Pitagora e il numero primordiale – B.Hamvas

Si dice che Pitagora fosse un filosofo, il quale insegnava che il numero è l’essenza e il principio di ogni cosa. Ma questa non è che una delle idiozie universalmente diffuse dallo scientismo. Secondo le fonti, non è impossibile che sia stato lui a coniare il termine “filosofo”. Allorché in una certa occasione gli fu chiesto: “Chi sei tu o Pitagora?” si trovò imbarazzato anche lui, come la maggior parte di coloro ai quali viene rivolta questa domanda, e sul momento non seppe cosa rispondere. Chi sei? Che domanda da nulla! Uno sussulta e arrossisce.  A questa domanda tutte le risposte sono  ugualmente inadeguate. Ci sono quelli che si sono comportati in maniera intelligente come lo stesso Pitagora. Sei saggio? – gli chiesero. No, rispose il maestro. Sono soltanto uno che ama la saggezza (filo-sofos).
Questa parola fu pronunciata allora per la prima volta? Per quanto riguarda i numeri, la cosa non è poi cosi semplice. Sappiamo che la tradizione primordiale, custodita dall’India, dall’Iran, dall’antico ebraismo, dall’Egitto e dall’orfismo, aveva uno stretto rapporto con le proporzioni geometriche, con le leggi dell’armonia musicale, con l’armonia dei colori, con le misure etiche e coi numeri. Le manifestazioni di questa proporzione e di questa misura erano, presso ogni popolo del mondo, le danze, gli inni, le poesie, l’astronomia, le leggi politiche. Ciò si esprime nello Yi-king cinese cosi come nel Samkhya indù, nella Kabala giudaica, nel Thot egizio e nell’Orfeo greco.
Pitagora dice che il numero rappresenta il limite tra il mondo visibile e quello invisibile. E’ il fondamento delle cose nell’ordine materiale, l’elemento non riconducibile ad un altro, esprimente la forma e la qualità del nostro essere (systasis  te kai genesis ton panton). Ma questo fondamento e questo elemento si rapportano e rinviano al mondo soprasensibile, al mondo delle idee pure. Il numero è la chiave con cui lo spirito tocca e comprende la natura materiale e con cui la natura tocca e comprende lo spirito. Il numero è la cosa di ogni cosa esistente (arithmoi de te pant’epoiken).
E’ indubitabile che i numeri,  come regolano l’orbita dei pianeti nel cielo, cosi regolano il cielo degli uomini sulla terra. Ad ogni corpo, forma, figura corrisponde, in ultima istanza, un qualche rapporto numerico.
Pitagora indagò i rapporti numerici che appaiono nel mondo visibile. Fece diverse scoperte che stanno sul confine immediato della matematica e della geometria.
I colori, dice Goethe, sono azioni e tribolazioni della luce (Leiden und Taten des Lichts).  La tradizione ebraica insegna che il mondo è stato creato secondo numero, peso e misura. In tal senso, tutto quanto il mondo visibile non esiste se non nelle tribolazioni e nelle azioni dei numeri. Ogni cosa ha un valore numerico definibile mediante un certo peso, misura, proporzione, colore, forma. Ma anche ogni essere ha un tale valore numerico. Bisogna trovare la legge universale dell’ordine dei numeri. Chi ha decifrato questo segreto, ha decifrato il segreto del dominio cosmico. Ha in mano l’eterno principio dell’ordine perfetto.
Da quel poco che si è detto, risulta ormai chiaro che per Pitagora il numero ha un significato diverso da quello che ha nella scienza naturale. Non solo è diverso il comportamento dell’uomo nel riguardi del numero, ma è diverso il numero stesso. Diversamente dal numero astratto di oggi, quello di Pitagora è il numero ieratico e  la più stretta analogia del numero è la divinità. L’archetipo dell’Uno è la totalità (eidos panton), Zeus; secondo altre formule è Apollo (Iperone), il figlio dell’altezza, Helios, il sole, la causa prima, l’intelletto (Nous) , la parola creatrice (logos spermatikos). Il due è numero della donna: Luna, Artemide, in altri termini Hera. Pitagora capì il numero primordiale, che oggi viene oscuramente percepito solo  da artisti eccezionali e da ancor più eccezionali pensatori, allorché in un fenomeno, in un edificio, in una statua,  in una danza essi avvertono l’ordine - inaccessibile alla ragione – della proporzione, della misura e del ritmo e nei fenomeni del destino riconoscono quell’armonia che può essere definita soltanto col numero. Tutti sanno che tra la grande creazione artistica, il fenomeno naturale, un bel paesaggio, una tempesta, un terremoto, il destino personale e l’evento storico esiste una sintonia. Tra i fenomeni cosmici e quelli terreni c’è corrispondenza. Questa corrispondenza può essere accostata solo dal numero. La formula numerica è una delle più incandescenti concettualizzazioni dei fatti cosmici. L’uomo di oggi, quando sente dire che i pitagorici elevarono un inno al numero, ne prende atto con bonario disprezzo. Ma il fisico e il musicista capiscono molto bene che questo inno è cantato anche dall’ingegnere, allorché costruisce il ponte, così come è cantato dagli astri, allorché percorrono la loro orbita. Il mondo è matematica realizzata. L’archetipo delle cose è il numero, dice Orfeo; arithmoi de te pant ‘epoiken. Tutto ciò che l’uomo ode e vede, vive e pensa, fa e subisce, non è altro che l’eroica azione e tribolazione del numero, in proporzione e in ritmo, in accordo, misura temporale e spazio.

Fonte: “Prima di Socrate”, B.Hamvas (Ed. All’Insegna Del Veltro)




Intervista Argine


Gli Argine sono un progetto musicale campano formatosi nel mese di ottobre 1992.
Partendo da sonorità post-punk, Corrado Videtta (il compositore e autore della maggior parte delle canzoni degli Argine) nel corso degli anni è maturato moltissimo, l'ultimo disco “Umori d'autunno” è un lavoro a dir poco strepitoso in grado di comunicare con le inquietudini e i tumulti interiori dell'uomo contemporaneo.
Negli anni gli Argine han collaborato con molti artisti famosi della scena underground italiana tra cui: Federico Fiumani (Diaframma), Cristiano Santini (Disciplinatha), Lucia Vitrone (Contropotere), e Elena Previdi (Camerata Mediolanense).
Abbiamo avuto modo di comunicare con Corrado Videtta per conoscere meglio la sua proposta musicale.

Ciao Corrado. Ci potresti fare una breve introduzione sulla proposta artistica di Argine, per chi non vi conosce?

Argine è un progetto musicale volto all’approfondimento di quella parte recondita della nostra anima che tendiamo a nascondere nel mostrarci al mondo. Diamo grande importanza quindi ai testi che sono assolutamente in Italiano. Musicalmente partimmo da un background post punk per mostrarci poi più acustici e talvolta neoclassici anche se sempre con quel nervosismo che caratterizza le atmosfere delle nostre musiche. Abbiamo all’attivo 4 album in studio, un LP live su vinile, un mini album, un 45 giri, un album antologico, uno split e tante partecipazioni a compilation di artisti vari e molti concerti in Italia e in Europa.

Da quanti membri è composta attualmente la band? Suonate in progetti paralleli ad Argine?

Attualmente siamo in quattro: io alle chitarre e voce, Edo Notarloberti al violino, Michele De Finis al basso, Alessio Sica alla batteria. Poi collaboriamo spesso dal vivo con altri musicisti. Ultimamente a Roma abbiamo collaborato con Verdiana Raw, un’artista di Firenze a cui abbiamo prodotto come ARK Records l’album d’esordio. Ciascuno di noi ha progetti collaterali, solisti o semplicemente collabora con altri musicisti. Ultimamente ho collaborato con i Candya scrivendo il testo e prestando la voce nella registrazione del brano “Spostamento” presente nell’album d’esordio sempre prodotto dalla ARK Records di Rossana Rossi.

“Umori d'autunno” contiene tredici ballate acustiche di uno standard qualitativo che a nostro avviso ha ben pochi eguali nella scena underground italica (e non solo). Siete uno dei rari esempi in cui la perizia musicale non va a servizio del nulla, bensì viene utilizzata per creare sonorità intimiste, riflessive ed animiche. Quanto è importante per voi avere una ottima padronanza strumentale per poter poi dedicarsi alla creazione di qualcosa di personale?

Avere una buona padronanza dello strumento che suoni ti consente di poter esprimere quello che vuoi senza limitazioni di sorta. Allo stesso tempo però mi sento di dover precisare che non siamo assolutamente inclini all’uso massivo degli strumenti, non amiamo saturare di note la nostra musica. Padronanza sì ma sempre finalizzata ad un criterio.

Come vedi “Mundana Humana Instrumentalis” a 16 anni di distanza?

Ogni disco ha una sua coerenza e “Mundana Humana Instrumentalis” è figlio di una libertà assoluta di espressione perché voleva enunciare le nostre linee artistiche senza però sparare a caso ma riuscendo comunque a tracciare una superficie delimitata sulla quale venisse segnato a fuoco il nostro manifesto intenzionale.

Cosa è cambiato nel vostro approccio musicale rispetto ad un disco come “Le Luci di Hessdalen” del 2004?

Ogni album ha una vita propria e nasce da un’assoluta e autonoma esigenza espressiva, infatti in venti anni di attività abbiamo prodotto pochi dischi in studio, questo perché non avendo pressioni contrattuali di alcun tipo produciamo qualcosa solo quando questo qualcosa viene fuori naturalmente per naturale ispirazione. Da qui ti posso dire che “Le luci di Hessdalen” risentiva di un ritorno al passato, alle nostre origini post punk, “Umori d’autunno” è un disco più lento e grave che meglio racconta i nostri stati d’animo attuali, anche se qualcosa già si sta muovendo dentro di noi e si proietta verso nuovi confini.

Si intuisce una vocazione metafisica nei vostri testi, mi riferisco ad esempio alla stupenda “Insofferenza”. Cosa puoi dirci in merito a questo brano?

“Insofferenza” è un brano dal testo molto personale, scritto in un momento di riflessione su quello che era il mondo attorno, una realtà a volte mutata, a volte no e la sollecitazione a voler dare o fare che non sempre coincideva con una reale reazione. Il tempo scorre e qualche volta fa bene anche stare a guardare. Poi in sostanza non puoi raccontare un brano, una poesia perché la poesia è sintesi e una volta nata la formula alchemica sembra poter rendere ciò che intende dire soltanto con quella formula, con quelle parole. Un colore si descrive da solo, senza bisogno di parole.

L'artista oggi è sempre più vincolato ai gusti del pubblico e legato a logiche di marketing, ne consegue che dal momento che qualità e quantità raramente vanno di pari passo, la vostra musica rimane in circuiti molto ristretti. Gradireste potervi  far conoscere da un pubblico più vasto o siete soddisfatti nell'underground?

Per me la musica ha delle caratteristiche che sono differenti da genere a genere. Pertanto io credo debba essere manifesto della cultura e del gusto di chi la compone. Se il mio gusto coincide con quello di una piccola fetta di pubblico non ho problemi, anche se devo dire che mi è capitato di avere più consensi che dissensi per cui credo che sia anche un problema di mezzi. Se chi gestisce i media fosse più coraggioso nel proporre anche la musica d’avanguardia ci sarebbero risultati diversi. Ad ogni modo non mi dispiace quando qualcuno abituato ad ascoltare solo pop mi dice che un brano degli Argine gli è piaciuto, anzi. Non mi piace l’idea di essere in pochi, in sostanza la musica, più di qualunque altra arte è aggregazione.

Arte ed esistenza non sono due cose scisse, nelle vostre creazioni ciò si percepisce. Qual è secondo te la funzione nel mondo dell'artista?

Si, per me Arte ed Esistenza devono andare di pari passo, anche se nella storia dell’Arte non sempre è stato così. L’artista deve essere manifesto di sé e della propria cultura delle proprie tradizioni ed anche delle proprie aspirazioni dei propri slanci e possibilmente deve farlo rendendo un’idea unitaria del messaggio ed avendo consapevolezza dell’obiettivo da raggiungere e dei propri mezzi. Il punk voleva ottenere il risultato di dire qualcosa con scarsi mezzi, ma con grande urgenza espressiva, in un determinato periodo storico e nel contesto politico e sociale in cui nacque andava bene com’era, ma se vuoi esprimerti seguendo percorsi più raffinati esteticamente devi avere anche una cultura che te lo consenta altrimenti corri il rischio di fare qualcosa di pretenzioso e di cattivo gusto e di non raggiungere comunque l’obiettivo. Ho sempre pensato che studiare la musica sia salutare o quanto meno non sottrae nulla alle proprie aspirazione anche se fai musica rock.

Quali sono gli artisti che ti hanno ispirato agli inizi della tua passione per la musica? Ed oggi chi sono i tuoi maggiori riferimenti musicali?

Non ho mai fatto mistero di essere stato affascinato tantissimo dalla new wave italiana degli anni ottanta, Diaframma su tutti con cui ho avuto il grande piacere di realizzare un 7” in vinile trasparente nel 1998. Poi la musica classica, musica da camera in particolare, per piccoli insiemi. Oggi sono in continua ricerca, ascolto di tutto.

Voi siete di Napoli, una città straordinaria che viene però ricordata dai mass media quasi solamente per aspetti sgradevoli. Quanto c'è della tua città, così affascinante con le sue contraddizioni, la sua storia e la sua cultura, nella musica di Argine?

Napoli è una città bellissima che porto dentro in ogni momento, con i suoi problemi e come hai detto, le sue contraddizioni. Non c’è però una ascendenza musicale conclamata, razionale nella musica degli Argine. Parlerei di un’influenza più inconsapevole anche nel concetto che portiamo avanti e questo è inevitabile perché Napoli fa parte di noi e la musica degli Argine nasce come esigenza introspettiva per cui è assolutamente inevitabile tutto ciò. Da circa un anno faccio parte di un gruppo di Maestri napoletani e casertani con cui suono i classici della musica tradizionale napoletana, era un bisogno che avevo da Napoletano in primis poi da chitarrista classico.

Esistono altre realtà partenopee interessanti come ad esempio Corde Oblique ed Ashram che nel nostro paese faticano però ad emergere ed essere valorizzate. Credi che in altri paesi d' Europa la situazione possa essere più semplice per artisti del vostro calibro?

Io chiaramente parlo dell’esperienza legata agli Argine e posso dirti che effettivamente in Germania ho riscontrato una maggiore sensibilità nei confronti della nostra musica, abbiamo suonato sempre davanti ad un pubblico numeroso, anche se non ne farei un teorema. Noto una generalizzata fatica a portare avanti un progetto musicale indipendentemente dal genere. Come ti dicevo prima, sono anche un chitarrista classico ed amo il repertorio del ‘700 e ‘800, ed ho potuto constatare nell’organizzare alcuni miei concerti classici che anche quell’ambiente è in grande difficoltà. Sarà che il cambio generazionale legato alle nuove tecnologie ha contribuito a rendere le persone più indifferenti nei confronti di tutta la musica. L’accumulo scellerato di files musicali nei dischi rigidi dei computer ha determinato un disamore dei particolari determinando una non identificazione nella musica sfavorendo negli ascoltatori più giovani lo sviluppo di gusti personali.

Riguardo le esibizioni live, come vi trovate con il pubblico italiano? Avete ricevuto accoglienze e attenzioni differenti a seconda della zona in cui suonavate?

In sostanza ci troviamo bene a suonare ovunque, in centri culturali, discoteche, clubs, piazze, teatri, addirittura quest’anno abbiamo provato una nuova esperienza: abbiamo suonato in una villa privata, è stato come tornare indietro nei secoli, quando i signori abbienti organizzavano feste private con il concerto dal vivo nel salotto di casa. Riguardo la zona, non c’è un posto migliore dell’altro. Molto dipende dalla qualità dell’organizzazione dell’evento, poi anche dalla performance. Troppo spesso sento dire da gruppi che le cose non vanno, ma la qualità della performance conta molto.

Sono trascorsi quasi due anni dal vostro ultimo album, attualmente state lavorando ad un nuovo disco?

Attualmente c’è qualcosa di nuovo che sta per venire fuori ma non siamo ancora in fase di registrazione, diciamo che prima del 2014 non uscirà nulla come album in studio.

Ultima domanda che sfora dall'ambito musicale. Come vedi da artista l'epoca in cui stiamo vivendo attualmente? Come credi che verrà ricordata in futuro?

È molto difficile tastare il polso al tempo che vivi, ci vuole talento. Soprattutto con l’arte è facile arrivare a capire in ritardo quello che accade. Viviamo un’epoca difficile, ma anche per questo affascinante, sarebbe semplice prevedere solo catastrofi, soprattutto considerando il background a cui gli Argine sono di solito associati, ma non è così: la nostra arte trae origine dall’esistenza, talvolta dolorosa, talvolta piena di energia vitale! Ho una visione della vita piuttosto propositiva.

Grazie Corrado per la cordialità.



Intervista Klangstabil


Boris May e Maurizio Blanco sono due musicisti tedeschi che sperimentano insieme nel campo dell’elettronica dal 1994.
Il loro progetto si chiama Klangstabil.
Dopo una partenza minimalista, Maurizio Blanco e Boris May, decidono di abbracciare linee dance che sconfinano nell’ IDM, nella space music e nella drum'n'bass.
I risultati sono più che discreti e di ottima prospettiva.
L’ultimo “Math and Emotions”, risalente al 2008, contiene una ricchezza d’influenze differenti in perfetto equilibrio tra il matematico arrangiamento dei sequencer e le vocals rabbiose di May.
Abbiamo incontrato Boris May per fargli qualche domanda in merito al progetto Klangstabil e al suo futuro.

Ciao Boris, benvenuto.
Klangstabil è un progetto poco conosciuto nel nostro paese che meriterebbe certamente più considerazione. Raccontaci in breve la genesi del progetto.

Ciao a tutti.
Io e Maurizio ci siamo conosciuti tramite un amico comune. Personalmente volevo realizzare alcune idee musicali e Maurizio aveva già un piccolo studio a casa sua. Così man mano cominciammo a lavorare assieme con le attrezzature e trovammo divertente la collaborazione, il fatto di scambiarci idee. Ben presto ci fu per noi l’opportunità di suonare dal vivo, fu il nostro primo concerto ed avvenne ad una festa privata. Suonammo in un salotto molto borghese appartenente ai genitori di un nostro amico. Dopo la festa riuscimmo ad ottenere immediatamente il nostro primo contratto discografico e così una cosa tira l'altra...
Fino al 2000 abbiamo lavorato principalmente in analogico e registrato i nostri brani su DAT, dopodiché  abbiamo sempre lavorato con il software.

Nell’ultimo disco comparite tu e Maurizio durante una partita a scacchi. Come nacque il concept di “Math and Emotion”? Ci è venuto in mente “il Settimo Sigillo” di I.Bergman, gli scacchi come metafora dell’esistenza?

E 'certamente una metafora della nostra esistenza. Ma all'inizio, c'era una ragione ben precisa per interessarsi agli scacchi.
Poco dopo l'uscita dell'album "TNS" avvertivo un affaticamento mentale e stavo cercando un modo per contrastarlo e quindi ho iniziato ad interessarmi agli scacchi per allenare il mio cervello.
Effettivamente usiamo il nostro cervello sempre meno, o per meglio dire , lo usiamo in modo diverso, lo conserviamo. La memoria si trova in rete o nel cloud.
Si può richiamare praticamente qualsiasi cosa in qualsiasi momento e ovunque.
Questo cambiamento è così rapido e globale, che può davvero far paura e la massa non si accorge di nulla.
In ogni caso, durante una partita a scacchi, ho notato che non solo si utilizza la straordinaria capacità di pensare, ma sono coinvolte anche molte emozioni, che ovviamente, si cerca di sopprimere come in una partita di poker.
Tempo fa organizzai un torneo di scacchi, al fine di osservare come i giocatori tentavano di controllare le loro espressioni facciali durante il gioco e come reagivano quando si arrivava alle mosse finali sino alla vittoria o alla sconfitta. Queste sono alte prestazioni. Il corpo e la mente sono alquanto impegnati.
Per questo il titolo "Math and Emotion" che può anche riguardare la musica, poichè gli elementi costruttivi della musica, come l'intonazione, la ritmica, l'armonia si attengono a delle regole matematiche, il gioco d'insieme fa emozionare.

Canti “run the math, clarify the misery”, Pitagora sosteneva che l'universo fosse scritto in linguaggio matematico, potremmo definire la matematica come “poesia dell'universo”?

Questa è una bella osservazione a cui non avevo ancora pensato. La nostra matematica è effettivamente una tecnica creata da noi esseri umani per illustrare le leggi. Ci sono certamente forme completamente diverse della matematica e altri metodi per spiegare le cose, ma forse i nostri sensi non ce lo permettono. Ad esempio, vi è un noto autistico inglese che percepisce un numero come una forma e un numero di serie come un paesaggio. E 'una persona molto interessante, dal momento che è uno dei pochi che può comunicare aspetti dell'autismo agli scienziati.

Un altro disco che abbiamo apprezzato è stato "taking nothing seriously". Il titolo è da comprendere su più livelli, quante insidie ha secondo te il termine “nulla”? Come nacque il concept?

C'è una frase che è nel libretto, ma non è cantata nell'album. Questa dice "non siamo nulla, se lasciamo che il nulla esiste" .
Descrivo questo sempre in questo modo: un'amicizia o un legame che non viene stretto, non esiste, e non creiamo e non comunichiamo nulla a chi ci stà di fronte, siamo come senza apparenza come se non ci fossimo. Come la “Storia Infinita” di Michael Ende, il nulla è il grande antipodo alla creazione.
Ma il termine "Nulla" per me, ha anche un significato assolutamente positivo.
Sono felice di non avere niente in tasca, nessuna chiave, niente soldi, nessun documento ... in questo modo mi sento molto libero.
Un paio di anni fa ho venduto e dato via molte delle mie cose. Ho bisogno di molto poco per vivere e sono molto felice.

Il concetto si è evoluto dopo i primi brani come "Push Yourself". Dapprima ho dato più peso alle melodie in particolare, durante il lavoro per “Kopfmusik” un album che non è stato realizzato. Il lavoro con le melodie, l'ho continuato con "TNS".
Inoltre è stato aggiunto il canto e il lavoro sulle voci, ne è risultato un Mix che abbiamo dapprima dovuto spiegare a noi stessi, era qualcosa di nuovo per noi.
Le melodie fungono da chiavi, che possono aprire determinate porte emozionali .
Sino ad oggi affiniamo, lisciamo queste chiavi.

Ci sono attualmente artisti musicali italiani che gradite?

Amo la musica di molti artisti italiani. Io amo le loro voci e il modo in cui usano la loro voce, amo la vostra lingua, soprattutto la potenza e la melodia di questa lingua. E ' la lingua più bella del mondo e l'Italia è il paese più bello del mondo e spero per l'Italia che gli artisti del vostro paese possano fermare la stupidità e la corruzione.

Sempre rimanendo all’Italia, citate come fonte di ispirazione per la copertina di “math and emotion” il film di Lucchino Visconti “Il Gattopardo”. Avete mai visto “Ludwig” di Visconti sulla vita di Ludwig di Bavaria?. Quali sono i registi che apprezzate di più del nostro paese?

Non ho visto il film "Ludwig". Ma l'ho cercato su Youtube, dura  3 ore e 45 minuti! In campo cinematografico ho ancora tanto da scoprire, devo recuperare un sacco di cose e la storia del cinema italiano è sicuramente in cima alla mia lista. Al momento sto scoprendo il cinema russo che mi sta suggerendo mia moglie.

I Kraftwerk sono sicuramente stati tra i vostri più grandi ispiratori. Quali altri musicisti vi hanno influenzato?
I Public Enemy, Kate Bush, Jean Michel Jarre, molte band  anni ’80 (proprio la settimana scorsa ho richiesto Smalltown Boy di Jimmy Sommverville al dj in un club), Depeche Mode, Elvis, Radiohead, Richard Ashcroft. Inoltre  molti musicisti amici come ad esempio i Diorama. In generale essi si ispirano agli anni '80, quei suoni tutt’oggi hanno ancora un certo fascino.

Nella vostra discografia ci sono dischi molto rumoristi e sperimentali, avete intenzione di proporre sonorità simili anche in futuro o sono state solo parentesi?

Credo che i lavori sperimentali hanno contributo a creare negli anni un suono unico ed inconfondibile per Klangstabil. Gli elementi sperimentali avranno sempre un posto nei nostri futuri dischi.

Come nacque l’idea originale di assemblare suoni del game boy per “Gioco Bambino” o “Sprite Storage Format”?

La Nintendo allora aveva sviluppato un software per fare dei suoni minimi sul gameboy. Così cominciammo a giocare un po’ con quei suoni e ad amalgamarli, dopodiché registrammo tutto quello che venne fuori. Due etichette si interessarono al lavoro svolto e pubblicammo i dischi.

Grazie Boris per la breve chiacchierata, speriamo di vedervi live anche in Italia prossimamente. A te l’ultima parola.

Respect your nature.



Intervista Canaan



I Canaan sono una band italiana dalle svariate influenze musicali che vanno dalla darkwave all’ambient. Nascono nel gennaio del 1996 dalle ceneri dei Ras Algethi, il loro stile è caratterizzato dalla cupezza e dalla malinconia delle composizioni. Abbiamo incontrato Mauro Berchi, leader e proprietario della Eibon Records.

Ciao Mauro, innanzitutto benvenuto e grazie per la tua disponibilità.

Grazie a voi per l'interesse e per lo spazio che ci dedicate.

E’ da poco uscito il doppio cd “Of Prisoners Wandering Souls and Cruel Fears”, un lavoro forse meno immediato rispetto alle produzioni passate ma decisamente maturo. Le prime novità che saltano all’orecchio dopo un ascolto sono la produzione più caotica e meno nitida rispetto al passato e i duetti con la vocalist femminile. Due scelte che si son rivelate azzeccate nel risultato finale. Come sempre il disco è molto valido, ce lo introdurresti a livello concettuale?

Il mondo dipinto nel disco è un mondo “psicologico/immaginario” pericoloso, popolato da una serie di entità malevole, il cui scopo è destabilizzare, infastidire, ingombrare. Le anime erranti (per scelta o per costrizione) che si trovano a vagare in questo spazio devono fare i conti con una costante mancanza di tranquillità e con la paura. Ogni riferimento alla mia situazione personale è puramente voluta. Cosi' come voluto è il “caos” nella produzione e nella scelta dei suoni. “Of prisoners, wandering souls and cruel fears” è un disco malsano e dall'anima doom (non necessariamente metal, sia chiaro) e una produzione cristallina come quella che scegliemmo ad esempio per “Contro.luce” non sarebbe stata adeguata. Abbiamo pertanto scelto di sacrificare la pulizia a favore di un impatto più grezzo e ruvido.

La seconda parte “Prisoners” è interamente Ambient, nonostante non siate un progetto dedito soltanto al Dark Ambient, avete dimostrato di saper trasmettere oscurità meglio delle miriadi di band che saltano fuori come funghi in questo ambito. Come mai la scelta ricorrente della tematica della prigionia?

Nel secondo disco, le “personcine brutte e cattive” alle quali sono dedicati i brani del primo disco scoprono che non importa quanto tu ti ritenga (o sia) effettivamente malvagio, finirai comunque per trovare qualcuno peggio di te. Le prospettive si invertono, le canzoni mutano forma (pur esistendo similitudini profonde tra le corrispondenti tracce dei due dischi) e si apre un secondo mondo parallelo al primo. Cambiano gli attori, ma rimane immutato il senso di smarrimento e la coscienza di essere prigionieri – di sé stessi, dei propri pensieri, delle cose, delle persone, delle situazioni, di tutto quello con cui si entra in contatto.

Sinceramente, uno dei pochi aspetti “negativi” che abbiamo riscontrato in “Of Prisoners Wandering Souls and Cruel Fears” è la scelta del ritorno ai testi completamente in inglese. Troviamo che il punto di forza di Controluce fosse proprio la scelta dell’ Italiano. Con la vostra lingua madre, le atmosfere malinconiche da voi create facevano davvero un salto di qualità notevole. E’ ovviamente solo il nostro punto di vista, come mai avete optato nuovamente per l’inglese?

Per nessuna ragione in particolare. Siamo impulsivi nello scrivere e nel comporre, e in buona sostanza è semplicemente accaduto che i nuovi testi fossero in inglese. Non ho idea di cosa succederà con il prossimo disco, e la cosa è stimolante.
  
Quando riascolti un disco di Caanan dopo averlo inciso, quali sono le tue sensazioni? Specialmente a distanza di anni, ad esempio se oggi riascoltassi Blue Fire?

Ho un rapporto molto conflittuale con quello che facciamo. Solitamente provo ribrezzo, altre volte inspiegabile ammirazione, raramente indifferenza. Tendo comunque a sentire molto più le imperfezioni degli elementi positivi, e questo influisce sui miei ascolti in modo determinante. Non sono mai stato un fan di me stesso come persona, e di conseguenza non lo sono della musica CANAAN, che ho sempre utilizzato e continuo ad utilizzare come una valvola di sfogo per le mie paranoie assortite più che come un “divertimento” o un “passatempo”. Dal momento che riverso in quello che suono una parte di quello che mi avvelena l'anima, penso sia comprensibile il mio rapporto intricato con esso. Nello specifico, attraverso momenti nei quali non riesco ad ascoltare null'altro che i nostri dischi, altri nei quali solo vederli mi fa venire da vomitare......

In passato hai affermato che i dischi di CANAAN hanno una funzione terapeutica nella tua vita. Ci è venuto spontaneo fare un parallelo con il grande scrittore rumeno Emil Cioran, che a fronte di sensazioni molto simili a quelle che descrivete nei vostri testi, utilizzava la scrittura come terapia, come una liberazione dei propri tormenti che una volta pubblicati lo alleggerivano. Mi confermi questa sensazione? Conosci l’opera di Cioran o non vi siete mai “incontrati”?

Conosco Cioran (decisamente una persona non proprio serena neppure lui, alla quale mi lega anche l'insonnia.........), che non leggo però da tempo vista anche la ponderosità delle sue opere. Trovo che la situazione descritta si adatti alla perfezione anche al mio caso: il processo di espellere un pensiero secondo un metodo creativo qualsiasi (musica, poesia, scultura, pittura, bricolage, quello che volete) è di per se stesso purificatore. Per quanto piccolo, toglie un peso dall'anima e aiuta – almeno per un momento – a sentirsi più leggeri e distratti nel senso positivo del termine. Trovo poi affascinante che quello che si crea cominci a vivere di vita propria una volta “cristallizzato” in una qualche forma; a distanza di anni può essere interessante andare a “riguardare il mondo” attraverso i propri stessi occhi – a volte si scoprono cose piuttosto intriganti.

Hai dichiarato che il nome Caanan deriva da un brano degli Amon Duul. Quanto è stata importante per te musicalmente la band tedesca?

Quando ero ragazzino ascoltavo molto Phallus Dei, disco che ai tempi mi colpi' per l'apparente “casualità” dei brani, che mi sembravano molto più caotici di quanto in realtà non siano. Crescendo ho accantonato gli Amon Duul II e sono passato ad altro, ma quel titolo mi è sempre rimasto in testa, e quando ho dovuto pensare ad un nome per il gruppo, non ho dovuto penare troppo.....

Tasto dolente. Come va la tua Eibon Records nell’epoca del download? Oggi più che mai riuscire a vivere solamente delle proprie passioni sta divenendo sempre più complesso, specialmente per chi è artisticamente “puro”…

Seguitemi un attimo. Scaricamento mp3 = accesso immediato e facile alla musica = allargamento base ascoltatori. Se come credo questa equivalenza è corretta, sarebbe altrettanto corretto presumere che – semplicemente per una questione statistica – le vendite crescano. Invece succede proprio l'opposto. E questo significa che c'è qualcosa di errato, di profondamente SBAGLIATO. Quello che trovo preoccupante non è tanto lo scaricare in se (potente strumento di indagine e di scoperta) quanto il fatto che esso ha ormai spostato la precezione stessa della musica: essa non è più un qualcosa DEGNO di una forma fisica quanto piuttosto un complemento, un riempimento intangibile che finisce su un hard disk senza forma, senza corpo, senza sostanza. Una scoreggia digitale, in un merdaio digitale nel quale è tutto mischiato senza senso. Non riesco veramente a comprendere come si possa paragonare un file con l'esperienza tattile, olfattiva, “affettiva” di rapportarsi ad un oggetto fisico. Sarà perchè sono un vecchio rincoglionito legato ancora a vinili e cassette, ma va proprio al di là della mia comprensione. Questo preambolo per dire che l'etichetta è attualmente “sotto ad un treno”; a causa delle vendite ridicole è tornata ad essere nulla più di un hobby, che seguo ancora con amore e dedizione, ma che come un amante che ti rifiuta, a lungo andare comincia a perdere fascino.

Un altro step della vostra carriera è “The unsaid words”, cosa puoi dirci della bellissima “Senza una risposta”? Come è nato questo pezzo?

“Senza una risposta” è uno dei brani che avevamo concepito e pensato apposta per Gianni. Glielo abbiamo letteralmente cucito addosso, pensandolo ed arrangiandolo appositamente per la sua voce, ed il risultato è stato soddisfacente per entrambe le parti.

Se non andiamo errato inThe unsaid words” c’è stata la collaborazione dell’ottimo Gianni
Pedretti di Colloquio. Quanto è  stato importante il suo apporto?

La collaborazione con lui era iniziata nel 2002 – cantò nei due brani in italiano di “A calling to weakness”. Sono legato a Gianni da una amicizia ultra decennale e da un rispetto profondo per la persona, per l'artista e per il cantante, e posso dire che è stato un vero onore poter lavorare con lui. Il suo apporto è stato fondamentale in tutti i brani nei quali è stato presente, dei quali molto spesso ha anche scritto i testi. Decisamente un Grande, con la “g” maiuscola.

E il progetto Neronoia come procede? E’ previsto un nuovo lavoro in futuro?

Al momento non ci sono piani per un nuovo disco. Personalmente mi piacerebbe molto concretizzarlo, ma non sono sicuro che riusciremo a far combaciare tutti gli elementi e superare gli ostacoli – il primo e più pesante dei quali è la distanza fisica che ci separa. Comunque, mai dire mai.

Ultima domanda prima di salutarci. Hai mai pensato all’idea di trasporre le tematiche di Caanan in altri ambiti artistici? Ad esempio, nella pittura, lasciando che la tua creatività esploda in maniera anarchica su carta. Oppure girando un cortometraggio cinematografico… potrebbe saltare fuori qualcosa di eccezionale.

L'idea mi è venuta, ma non sono granchè come pittore – me la cavo molto meglio con un mouse che non con pennelli e colori. Per quanto mi riguarda poi, comporre, suonare, registrare, scrivere, fare grafiche e scattare fotografie mi è sufficiente per tenermi “tranquillo” e non sento altre necessità o velleità “artistiche”. Per quanto riguarda il cinema, pur apprezzandolo, non ne sono un grande amante: trovo che lasci meno spazio all'immaginazione rispetto ad esempio a musica e letteratura. A dire il vero sto carezzando l'idea di scrivere un romanzo, ma non so bene se porterò mai a termine questa utopia.

Grazie  Mauro per il tempo dedicatoci, un caro saluto. A te l’ultima parola.

Grazia a voi. NOTHING : NEVER : NOWHERE



Intervista Egida Aurea


Egida Aurea è un progetto musicale che nasce a Genova  nell'estate 2006 dalla collaborazione tra Diego Banchero (Malombra, il Segno del Comando, Zess, Recondita Stirpe) e Carolina Cecchinato (voce femminile di Recondita Stirpe). Si aggiungono in seguito alla formazione, Fernando Cherchi,, Mirko Giorgini  e Guglielmo Amore.
Il gruppo ha sviluppato negli anni una ricerca sperimentale tra il neo folk  e la canzone d’autore italiana. Egida Aurea trae ispirazione dalla memoria ancestrale di molti paesi europei (specialmente di area mediterranea), senza avere però implicazioni politiche di alcun tipo e ponendosi come voce artistica di un passato estinto e di un presente che non sposa il modus vivendi del mondo contemporaneo.

Abbiamo incontrato Diego Banchero per un’ intervista.
Ave Diego, innanzitutto grazie per la tua disponibilità.
La prima domanda è sulla tua città natale, Genova, una città di cantautori come F. De André. In che modo questa città ed i suoi artisti storici hanno influenzato la tua musica e il tuo spirito?

Genova, la sua storia e la sua musica influenzano per forza di cose le mie composizioni.
Tra tutti i progetti a cui ho dato la luce, da quando ho iniziato la mia carriera come compositore, Egida Aurea è quello in cui le influenze della mia città, della sua arte e della sua cultura, sono più consistenti.

Cominciamo con i tuoi progetti. Dal Segno Del Comando fino ad Egida Aurea.
Quali sono i motivi principali per cui hai cominciato a fare musica. Quali sono le tue influenze musicali e culturali? E’ solo musica? O hai concetti ed idee che desideri diffondere attraverso la musica?

Ho deciso di diventare un musicista a metà degli anni Ottanta, in un periodo in cui sentivo la necessità di evitare il disorientamento che caratterizza la mia generazione, in un periodo di perdita di valori che ha causato numerose vittime.
Col passare del tempo, sono cresciuto grazie ad un intenso studio e ho scoperto la composizione rendendomi conto che avrei potuto dare il mio contributo creativo per il recupero e la conservazione delle pagine più importanti del Centro-Europa e della cultura italiana.
Questo lavoro di "resistenza culturale" iniziata con "Il Segno del Comando" è giunta fino ad oggi in un progresso continuo che mi ha spinto a prendermi cura anche dei  testi che sono il risultato diretto della mia analisi di umile studioso di metapolitica, storia, psicologia, antropologia sociale e fenomenologia culturale. In ogni caso una ricostruzione della griglia delle mie influenze culturali e musicali è tutt'altro che facile da fare, poichè è molto variegata ed articolata.

Le religioni sono molto importanti nel nostro mondo, la nostra società dice di essere atea, ma in realtà i media parlano di religioni ogni giorno, persone provenienti da tutto il mondo cercano di trovare un' identità nella spiritualità o in una religione. Anche gli eventi politici, le ideologie ed il modo di pensare sono governati dalle religioni, per es. Weber e Sombart che pensano che il capitalismo sia una conseguenza dello spirito del vecchio Testamento e molti filosofi pensano che il comunismo sia figlio di una ideologia cattolica, ma con l’assenza di un Dio trascendentale. La scena industriale è  sempre così colma di temi religiosi, esoterici e spirituali. Qual è la tua idea di religione e spiritualità? Come vedi le religioni oggi e qual’è il tuo rapporto con la religione? La spiritualità influenza le tue opere? Potrebbe secondo te la musica industriale aiutare le persone a trovare la propria identità spirituale?

Ho avuto un'educazione cattolica, ma dopo anni di battaglie interiori e approcci a diversi tipi di culti e filosofie, credo di aver raggiunto una condizione di libertà vivendo in  una sorta di "spiritualismo laico" (si perdoni questo neologismo!). Questa condizione è diversa da quella apparente contraddizione in termini sia di dottrine politiche e scientifiche che assumono le caratteristiche di culti secolarizzati destinati a sopravvivere anche al cristianesimo, ma la sua essenza è meno bizzarra di quello che sembra in apparenza. Essa consiste essenzialmente nel raggiungere una condizione, non sconosciuta già a diverse filosofie, per cui l'identificazione di un Dio trascendente (come percezione di un "totalmente altro") è effettivamente una fonte di sprechi di energia, potenza e capacità di modellare la realtà, una condizione di contenimento (nel senso psicodinamico del termine) per molti dei dolori che affliggono l'essere umano, rendendolo debole e scaricando una parte del suo potere.
A parte questo, dopo la prima ondata del fenomeno dissoluto comunemente noto come movimento New Age, che ci ha bombardato con tutta una serie di suggestioni spirituali, stiamo assistendo alla espansione di una seconda ondata, in cui vi sono reinterpretazioni di qualche culto esoterico (pseudo) scientifico- visionario spirituale, nuova ufologia e neo-cristianesimo.
Tutto questo, in attesa di una mutazione metafisica che si verifica a causa di una filosofia capace di catalizzare nuovamente le masse.
La Spiritualità non è dunque solo un’ influenza, ma costituisce la base del mio lavoro! In conclusione, penso che l’industrial rappresenti un fenomeno di rottura,  un portatore di provocazioni e contenuti che possono essere utili per una mente aperta, pronta a comprenderli, anche se il mio approccio stilistico è molto diverso e si propone di perseguire la "rivolta spontanea del canto", che è un prerequisito di musica popolare e canzone politica.

So che sei interessato anche alla geopolitica. E 'un tema molto importante e principale per comprendere i veri problemi del mondo moderno. Qual è il tuo punto di vista? Cosa ne pensi dell'idea eurasiatica? Pensi che un blocco eurasiatico potrebbe essere un'alternativa al globalismo e al potere americano/ banche/Israele?
Pensi che sia meglio un blocco con un paese-leader (ad es. effettivamente potrebbe essere la Russia un leader del movimento eurasiatico ... in passato Roma, la Germania o anche la Francia ha cercato di essere il leader di una Europa unita)? Pensi che la spiritualità sia importante in questa lotta?


Sono d'accordo con le persone che descrivono l'Italia come una terra occupata, priva di ogni sovranità nazionale così come ogni libertà di svolgere la propria funzione naturale geopolitica.
In realtà vale lo stesso discorso per tutta l'Europa, è diventata un'appendice del "blocco occidentale" sotto il pollice di egemonia degli Stati Uniti.
L'idea di unione eurasiatica potrebbe certamente essere un'alternativa allo stato attuale delle cose, ma è una ipotesi che sento ancora troppo lontana.
Il ruolo di una nazione leader consisterebbe nell'essere un catalizzatore per altri paesi verso una unione sovranazionale che sarebbe in grado di sfidare il dominio statunitense.
Penso che attualmente la Russia o la Cina sarebbero gli unici in grado di assumere tale ruolo.
D’altronde abbiamo assistito come negli ultimi decenni, qualsiasi scintilla di  vera opposizione al di fuori di questi paesi, sia stata spenta sul nascere e senza esitazioni.
Per rispondere l'ultima parte della tua domanda, devo dire che sono fermamente convinto che ci sia una relazione bidirezionale che regola la guerra e la spiritualità.

Mi piace davvero tanto il primo mini cd di Egida Aurea "Storia di Una Rondine". Ha un grande atteggiamento marziale e neofolk. Qual è il concetto alla base di questo cd?

L'EP "Storia di una Rondine" descrive quattro momenti di guerra tratti da diversi periodi storici, dal Età alessandrina sino alle guerre urbane di oggi.

Dal tuo ultimo lavoro, ho gradito molto il brano “Odore di Benzina”. Qual è il concetto alla base di questa canzone? E 'stato scritto con Vinz dalla band neofolk  Ballo Delle Castagne. Perché hai lavorato con lui? Come è nata questa collaborazione? Sarà di aiuto alla crescita artistica della tua musica? Potresti, già che ci siamo, dirci qualcosa in merito a tutto il disco? Vorrei sapere soprattutto perché si sono aggiunti così tanti elementi prog-rock nel tuo stile folk.

Odore di Benzina è una canzone dedicata agli "anni di piombo", e più precisamente a certi eventi che coinvolgono persone che sono morte a causa di incendi dolosi.
Si tratta di un piccolo omaggio alla musica italiana di questi tempi, che pur essendo influenzata dall’ American jazz-rock, ha sviluppato la sua originalità diventando un fenomeno artistico unico e completamente italiano.
La canzone è uno dei primi esperimenti che combina ritmi marziali con colonne sonore di thriller italiani, e in futuro abbiamo intenzione di esplorare ulteriormente questo tipo di alchimia.
L'ho scritta io (inizialmente era stata fatto per il Ballo delle Castagne, ma fu scartata) e Vinz ha contribuito con “note acide” del suo moog.
Collaboro con Vinz da anni: oltre al suo lavoro di musicista, è anche il leader di HR SPQR, l'etichetta che produce il mio lavoro!
L'album Derive è una raccolta di nove canzoni, tra cui una strumentale.
Ogni canzone ha una storia a sé, ed ognuna cattura uno dei molteplici aspetti della deriva metafisica che si presenta come una conseguenza della progressiva "perdita di senso" che ci ha portato ad oggi.
Lo studio per recuperare i tratti caratterizzanti del songwriting genovese si è aggiunto alla sperimentazione attraverso la quale le precedenti ritmiche, melodie ed armonie, che sono fortemente acustiche, vengono contaminate con suoni elettrici e acidi.
Inoltre la constatazione che all'interno della scena neofolk ci siano ormai ritmi marziali e militari abusati, ci ha fatto capire come sia giunto il momento per il recupero di ricordi e impressioni da momenti di guerra, che sono più vicini alla nostra gente, in particolare quelli relativi al periodo storico iniziato nel fine degli anni '60 e conclusosi negli anni '80.
Questo è il motivo per cui la contaminazione prog-rock ha avuto un ruolo così importante ultimamente, e ciò e forse anche quel che distingue Egida Aurea dagli altri progetti della scena.

A proposito di musica rock, penso che si tratti di uno stile musicale nato dalla Melting Pot americana, uno stile di vita che ha distrutto molte identità culturali. Qual è la tua idea? Come si può lottare contro il globalismo e mondialismo con una musica che il "sistema moderno" utilizza per distruggere le identità culturali?

La musica rock ha sicuramente portato un enorme nichilismo, a mio parere ha contribuito più volte alla semina ed alla diffusione di "etats d'esprit" contagiosi e psichici per le masse, che alla fine non si allontanano molto dalle entità che Paolo di Tarso chiamava "Powers Of The Air" (egli era ben consapevole della loro influenza sul substrato emotivo delle persone).
Essendo io stesso completamente "contaminato" dalla cultura rock, la mia generazione è nata e cresciuta così, mi sono spesso chiesto se sarebbe stato possibile trovare alcune scelte culturali ed artistiche, o comportamenti, in grado di proteggere la propria anima da questo scivolamento progressivo verso paludi di dissoluzione.
Alla fine ho provato anche a dedicare quasi interamente il mio lavoro al recupero delle mie radici culturali.
A poco a poco, però, ho notato che la lotta contro ogni condizione di
"Impoverimento" è la strada più sottile (con "impoverimento" intendo la lenta deriva verso una vita interiore che diventa lentamente più povera, lontana da qualsiasi senso morale o qualsiasi disciplina superiore).

E cosa ne pensate della musica elettronica, industriale e neofolk come alternativa alla musica mainstream? Il Neofolk aiuta a riscoprire la musica tradizionale ed identitaria. Pensi che la musica industriale potrebbe aiutare a costruire un "uomo nuovo", una nuova cultura per un uomo che non vuole un nuovo ordine mondiale?

Ho scelto di partecipare a questa corrente artistica (elettronica, industriale, neofolk) solo perché la considero un’ avanguardia culturale in grado di fornire una resistenza attiva alternativa alla musica di oggi governata da élite.
Ma a parte questo, sono anche abbastanza consapevole dei problemi,  dei pericoli e dei rischi prodotti giornalmente da questa scena, difatti se osserviamo non vediamo purtroppo risultati positivi ed incoraggianti.
Mi spiego meglio, se noi ci fermiamo ad un analisi sulla sfera simbolica per valutare solo gli effetti della dissoluzione delle nostre vite interiori, rischiamo di commettere un errore, ho visto molte volte persone (artisti, studiosi e persone della scena) che parlavano di tradizione, di valori e di lotta contro la globalizzazione. Li ho visti recuperare il patrimonio culturale e l'iconografia, rifiutando la contaminazione esotica, ma alla fin fine, osservandoli non potevi che constatare come essi fossero completamente allineati alla
logica dell’ individualismo della civiltà liberale. La grande sfida per tutti noi è quella di creare un uomo nuovo in grado di trovare la "Dawn inside the Sunset", raggiungendo un livello di formazione interna che possa rendere la nostra anima meno vulnerabile  all'azione delle larve mentali che ci portiamo dentro di noi.
Dobbiamo trovare almeno una parte del nostro "Egemotikon" (cioè, il sovrano interiore) che non renda possibile il nostro regredire a bassi livelli di pensiero.

Oltre a Vinz, hai lavorato con altri artisti? Quale e in che modo hanno influenzato il tuo stile? A volte la musica industriale, ma credo ogni tipo di musica, non è sempre così originale. Molti nuovi progetti sono davvero simili a quelli storici di genere. Pensi che la collaborazione potrebbe aiutare la musica ad essere più innovativa ed originale? Negli ultimi anni sono nati alcuni ottimi nuovi progetti e labels. Tu pensi che possano rinnovare la scena? In generale, come vedi  la scena attuale?

Fatta eccezione per la mia precedente militanza artistica (il rock progressivo e ancor prima il jazz), alle collaborazioni illustri, e per una buona ragione, ho preferito formare una squadra di musicisti molto competenti e di talento.
Ho lasciato che ciascuno di loro portasse il suo stile all'interno della band e il risultato di questa esperienza è oggi molto soddisfacente.
Per esempio con Egida Aurea si è progressivamente sviluppato un suono che non avrei mai immaginato all'inizio e questo grazie all'influenza dei grandi musicisti di talento che sono coinvolti.
Sono davvero convinto che tale collaborazione possa essere utile se si accetta la sfida di crescere insieme.
L'anno scorso sono state rilasciate alcune releases molto interessanti che potrebbero portare nuova vita ad una scena che tende all’ asfissia.

Grazie ancora Diego per la gentile chiacchierata, un sincero augurio per tutto.

Grazie a voi!



Intervista Deleyaman


I Deleyaman sono una band nata in Armenia per mano del polistrumentista Aret Madilian.
Formati nel 2000, hanno pubblicato ad oggi 5 dischi.
Trattasi di un progetto suggestivo ed elegante.
Ascoltare i Deleyaman è come entrare in un limbo di suoni introspettivi dal sapore trascendentale, la loro è una proposta evocativa, che è stata in grado di andare oltre i soliti tentativi di imitazione dei grandissimi Dead Can Dance.
Benvenuto Aret.
Innanzitutto complimenti. Riteniamo i Deleyaman tra le formazioni attualmente più emozionanti sulla scena,
Per cominciare, ci racconti la genesi di Deleyaman?

I Deleyaman nascono il giorno in cui mi trasferì da Los Angeles in un piccolo villaggio nella campagna della Normandia.
Avevo vissuto a Parigi qualche anno prima, ma poi preferì  la campagna alla città.
Gli affitti lì sono a buon mercato rispetto alla città, così fui in grado di affittare una casa grande abbastanza per mettere insieme un home studio ed iniziare a lavorare su alcune nuove idee musicali che avevo e che volli sperimentare.

Incontrai Gerard, che suona il duduk, nel 1997 per puro caso. In pratica mi trovò nella rubrica telefonica e mi chiese se avevamo qualche rapporto dal momento che condividevamo lo stesso raro cognome.
Parlando, si rese conto che non solo avevamo in condivisione lo stesso cognome, ma anche che eravamo entrambi interessati alla musica in modo particolarmente “strano”.

Mi piacque subito il suo duduk e il modo unico che aveva Gerard nel suonarlo. E 'uno dei  suonatori di duduk migliori al mondo, è in grado realmente di sentirsi a proprio agio suonandolo sia tradizionalmente che in contesti sperimentali.
Credetemi è difficile trovare  qualcuno che sia in grado di fare ciò con il Duduk nel panorama musicale attuale.
Così, quando sono venuto in Normandia da Los Angeles, lo chiamai e gli chiesi se fosse interessato ad unirsi alla band che si stava formando.

Poi avvenne l’altro mio incontro casuale, quello con Beatrice e la sua voce. Lei faceva parte di un gruppo di amici che allora veniva a farmi visita di tanto in tanto in Normandia. In una di queste visite, cominciò a cantare delle composizioni che noi tutti ascoltammo per un pomeriggio intero. Rimasi molto colpito dal suo tono vocale molto particolare e malinconico. Sentii qualcosa di molto straziante e caldo nella sua voce. Così feci a lei la stessa domanda che avevo fatto a Gerard in precedenza.

Allora avevo già scritto la maggior parte delle canzoni per il nostro primo album in modo che Gerard e Beatrice potessero poi aggiungerci il duduk e le parti vocali.
Fortunatamente trovammo in breve tempo una piccola etichetta indipendente a Parigi disposta a rilasciare il nostro primo album nel 2001. Una volta che l'album uscì, decidemmo di fare alcuni concerti dal vivo per provare la nostra musica fuori da un contesto di studio,  suonando dal vivo.

Fino ad allora avevo fatto tutto il percussivo e la programmazione della batteria artificialmente, ma poi decisi di trovare un batterista. Anche in questo caso, il destino ebbe una soluzione per noi. Avevo sentito parlare di un batterista svedese che viveva nel mio villaggio, eravamo gli unici due stranieri. Mi misi a cercare la fattoria dove aveva vissuto e bussai alla sua porta una mattina con il nostro primo CD in mano per chiedergli di partecipare al progetto Deleyaman. Accettò il giorno dopo e tutt’ora abbiamo ancora la stessa line-up.

Quindi sin dal primo disco siete stati quattro componenti, giusto?

Eravamo in tre solo per il nostro primo album “00/1”. Siamo stati quattro dal secondo.
Per il primo album, è stato fondamentale l’utilizzo di una workstation Korg per comporre tutti i brani. In un certo senso, quello è l’album più elettro-synth della nostra discografia. Gli unici elementi organici di quell'album furono il duduk e le nostre voci.
Con il secondo album cominciai anche ad aggiungere paesaggi sonori di chitarra sparse.
Iniziai inoltre a sperimentare di più con strumenti acustici come il sax, nonché utilizzando il def per le percussioni.

Gli album più recenti sono poi sicuramente più equilibrati tra l'organico e il sintetico. Io sono tornato a uno dei miei primi amori: il basso.

A proposito del duduk. Credo sia uno degli elementi che più contraddistingue i Deleyaman sia proprio il suo utilizzo. Da dove nasce il tuo amore per questo straordinario tradizionale strumento a fiato e perché sei così legato ad esso nelle vostre composizioni?

Si tratta di uno strumento straordinario sotto tutti i punti di vista.
Prima di tutto è uno strumento a fiato antichissimo, l’antenato dell'oboe. E 'uno strumento tipicamente armeno, ma lo si può trovare anche in molte altre regioni dall'altopiano anatolico nel Caucaso in Azerbaigian, Georgia e Turchia. Risale a più o meno 3000 anni fa e probabilmente ha il suono più intrigante ed emozionante che abbia mai sentito uscire da uno strumento costruito da un essere umano.
Il canto o il piangere delle balene è probabilmente l'altro suono che mi commuove allo stesso modo.
E 'anche uno degli strumenti più arcaici di ricerca che si possa immaginare. Solo un pezzo di legno cilindrico con 7 fori sulla parte anteriore e 1 o 2 sul retro. E 'fatto di un albero di albicocche e ogni duduk ha una gamma molto limitata.

Trattasi appunto di uno strumento tradizionale , ma quello che mi interessava di più era il modo in cui potessimo renderlo contemporaneo includendolo nella musica non tradizionale.
Io volevo avere il duduk non come semplice strumento ospite, bensì con un ruolo esattamente paritario rispetto ad una chitarra o ad un basso. Pertanto Gerard è un vero membro del gruppo, non solo un musicista ospite. Comporre solo alcune canzoni  per il duduk per far sentire quanto è bello il suo suono non era certo nei miei intenti, bensì l’obiettivo è sempre stato quello di trovargli un posto di pari dignità rispetto qualsiasi altro strumento o alla voce nelle composizioni.

A tratti ricordate i Dead Can Dance, ma nel complesso la vostra proposta è molto originale. Quali sono i vostri principali riferimenti artistici?

Siamo spesso in disaccordo, quando veniamo paragonati ai Dead Can Dance. La cosa divertente è che nessuno nella band aveva ascoltato i Dead Can Dance prima di formare Deleyaman. Detto questo, capisco le ragioni per cui così tante persone ci trovano simili. Tendo a pensare che i motivi principali siano che entrambe le band hanno un cantante maschio e femmina che condividono le funzioni vocali, entrambi i gruppi sono influenzati sia dall’ occidentale che dalla musica orientale, entrambi i gruppi hanno utilizzato strumenti tradizionali in un contesto musicale contemporaneo, entrambe le band tendono a favorire suggestivi paesaggi musicali. Ma anche se molti hanno paragonato la mia voce a quella di Brendan Perry, io non vedo come la voce di Beatrice possa essere paragonata a quella di Lisa Gerrard.
Personalmente ritengo che una band come Rajna sia musicalmente più vicina ai Dead Can Dance rispetto a quanto lo siamo noi.

Quando ero molto giovane a Los Angeles ascoltavo The Doors, Fleetwood Mac, Styx, Supertramp ecc, e  devo anche ammettere che quando ero un ragazzino, con gioia mi piaceva ascoltare gli ABBA e i  Demmiss Roussos.

Il mio primo amore di suggestivi paesaggi musicali fu probabilmente il risultato di una musica di Ennio Morricone utilizzata per i western di Sergio Leone.
Mi ricordo che guardavo tutti i film di Leone gratuitamente dal balcone di mia nonna che si affacciava su un cinema all’ aperto a Istanbul. Momenti meravigliosi incisi nel mio cuore. Lì c’era il mondo orientale armeno, turco e greco che ho sempre sentito dentro di me da immigrato a Los Angeles. La mia nonna paterna era greca e mio nonno armeno. Entrambi originariamente dalle rive del Mar Nero, si trasferirono a vivere a Istanbul dove io nacqui.

Per quanto riguarda i miei riferimenti reali o influenze della musica occidentale, sono cresciuto ascoltando The Stranglers, Joy Division, Wire, Magazine, Kraftwerk, OMD, Ultravox, The Chameleons, Simple Minds e simili, soprattutto le band  post-punk dell'epoca. Poi però scoprii gente come  Can e Neu! e feci un sacco di ricerche sulla musica sperimentale nella biblioteca pubblica.
La musica di Erik Satie fu certamente una rivelazione forte. In quel periodo, scoprii anche alcuni compositori ancora poco noti al grande pubblico principale. Il compositore irlandese John Field che precedette Frederic Chopin e i suoi Notturni, il francese Charles Valantin Alkan, ecc.

Le vostre sonorità sono molto orientaleggianti, tu sei di origini armene appunto. Quanto c’è dell’Armenia nella musica di Deleyaman?

Credo che la parte armena della nostra musica sia portata alla luce più che altro da Gerard e dal suo duduk.
Lui ha viaggiato molte volte in terra armena e ha speso un sacco di tempo con i maestri del duduk che vivono nei villaggi rurali per apprendere e acquisire la conoscenza del passato musicale, filosofico e spirituale dello strumento.
Penso che le mie origini armene siano invece più sottilmente rappresentate in Deleyaman.

Forse più in forma del mio fraseggio vocale o nelle strutture melodiche. La nostra musica è una miscela di tutte le nostre esperienze, amori, ispirazioni e i nostri sé più profondi che è difficile per me separare e distinguere l'est dall'ovest, se sai cosa voglio dire. Tranne ovviamente il duduk che ha un suono riconoscibile e ultraterreno.
Sempre rimanendo al forte impatto spirituale della vostra musica, in “fourth part one” son presenti parole di Khalil Gibran. Khalil Gibran era di religione cristiano-maronita, quale ruolo ha la religione nella tua vita?

Questa è una domanda interessante. La religione non gioca un ruolo consapevole nella nostra musica.
Quello che voglio dire è che non facciamo musica per qualche essere superiore, né io personalmente mi sento guidato da una missione sacra. È molto più semplice. Siamo una band molto istintiva, facciamo musica con le nostre viscere e i nostri sentimenti, molto meno con le nostre menti. Penso che la mente o le considerazioni mentali siano utili più che altro durante le fasi di disposizione o di raggruppamento dell'album. Abbiamo un rapporto più esistenziale e diretto rispetto ad un religioso, non abbiamo bisogno di un interprete tra noi e il mistero cosmico. Anche se capisco le esigenze mistiche e le sensazioni di alcuni esseri umani, molto luminosi, come Gibran, Gandhi o di Edgar A. Poe. Tutti questi uomini ci hanno lasciato con grandi doni.

Nei vostri dischi c’è l’utilizzo di poesie di grandi del passato. In particolare ci ha colpito in “Fourth, part two” la citazione di Ralph Waldo Emerson. Come mai la scelta di questo sottovalutato saggista?

Ho scelto Emerson perché per me lui faceva parte di quella parte di poeti in cerca del trascendente e del desiderio di qualcosa di più di ciò che il mondo occidentale ha da offrire in termini di cibo spirituale. Egli era molto interessato alle filosofie religiose dell’ est.

Un brano straordinario dell’ultimo cd è “Brahma”. Come è nato?

Guarda, ho un libro molto speciale che comprai anni fa per 0,50 centesimi in una libreria di Los Angeles. Si trattava di un libro di poesie di poeti poco noti americani.
Un giorno, nel nostro studio, stavo provando quella che divenne poi la linea di basso di apertura di Brahma, ricercavo qualcosa ma non sapevo cosa.
Mentre suonavo le due semplici note introduttive della canzone, trovai quel libro accanto a me, trovai la poesia Brahma di Emerson. Cominciai così a cantare il testo intero della poesia senza cambiare una parola né un battito del ritmo.
Si adattavano perfettamente. E 'piuttosto raro quando le cose vanno in una misura così perfetta senza alcuno sforzo

Sapevo che sarebbe stato un nuovo brano ma avevo bisogno degli altri per implementarlo. Considerando il contenuto della poesia, la canzone fu implementata con il solito duduk di Gerard. Lui essendo una persona molto incline alla spiritualità, fece la sua parte nel modo più naturale possibile. Quindi decidemmo di aggiungere le chitarre nello sfondo per dare una sensazione di grinta unita alle parti vocali di Beatrice.


Attualmente vivi in Francia? Com’è il clima culturale in terra transalpina? Sei soddisfatto?

No, non sono affatto soddisfatto.
A mio parere, la Francia è diventata vittima del suo stesso successo passato.
Sembra che il paese si stia cullando su una gloria passata invece di interessarsi a offrire qualcosa di nuovo al mondo come fece un secolo fa.
Non vi è alcuna attenzione per una contro-cultura.

Si dà spazio sempre e solo ai grandi nomi tradizionali popolari sicuri di portare pubblico e denaro.
Non si prendono i rischi necessari per lanciare nuovi artisti o movimenti nuovi. Il paradosso è che il governo francese spende un sacco di soldi per sovvenzionare la cultura. A loro piace mettersi in gioco e contribuire a spingere la cultura, ma credo che sia proprio questo il problema. Non c'è abbastanza libertà amministrativa, né spazio per gli individui a prendere iniziative personali. Tutte le iniziative personali sono soggette alle stesse norme pesanti amministrative.
Per la contro-cultura a fiorire, sarebbe necessario liberare gli artisti e la cultura da parte dello Stato e dei governi per poter  favorire le iniziative personali, le arti sovversive e gli investimenti dei cittadini.
Penso che l'arte e la cultura dovrebbero essere separate dal governo. Il governo francese ha recuperato la cultura popolare e la ha istituzionalizzata.
Non so come sia in Italia, ma tutto questo può benissimo essere la parte meno interessante della medaglia socialista.


State lavorando per una nuovo disco? Se sì, puoi anticiparci qualcosa?

Sì, siamo nel bel mezzo del nuovo album. Mi piacerebbe dirvi di più su di esso, ma onestamente non so dove ci porterà. Vi posso dire che è molto diverso da tutto ciò che abbiamo fatto prima, ma ancora riconoscibile nello stile tipico di Deleyaman.
Non siamo imprigionati nella nostra idea di noi stessi e vogliamo continuare ad esplorare, come abbiamo sempre fatto. Stiamo crescendo e invecchiando ogni giorno, come ogni altra cosa nella vita. Questo in effetti cambia noi, il nostro mondo interiore. Questi cambiamenti ci offrono nuove direzioni e ci indicano ciò che avevamo lasciato inesplorato.
Siamo tutti viaggiatori che passano attraverso questa cosa chiamata vita. Nel mio caso, mentre sono in viaggio, mi piace interpretare quello che provo attraverso la musica.
Inoltre sto già scrivendo tutti i testi del prossimo album, che sarà il primo disco di canzoni, esclusivamente con mie parole e pensieri. Come lei ha ricordato, abbiamo fatto spesso in prestito testi di poeti del passato nei nostri album precedenti, stavolta non sarà così.

Progetti futuri per la creatura Deleyaman? Vi farebbe piacere suonare dal vivo in Italia?

Faremo circa 15 spettacoli a Los Angeles e altre città negli Stati Uniti la prossima primavera. Mi piacerebbe venire a suonare in Italia, ma al momento non siamo mai stati invitati da alcun organizzatore delle vostre parti. Certo, se ci fosse la possibilità, accetteremmo sicuramente.

Grazie Aret, buona fortuna per il futuro.

Grazie a voi per le domande e il vostro interesse per la nostra musica!