Enter the void di Gaspar Noè

Enter the Void dell'argentino Gaspar Noè  è un film del 2009.

Questo non è cinema d'intrattenimento, è un film che sembra un lungo trip, che obbliga a guardare la morte dall'interno.
La macchina da presa non inquadra il protagonista. È il protagonista stesso. È lo spettatore stesso ad essere uno spacciatore americano a Tokyo. Lo si vede attraverso i suoi occhi ogni istante della sua vita e anche dopo. L'anima fluttua, la coscienza non si spegne, e Noé trascina in un bardo visivo e allucinatorio che ha le radici nel Libro tibetano dei Morti, quella dottrina antica secondo cui il morente non sparisce, ma attraversa stati intermedi tra dissoluzione e rinascita.

Non è un film facile. È lungo, stordente, deliberatamente eccessivo. Il neon di Tokyo si mescola ai flashback d'infanzia, alle visioni psichedeliche, ai corpi, al vuoto. 
Sotto questa superficie aggressiva pulsa l'antica domanda: cosa resta, quando non resta più niente? La coscienza è un fuoco che continua ad ardere anche quando il combustibile è esaurito, o si spegne con il corpo che la ospitava?

Enter the Void è una delle poche opere che prende sul serio l'ipotesi che forse la coscienza è solo un fenomeno temporaneo, e che l'unica cosa che si può fare è guardarla dissolversi senza distogliere lo sguardo.

Lo consigliamo. È lungo, non scorrevole, ma poche volte il cinema ha avuto il coraggio di portare così vicino all'unica esperienza che non si può raccontare.