Il disordine - F.Pollien

Sai quanti mali vi sono nel mondo? Non ce n’è che uno; tutti i mali derivano da uno solo. Questo male, padre di tutti i mali, qual é? È il rovesciamento dell’ordine divino; l’uomo si mette al posto di Dio, fa passare il suo piacere prima della gloria del suo Creatore, vive per se stesso anziché per Dio. Ecco il disordine. Nella mente, nel cuore e nei sensi il piacere umano prende il predominio; tiene il primo posto dappertutto, acquista un’importanza preponderante nella vita. La gloria di Dio è relegata al secondo piano, talvolta dimenticata e sacrificata. L’uomo non serba più a Dio il posto essenziale che gli compete: Dio non è più il primo né nella mente, né nel cuore, né nei sensi dell’uomo. E le creature che devono essere impiegate innanzitutto per Dio sono invece impiegate quasi esclusivamente per il piacere dell’uomo. Invece di conoscere, amare e servire Dio, l’uomo si occupa di conoscere, amare e servire il suo proprio piacere. Tu vedi, nel paradiso terrestre, la prima donna e il primo uomo commettere quel gran disordine, che fu il punto di partenza di tutti gli altri. E che fecero essi? Preferirono il loro piacere all’ordine divino. E da questo primo male son derivati tutti gli altri. Figlio d’Adamo, tu nasci col peccato originale, e porti impresso nella tua natura una generazione congenita, che ti trascina a preferire altresì la tua soddisfazione alla gloria del tuo Creatore. E le passioni umane si agitano in tutti; e in tutti tendono al medesimo disordine. Dovunque è la ricerca di se e del proprio piacere a detrimento di Dio. Dovunque è la creatura sviata dall’uomo a profitto del suo egoismo sensualista. Dovunque è la lotta del piacere umano contro l’ordine divino. Cosicché tutto il creato è falsato. L’uomo è falsato, perché non è al suo e non tende al suo fine; le sue facoltà sono falsate, perché non agiscono direttamente; le creature sono falsate, perché sono male impiegate: il piano di Dio è falsato, perché è rovesciato. Che disordine! E come stupirsi se questo disordine porta seco tanti mali e tante rovine! 
S. Paolo dice che tutto il creato manda gemiti e che è come nei dolori del parto, per liberarsi da questo male. Tu non percepisci questo gemito universale. Senti però che vi è molto male attorno a te; e non senti che vi sono anche in te molte sofferenze.


Fonte: "Cristianesimo vissuto" di F.Pollien (ed.Marietti)


Dostoevskij profeta della post-modernità - H.De Lubac

La statura di Dostoevskij si ingigantisce con il passare degli anni […].
Egli assume la figura di un profeta, e ciò non per aver predetto questo o quell’avvenimento accaduto dopo […].
Più profondamente ha per così dire prevenute certe forme nuove di pensiero e di vita interiore che per opera sua si impongono all’uomo ed entrano nel suo patrimonio […].
Un profeta, sì: perché non soltanto ha svelato all’uomo i suoi abissi, ma gliene ha anche in qualche modo aperti dei nuovi, dandogli come una nuova dimensione; perché così egli ha prefigurato, cioè annunciato, realizzandolo, un certo stato nuovo dell’umanità; perché in lui si è concentrata la crisi del nostro mondo moderno.
L’uomo che ha perso il legame ontologico con Dio, è diventato preda dei demoni (da qui il titolo del romanzo di Dostoevskij, la più completa fenomenologia dell’ateismo).
Dostoevskij è un romanziere, ma scopre che l’uomo non può organizzare la terra senza Dio; quando ci prova, non fa altro che organizzarla contro l’uomo, come si è visto soprattutto nel corso del XX secolo ma che egli ha anticipato in modo sorprendente.
In Dostoevskij troviamo una triplice tipologia dell’uomo ateo: l’uomo-dio, la “torre di Babele” e il “palazzo di cristallo”. 
  
Dostoevskij e Nietzsche a confronto

Come non essere colpiti dal giudizio simile che entrambi hanno pronunciato sul loro secolo? La stessa critica del razionalismo e dell’umanesimo occidentale; la stessa condanna dell’ideologia del progresso, la stessa insofferenza per il regno scientista e per le prospettive stoltamente idilliache che in molti lo prolungano, lo stesso sdegno per una civiltà tutta superficiale di cui essi fan saltare la vernice, lo stesso presentimento della catastrofe che ben presto la inghiottirà […].
L’uno e l’altro annunciano la rivincita degli elementi irrazionali che il mondo moderno reprime senza per altro rinunciare ad estirparli. Si sente in loro una volontà di distruzione, e il martello iconoclasta del pensatore tedesco ha un compito analogo alle immaginazioni apocalittiche del visionario russo […].
In loro due l’umanità cerca di evadere dalla prigione in cui una cultura ristretta l’ha rinchiusa […].
Nel nostro tempo, Nietzsche, maledicendolo, vede un’eredità del Vangelo, mentre Dostoevskij, che pure non maledice di meno questo tempo, vi scorge il risultato di un rinnegamento del Vangelo.
È l’ideale spirituale dell’uomo che si eleva al di sopra di ogni legge. Esso conduce inevitabilmente al delitto.
 
La Torre di Babele
 
La vicenda di Raskolnikov in Delitto e castigo è esemplare: egli uccide la vecchia usuraia persuaso di aver oltrepassato i naturali limiti dell’ umano, consegnando la sua persona, il suo essere “oltre-uomo”, a un livello puramente ideale; non a caso il pentimento subentra proprio nel momento in cui Raskolnikov recupera la dimensione dell’umano, quella della vita.
Secondo Dostoevskij l’ateismo, prima ancora di essere un’offesa a Dio, è un crimine contro la vita. L’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio per cui non tutto è lecito; non può uccidere un suo simile senza commettere un suicidio spirituale e procedere così alla propria disumanizzazione.
Questo ideale propone di far scendere i cieli sulla terra, per creare un nuovo paradiso, nato dalle mani dell’uomo; un paradiso materiale, fatto di benessere, felicità (utopia liberal-capitalista) e di uguaglianza (utopia socialista), ma dove mancherà la libertà.
Lo stesso Dostoevskij ha creduto nel potere liberatorio della rivoluzione: membro del circolo socialista di Petrasevskij, fu arrestato e condannato a morte, pena che in seguito venne commutata in quattro anni di lavori forzati. Egli non ha né interessi né sentimenti né affetti personali, nulla che gli appartenga. Tutto è sopraffatto da un esclusivo interesse, un solo pensiero, una sola passione: la rivoluzione.
La critica di Dostoevskij non colpisce solo il socialismo ma attacca ogni teoria del progresso; sacrificare una persona in questo istante per il beneficio di un’astratta umanità del domani, è il più grande crimine che l’uomo possa compiere.
Pur essendo qualcosa di astratto, l’ideale risulta essere più forte e, in un certo senso più vero, della realtà:
«Questa Torre di Babele, supposto che un giorno si innalzi, che alla fine essa offra una dimora stabile, in nome di che cosa oggi mi si può costringere a seppellirmi nelle sue fondamenta? Ogni generazione vale come un’altra, e la città futura non potrebbe mai interessarmi, come invece mi interessa un Regno eterno». 
  
Il Grande Inquisitore
 
Una volta che l’uomo si sia liberato di Dio, sarà poi libero di fatto? Per Dostoevskij i sistemi sociali che si sviluppano rifiutando le loro basi cristiane, diventano fatalmente sistemi di violenza e di schiavitù.
È il tema che attraversa la Leggenda del grande Inquisitore, che pone in antitesi libertà e felicità:
«Tu hai concessa la libertà agli uomini, invece di confiscarla: avevi dunque dimenticato che, alla libertà di scegliere tra bene e male, l’uomo preferisce la pace, fosse pure la pace della morte? […] Noi abbiamo corretto la tua opera. Gli uomini si sono rallegrati di essere di nuovo condotti come un branco. Noi ci siamo dichiarati i padroni della terra».
La grave preoccupazione di scegliere è loro risparmiata: non hanno più né da pensare né da volere.
 
Il “Palazzo di Cristallo”
 
Il “palazzo di cristallo” spesso fa lega con la “torre di Babele”. Dostoevskij ci presenta un esempio in Rakitin, il seminarista amico di Alioscia, impomatato di scienza e di mondanità, giovane ambizioso, pieno di pretese, la cui vita monastica non è altro che una tappa per la carriera politica.
La critica è posta sulle labbra di Mitia, il primo dei fratelli Karamazov. Egli riceve la visita di Rakitin in carcere, dove attende il giudizio, accusato di aver ucciso suo padre. Rakitin gli confida l’idea di scrivere un articolo su di lui, per provare con la scienza che non è affatto colpevole, che egli è una vittima dell’ambiente e dell’eredità. Mitia riferisce la cosa ad Alioscia:
 
« – Se si prende l’insieme, io rimpiango Dio; ecco! – Che vuoi dire? – Figurati che nella testa, cioè nel cervello, ci sono dei nervi… Questi nervi hanno delle fibre, e appena vibrano […]. Il pensiero viene in seguito, perché io ho delle fibre, e niente affatto perché ho un’anima e sono creato a immagine di Dio: che sciocchezza! Michele mi spiegava ciò, anche ieri, ciò mi esaltava. Che bella cosa è la scienza! Alioscia! L’uomo si trasforma, io lo comprendo… tuttavia rimpiango Dio. – È già qualcosa, disse Alioscia. – Che io rimpianga Dio? La chimica, fratello, la chimica: mille scuse, Vostra Reverenza, scostatevi un po’, passa la chimica! Rakitin non ama più Dio»
 
L’uomo è schiavo della scienza e della ragione
  
Per Dostoevskij l’ateismo contemporaneo si è costruito un palazzo di cristallo in cui tutto è luce, e fuori del quale esso ha deciso che non c’è nulla. Questo palazzo è l’universo della ragione, così come hanno finito per costruirlo la scienza e la filosofia moderne.
Dostoevskij non attacca né la scienza né la filosofia: egli se la ride solo dell’ uomo che è diventato il loro schiavo.
Egli contesta la tesi secondo cui “l’uomo non è che un tasto di piano sotto le dita della natura”. Niente caso, niente libertà! Se dunque si vuole assicurare la felicità degli uomini, “non c’è da fare altro che conoscere bene le leggi della natura: tutte le azioni umane saranno allora calcolate.
L’autore russo respinge inoltre la pretesa razionalista che vuole valutare ambiti che non sono suoi, rinchiudendo l’uomo “in quella regione incantata dove regnano le leggi e i principi”. L’evidenza razionale è quella della vita in superficie, ma l’ uomo del sottosuolo conosce un altro regno. 
   
Fonte: tratto da “il dramma dell'umanesimo ateo”, H.De Lubac (Morcelliana)

La distinzione tra popolo e massa - B.Hamvas

Quella mentalità che l'uomo storico, soprattutto l'uomo moderno, chiama scientifica, si è sforzata di capire i grandi fatti dell'esistenza per mezzo dell'intelletto e dell'Io individuale, non con l'intuizione immediata dell'uomo universale. Avendo preso l'avvio da un punto di vista rovesciato, era inevitabile che giungesse a un risultato parimenti rovesciato. Così si è formata la concezione secondo cui l'origine dell'esistenza è in basso; così si è formato il pensiero del progresso, o dello sviluppo, dal basso verso l'alto.

(...)

Non c'è confusione più grande che in quella scienza che è stata per lo più abbandonata all'Io della ragione dell'Io individuale: la sociologia. Nella vita della comunità ogni aspetto vive in analogia esatta con la vita interiore dell'uomo, perchè ogni aspetto è una corrispondenza puntuale del mondo psicologico. Ogni fenomeno può essere compreso solo alla luce della metafisica. La scienza invece, vede la comunità umana come il risultato di un lungo sviluppo, la comunità come un prodotto dei cosiddetti elementi vitali: all'inizio c'era il selvaggio isolato, poi venne la famiglia, da più famiglie si formò la tribù, dalla tribù la nazione e così via: fino ad arrivare al genere umano. Come se nell'organismo umano prima fossero nate le cellule, ciascuna separatamente dalle altre, per poi associarsi in gruppi di cellule e sviluppare gli organi, per assestarsi finalmente in un qualche ordine e dare realtà all'essere vivente.
La tradizione dell'umanità primordiale sapeva che la comunità è un organismo vivente e che nel momento della sua origine, la quale ha luogo non dal basso, dalla natura materiale, ma dall'alto, dal pensiero della divinità creatrice, dall'idea – essa è integra e compiuta esattamente come al momento della sua massima crescita. La comunità è comunità in ogni momento: una nei molti e molteplice nell'uno; quell'organismo vivente, quella comunità, quella collettività primordiale che è realizzazione dell'idea di comunità nella natura materiale, è il popolo.
Il popolo non può essere definito, perchè non è un concetto. Non è la lingua comune a fare il popolo: anche la lingua comune è prodotta dal popolo. Non è il destino comune a fare il popolo: anche il destino comune è prodotto del popolo. Non è la razza a fare il popolo: la razza è il segno biologico della vita comune del popolo. Non è la coabitazione a fare il popolo: la coabitazione è conseguenza necessaria della vita del popolo. Non sono gli elementi esteriori a fare il popolo: è il popolo stesso a precedere ogni elemento esteriore e a costituire la premessa di tutto il resto. Il popolo è archetipo dell'esistenza della comunità primaria. Il popolo è la collettività primordiale.

Coloro i quali hanno avuto qualche nozione del mondo arcaico, soprattutto coloro i quali hanno conosciuto la tradizione, anche se solo nei suoi aspetti frammentari, ma ancora di più coloro i quali hanno respinto le conclusioni della scienza moderna e si sono tranquillamente affidati alle loro intuizioni hanno visto lucidamente che il popolo non è un risultato tardivo del cosiddetto sviluppo, ma un fatto vitale primario.

(...)

L'esistenza del popolo non solo non è spiegabile con la natura materiale; l'esistenza del popolo si contrappone a tutto ciò che ha una natura materiale o ha avuto origine da quest'ultima”.

Il popolo è la forma dell'esistenza universale della comunità: come c'è l'uomo individuale e c'è l'uomo universale, così c'è anche la comunità naturale e la comunità universale. Il popolo dunque è forma di esistenza universale, cioè spirituale. L'esistenza del popolo è sempre in ogni caso caratterizzata dal consolidamento del risultato. Molti uomini messi insieme non sono ancora un popolo; popolo è soltanto quell'autentica comunità in cui l'attività dell'uomo può potenziarsi e si potenzia. In termini metafisici, quindi esatti: il popolo è quell'autentica comunità in cui si rafforza l'intensità dell'esistenza del singolo, solo ed unicamente perchè assieme agli altri egli si trova ad un grado di esistenza che è incommensurabilmente più intenso dell'esistenza individuale: più luminoso, più elevato, più spirituale, più primario. Un individuo umano non può e non potrà mai produrre una lingua, un mito, un' arte, una morale. La lingua, il mito, la morale sono produzioni del popolo: fioritura e irraggiamento dell'intensità dell'esistenza comune. E' proprio ciò a distinguere il popolo dalla pura e semplice massa umana. La pura e semplice moltitudine, la massa, equivale alla degradazione dell'esistenza individuale dell'uomo, mentre il popolo, la comunità primordiale spirituale e d'origine trascendente, equivale all'elevazione dell'esistenza individuale dell'uomo. Ciò che vive nella massa, sotto il profilo intellettuale e sotto quello sentimentale vive nell'attività e nella conoscenza di quest'ultima, vive in uno stato decaduto nel valore assoluto della sua vita. Chi invece vive nel popolo, sia sotto il profilo intellettuale sia sotto quello sentimentale vive nell'attività e nella conoscenza di esso, vive in uno stato elevato nel valore assoluto della sua vita. Manifestazione della sua esistenza elevata sono la lingua, gli usi e i costumi, il mito, il rito, l'arte, la morale. La massa è mera moltitudine numerica, non è autentica comunità; è un aggregato di individui che solo accidentalmente parlano una lingua ed abitano in un luogo, aggregato eterogeneo e materiale. La vera comunità, il popolo, che è creato e tenuto unito da una forza soprannaturale, è unità di un essere omogeneo.
E' ovvio che l'uomo storico e quindi anche la scienza non abbiano esperienza della realtà popolare, perchè sul limitare dell'età storica i popoli sono diventati masse ed è venuta a mancare la possibilità trascendente dell'esistenza del popolo. Perciò non sono sorti né potevano sorgere nuovi miti; il rito è pian piano diventato esteriorità, poi ipocrisia; le lingue non si sono più approfondite e non si sono più spiritualizzate, ma al contrario si sono impoverite e inaridite. Il popolo si è scomposto e anche il livello dell'intensità dell'esistenza si è abbassato. La comunità è diventata una massa pura e semplice, nella quale la vita del singolo uomo, anziché aprirsi ed elevarsi, si è chiusa e sprofondata.


Fonte: tratto da Scientia Sacra vol II, B.Hamvas (Edizioni all'insegna del veltro)

La “salutare sferzata” di Nietzsche ai cristiani - H.De Lubac




Nel cristianesimo Nietzsche ha intravisto più che un ideale falso, un ideale svigorito e decaduto […]. Egli ce l’ha con i cristiani del nostro tempo, con noi stessi. Il suo sferzante disprezzo ha di mira le nostre mediocrità, le nostre ipocrisie. Esso prende di mira le nostre debolezze ammantate di bei nomi. Ricordandoci la gioiosa e forte austerità del “cristianesimo primitivo”, svergogna il “nostro cristianesimo attuale”, talvolta effettivamente “dolciastro e nebuloso”.
Gli si può dare completamente torto? Dobbiamo, contro di lui, prendere le difese di tutto ciò che “oggi porta il nome di cristiano”? Quando egli per esempio esclama, parlando di noi: “Bisognerebbe che essi mi cantassero dei canti migliori, perché io imparassi a credere al loro Salvatore! Bisognerebbe che i suoi discepoli avessero più aria da gente salvata!”, come oseremo indignarci? […].  Gli infedeli che ci stanno accanto ogni giorno osservano sulle nostre fronti l’irraggiare di quella gioia che, venti secoli fa, rapiva gli spiriti eletti del mondo pagano? Abbiamo noi cuori di uomini risuscitati con il Cristo? Siamo noi in mezzo al secolo XX i testimoni delle Beatitudini?»
Nietzsche impone ai cristiani una severa autocritica
«Preso nel suo insieme, il nostro cristianesimo è diventato insipido, nonostante tanti sforzi meravigliosi per restituirgli vita e freschezza, esso è snervato, sclerotizzato. Cade nel formalismo e nell’abitudine. Così come noi lo pratichiamo, come anzitutto lo pensiamo, è una religione debole, inefficace: religione di cerimonie e di devozioni, di ornamenti e di consolazioni volgari, talvolta perfino senza sincerità, senza presa reale sull’attività umana. Religione che sta fuori della vita, e che mette noi stessi fuori di essa.
Ecco ciò che è diventato nelle nostre mani il Vangelo: ecco come è finita questa immensa speranza che si era levata sul mondo […]. L’insofferenza a ogni critica, l’impotenza a ogni riforma, la paura dell’intelligenza non ne sono forse segni evidenti? Cristianesimo clericale, cristianesimo formalista, cristianesimo spento e indurito?» 
Ritornare alle sorgenti del cristianesimo
«Quello di cui abbiamo bisogno non è un cristianesimo più virile, più energico, o più eroico o più forte; invece abbiamo bisogno di vivere il nostro cristianesimo più virilmente, più efficacemente, più fortemente, più eroicamente se è necessario, ma di viverlo così come è.
Non c’è nulla da cambiare, da aggiungere (questo però non vuol dire che non si debba approfondirlo senza posa); nulla c’è da adattare alla moda corrente.
Bisogna riportarlo a se stesso, nelle nostre anime […].
Dobbiamo ritrovare lo spirito del cristianesimo. Per questo, dobbiamo ritemprarci alle sue sorgenti, e anzitutto nel vangelo. Così come la Chiesa continuamente ce lo presenza, questo Vangelo ci basta. Solo che, sempre nuovo, esso deve essere sempre ritrovato.
I migliori tra quelli che ci criticano, sanno qualche volta apprezzarlo meglio di noi. Essi non gli rimproverano le sue pretese debolezze; rimproverano a noi si non saper sfruttare abbastanza la sua forza» 

Fonte: tratto da "Il dramma dell'umanesimo ateo" di H.De Lubac (ed. Morcelliana)