Distacco e santità

Se si resta vittima dell’egoismo, che è la nostra radice animale, si conosce solo la superficiale felicità psicologica, che sta nel gonfiarsi dell'egoità, sempre in rapporto al sociale, nei suoi vari modi - piacere, denaro, potere, fama, ecc. -, e niente si conosce della profondità dell’anima e della sua beatitudine.
Quando invece scompare l’egoità, scompare con essa anche la separatezza e l’opposizione rispetto a Dio e agli altri e si comprende invece l’unità, spirituale e materiale insieme, di tutto il cosmo. Altre aurore sorgeranno: anche quando non ci sarà più questo uomo qui, altri ne gioirà, e ciò riempie di gioia, di una beatitudine che niente può togliere. Ogni esperienza spirituale, in Oriente come in Occidente, dice questa stessa cosa, con espressioni quasi identiche: beatitudine, gioia estatica in ogni istante della vita, presente quando é scomparsa l’egoità appropriativa, il senso dell’io e del mio. Una condizione che potremmo chiamare di santità, ma che non ha niente di eccezionale, anormale:  anzi, é la normalità per l’essere umano, che vi aspira dal profondo del cuore e che soffre se non la consegue, se non la è.

Fonte: tratto da "Oltre il cristianesimo" di M.Vannini (ed.Bompiani)



Una riflessione cristiana su Cicli Cosmici e Tempo Lineare

Come ogni modello umano, anche la particolare prospettiva dalla quale viene percepito il fenomeno “tempo” risente, inevitabilmente, di un più generale modo di percepire la vita ed il mondo nel suo complesso.
Non è un caso, ad esempio, che proprio a partire dall’Illuminismo, l’Occidente abbia finito per elaborare e poi sposare definitivamente una particolare visione del tempo, quella Lineare, che ben si coniugava con il nascente mito del progresso indefinito elaborato durante il cosiddetto Secolo dei Lumi. Se tutta la realtà -sia essa fisica, biologica, culturale e persino spirituale- è vista infatti come dominata dalla necessaria Legge dell’Evoluzione – che tutto rimescola e tutto trasforma in prospettiva di un ineffabile “progresso”- è evidente che la storia dell’umanità non può che essere vista se non come un percorso lineare e relativamente continuo, in cui il passato è incessantemente superato (e migliorato) dal futuro.
E’ questa, infatti, la visione della realtà che è alla base di ideologie come il Comunismo, il Darwinismo, lo Scientismo: una visione, per altro, parzialmente entrata in crisi negli ultimi decenni, sulla scia dei drammatici fallimenti e delle vere e proprie catastrofi causate dai grandi sistemi ideologici durante la modernità. Quello Lineare, tuttavia, non affatto l’unico modello di tempo che l’uomo abbia elaborato e conosciuto nel corso della sua storia: gran parte delle civiltà pre-moderne, ad esempio, adottavano come modello quello del Tempo Ciclico, una particolare visione presente anche tra i popoli nell’Europa e nelle Americhe pre-cristiane, ma di cui la dottrina induista dei Cicli Cosmici rappresenta certamente la forma più compiuta e sofisticata. Per comprendere la concezione ciclica del tempo è necessario innanzitutto capire che essa è basata, essenzialmente, su una prospettiva cosmocentrica, per cui tutto ciò che esiste (umanità compresa) è condizionato da un divenire analogo a quello delle stagioni naturali.
Da tempi immemorabili, infatti, i popoli antichi avevano osservato come esistessero situazioni della realtà in cui sembrava agire una sorta di legge ciclica che accordava fra loro non solo particolari eventi della natura (e determinate trasformazioni di tipo catastrofico 1), ma anche il sorgere e il declinare dei popoli e delle civiltà. Nella concezione indù, la più elaborata, il mondo è fatto scaturire dalla Divinità attraverso una serie indefinita di Cicli Totali (detti kalpa) ognuno dei quali è suddiviso in 14 Cicli Cosmici detti manvantara. Ogni singolo manvantara, o Ciclo Cosmico, è suddiviso a sua volta, analogamente alle stagioni dell’anno, in quattro Ere (o yuga): ad ogni yuga corrisponderebbe un sempre maggiore allontanamento dell’uomo e del cosmo dalla Divinità causa di un’arrestabile decadenza fisica e spirituale culminante nel pralaya (dissoluzione o distruzione catastrofica) del mondo, i cui “semi”, tuttavia, vengono provvidenzialmente preservati in prospettiva del successivo Ciclo Cosmico.
Nel testo sacro del Bhagavata Purana (2) , è descritta con precisione l’alternarsi degli yuga all’interno dei Cicli Cosmici. La prima Età è detta Krita Yuga, corrispondente alla stagione della primavera, dove l’umanità naturalmente sapiente ignora la malvagità e vive in comunione con la Divinità; la seconda Era è il Treta Yuga, dove inizia la decadenza dell’uomo, corrispondente all’estate; la terza è il Dvapara Yuga, dominata dalla violenza, corrispondente all’autunno; ed infine, il Kali Yuga (o Età Oscura) – al termine del quale ci troveremmo attualmente – corrispondente all’inverno, caratterizzato dal dominio delle basse passioni e dal disordine morale e destinato a concludersi con la dissoluzione finale catastrofica. Il modello indù, peraltro, è strettamente analogo ad altre antiche visioni cicliche, una su tutte quella greco-classica, descritta per primo da Esiodo ne Le opere e i giorni, e in cui il tempo è similmente diviso in Quattro Età corrispondente ai quattro metalli fondamentali: Oro, Argento, Bronzo, Ferro.
La visione ciclica dell’Induismo, nel suo necessario determinismo e a-finalismo, presuppone d’altronde una particolare visione del mondo visto come “gioco cosmico”, come mera manifestazione della Maya (l’Illusione): compito dell’uomo, infatti, è essenzialmente quello di sciogliere i legami con l’inconsistenza del mondo e risalire allo Spirito Divino (Atman), possibilità concessa anche nell’oscuro Kali Yuga, a patto di rimanere fedeli ai doveri (dharma) presupposti dalla propria casta di appartenenza. Questo non significa che la tradizione indù non conosca il concetto di Provvidenza: questa “funzione” divina è infatti assicurata dalle periodiche Discese (avatara 3) del Divino che, manifestandosi di età in età in forme visibili, assicura l’esistenza del cosmo e dell’ordine sociale. Sarebbe tuttavia impossibile, in ambito indù, parlare di una qualche “finalità” della creazione né, tantomeno, di un “progetto” divino su di essa: essendo l’esistenza dell’illusione cosmica null’altro che la necessaria proiezione delle infinite possibilità divine. Alla luce di quello che è stato detto, pertanto, si evince con chiarezza come la visione cristiana del tempo non sia completamente assimilabile né al modello Lineare moderno né alla visione Ciclica dell’Oriente o dell’antichità pre-cristiana, pur essendoci punti di contatto con ambedue.
Da un certo punto di vista, infatti, l’idea che storia abbia un Fine (in specifico, l’Incarnazione unica e irripetibile del Verbo), avvicina la visione cristiana alla concezione Lineare; al tempo stesso, tuttavia, la lettura biblica e cristiana del tempo condivide pienamente, con le altre culture tradizionali, l’idea di una progressiva decadenza spirituale dell’uomo, che è la negazione in termini di ogni moderno “mito del progresso”. A partire dalla Caduta di Adamo, infatti, la descrizione biblica della storia umana è essenzialmente regressiva, e le vicende mitiche ma significative dei primi Patriarchi post-edenici non sono nient’altro, infondo, che la cronaca di un’inarrestabile allontanamento dell’uomo da Dio a cui corrispondono delle tappe catastrofiche (Caino e Abele, il Diluvio, la confusione babelica).
Questo processo di decadenza spirituale è destinato peraltro a culminare, al termine dei Tempi Ultimi, in una generale dissoluzione spirituale dell’umanità che conoscerà nel regno parodistico e grottesco dell’anticristo il suo illusorio ma terribile culmine, con “l‘apostasia” (4) generale delle genti annunciata dall’apostolo Paolo. A fronte di queste somiglianze, tuttavia, è assolutamente necessario sottolineare che la storia biblica e cristiana, che ha i suoi estremi nell’Eden primordiale e nella Gerusalemme Celeste finale, non è riducibile al mero schema di un puro e semplice “ritorno alle origini“. La Gerusalemme Celeste, infatti, non è una pura e semplice “riproposizione” dell’Eden perduto, ma è un salto ontologico fondamentale, una promozione divina dell’uomo così come adombrato da San Paolo nella misteriosa pericope: “Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello psichico, e poi lo spirituale” .
Tuttavia, l’aspetto più tipicamente biblico (e soprattutto cristiano) della concezione del tempo è costituito
, soprattutto, da una visione del tutto inedita del rapporto fra Dio e la storia. L’esperienza di Dio che la Bibbia ci testimonia non è, infatti, quella di una “Realtà” trascendente scissa dalla storia o operante in essa solo “accidentalmente”, ma è quella di una continua Presenza di Grazia che entra nella storia, a dispetto e nonostante l’innegabile decadenza spirituale e morale che contraddistingue l’umanità. A fianco di una storia umana caratterizzata da un costante allontanamento dalla Realtà Divina, pertanto, esiste un’altra storia, quella della Grazia e della Salvezza, che si interseca alla prima, culminando proprio nei Tempi Ultimi con l’evento unico e irraggiungibile dell’Incarnazione. Siamo qui al cospetto non tanto di una qualsivoglia “visione del tempo“, quanto di un Mistero nel senso letterale del termine, che l’apostolo Paolo si sforza di rendere intellegibile nella nota espressione: “dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la Grazia” .

Questa affermazione apparentemente paradossale racchiude in realtà tutto l’ineffabile segreto di una Misericordia sovrabbondante, che sembra riversarsi più copiosa proprio lì dove sembrerebbe, ad un occhio puramente umano, essersi del tutto ritirata. Questa è anche l’implicita rivelazione per cui propri i tempi più travagliati e confusi della storia potrebbero custodire, in realtà, possibilità e doni di Grazia inattingibili in altri momenti. Per la Rivelazione cristiana, dunque, l’uomo non è affatto un atomo oscuro abbandonato sul crine di una fatale decadenza, ma un “figlio” disperso sul quale veglia, anche (e soprattutto?) nei momenti peggiori, un Padre provvidente. Al tempo stesso, tuttavia, niente è più antitetico di questa visione della concezione progressiva moderna, la quale sostituisce alla Grazia divina la potenza prometeica della creatura che in spregio di ogni norma e di ogni legge aspira a “farsi dio“.

Gianluca Marletta


I fenomeni della contemporaneità tra valori e trasgressioni

Una delle differenze fondamentali tra la visione tradizionale e circolare del tempo e quella lineare e da “mito del progresso” è la capacità di leggere la realtà come riflesso di movimenti “metafisici” e “metastorici”, che attengono al mondo dell’“invisibile”.
Il discorso molto concreto e reale attiene a tutte quelle manifestazioni odierne di cosiddetta “crisi di valori”, che vengono interpretate dalla mentalità “lineare” come semplice segno dei tempi, un qualcosa che né più né meno contraddistingue i gusti di una certa mentalità attuale e “postmoderna”.
Si dirà “l’abbiamo fatto anche noi!”, “discorsi da perbenisti”, “chi siamo noi per giudicare?”, “anche Picasso veniva disprezzato!”, e cose simili; espressioni atte a definire chi, con un sacrosanto e genuino sdegno, vede una serie di fenomeni come vere e proprie torture artistiche o dello stile di vita – es. certa arte, musica, “cultura” e cinematografia contemporanea; le pieghe pandemiche della sessualità di oggi; il clima di permanente consumo di droghe e tanto altro.
La lettura corretta di questi avvenimenti riguarda la caduta senza fine in cui versa il mondo spirituale occidentale, caduta in piena accelerazione e nelle fasi avanzate di quello che la tradizione induista definiva come Kali Yuga, ovvero l’“età oscura”.
Un’età corrispondente all’“età del ferro” esiodea, per venire a una tradizione a noi vicina, la fase “decadente” della civiltà.
All’interno di questo quadro è possibile notare le varie “rotture di livello”, che accelerano l’avanzamento regressivo del ciclo, e in particolare per il nostro discorso ci concentriamo su alcune fondamentali novecentesche, riuscendo a comprendere meglio la fase ulteriormente regressiva che può essere collegata al discorso degli stili di vita o dei gusti culturali sopraindicato.
La fine, nel 1989, del mondo polarizzato tra Ovest ed Est, con la relativa caduta delle ideologie, costituisce sicuramente un passaggio cruciale, al quale abbiniamo lo stato di decadenza e “contraffazione” spirituale del mondo cattolico e della Chiesa di Roma, che ha fatto passi da gigante in questo senso col papato di Francesco I.
Le ideologie politiche, le corrispondenti “visioni del mondo”, e il cattolicesimo stesso, costituivano nella migliore delle ipotesi una guida valoriale verso la quale gli individui e le masse conformavano la propria vita, nella peggiore uno sbarramento ancora valido all’avanzata totale di forze metafisiche “sotterranee”.
Liberalismo, marxismo e fascismo, con le loro varianti e sfumature, erano delle vere e proprie “tensioni ideali e morali”, in grado di dare all’uomo la possibilità di aspirare ancora a un qualcosa di “alto”, che potesse in qualche modo favorirne un’“ascesi”, seppur nel solo piano materiale della realtà, e meglio ancora se accoppiato alla fede religiosa e alla spiritualità.
All’interno di questa direzione precisa, aveva senso in chiave subordinata e “trasgressiva”, il mondo della cosiddetta “controcultura” in tutte le sue diramazioni, quelle piacevoli e quelle meno.
Ad esempio, l’errore di fondo che si fa nell’equiparare il mondo della musica degli anni ‘60/’70, e le sue derivazioni, a quello odierno sta proprio qui. All’epoca la corrente era nettamente “trasgressiva” (dal lat. transgredi «andare oltre»), “contro il sistema”, e anche se fungeva da apripista alla fase successiva con i vari “inganni dello spirito” connessi (es. Chaos magic, New Age, psichedelia, ecc.), era comunque subordinata ad una direzione valoriale della società, oltre ad avere una buona qualità artistico-culturale.
Oggi nei versi di certi musicisti, viceversa, “c’è” il sistema! C’è tutto il mondialismo e la piega “totalitaria” presa dal liberalismo – l’ultima concezione del mondo ancora in piedi dopo fascismo e a comunismo, come ci indica Alexandr Dugin –, c’è l’inneggiamento all’abuso di droghe e al sesso facile, che è prettamente, nel suo significato simbolico, e anche letterale, l’opposto di un qualcosa verso cui, a torto o a ragione, ci si ribellava – le élite attuali si comportano così!
Una fase, dunque, sistemica e ratificata da quei processi che il filosofo Julien Benda definiva come il “tradimento dei chierici”, nei quali si descriveva la posizione “nuova” che stava assumendo il mondo dei filosofi, dei letterati e di coloro che in precedenza avevano aspirazioni disinteressate ad attività e valori “superiori”, “trascendenti”, non legate ad “odi politici” e che facevano da contraltare al clima di abbrutimento culturale, artistico e umano dominato dall’avanzamento di spinte “subpersonali” e “irrazionali”.
Una “ratifica” che offre pure dignità a questa cosiddetta cultura, pretese di elevazione, o meglio “sociali”, in base a quel meccanismo che Julius Evola definiva come “dal basso verso il basso” e che esclude, discrimina o fagocita automaticamente chi invece persegue altri modelli.
La questione fondamentale è in che modo sia possibile ricostruire realtà positive all’interno di uno scenario simile. Il “soggetto” che sarà in grado di riordinare le forze cosmiche “dentro di sé” sarà anche quello che si farà portatore di una nuova “luce”, della luce che si scorge in fondo al Kali Yuga.
Ricordiamo che il Kali Yuga è sì l’“ultimo gradino”, ma anche il “primo” della rinascita. Ed è proprio intorno a questo “soggetto”, il primo in grado di superare lo “scoglio” della caduta e della risalita, che è possibile riconfigurare la nuova società: “riavviare il ciclo”!
E’ in una società di tale ordinamento che tutta una serie di tendenze e di attività “infere” possono essere riportate nella loro sfera liminale di competenza. Ciò proprio in virtù della capacità del soggetto di governare “dentro di sé” queste tendenze, subordinarle al proprio “asse portante”, a quello che gli Stoici e Marco Aurelio definivano come l’egemonikòn, il “sovrano interiore”, che non poteva esser “mosso da impulsi contrari al bene comune” – “bene comune” inteso sia per i vari elementi costitutivi dell’essere umano, che per gli uomini stessi, come nella visione organica del “Tutto cosmico”.
Del resto anche nell’antica Roma era presente il culto di Cibele, la Magna Mater, una divinità tipica di molte popolazioni del bacino orientale del Mediterraneo. Un culto “orgiastico”, che fu introdotto il 4 aprile del 204 a.C, come dalla narrazione di Tito Livio.
E ciò avveniva proprio perché gli antichi conoscevano benissimo le pulsioni “inferiori” dell’uomo, e, non disprezzandole “aprioristicamente” ma considerandole come parte di un “Tutto”, le utilizzavano in chiave “trasfigurativa”, “sublimandole” e orientandole “verso l’alto”, e dunque dandogli un valore “sacrale”.


Roberto Siconolfi

La democrazia del web e il “sinistro” mainstream

L' idea che oggi porta a bollare come fascista tutto ciò che si stacca dalla democrazia, è utilizzata tatticamente dal potere per cercare di screditare e rendere inaccettabile qualsiasi visione più elevata.

Resosi conto che oramai la gente segue sempre meno tv e canali ufficiali, il mainstream si è messo a far la guerra al web, alle cosiddette "fake news" e continuamente tenta di inserire limiti e censure (vedasi i social network, censori algoritmici).
Ora vorremo capire, ma fino ad oggi, in democrazia, i mass media cosa hanno fatto? E i partiti politici? Non hanno usato forse i media tradizionali per veicolare opinioni e coscienze e tirare acqua al proprio mulino? Non hanno sempre usato i grandi mezzi di comunicazione per i loro scopi?
Oggi, se qualcuno si organizza e con pochi mezzi riesce ad utilizzare la rete per creare un’ informazione alternativa (e ci sono tanti casi ben riusciti) non va più bene. Di cosa hanno paura esattamente? La "democrazia del web" è questa, le opinioni, se non lesive, hanno tutte diritto di cittadinanza, si possono confutare ed ignorare ma questo è. 
Ma come al solito la democrazia è tale solo se si rimane nel perimetro che essa stessa ha stabilito.

C’è poi da dire che un tempo i "ribelli di sinistra", seppur manovrati,  avevano quello spirito critico che li portava a dubitare del mainstream e della cultura dominante. Oggi invece tali personaggi difendono a spada tratta qualsiasi narrazione ufficiale, sbraitano contro il "complottismo", "le bufale", credono ai media di regime e si prendono gioco di chi cerca di contronarrare e ragionare sui tempi che viviamo.
Ora se è vero che da un lato la rete ha creato davvero gente che vede complotti ovunque, è altrettanto vero che come controparte abbiamo dei lacchè del pensiero unico che vanno dietro al Cicap, a Repubblica, alla CNN, al PD, a Piero Angela, a Saviano, a Fazio ecc ecc.


Si scandalizzano se parli di "complotti"; si gonfiano dietro a titoli universitari statali che li hanno resi pedine di sistema e non conoscono più né onestà intellettuale né discernimento.

Giovanni Prove