La disuguaglianza come valore – N.Berdjaev

Nella cultura agiscono due principi: quello conservatore, rivolto al passato, col quale mantiene un legame di successione, e quello creatore, che è rivolto al futuro e che forma nuovi valori. Nella cultura invece non può agire il principio rivoluzionario, distruttivo. Il principio rivoluzionario è per sua essenza ostile alla cultura, è anticulturale. La cultura è inconcepibile senza una successione gerarchica, senza una disuguaglianza qualitativa. Il principio rivoluzionario invece è ostile a ogni gerarchicità e tenta di distruggere le qualità. Lo spirito rivoluzionario vuole servirsi della civilizzazione, vuole appropriarsi delle sue conquiste utilitarie, mentre non vuole la cultura, la cultura non gli serve. Non a caso a voi rivoluzionari piace cosi tanto parlare della natura borghese della cultura, dell'iniquità da cui sono nate tutte le culture, e non a caso concionate con tanto pathos contro il prezzo troppo alto della cultura, contro la disuguaglianza e i sacrifici con cui viene acquistata. Nessuno di voi dentro di sè tiene alla cultura, nessuno la ama intimamente, la sente come un valore proprio, come una ricchezza propria. La cultura è stata creata da uomini che avevano uno spirito a voi estraneo. Non c’è niente nei grandi monumenti della cultura che susciti in voi un sacro timore. Siete disposti a distruggere con leggerezza tutti i monumenti delle grandi culture, tutti i loro valori creativi in nome di scopi utilitaristici, in nome del bene delle masse popolari. E’ ora di smascherare una volta per tutte il vostro atteggiamento ambiguo verso la cultura. Voi non potete creare una cultura nuova, perché non si può in generale creare una cultura nuova che non abbia alcun legame di successione con la cultura del passato, che non abbia alcuna tradizione, che non veneri la Chiesa. L’idea di una cultura nuova e rivoluzionaria di questo tipo è una contradictio in adjecto. La novità che voi volete creare non può più chiamarsi cultura. Voi parlate molto della cultura proletaria e rivoluzionaria che viene portata nel mondo dalla vostra classe messia. Ma fino ad ora non si e visto il benché minimo segnale della nascita di una cultura proletaria, non c’è neppure un indizio che una simile cultura sia possibile. Nella misura in cui il proletariato viene introdotto alla cultura, la assume interamente dalla borghesia. Persino il socialismo l'ha ricevuto dalla borghesia. La cultura si manifesta dall`alto in basso. L’atteggiamento “proletario” e l’ autocoscienza  “proletaria” sono di per sé ostili alla cultura. Concepirsi in modo militante come “proletari” significa rinnegare qualsiasi tradizione e qualsiasi principio sacro, qualsiasi legame col passato e qualsiasi successione, significa non avere antenati, non conoscere le proprie origini. Con un simile stato d’animo non si può amare la cultura e creare cultura, non si può avere a cuore alcun valore come cosa propria. L’operaio può partecipare alla vita della cultura se non si considera un “proletario”. Il socialismo non introduce nel mondo alcun nuovo tipo di cultura. E quando i socialisti parlano di una qualche nuova cultura spirituale, si percepisce sempre la menzogna nelle loro parole. I socialisti stessi sono in imbarazzo nel fare questi discorsi. E quei socialisti che vorrebbero sinceramente una nuova cultura non capiscono di avere irrimediabilmente imboccato la strada dalla parte sbagliata. Su questa strada non si crea una cultura. Non si può fare della cultura l’appendice di qualche altra causa essenziale e fondamentale, non la si può considerare come un passatempo della domenica. Si può creare cultura solo quando la si considera una questione sostanziale, fondamentale. l socialisti vogliono indirizzare la volontà e la coscienza dell’uomo esclusivamente verso il lato materiale ed economico della vita. E poi fanno finta di non essere contro la cultura, di avere un gran desiderio di una cultura nuova. Ma da quale fonte dovrebbe scaturire questa nuova cultura, dopo che nell’anima umana si saranno inaridite tutte le fonti creative e lo spirito sarà spento e schiacciato dalla materia sociale? Già la democrazia ha abbassato il livello qualitativo della cultura ed è riuscita soltanto a distruggere, e non a creare valori culturali. Il socialismo, dal canto suo, è riuscito ad abbassare ulteriormente questo livello. La divisione e la distribuzione della cultura non porta a far si che un numero maggiore di persone cominci a vivere degli autentici interessi della cultura. Al contrario, questa divisione e distribuzione non fa che diminuire ancora di più il numero di persone che dedicano la propria vita alla cultura superiore. E non c`è da stupirsene. Voi dividete e spartite non in nome della cultura stessa, non per un motivo e uno slancio spirituale creativo, ma unicamente in base a interessi economici e politici, per considerazioni utilitarie, in nome dei beni terreni. Tuttavia la vita spirituale superiore non è compatibile con chi rivolge tutta la propria energia agli interessi della vita materiale. Voi che insegnate che la cultura è una sovrastruttura della vita materiale ed economica della società, potete soltanto distruggere la cultura. ll vostro atteggiamento verso la cultura non può essere serio fino in fondo. La democratizzazione e la socializzazione delle società umane eliminano lo strato culturalmente superiore. Ma se questo strato non esiste, la cultura diventa impossibile. Bisogna rendersene conto e trarne tutte le inevitabili conseguenze. Sulla via della democrazia non si possono creare la “Scienza” e “l’Arte”, non nascono la filosofia e la poesia, non appaiono profeti e apostoli. La chiusura delle fonti aristocratiche della cultura comporta l’inaridirsi di ogni fonte. Sarà necessario vivere spiritualmente sul capitale morto del passato, negando e odiando questo passato. E le stesse fonti della cultura nel passato si perdono sempre più, e il distacco da esse si approfondisce sempre più. Tutta la cultura europea di stile alto e legata alle tradizioni dell‘antichità. L’autentica cultura e infatti la cultura antica greco-romana e non esiste nessun’altra cultura in Europa. L’epoca del rinascimento in Italia è stata un’epoca altamente culturale, diversamente dall’epoca della riforma e della rivoluzione, non solo perché non ha prodotto una frattura rivoluzionaria nelle tradizioni della cultura, ma anche perchè ha rianimato la tradizione della cultura antica e su questa ha eretto il proprio inaudito slancio creativo. Il tipo spirituale del rinascimento è un tipo culturale e creatore. Il tipo spirituale della riforma produce la distruzione delle tradizioni ecclesiali e culturali, introduce un principio rivoluzionario, non creativo. La cultura antica è entrata nella Chiesa cristiana, e la Chiesa è stata la conservatrice delle tradizioni della cultura nell`epoca della barbarie e delle tenebre. La Chiesa orientale ha ricevuto la tradizione della cultura antica attraverso Bisanzio. La Chiesa occidentale ha ricevuto la tradizione della cultura antica attraverso Roma. Il culto della Chiesa è intriso di Cultura; proprio a partire dal culto e attorno ad esso è stata creata la nuova cultura della vecchia Europa. La cultura europea è innanzitutto e soprattutto una cultura latina e cattolica. Vi si rintraccia il legame ininterrotto con l`antichità; vi si può studiare la natura della cultura. Se noi russi non siamo fino in fondo barbari e sciti e solo perché attraverso la Chiesa ortodossa, attraverso Bisanzio abbiamo acquisito un legame con le tradizioni della cultura greca antica. Tutte le rivoluzioni sono dirette contro la Chiesa e vogliono spezzare il legame con le tradizioni della cultura antica, che sono entrate a far parte della Chiesa. E per questo rappresentano un rivolta barbarica contro la cultura. La lotta contro la cultura nobile, contro la simbologia culturale è iniziata già dall'iconoclastia, dalla lotta contro il culto. Questa è l'origine spirituale della lotta contro la cultura.

Fonte: “Pensieri controcorrente”, di N.Berdjaev (La casa di matriona)



Tempio, basilica, cattedrale - M.Eliade

Nelle grandi civiltà orientali – dalla Mesopotamia e dall’ Egitto alla Cina e all’India – il Tempio ha avuto una nuova e importante valorizzazione; non è soltanto una imago mundi bensì anche la riproduzione sulla Terra di un modello trascendente. Il giudaismo ha ereditato questa concezione paleoorientale del Tempio, come copia di un archetipo celeste. Questa idea probabilmente è una delle più recenti interpretazioni da parte dell’uomo religioso dell’esperienza primaria dello spazio sacro, contrapposto allo spazio profano. E’ necessario soffermarci brevemente sulle prospettive aperte da questa nuova concezione religiosa.
Ricordiamo l’essenza del problema: il Tempio costituisce una imago mundi per il fatto che il Mondo è sacro in quanto opera degli dèi. Tuttavia la struttura cosmologica del Tempio favorisce una nuova valutazione religiosa: luogo santo per eccellenza, casa degli dèi, il Tempio santifica continuamente il Mondo poiché esso lo rappresenta e insieme lo contiene. In definitiva il Mondo è risantificato nella sua totalità grazie al Tempio. Qualunque sia il suo grado di impurità, il Mondo è perennemente purificato dalla santità dei santuari.
Un’altra idea trae origine da questa differenza ontologica, che si impone sempre più, tra il Cosmo e la sua immagine santificata, il Tempio: l’idea cioè che la santità del Tempio si trova al riparo da ogni corruzione terrestre, e ciò per il fatto che il progetto architettonico del Tempio è opera divina, quindi si trova vicino agli dèi, in Cielo. I modelli trascendenti dei Templi beneficiano di un’esistenza spirituale, incorruttibile, celeste. Per grazia divina, l’uomo è ammesso alla visione folgorante di questi modelli, sforzandosi poi di riprodurli sulla Terra. Il re babilonese Gudea vide in sogno la dea Nidaba, che gli mostrava un pannello sul quale erano rappresentate le stelle benefiche, e un dio gli rivelò il piano del Tempio. Sennacherib costruì Ninive secondo “un progetto già prestabilito nella configurazione del Cielo”. Ciò non significa soltanto che la geometria celeste ha ispirato le prime costruzioni, ma soprattutto che i modelli architettonici, trovandosi nei Cieli, fanno parte della sacralità uranica.
Per il popolo d’Israele i modelli dei tabernacoli, di tutti gli utensili sacri e del Tempio, sono stati creati da Jahvè dall’eternità, e Javhè li rivelò ai suoi eletti perché li riproducessero sulla Terra. In questi termini parla a Mosè: “Costruirete il tabernacolo con tutti gli strumenti, esattamente secondo il modello che ti mostrerò” (Esodo, 25. 8-9). “Osserva e costruisci tutti questi oggetti secondo il modello che ti appare sulla montagna” (Esodo, 25. 40). Quando Davide consegna al figlio Salomone il progetto di fabbricazione del Tempio, del tabernacolo e degli utensili, lo assicura che “tutto ciò…si trova in uno scritto di pugno dall’Eterno, che egli mi ha svelato” (I Cronache, 28. 19). Perciò egli ha visto il modello celeste creato Jahvè dal tempo dei tempi. Salomone proclama: “Tu mi hai ordinato di costruire il Tempio nel tuo santissimo Nome e un altare nel luogo dove abiti, secondo il modello della santissima tenda che tu avevi preparato dal principio” (Sapienza, 9. 8).
La Gerusalemme celeste è stata creata da Dio insieme al Paradiso, quindi in aeternum. La città di Gerusalemme altro non è che la riproduzione approssimativa del modello trascendente: poteva essere insozzata dall’uomo, ma il suo modello era incorruttibile, non avendo niente che fare con il Tempo. “La costruzione che sta attualmente in mezzo a voi non è quella che mi è stata rivelata, che è pronta da quando mi sono deciso a creare il Paradiso e che prima del peccato ho mostrato ad Adamo” (Apocalisse di Baruch, II, IV, 3-7).
La basilica cristiana e più tardi la cattedrale riprendono e prolungano tutti codesti simboli. Da un lato la chiesa è concepita a imitazione della Gerusalemme celeste, già dal tempo dell’antichità cristiana; dall’altro riproduce il Paradiso o il mondo celeste. Ma la struttura cosmologica dell’edificio sacro persiste nella coscienza della  cristianità: è evidente, per esempio, nella chiesa bizantina.
“Le quattro parti all’interno della chiesa sono il simbolo dei quattro punti cardinali. L’interno della chiesa è l’Universo. L’altare è il Paradiso che si trova ad est. La porta imperiale del santuario vero e proprio si chiama anche ‘Porta del Paradiso’. Nella settimana di Pasqua, questa porta rimane aperta durante tutta la funzione; il significato di questa usanza è spiegato chiaramente nel Canone pasquale: il Cristo è risorto e ci ha aperto le porte del Paradiso. L’ovest, invece, è la regione delle tenebre, dell’angoscia, della morte, delle dimore eterne dei morti che attendono la risurrezione dei corpi e il giudizio universale. Il centro dell’edificio è la Terra. Secondo le concezioni di Kosmas Indikopleustès, la Terra è rettangolare, limitata da quattro pareti, sovrastata da una cupola. Le quattro parti all’interno di una chiesa sono il simbolo dei quattro punti cardinali.” La chiesa bizantina, in quanto immagine del Cosmo, incarna e santifica il Mondo.


Fonte: tratto da ‘Sacro e profano’ di Mircea Eliade (Bollati Boringhieri)




Il Finanziarismo, stadio supremo del capitalismo - A.Dugin

1. In quale sistema di coordinate esaminare il fenomeno del "finanziarismo"
Il capitalismo finanziario rappresenta una variante casuale della sostanza comune dello sviluppo del sistema capitalistico? Oppure è l'estrema incarnazione di tutta la sua logica, il suo trionfo?
La risposta a questa domanda non si trova nei classici del pensiero economico, dato che il loro orizzonte era limitato alla fase industriale dello sviluppo, la tendenza generale e la pregnanza di senso economico della quale essi (soprattutto i marxisti) indagarono in modo corretto e completo.
La società postindustriale costituisce per molti aspetti una realtà oscura. Nel suo studio non esistono classici riconosciuti, sebbene molti autori abbiano gettato uno sguardo molto approfondito su questo fenomeno. Allora, comprendere il "finanziarismo" tocca proprio a noi, che ci piaccia o no.
Perfino per potersi accingere ad un'adeguata disamina di questo tema, occorre gettare uno sguardo sulla storia del paradigma economico, ritrovarvi il posto del "finanziarismo" non semplicemente dal punto di vista della cronologia quantitativa, bensì dal punto di vista della rilevanza qualitativa di questo fenomeno nel contesto generale dello sviluppo dei modelli economici.
Ma già qui, allo stadio zero di impostazione del problema, ci imbattiamo in un'incertezza, che erode il quadro dell'analisi. Esiste davvero un'unica storia dell'economia? Una tale storia è esistita, per di più in due (o tre?) versioni alternative. Questa storia dell'economia è riconosciuta così da posizione liberale (il capitalismo è l'espressione del moderno e più progressivo paradigma dell'economia), come da posizione marxista (il socialismo e il superamento del capitalismo sono il moderno e più progressivo paradigma dell'economia). Vi fu ancora un terzo indirizzo (cioè la "eterodossia economica"), la quale in assoluto rifiutava di valutare il paradigma economico secondo questa rozza formula (progressivo - non progressivo) come gli economisti classici. Ma questa scuola economica della "terza via" (della quale ho esposto una relazione nel quadro della "Collezione Economico-Filosofica"), nonostante la presenza nei suoi ranghi di economisti e filosofi di alta classe, rimase marginale. 
2. Valutazione problematica del finanziarismo nell'ottica marxista
Gli avvenimenti degli ultimi dieci anni hanno mostrato un netto successo della linea storica dell'economia liberale. E proprio nella cornice del pensiero economico e filosofico liberale sono nate le prime teorie della società post-industriale. Il pensiero socialista è rimasto interamente entro i confini del paradigma industriale, e il dramma del crollo del sistema sovietico immette nella storia di questa disputa concettuale accenti inequivocabili.
Il sistema liberale ha saputo
- eludere le rivoluzioni socialiste;
- dissolvere il proletariato:
- prevenire il suo consolidamento in partito rivoluzionario attivo su scala mondiale;
- vincere la guerra ideologica con il campo socialista.
Sotto questi aspetti, il modello liberale è riuscito a superare la minaccia del marxismo.
Oltre che con una posizione di vantaggio tattico, qui noi abbiamo a che fare con importantissima conclusione concettuale. Riconosco che per un gruppo di determinate concezioni del mondo questa conclusione sarà accettata con molta difficoltà, che il pensiero stesso di tale generalizzazione a qualcuno apparirà offensivo. E tuttavia, una gran quantità di fattori ci avvicinano al pensiero, che proprio il paradigma liberale - cioè specialmente il Capitalismo conseguente - costituisce il paradigma economico che incarna in sé lo spirito stesso del mondo moderno. Il liberal-capitalismo si è rivelato essere il più attuale regime economico, più del socialismo (e degli altri modelli economici della "terza via").
Ma se è così, allora i sistemi socialisti devono essere decifrati a posteriori non come meno adeguati, ostentando tuttavia il moderno paradigma dell'economia. E' tutto enormemente più complesso: l'orientamento anticapitalistico e la premessa filosofica, giacente nel fondamento stesso del modello economico del socialismo, si rende visibile come specie delle tendenze antimoderne relativamente all'economia, ma non solo rispetto ad essa. Non un vicolo cieco, ma l'ultimo combattimento (velato, stilizzato esteriormente sotto la "modernità) del paradigma antimoderno di una visione del mondo, che si esprime nella teoria e nella prassi economica (vedi A. Dughin, "Il paradigma della fine" in Elementy n.9).
Oggi la posizione socialista vale meno del due di picche: non basta (non solo), che le previsioni di Marx sulla transizione dell'Occidente industrializzato al socialismo si sono realizzate  in Oriente nel modo agrario-asiatico di produzione, ma è battuto anche un ultimo argomento - il fatto dell'esistenza del marxismo (e del marxismo vittorioso, realizzato, sia pure volontaristica, blanquista - leninista) in vasti settori del pianeta.
Come in questa situazione pervenire a che proprio il socialismo costituisca un fenomeno più "progressivo", a quel significato che lo stesso corso della storia mondiale (la famigerata necessità storica) vada proprio nella direzione di esso? Non è possibile. Si pone sempre più chiaro questo fatto, che il socialismo costituisce il risultato di un risoluto sforzo generale, il prodotto non dello stesso corso oggettivo della storia, ma precisamente l'insurrezione contro questo corso oggettivo, frutto di una insurrezione eroica e di un atto di eroismo psicologico morale, nel quale la massima tensione ha riunito in un abbraccio l'élite rivoluzionaria e la massa della nazione. La specificità geografica e culturale dei paesi dove il socialismo ha vinto non emerge in questo contesto come una casualità, ma come un fattore importante seppure non risolutore. La geopolitica corregge l'economia politica (vedi A. Dughin, "Il paradigma della fine", cit.).
Il socialismo vinse nei paesi dell'Oriente, sul piano culturale, storico, etnico e religioso avversario degli orientamenti e delle priorità occidentali. Il messianismo escatologico eurasista russo (ed ebraico eterodosso) dei commissari si rivelò un argomento ben più ponderoso che non le raffinate astrazioni dell'economia politica. L'universalismo marxista non si dimostrò altrettanto valido. E il marxismo come mezzo linguistico concettuale andò in rovina con l'Impero russo-Sovietico.
Il tentativo di decifrare oggi il fenomeno del "finanziarismo" in un'ottica marxista ortodossa rimane notoriamente infruttuoso, perché l'ortodossia stessa oggi è distrutta. Ad essa si presenta preliminarmente il compito di superare la sfida più seria: una non contraddittoria spiegazione marxista dei paradossi del XX secolo e soprattutto del destino tragico del socialismo nel suo ultimo decennio. Soltanto dopo di questo sarebbe possibile muovere oltre. Ma il marxismo, avendo superato tale compito, sarebbe ancora in tutto e per tutto il marxismo ortodosso di prima? E' difficile.
Così, il liberalismo ha tutte le basi per analizzare il "finanziarismo" secondo la sua personale ottica. Il movimento verso un'economia puramente finanziaria sarà in questo caso uno stadio più moderno e più "progressivo". Nella misura in cui il capitalismo stesso è moderno e "progressivo", altrettanto "progressivo" e "moderno" è il finanziarismo.
3. "Dominio reale del Capitale"
Il liberalismo ha assimilato dalla visione del mondo socialista (e perfino dal marxismo) ciò che dal punto di vista paradigmatico non ha contraddetto i fondamenti della logica capitalistica, e ha distrutto le rimanenti forme - in effetti rigorosamente alternative - al termine di una guerra ideologica, economica e geopolitica.
La fase di sviluppo post-industriale del capitalismo, quando, propriamente, è transitato allo stadio di economia puramente finanziaria,  è coincisa con la globalizzazione e totalizzazione dello stesso paradigma liberale. Il finanziarismo è un modulo di stadio dello sviluppo del paradigma capitalistico. E inoltre, un modulo legato alla trasformazione di questo paradigma in qualcosa che non ha alternative. Il finanziarismo è un limite logico, verso cui è attirato lo sviluppo più autosufficiente del Capitale.
Marx (nel VI libro inedito del "Capitale") descrisse questo come ciclo possibile del "dominio reale del capitale", che sopraggiunge qualora nella precedente fase del suo "dominio formale" il soggetto proletario alternativo, rivoluzionario, non abbia vinto la battaglia. Questo tema marxiano della non predeterminazione, riguardo all'esito finale della battaglia  mondiale fra Lavoro e Capitale, era temuto come il fuoco dal marxismo ortodosso. (Vedi Jean-Marc Vivens, "Dal dominio formale del Capitale al suo dominio reale", in Elementy n.7).
Così, sorge il pensiero di collocare il "finanziarismo" nella zona escatologica della storia economica dello sviluppo capitalista. Tale approccio sarà perfettamente corretto dal punto di vista della principale tendenza dello sviluppo capitalistico, che consiste nel progredire dell'alienazione. All'inizio nell'alienazione dei risultati del lavoro dai produttori, in seguito nell'alienazione del plusvalore, in seguito nell'alienazione dell'intera sfera della produzione nel sistema del credito bancario, e infine nella traduzione dell'intera economia nel modus della speculazione finanziaria virtuale.
4. Liberalismo come alienazione, "progresso" come decadenza
Il finanziarismo corona la logica del capitalismo e rappresenta in sé l'ultimo (supremo) stadio dell'alienazione.
Proprio in tale processo di totale alienazione si mostra chiaramente il corso naturale dello sviluppo storico nell'ottica della società tradizionale. Ma nella Tradizione sorge costantemente il tema degli eroi, dei profeti e dei salvatori, che resistono contro l'entropia storica, contro la gravitazione dell'esistente. (Come analogo a tale insorgenza "pre-escatologica" può essere annoverato a pieno diritto Marx e la sua dottrina). Ma presto o tardi anche questa iniziativa cade sotto la macina del destino, e le condizioni apocalittiche si aggravano.
Questo punto di vista tradizionalista presenta "progresso", "corso naturale del tempo", "modernità" come destino e male, come caduta inerziale di una massa pesante, come conseguente raffreddamento dell'essere. Per  i tradizionalisti la storia è Alienazione.
La storia della civiltà è vista come alienazione in Rousseau (il "bon sauvage", guastato dalla società), in Hegel ("alienazione dell'Idea Assoluta") e in Marx ("allontanamento dal comunismo primitivo").
Il rivolgimento fortunato ("democrazia retta" in Rousseau, "Stato Prussiano" in Hegel, "Rivoluzione Mondiale" in Marx) ha luogo proprio nonostante l'inerzia della storia. Così la "fine del mondo" (secondo i cristiani - questo evento ontologicamente affermativo) viene dopo l'epoca dell'anticristo. E la venuta dell'anticristo si riconosce come l'esatto segno della prossima Seconda Venuta. Ma ciò, naturalmente, non significa che la notizia certa dell'approssimarsi della Seconda Venuta si diffonda allo stesso "principe di questo mondo". Nel massimo di alienazione vi è soltanto questo di buono; che, una volta giunto al limite, questo processo micidiale sarà stato sradicato dalla mano destra che punisce del principio trascendentale. 
5. Economia finanziaria e dialettica del male
Il liberalismo è la naturale tendenza dello sviluppo della "filosofia dell'economia",  autonomizzata, staccata dalle altre strutture sociali di valore nella sua incarnazione qualitativamente moderna. Il finanziarismo rappresenta in sé il picco dello sviluppo dell'economia moderna. Ossia - la costanza dello status quo.
Altra questione, come noi valutiamo il "finanziarismo" e più in generale la linea di sviluppo economico "liberal-capitalista" nel complesso. Se il "finanziarismo" ("dominio reale del capitale") si mostra a noi a tinte scure, allora noi (consapevolmente o inconsapevolmente) ci troviamo sulla piattaforma alternativa allo spirito all'attualità. E questo non va nascosto dietro frasi sul "progresso". Non fa per noi il corso naturale della storia (compresa quella economica), noi consideriamo immorale l'entropia storica e desideriamo opporci ad essa. In tal caso, occorre volgerci - in forma volontaristica, leninisticamente - non solo a tutto quell'arsenale di punti di vista "non finanziaristi" sull'economia, ma a tutti i modelli economici non moderni, anti-moderni, fondati sull'"eroico" (secondo il termine di Werner Sombart) impulso al superamento del corso malvagio del mondo contemporaneo.
Il "finanziarismo" non è un problema meccanico di una qualche deviazione del paradigma economico del capitalismo, ma una normale tappa del suo sviluppo - quella del suo trionfo a livello mondiale.
Lamentarsi del fatto che i volumi della speculazione finanziaria nelle borse mondiali superano più volte i bilanci dei paesi sviluppati, o che il trasferimento fittizio di capitali attraverso i computer della rete borsistica intralcia lo sviluppo dei settori produttivi reali, deviando gli investimenti verso le sfere dell'economia illusoria,  è stupido e irresponsabile. L'alienazione della finanza dalla sfera produttiva, la virtualizzazione della sostanza economica sono il normale accordo finale dello sviluppo capitalistico.
6. L'indimostrabile imperativo della rivoluzione
Possiamo dirci completamente d'accordo con quelle così estreme prognosi catastrofiste che vengono fatte a proposito di tali tendenze etiche da analisti imparziali. Effettivamente, l'accrescimento dell'economia virtuale a danno del settore reale della produzione è foriero di catastrofe economica. L'elemento di informazione delle società post-moderne aspira a sostituirsi definitivamente alla realtà, rimpiazzandola con l'illusione del suo irruente sistema operativo. E ad un certo momento questo sarà fatale.
Ma questa, secondo l'ottica delle società tradizionali (e delle altre dottrine non liberali, antiliberali), è la logica assoluta di qualsiasi processo immanente, nel quale non intervengano (non possano se non vogliono intervenire?) principi trascendenti. Il capitale (come massima alienazione, come totale riduzione al principio materiale quantitativo) già da molto tempo ha aspirato ad essere il soggetto unico della storia umana. Nel "finanziarismo" ciò gli è riuscito. Nella rappresentazione ha vinto molto più facilmente che nel suo originale. L'economia fittizia virtuale sottopone a sfruttamento lo stesso principio di realtà - così come sottopone a sfruttamento le realtà dell'economia e la sua ontologia (sebbene questa ontologia non possa essere indipendente, essa  di necessità deriva dalla più generale forma supereconomica metafisica e sociale).
L'antitesi al "finanziarismo" (perfino teoretica) non può essere manifestata nelle precedenti fasi dello sviluppo del capitalismo.
L'economia è soltanto una lingua, e in questa lingua è possibile formulare qualsiasi messaggio. Il modello liberale dell'economia ("economics") è il messaggio del trionfo dell'alienazione e dell'entropia, dell'atomizzazione dell'insieme sociale, politico, culturale e storico. Questo il messaggio dello "spirito moderno", il messaggio dell'Illuminismo. I "sinistri" (democratici radicali, Rousseau, socialisti, comunisti) ed i "destri" (fondamentalisti, tradizionalisti, integralisti) hanno da tempo decifrato la novella liberale (nei filosofi John Locke, Jeremy Bentham, John Mill e negli economisti Adam Smith e David Ricardo) come incarnazione del male nel mondo, come dissoluzione dell'essenza organica. E' questo lo spirito funesto, nichilistico della modernità, che si fonda sull' "esilio degli dèi" (M. Heidegger), sulla "morte e assassinio di Dio" (F. Nietzsche), sullo "sfruttamento" (K. Marx).
Il "finanziarismo" non è nulla di fondamentalmente nuovo, è il liberal-capitalismo nella sua forma più pura. E' la "modernità", completamente vittoriosa (vincente) sulla sua antitesi.
Perciò il dissenso nei confronti del "finanziarismo" su scala nazionale o planetaria non è possibile senza una rivoluzione globale della coscienza, senza un'eccellente revisione di ogni ideologia antiliberale, senza la formulazione di una nuova Alternativa integrale, per di più un'Alternativa non soltanto nei confronti del risultato (lo stesso "finanziarismo"), ma nei confronti della sua causa ("capitalismo" "liberalismo", "spirito moderno").
E' impensabile ricercare una simile Alternativa nella sfera della stessa economia. Essa dovrà essere trascendente rispetto all'intero complesso dei discorsi moderni, a tutta la "lingua della modernità". E solo dopo di ciò, quando sarà stato foggiato il paradigma filosofico globale della Rivoluzione Finale, quella alternativa potrà essere rivestita di forma economica, come metodo pragmatico di esposizione di un imperativo trascendente, induttivamente indimostrabile ed empiricamente non evidente.
Questa è la funzione dei "nuovi profeti", dei "nuovi salvatori", dei "nuovi eroi".
L'antifinanziarismo è soltanto il livello superficiale della più profonda e più radicale lotta al capitalismo e al liberalismo, l'esigenza della quale deriva non da interessi pragmatici, ma dalla profondità della dignità di specie del soggetto umano, che rinuncia perfino nell'abisso dell'abbandono di Dio a riconciliarsi con il mondo dissanguato, che insorge per una più elevata ontologia, per una nuova sacralità, per la giustizia e la fratellanza, per la libertà e l'uguaglianza.

A.Dugin





Il mito dell'Inquisizione

L'INQUISIZIONE
 
È più corretto parlare di Inquisizioni, al plurale, perché questa istituzione ecclesiastica fu molto diversificata, a seconda dei tempi e dei luoghi. Così abbiamo l'Inquisizione medievale, quella spagnola, quella Romana (Sant'Uffizio), quelle laiche e quelle protestanti.

La prima nacque di fronte a un problema preciso: l’ eresia catara. In verità i catari, o neo-manichei, professavano non tanto un'eresia, quanto una vera e propria religione alternativa, tremenda e distruttiva.

Già per i manichei a suo tempo Diocleziano aveva decretato il rogo. Infatti essi sostenevano che ci sono due divinità, una buona e una cattiva. E' quella malvagia ad aver creato il mondo; dunque il mondo merita di scomparire e ogni cosa che può perpetuarlo è riprovevole. Dall'Oriente balcanico il neo-manichesimo si diffuse in Europa, con epicentri soprattutto nel meridione della Francia e nell'Italia settentrionale. Gli adepti chiamavano se stessi catari (dal greco, lingua dell'Oriente bizantino; vuol dire "puro") e predicavano il divieto di procreare. Erano conosciuti anche come bogomili, patarini e con un'infinità di altri nomi. I "perfetti" si distaccavano completamente da tutto, raggiungendo uno stadio semi-vegetale. Avevano un unico sacramento, il "consolamentum", che poteva essere amministrato solo una volta nella vita. Per questo praticavano l 'endura, cioè il suicidio assistito dopo la somministrazione del "consolamentum". Gli adepti non "perfetti" potevano praticare qualsiasi attività sessuale purché non feconda. Era loro vietato prestare giuramento alle autorità; di fatto potevano mentire e commettere qualsiasi infrazione, perché il mondo meritava di finire al più presto. Non mangiavano carne, uova e latticini e la loro apparente austerità di vita ammaliava soprattutto quello che oggi definiremmo sottoproletariato urbano, ignorante e sensibile ai millenarismi sovvertitori.

Immediatamente le autorità civili del tempo si resero conto di trovarsi di fronte a un gravissimo pericolo di sovversione: il mondo medievale era fondato sulla parola data (l'omaggio feudale) nonché sulla filosofia cristiana; dunque gli eretici erano pericolosissimi destabilizzatori. Non solo. Il suicidio e il divieto di procreare condannavano l'umanità all'estinzione. Durissima fu la reazione governativa, e dappertutto cominciarono ad accendersi roghi di Catari: la stessa pena prevista dal diritto romano per "lesa maestà" (nome antico della sovversione).

Purtroppo nei linciaggi a furor di popolo e negli interventi repressivi indiscriminati ci andava di mezzo anche chi aveva aderito al Catarismo per ignoranza o (nei luoghi dove gli eretici erano maggioranza) paura. In ogni caso, per stabilire con esattezza chi fosse davvero cataro e chi no, occorreva un esame sulla dottrina religiosa. La Chiesa, dunque, intervenne per sottrarre questa materia al potere civile: solo i teologi potevano procedere a un esame del genere.

La cosa venne inizialmente affidata ai vescovi, ma fallì. I vescovi, infatti, avevano troppe compromissioni in loco, a volte anche parenti coinvolti nell'eresia. E non di rado soccombevano nelle pubbliche dispute che organizzavano con i catari. Infatti la preparazione dottrinale del clero, all'epoca, lasciava molto a desiderare (da qui i tentativi di riforma ecclesiastica, prima fra tutte quella gregoriana); invece (come ben sanno quelli che, oggi, provano a discutere con i Testimoni di Geova) i catari erano molto agguerriti e scaltriti nel dibattito. Così la Chiesa pensò di affidare il compito di contrastare l'eresia a teologi cistercensi, inviati direttamente da Roma. Ma questi delegati papali spesso finivano trucidati dagli eretici e dai signori ghibellini che li sostenevano per loro motivi politici. Fu l'assassinio dei legati pontifici (mandante il conte di Tolosa, Raimondo VII) a scatenare la cosiddetta crociata contro gli Albigesi. La famosa frase «Uccideteli tutti, Dio distinguerà i suoi» è una fandonia storica. Non fu mai pronunciata.

Allora il Papa decise di affidare questo compito ai nuovissimi ordini mendicanti, Francescani e Domenicani. Specialmente i Domenicani, cui la regola imponeva lo studio e l'attività di predicazione. I frati erano molto amati dalla gente e potevano contrapporre ai catari altrettanta austerità e sprezzo della vita.

L'Inquisizione non fu un vero e proprio tribunale bensì un comitato di esperti che stabiliva chi fosse eretico e chi no. Non solo. Riammetteva nel seno della Cristianità coloro che, attratti all'eresia da ignoranza, paura o momentaneo fascino, si pentivano. Per gli ostinati la Chiesa non poteva fare più niente, e doveva lasciare che la giustizia civile seguisse il suo corso. Insomma l'Inquisizione salvò molta più gente di quanta ne abbia "abbandonata al braccio secolare". Paradossalmente è proprio l'Inquisizione a inventare il processo moderno. I tribunali laici medievali, infatti, funzionavano col sistema "accusatorio": il giudice poteva intervenire solo su istanza di parte e giudicava sulle prove fornite dalle parti. Anche l'omicidio. Se i parenti dell'ucciso perdonavano l'assassino questo veniva liberato.

Invece la Chiesa usò il procedimento "inquisitorio'': il giudice, di sua iniziativa ("d'ufficio") indaga, cerca le prove, incastra il colpevole (quel che fa oggi il magistrato "inquirente"). L'Inquisizione inventa il verbale redatto da un cancelliere, il "corpo del reato", la giuria popolare, gli sconti e la remissione di pena per buona condotta, le licenze per malattia, gli arresti domiciliari, l'avviso di garanzia. Essa condannò un numero di persone di gran lunga inferiore a quel che certi romanzi "gotici" ci hanno tramandato. E salvò la civiltà europea da un gravissimo pericolo. Proprio perché l'Inquisizione inventa il processo scritto e verbalizzato gli storici sanno tutto su questa istituzione, i cui documenti sono tutti conservati e a disposizione degli studiosi. Processi quali quelli mostrati ne il nome della rosa sono puramente inventati.

Anche la tortura inquisitoriale è una sciocchezza tramandata da disegni e incisioni di fantasia, diffusi dalla propaganda antipapista protestante dopo l'invenzione della stampa. La tortura, come mezzo per far confessare, era usata da sempre da tutti i tribunali (il carcere come pena comincia con la Rivoluzione francese; prima c'erano solo pene fisiche e pecuniarie). Il primo ad abolirla fu Luigi XVI, poco prima della Rivoluzione francese. L'unica tortura a cui facevano ricorso i tribunali inquisitoriali (ma solo in presenza di gravissimi indizi) era la corda: l'imputato veniva sospeso per le braccia e lasciato cadere sul pavimento, due o tre volte. Se non confessava, veniva liberato. Se confessava sotto tortura la sua confessione doveva essere da lui confermata dopo, senza tortura, altrimenti non era valida. Gli inquisitori la impiegarono pochissimo perché non se ne fidavano: sapevano che c'è chi sotto tortura confesserebbe anche quel che non ha commesso.

La tortura comunque era applicata sempre sotto stretto controllo medico e mai a vecchi e minori. Se qualche inquisitore era troppo duro immediatamente si levavano alte le proteste e il Papa preferiva sostituirlo. Roberto il Bulgaro, un ex cataro poi divenuto inquisitore generale in Francia, finì sotto processo e venne relegato a vita in un monastero. Se in qualche manuale scolastico si leggono espressioni come «carcere perpetuo» o «carcere perpetuo irremissibile», nel latino inquisitoriale ciò significava gli arresti, generalmente domiciliari, dai tre agli otto anni. E "arresti domiciliari" voleva dire, in pratica, divieto di uscire dalla città senza permesso. Si tenga sempre presente che la Chiesa aveva tutto l'interesse, anche propagandistico, a riconciliare l'eretico pentito e confesso.


L'INQUISIZIONE SPAGNOLA

Su questo tema, la fantasia si è scatenata. Ma è appunto fantasia, come ne il pozzo e il pendolo di Edgar A. Poe.

Nel 1492, anno dell'impresa di Colombo, la Spagna, riunificatasi col matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona, era riuscita a portare a termine la plurisecolare opera di riconquista del paese ai Mori. Il nuovo regno si trovava adesso ad avere in casa due fortissime minoranze, quella musulmana e quella ebraica. Poiché ora il governo era interamente in mano ai cristiani, molti, per far carriera, si facevano battezzare, ma in segreto continuavano a praticare la vecchia religione. Solo che il segreto non era tale per i vicini di casa e i compaesani, i quali, non di rado scavalcati soprattutto dai più abili Ebrei (nel commercio e nelle finanze, ma anche nelle carriere amministrative e perfino ecclesiastiche), spesso davano luogo a tumulti contro i falsi convertiti o marranos. Si aggiunga che i Mori di Spagna per lungo tempo sognarono la rivincita, facendo da quinta colonna per i regni islamici corsari del vicino Nordafrica (i quali praticarono per secoli continue incursioni sulle coste).  Rivolte scoppiavano qua e là, e impensierivano i due re. Ci fu anche una ribellione di nobili contro la corona, e molti Ebrei conversos commisero l'errore di appoggiare i ribelli. Insomma l'appena unificato regno rischiava una guerra civile. Per questo i Re Cattolici chiesero al Papa l'istituzione dell'Inquisizione. Finché Ferdinando e Isabella, buoni cristiani, vissero, l'Inquisizione spagnola obbedì alle direttive di moderazione del Papa. Ma in breve diventò un organismo governativo, del tutto indipendente da Roma e sul quale il Papa non aveva praticamente nessun potere.

Comunque l'Inquisizione ebbe il merito di sottrarre la questione dei falsi convertiti ai linciaggi di piazza. Fu garantito un processo giusto e puntiglioso. I veri convertiti vennero provvisti di regolare certificato inquisitoriale e garantiti contro ogni ulteriore molestia; agli altri fu posta l'alternativa tra la vera conversione o la condanna. Infatti l'Inquisizione, tribunale ecclesiastico, poteva giudicare solo i cristiani, non gli ebrei o i musulmani. Un battezzato che, di fatto, praticava il Giudaismo o l'Islamismo, era un eretico sovversivo. Così, colpendo relativamente pochi colpevoli (il cui numero effettivo, anche qui, va molto ridimensionato), l'Inquisizione "regolò il traffico" in Spagna: gli ebrei facessero gli ebrei, i musulmani i musulmani e i cristiani i cristiani, ognuno con i suoi riti e ben separati, per non litigare.  La sua presenza evitò alla Spagna quelle guerre di religione che invece insanguinarono l'Europa settentrionale e garantì lo sviluppo del Paese, che così poté diventare la prima superpotenza del tempo. Si tenga presente che i più grandi Santi del cosiddetto "secolo d'oro" spagnolo (che coincise col culmine dell'attività inquisitoriale) erano tutti di origine ebraica: Giovanni di Dio, Teresa d'Avila, e altri. Il "famigerato", anch'egli ebreo convertito, Torquemada fu in realtà molto più mite di quel che si pensa.

Per quanto riguarda la cosiddetta "caccia alle streghe" teniamo presente che l'Inquisizione se ne occupò poco. La vera e propria "stregomania" si diffuse in Europa alla fine del Rinascimento, dunque all'inizio della modernità. Ci credevano gente come Newton e Giordano Bruno, Paracelso e Cartesio. A bruciare streghe furono soprattutto tribunali laici e protestanti (il più fiero cacciatore di streghe fu il giurista francese Jean Bodin, teorico dello Stato moderno). La famigerata Salem si trova infatti nel Massachusetts dei protestanti Padri Pellegrini americani. L'Inquisizione cattolica classificò la stregoneria come superstizione e, specialmente in Spagna, salvò la vita a moltissime presunte streghe che la furia popolare (o qualche cliente deluso) voleva linciare.

Fonte: Rino Cammilleri, "Fregati dalla scuola" (Ed. Effedieffe)


Il falso Medioevo di Ken Follett

«Non credevo in Dio vent’anni fa così come non credo oggi. Ciò che è effettivamente cambiato è la mia consapevolezza di tutto il male che può essere fatto in nome della religione… La Peste (del 1347-52) rivelò a tutti la verità: il clero era completamente impotente… La scoperta dell’infezione batterica ha permesso di salvare la pelle a milioni di persone dimostrando che i pregiudizi antiscientifici della religione non avevano alcun fondamento». Non varrebbe la pena di perder tempo e inchiostro citando questo bouquet di sciocchezze, di banalità, di errori e di bugie: se esso non fosse uscito ohimè - salvo auspicabili ma improbabili smentite - dalla bocca di uno dei più arcinoti, arciletti e idolatrati scrittori del nostro tempo (..)

A tutto c’è un limite. Nulla da dire sul Follett autore di thriller di successo, come La cruna dell’ago. Ma quand’egli si cimenta con i temi storici, specie quelli legati al Medioevo, bisogna dire che i risultati sul piano appunto storico sono deludenti: il suo gettonatissimo I pilastri della terra è, sotto il profilo della ricostruzione di quello che egli presenta come "il Medioevo", un ridicolo polpettone nel quale navigano (ed è il lato migliore) reminiscenze di Victor Hugo condite in una salsa che sta fra Disneyland e Carolina Invernizio. Non ho ancora letto Mondo senza fine, e non posso quindi giudicarlo: ma, stando alle dichiarazioni del suo autore, c’è davvero di che indignarsi. 

L’intervistatore ha l’aria di aver scoperto qualcosa di nuovo e d’originale, «un Medioevo molto lontano dalla rappresentazione stereotipata di epoca immobile e priva d’innovazione». Scappa da ridere, ma scappa anche la pazienza. Da decenni la medievistica mondiale ci va al contrario ripetendo - da Bloch a Le Goff a Tabacco a mille altri - che, al contrario, il cosiddetto Medioevo (un’età convenzionalmente definibile, e comunque lunghissima, perfino oltre un millennio secondo alcuni) fu caratterizzata da una profonda sperimentazione in tutti i campi, dalla tecnologia alla politologia. Perfino un mistico come Bernardo di Clairvaux era un innamorato delle macchine, dei mulini e delle gualchiere che lavoravano nei monasteri cistercensi. Follett è liberissimo di essere ateo e anticlericale: ma, se decide di parlare del Medioevo, non è affatto libero d’ignorare tutto dell’autentica passione per la ricerca e l’innovazione che investe personaggi come Gerberto d’Aurillac, Ruggero Bacone e tanti altri: chierici, sacerdoti, religiosi e mistici, non qualche isolato sognatore alchimista o ereticheggiante.

Ma la Chiesa inventata dal Follett nel suo ultimo romanzo, a sentir lui, è una cosca di profittatori, di ladri, di sfruttatori e di violentatori. Viene la peste a metà Trecento, e non fa nulla né per combatterla, né per alleviare le pene della gente. Secondo il Follet, le università, gli ospedali, le enormi opere di misericordia sono nulla. Secondo lui, le responsabilità del fatto che la meccanica delle infezioni batteriche non fosse nota prima dell’Ottocento è da ascriversi ai «pregiudizi antiscientifici della religione». Non gli passa nemmeno per la testa che le tesi relative al contagio dovuto alla «corruzione dell’aria» o allo «squilibrio degli umori fisici» fossero in realtà, appunto, la scienza del tempo, quella praticata da tutta una società: e dalla Chiesa stessa, appunto, nella misura in cui Chiesa e società del tempo coincidevano.

Rinvio gli interessati a conoscere qualcosa di più a proposito della Peste Nera al mio recente libro Le cento novelle contro la morte (edizioni Salerno), dove il periodo esaminato dal Follett è considerato sotto il profilo della medievistica più recente. In particolare, non è affatto così pacifico che l’epidemia si portò con sé i due terzi della popolazione europea: in realtà le vittime del contagio si dislocarono «a chiazze di leopardo», secondo una geografia difficile da comprendere. In molti casi, i morti furono ben superiori alla stima data dallo scrittore gallese; in altri, viceversa, addirittura il contagio non passò. Noto al riguardo il caso della città di Milano, che venne misteriosamente e miracolosamente risparmiata. Quanto al conflitto fra scienza e Chiesa, ripeto, esso non ci fu affatto. I medici del tempo erano assolutamente inquadrati all’interno di un sapere coerente e coeso, nel quale teologia e fisiologia profondamente convivevano. Le critiche espresse dal romanziere non hanno quindi alcuna credibilità e discendono chiaramente o dalla sua ignoranza dei dati di fatto, o dal suo pervicace anti-cattolicesimo, o da un’antipatica miscela di entrambe le cose.

Questa "tirata" anticristiana e, soprattutto, anticattolica, finisce appunto per colpire tutte le religioni e il fatto religioso in sé. Dalla religione e dall’homo religiosus nascono tutti i mali del mondo, allora come oggi. La sete di guadagno, le distruzioni indiscriminate dell’ambiente nel nome del profitto, l’illimitata volontà di potenza delle élites economiche e finanziarie e dei loro complici executives non hanno alcuna responsabilità. Tutto è colpa di Dio e di chi ci crede. 


Fonte: Da «Avvenire», 15 settembre 2007, Franco Cardini

 

Scendere dalla tigre – R.Pannikar

L’attuale modello di sviluppo che si basa su un sistema economico che fa prevedere la miseria di gran parte del pianeta come condizione per il benessere di pochi privilegiati, denuncia da sé la sua inadeguatezza. Inoltre, lo sviluppo pare che stia sempre più diventando autonomo dall’uomo: non è più uno strumento di cui l’uomo si serve per migliorare la propria vita, è un essere a sé stante che ha come primario obiettivo la propria conservazione.
Storicamente, l’economia e il commercio sono stati importanti motori dei contatti tra le culture; spesso gli scambi economici si sono trasformati in scambi anche culturali, basti pensare al processo di ellenizzazione del mondo romano o agli elementi orientaleggianti di cui si è arricchita l’architettura delle antiche repubbliche marinare..
Oggi tutto è diventato più veloce ed automatizzato, tanto che gli scambi commerciali non favoriscono più gli incontri tra gli uomini. Inoltre, la civiltà occidentale, forte di una fiorente economia, minaccia di assorbire le più deboli culture dell’America latina, dell’Africa, dell’India, dell’Asia.
Per me la globalizzazione non corrisponde a nulla di positivo: non si può pensare ad un governo mondiale, ad una moneta mondiale, ad un solo sistema mondiale. Questo è un vero e proprio terrorismo dello sviluppo. E’ una tigre sulla cui groppa è seduto l’uomo, assolutamente impotente di fronte alle decisioni della belva. La grande sfida alla contemporaneità, è quella di riuscire a scendere dalla sua schiena senza farsi mangiare.
Nell’uomo esiste una dimensione che sfugge alla logica. Mentre l’uomo occidentale ormai l’ha dimenticata, è ancora molto presente in altre culture. Potrebbe esserci una mutua fecondazione, in un dialogo che dia spazio e dignità ad entrambi gli interlocutori. I cristiani, poi, dovrebbero tornare al Vangelo. Una signora chiese: ma come si fa questo? E la risposta fu:- Nulla è impossibile. L’unica cosa che vale la pena, è di cercare di fare l’impossibile.(…)
La tecnocrazia è senz'altro l'aspetto che più caratterizza la cultura moderna occidentale, oltre al fatto di essere paneconomica ed una american way of life. Essa ha reso tutto monetizzabile e dipendente dall'economia: il tempo, l'educazione, il matrimonio, il nutrimento, la mia salute, le mie credenze, la mia felicità. Tutto ha un coefficiente economico, ossia, in altre parole, quantificabile. L'american way of life è la mentalità che si dichiara soddisfatta di questo tipo di cultura. Certo, dal punto di vista pratico ci sono delle cose da correggere, da migliorare, ma dal punto di vista teorico questa civiltà basta a dare all'uomo la felicità. L'uomo - secondo l'antropologia che sta alla base di queste convinzioni- non è che un insieme di bisogni. Se gli si offrono i mezzi per soddisfarli, l'uomo è felice. Questo tipo di mentalità e di cultura non è universale né universalizzabile. E non lo è né da un punto di vista qualitativo, per i motivi sopra esposti, né da un punto di vista quantitativo: il 6% della popolazione mondiale consuma il 40% delle risorse disponibili e ne controlla il 60%. Le possibilità e le risorse del pianeta sono limitate. Nella prima metà del secolo il sistema economico mondiale era relativamente aperto. Ora il sistema è chiuso e in un sistema chiuso ogni aumento in una regione comporta una diminuzione in un'altra. Viviamo un aumento costante d’entropia. Il nostro stile di vita non può essere mantenuto su scala mondiale. Nel complesso tecnocratico ogni progresso implica un regresso in un altro ambito. La cultura moderna contiene in se stessa il germe della propria autodistruzione. È proprio quel desiderio d’assoluto, d’infinito, che la sorregge, ciò che provocherà la sua inevitabile fine. Quando il desiderio d’assoluto non si esprime nella sfera, appunto, dell'assoluto, ma in quella del relativo, del materiale, non può che diventare una specie di cancro autodistruttore, perché ciò che è limitato non può sostenere uno slancio infinito.

Fonte: tratto da "Fix it or nix it". Un'intervista a Raimon Panikkar sul tema della globalizzazione di Maria De Falco Marotta e Diana Barrow.





Gli Elohim di Mauro Biglino negli scritti di Paolo?

Da tempo mi viene chiesto di dire qualcosa sulle idee che con particolare successo sta diffondendo il dott. Mauro Biglino.
Confesso che a me non va di fare contestazione diretta e non capisco lo scandalo di molti credenti. Ma, allo stesso tempo, comprendo che chi difende la fede ma non approfondisce, non cresce, non studia, poi si trova a pagare lo scotto ed essere confuso da chi tira fuori dal cilindro un po’ di greco ed ebraico.
Innanzitutto ogni catena ha i suoi anelli deboli. Chi ha studiato la Bibbia, come è chiaro che ha fatto questo studioso, sa dove andare a colpire. Non va di certo ad intaccare gli anelli più forti, ma usa i più deboli per tentare di spezzare la catena.
Veniamo quindi ad una discussione in concreto, visto che da qualche parte devo cominciare.
Ho aperto youtube e mi sono imbattuto in una sua conferenza che ha avuto luogo a Savona il 28 Marzo 2015. Per chi volesse vedere il video, è disponibile su youtube. Egli qui afferma, proprio all’inizio del video, che Paolo dice che vi sono molti (in greco) Theoi, quindi “dei”. Siamo in 1 Corinzi 8. Mette quindi in relazione la parola greca Theoi con quella ebraica Elohim, dicendo che la seconda e una traduzione della prima. Ed ecco che Paolo direbbe che vi sono molti “dei”, molti “Elohim”, che altri non sarebbero se non i componenti delle gerarchie aliene immaginate da Biglino dietro le parole dell’Antico Testamento.
La sua premessa è davvero precisa: è Paolo che dice questa cosa e non lui e siamo noi credenti a dare autorità alle parole dell’apostolo. Quindi l’autorità dietro le sue idee (di Biglino) sarebbe quella dell’apostolo Paolo stesso.
Poi lo studioso continua citando Ebrei 13:2. Egli sostiene che li Paolo stia parlando di angeli e che questi siano un gruppo con un particolare grado all’interno dell’ordine gerarchico degli Elohim, preposti a far eseguire o ad eseguire loro stessi gli ordini degli Elohim. Gli angeli sono talmente simili a noi che qualcuno può averli ospitati in casa senza saperlo.
Fin qui quello che sostiene Biglino. Ora vediamo invece cosa dice realmente la Bibbia.
Leggiamo per esteso 1 Corinzi 8 e vediamo che succede.

“Ora, riguardo alle cose sacrificate agli idoli, noi sappiamo che tutti abbiamo conoscenza; la conoscenza gonfia, ma l’amore edifica.
Ora, se uno pensa di sapere qualche cosa, non sa ancora nulla di come egli dovrebbe sapere. Ma se uno ama Dio, egli è da lui conosciuto. Perciò quanto al mangiare le cose sacrificate agli idoli, noi sappiamo che l’idolo non è nulla nel mondo, e che non vi è alcun altro Dio, se non uno solo, E infatti, anche se vi sono i cosiddetti dèi sia in cielo che in terra (come vi sono molti dèi e molti signori), per noi c’è un solo Dio, il Padre dal quale sono tutte le cose e noi in lui; e un solo Signore, Gesù Cristo, per mezzo del quale sono tutte le cose, e noi esistiamo per mezzo di lui”.(1 Corinzi 8:1-6 Nuova Diodati).

Dal contesto nel quale Paolo fa l’affermazione estrapolata dallo studioso, comprendiamo il suo chiaro intento.
1. Stabilire che coloro che alcuni sostengono essere dei, tali non sono.
2. Noi cristiani adoriamo e serviamo un solo Dio. E mi chiedo subito come si fa a vedere delle affermazioni politeiste in un brano così chiaramente contro il politeismo?
Erano gli gnostici che immaginavano successive emanazioni di divinità inferiori, provenienti da un essere supremo, con diverse gerarchie “celesti”. Paolo contestò apertamente questa concezione.

“Egli (Gesu) è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura; poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili: troni, signorie, principati, potenze; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui”. (Colossesi 1:15-16)

Paolo doveva esprimersi in questo modo per spiazzare in un colpo solo gli attacchi, se non addirittura le contaminazioni di pensiero gnostico-pagano, ai quali erano esposti i credenti di alcune zone tradizionalmente imbevute di strani culti e concezioni filosofiche di vario genere.
Vediamo cosa dice il testo di 1 Corinzi 8:1-6 in greco, la lingua originale nella quale l’epistola è stata scritta.

“κα γρ επερ εσ λεγόμενοι θεο ετε ν οραν ετε π τς
γς, σπερ εσ θεο πολλο κα κύριοι πολλοί.”

La parola greca θεο, theoi, dei, viene tradotta nel Nuovo Testamento ebraico con אלהים , Elohim. Ma è anche importante aggiungere che “κύριοι”, “signori”, viene tradotta אדנים . Per questa seconda espressione Paolo utilizza, quindi, il plurale della parola ebraica אדנ . Nel Nuovo Testamento ebraico questa stessa parola, al plurale, è utilizzata anche in Matteo 6:4 e Luca 16:13.
La semplice realtà del rapporto fra il greco θεοι e l’ebraico
אלהים è che Paolo non può tradurre il greco in maniera efficace perchè, in un certo senso, il termine ebraico non ha singolare o plurale. La conferma ce lo dà il fatto che il Nuovo Testamento in ebraico traduce invece perfettamente al plurale “κύριοι” con il corrispondente ebraico אדנים che ha anche la forma al singolare אדנ . Quindi questo fatto che egli parli di una pluralità di dei è parzialmente vera, e vedremo adesso in che senso; ma di sicuro non sta parlando del Dio unico dell’Antico Testamento.
Prima di fare l’affermazione incriminata di 1 Corinzi 8:5,
l’apostolo Paolo aveva scritto:

“non vi è alcun altro Dio, se non uno solo” (1 Corinzi 8:4 –
Nuova Diodati)

Nella versione ebraica del Nuovo Testamento, Paolo
leggiamo che per noi di Dio ( אלהים ) ve ne e uno solo (אחד). Qui la parola ebraica אלהים traduce quella greca al singolare Θες, theos: “Dio”.
Più chiaro di così come avrebbe dovuto esprimere il suo
monoteismo l’apostolo?
La traduzione ebraica del Nuovo Testamento ci fa inoltre comprendere che Paolo fa chiaramente eco alla confessione monoteista veterotestamentaria di Deuteronomio 6:4 che dice:
שׁמע ישׂראל יהו ה אלהינ ו יהוה אחד
Quindi, mettendo da parte l’idea che la Bibbia sia ispirata e Parola di Dio, chiediamoci semplicemente: ma Paolo è un completo idiota perchè afferma una cosa e l’esatto contrario immediatamente dopo? O, forse, invece, c’e chi gli vuol far dire, con giri di parole ed estrapolazioni, cose che in realtà non dice?
Io direi che la seconda ipotesi è quella corretta.
Il greco di Paolo è perfettamente chiaro ed anche la traduzione italiana:

“Poiché, sebbene vi siano cosiddetti dèi, sia in cielo sia in terra, come infatti ci sono molti dèi e signori …”

La seconda parte della frase mantiene il senso della precedente evitando la ripetizione. Cioè i “molti dei” e i molti “signori” di cui parla alla fine della frase sono quelli cui aveva appena fatto riferimento: i “cosiddetti dei”. In questo senso la frase è perfettamente in armonia con la dichiarazione di fede monoteistica che l’ha preceduta.
Soffermiamoci ancora un attimo su 1 Corinzi 8:4 leggendo attentamente il testo greco originale:

τι οδες Θες τερος ε μ ες”.

Traduciamolo letteralmente:

τι (perche) οδες (nessun) Θες (Dio) τερος (altro) ε (se)
μ (non) ες (uno)”

Il verbo essere in greco può sottintendersi. Quindi la frase
corrisponde in italiano a:

“perchè nessun altro è Dio se non uno”.

Qui il greco è, purtroppo, come accade in diversi punti,
intraducibile nella totalità del suo significato. Perchè quando Paolo scrive che non vi è altro Dio utilizza la parola greca τερος. Ora mentre “altro” è in italiano l’unico modo di dire … “altro”, lo stesso non vale per il greco.
Diamo uno sguardo al testo greco di un’altra epistola di
Paolo.

“Θαυμάζω τι οτω ταχέως μετατίθεσθε π το καλέσαντος
μς ν χάριτι Χριστο ες τερον εαγγέλιον,  οκ στιν λλο, ε
μή τινές εσιν ο ταράσσοντες μς κα θέλοντες μεταστρέψαι τ
εαγγέλιον το Χριστο.”

In italiano questo brano si può tradurre cosi:

“Mi meraviglio che da colui che vi ha chiamati mediante la grazia di Cristo, passiate così presto ad un altro evangelo, il quale non è un altro evangelo; ma vi sono alcuni che vi turbano e vogliono pervertire l’evangelo di Cristo.” (Galati 1:6-7 Nuova Diodati)

Ad una prima lettura, questa frase non ha molto senso.
Perchè l’evangelo è un altro o non è un altro evangelo? 
ll contesto potrebbe aiutare a comprendere cosa vuol dire
l’apostolo anche in italiano; ma il greco è chiarissimo. Infatti il primo “altro” è “τερον” (τερος nella sua declinazione determinata dal caso nella frase greca. Lo dico per chi la differenza nella consonante finale potrebbe suggerire che si tratti di due parole diverse) mentre il secondo è λλο.
Poche persone possono vantare una conoscenza del greco
del Nuovo Testamento come J.B.Lightfoot, D.D., D.L.C.,
L.L.D. In merito a questa possibile distinzione, questa estrema esattezza della lingua greca, egli commenta:

τερος, ovvero in questo caso specifico la sua declinazione:

τερον implies a difference of kind, which is not involved in λλο. The primary distinction between the words appears to be, that λλος is another one as ‘one besides’, τερος another as ‘one of two.’ Thus λλος adds, while τερος distinguishes.”

Un altro dettaglio va notato: Θες, Theos, non è preceduto dall’articolo. In greco non esiste l’articolo indeterminativo, ma solo l’articolo e, sebbene sia l’antenato del nostro aggettivo dimostrativo, per semplicità diremo che equivale al nostro articolo determinativo. Ora, l’assenza dell’articolo davanti ad un sostantivo può voler dire due cose: o si parla di qualcosa di generico o si vuol sottolineare qualità. In questo caso è ovvio che Paolo non parli di “un Dio”, bensì che si voglia attirare l’attenzione sulla qualità di Dio.
Quindi se vogliamo espandere il testo di 1 Corinzi 8:4 potremmo tradurre il senso di quello che implica la terminologia greca di Paolo.

“Perchè non vi e nessun altro che possiede la qualità di
essere Dio come l’unico e solo vero Dio.”

Paolo scriveva a dei credenti che vivevano circondati dalle molte divinità adorate dai pagani. Pagani intellettualmente consapevoli delle loro credenze, capaci di esprimere concetti filosofici complessi e giustificare il proprio comportamento con un linguaggio che era stato in grado di partorire la filosofia più sofisticata della storia dell’umanità. La terminologia dell’apostolo ne tiene dovuto conto: è precisa, attenta, pertinente. La sua difesa del monoteismo, della fede nel Dio unico che è soltanto lui Dio e non un altro Dio da aggiungere al pantheon, è assoluta.
Le affermazioni di Biglino sono errate, imprecise. Egli stravolge il senso delle parole di Paolo. Ma testo e contesto sono lì per chiunque voglia capire realmente cosa intendeva dire l’apostolo.
Per concludere, il fatto che la parola ebraica Elohim sia una forma plurale non implica che il testo biblico parli di più “dei”.
La versione Septuaginta (abbr. LXX) della Bibbia e molto antica, in particolare la parte iniziale, la Torah, il Pentateuco.
Si tratta infatti di un progetto di traduzione per arricchire la biblioteca di Alessandria d’Egitto sponsorizzato dal faraone Tolomeo Filadelfo intorno alla meta del terzo secolo a.C. La parola ebraica Elohim אלהים ) venne tradotta dalla LXX “ho theos” ( θες) senza esitazione:

ν ρχ ποησεν  θες τν ορανν κα τν γν”

Perchè Elohim è accompagnato da un verbo nella forma
singolare. Perchè il politeismo o altre fantasie sulla pluralità di esseri in Genesi 1:1 e seguenti, non si trovano nell’Antico Testamento, nè nel resto dei libri della Bibbia.
Perchè degli ebrei bilingue che vivevano nella città più intellettualmente progredita del mondo di allora, sapevano quello che facevano quando traducevano gli scritti di Mosè più di un italiano che vive nel XXI secolo. Perchè nel verso che viene dopo, “lo Spirito di Dio” che “aleggiava sulla superficie delle acque” non è femmina soltanto perchè la parola ebraica Spirito ( רוח ) è al femminile. Infatti traducendo in greco essa diviene neutra, perchè neutra è la parola corrispondente in greco, πνεμα.
Perchè Filone Alessandrino, filosofo sofisticato, ebreo che viveva ad Alessandria ed autore di moltissimi libri che difendono il Dio unico di Israele non può non aver capito quello che invece risulta così chiaro ad un italiano oltre due millenni dopo. Perchè l’Antico Testamento riferisce a Dio attributi di unicità inequivocabili.

Concludo questa discussione con una nota forse un po’ provocatoria. Visto che il dott. Biglino ama citare gli scritti ebraico-cristiani e farlo per il proprio tornaconto, io gli propongo di far proprio il consiglio di Paolo: “la conoscenza gonfia, ma l’amore edifica”. Perchè la conoscenza non gli manca, ma l’amore per chi lo ascolta si.


Fonte: tratto da "In difesa dell'autorità della Bibbia" di G.Guarino (CreateSpace Independent Publishing Platform)