuso vita dura e vita inumana. E con ciò si sono condannati quasi unicamente a corrompere sotto il pretesto di umanizzare.

Gustave Thibon, Diagnosi 1940 (Iduna edizioni)




L'abbandono dello sguardo - H.Hesse

L' occhio della volontà è torbido e deformante. Solo quando è assente il desiderio, solo quando la nostra mira diviene osservazione pura si schiude l'anima della realtà, la bellezza. Se contemplo un bosco che intendo acquistare, affittare o ipotecare, in cui voglio far legna o andare a caccia, io non vedo il bosco, ma solo le sue relazioni col mio volere, con i miei piani, con le mie preoccupazioni e il mio portafoglio. Allora il bosco è fatto di legno, è giovane o vecchio, è intatto o degradato. Ma se non me ne aspetto l alcunché, se mi limito a guardare spensieratamente nella sua verde profondità, ecco che esso è il bosco, è natura, è creazione vegetale, è bello. Altrettanto accade con gli esseri umani e con le loro sembianze. L'uomo che guardo con paura, con speranza, con brama, con intenzioni e pretese non è un uomo, ma solo il torbido specchio del mio volere. Consapevole o no, io lo guardo con impliciti quesiti che possono solo immeschinirlo, falsificarlo: è affabile o superbo? Mi dimostra considerazione? Si potrà spillargli del denaro? Capirà qualcosa di arte? Noi guardiamo la maggior parte delle persone con cui entriamo in contatto con innumerevoli interrogativi del genere, e passiamo per antropologi e psicologi quando dalla loro apparenza, dal loro aspetto fisico ci riesce di interpretare quanto asseconda o contrasta le nostre intenzioni. Ma è un aggiustamento meschino, e in questo genere di psicologia il contadino, il venditore ambulante è superiore alla maggior parte dei politici e degli eruditi. Nel momento in cui la volontà si placa e subentra l'osservazione, il puro vedere, il puro abbandono, tutto cambia. L'uomo cessa di essere utile o pericoloso, interessante o noioso, gentile o ruvido, forte o debole. Egli diviene natura, diviene bello, singolare, come tutto ciò che è oggetto di osservazione pura. Poiché l'osservazione non è ricerca né critica, bensì nient’ altro che amore. La più alta e la più desiderabile condizione della nostra anima: amore senza desiderio. Raggiunta questa condizione, sia pure per alcuni minuti, ore o giorni (attenervisi per sempre sarebbe la perfetta felicità) gli uomini appaiono diversi dal consueto. Non più specchi o caricature del nostro volere, essi tornano a essere natura. Bello e brutto, vecchio e giovane, buono e cattivo, aperto e chiuso, duro e tenero non sono più opposti, non sono più stereotipi. Tutti sono belli, tutti degni d'attenzione, nessuno può essere più disprezzato, odiato, frainteso.

Tratto da "Il mio credo" di H.Hesse (ed.Bur)




Il vuoto della cultura trap

Riguardo alla trap, che oggi appare essere il genere musicale più popolare tra le generazioni più giovani, i pareri si dividono tra chi ne condanna la pochezza artistica e i contenuti banali se non pericolosi, e chi invece vi vede un fenomeno generazionale di rottura paragonabile a quelli beat, rock e punk del passato. 

Va fatto notare, innanzitutto, che se anche il genere ha posseduto in origine una qualche carica eversiva o di rottura - cosa che non dubitiamo visto che le culture underground nascono proprio come critica allo status quo del mainstream - di certo, divenuta prodotto di massa, la musica trap ha perso qualsiasi potenziale critico divenendo anzi funzionale, con il suo messaggio e i suoi codici, al modello sociale che l'industria culturale ha l'obbiettivo di promuovere. L'abbiamo già visto accadere con altre culture marginali e potenzialmente dirompenti che, predate e digerite dalla fabbrica delle idee di regime, sono state poi disinnescate e replicate in forme innocue ad uso e consumo del largo pubblico. 

La domanda che bisogna porsi è, dunque, per quale motivo il braccio armato culturale del potere favorisca la versione edulcoracata e inoffensiva della cultura trap per fini di controllo sociale. Perchè la nostra società apparentemente condanna il modello denaro/sesso/droga/violenza per poi darlo in pasto alle generazioni più giovani, fingendo di scandalizzarsene?

In realtà, il meccanismo è piuttosto semplice. Si offre, nella finzione artistica, l'illusione di qualcosa che non si può avere o realizzare proprio perchè nella vita reale l'insoddisfazione del non potersi approssimare a quel modello venga anestetizzata e non divenga pulsione al cambiamento. Se sono virtualmente ricco e potente, il fatto di non esserlo nella realtà non diventerà carica eversiva, ma semplicemente si appagherà nella finzione artistica in assenza di uno sbocco reale. Poco importa che pochi soggetti statisticamente irrilevanti finiscano per credere a quel modello e diventino criminali, stupratori o assassini: la maggioranza dei giovani che ascoltano trap (come coloro che la fanno, dopo una breve stagione di successo) è destinata a una vita di miseria e subordinazione, che la società tenterà di tener buona con i prodotti dell'industria dell'intrattenimento e poche altre gratificazioni di ripiego.

Tra queste forme di anestetici sociali, il consumo meccanico e puramente orizzontale di droga e sesso è tra i più efficaci, così come quel culto dell'individualità sfociante nel narcisismo patologico che serve a camuffare il vuoto di personalità tipico della società dei consumi, dove si è ciò che si ha, e ciò che si ha è ciò che si mostra. Notare come tutti questi siano temi e codici tipici della cultura trap di massa, che a ben vedere non genera (se non in rari casi gestibili come comune criminalità) dei mostri sociali, bensì dei futuri cittadini perfettamente omogenei al tessuto economico, privi di qualsiasi reale pulsione eversiva, convinti di aver già rotto con la società indossando catene d'oro e pippando cocaina.

La cultura "pericolosa" non passa in tv, alla radio o sui giornali nazionali. La cultura "pericolosa" rimane nel cono d'ombra dei circuiti che il gusto educato o il sentire comune rifiutano, siano essi l'underground musicale più estremo o l'opera temeraria di qualche ermeneuta solitario che capovolge i luoghi comuni del pensiero condiviso. Un fascista insomma.


L'abisso de "Il silenzio degli innocenti"

“Il silenzio degli innocenti” di Jonathan Demme non è solo un thriller classico dai risvolti orrorifici ma anche un percorso disturbante attraverso le zone infernali della mente umana, è un film sul "fascino del male".

Poche volte è capitato ai cinefili di immedesimarsi e provare una certa attrazione morbosa per il male come quella che si ha nei confronti di uno dei “cattivi” per eccellenza della storia del cinema: Hannibal Lecter.

La storia del film, basata sulla caccia al serial killer Buffalo Bill, è una lunga seduta psicoanalitica. Troviamo l'agente Starling (una grande Jodie Foster) alle prese, in un confronto costante, con il conturbante dottor Lecter (un magistrale Anthony Hopkins).

Il ruolo predominante spetta allo psichiatra maniaco Hannibal Lecter usato come "consulente" poichè capace di interpretare il modus operandi del ricercato.

Ma Lecter è attratto "intellettualmente" dalla giovane recluta e ciò fa sì che si instauri una particolare alleanza mentale tra Clarice (poliziotta dalle umili origini che cerca un riscatto personale) e Hannibal (uomo erudito e dai modi gentili che ascolta musica classica, sogna di visitare Firenze ma che si cibava di carne umana accompagnandola con un buon Chianti).

In questa costante oscillazione tra inferno e paradiso i due, in una parte della pellicola superba, sono separati solo da una sottile e trasparente lastra di vetro.

Una separazione che come un diaframma divide due mondi.

Quello della paura dell'ignoto e l'ignoto stesso.

Anzi, le tenebra.

L'abisso, per usare un termine caro a Nietzsche.

L'indagine su Buffalo Bill è solo una impalcatura esterna perché la vera struttura della storia è la "ricerca" dei protagonisti.

Da parte di Lecter una possibilità di soddisfare le sue morbose indagini di archeologo dell'animo umano. Di chi si compiace di ammirare la sofferenza dell'altro. Nonché cercare una via di fuga materiale dalla prigione. Perché quella mentale già è avvenuta.

Il dipinto del panorama di Firenze è un qualcosa che è lì a dimostrarlo. Uno sguardo che va oltre il muro del sotterraneo dove è rinchiuso.

La ricerca da parte di Clarice è solo quella di redimere il suo senso di colpa latente.

Anche lei usa la vista, la vista interiore, per cercare di riuscire a vedere dentro se stessa. Usando esclusivamente i suoi ricordi e la sua forza d'animo. Per superare traumi e superarsi.

Clarice è un giovane agente coraggiosa ma altamente sensibile che subisce ma accetta il conflitto tra paura e fascinazione nei confronti di Lecter che riesce a farle sviscerare i suoi pensieri più profondi e il rimorso di un’infanzia complicata.

Un confronto tra la parte semplice ed innocente dell'animo umano ed il suo doppio speculare, quell'orrore assoluto incarnato da chi è il divoratore perfetto che si nutre degli incubi di tutti gli uomini: i traumi psicologici.

Il giudizio su "Il silenzio degli innocenti” dopo molti anni resta inalterato. Un capolavoro brutale di raffinata precisione sulle dinamiche psicologiche che s’instaurano tra morale, giustizia e attrazione verso l’impensabile e l’indicibile.


                                                   OC


La cinofilia moderna, specchio dei tempi

“Uomo sbranato da rottweiler mentre faceva jogging”.

L’ennesima notizia identica.

Che cosa si può ancora dire di fronte a tali scenari?

Il dramma (perché di dramma si tratta) passa presto in cavalleria, e tutti tornano allegramente a gestire i loro cani come se nulla fosse. 

“Gestire” è già una parola grossa, perché la stragrande maggioranza dei proprietari di cani – va detto – è completamente impazzita ai nostri giorni, al punto dal non saper più reggere un confronto civile e pacato con chi espone un qualche punto di vista critico al riguardo. 

Quasi tutti i cinofili, appena esprimi un qualche “problema” riguardante i cani, s’inalberano, s’innervosiscono e, come accade ogniqualvolta che la sentimentalità prende la scena, ti puntano il dito contro come “immorale” e “insensibile”. 

Il cane – si ama ripetere – è “il migliore amico dell’uomo”. Ciò andrebbe chiesto intanto a chi è stato azzannato e mandato all’altro mondo addirittura in tenerissima età. E, secondariamente, bisognerebbe ricordare ai cinofili fanatici che tale nobile qualifica non equipara affatto i cani ad un essere umano. 

Tradizionalmente – dal fedele Argo al Veltro ghibellino – il cane esprime un simbolismo assai profondo. E tutti siamo disposti a riconoscere a questi “amici a quattro zampe” indubbi meriti, sia dal punto strettamente utilitaristico (guardia, caccia, salvataggio, terapia ecc.) sia da quello del “calore” che sanno esprimere con la loro compagnia, per grandi e piccini. Ma nel mondo moderno, da che il cane ha sempre svolto un ruolo significativo per l’uomo, esso è diventato una proiezione di un essere umano sempre meno centrato e solo con se stesso. Solo a tal punto che capita a molti di amare più i cani delle persone. Di più: di detestare fondamentalmente gli altri esseri umani per dare sfoggio di un amore sperticato per i cani e gli animali in genere. 

Questi zoofili, di cui i cinofili sono una nutrita ed agguerrita rappresentanza, sono persone fondamentalmente malate. Malate nell’anima, se reputano preferibile la compagnia di un cane a quella di un altro simile. E così accade che ci sono coppie che – fatte salve quelle che proprio non riescono ad avere figli – non vogliono assolutamente saperne dei bambini, mentre si dimostrano tanto amorevoli verso cani (e gatti, criceti, canarini ecc.). E che per essi fanno dei sacrifici che non si sognerebbero mai di fare per un bambino. Sorvoliamo qui su tutta la follia che ruota attorno al mondo del cane, tra tolettature e negozi che propongono capi di vestiario firmati. Bastino però poche osservazioni per giudicare come la cinofilia esasperata sia lo specchio di un essere umano internamente disordinato. 

Tutti avranno fatto esperienza di trovarsi di fronte, sul marciapiede, tipi dall’aspetto non proprio rassicurante ed aggressivo, esattamente come i loro cani, che si permettono di non tenere al guinzaglio anche quando ti trovi ad incrociare il passo con tanto di bambini piccoli al seguito. Macché, sono loro che ti guardano male – se ti azzardi anche solo a mostrarti preoccupato – perché il loro cane “è tanto bravo”. Della museruola, di cui ogni volta che ci scappa il morto si straparla con tanto d’interviste ad “esperti” ed “autorità”, non v’è la minima traccia in giro. Devono essere rimaste tutte invendute, anche se vi sarebbe, per determinate specie, l’obbligo di farla indossare quando ci si trova in un luogo pubblico. 

Li vedi là fuori, al gelo d’inverno, al buio in mezzo alla nebbia, la sera tardi o all’alba, tutti felici di fare da scendiletto al loro giocattolo preferito, che rispetto agli altri esseri umani ha il non trascurabile pregio di obbedire ciecamente al padrone. Mica la mamma o la nonnetta con la sclerosi senile, o il pupo che fa le bizze. Per quelli ci si lagna e basta, maledicendo la rogna che c’è capitata, ma per il cane si batte i tacchi perché “è tanto bravo”. 

Si danno ai cani nomi da persone (e alle persone nomi da cani). A tanto è giunta la commistione, prima di tutto concettuale, tra uomo e animale, che ovviamente trova diritto di cittadinanza in certi paesi europei “progrediti” anche l’“orientamento sessuale” di chi s’innamora, oltre i consueti limiti, del proprio animale da compagnia. 

Non si pensi che stia esagerando, e presto – dopo la prima serie di delizie targate “diritti civili” – si potrà constatare amaramente che dovremo “rispettare” anche gli zoofili secondo tale estrema accezione del termine. Tutto ciò non ha nulla a che fare col rispetto degli animali. Ne ha – e molto – con il disorientamento dell’essere umano, che anziché concepire se stesso come la “corona della creazione” – di una creazione che contempla anche gli animali (e le piante e i minerali e quant’altro non è direttamente percepibile per l’uomo) – degrada se stesso al livello delle bestie, ponendole persino in un rango più elevato a quello che gli è stato destinato.

Sintesi tratta da articolo su “Il discrimine”



Taxi Driver e l'alienazione metropolitana

 "Vengono fuori gli animali più strani, la notte: puttane, sfruttatori, mendicanti, drogati, spacciatori di droga, ladri, scippatori. Un giorno o l'altro verrà un altro diluvio universale e ripulirà le strade una volta per sempre"

Debuttò in America giorno 8 febbraio del 1976 un film che definire di culto è riduttivo, interpretato magistralmente da Robert De Niro.

"Taxi Driver" è cronaca desolante del degrado della modernità, È la cronaca dell'uomo nudo, fragile, non più centrato e consumato dai e nei dedali di metropoli senza identità.

Una specie di girone dantesco dove si accavallano sagome più che individui attraverso lo sguardo penetrante della disintegrazione psicologica del protagonista.

Travis Bickle è un reduce della guerra nel Vietnam e la New York degli anni '70 (che è uguale a quella di oggi) è lo scenario dove è ambientato il capolavoro di Scorsese.

Questa cornice storica fornisce il terreno fertile per esplorare il disorientamento e l'alienazione sociale attraverso la lente di un reietto, un personaggio problematico ed emblematico, come il protagonista.

Attraverso un'atmosfera inquieta, "Taxi Driver" critica la rappresentazione eroica dei veterani di guerra. Scorsese non cerca difatti di ritrarre un eroe, bensì di esporre la sua disumanizzazione, l'alienazione sociale e la rigenerazione nella vendetta attraverso un tortuoso percorso introspettivo.

Il film è uno sguardo in profondità sulla psiche umana che diventa una potente metafora della perdita dell'innocenza del protagonista ma anche uno spaccato di una società alienante.

Alienazione, è questo il tema principale di "Taxi Driver".

Travis è come Caronte che attraversa uno Stige fosco e vaga per una metropoli che "non dorme mai".

Sempre insieme alla compagna fedele di tutti: la solitudine.

"La solitudine mi ha seguito ovunque, nei bar nelle macchine, nelle strade. Non c'e' scampo" è quello che afferma Travis mentre è a bordo del taxi che gli fa da scudo verso il mondo esterno.

Travis, insonne, si adegua suo malgrado allo stato delle cose e cerca di diventare “normale” trovando però solo corruzione, ipocrisia e violenza.

In linea con riflessioni esistenzialiste tipiche di Sartre, si descrive quindi la “nausea” di un uomo invisibile di fronte ad una realtà estranea in cui Travis imbocca (a modo suo) una via di redenzione cercando di salvare una prostituta di cui si è invaghito (una giovanissima Jodie Foster). Una via di auto sacrificio che non lo affranca ma che ne certifica il fallimento suo e dell’intera società.


                                                     OC

Alchimia, forma primitiva della chimica moderna?

È dall'illuminismo in poi che si tende più o meno generalmente a considerare l'alchimia come una delle forme primitive della chimica moderna. In questo senso, la maggior parte degli studiosi che si sono interessati alla sua letteratura non vi ha voluto vedere che le primissime tappe delle scoperte chimiche successive. Questa letteratura, è vero, non manca di trasmettere un certo numero di esperienze artigianali che attengono alla preparazione dei metalli, dei colori o del vetro e che la tecnologia moderna ci permette a volte di ricostruire; tuttavia, l'alchimia propriamente detta (“la Grande Opera” descritta dagli autori ermetici) si muove su tutt'altro terreno: nonostante le espressioni metallurgiche di cui questi autori si servono spesso, la natura delle operazioni in questione non può in alcun caso essere definita chimicamente. Dal punto di vista della scienza moderna, tali operazioni o procedimenti rappresentano un assurdo prima ancora che un'aberrazione. La conclusione che se n'è voluta trarre è che un insaziabile desiderio di ricavare l'oro abbia finito con l'affossare gli stessi alchimisti, un tempo mastri orefici, vetrai o tintori perfettamente “razionali”, in una ricerca del tutto chimerica e in cui le fantasticherie s'intrecciavano indissolubilmente a un empirismo fin troppo primitivo.

Se così fosse, l'opera alchemica dovrebbe necessariamente denunciare a ogni passo i segni dell'arbitrio e non procedere che per improvvisazioni. Ma così non è: il magistero degli alchimisti comporta evidentemente un notevole principio di unità e, lungi dal presentarsi come una volubile avventura, mostra di possedere tutte le caratteristiche di una vera e propria “arte”, cioè di una dottrina e di un metodo che si tramandano da maestro a discepolo e i cui tratti più generali (stando, almeno, al giudizio che se ne può trarre dalle corrispondenti descrizioni simboliche) si uniformano sensibilmente, diffondendosi dai tempi antichi a quelli moderni, dall'occidente all'Estremo Oriente. Un'arte sostanzialmente incongrua sarebbe dunque stata in grado di superare infiniti scacchi e infinite disillusioni per conservarsi nella continuità e nella fedeltà a se stessa in contesti di civiltà peraltro così diversi: un fatto così evidentemente improbabile non sembra tuttavia aver colpito qualcuno. Dovremmo quindi ammettere o che gli alchimisti, nel loro desiderio di autoingannarsi, si siano ostinati a coltivare un mito mille volte smentito dalla natura, o che la loro esperienza effettiva si situi su un piano di realtà che non ha nulla a che fare con quello di cui si occupa la scienza empirica moderna. Le due alternative si escludono a vicenda.

Ma non è questo il parere della moderna psicologia del profondo, che si propone di trovare nel simbolismo alchemico una conferma alla propria tesi dell'inconscio collettivo.

Secondo la tesi in questione l'alchimista proietta, nella sua ricerca che è simile a un sogno, determinati contenuti della sua anima fino a quel momento sconosciuti a lui stesso e in quel modo, pur senza averne l'intenzione cosciente, opera una sorta di riconciliazione fra la propria coscienza quotidiana o superficiale e la potenza latente dell'inconscio collettivo. Una siffatta riconciliazione fra conscio e inconscio darebbe origine a una esperienza interiore soggettivamente omologabile al magistero cui l'alchimista aspirava. Anche questo punto di vista, come già il precedente, si fonda sull'ipotesi che l'intento originario dell'alchimista fosse quello di fabbricare l'oro.

In tal modo l'alchimista viene considerato o come il prigioniero di una sorta di delirio o come la vittima della sua stessa “proiezione” immaginativa: quindi come un essere pensante e agente in stato di sogno. Spiegazione che non manca di essere seducente in quanto si approssima in qualche modo alla verità – ma per allontanarsene poi subito e irrimediabilmente! Se è vero che la realtà spirituale che l'opera alchemica si propone di rilevare è per lo più cosa di cui il non iniziato è relativamente inconsapevole (è una realtà che si cela nel più profondo dell'anima), conviene tuttavia non confondere tale “segreta profondità” con il caos del cosiddetto inconscio collettivo - anche ammettendo che un concetto a dir poco così elastico possa avere una validità oggettiva. La “fonte dell'eterna giovinezza” degli alchimisti non scaturisce affatto da un'oscura profondità psichica, ma sgorga dal

Luogo stesso da cui ha origine ogni verità extra-temporale: e se essa si nasconde all'alchimista per tutta la prima fase della sua “opera” è solo perché si situa non al di sotto dei fenomeni attinenti alla sua coscienza più quotidiana, ma al di sopra - a un livello superiore.

L'ipotesi psicologistica perde qualsiasi validità non appena ci si rende conto che i veri alchimisti non furono mai prigionieri dell'avidità o del sogno di ricavare l'oro, e che non perseguirono mai il loro fine agendo da sonnambuli o assecondando il gioco delle "proiezioni" passive dei contenuti inconsci della loro anima.

I veri alchimisti seguivano, al contrario, un metodo perfettamente elaborato e la cui espressione simbolica in termini di metallurgia - arte che consiste nella trasmutazione dei metalli vili in argento o in oro - sembra aver messo fuori strada un così gran numero di ricercatori non iniziati: il che non toglie che questa espressione sia in se stessa assolutamente logica e, se vogliamo, realmente profonda.

Fonte: tratto da “Alchimia” di T.Burckardt (Archè - Edizioni Pizeta)




Esiste ancora la borghesia?

Forse sarebbe il caso di comprendere che la borghesia come classe sociale non esiste più, e che certi modelli interpretativi della società tipici del secolo scorso non sono più adeguati a elaborare sintesi teoriche e strategie politiche efficaci. La forbice sociale si è fatta talmente ampia che, da un lato, vi si trova tutta la massa proletaria de-proletizzata, allargatasi fino a inglobare il ceto medio e i piccoli-medio proprietari, in una collettività caratterizzata dal condividere tutta la medesima cultura, stile di vita e aspirazioni, e che si differenzia al suo interno solo da diversi gradi di disponibilità economica individuale. Dall'altro lato, invece, vi sono le élite economiche e (quindi) politiche, che detengono potere e ricchezza reali, e che, nonostante siano un'esigua minoranza, determinano le linee guida e i destini del mondo, condividendo piena consapevolezza dei propri privilegi e del proprio status, in una forma di solidarietà radicale che rappresenta la versione del XXI secolo della coscienza di classe. In questo schema non trova più posto la borghesia come classe sociale e visione del mondo, improntata ai valori di un moderato conservatorismo, primato della morale e del benessere economico, stabilità sociale e senso comune. La borghesia sta alla modernità come il precariato sta al post-moderno, con il suo bagaglio di inquietudini, insoddisfazioni, irrequietezze e disagi, a malapena anestetizzati dai surrogati di benessere che il mondo dei consumi offre come briciole che cadono dalla tavola dei padroni. Brandelli e sopravvivenze di ideologia borghese si osservano solo in certi ambienti culturali di regime, che tuttavia sono agonizzanti e ormai ininfluenti, come quegli stessi ambienti che ne sono ossessionati fino alla patologia. Entrambi sono pensiero morto, anacronistico e miope. La condanna, l'irrisione, l'agitare lo spauracchio della borghesia sono un vilipendio di cadavere.




"Il deserto dei tartari" di Dino Buzzati

"Il deserto dei tartari" è l’opera più rappresentativa di Dino Buzzati.

Trattasi di un romanzo che non ha bisogno di presentazioni, è la storia dell'eterna attesa e della snervante speranza.

Ai confini del mondo, in una frontiera lontana, in una guarnigione di un impero imprecisato che presidia una fortezza dimenticata dal tempo.

Dove nessuno fa niente, nessuno agisce, tutto procede con la lentezza della contingenza militare, tutti attendono il nemico e si illudono che arrivi. A volte hanno delle folli allucinazioni, preparano piani d'attacco e strategie militari, per abbattere un presunto nemico.

Questa eterna immobilità, questa attesa, questa ripetitività, svuota sogni e speranze e induce Drogo (il protagonista della storia), non ancora trentenne, ad un'esistenza vuota in cui il tempo scorre imperturbabile, le ambizioni vengono atrofizzate e i sogni resteranno sempre nel cassetto.

Una narrazione in un terra immaginaria, ai confini del mondo, con uno scorrere del tempo sospeso in un’attesa lacerante ed oppressiva.

Un capolavoro senza tempo.

"Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l'amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita"



                                    OC

La filosofia si può insegnare? - G. Papini

La filosofia non è, come una qualsiasi scienza empirica, una cosa che si può insegnare. Una scienza è composta di fatti certi, di esperienze compiute, e di generalizzazioni provvisorie e chiunque possegga un'intelligenza media e una discreta memoria può impararla. Se dopo non manderà innanzi la scienza e non inventerà nulla di nuovo per lo meno potrà dire di sapere quella scienza e, al bisogno, potrà anche trasmettere ad altri le sue conoscenze. Per la filosofia il caso è diverso. La filosofia non è raccolta di fatti, non è registrazione di cifre, non è semplice insieme di generalizzazioni empiriche. Essa è la forma più alta dell'attività teorica dell'uomo è sforzo personale, è intuizione, creazione. Essa corrisponde, nella direzione intellettuale, a quel ch'è la poesia nella direzione immaginosa e sentimentale. Vale a dire che filosofi si nasce, non si diventa; che soltanto gli uomini di genio che filosofano si possono veramente chiamare filosofi e che c'è, dunque, un estro filosofico come c'è un'ispirazione poetica e un'estasi religiosa.

(…)

Chi s'è mai sognato d'insegnare agli altri a diventar poeti? Se pur ce ne sono stati erano di certo degli sciocchi, che non son riusciti a nulla. Si può insegnar la retorica e la metrica, ma non si può mai dare, a chi non ce l'ha, l'anima poetica. Ora lo stesso si può dire della filosofia, la quale non si può insegnare se non a quelli che son già filosofi nell'anima, che son trasportati da un impulso fortissimo antico alla ricerca concettuale del vero, e costoro, in generale, non hanno gran bisogno di maestri di carne, parlanti da una cattedra, ma vivono in compagnia dei grandi spiriti morti, leggendone e meditandone le opere. E così come è scomparsa, nelle scuole, l'abitudine d'insegnare a far versi latini, così si deve proibire che si pretenda insegnare la filosofia, la quale, per sua natura, vien concessa a quei pochissimi, i quali insegnano a tutto il genere umano per mezzo dei loro libri.

E non si dica che non si tratta d'insegnare a creare filosofie nuove ma conoscere e comprendere quelle passate, sì antiche che recenti. Giacché la filosofia, non essendo una meccanica congerie di conoscenze positive, non può essere, nonché creata, neppur compresa da quelli che non son nati per essa, e anche se costoro imparassero a memoria tutte le formule del maestro, e questo fosse pur un grandissimo filosofo, non diventerebbero spiriti filosofici.



Svendita Italia

Mentre all'ormai tradizionale summit prostitutivo politico economico di Davos discutono di una "nuova fiducia", nello stivale italico proseguono la svendita (d'altronde siamo in periodo di saldi) e lo smantellamento delle eccellenze nostrane. In questi mesi abbiamo assistito, con un governo autodefinito “sovranista”, al proseguimento di quelle politiche iniziate nei primi anni novanta. C’è stata una innegabile accelerazione in questa direzione, mancano pochi anni al compimento delle agende globali e quindi il treno, partito tanto tempo fa, prosegue la sua corsa per arrivare alla stazione 2030.

Ma entriamo nel dettaglio degli ultimi tempi: il settore industriale è ormai in mano ai colossi della delocalizzazione, il settore delle telecomunicazioni è stato svenduto a fondi di investimento (KKR), il settore energetico ceduto in percentuale (moderno piano Mattei per sanare il debito pubblico con la vendita del 4% di Eni), il settore agricolo subisce incentivi alla non coltivazione e/o vendita dei terreni (addirittura con eventuale esproprio) per il foto/agrovoltaico, oltre allo stop alle monoculture per tutto il 2024 e abbiamo anche il settore nazionale delle poste sulla stessa via dei già citati. Che dire inoltre del settore ittico? Sono anni che lo si vede in difficoltà con le strambe politiche dei cravattari di Bruxelles. Dopo aver lasciato proliferare il granchio blu che dalla Puglia è risalito in tutto l'adriatico facendo tabula rasa di gran parte dei molluschi (e non solo) che tutto il mondo ci invidia senza fare assolutamente nulla, il ministro del settore competente ha messo altra carne al fuoco:

1) l'inserimento del granchio blu nelle specie ittiche commercializzabili in Italia per aiutare gli operatori di settore a fronteggiare l'invasione di questa specie, tutto sotto il nome di sostenibilità economica per i pescatori (della serie: non abbiamo intenzione di risolvere il problema, cambiate prodotto se volete lavorare).

2) dopo che per anni la Ue ha imposto limitazioni di ogni sorta (vedi le giornate di pesca decise fuori confine), gli esecutori stanziano 74 milioni di soldi pubblici per la demolizione dei pescherecci datati sotto il nome "protezione ambientale".

Per un paese bagnato per quasi 8000 km di coste, con relative flotte di pescherecci, compiere una manovra del genere è davvero indicativo.

Detto questo, i problemi in Italia rimangono il ritorno al fascismo, l'omotransfobia, l'antisemitismo, il razzismo, la poca vaccinazione, il patriarcato e il pandoro della Ferragni, ce lo dice l'Europa!




Fabrizio De André, l'ultimo poeta

Fabrizio De André, un altro artista su cui negli ultimi vent'anni si è fiondata la "cultura sinistra" (quando parliamo di "sinistra" non intendiamo la mera categoria politica ma proprio l'aggettivo sinonimo di infausto, avverso, che ben si addice a certi ambienti). 

Così come successo con Gaber e Battiato, se ne sono appropriati gli Scanzi di turno. Non bisogna, come accade in tali contesti, idealizzarli o ergerli a guru del pensiero, ma ricordarli con sincerità per quello che realmente hanno dato.

"Io non ho nessuna verità assoluta in cui credere, non ho nessuna certezza in tasca e quindi non la posso neanche regalare a nessuno. Va già molto bene se riesco a regalarvi qualche emozione.”

Chi era davvero Fabrizio De André? Uno chansonnier? Un poeta genovese? Un cantastorie cosmopolita e contemporaneo?

Non è semplice racchiudere la personalità di De André in qualche riga. Saggio, dalla voce profonda, poeta conoscitore di vizi e virtù umane, è stato forse uno degli artisti più presenti nella memoria e nella storia collettiva della Repubblica. Questo è tanto più vero quanto strano poiché non si tratta di musica esattamente nazionalpopolare, né dalle tematiche leggere, eppure il mito De André si è diffuso largamente. Tutto questo perché egli ha saputo portare in superficie, dare un volto ed una collocazione alle emozioni, così che ognuno vi si potesse ritrovare e scoprire una parte di sé. Il suo segreto è stato il saper parlare con tutti, dall’intellettuale alla persona più umile. Tutti affascinati da quel modo di cantare, ipnotico, cullante e rassicurante.

De André si assunse l’arduo compito di raccontare la vita e con essa i sentimenti scomodi, le posizioni “sbagliate”. L’amore e la paura, l’odio ed il coraggio, in una girandola di parole, note e strumenti, utilizzando il mezzo più popolare per eccellenza: la musica.

È entrato a far parte delle nostre vite e di quelle delle generazioni future, per far riflettere sul senso della vita, della morte, della libertà, della guerra. Con occhi attenti alle sopraffazioni, agli abusi di potere, alle miserie umane, dalla parte degli umili, dei vinti, senza mai nascondere la tragicità degli eventi.

Ha sempre parlato dei suoi “amici fragili” con delicata poesia, senza abbandonarli mai. Ha donato a storie di terribile degrado, tratte spesso da fatti realmente accaduti, straordinaria dolcezza, ed una sorta di ultima ribellione.

In De André c’è la vita, la politica, la polemica, l’incubo, il sogno, il ragazzo di strada, l’aristocratico, la donna che fa la vita, il drogato, lo spirituale, l’emarginato, il lavoratore onesto, il credente, il senza Dio, l’uomo straziato dalla perdita del suo amore ed in generale tutto un ampio spettro di personalità ordinarie, mediocri, bizzarre, straordinarie, descritte con stile pungente ma confidenziale.

Era l’11 gennaio 1999 quando Fabrizio De André morì e ai funerali Fernanda Pivano disse una semplice verità: “se ne va l’ultimo poeta”.



                                                                    OC


Edgar Allan Poe, pioniere del Decadentismo

 Il 19 gennaio 1809 nasceva a Boston Edgar Allan Poe.

Poe il maledetto, il cantore delle tenebre umane, del macabro, della poesia notturna, degli incubi.

Poe lo scrittore che ebbe grazie all’opera divulgativa di Baudelaire la giusta eco anche in Europa.

Poe lo scrittore incontrato in età adolescenziale.

Poe lo scrittore che recava in sé la tenebra poiché alla fine era lui stesso le tenebre.

Poe il cesellatore di un nero che dominava il cuore e l’anima.

Poe che avrebbe potuto lasciarsi invadere passivamente da questo nero: ma con un coraggio che non abbandonò mai seppe osservarla questa tenebra, la rappresentò e la descrisse.

Poe lo scrittore che con i suoi sensi morbosamente sottili e acuti sentì gli strepiti dell'Inferno, il battito di un cuore morto, i nervi sovreccitati, dilatati, isterici.

Poe lo scrittore che buttò uno sguardo prolungato all'infinito e fece in modo di dilatare queste sensazioni nei suoi scritti. Strappando la forza dai sogni della notte, dai sogni a occhi aperti, dagli incubi della follia e dell'alcool, dal delirio della morfina.

Poe lo scrittore che sapeva che la via dei sensi e dei nervi, accortamente sfruttata, ci conduce verso ogni altrove, verso ogni mistero, enigma o nodo metafisico.

Poe lo scrittore che possedeva un'intelligenza prodigiosa: insieme esatta e inafferrabile, architettonica e paradossale.

Poe lo scrittore che analizzava nei suoi racconti la presenza delle figure dell'inconscio, che vengono imperfettamente alla luce, ancora bagnate dall'oscurità dalla quale escono, e che non trascurava la complessità che questi impulsi assumono.

Poe lo scrittore pervaso da una volontà di indagine portata avanti usando gli archetipi della mente: come quelli del vortice, del pozzo, del doppio, del mortale pendolo del tempo, della cantina o della bara chiusa, dalla quale, forse, non potremo mai più uscire.

Poe lo scrittore che si pose in modo disincantato ed arrendevole verso il senso del mistero, dell’insondabile e del non conosciuto.

Poe lo scrittore che viene riconosciuto in modo inequivocabile, con il suo romanticismo esasperato, un pioniere del Decadentismo e, con la sua lirica delirante ed accesa, fu l'iniziatore del malessere che si sarebbe diffuso molto più tardi nella civiltà europea.



Tolkien, liberi di “riveder le stelle”

"Mi chiedo (se sopravviveremo a questa guerra) se resterà una piccola nicchia, anche scomoda, per gli antiquati reazionari come me.

I grandi assorbono i piccoli e tutto il mondo diventa più piatto e noioso. Tutto diventerà una piccola, maledetta periferia provinciale.
Quando avranno introdotto il sistema sanitario americano, la morale, il femminismo e la produzione di massa all'est, nel Medio Oriente, nel lontano Oriente, nell'Urss, nella pampa, nel Gran Chaco, nel bacino danubiano, nell'Africa equatoriale, nelle terre più lontane dove ancora esistono gli stregoni, nel Gondhwanaland, a Lhasa e nei villaggi del profondo Berkshire, come saremo tutti felici.
Ad ogni modo, questa dovrebbe essere la fine dei grandi viaggi. Non ci saranno più posti dove andare. E così la gente (penso) andrà più veloce. Il colonnello Knox dice che un ottavo della popolazione mondiale parla inglese e che l'inglese è la lingua più diffusa.
Se è vero, che vergogna, dico io. Che la maledizione di Babele possa colpire le loro lingue in maniera che possano solo dire "baa baa". Tanto è lo stesso.
Penso che mi rifiuterò di parlare se non in antico merciano ma scherzi a parte: trovo questo cosmopolitismo americano davvero terrificante"

Tolkien è sempre stato ritenuto un autore “minore” dai “sinistri”, quelli occupati solamente a discutere di immigrazione, scontri di piazza e lotte salariali. Fu pesantemente osteggiato dagli anni settanta fino a quasi tutti gli anni novanta del secolo scorso, dalla famosa intellighenzia di sinistra, quel potere culturale che creava (e crea) un conformismo critico fomentando pregiudizi ideologici.

D’altronde era un autore che si occupava di fantasy, un genere minore per costoro, rivolto prevalentemente a soggetti che preferiscono rifugiarsi in castelli di fantasia dal momento che sono incapaci di affrontare il mondo e la vita.

Poi improvvisamente ecco la riabilitazione, ma  solo come bravo autore di "storielle".

La realtà è che Tolkien è stato una mente ALTA, che aveva capito molto bene la direzione in cui stava andando il mondo, ovvero verso un ammasso di popoli senza identità. Masse informi sarebbero avanzate come una specie di blob senz'anima e storia. Popoli sradicati sarebbero stati sacrificati sull'altare del consumismo capitalistico e sulla pira della voglia apolide e promiscua del comunismo internazionalista.


Tolkien ha dato rappresentazione di quel mondo della Tradizione descritto da Guenon, Evola, Coomaraswamy, Eliade e Schuon.
Un mondo dove la Natura, il Mito, i Valori, il Coraggio, la Fedeltà, l’Amore, il Sacrificio si sostituivano alla storia e all’ideologia del tempo presente. Egli introdusse la dimensione magica e arcana nello scorrere profano del nostro quotidiano.
Una dimensione che non era un mero bisogno di esotismo o di rivoluzioni improbabili, ma la riscoperta di un "altrove" che era fuori non solo dal tempo occidentale capitalistico ma anche da quello apparentemente antitetico della sinistra materialista.

Tolkien ha ridato linfa ai racconti del passato collocandosi in un tempo altro, in una dimensione parallela, ripescando e riproponendo vecchie epopee presenti nel nostro substrato come il ciclo del Graal, re Artù, il Kalevala finnico e persino pescando nel cammino iniziatico della Divina Commedia.
Il sacro si incontrava col santo, il mito con la storia.

E se a distanza di tempo, l’opera tolkeniana, al contrario dei miti della sinistra o dei miti in genere moderni, che si sono estinti o morti di auto combustione, continua a fare proseliti, ad affascinare e a conquistare, il motivo è molto semplice.
Continua perché il senso del Mito abita in ognuno di noi, nelle nostre anime.
Alcuni possono sopprimerlo ma non possono cancellarlo.
Perché alcuni, e non solo alcuni, si sono resi conto che “abitare” in una sola “dimensione” non è una condizione naturale.
Si sente il bisogno, o magari solo la percezione, di altro. Di un mondo reale e non artificioso, Un mondo non dominato dalla tecnica, dall’utile e dall’economia. Un mondo dove innalzare la trascendenza da opporre ad un presente sconfortante. Una ricerca della metafisica dove regna la fisica e lo scientismo. Un bisogno forse elementare ma vitale.
Per confrontarci con l’insondabile, con l’immaginazione ed il sogno. Per essere liberi di “riveder le stelle”.


OC



Rino Gaetano, rivoluzionario dimenticato

Irriverente, dissacrante, fuori dagli schemi, rivoluzionario, profondo, disincantato: tutto questo, e molto altro, era Rino Gaetano, vera e propria mosca bianca nel panorama, sovente piatto ed omologato, del cantautorato italiano. Troppo spesso colpevolmente dimenticato da pubblico e critica, l'autore crotonese, ma romano d'adozione, ci offre tra la metà degli anni '70 sino alla sua tragica e controversa morte avvenuta nel 1981, una discografia variopinta, poliedrica, ossimorica, alternando, con straordinaria disinvoltura, leggerezza ed impegno civile, tradizione ed innovazione, toccando, con il suo particolare stile, le tematiche più scottanti caratterizzanti quegli anni tumultuosi, donandoci testi mai banali, pungenti, sagaci, che puntano diretti alle papille gustative esistenziali di chi si approccia all' ascolto dei suoi brani. Sempre schierato dalla parte degli ultimi e pronto a denunciare attraverso la sua musica malcostumi e vizi dell'epoca, mettendo nel mirino giornalisti, politicanti, falsi perbenisti e personaggi pubblici, Rino Gaetano è sicuramente un "figlio unico" del suo tempo. Un autore completo, uno straordinario paroliere, da riscoprire e rivalutare necessariamente, sfruttando con consapevolezza la sua eredità artistica, incarnante un'utilissima chiave di lettura per un'analisi critica e disillusa del nostro presente.




Domande al Presidente Mattarella dopo il discorso di fine 2023

A seguito della consueta emorragia retorica di fine anno, vorremmo chiedere al nostro beneamato Presidente:

1. Come si coniuga, ad esempio, l'elogio e l'appello alla pace con l'invio di armi a nazioni belligeranti, l'assenza di sanzioni a nazioni che fanno stragi di civili, l'astensione dal voto per risoluzioni ONU in vista del cessate il fuoco? In pratica con il finanziamento e l'incoraggiamento alla guerra?

2. Come si sposano le denunce delle condizioni disastrose della sanità e della mancanza di lavoro dignitoso e sicuro, con decenni di scelte politiche volte allo smantellamento dello stato sociale e improntate alla promozione del più cinico liberismo economico?

3. Gli appelli all'unità e alla solidarietà sociali sono compatibili con la discriminazione sanitaria degli ultimi anni, con la recente promozione del conflitto tra sessi e la stigmatizzazione del maschile, nonchè la censura e la condanna di qualsiasi autentica diversità ideologica? L'elogio dei diritti umani e costituzionali (che il Presidente è chiamato a tutelare) è compatibile con le politiche dei governi italiani degli ultimi anni?

4. Il ritiro giovanile da politica e impegno sociale, nonchè la disillusione, l'apatia, la vacuità delle nuove generazioni, possono considerarsi correttamente avversati delle scelte fatte in materia di educazione pubblica, deresponsabilizzazione del ruolo delle famiglie nell'educazione dei giovani, promozione da parte dello Stato di modelli sociali e tipi umani improponibili e deleteri?

5. Infine, la distruzione della millenaria tradizione cattolica attraverso il veleno del modernismo può essere definita come opera di "instancabile magistero"?