Il fatato mondo delle elezioni

Poltrone, vitalizi, stipendi d'oro. Popolarità, agevolazioni, soldi da spartire, benefici inimmaginabili di cui godere, fette di torta da azzannare con avidità, come golosi bambini lasciati soli un una pasticceria ricolma d'ogni leccornia, senza commessi dietro al balcone, dove il padrone, dallo sguardo aquilino e severo, è assente. Questo è ciò che abbiamo donato loro, nel dorato e fatato mondo della "democrazia". Un' opera degna di Hieronymus Bosch, un tripudio di grottesche figure che si accalcano, sgomitano, sudano, si muovono sinuose, maestre nell'arraffare, prodigiose nell'arte di confondere, mistificare, del dir tutto per non dir niente. Ed in cambio cosa abbiamo avuto? Illusioni. Inganni. Facili slogan, piazze preconfezionate animate da guitti indegni di un teatro di provincia. Della giustizia, del benessere, della prosperità, dell'equilibri sociale, della tutela della" salute" pubblica e dei più bisognosi che promettono senza pudore alcuno e senza vincolo di mandato, neanche l'ombra, nessuna traccia pervenuta. Se c'è una lezione di cui dobbiamo far tesoro, data da questi due anni e più di delirio assoluto e di caos organizzato è che tutto è posto in essere per cambiare, affinché non cambi nulla. Che siamo dinnanzi ad una grottesca commedia, a cui ci chiedono di prender parte come pubblico pagante, indottrinato, che plaude e fischia a comando, che si crede protagonista, ma è misera comparsa. Pochi punti chiari, salienti, precisi debbono perciò esser scolpiti nella roccia, rappresentata dal nostro spirito, oramai forgiato dalla battaglia per l'ovvio e la quotidianità perduta che combattiamo senza sosta: nessuno verrà a salvarci. La resistenza va costruita ogni giorno nel quotidiano, mattone dopo mattone, non sperando in condottieri dalla spada lucente e dal cavallo bianco. Se proprio dobbiamo prendere parte alla farsa elettorale di questo disperato carrozzone democratico, attaccato senza pietà ai suoi privilegi e schiavo di poteri sovranazionali, che lo si faccia con intelligenza, lungimiranza e freddo calcolo, senza aspettarsi nulla di nuovo. Le idee, la bellezza, la libertà che si estrinseca, nella sua forma più pura, con la reale "partecipazione", albergano altrove.




Il mondo nuovo di Aldous Huxley

Cosa accadrebbe se il mondo fosse governato da una spietata élite guidata da una idea di utilitarismo portata all'esasperazione? In che dimensione ci proietterebbe la rinuncia aprioristica ai sentimenti, alle passioni, allo sviluppo naturale ed incondizionato della vita? Una risposta, più che mai esaustiva, la troviamo nella distopia di Aldous Huxley, "Il mondo nuovo". Scritto nel 1932, il romanzo, ambientato nell'anno 632 dell'era Ford (corrispondente al 2045 secondo il nostro calendario), narra di un lontano futuro in cui la società è organizzata secondo rigidi schemi produttivi, improntata su uno sviluppo industriale fine a sé stesso atto a garantire stabilità ed una illusoria prospettiva di ordine ed artificiosa felicità. Gli esseri umani, generati in provetta e conseguentemente suddivisi in caste, sono creati ad hoc per svolgere compiti ex ante assegnati, senza possibilità di scelta: gli alfa, tarati su un livello superiore di intelligenza, destinati a posizioni apicali ed ad alte cariche; gli intermedi beta, gamma e delta ed infine gli epsilon, progettati per la bassa manovalanza, dotati di scarse qualità intellettive, vera e propria carne da macello per le catene di montaggio, indottrinati come automi per svolgere un lavoro ripetitivo e meccanico che caratterizzerà la loro intera esistenza. In questo mondo non esiste guerra, o malattie e la morte sopraggiunge quando non si è più produttivi, in strutture dove si somministra la "soma", droga di stato utilizzata per surrogare felicità ed emozioni, in dosi letali. Personaggi principe del testo sono il creato in provetta Bernardo Marx ed il Selvaggio, nato naturalmente in una riserva dove si applicano, a fini scientifici, ancora le regole del vecchio mondo. Quest'ultimo, portato da Marx nella "civiltà", non riesce ad integrarsi. Si innamora, corrisposto, di una giovane donna, ma le differenze abissali tra i due condurranno i protagonisti verso un drammatico finale. 

Visionaria, potente, evocativa, terrificante ed al contempo affascinante, l'opera di Huxley trascina il lettore su una vera e propria macchina del tempo, mostrandogli, con dovizia di particolari ed attraverso prospettive solo in apparenza improbabili e futuristiche, in che crudi  scenari potremmo trovarci se cediamo alle lusinghe del capitalismo più sfrenato ed a logiche produttive di profitto esasperate, nemiche del benessere psicofisico e del corretto sviluppo umano, atte soltanto al mero controllo ed al bieco indottrinamento delle masse, composte da esseri oramai storditi, influenzabili ,"non viventi", a cui sono recise ab origine libera scelta e spirito critico. Un testo unico, attuale, vigoroso, a tratti profetico, che apre una vera e propria breccia di luce nella coscienza di chi si inoltra nelle sue straordinarie pagine. Un vero e proprio monito, che travolge l'anima, che smuove le papille gustative esistenziali, che lancia un appello disperato contro la riduzione dell'essere umano in mero tassello di un ingranaggio, disposto a sacrificare la propria natura in nome di un'effimera felicità e di falsi miti di evoluzione e progresso.

“Uno Stato totalitario davvero efficiente sarebbe quello in cui l'onnipotente potere esecutivo dei capi politici e il loro corpo manageriale controllano una popolazione di schiavi che non devono essere costretti ad esserlo con la forza perché amano la loro schiavitù.” 




Disintossicazione

Ore 20.00. Le televisioni degli italiani sono sintonizzate sui TG. Volti plastificati, rassicuranti, abbronzati, truccati, dai sorrisi di porcellana, impreziositi da fini ed eleganti abiti di sartoria, ci raccontano l'attualità. Musiche accattivanti che innalzano la tensione, titoloni mozzafiato...la grande giostra è pronta a partire. La scaletta è serrata. Immagini penetranti, forti, dure, che non lasciano indifferenti neanche i cuori più imperturbabili, sono sparate senza pietà alcuna in prima serata e si alternano, come se nulla fosse, con feste, tormentoni, concerti, estate, ottimismo, falsa ripartenza economica. Guerra, carestia, siccità, emergenza, inflazione, pandemia, contagi in rialzo, omicidi, poi ancora guerra, razionamenti, la faccia del premier e dei suoi vassalli, Europa, Stati Uniti, aperitivi, vacanze, calciomercato, inviati dal fronte ucraino, inviati dalla riviera romagnola, ginnastica in spiaggia, consigli per i saldi. Se c'è uno specchio fedele del delirio mascherato da normalità che viviamo sulla nostra pelle è, senza dubbio alcuno, rappresentato dai telegiornali. È proprio lì, in quel frullatore impazzito che mescola notizie d'ogni sorta, in quei contenitori riempiti con informazioni disomogenee scoccate come frecce nel cranio del malcapitato spettatore, che alberga e prolifera il falso travestito da verità del nostro tempo, dove si altera con dolo la realtà per modificarne la percezione, in cui si affoga la coscienza nel liquame profumato alla meglio della disinformazione a buon mercato. 

Disintossicarsi da questo veleno è più che mai essenziale. Ritrovare il contatto con la nuda verità ogni giorno, senza veli, senza artifizi, senza intermediari del terrore e del superfluo, è la chiave per comprendere a fondo la grottesca commedia a cui stiamo prendendo parte. Spegnerli, oggi più che mai, è un atto dovuto. Un gesto di rispetto, imprescindibile, verso noi stessi ed il nostro intelletto. 



Note sul tema dell'aborto

L' aborto è una scelta dolorosa e una pratica altamente traumatica per molte persone che vi ricorrono, non vogliamo formulare alcun genere di giudizio morale su chi ha abortito volontariamente. Per noi nessuna questione morale ha senso se non è posta a partire da dei principi che la orientano; è appunto sui principi che ci interroghiamo. Tutto il resto viene dopo e di conseguenza, e l'ordine del discorso, dal nostro punto di vista, non può essere invertito.

1. Prendiamo atto che per molti, data la legge, la questione è chiusa e non si ritiene opportuno alcun commento o dialogo. Non abbiamo obiezioni: sappiamo che esiste una legge, ma questo non ci impedisce, né impedisce a nessuno, di continuare ad interrogarsi sul problema, malgrado il fastidio che ciò può provocare ai più radicali sostenitori. Allo stesso modo, accusarci di “filosofeggiare” o ricorrere a “supercazzole” al fine di delegittimare ciò che scriviamo, ci lascia indifferenti: se per qualcuno cercare di ragionare è ozioso, o non ha pazienza e risorse per farlo, che si dedichi pure ad altro. La nostra via è, al contrario, cercare di capire ponendo questioni ed esercitando la ragione critica, anche quando l'argomento è considerato sensibile o tabù. Qualcuno ha sostenuto che le domande e le loro formulazioni fossero tendenziose. Lo sono nella misura in cui esprimono la prospettiva e l'ordine del nostro interrogarci, e pongono una gerarchia dei punti che consideriamo fondamentali, ossia l'umanità e i diritti del feto in primis, e successivamente le possibili conseguenze politiche e sociali di una definizione arbitraria di umanità. Siamo consapevoli che esistono molte altre domande e prospettive possibili, ma questa è stata scelta perché ci sembra quella che punta maggiormente al cuore del problema.

2. L'argomento più citato dai sostenitori dell'aborto è il noto adagio, cavallo di battaglia del femminismo, sul diritto inalienabile della donna a decidere del proprio corpo. Questa assunzione meriterebbe una discussione puntuale, ma ci limiteremo solo ad alcune note, anche perché in genere chi lo sostiene non è interessato a discuterla. In sostanza, si tratta di uno slogan retorico, ideologico e sostanzialmente privo di significato senza un contesto adeguato. È indiscutibile che la donna, come l'uomo, abbia il sacrosanto diritto a decidere del proprio corpo; ciò di cui si dibatte, infatti, non è questo, ma se tale diritto possa essere esercitato a scapito di un altro essere   umano. Di qui la necessità di determinare se il feto sia un essere umano o meno, o quando lo diventi. L'inconsistenza dell'argomento è palese laddove si rifletta sul fatto che, ammesso che si consideri il feto un essere umano, almeno metà dei feti abortiti sono “corpi di donna” a cui si sottrae qualsiasi diritto di autodeterminazione. Di passata, inoltre, è indispensabile far notare che l'essere umano non si riproduce per partenogenesi, quindi, a rigore, nel ventre gravido non è presente solo la madre, ma anche il padre; aspetto, quest'ultimo, le cui implicazioni i sostenitori dell'argomento tendono a trascurare e a disconoscere. Sia quel che sia, il tema della gravidanza è comunque un argomento destinato, ironicamente, a perdere l'egemonia femminista: la teoria del gender che si sta imponendo progressivamente, infatti, sottrarrà al femminismo il suo cavallo di battaglia, non potendosi più affermare la maternità come prerogativa femminile, e si passerà ad un più generico (e zootecnico) diritto all'autodeterminazione del ventre gravido. Come per altre battaglie ideologiche, il femminismo, dopo essere stato un'utile base di consenso militante, sarà anche stavolta sconfessato e scaricato dai padroni del discorso, i quali prediligono in questa fase il più avanzato orizzonte genderista.

3. Troviamo poco convincente l'argomento secondo cui la legalizzazione dell'aborto sarebbe necessaria per arginare i rischi legati alla clandestinità e all'illegalità. Nei paesi in cui l'aborto è illegale, lo è perché lo si considera un crimine a partire da un quadro etico e normativo di riferimento. In genere, un crimine non si affronta rendendolo legale, ma estirpandolo o punendolo. Sarebbe come dire che siccome la gente viola frequentemente i limiti di velocità, i limiti di velocità andrebbero alzati. Che vi sia un rischio sanitario nell'abortire clandestinamente, che tale rischio sia maggiore per i poveri che per i ricchi, che l'aborto sia da sempre praticato a prescindere che sia considerato lecito oppure no, è sicuramente vero, ma non ha pertinenza con le domande poste, né con il piano del discorso su cui ci si sta interrogando.

4. Varie proposte sono state formulate per stabilire il limite tra umano e non umano (attenzione: non abbiamo parlato di vita in generale, ma di essere umano portatore di dignità e diritto). Facciamo notare che collegare univocamente l'umanità alle facoltà senzienti e razionali, o alla piena funzionalità psico-motoria, rende per definizione anziani, disabili fisici e psichici, nonché molti ammalati, non umani. Serve ricordare dove conduce questa linea di pensiero? Più coerentemente altri hanno indicato la nascita del bambino come criterio di demarcazione. Anche in questo caso, però, si sollevano quesiti ineludibili: ad esempio, un bambino nato prematuro di otto mesi in che cosa sarebbe più umano di un feto di otto mesi nel grembo materno? Altri hanno scritto che la questione è irrilevante, o che in tale materia è possibile e opportuno ricorrere a una convenzione o a un compromesso. Ci sentiamo di dire che la questione secondo noi è altamente rilevante, visto che permette di distinguere l'omicidio (anche se legale e socialmente accettato) dall'intervento chirurgico.

Concludiamo queste brevi note ricordando che non abbiamo alcuna pretesa di insegnare a qualcuno cosa sia giusto o sbagliato. Esso dipende, infatti, dalle assunzioni che una persona fa proprie e dai principi che riconosce. Assunzioni e principi possono essere discussi ma non dimostrati, e la scelta che uno fa in merito ad essi dipende essenzialmente da fattori extra-razionali. Al netto di questo, tuttavia, consideriamo doveroso comprendere dove portano le assunzioni e i principi che si sposano, e a partire da ciò, farsene carico responsabilmente. Dal nostro punto di vista, definire arbitrariamente cos'è un essere umano, apre a indefinite possibilità di riduzione del debole e dell'indifeso a pura materia inerte a disposizione di coloro che godono, invece, del riconoscimento sociale alla piena umanità. Le potenziali applicazioni di questo principio sono a dir poco terrificanti, e temiamo che molti stentino a rendersi conto che, come per altre battaglie analoghe, anche in questo caso quella che viene presentata come una lotta per i diritti, rischi di rivelarsi il più insidioso dei cavalli di Troia.



Italia 2032

Italia, ottobre 2032.

Il premier in carica è pronto per la conferenza stampa. L'atmosfera è pesante, la tensione si taglia con il coltello. I giornalisti, mascherati ed accalcati nella sala adibita all'evento, sono in fibrillazione, in trepidante attesa delle parole che il primo ministro rivolgerà all'intera nazione, all'Europa unita, al mondo tutto. Flash, parole pronunciate sottovoce, ipotesi che si rincorrono come rondini nel cielo primaverile, indiscrezioni... tutto è pronto, il momento è della massima delicatezza. All'improvviso il silenzio. L'uomo, sull' ottantina, elegante, sguardo asettico, calmo nonostante le circostanze, leader indiscusso del Paese, sta per iniziare il suo discorso. Al suo fianco il ministro della Salute: un individuo magro, senza carisma, dagli occhi incavati, dall'aspetto spettrale, con il volto coperto da una ffp2 ed il colorito pallido, dall'espressione sofferente e preoccupata. Dopo aver testato il regolare funzionamento del microfono, con un ticchettio ritmico delle dita magre sullo stesso, il premier da inizio alle danze, rivolgendosi con tono paternalistico ai suoi concittadini.

“Cari Italiani, innanzitutto volevo ringraziarvi a nome di tutti i componenti dell'esecutivo, delle più alte cariche dello Stato e delle forze armate, dei medici e degli infermieri impegnati in questa estenuante lotta per la vostra salute, degli sforzi e dei sacrifici compiuti finora per contenere il diffondersi del virus. Purtroppo, però, siamo spiacenti di comunicarvi che la guerra, malgrado tutto, non è ancora vinta. L' allentamento delle restrizioni per l'estate ha comportato un netto peggioramento delle condizioni generali. Lascio perciò la parola al ministro, che ci illustrerà la situazione più nel dettaglio.”

“Grazie presidente.. Signori, l'indice rt continua a salire, nonostante la decima dose somministrata alla quasi totalità della popolazione italiana, che comunque ha salvato milioni di vite. Gli ospedali cominciano ad essere di nuovo sotto pressione, le terapie intensive registrano un sensibile aumento, i contagi si moltiplicano, una nuova variante è all'orizzonte. Vi preghiamo vivamente, quindi, di effettuare il richiamo aggiornato. A tal proposito il green pass sarà di nuovo rafforzato e l'ingresso nei luoghi di lavoro, di svago, sui mezzi pubblici e nelle scuole sarà riservato, come di consueto, soltanto ai cittadini vaccinati. Nei luoghi chiusi tornano le ffp2, all'aperto, in caso di assembramento, le chirurgiche. Seguite le regole, credete nella scienza e conviveremo in tranquillità col nemico invisibile. Grazie.”

“Ringrazio il ministro”.. la voce, quasi sibilante del premier, penetra nelle orecchie dei presenti, “aggiungo soltanto che dobbiamo impegnarci di più per esportare la democrazia, per difendere la libertà, per contrastare anche l'emergenza idrica, energetica e climatica che ci tedia oramai da oltre un decennio. A tal proposito, il green pass sarà dunque ricollegato ai consumi, delineando i limiti entro i quali si potrà usufruire di acqua ed elettricità, pena la sua immediata revoca. Le risorse saranno pienamente a disposizione soltanto di chi ha completato, come da programma, il ciclo vaccinale richiesto. Grazie per la collaborazione”

Un lampo, e poi un tuono, frantumano lo strano equilibrio, intaccando il granito della sala stampa. Uno spiffero, proveniente da una finestra lasciata incautamente aperta in fondo alla stanza, fa ondeggiare, in maniera impercettibile, il tricolore italiano e la bandiera dell'Europa, quasi fossero i protagonisti di una macabra danza, poste in bella vista alle spalle del primo ministro e del suo delfino. Mentre la pioggia inizia a cadere copiosa, battendo sui vetri e sulle tapparelle dell'edificio governativo, un grande applauso conclude la conferenza, come al termine dell'ultimo atto di una commedia, in cui si invoca il bis e si celebrano gli attori. Non una domanda, non un contraddittorio.

" Ah dimenticavo.." la bocca del premier si riavvicina nuovamente al microfono, assumendo, tra le rughe intorno alle labbra, un ghigno di soddisfazione “ancora un piccolo sforzo e ne saremo fuori...più forti e coesi che mai".



Riflessioni sul tema dell'aborto

In questi giorni, a seguito di una recente e ben nota sentenza della Corte Suprema americana, il tema dell'aborto è tornato ad essere ampiamente discusso dall'opinione pubblica. Noi di WI siamo favorevoli ad un serio e trasparente dibattito sulla questione, e per questo proponiamo alcuni spunti di riflessione indispensabili, a parer nostro, per una corretta e onesta posizione del problema.

1. Esiste un criterio oggettivo, scientifico e condiviso, per determinare a partire da quale momento dello sviluppo embrionale il feto non può più essere considerato un semplice aggregato di cellule, ma diventa riconoscibile propriamente come essere umano portatore dei diritti essenziali che riconosciamo a tutti gli esseri umani?

2. In assenza di un tale criterio, siamo consapevoli del fatto che una sua definizione su base arbitraria, è di fatto una definizione arbitraria di cos'è un uomo, con tutto ciò che questo comporta sulla sfera politica e del diritto?

3. In base al punto 2, siamo consapevoli che così ci si espone al rischio di ammettere che la definizione di essere umano e del suo diritto alla vita e all'autodeterminazione non sono più principi assoluti, ma affidati a processi decisionali contingenti e strumentalizzabili?

4. In che modo porre il primato all'autodeterminazione della madre, in attesa che si dimostri in maniera oggettiva che il figlio non è un essere umano, non è porre il principio che, in base a valutazioni contingenti ed arbitrarie, alcune categorie umane possano decidere a proprio vantaggio della vita di altre categorie umane (o considerate non completamente umane, o solo umane in potenza, o non definibili come umane secondo le categorie del momento)?

5. È sbagliato affermare che se non sappiamo definire in modo scientifico, oggettivo e condiviso lo statuto non umano del feto fino a un certo grado di sviluppo, ma legittiamo l'aborto su basi arbitrarie, rendiamo anche la definizione di omicidio fluttuante e indefinibile? (Ad esempio, oggi potrebbe essere definito omicidio ciò che domani, sulla base di altri criteri arbitrari, non lo sarà.)

6. In base a quale quadro di riferimento etico e a quale idea di diritto il principio di autodeterminazione della madre sul proprio corpo avrebbe priorità sul diritto alla vita del figlio? Perchè questo principio, una volta posto, non può essere esteso, ad esempio, anche a fasi post-natali?

7. In che modo lo stato di sub-umanità di un feto di alcuni mesi non può essere assimilato a quello di certi gradi di disabilità o senilità? Che cosa ci impedisce di estendere a tali categorie il primato all'autodeterminazione di altre?

8. Che fine ha fatto in questo caso l'adagio "la tua libertà finisce dove inizia la mia"?

Evidentemente per alcuni non vale quando non sono disposti a riconoscere la piena umanità all'altro. O vale solo quando la libertà è la loro e non quella del feto nel grembo materno. Oppure per molti non ha mai significato nulla, e allora bisognerebbe vergognarsi di averla pronunciata.




Nuova rivoluzione industriale

Nel mutamento impetuoso dei paradigmi economici caratterizzanti questi ultimi decenni, accelerato a dismisura da una “pandemia” eretta a causa scatenante d’ogni sconvolgimento, in realtà, ex ante concordato, risiede non soltanto la volontà di rimodellare il mercato del lavoro e ridistribuire spietatamente il flusso della ricchezza, evitandone il frazionamento, ma di riplasmare l’uomo, di creare un vero e proprio archetipo d’individuo funzionale a nuove dinamiche e scopi. Già, perché se si parla oggi apertamente e con insistenza di “nuova rivoluzione industriale”, bisogna comprendere quanto essa sia in primis una rivoluzione antropologica, un riassetto comportamentale e mentale strettamente correlato a quello professionale, che ingloba in tutto e per tutto l’aspetto lavorativo. 

In quest’ottica, appare chiaro come la mortificazione della piccola e media impresa, vessata da un regime fiscale opprimente, da chiusure e restrizioni prima e da rincari energetici e delle materie prime poi, il progressivo scomparire dentro la nube tossica d’un falso progresso di arti, mestieri e tradizioni, le università trasformate sovente in maxi “parcheggi” dove trovano terreno fertile conformismo ed ogni sorta di bestialità governativa, siano il segnale lampante ed inequivocabile del violento processo in atto, di una precisa e chiara volontà di decostruzione e ricostruzione, del ferreo intento d’indirizzare scelte professionali, di saturare interi settori per peggiorarne le condizioni contrattuali, di distruggerne altri mediante politiche volutamente scellerate, contrarie al loro sviluppo ed espansione, di ridisegnare modi di pensare e d’agire. 

Il risultato, cercato e voluto, è quello di creare una generazione molle, disossata, incapace di essere artefice del proprio destino, spaventata, prona, pronta alla supina accettazione d’ogni diktat, priva di spirito critico, quasi inadatta all’esistenza reale, che non sa ergere un muro, coltivare la terra o fare il pane, ma è inchiodata ad un metaverso alienante che fagocita e mescola lavoro e vita privata, impedendo così la visione completa dei fatti e filtrando la realtà tanto da fonderla con l’artifizio. Pensare che tutto ciò sia solo frutto di eventi catastrofici ed imprevedibili, di crisi o dell’oscillare incontrollato di un mercato impazzito e governato da leggi quasi metafisiche, sfuggenti perciò al dominio umano, è da ingenui. Ogni tassello, oggi, trova de facto il suo posto, incastonato in un pantagruelico mosaico raffigurante il declino travestito da evoluzione dei nostri tempi. 

   

Il falso è tutto

Nel nostro tempo, polveroso e pacchiano teatro dove i palcoscenici social e televisivi la fanno da padrone, le idee e le opinioni divengono uniche, granitiche, massificate per plasmare le persone, renderle deboli, influenzabili, facilmente controllabili, convertirle in merce di scambio, in algoritmi, in consumatori compulsivi. L'overdose di dati a cui siamo sottoposti, gli shock visivi, le immagini penetranti, taglienti come rasoi, inquinano il dibattito che diventa vuoto, scolorito, tossico, come una nube che cela la verità, come un nero sudario in cui è avvolto un corpo che è ancora vivo, ma non sa più di esserlo, che vela gli occhi, tappa la bocca, affanna il respiro. Ciò che viene affermato da influencer ed opinionisti, da conduttori e giornalisti, da politici e massime autorità dello Stato, viene negato poi dagli stessi, per essere di nuovo affermato, in un frullatore d'informazioni che mescola la verità e la menzogna in un cocktail micidiale che avvelena l'anima, confonde le acque, che inchioda in un universo in cui è sempre più difficile distinguere tra realtà ed artifizio, tra giusto e sbagliato, tra sonno e veglia.

Se c'è una lezione da imparare, pena l'oblio, osservando con distacco quasi clinico questi anni bui di delirio assoluto, è che basta pochissimo per controllare un popolo. Non serve, quasi mai, il ricorso alla violenza, ma basta semplicemente convincerlo di essere libero, di compiere in maniera indipendente e scevra da condizionamenti le proprie scelte. È sufficiente, infatti, orientarne vizi, convogliarne entusiasmi, soffiare con zelo sul fuoco di ataviche paure, per recidere ex ante ogni forma di ribellione, ridicolizzare il dissenso, per trasformare la sua stessa esistenza in una grottesca commedia dove è relegato al ruolo di misera comparsa, in cui ogni pensiero o ragionamento divengono banali, elementari, scarni, poveri di contenuti, tendenti ad un superfluo travestito da necessità, dove il tutto è falso, ed il falso è tutto.




Distanziamento dell'essere

La società del nostro tempo cavalca l’onda del distanziamento fisico-sociale per allontanarci mente e corpo gli uni dagli altri. Tale distacco appare un evento inedito, totalmente immerso nella narrazione pandemica, da farci dimenticare che questa postura antropologica ha il suo punto di origine in un’epoca più lontana. La pratica del distanziamento è la continuazione su scala sociale della rivoluzione tecno-scientifica intrapresa nella prima modernità. È in quel punto cruciale che comincia inesorabilmente a sparire il reale, inteso in quanto datità ontologica, generando un graduale e irreversibile moto di allontanamento dei soggetti dal mondo, dei soggetti dai soggetti, del soggetto da sé stesso.

La rivoluzione scientifica, nonostante la forza propulsiva di affrancamento dalla cultura dogmatica ed elitaria tipica delle società pre-moderne, fin dalla nascita portava con sé il germe di un processo, ancora in atto, di tecnicizzazione della realtà, che ha come esito una concatenazione di effetti collaterali sul rapporto tra soggetto e mondo. La tecnica ha permesso all’uomo di migliorare la propria condizione di vita prolungando il suo corpo oltre la materialità di cui è composto: nelle ali di un aereo, nel motore di un’auto, nelle lenti ottiche che permettono di vedere il microcosmo e il macrocosmo.. ma ha avuto immediatamente un risvolto negativo cruciale, denunciato in più occasioni da pensatori e letterati dei secoli successivi: la dissolvenza dell’essere a vantaggio dell’ente. La tecnica e la scienza sperimentale operano nell’ordine superficiale ed esteriore degli enti (le cose concretizzate e oggettificate), contribuendo a stratificare un mondo apparente al di sopra del mondo essenziale, quello dell’essere puro; mediante le sue leggi ‘oggettive’ e le sue tecniche sperimentali, provoca una separazione dolorosa dalla natura, illudendo l’uomo di potersi sostituire al creatore, ossia di poter agire sulla natura, modificandola a suo piacimento. La natura, per l’uomo moderno, assume le sembianze di un luogo adibito allo sfruttamento, nel quale si forgiano gli strumenti per il ‘miglioramento’ delle condizioni esteriori dell’uomo. Questa nuova visione distorta della realtà, come di un’entità fisica da spremere fino ad ottenere tutto quanto è possibile avere, comporta l’esaurimento della natura, come accade per le sue risorse (questioni ambientali), per le dinamiche economiche (consumismo sfrenato), e per la sfera sociale e individuale, ne sono esempi la modificazione del corpo umano sia su scala genetica sia nell’ambito estetico-chirurgico. Tutte pratiche contro-natura che riflettono la mancata accettazione di sé.

I soggetti, non riconoscendosi più come elementi costitutivi di una realtà organica, di un creato coeso, ritengono sé stessi enti svincolati, individualizzati e singolarizzati, e considerano ciò che è al di fuori di loro come qualcosa di estraneo con cui entrare in rapporti sporadici e utilitari in caso di necessità. In questo senso, la natura è un laboratorio strumentale e gli altri soggetti agenti nel mondo diventano mezzi con cui raggiungere i propri scopi materiali. L’ottica strumentale e reificante del reale ha una storia secolare, che via via si è allargata ad ogni aspetto della realtà, manifestandosi ora in tutta la sua crudezza nel rito pandemico della distanza sociale e in tutti gli altri distanziamenti operati nella nostra società. Sono distanziamenti: il digitale, che sostituisce brutalmente la realtà vera con una finzionale; l’economia finanziaria, che ha anestetizzato l’economia reale con le transazioni virtuali e l’annullamento del valore reale della moneta; l’arte bellica, che non mette in campo una battaglia ma che si riduce ad una gara impersonale e vigliacca a chi possiede l’arma più letale; lo sconcertante scollamento tra masse e potere che fa della politica attuale la squallida e deleteria parodia della politica vera

Questa presa di distanza dai soggetti e dal mondo si ripercuote anche sul soggetto in sé, che sperimenta l’allontanamento ontologico dal proprio essere, cioè il distacco del soggetto da sé stesso. La paura e la volontà di controllo hanno reso gli uomini individui distanziati dalla loro stessa natura, incapaci di accettare e affrontare, seppur nella fatica, il proprio sé. Ridotti a voler evadere dalla loro stessa pelle, gli uomini tracotanti sognano la metamorfosi in entità ‘superiori’, transumane o postumane che siano, e sono disposti a strumentalizzare il proprio essere, agendo con lo stesso metodo adottato nei riguardi della natura, pur di vedersi diversi da come sono. Il corpo diviene ancora una prigione, come accadeva anticamente, ma non dell’anima questa volta (quella ormai è trasmigrata in forme di vita più intelligenti rispetto alla nostra) bensì del capriccio, del desiderio, dell’invidia e come tale il corpo dev’essere superato e mortificato, per intraprendere un gioco in cui ci si diverte ad essere altro da sé, un po’ Dio creatore, un po’ fluido, un po’ irreale. Andrebbe bene qualsiasi forma pur di scappare dalla dura realtà, della quale non si fa più lo sforzo di sopportarne la finitezza, la mortalità e la faticosità.
Anziché fare i conti con sé stessi si opta per compiere l’ultimo distanziamento, il più letale, che è quello da noi stessi e dalla naturalità del nostro essere in cambio di un’apparenza più facile o più bella.

Avvolti in questo velo di Maya, gli uomini pensano di aver dominato la realtà e invece perdono continuamente sé stessi, gli altri e il mondo.



I complotti di Weltanschauung Italia

Weltanschauung Italia è stato più volte accusato di essere un canale complottista. La cosa più divertente, però, sono state le teorie del complotto che nel corso degli anni sono circolate intorno al canale stesso.

Di seguito le più note.

- dietro WI si celano i servizi segreti.

- WI è finanziato dall'estrema destra ed è espressione occulta di note organizzazioni extraparlamentari ultranazionaliste.

- gli autori di WI sono personalità note del giornalismo e della cultura che utilizzano l'anonimato per togliersi i proverbiali sassi nella scarpa senza compromettersi.

- WI è nato per destabilizzare la cultura di destra e nazionalista avvelenando i pozzi con il relativismo, il terzomondismo e l'ecumenismo religioso.

- WI è nato per destabilizzare la cultura di sinistra e rivoluzionaria, avvelenando i pozzi con il tradizionalismo, il revisionismo storico e il pensiero identitario.

- WI è una organizzazione della galassia ultracattolica conservatrice.

- WI sono degli esoteristi, forse dei satanisti o dei massoni, travestiti da cristiani.

- WI è nato per canalizzare il dissenso verso posizioni qualunquiste, populiste e astensioniste, e quindi neutralizzarlo.

- WI svolge capziosamente funzione di gatekeeper nei confronti dei movimenti di piazza e delle organizzazioni libertarie per conto dei poteri forti.

- WI ha interessi in Amazon e gode dell'amicizia di Jeff Bezos.

- gli autori di WI ci azzeccano perchè hanno informatori nei palazzi che contano (oppure, variante, frequentano direttamente i palazzi che contano). 

- WI cambia costantemente il proprio IP per sfuggire a qualsiasi tentativo di identificazione informatica.

- WI ha i propri server in Giamaica, in Siberia o forse su Marte.

E ne stiamo dimenticando tanti altri. 

Non ci facciamo mancare proprio niente.



La forza del silenzio di Robert Sarah

“La postmodernità è un’offesa e un’aggressione permanente contro il silenzio divino. Dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina il silenzio non ha più alcun diritto; il rumore vuole impedire a Dio stesso di parlare. In questo inferno di rumore l’uomo si disgrega e si perde; è frammentato in altrettante inquietudini, fantasmi, paure. Per uscire da questi tunnel depressivi l’uomo desidera disperatamente il rumore perché gli dia qualche consolazione. Il rumore è un ansiolitico ingannatore, dà assuefazione, è menzognero. Il dramma del nostro mondo non si potrà mai comprendere meglio che nel furore di un rumore vuoto di senso che odia ostinatamente il silenzio”

“La forza del silenzio” del Cardinal Robert Sarah può essere, a nostro avviso, già considerato un classico della spiritualità contemporanea.

Trattasi di un saggio profondo, che emana serenità da ogni pagina. Una lunga riflessione sull’importanza del silenzio, su come l’uomo postmoderno ne ha smarrito il senso, sia in ambito sociale che in ambito religioso.

La tecnica, il consumismo, l’edonismo, i social network, l’ossessione per il proprio aspetto fisico, il superfluo, hanno minato gli spazi del silenzio.

In un’epoca in cui, a causa della totale inettitudine dei rappresentanti occidentali del Sacro, le persone ricercano la spiritualità solo ad Oriente, ecco venire fuori un vero e proprio testo meditativo spirituale che fa letteralmente respirare l’anima, rientrare in se stessi, ritrovare autenticità e che ci fa sottrarre dalla “dittatura del rumore”.

Per Sarah il silenzio non è assenza, bensì manifestazione di una presenza intensa, soltanto in esso si può ritrovare una centratura interiore ed ottenere risposte alle vere domande della vita.

Il silenzio è indispensabile per l’ascolto del linguaggio divino: la preghiera nasce dal silenzio e senza sosta vi fa ritorno sempre più profondamente.

Sarah punta il dito contro la Chiesa Cattolica a cui appartiene.  La “dittatura del rumore” di cui parla il sottotitolo del libro, difatti non domina solo nel mondo, ma anche dentro le chiese odierne, sempre più simili a supermercati, bar o a stazioni ferroviarie in cui tutto è permesso tranne il raccoglimento e la predisposizione alla preghiera.  

“Le potenze mondane che cercano di plasmare l’uomo moderno rifuggono sistematicamente il silenzio. Non ho timore di affermare che i falsi sacerdoti della modernità, che dichiarano una specie di guerra al silenzio, hanno perduto la battaglia. Poiché possiamo retare silenziosi in mezzo alla più grande confusione, all’agitazione più abietta, in mezzo al chiasso e allo stridore di queste macchine infernali che spingono al funzionalismo, all’attivismo e che ci allontanano da ogni dimensione trascendente e da ogni forma di vita interiore”.

Il libro è un vero e proprio inno al silenzio, è un diario spirituale, leggendolo si vola in alto.

“La forza del silenzio” rappresenta dell’ottimo cibo spirituale per chi intende disintossicarsi della caotica vita postmoderna.

“Non è sufficiente tacere. Bisogna diventare silenzio”.



Il piacere di Gabriele D'annunzio

Estremamente raffinato, solenne, ricercato, "Il piacere" di Gabriele D'Annunzio, non è un semplice romanzo, ma un manifesto, vivo e pulsante, un reale inno alla vita, intesa come "opera d'arte".

Primo della trilogia dei così detti "romanzi della rosa" insieme a "L'innocente" ed a "Trionfo della morte", l'opera narra le vicende di Andrea Sperelli, nobile romano passionale, emotivo, figlio perfetto di una società aristocratica oziosa, che si divide tra teatri e duelli, concerti ed agi, avventure amorose e tradimenti. Il protagonista, che rappresenta in un certo qual modo l'alter ego del "vate", è un "Giano bifronte" tormentato, che ricerca la bellezza e la perfezione perdendosi talvolta in vizi e bassezze, incarnando senza dubbio alcuno, la vividezza della sua epoca, le pulsioni, gli istinti, gli amori, l'essenza più pura di un "dandy" della Roma decadente e corrotta di fine 800. Caratterizzato da una prosa indiscutibilmente affascinante, ricca e sontuosa, l'autore ci regala un vero e proprio dipinto, donandoci pennellate sapienti e corpose che descrivono, con dovizia di particolari, la città eterna con le sue piazze, le sue fontane ed i suoi sfarzosi palazzi, l'alternarsi delle stagioni, nonché i protagonisti, che sembrano quasi emergere, prepotenti, dall'inchiostro per materializzarsi in carne ed ossa dinnanzi al lettore, che può quasi udirne la voce, vederne le fattezze, percepirne la presenza.

" Il piacere", dunque, è un libro complesso, denso, elaborato, dal flusso narrativo impetuoso, che fa dell'estetica il suo vessillo, del contrasto interiore la sua forza, dell'estasi artistica ed amorosa un drappo sul quale ricamare un inno alla vita. Uno scritto da riscoprire, che tocca sapientemente le corde dell'anima di chi si cimenta nella sua non semplice lettura. Un "testamento" d'inestimabile valore, una perla di raro splendore, capace di travalicare, in groppa al destriero alato dell'eleganza, le sabbie mobili che caratterizzano la volgarità del nostro tempo.

"Bisogna conservare ad ogni costo intiera la libertà, fin nell'ebrezza. La regola dell'uomo d'intelletto, eccola: ― Habere, non haberi."



Il sereno ingresso nell'epoca delle pandemie

Le riflessioni del ministro Bianchi sono sensate, e s'inseriscono in un quadro di acquisizione di nuove abitudini, dettate dall'ingresso nell'era delle pandemie. Se c'è un'istituzione che, da sempre, ha il compito di educare e formare le nuove generazioni ai valori di una società, quella è la scuola. Le critiche volte a confrontare l'uso delle mascherine a scuola con altre situazioni, chiaramente non coglie nel segno, non capisce né la specificità dell'istituzione scolastica né la ragione di tale obbligo, che invece il ministro Bianchi ha ben precisato. Niente a che fare con contagi, virus, malattie, ma con la loro idealizzazione simbolica attraverso norme di condotta volte a produrne una presenza nell'assenza. Vivere, comunque, 'come se' ci fosse una pandemia.

Allo stesso modo, il demansionamento degli insegnanti, non va certo letto in un'attualizzazione del pericolo 'contagio', ma come decisione politica sul ruolo stesso degli insegnanti, sulle loro competenze e qualità. Un insegnante, che porta le stigme della non vaccinazione, per di più per scelta, non può dare messaggi contrari alla 'salute pubblica', non può farsi modello educativo. Inutile aggiungere, che questo a maggior ragione, vale per medici e operatori sanitari.

Ma se con la fine dell'emergenza possiamo vedere così modificato il significato degli obblighi e delle restrizioni - da concreto ad ideale -, dobbiamo vedere in tali decisioni il segno della vittoria del nuovo ordine vaccinista, che può ridefinire, attraverso categorie sanitarie, lo stesso ordine politico e sociale, ponendo - senza neppure bisogno di contrattazioni collettive, che, al contrario, seguiranno a mo' di mera legittimazione - nuovi requisiti per esercitare la professione di medico o insegnante, nuovi modelli di cultura, nuovi modelli di apprendimento.

Le parole del ministro si caratterizzano quindi per una profonda onestà intellettuale, non si pone più il problema del contagio - l'emergenza è finita il 31 marzo -, ma dell'educazione al contagio. Sono le parole di chi sa che la vittoria - non importano i modi, importa l'obiettivo - è stata ottenuta, e i 'vincitori' hanno ora l'obbligo di dare nuovi valori agli sconfitti. esattamente come fecero i colonizzatori con i paesi conquistati.

L'ingresso nell'era delle pandemie segna un cambio dei costumi, un adattamento mentale e una modifica negli atteggiamenti.

Siamo alla fase di 'educazione'. La recitazione cambia, da compulsiva, improvvisa, traumatica, si fa quieta, socievole, orientata. Resta l'imprinting iniziale, che serviva ad accompagnarci nell'era delle pandemie.




Canale Mussolini di Antonio Pennacchi

Corale, polifonico, mai banale, "Canale Mussolini" di Antonio Pennacchi rappresenta una ventata di freschezza nel panorama letterario italiano odierno. 

Il romanzo, ricco di riferimenti storici e tecnici dettagliati, narra l'epopea della famiglia Peruzzi che, ridotta in povertà, dal profondo nord si trasferisce nell'agro pontino, partecipando così all'ambiziosa opera di bonifica voluta e realizzata dal Duce. Le peculiarità caratteriali dei protagonisti, la loro maturazione durante i turbolenti tempi ivi raccontati, la forza espressa dagli stessi attraverso le loro idee e le loro passioni, l'uso del dialetto nelle conversazioni fra i protagonisti, ci donano un affresco suggestivo, ricco di emozioni, dove dramma e commedia si fondono e si completano, donando colore e potenza alla prosa dell'autore, sin dalle prime righe vivace e coinvolgente. Pennacchi ci consegna dunque un testo bullicante, dinamico, carico d' umanità, che si muove in un arco temporale denso, fitto di eventi, a cavallo tra le due guerre e la successiva "ricostruzione" democratica, cruciale per la storia italiana e mondiale. 

Un libro particolare, piacevolmente spurio, che affonda le sue radici nel sangue, nella battaglia per la vita, nella volontà di riscatto, nella lotta per la sopravvivenza, nella trasformazione, dolorosa ed al contempo affascinante, della società e del panorama politico nostrano. Un' opera letteraria che scava in profondità, prepotente, che alterna epica ed elegia, utile, oggi più che mai, per comprendere, nel bene e nel male, da dove veniamo ed analizzare, con lucidità e senza filtri, cosa siamo diventati oggi.

   

Un gioco da ragazzi di Enrico Ruggeri

Qualcuno di fronte ad un libro scritto da Enrico Ruggeri potrebbe partire prevenuto per via del suo mestiere principale, ovvero il musicista.

In realtà ci troviamo di fronte ad uno dei migliori romanzi usciti negli ultimi anni.

Attraverso la narrazione della storia di una famiglia del dopoguerra, Ruggeri ci racconta le vicende del nostro Paese, un Italia impantanata in vecchie ideologie e in contrasti sociali e politici, funzionali al vero potere tecnocratico.

La famiglia Scarrone è una famiglia medio borghese, Carlo Scarrone è un professore universitario, si sposa e fa tre figli: Mario, Vincenzo e Aurora. I fratelli crescono insieme ma agli inizi del liceo, le loro strade si separano. Mario vive nell’idea che il cambiamento passi attraverso quella rivoluzione dal basso che la sinistra estrema, nella metà degli anni Sessanta, trasforma in lotta armata. Vincenzo invece si sposta a destra, con convinzioni elitarie. Entrambi i fratelli, negli anni delle lotte studentesche, delle brigate rosse, degli assassini, si troveranno dalla parte opposta delle barricate. Dimenticheranno la famiglia, si odieranno e si perderanno nella lotta per l’affermazione di quelli che credevano essere i loro ideali.

Nello straziante finale arriverà per loro un’amara verità.

In un tragico periodo storico per l’Italia, che ha lasciato morti e feriti, il vero potere andava consolidandosi in silenzio rafforzandosi sempre più.

Un ottimo romanzo per capire la nostra storia dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, dell’inganno del divide et impera magistralmente orchestrato dal potere.

Ruggeri non punta il dito verso nessuno, narra l’aspetto umano della vicenda e si riconosce in Aurora, la sorella dei due, l’Amore al di sopra di tutto, emblema della famiglia che mantiene un equilibrio precario ma che resiste grazie anche al potere della musica.

Un libro da leggere per comprendere tanti perché della recente storia di questo sciagurato paese.



La parodia del metaverso

La natura parodistica del metaverso si evince dal fatto che, come nel termine metafisica, l'etimologia rimanda a una dimensione ulteriore, altra e superiore; il metaverso, insomma, dovrebbe essere il luogo metafisico, lo spazio ulteriore a quello fisico che lo sovrasta e lo contiene.

Tradizionalmente, tuttavia, la dimensione metafisica è quella principiale, ossia quella che fonda la realtà fisica e la sostiene, sottratta al tempo e allo spazio e culminante nell'eternità dell'incondizionato. Da come è stato descritto, invece, il metaverso sarà una realtà artificiale, una duplicazione sintetica ed edulcorata della realtà fisica, di cui riprodurrà le possibilità più grossolane e materiali, in una sorta di cattiva infinità che imprigiona e non libera.

Non a caso, sembrerebbe, il simbolo di Meta è quello di un infinito deformato e contorto.



"Il trattato del ribelle" di Ernst Jünger

Affilato, lucido, rivoluzionario, estremamente potente, "Il trattato del ribelle" di Ernst Jünger rappresenta, senza dubbio alcuno, una perla d' inestimabile valore nel panorama letterario del secondo dopoguerra. Saggio socio politico di rara bellezza ed arguzia, il testo dell'autore tedesco, tra le più importanti ed articolate figure del novecento, spicca per la sua lucidità, per la lungimiranza, per il carattere, quasi profetico, che si respira in ogni pagina, estrinsecato magistralmente nella descrizione minuziosa del processo involutivo e di disgregazione in atto caratterizzante la cultura e la società. Schierata apertamente contro la massificazione e l'imbarbarimento dell'essere umano, che sfocierà di lì a poco nel consumismo più sfrenato, l'opera rappresenta un vero e proprio viaggio spirituale, profondo, promuovendo una "fuga responsabile" verso l'interiorizzazione e la consapevolezza, uniche vie reali per la "salvezza" e la preservazione dell'integrità tra le rovine del mondo moderno. Attraverso l'analisi della figura del "ribelle" e la nozione chiave del "passaggio al bosco", interpretato come percorso obbligato di rinascita per l'uomo, Jünger ci consegna un saggio sublime, raffinato, a tratti poetico, in palese contrapposizione al materialismo ed al trionfo soffocante della tecnica, in cui libertà e ribellione sono indissolubilmente legate, vive, pulsanti, tangibili. Una lettura affascinante, moderna, stilisticamente elegante, che invita a superare le proprie paure, i propri limiti, a mettersi alla prova giorno dopo giorno, abbandonando il sentiero " sicuro" e privo di "rischi" tracciato dalla maggioranza. Un invito alla resistenza nel quotidiano, una fonte inesauribile d'ispirazione, da riscoprire, oggi più che mai, per rifocillare l'animo e ritrovare squarci di luce nell'oscurità inquietante che avvolge, mestamente, il nostro tempo.

"Bisogna essere liberi per poterlo diventare, poiché la libertà è esistenza, è la voglia, sentita come destino, di realizzarla."




"La fattoria degli animali" di George Orwell

Scritto nel 1944, "La fattoria degli animali" di George Orwell, vide la luce in patria soltanto al termine del secondo conflitto mondiale, a causa della travagliata ricerca di un editore disposto a pubblicarlo. A tal proposito, l'autore scrisse un breve saggio intitolato "La libertà di stampa", proprio per mettere in risalto le difficoltà incontrate e denunciare i meccanismi di censura caratterizzanti l'Inghilterra dell'epoca. Il testo, veloce, pungente e scorrevole, narra le vicende di un gruppo di animali che, stanchi dei soprusi perpetrati ai loro danni dagli esseri umani, decidono di ribellarsi e di impossessarsi della fattoria dove vivono, dando il via ad una rivoluzionaria struttura di società, ad un nuovo ordine fondato sull'" uguaglianza". Ben presto, però, emerge tra loro una nuova classe di burocrati: i maiali. Essi, con furbizie e prepotenze, riusciranno ad imporre la loro autorità sugli altri animali. L'acuta satira orwelliana, incarnata da quest'opera, rappresenta un'aperta critica al comunismo ed allo stalinismo e, più in generale, a qualsiasi regime che, instauratosi dopo una rivolta, "tradisce" gli ideali originari. La geniale allegoria dello scrittore inglese descrive perciò l'infrangersi di un sogno, che si scontra con una dura realtà fatta di loschi interessi, brama di controllo e di ricchezza, tentazioni autoritarie, manipolazione, propaganda, ingenuità e cecità di chi presta il fianco ad ogni genere di nefandezza per convenienza o codardia. Orwell, quindi, ci regala un libro che fa della franchezza e dell'energia il suo vessillo, di facile comprensione, amaro, disincantato, lungimirante, dissacrante, scevro da melliflua retorica, ricco di spunti di riflessione ed insegnamenti. Un affresco impietoso della natura umana, della sua cupidigia, della sua sete eccessiva di potere e sopraffazione, che rappresenta, senza dubbio alcuno, una delle pietre miliari della letteratura del Novecento.

" Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri"




"Cecità" di José Saramago

Duro, disincantato, feroce e crudo, "Cecità", dello scrittore portoghese José Saramago, più che un romanzo, rappresenta un vero e proprio "trattato" sulla natura umana. Pubblicato nel 1995, l'opera, ambientata in un tempo ed un luogo imprecisati, narra la diffusione di una misteriosa epidemia che rende cieca la popolazione. Per non infettare chi ancora non è stato colpito dal terribile morbo, i ciechi sono rinchiusi in un ex manicomio, ma quando il contagio diviene irrefrenabile, vengono abbandonati, senza pietà, a loro stessi. È qui, in questa condizione estrema, in questi bassifondi fisici e spirituali, che l'uomo rivela tutta la sua bestialità, dando sfogo ad ogni genere di violenza ed ai suoi istinti primordiali. Caratterizzato da uno stile essenziale, depurato dal superfluo, il testo si estrinseca in dialoghi lunghi, privi di punti e virgolette, atti ad evidenziare il caos ed il disordine in cui i protagonisti, rigorosamente anonimi, si muovono. La drammatica successione degli eventi descritta dall'autore con dovizia di particolari, il climax emozionale, i ritmi serrati, l'ambientazione, i meccanismi innescati dall'insorgere dell'epidemia, lasciano il lettore disorientato, senza fiato, immergendolo in uno scenario inquietante, irrazionale, violento, teatro di cupe vicende ed animalesche reazioni. Saramago, dunque, ci dona un romanzo forte, un affresco d'inestimabile valore, che mette al centro l'uomo, il suo abbrutimento, la sete di potere, la sopraffazione, l'egoismo, lasciando solo nel finale uno spiraglio di purificazione e salvezza.  Un libro che rappresenta una vera e propria denuncia delle scelleratezze umane, della letargia della ragione e del buonsenso. Pagine aspre che incarnano con veemenza un monito deciso, perentorio, senza mezzi termini, contro la folle guerra del "tutti contro tutti" a cui assistiamo, spesso inermi e passivi, nei nostri giorni. 

"Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che, pur vedendo, non vedono.»




Skinner e il comportamentismo: tra riduzionismo e distopia.

B. F. Skinner (1904 - 1990) fu con ogni probabilità il più importante e influente rappresentante del Comportamentismo, un indirizzo psicologico che ritiene essere il comportamento visibile e registrabile l'unico dato analiticamente rilevante e utile all'analisi psicologica. 

Alcune espressioni riduzionistiche del Comportamentismo, a cui molti passi sembrano affiliare lo stesso Skinner, giungono a negare l'esistenza di una dimensione interiore dell'essere umano, riducendo quest'ultima a una pura strategia ermeneutica dell'individuo utile per interpretare, comprendere ed esprimere il suo medesimo comportamento: l'uomo, secondo questa visione, sarebbe riducibile ai suoi semplici atti, da cui emergerebbe come unità e coscienza solo in quanto fenomeno di superficie di un espediente cognitivo utile alla riflessione. 

Non è questa la sede per evidenziare paradossalità e ricorsività di forme di riduzionismo analoghe, ben note ad esempio all'ambito delle neuroscienze: quello che conta rilevare è che Skinner, più che interessato all'ontologia, appare essenzialmente alla ricerca di un modello umano che possa essere interamente risolto in laboratorio e nella prassi sperimentale. Da questo punto di vista, il soggetto di Skinner, ridotto all'insieme dei suoi atti, risulta essere omogeneo alla teoria comportamentista basata sul sistema di stimolo e risposta, e perfettamente adeguato alla prassi del condizionamento operante, esemplificato nelle ben nota "Skinner box".
L'aspetto tuttavia più caratteristico e originale dell'opera di Skinner fu la sua proposta di applicare il condizionamento operante all'ambito della società, in modo da costruire un perfetto sistema di controllo volto a eliminare tensioni e contrasti sociali e a rendere il vivere comunitario interamente progettabile. Questo sarebbe stato possibile, secondo Skinner, solo a patto di abbandonare o ripensare alcuni concetti ormai inadeguati alla sfida della sopravvivenza della civiltà occidentale, quali l'idea di libertà o di dignità dell'individuo: solo rinunciandovi, e attraverso una costante attività pedagogica, si sarebbe potuto creare una società perfettamente armonica e pianificabile, capace di competere con civiltà più giovani, vitali e dinamiche, quali quelle dei paesi in via di sviluppo. 

Un'utopia / distopia che qualcuno definì felicemente un esempio di "fascismo senza lacrime"; sogno / incubo ricorrente di molta letteratura del '900, che in Skinner assunse inquietantemente la dignità di programma scientifico.



De-spiritualizzazione

Tra i processi di de-spiritualizzazione che coinvolgono l’antropologia contemporanea quello della secolarizzazione delle domande esistenziali di senso è la più preoccupante. Da quando il nichilismo della società tecnologica post moderna, reduce della fine del sacro intesa in termini religiosi quanto etici, ha ridimensionato lo spazio interiore dell’uomo, le ansie costitutive dell’essere umano sono state adeguate al mondo scientifico e clinico in cui ci troviamo, nel quale non c’è posto se non per la nuda vita spoglia della dimensione dell’oltre.

Così, l’anelito all’ignoto e la tensione verso il trascendente sono stati sostituiti dalla paura concreta e reificata del mondo, dall’ossessione per la malattia e per il corporeo, le quali si tramutano in un atteggiamento di preoccupazione angosciante e estenuante per l’esistenza stessa.

Il mondo medicalizzato che assume le sembianze di una clinica, supportato dalle spinte tecnico-scientifiche, esautora l’individuo dallo sforzo dello scavo interiore per portare in superficie gli interrogativi spirituali, i quali invece meritano una riflessione approfondita che deve rimanere sempre viva. Le spinte della coscienza vengono progressivamente depotenziate per essere sostituite da un’ansia generalizzata rivolta indistintamente alla vita stessa.

Non è ammesso l’approfondimento della dimensione escatologica, superata dalla modernità e lascito di un mondo mitico-spirituale caduto in rovina. Le persone possono tuttavia riversare questa fondamentale funzione antropologica e psicologica sul fronte emotivo, giacché le emozioni appaiono più facili da sperimentare interiormente. La paura e la speranza si percepiscono in maniera intensa e su queste si possono fondare comportamenti e atteggiamenti di massa svincolati dall’attenta analisi della ragione: è il compimento perfetto della società patologica per eccellenza, nella quale i sentimenti vengono liberati sregolatamente senza essere passati prima dal vaglio della razionalità. Le energie psichiche e intellettuali dedicate alla dimensione dei destini ultimi, che spinge l’uomo alla ricerca del senso, sono state sottratte ad essa e rivolte alla creazione di uno spazio privato e irrazionale dove regnano le paranoie, le ansie e le preoccupazioni. Lo sfruttamento di tali istanze intime da parte delle istituzioni e dei media consente di assicurarsi un controllo totale sugli individui, che si lasceranno manovrare dall’esterno pur di porre fine al senso di precarietà e instabilità in cui sono costretti a vivere.

La vita viene vissuta nella paura totalizzante generata da ciò che sfugge al controllo umano ed è su tale paura ansiogena e pervasiva che i sistemi politici fobocratici istaurano il loro consenso, alimentandola costantemente. I popoli vengono stimolati all’ansia di modo che si rifugino nel proprio personale mondo emotivo in cerca della pace interiore, perdendo contatto con la realtà fattuale e non riuscendo più ad analizzare lucidamente i fatti. Si crescono giovani problematici, ansiosi e paranoici, sempre bisognosi di aiuto e di consolazione, che come bambini indifesi non abbiano né la forza per sopportare il doloroso senso di spaesamento e privazione che svuota incessantemente le loro esistenze né il coraggio di sognare le basi di un nuovo mondo.

Alla spiegazione causale e razionale degli eventi si sostituisce la fede cieca nelle narrazioni dominanti e di conseguenza nelle bizzarre soluzioni proposte alle problematiche sociali, che acquietano momentaneamente gli animi tormentati di impauriti inetti. Per far fronte ai vuoti lasciati dalla carenza di spiritualità, la società dell’ansia riempe le cavità interiori con racconti emozionanti, carichi di passioni contrastanti, che sembrano, solo in apparenza, restituire un po’ di quella profondità spirituale dimenticata, che anche l’uomo moderno continua a ricercare nonostante non si proponga gli strumenti mentali per rifondarla e coltivarla.

Regole e tabù bellico-pandemici per fronteggiare la mancanza di valori etici; ossessione, paura e speranza al posto della ricerca spirituale dell’oltre.

Il vuoto lasciato dalla de-spiritualizzazione dell’uomo colmato con l’ansia. 




"Fahrenheit 451" di Ray Bradbury

Sconvolgente, visionario, potente e coraggioso, "Fahrenheit 451" di Ray Bradbury non è soltanto una pietra miliare nel panorama della "fantascienza", ma un vero e proprio "avvertimento", un monito per il presente, un testo che affonda le sue radici nella realtà e nelle deformazioni del quotidiano. Scritto nel 1953, in piena guerra fredda, il romanzo è ambientato in un ipotetico futuro dove si cercano, per bruciarli, gli ultimi libri scampati ad una distruzione programmata e sistematica, conservati illegalmente. Il protagonista, Guy Montag, pompiere di professione, ha proprio questo compito: invece di domare le fiamme, appicca incendi funzionali alla distruzione dei testi "proibiti". L'incontro con Clarisse ed il vecchio professore Faber farà vacillare le sue certezze e muterà per sempre il corso della sua esistenza. La denuncia del clima da caccia alle streghe dell'epoca del senatore Mc Carthy, la presa di posizione netta contro la rinuncia aprioristica al libero pensiero, nei confronti dell'interferenza soffocante dello Stato nella sfera privata del singolo e della censura, la difesa della cultura e della letteratura, rendono lo scritto dell'autore statunitense vivo, pulsante, particolarmente attuale ed aderente al nostro periodo storico. Una sorgente d'acqua cristallina da cui attingere a piene mani, che mette in guardia contro il condizionamento psicologico delle masse e l'incapacità di ribellarsi ad un governo che annienta, con violenza, ogni forma di dissenso, che ingabbia l'uomo in schemi precostituiti, inibendo spirito critico e violentando la sua natura. Tagliente ed angosciante, ma nel contempo carica di speranza e redenzione, l'opera di Bradbury è profetica, emozionante, da leggere tutta d'un fiato. È un invito al lettore ad agire prima che lo scenario distopico descritto nelle sue pagine si concretizzi per cristallizzarsi, inesorabilmente, nella cruda realtà.

"Un libro è una pistola carica"


"Il campo dei Santi" di Jean Raspail

Caratterizzato da una prosa raffinata, potente e dai ritmi serrati, " Il campo dei Santi" di Jean Raspail, pubblicato nel 1973 e tradotto in Italia nel 1998, è molto di più di un romanzo fantapolitico. Il testo, vero e proprio "grido disperato" dell'autore, rappresenta infatti una dettagliata analisi dei tempi moderni, un lucido ed inquietante ritratto dello stato comatoso in cui versa al giorno d'oggi l'occidente, alla mercé di folli politiche d'immigrazione, divorato da falsi sentimenti di solidarietà ed accoglienza, incapace di difendersi e di preservare intatte le proprie radici, attanagliato nella morsa del globalismo più sfrenato. Il libro, aspramente criticato all'epoca e tacciato di "razzismo" da accademici e studiosi dei fenomeni migratori, demolisce con lucidità ed assoluta lungimiranza i miti buonisti dell'accoglienza a tutti i costi, dell'inclusione "violenta", dell'integrazione forzata, anticipando temi al giorno d'oggi attualissimi e molto dibattuti. La folla di paria indiani, guidata dal "coprofago" e  partita da Calcutta in condizioni assurde e disumane, l'atteggiamento remissivo delle autorità politiche, religiose e dell'opinione pubblica dinnanzi all'avanzare dell'armata dell'" ultima chance" sino all'approdo sulle coste francesi, il lavoro mellifluo di una stampa corrotta e schiava di assurdi cliché, rappresentano alla perfezione la crisi di valori che caratterizza la società moderna, l'arrendevolezza di una civiltà che ha scelto il suicidio assistito anziché la lotta per la sua  sopravvivenza, incarnata dal vecchio abitante della montagna che non vuole cedere la sua casa all'invasore. "Scorretto" e mai banale, " Il campo dei Santi" è un bagno di realtà, una lettura imprescindibile per chi ha a cuore identità, cultura e tradizioni. Per chi vuole addentrarsi in tematiche scomode, forti, scevro da buoni sentimenti preconfezionati e melensa retorica.