L'epoca dell'inumano

Dovremmo tornare a rivendicare la centralità dell'umano, nei suoi diritti e nelle sue responsabilità.

Oggi ci si priva dei diritti e si abdica alle responsabilità in nome dell'inumano: inumana è la tecnica; inumano il suo organo di conoscenza, la scienza; inumana la sua mente, la tecnologia; inumano il suo braccio, la tecnocrazia; inumana la sua voce, i media e la propaganda; inumano il suo volto, le masse anonime, irregimentate e sanitarizzate.

Diritti e responsabilità sono aboliti, potenzialmente e occasionalmente oggi, e sistematicamente e automaticamente domani. I diritti sono cancellati perché solo un soggetto responsabile può rivendicare una sfera inviolabile di libertà; la responsabilità è superflua perché dove sono la macchina o l'algoritmo a decidere, l'uomo si assolve, noncurante del fatto che è lui a costruire la macchina o a stabilire regole e variabili.

In questo circuito inaggirabile, ricorsivo e autoreferenziale, l'umano va incontro al proprio declino. Terminale è tanto l'aggettivo che definisce ciò che si trova alla fine di un ciclo o in prossimità della dissoluzione, quanto il sostantivo che indica l'elemento che in un sistema artificiale si trova all'estremo o al limite del dispositivo. L'uomo macchina è pertanto terminale tanto come uomo che come macchina.

Un tempo desideravamo l'immortalità della macchina e spregiavamo la caducità dell'uomo; oggi rimpiangiamo l'immortalità di ciò che è propriamente umano perché sappiamo che è la macchina ad essere soggetta a logoramento e corruzione.

Troppo tardi: a forza di costruire macchine, le macchine hanno costruito l'uomo, e ogni creatura, si sa, è a immagine del creatore.



2020: il nuovo ordine post-democratico

Il 2020 sarà un anno che entrerà nella storia. Vi entrerà perché in esso tutta una serie di processi iniziati almeno sin dalla seconda metà del '900 hanno subito una accelerazione tale da potersi sostenere che, se essi giungeranno in futuro a compiersi, tale compimento sarà da considerarsi impensabile senza ciò che abbiamo visto consumarsi in questi pochi mesi. Il motore del 2020 è stato senza ombra di dubbio l'evento pandemico, ma la volontà che sta guidando i fatti lo precede: essa ha prodotto ad hoc una narrazione della pandemia adeguata alle proprie finalità, e l'ha cavalcata rendendola sia un potente grimaldello ideologico che un indispensabile strumento politico, volto a realizzare il consenso a quelle riforme strutturali della società, le quali altrimenti sarebbero state irrealizzabili se non attraverso palesi e inaccettabili imposizioni autoritarie. La narrazione pandemica è dunque, con ogni probabilità, il più grande fenomeno di manipolazione del consenso a cui la storia abbia mai assistito.

L'esito più eclatante di tale manipolazione è l'aver fatto credere a tutti che da sempre il principale - se non l'unico - valore non negoziabile che la civiltà abbia riconosciuto è la sopravvivenza biologica del singolo. In base a questa inusitata tavola dei valori, che viene data per scontata e condivisa da tutti, sarebbe possibile in nome della sopravvivenza biologica individuale imporre qualsiasi genere di sacrificio  e limitazione delle altre dimensioni dell'esistenza. La ricaduta sul piano politico è una progressiva cessione di potere nei confronti dei tecnici nei processi di governo, i quali appaiono sempre più approssimarsi al modello tecnocratico a scapito di quello democratico.

In questo contesto, in cui tutte le energie sono volte a realizzare l'unanimità d'opinione su ciò che si ritiene opportuno fare per affrontare il male del secolo, il dissenso è stato ampiamente marginalizzato, quando non espressamente perseguito e combattuto. In questa ottica si possono leggere una grande quantità di fenomeni, sia politici che culturali, che vanno ad esempio dalle elezioni americane, alle strategie di comunicazione volte ad isolare e stigmatizzare chi porta visioni e quesiti fuori dal coro, o manifesta il proposito di non omologarsi alla volontà generale in nome di valori che fino a ieri, almeno sulla carta, erano condivisi da tutti, se non addirittura considerati fondanti. L'acuizzarsi dello scontro ideologico avrà come esito, temiamo, una crescita progressiva delle tensioni sociali, la cui manifestazione scomposta sappiamo essere funzionale, in assenza di un coordinamento e di una organizzazione  politicamente efficace, a forme di repressione legittimantesi appunto sulla necessità di mantenere ordine e coesione della compagine sociale.

In Italia, in particolare, stiamo assistendo alle prove generali di un ordine post-democratico. Vecchi strumenti di governo vengono utilizzati in modi nuovi e inusitati, scavalcando la normale prassi legislativa e prerogative consolidate delle figure istituzionali, il tutto abbinato, a mo' di compensazione, a una riscoperta del paternalismo di stato, tanto più inverosimile quanto più chi presiede a quest'ultimo appare accondiscendente ad abusi e patenti violazioni dei principi su cui dovrebbe reggersi. Appare inoltre altamente problematico definire ancora di tipo rappresentativo un sistema di governo capace di esprimere un esecutivo come l'attuale, il quale si regge non sulla volontà degli elettori manifestata attraverso il voto, ma su accordi e alleanze d'ufficio su cui chi ha votato non ha alcuna possibilità di rettifica o controllo. 

Sotto questi presagi attendiamo il V-DAY - ancora una metafora bellica - ossia "il più grande piano di vaccinazione di massa", come viene definito dalla stampa imbeccata. Il 2021 si aprirà su questo grande esperimento sociale che sancirà, se tutto andrà come il potere auspica, ovvero con una adesione generalizzata, il successo della strategia fino ad ora adottata. Tale strategia consiste da una parte, come visto sopra, nell'imposizione di una sorta di rivoluzione della tavola dei valori volta al primato della pura sopravvivenza biologica, e dall'altra a una forma di autoritarismo che produce e impone il consenso delegittimando il dissenso sul piano morale e delle competenze tecniche, quindi non su quello politico. Applicata globalmente, tale strategia permetterebbe di fatto la formazione di un governo unico caratterizzato non tanto dall'accentramento del potere in un singolo soggetto, quanto piuttosto sull'adesione incondizionata di tutti i governi al pensiero unico, il quale produrrebbe come esito un generale accordo globale sulle politiche a cui informarsi e sui soggetti sovranazionali preposti a dettarne le agende. Abbiamo ben pochi dubbi su come andrà a finire; del resto cosa sono dignità, diritti, libertà e autodeterminazione di fronte alla salute?



Apolidia postmoderna

Un paradosso: la maggior parte dei nostri connazionali è apolide. Il paradosso si risolve considerando che in questo enunciato entrano in conflitto due distinte idee di nazionalità: quella burocratica e quella culturale. Ovviamente, tutti coloro che hanno nazionalità italiana possono definirsi italiani, ma quanti possono affermare di condividere un'identità culturale che possa dirsi italiana? A prescindere da un dibattito su cosa sia la cultura italiana, quello che possiamo affermare con certezza è che la pseudo-cultura che la maggior parte dei nostri connazionali condivide non ha nessuna caratteristica che possa sostanzialmente - e non accidentalmente - differenziarla da quella, ad esempio, dei paesi di lingua anglosassone. In questo senso possiamo definire apolide chi appare omologato e omogeneo alla cultura mondialista. O, in alternativa, che chi porta ancora in sé un germe di differenza e pertanto d'identità, sia un esule nella propria terra. Sempre più attuali risuonano allora le parole di un grande pensatore del nostro tempo:

"Nell'idea va riconosciuta la nostra vera patria. Non l'essere di una stessa terra o di una stessa lingua, ma l'essere della stessa idea è quel che oggi conta".



"Lo dice la scienza"

 I primi a non avere le idee chiare su cosa sia la scienza sono proprio coloro che vi si appellano ad ogni istante per legittimare e sostenere le proprie scelte o quelle dei padroni che servono. La scienza è infatti un metodo di conoscenza e ciò che esso produce può dirsi più o meno scientifico a seconda di quanto sia adeguato alle modalità di produzione, controllo e verifica del metodo stesso. 

Per estensione, definiamo scienza anche l'insieme delle conoscenze prodotte tramite tale metodo, fermo restando che esse, per entrare a far parte dell'insieme, devono essere sempre verificabili e all'occorrenza falsificabili, rivedibili o integrabili. In genere, quando diciamo una frase come "lo dice la scienza" è a questo insieme che facciamo riferimento, non evidentemente a un'entità parlante o senziente. La scienza, infatti, non dice e non vuole nulla, perché non ha nessuna volontà personale: non produce valori e non decide che cosa sia bene o male. Sono gli uomini a decidere di sé, ed eventualmente si appoggiano alla scienza per trovare il modo più razionale o efficace per realizzare il proprio proposito. La scienza non si pronuncia su quale visione del mondo o sistema di valori siano quelli preferibili: è essa stessa precompresa in una visione del mondo e i valori a cui si attiene fanno parte di quella precomprensione. Se noi facciamo operare la scienza nell'ambito della verità e del valore, essa non ne produrrà ex-novo, ma continuerà a perpetrare e ripetere quella verità e quel valore di cui è portatrice indifferente. Quando qualcuno vi dice che la scienza impone delle scelte e che esse sono inevitabili, sappiate che è una volontà umana che impone quelle scelte legittimando se stessa mediante un'autorità che si vorrebbe impersonale, disinteressata e infallibile. In altre parole sta mentendo. Qualsiasi conoscenza può essere impiegata per un fine, ma è sempre l'uomo a decidere qual è il suo fine. La scienza non commette crimini e non è mai colpevole, come non lo è la lama usata dall'assassino: criminale è sempre colui che usa lo strumento per commettere il crimine, non lo strumento stesso. Non si può processare la scienza, ma chi la strumentalizza e la usa come passe-partout ideologico e retorico sì.



La desolazione delle nuove generazioni

A rischio di generalizzare, perché le eccezioni ci sono sempre, riteniamo comunque di poter affermare con una certa sicurezza di aver perso i giovani.

Quello che ci lascia veramente costernati è la pressoché totale mancanza di una mobilitazione giovanile coordinata e condivisa. All'appello latitano tutte le generazione tra i quindici e i trent'anni, che in pratica appaiono perlopiù allineate e passive nei confronti della narrazione dominante. Tralasciando ingenuità, avventatezza e strumentalizzazioni varie, i giovani un tempo furono comunque i principali soggetti della contestazione, costituendo un importante termometro sociale delle inquietudini e dei malesseri del paese. Oggi non solo non si sentono e non si vedono, ma potremmo affermare sulla nostra personale esperienza che sono tra i più feroci e aggressivi giudici e persecutori del dissenso, in nome di un'omologazione e di un appiattimento culturali senza precedenti.

Sappiamo tutti che i movimenti del '68 e degli anni successivi sono stati ampiamente strumentalizzati e promossi per finalità che la gioventù ignorava. Sui motivi della contestazione, sui suoi frutti, su ciò che diceva di essere e ciò che realmente era, non entro in merito; non è questo il punto. Perché ci fosse possibilità di strumentalizzazione, doveva esserci materiale umano strumentalizzabile, ossia un'ondata di malcontento e di voglia di cambiamento a cui dare una forma. Dovevano esserci comunque energie a cui attingere, e un immaginario e una volontà allo stato grezzo da plasmare. Oggi tutto questo non sarebbe neppure pensabile.

Senza ombra di dubbio hanno concorso a questa anestetizzazione generalizzata la demolizione del sistema dell'istruzione e dell'educazione umanistica da una parte, e la costante esposizione all'indottrinamento e alle suggestioni di media e social dall'altra.

Il quadro complessivo è desolante: una massa elettorale inerte confezionata ad hoc per approvare incondizionatamente lo status quo, in una pantomima in cui, a prescindere dallo schieramento scelto, la forma di approvazione al sistema è sempre e comunque plebiscitaria.



Perché ci odiano?

 Sapete perché diamo così fastidio, tanto da dedicarci articoli diffamatori?

Perché sfuggiamo totalmente agli stereotipi con cui una certa intellighenzia ama etichettare intere categorie di persone per emarginarne le idee e liquidarle.

A loro piacciono le piazze dove trovare personaggi caricaturali e confusi, per poterci inviare fanpage o barbapà e mostrare a tutti quanto siano sciocchi i “negazionisti” e i “complottisti”.
Noi invece pensiamo, argomentiamo e poniamo quesiti.

A loro piace Salvini che mangia nutella o Renzi che arranca con l’inglese, per poter definire chi non gli va a genio “salviniano” o “renziano”. La nostra posizione, invece, non è riconducibile a quella di nessun partito, movimento o orientamento di tipo parlamentare o extraparlamentare.

A loro piacciono i razzisti da bar per poterli dileggiare. Noi consideriamo le differenze culturali una ricchezza, e auspichiamo la pace tra i popoli riaffermando il diritto di vivere nella propria terra e di preservare la propria identità.

A loro piacciono i nostalgici del fascismo per scandalizzarsene. Noi cerchiamo di analizzare seriamente e con distacco i periodi storici senza pregiudizi, criticando l'egemonia e il predominio del pensiero neoliberale.

A loro piace liquidare come “antisemita” qualsiasi posizione critica nei confronti della politica di Israele. Noi cerchiamo di porre questioni e aprire dibattiti sulla situazione geopolitica mediorientale che non siano pregiudicati in partenza da scelte di campo ideologiche.

A loro piacciono i “negazionisti della storia” per poterli perseguire penalmente. Noi, invece, pensiamo che la prassi storiografica debba necessariamente mettere in discussione i propri prodotti per metodo, per poterli confermare se reggono al vaglio, o rivederli se ce ne fosse l'urgenza.

A loro piacciono i “bigotti” e i "baciapile" per poter liquidare il cristianesimo come il residuo di un'epoca infantile oltrepassata dalla modernità emancipata. Noi consideriamo le tradizioni spirituali strutture permanenti di senso, da interrogare e a cui rivolgersi per comprendere il presente nei suoi limiti e nelle sue possibilità.

Per questo ci sono ostili. Perché siamo lo scandalo dei loro luoghi comuni.




La sprofessionalizzazione della medicina - I.Illich

Inseguendo l'ideale della scienza applicata, la professione medica ha in gran parte cessato di perseguire gli obiettivi propri di un sodalizio artigiano che mette a frutto la tradizione, l'esperienza pratica, la dottrina e l'intuito, e ha finito per svolgere un ruolo che una volta era riservato al clero, usando i principi scientifici a mo' di teologia e i tecnici a mo' di accoliti. Come impresa, la medicina si occupa ormai non tanto dell'arte empirica di guarire il malato curabile, quanto della ricerca razionalistica diretta a salvare l'umanità dall'assalto del male, dai ceppi della menomazione e addirittura dalla necessità di morire.

Trasformandosi da arte in scienza, il corpo medico ha perso i suoi caratteri di una associazione di artigiani che applicano a beneficio di malati in carne e ossa le regole fissate per guidare i membri del mestiere. E' diventato un apparato ortodosso di amministratori burocratici che applicano principi e metodi scientifici a serie di 'casi' medici.

In altri termini, la clinica è ormai un laboratorio.

Pretendendo di saper prevedere gli esiti senza considerare la prestazione umana di chi deve guarire e la sua integrazione col proprio gruppo sociale, il medico contemporaneo ha assunto la tipica posa del ciarlatano d'una volta.

Come membro della professione il singolo medico è un elemento inscindibile di una squadra scientifica. La sperimentazione è il metodo della scienza, e lo schedario che egli tiene fa parte, gli piaccia o no, del corredo di dati di un'impresa scientifica. Ogni cura non è che la ripetizione di un esperimento, che ha una probabilità di successo definita statisticamente.

Come in ogni operazione che costituisca una vera applicazione scientifica, l'insuccesso è attribuito a qualche specie di ignoranza: insufficiente conoscenza delle leggi che valgono nella situazione particolare, difetto di competenza personale da parte dello sperimentatore nell'attuazione dei metodi e dei principi, o ancora sua incapacità di padroneggiare quella variante sfuggente che è il paziente. Ovviamente, in un'attività medica di questo genere, quanto meglio si domina il paziente tanto più sarà prevedibile l'esito. E quanto più l'esito sarà prevedibile in riferimento a un'intera popolazione, tanto più si dimostrerà efficace l'organizzazione.

I tecnocrati della medicina tendono a promuovere gli interessi della scienza, non a favorire i bisogni della società. I medici curanti nel loro insieme sono una burocrazia adibita alla ricerca. La loro responsabilità primaria è verso la scienza in astratto o, nebulosamente, verso la loro professione. La loro responsabilità personale per il cliente particolare è stata riassorbita in un vago senso di potere che si estende a tutti i compiti e a tutti i clienti di tutti i colleghi.

La scienza medica applicata dagli scienziati della medicina fornisce il trattamento corretto, e non importa se ne risulterà la guarigione o subentrerà la morte o non ci sarà alcuna reazione da parte del paziente: quel trattamento è legittimato da tabelle statistiche, le quali prevedono con una precisa frequenza tutti e tre gli esiti.

Nel caso concreto il singolo medico potrà ancora ricordarsi che se ha avuto un buon risultato nell'applicazione della sua arte, deve alla natura e al paziente altrettanta gratitudine quanta il paziente ne deve a lui. Ma solo un alto grado di assuefazione alla dissonanza cognitiva gli permetterà di proseguire nei ruoli divergenti di guaritore e di scienziato. Le proposte che cercano di combattere la iatrogenesi eliminando le ultime tracce di empirismo dall'incontro fra il paziente e il sistema medico sono espressione di una novella crociata di spirito inquisitorio. Usano il credo scientista per svalutare il giudizio politico.

Mentre la misura della scienza è la verifica operativa in laboratorio, la misura della politica è il confronto di avversari che si appellano a una giuria la quale applica l'esperienza passata a un problema attuale così come è sentito da persone reali. Negando ogni legittimazione pubblica alle entità che non sono misurabili per mezzo della scienza, la richiesta di una pratica medica pura, ortodossa, comprovata, mette al riparo questa pratica da ogni valutazione politica.

La preferenza religiosa data al linguaggio scientifico rispetto a quello del profano è uno dei principali baluardi del privilegio professionale. L'imposizione di questo linguaggio al discorso politico sulla medicina svuota facilmente tale discorso di ogni efficacia.

La sprofessionalizzazione della medicina non implica la messa al bando del linguaggio tecnico come non richiede l'esclusione della competenza autentica, e non è neppure in contrasto con la pubblica critica e denuncia della cattiva pratica medica. Implica bensì una pregiudiziale contro la mistificazione della gente, contro il reciproco accreditamento di presunti guaritori, contro il sostegno pubblico di una corporazione medica e delle sue istituzioni, e contro la discriminazione legale a opera e per conto di persone che i singoli o le comunità hanno scelto e designato come loro guaritori.

La sprofessionalizzazione della medicina non significa rifiuto di stanziamenti pubblici per scopi curativi, bensì significa contrarietà all'esborso di questo pubblico denaro su prescrizione o sotto il controllo di membri della corporazione. Non significa l'abolizione della medicina moderna. Significa che nessun professionista deve avere il potere di profondere per qualunque suo paziente un complesso di risorse terapeutiche maggiore di quello che ogni altro possa pretendere per il proprio.

Infine, non significa noncuranza per le esigenze particolari che si presentano in particolari momenti della vita: quando si nasce, ci si spezza una gamba, si diventa invalidi o si affronta la morte. La proposta che i medici non siano abilitati da un gruppo di potere non vuol dire che le loro prestazioni non debbano essere valutate, ma che questo giudizio può essere dato più efficacemente da clienti istruiti che dai loro colleghi. Il rifiuto di finanziamenti diretti per gli arnesi tecnici più costosi della magia medica non significa che lo Stato non debba proteggere i singoli dallo sfruttamento dei sacerdoti dei culti medici; significa soltanto che il denaro dei contribuenti non deve servire a instaurare riti del genere.

Sprofessionalizzare la medicina vuol dire smascherare il mito secondo cui il progresso tecnico imporrebbe di risolvere i problemi umani mediante l'applicazione di principi scientifici, il mito del vantaggio che si ricaverebbe da una maggiore specializzazione del lavoro e dal moltiplicarsi di manipolazioni arcane, e il mito che la crescente dipendenza dal diritto di accedere a istituzioni impersonali sia meglio della fiducia dell'uno nell'altro.

Fonte: tratto da “Nemesi Medica” di I.Illich (ed Red)



Chi sono i "casualisti"?

 Tutti parlano dei "complottisti", nessuno si ferma invece a riflettere sui "casualisti", figure altrettanto affascinanti. 

"Casualista" è chi dietro i grandi eventi storici, le svolte epocali, i fatti di incidenza mondiale, sempre ravvisa una casualità fortuita, che si regge tanto sull'evidenza delle dinamiche manifeste, che sulla narrazione lineare (allineata?) di chi legge, interpreta e digerisce la storia per lui. 

Il "casualista" è una persona mediamente istruita e piuttosto fiera del proprio titolo di studio; peccato che in genere non abbia cultura, ossia non abbia coltivato l'uomo, il quale cresce a sale, curiosità e spirito critico. Insomma, tara e orgoglio del "casualista" è l'essere stato nutrito di quel becchime liofilizzato che università e istituti statali spargono ad ampie manciate nei pollai della cultura civile ed educata, inibendo così le funzioni superiori dello spirito. Non si può biasimarlo, il nostro amico: legge il mondo con occhi che per natura sono adatti alla superficie, e siccome non ha inquietudini (o perché è sazio della sua vita borghese, oppure perché è comodo presso la sede di qualche partito), non ama scrutare nell'ombra del sottobosco, o scavare tunnel in cerca di radici. Il "casualista", in fondo, non vuole che essere lasciato in pace: il suo posto nel mondo ce l'ha, e le spiegazioni che gli sono state inculcate ben rendono conto dell'ordine che vuol preservare, pena la perdita della serenità e della certezza. Non si accorge di essere profondamente conservatore: lo è nel sangue. Ha infatti il DNA di quella stirpe di despoti che soggiogarono i popoli non con l'autorità ma con l'autoritarismo; lo si evince dal suo profondo e radicato classismo. I "non-casualisti" sono infatti per lui dei poveracci (precari?), degli ignoranti (bassa istruzione?), delle persone grigie e insoddisfatte (tristi ed egocentriche?): insomma, la caricatura maligna che la borghesia faceva dell'operaio ai tempi della lotta di classe. Siccome, tuttavia, il "casualista" si considera progressista ed open-minded, provenendo in genere da ciò che è fermentato dalla decomposizione della sinistra storica, chi non gli assomiglia non può che essere un "fascista": ecco dunque servito l'ultimo termine con cui la propaganda "casualista", nel suo senso di colpa, produce ad hoc il nemico pubblico numero 1. Poi, con in mano la sua amata marionetta "complottista", il "casualista" se ne va in giro tronfio a sputare sui compagni di classe: nella sua ingenuità, non si rende neppure conto che quel pupazzo è un giocattolo che gli è stato messo in mano dai genitori per tenerlo occupato mentre loro cucinano la cena (roba pesante, si intende, che mangeranno dopo averlo mandato a dormire). Non biasimate i "casualisti": sono stati talmente tante volte smentiti dalla storia a suon di ceffoni in faccia che sono diventati sordi. Non sentono più quando parlate, non possono ascoltarvi. Non vi capiscono. Sentono solo una voce che hanno dentro e che ripete incessantemente, in modo ossessivo, "andrà tutto bene". Stavolta, però, non lo scrivono più sulle lenzuola: non sia mai che affiori in loro un qualche sospetto.



Razionalismo, Scientismo e Tradizione

Nell’esporre la nostra weltanschauung a volte sorgono fraintendimenti. Ad esempio, secondo alcuni, noi contrapporremmo una sorta di impulso vitale o irrazionale, ossia un istinto o spirito della razza o di popolo, alla "ragione critica". Inoltre in ciò che scriviamo si anniderebbe il pericolo "nazifascista" celato dietro un linguaggio e un contesto culturale che non vi alludono direttamente, ma vi rimandano come suggestione e orizzonte di senso.

Facciamo un po’ di chiarezza in merito.

Il razionalismo è l'ipertrofia della ragione a scapito di altre forme di intelligenza. Il razionalismo è l'idea che tutta la conoscenza si esaurisca nell'ambito della ragione, ossia che la ragione sia l'unico organo di conoscenza adeguato a una comprensione integrale della realtà. La facoltà razionale è essenzialmente capacità di calcolo e di elaborazione: se essa viene considerata la facoltà più alta dell'uomo, va da sé che la realtà viene ridotta essenzialmente a ciò che essa può apprendere dalle facoltà inferiori, ossia le varie modalità della percezione sensibile. Il razionalismo conduce necessariamente a ridurre la realtà a ciò che i sensi e l'esperienza possono apprendere; conseguentemente ha come esito il materialismo nelle sue varie e possibili sfumature. Produce inoltre l'idea che l'edificio della conoscenza che si basa esclusivamente sull'elaborazione razionale di ciò che l'osservazione apprende e l'esperienza conferma, sia l'unico che produce certezza, o ciò che maggiormente vi si approssima. Dà luogo, in altre parole, allo scientismo, inteso come l'idea che la scienza moderna sia l'unica modalità di conoscenza valida e adeguata. Razionalismo e scientismo sono dunque due aspetti di una medesima forma mentis, tipicamente moderna, volta a ridurre la realtà all'oggetto della sensibilità, e all'esperienza di essa nei termini di catalogazione, riproduzione, manipolazione e sfruttamento. 

Dissentiamo radicalmente da questo modello, che mutila il reale e le possibilità di esperienza e di conoscenza di tutti quei prolungamenti che solo la scienza moderna ha preteso di dichiarare inesistenti. Tradizionalmente la ragione è considerata una mera facoltà individuale, mentre l'uomo ha da sempre ammesso l'esistenza di modalità di conoscenza superiori, individuali e sovraindividuali, che il razionalismo semplicemente liquida come inesistenti, non potendo ricomprenderle all'interno del proprio orizzonte. L'esperienza umana ne risulta estremamente impoverita: tanto per fare un esempio, all'interno del razionalismo è impossibile rendere conto di una esperienza oggettiva del sacro; il fenomeno religioso vi è emblematicamente ridotto  a una pura credenza individuale analoga alla superstizione, quando non si svuota risolvendosi nella forma di un semplice moralismo romantico.

Quando portiamo argomenti contro il razionalismo o lo scientismo li portiamo dal punto di vista tradizionale in un'ottica di critica alla modernità. Non è qui il luogo di approfondire nè la visione tradizionale dell'uomo che sposiamo, nè gli elementi su cui basiamo la nostra critica alla modernità. Ci preme precisare invece due cose. Innanzitutto la critica al razionalismo da una prospettiva tradizionale non può partire dall'esaltazione di facoltà come l'istinto, il quale appartiene a un dominio pre-razionale, e pertanto inferiore alla ragione, la quale, sebbene non sia la facoltà più alta dell'essere umano, tuttavia è caratterizzante l'uomo a differenza dell'istinto, che l'uomo condivide con il regno animale. Quando parliamo di spirito, invece, lo facciamo nel significato proprio della visione antropologica tripartita (corpo, anima, spirito), tipica della concezione tradizionale dell'uomo. Sintetizzando all'estremo, secondo tale visione lo spirito è un organo di conoscenza superiore a quello della ragione, il cui oggetto sono i principi, i quali sono contemplabili mediante una modalità di percezione di tipo intuitivo, resa possibile dal fatto che lo spirito umano possiede dei prolungamenti sovraindividuali. Tale facoltà è insieme umana e divina, terrestre e celeste, e rappresenta propriamente l'elemento caratterizzante l'essere umano nel suo ruolo pontificale.

Lo spirito, dunque, nel senso in cui noi lo intendiamo, è irriducibile al significato di una sorta di psichismo condiviso da qualsivoglia razza o popolo. In alcun modo il senso in cui noi contrapponiamo il concetto di spirito alla ragione rappresenta una forma di appello a una regressione al pre-razionale o a quei fenomeni di disindividualizzazione propria del collettivismo e della massificazione, tipici dei totalitarismi. 

Fascismo e nazismo sono fenomeni moderni, impensabili al di fuori della società di massa, e pertanto incompatibili con l'orizzonte tradizionale che invece per noi rimane il costante riferimento.

Riteniamo pertanto, che ciò che alcuni identificano come un linguaggio che allude al "nazifascismo", nonché questa cultura così pericolosa di cui saremmo portatori, altro non siano che il linguaggio e la cultura dell'antimodernismo, declinato da un punto di vista tradizionale, che molti confondono con una forma di pensiero reazionario, associandolo pertanto ai movimenti controrivoluzionari del '900. Una controrivoluzione, per inciso, quella del fascismo e del nazismo, tragicamente fallita, trattandosi di due tra gli esiti e le espressioni della modernità più emblematici; cosa che, di fatto, li rende fondamentalmente incompatibili all'autentico orizzonte tradizionale, il quale non è reazione, ma affermazione di ciò che è permanente nell'ordine dei principi. Pensiero, quello a cui aderiamo, che, conveniamo noi in primis, è realmente rischioso, perché mette in discussione dalle fondamenta l'ordine in cui ci troviamo a vivere. Ma lì dove c'è pericolo cresce anche ciò che salva, scriveva uno degli ultimi vati dell'occidente, e a noi non è data scelta.



Nazifascismo e nuovo totalitarismo

Nazismo e fascismo possono tornare? Siamo convinti di no. Attenzione: qui non parliamo di generiche forme totalitarie di governo; parliamo di due esperienze storiche precise, con precise caratteristiche ideologiche. A volte si sente utilizzare il termine "nazifascismo", ma è un termine che non indica queste due esperienze nella loro specificità, ma una sorta di quintessenza di entrambe, ossia l'insieme degli elementi che esse condividono e che le caratterizzano. Questi elementi sono, a parer nostro e senza un ordine preciso, il culto carismatico di un capo, l'ordinamento gerarchico, la sacralizzazione della politica e del corpo sociale, la sostituzione dell'etica della rappresentatività a favore della mistica del partito, il culto della razza o della stirpe, un nazionalismo aggressivo e violento. Secondo noi oggi mancano tutti i presupposti affinché un'ideologia di tal sorta possa nuovamente affermarsi: manca tanto la cornice teorico/concettuale, che il tipo umano che possa sostenerla. È innegabile che fascismo e nazismo siano nati (come altri movimenti politici dell'epoca) sulla scorta di un'idea romantica della prassi politica, innestata su un saldo tessuto etico e su una visione idealizzata dell'uomo; il suo soggetto fu una generazione altamente educata alla mobilitazione, al sacrificio e ad una visione eroica della vita. Tra noi e loro c'è un universo, e le generazioni odierne non vi assomigliano affatto. Se si imporranno nuove forme autoritarie o totalitarie, risponderanno ad altre logiche e ad altre esigenze.

Il rischio di un nuovo totalitarismo esiste eccome; lo vediamo, anzi, ogni giorno più concreto. A differenza del "nazifascismo" esso ha a propria disposizione una cornice ideologica adeguata, un supporto umano pronto a recepirlo e i mezzi tecnici e scientifici per realizzarlo. Ogni volta che si porta l'attenzione verso forme autoritarie morte e inattuali, trascurando di vedere il pericolo odierno, si manca il bersaglio: quando la campagna di distrazione è condotta sistematicamente e in maniera centralizzata, ci troviamo di fronte ad autentiche opere di manipolazione del consenso. Per capirci, non è ragionevole preoccuparsi ad esempio dell'insorgenza di nuove forme di biologismo razzista, quando nessuna università finanzia ricerche in questo senso e nessun esponente autorevole della comunità scientifica sostiene tesi di tale matrice, e non preoccuparsi invece di forme sempre più invasive di biopolitica e biocontrollo, che sono finanziate, sviluppate, e promosse, con l'avvallo dei governi, da gruppi di interesse sempre più influenti e sempre più ramificati. Sempre a titolo di esempio, è assurdo preoccuparsi prioritariamente di fenomeni marginali e minoritari di nazionalismo violento, a fronte di vere e proprie usurpazioni di ciò che si considera il diritto all'autonomia e all'autodeterminazione dei singoli paesi, dettate da organismi sovranazionali che operano secondo agende ed interessi che sono privati e incondivisi. Il nuovo totalitarismo avrà per supporto masse umane politicamente inerti e anestetizzate, ridotte a puro supporto biologico di un diritto astratto alla sussistenza, viventi esistenze orizzontali e insignificanti, senza nessuna spinta ideale, ma una mera vocazione all'intrattenimento. I nostri nonni saranno stati degli ingenui, e hanno pagato caro i propri errori, ma almeno erano uomini. Noi quegli errori, oggi, non potremmo neppure farli.




Revisionismo storico e volontà fondative

Noi sosteniamo che la storiografia debba essere revisionista per metodo, ossia debba costantemente discutere i propri prodotti e sottoporli al vaglio critico. Se qualcuno obietta parlando di revisionismo "in malafede", ha evidentemente in mente un certo stereotipo di "revisionista", ossia chi rivede la storia per finalità ideologiche o apologetiche: non a caso spesso "revisionista" è associato al termine "negazionista" in relazione alle vicende della seconda guerra mondiale. È un bias cognitivo indotto da una lunga tradizione di discredito sistematico di chiunque si avventurasse in maniera critica in certi territori storiografici. Non serve addentrarsi troppo nella questione, sappiamo di cosa si parla. Non diciamo che non esistano manipolazioni storiografiche per fini ideologici passati per prassi revisionista: diciamo che il revisionismo come metodologia non può essere ridotto a tali posizioni e liquidato sistematicamente. In particolare, sosteniamo non si possa attribuire una intenzione mistificatoria a qualcuno fino a che questa non si sia manifestata chiaramente, anche se quel qualcuno tratta temi e questioni altamente sensibili.

Quello che ci preme sottolineare e porre all'attenzione è che la stessa rivalutazione della civiltà medievale, avvenuta circa trent'anni fa, è revisionismo, come la recente messa in discussione e reinterpretazione di alcune dinamiche risorgimentali, tanto per fare un paio di esempi. Se la storiografia non fosse revisionista, i nostri figli starebbero ancora a studiare su manuali che utilizzano categorie marxiste. Il criterio di falsificabilità e alla base dell'edificio epistemologico della scienza moderna: la storiografia, trattando l'individuale e l'irripetibile, non può essere ovviamente associata alle scienze sperimentali, eppure dovrebbe condividere con queste l' "intenzione" scientifica, ossia una comune visione di fondo; in questo caso, che non ci possono essere assoluti indiscutibili, e che se ci sono, essi sono sospetti perché denotano una volontà non scientifica, ma di altra natura. Noi la chiamiamo volontà "fondativa". Non sosteniamo che ogni volontà "fondativa" sia un male in sé: piuttosto è necessario sforzarsi di comprendere i moventi di tale volontà e valutarli alla luce della propria visione e del proprio sistema di valori. Quando una volontà "fondativa" tenta di legittimarsi su un assoluto storiografico sottratto alla possibilità di discussione scientifica, essa ci allarma. Soprattutto se dà luogo a un ordine e a un sistema di poteri verso cui siamo fortemente critici. Questa posizione non credo possa essere tacciata di malafede, ma è puro senso critico, di cui le democrazie dovrebbero essere nutrite, e di cui non dovrebbero aver paura, se non hanno nulla da nascondere.




Intervista a Weltanschauung Italia 15/11/2020

Com'è nata l'idea del vostro canale comunicativo e com'è stata inizialmente messa in pratica?

Weltanschauung Italia è un canale nato nel 2011 per esprimere la nostra visione del mondo, le nostre riflessioni e il nostro punto di vista sui tempi e sulla società.

Inizialmente ci siamo molto occupati di arte “post-industriale”, in particolare di musica, in quanto dal nostro punto di vista essa è un potente mezzo espressivo a livello culturale, sociopolitico e spirituale. Attraverso l'arte post-industriale, l'uomo utilizza come espressione di libertà e creatività quelle stesse macchine e quei medesimi mezzi comunicativi che nel post-moderno possono rappresentarne il giogo e la maledizione. Esprimersi e raccontare la post-modernità attraverso il filtro dei suoi stessi strumenti è stato per noi l’inizio di un percorso.

Nel tempo abbiamo affiancato all’arte anche il lato filosofico e contro-narrativo, in quanto, a nostro parere, la distorsione mediatica della realtà, tipica dei nostri giorni, necessita di un contraddittorio e di un correttivo alla cui costituzione desideravamo contribuire. Si sono così pian piano creati i vari canali social network con cui nel tempo abbiamo espresso la nostra "weltanschauung" e che hanno avuto un discreto seguito, specialmente negli ultimi due anni

La nostra è una visione del mondo alternativa al mondialismo, al neoliberalismo e al relativismo esasperato; non siamo uno spazio politico, non ci riconosciamo in nessun partito, movimento, orientamento di tipo parlamentare o extraparlamentare. La nostra posizione, a rigore, non è neppure definibile nazionalista, laddove l'idea di nazione è legata a un retaggio squisitamente moderno, mentre il nostro obiettivo primario è una critica radicale al modernismo e al post-modernismo.

Se ci occupiamo di politica, di attualità, di costume, è semplicemente per proporre un punto di vista critico che si contrapponga al relativismo contemporaneo - e ai suoi surrogati sociali e politici - in vista di ciò che riteniamo una fonte permanente e sempre attuale di senso. Questa idea, che unica può essere fatta valere contro le fluttuazioni e le tempeste dell'epoca, questo appello a ciò che fonda e che può essere obliato ma mai distrutto, sono ciò che accomuna tutti coloro che collaborano a questo canale.

Quale è la vostra opinione in merito alle ultime notizie sul vaccino del Coronavirus?

Senza entrare nel merito della tempistiche del suo annuncio, riteniamo che la notizia sia sospetta e per certi versi allarmante. Innanzitutto i tempi in cui sarebbe stato approntato sono incompatibili con una sperimentazione standard. A ciò bisogna aggiungere tutte le riserve sui rischi dei vaccini del RNA - il cui utilizzo crediamo richieda un serio dibattito prima che di tipo scientifico, di tipo etico - nonchè quelle sull'efficacia delle vaccinazioni per coronavirus, su cui la comunità scientifica è tutt'altro che unanime. Ci preoccupa l'idea più volte ventilata di una vaccinazione obbligatoria, che a sua volta dovrebbe sollevare un serio dibattito sulle condizioni del trattamento sanitario obbligatorio, a fronte dei diritti sanciti e tutelati dalla Costituzione. Si innestano su questi temi, poi, il problema delle ripercussioni legali e giuridiche di chi per motivi che riteniamo sacrosanti rifiuti una vaccinazione obbligatoria la cui sicurezza si può definire perlomeno dubbia. E' nostra opinione, inoltre, che l'enorme mole di profitti che un tale affare planetario reca inevitabilmente richiedano verifiche opportune, puntuali, trasparenti, su eventuali conflitti di interesse, abusi, negligenze finalizzate al guadagno dei privati coinvolti, a qualsiasi livello essi operino. Noi non siamo contrari di principio alla vaccinazione: siamo contrari tuttavia al fatto che essa possa essere utilizzata come strumento di profitto dalle lobbies farmaceutiche a scapito dei diritti e della sicurezza della popolazione, nonchè riteniamo sia necessario vigilare sulle forme e sui modi in cui il potere politico pretende di disporre del corpo dei cittadini, in forme altamente problematiche dal punto di vista del diritto. Ci chiediamo se creando un precedente legittimato dall'eccezionalità della situazione, non si potrà poi dare per acquisiti nuovi paradigmi biopolitici a cui molti già accennano. In sostanza, noi chiediamo un dibattito serio, che garantisca autentica pluralità, su tutte queste questioni, da opporre al' acclamazione corale e acritica di chi promuove una visione semplificata e propagandistica del vaccino come panacea globale.

Che "soluzione" al Covid proporreste invece di un vaccino?

Ci viene detto che il problema del Covid-19 non è la mortalità ma il suo impatto sul sistema sanitario, dovuto alla velocità con cui si diffonde l'infezione: le misure di contenimento messe in atto servirebbero a rallentarne la diffusione in vista della possibilità di poterne assorbire gli effetti da parte delle strutture sanitarie. Riteniamo che sia necessario dunque intervenire affinchè non si verifichi un sovraccarico delle strutture ospedaliere, senza il quale non esisterebbe emergenza. Questo a parer nostro si otterrebbe fortificando le strutture di base e la terapia domiciliare, innanzitutto. Quindi protocolli ad hoc e personale, tanto di supporto straordinario ai medici di base, che disponibile e formato a fornire assistenza domiciliare. Indispensabile sarebbe inoltre una adeguata formazione e vigilanza sulle fasce deboli della popolazione (anziani, malati, immunodepressi), in quanto figure autenticamente esposte ai reali rischi della malattia. Per il restante della popolazione, sarebbero sufficienti norme di profilassi informate al buon senso (quali ad esempio l'igiene personale, il distanziamento sociale e l'evitare eccessivi assembramenti), al fine di realizzare progressivamente e in modo raffreddato l'immunità di gregge, come accade normalmente per qualsiasi altra epidemia virale di scarsa pericolosità. Realmente fondamentale sarebbe evitare il panico diffuso dal terrorismo mediatico, che sappiamo essere il principale fattore per cui le persone si riversano sulle strutture sanitarie, nonchè accantonare misure di contenimento irrazionali, sproporzionate e irrealistiche, che hanno un pesantissimo impatto sulla compagine sociale, sia in termine di salute pubblica (si pensi ai traumi psicologici dello stress da lockdown, nonchè alle morti causate indirettamente dalle disfunzioni del sistema sanitario), che di danni all'economia, in termini di occupazioni, consumi e mercati.

Quale è la vostra principale critica alla gestione della crisi da parte del governo, se doveste evidenziarne una?

Fermo restando quanto detto sopra, noi riteniamo che il problema non sia specificamente italiano, ma essenzialmente planetario. Le scarse eccezioni non fanno che confermare la regola che sostanzialmente tutti i paesi sono allineati alla narrazione pandemica condivisa, la quale, secondo la linea di pensiero che sposiamo, non è realistica ma frutto di una pesante manipolazione. La nostra non è tanto una critica, quanto un atto d'accusa. Noi sosteniamo che il modo in cui è stata gestita questa situazione non ha un legame diretto con l'emergenza sanitaria, ma osserviamo invece una serie di cambiamenti che hanno un impatto strutturale sulla politica, l'economia e la società, tali da poter essere giustificati solo ricorrendo a un ordine di esigenze diverso da quello sanitario, pena la loro completa irrazionalità. Siamo convinti che non esista l'irrazionale nella ragion di stato, ma solo ragioni che non sono immediatamente visibili (o opportunamente celate) che possiamo eventualmente ricostruire, sempre con beneficio del dubbio e mantenendo aperto l'orizzonte critico, a partire dai loro effetti e dalle loro conseguenze. Se mi chiede, dunque, quale è la critica che muoviamo al governo (e che le ripeto, è più propriamente un'accusa), essa è di star perseguendo, in modo tutt'altro che limpido e trasparente, finalità non dichiarate e diverse da quelle manifestate pubblicamente, appoggiandosi e trovando legittimazione al proprio operato nel presente (e presunto) stato di criticità sanitaria.

Intervista rilasciata alla studentessa di giornalismo a City University Elena Siniscalco





In risposta a BUTAC

Cari amici di Butac,

il vostro articolo ci ha piuttosto colpito perché non eravamo pienamente consapevoli di che genere di umori circolassero inespressi intorno a questa pagina. Ora percepiamo chiaramente il livore e la malignità che circonda noi e chi cerca di farsi delle domande; un tono emotivo tale da spingere chi scrive tra di voi, con ben poca prudenza, oltre la soglia della diffamazione.

Siccome l'accusa di neonazismo è pesante, vi chiederemmo di documentarla. In particolare, vorremmo sapere quando avremmo espresso tesi favorevoli al razzismo, all'antisemitismo, all'eugenetica, al darwinismo sociale, al culto hitleriano, al suprematismo bianco, insomma, a tutto ciò che è sensato e ragionevole considerare nazismo. Se non vi è traccia di queste idee in ciò che condividiamo (e non ve ne è traccia perché nessuna ci appartiene), quale pensiero che abbiamo espresso ritenete essere caratterizzante al punto da farci meritare tale etichetta? Si tratta di un processo alle intenzioni basato sul vostro termometro politico, o su qualche elemento di cui disponete e che possiamo discutere?

Per quanto riguarda i post che citate, sui primi due c'è ben poco da dire. Il primo non è di nostra redazione sebbene ne condividiamo i contenuti: lo stile non è chiaramente il nostro; spesso pubblichiamo materiale di terzi, vicini a noi come visione, senza firmarli (a meno che non lo richieda l’autore) come non firmiamo i nostri scritti, credendo che le idee meritino di essere ascoltate (o rigettate) a prescindere da chi le scrive o le esprime. Quando pubblichiamo questi post, non li ritocchiamo: è una nostra scelta. La nostra pagina non ha un nome o una faccia perché la sua faccia è quella di tutti coloro che vi si riconoscono. Se vi urta la scrittura (credo che non discuteste tanto i contenuti, piuttosto blandi, quanto lo stile) peccato: non tutti sono letterati; noi non lo siamo e non abbiamo il palato fine. Soprattutto, non siamo culturalmente classisti come ormai certe derive di sinistra: preferiamo testimonianze ed elaborazioni genuine alla scrittura impeccabile ma infida dei prezzolati del sistema. Questioni di scelte. I nostri lettori, in genere, lo considerano un valore aggiunto.

Il secondo post, invece, tratta del ben noto argomento secondo cui i "negazionisti" sarebbero dei potenziali malati di mente. Lo sostengono alcuni psichiatri e psicologi (sottolineo alcuni) ritenendo che chi non si allinea alla narrazione condivisa, starebbe rifiutando la realtà, in una sorta di rimozione che rasenta la schizofrenia. Lo consideriamo un argomento povero ed ideologico, nonché ingenuo: può benissimo essere rispedito al mittente, sostenendo che chi si allinea alla narrazione condivisa in modo acritico lo fa per paura di dover mettere in discussione quell'ordine che lo rassicura. Di certo conoscete l'esperimento di Asch. Di sicuro quello di Milgram sul conformismo sociale. Non ho dubbi sul fatto che siate al corrente dei rischi rappresentati da una società senza contraddittorio...

Il terzo post invece merita effettivamente una critica, e infatti è stato eliminato da noi stessi su segnalazione di un utente un giorno prima del vostro articolo.

Ci era stata riportata la notizia di un fatto di cronaca di Torino e ci avevano segnalato l’assurdità della situazione creatasi, ovvero il fatto che a una bambina con una pallottola in testa ricoverata d’urgenza venisse fatto preventivamente il tampone

Certo, nulla di illecito; è di fatto protocollo vigente, ma la nostra opinione è che si tratti di misure ingessanti che spesso causano ritardi e provocano danni (il caso della partoriente che aspettando il tampone è morta lo ricordate? Non è il solo purtroppo).

Noi per queste procedure abbiamo espresso più volte sdegno e riserve, e qui lo abbiamo ribadito.

Riguardo alla seconda parte, invece, un utente è intervenuto facendoci notare che l’autopsia veniva fatta per motivi diversi dalla verifica della malattia. A quel punto abbiamo ringraziato per la segnalazione ed abbiamo eliminato il post, nonostante fosse rimasto in sospeso il quesito relativo alla catalogazione del decesso (viste le prassi di questi mesi, vale la pena ricordare il caso del finanziere Grauso, in coma vegetativa per una pallottola e catalogato malato).

Ad ogni modo capita di essere imperfetti, noi ringraziamo sempre quelli che ci fanno notare eventuali errori di valutazione e correggiamo il tiro quando riteniamo le critiche sensate e condivisibili. In pratica, l'episodio che citate, piuttosto che manifestare la nostra malafede, dimostra invece che torniamo sui nostri passi se riceviamo argomentazioni pertinenti.

Terminiamo questa lettera informandovi che, nonostante riteniamo che siate stati scorretti e ingiusti nei nostri confronti, mai auspicheremmo che qualcuno vi chiudesse la bocca d'autorità. Crediamo che ognuno serva la verità che vede, e che non la scelga. Chi persegue la verità, per come la vediamo noi, è sempre portatore di un valore, sia anche in quanto testimone di un errore che può essere confutato, o di un limite che può essere oltrepassato. Quello che facciamo, lo facciamo in buona fede e in modo disinteressato; non so se valga altrettanto per voi, ma ve lo auguro. Ci è estraneo lo spirito squadrista che manifestate perché riteniamo che i vostri toni avviliscano tutti, noi e voi, manifestando uno scadere della qualità del dialogo e del confronto, sociale prima che politico, francamente desolante.

Invitiamo chi vi legge, se lo desidera, a confrontarsi con noi e i nostri lettori sulla nostra pagina, dove il pluralismo non è sospetto, non si discrimina a priori ed ideologicamente tra posizioni di destra e di sinistra, ma si cerca di guardare oltre verso un orizzonte critico comune e condiviso.

In fede,

Weltanschauung Italia.



L'avanzata della tecnocrazia

La tecnocrazia (ossia il governo dei tecnici, siano essi insigniti effettivamente di poteri di governo, oppure sia ad essi delegata la facoltà di dirimere, poi messa in pratica da un esecutivo), comunque la si voglia vedere, rappresenta e rappresenterà sempre di più lo svuotamento delle istituzioni democratiche, fino alla loro estinzione. Innanzitutto perchè un tecnico non può rappresentare la volontà di un elettorato, ma tutt'al più di un gruppo di interessi, sebbene sulla carta egli non rappresenti null'altro che le competenze che il sistema politico gli riconosce. Da questo punto di vista, lo spazio del dibattito politico si limiterà esclusivamente a stabilire i criteri per riconoscere tali competenze; dibattito che tuttavia sarà precluso alla maggior parte della popolazione, che non appartiene alla autoproclamatasi comunità degli scienziati e dei tecnici, e pertanto non potrà pronunciarsi su questioni che non le competono. Va da sè che i principi in base a cui ordinare la società, l'economia e il pubblico saranno gli unici che la tecnica può riconoscere come propri, e che possiamo facilmente dedurre da ciò che produce e da come organizza la propria produzione: efficientazione, ottimizzazione, razionalizzazione. In pratica, tutto ciò che non appartiene all'ambito della produzione o lo sostiene, verrà considerato superfluo e pertanto sacrificabile. Dal punto di vista antropologico, l'uomo verrà progressivamente omologato al modello macchinistico/produttivo, laddove la tecnica esclude dal suo orizzonte di comprensione qualsiasi dimensione che non sia puramente fisica e materiale. Da questo punto di vista, prendersi cura dei cittadini corrisponderà a mantenerli integri e funzionali al sistema produttivo, ossia sanificarli, biomonitorarli, determinarne numero e durata in funzione del bisogno, determinarne disposizione e spostamenti.

L'economia, checchè se ne creda, non sarà il fine. Era il fine quando a governare erano uomini: quando sarà la tecnica a governare, utilizzerà l'interesse individuale solo in funzione del suo scopo, che è il dispiegamento completo delle sue possibilità nel modo più razionale possibile. In altre parole, il suo potere realizzato. Gli uomini, in tutto questo, sono soltanto dei mezzi in funzione di un apparato; terminali di una macchina che, o si adegueranno e aggiorneranno alle esigenze del sistema, oppure saranno rottamati.

Se non ve ne siete accorti, le linee guida sono già state tracciate.




Prospettiva sanitaria o approccio multidisciplinare?

 In una situazione “pandemica” il punto di vista del personale medico operativo non è la migliore fonte di informazione per avere una visione d'insieme dei fenomeni.

Se chiedo informazioni a un soldato al centro di uno scenario di guerra, durante la fase più dura della battaglia e magari dopo giorni di presidio incessante, secondo voi il suo punto di vista sull'esito e l'andamento della guerra sarà attendibile o compromesso dall'emotività del momento, dalla stanchezza, dall'esasperazione? Aggiungiamo poi che a questa situazione si sommano varie pressioni psicologiche dovute al senso di responsabilità, aspettative dell'opinione pubblica, frustrazioni di vario genere. Ricordiamo poi che lo scenario in cui si muove suggerisce un persistente senso di mobilitazione e di precarietà, nonchè di pericolo, a cui il soldato reagisce con risposte a cui è stato educato e condizionato, in uno stato di pre-comprensione ideologica.

Ora, un infermiere che si trova nell'occhio del ciclone ha esattamente questo punto di vista. La sua valutazione ci parla della sua esperienza, che è limitata al luogo in cui opera e a una sua percezione che passa attraverso numerosi filtri emotivi, compresi quelli della stessa propaganda mediatica che "gli racconta" se stesso, il suo dramma, il suo eroismo. Non è possibile estendere questa prospettiva a una valutazione generale: la regola generale è che chi è più coinvolto è il meno indicato a valutare alcunchè.

Una “pandemia” ha nella dimensione sanitaria solo una delle sue dimensioni: una sua valutazione non può che passare attraverso un approccio multidisciplinare (sociologico, economico, politico, geopolitico, storico, antropologico) che medici e sanitari non sono tenuti ad avere. Limitare la propria valutazione alla prospettiva sanitaria o dei sanitari, non solo circoscrive la questione a una dimensione periferica, ma qualora questa prospettiva venga assolutizzata, ne falsa completamente gli esiti.



Il "negazionismo" pandemico secondo gli psichiatri

 "Chi nega o minimizza la pandemia lo fa per paura": quante volte l'avete sentito dire? Secondo questa caricatura - che pare avere molto successo, tanto che oggi è l'argomento più cavalcato dagli "affermazionisti" - il "negazionista" sarebbe frutto di una regressione emotiva che lo porterebbe, per incapacità di accettare la realtà, a negare i fatti che la scienza dimostrerebbe incontrovertibilmente.

L'argomento ha successo perchè permette in un colpo solo di squalificare l'interlocutore, le domande che pone e gli argomenti che porta. In pratica, permette di esimersi dall'affrontare la questione sul piano e nei modi propri dei critici della versione mainstream, ossia quelli della razionalità e del buon senso. Come? Relegando il "negazionista" fuori dall'ambito della ragione, che è quello del diritto e del discorso. Gli psichiatri, principali sostenitori della tesi, ancora una volta subiscono la tentazione di farsi cani da guardia del potere.

Non conta che l'ipocondria di massa appaia, quella sì, patologica e incompatibile con una vita sana e sensata. Non contano i suicidi per disperazione di chi crede a un ambiente che si rappresenta costantemente come una minaccia alla sopravvivenza e al futuro. Non conta l'incremento del consumo di alcol, droghe e psicofarmaci utilizzati per tentare di sfuggire all'alienazione di un mondo che risponde alle logiche di un nosocomio o di un carcere globale. Non conta una società vittima di un fenomeno di regressione tale da credere ciecamente alle favole perchè a raccontarle è una voce che, autoritariamente, si proclama autorevole.

Non conta nulla. Per loro i malati di mente siete voi: quelli che dissentono, quelli che si interrogano, quelli che vogliono vivere.



Il dramma dell'elettorato democratico americano

 Il dramma dell'elettorato democratico americano è il medesimo della sinistra europea degli ultimi trent'anni - con una specifica tonalità d'oltreoceano, s'intende.

Dietro l'etica ingenua del progressista da supermercato e da fast-food, fatta di retorica pro-immigrazionista, pro-lgbt+, anti-razzista e anti-fascista (con tutto ciò che il termine "fascismo" significa per l'americano medio), non si nascondono cattive intenzioni, ma appunto una visione idealizzata e irrealistica della realtà, dove pesa da una parte una reazione generazionale al bigottismo borghese/protestante, e dall'altra certi stereotipi culturali che la cultura di massa e i mezzi d'informazione diffondono ad ampie mani con intenzioni non troppo limpide. L'elettorato democratico medio, dunque, è composto da figure tutto sommato innocue, anche politicamente, perchè se arrivassero ad organizzarsi realmente sulla base dei presupposti che sposano, giungerebbero presto a capire che qualsiasi discorso politico è destinato a sfaldarsi e crollare se edificato su fondamenta ideologiche tanto inconsistenti.

Dove sta dunque il dramma? Che dagli anni '90 le buone intenzioni di questi soggetti sono cooptate dai gruppi d'interesse neoliberali e mondialisti, i quali condividono pubblicamente con la sinistra ingenua slogan e linguaggio, millantando ad alta voce una solida volontà di giustizia, diritto e libertà sociali, mentre coltivano ideologicamente e manifestano concretamente nella prassi politica l'idea di una società tutt'altro che giusta, tutt'altra che equa, tutt'altro che libera. In pratica, attirano queste masse di elettori-bambini con le caramelle, per rubarne poi il voto e l'innocenza.



Analogie tra tecnocrazia sanitaria e fascismo?

A coloro che intravedono analogie tra la situazione odierna e il periodo fascista - o come atto d'accusa, denunciando illiberalità e compressione dei diritti, o al contrario, come modello per invitare all'obbedienza incondizionata e allo spegnersi del dissenso - rispondiamo che qualsiasi somiglianza è puramente contingente e assolutamente non sostanziale.

Qualsiasi opinione si possa avere del fascismo italiano, è fuor di dubbio che quando esso chiese sacrifici al popolo, lo fece in nome dell'idea di un'impresa nazionale comune di tipo affermativo, non conservativo, alla cui realizzazione era chiamato l'intero corpo sociale in quelle che si ritenevano essere le sue migliori qualità: forza, dignità, virilità, solidarietà, cameratismo, disinteresse e dono di sè. Era, in altre parole, uno sforzo di elevazione che veniva richiesto al singolo, oltre l'egoismo individuale e i limiti dei valori piccolo-borghesi.
La vita era considerata un bene prezioso, certo, ma sacrificabile in vista di un fine comune superiore, e l'obbedienza non era la cieca e ottusa sottomissione a un capo, ma un pegno di fiducia a una gerarchia che si considerava espressione del destino di un'epoca.
Non vogliamo discutere se il fascismo fu all'altezza o meno del proprio modello etico, nè se questo fosse condiviso da ogni suo esponente, nè tantomeno se il popolo fosse all'altezza di ciò che gli si chiedeva: ciò che conta rilevare è come il fascismo basasse il proprio ideale politico su una particolare visione etica della società, dello stato e della nazione, ci sia essa gradita o meno.

Nulla di tutto ciò oggi: il valore che si è chiamati a difendere è la pura sussistenza biologica, al punto che ad essa si ritengono sacrificabili non solo valori etici particolarmente nobili o astratti, ma anche quelli più immediati e autoevidenti, come i doveri parentali più elementari. L'obbedienza che si è chiamati a rispettare è in realtà sudditanza all'autorità di entità impersonali, come le task force tecnico-scientifiche, che dettano legge a governi di cui nessuno ha stima reale, la cui la sostanza umana trasuda mediocrità se non bassezza. Il culto della salute è null'altro che la declinazione tecnocratica/medicocratica dell'individualismo moderno e borghese, spogliato di qualsiasi giustificazione romantica e ridotto alla sua nuda essenza materialistica, fredda e pulita come la lama di un bisturi. Le forze che attualmente si è chiamati a servire sono esattamente quelle che il fascismo avversava, ossia i potentati e gli interessi sovranazionali e le forze che si opponevano alla sovranità e alla autodeterminazione dell'Italia e dell'impero.

In pratica, l'analogia con il fascismo è esattamente inversa. Prima ci si libererà da certi spettri ideologici che ancora ci assillano, prima ci si renderà conto che il nuovo che avanza è qualcosa che il passato, neppure nei suoi peggiori deliri di onnipotenza, ha mai osato immaginare.



Dissonanze cognitive scientiste

Uno dei fattori principali che hanno favorito la difficoltà a riconoscere la natura mendace della narrazione pandemica è stato un fenomeno di dissonanza cognitiva che per molti ha rappresentato un autentico shock culturale. Tale dissonanza cognitiva ha la propria origine in una radicata idea di stampo positivistico secondo cui l'uomo di scienza, e di conseguenza il mondo a cui esso appartiene e le istituzioni di cui fa parte, sarebbero portatori di particolari valori etici quali il disinteresse materiale, l'amore per la pura conoscenza, la preoccupazione e la cura per il prossimo, nonchè il sacrificio della propria individualità a favore della causa del progresso dell'umanità e della società. A questo si aggiunge l'idea che lo scienziato sarebbe portatore di un sapere precluso ai più, capace di dare accesso a possibilità altrimenti inattingibili, che ne farebbero in qualche modo un essere umano a parte, distaccato e superiore, a cui accostarsi con rispetto e con particolare riverenza. Un autentico sacerdote della religione della scienza.

Si tratta di un'idea che è ampiamente presente nell'immaginario collettivo fino almeno a un paio di generazioni fa, favorita dalla scarsa istruzione superiore della maggior parte della popolazione e da un certo senso di inferiorità proprio delle classi meno abbienti, che a quel sapere non potevano accedere. L'attuale propaganda scientista, promossa dal potere a fini politici, ha ampiamente attinto a questa idealizzazione che evidentemente gode ancora di un certo prestigio. In tale costrutto trovano fondamento, infatti, tutta una serie di pseudo-argomenti, i quali poggiano più su una base emotiva nutrita da quell'immaginario piuttosto che su reali argomentazioni; argomenti che tendono essenzialmente a escludere dal dominio del discorso chiunque non possa esibire un patentino di scientificità considerato credibile ed autorevole dall'interlocutore, anche se in discussione sono semplici questioni di buon senso o logica elementare che non richiedono particolari qualificazioni.

La dissonanza cognitiva sta proprio in questa idea assolutamente infondata dell'eticità dell'uomo di scienza. Chi ha avuto esperienza nell'ambito della ricerca universitaria, piuttosto che nella clinica, sa benissimo che si tratta di ambienti tutt'altro che disinteressati, dove vigono logiche di potere e di prestigio molto solide, che ben conoscono la prassi del compromesso e del realismo politico: in quei luoghi le figure che in qualche modo si approssimano a quella proposta dall'idealizzazione positivistica hanno spesso ruoli marginali e sono escluse dai circuiti che contano. Nell'immaginario collettivo, ci si guarda dai luoghi della politica e dell'economia, tradizionalmente identificati come quelli dove può annidarsi l'inganno ai fini del potere e del guadagno: non ci attende che esso provenga dall'ambito che dovrebbe avere come prerogativa la verità e l'interesse per il bene collettivo. La situazione odierna ci ha insegnato invece che l'uomo di scienza può servire il potere e non la verità, essere bugiardo e non obbiettivo, essere un carrierista e non un filantropo, e in genere, quando si trova in certi ruoli, lo è costitutivamente: lo è perchè il ruolo lo richiede.

Ne faremo tesoro, si spera.



Pandemia : ontologia del nulla

La strategia pandemica è tutta qui: aver scelto il nulla, per potervi creare sopra il tutto.

L'idea di considerare il covid19 non una malattia, ma un tampone positivo, è una delle idee più geniali (assieme a quella dei 'malati asintomatici') del piano covid. Che cos'è, infatti, la 'malattia-da-covid19'? Tutte le malattie possibili che si possono avere, al momento di un tampone positivo. E quindi, che cos'è la malattia da cov19? Niente. Può essere tutte le malattie, e nessuna. Tanto che questo 'suo-essere-niente' trova la sua piena espressione nella figura dell'asintomatico. E' attestato. Lì la malattia è nella sua nuda realtà, come 'essere-niente'. Come ni-entità. Il problema covid è un problema filosofico: può essere quello che non è? Il niente può avere esistenza? Perché l'idea geniale è proprio questa: aver attribuito l'essere al nulla. Così, avvicinandoci a questo nulla, si ritrarrà ogni volta più indietro. Perché il nulla non può essere preso né afferrato. Ma dentro può starci tutto. Al modo di non poter coincidere con se stesso. Perché altrimenti 'sarebbe'. E allora dovremmo affrontare una malattia, che non c'è. Meglio dire che c'è, al modo del 'non esserci'. Dire che può colpire ogni parte dell'organismo. Come lasciarlo completamente integro. E sano. Chi mai si sognerebbe, di affrontare una malattia 'che non c'è'? Come l'astuto Ulisse disse a Polifemo di chiamarsi 'nessuno', per ingannarlo e lasciarlo in balia dei suoi fantasmi, così, nel mentre tutti parlano di covid19, in realtà parlano di 'niente', affinché la malattia possa essere ovunque, dappertutto e in nessun luogo, come i focolai che possono spuntare da ogni parte. Così l'umanità è costretta, come un bambino chiuso nel buio della sua stanza, a immaginare infinite figure e mostri, che possono sorgere solo dal 'niente', dal 'niente-della-luce', da quel che non può avere forma perché non esiste. 

La pandemia da coronavirus? La notte in cui tutte le vacche sono nere.




L' era delle professioni - I.Illich

L'Era delle Professioni sarà ricordata come l'epoca nella quale dei politici un po' rimbambiti, in nome degli elettori, guidati da professori, affidavano ai tecnocrati il potere di legiferare sui bisogni; rinunciavano di fatto al potere di decidere in merito alle esigenze della gente diventando succubi delle oligarchie monopolistiche che imponevano gli strumenti con i quali tali esigenze dovevano essere soddisfatte. Sarà ricordata come l'Era della Scolarizzazione, in cui alle persone per un terzo della loro vita venivano imposti i bisogni di apprendimento ed erano addestrate ad accumulare ulteriori bisogni, cosicché, per gli altri due terzi della loro vita, divenivano clienti di prestigiosi «pusher» che forgiavano le loro abitudini. Sarà ricordata come l'era nella quale dedicarsi a viaggi ricreativi significava andare in giro intruppati a guardare la gente con l'aria imbambolata, e fare l'amore significava adattarsi ai ruoli sessuali indicati da sessuologi come Masters e Johnson e i loro vari allievi; l'epoca in cui le opinioni delle persone erano una replica dell'ultimo talk-show televisivo serale e alle elezioni il loro voto serviva a premiare imbonitori e venditori perché potessero fare meglio i comodi propri. (..)

Io ritengo inevitabile questo declino della nostra epoca verso un tecno-fascismo, a meno che delle forze più fresche non riescano a reagire sul serio, non limitandosi a sostenere un nuovo mistificante professionalismo pseudo radicale, bensì perorando uno scetticismo integrale verso gli esperti, specialmente nella loro presunzione di fare diagnosi e imporre prescrizioni. Dal momento che è la tecnologia ad essere chiamata in causa per il degrado ambientale, una vera critica sociale dovrebbe sostenere che gli ingegneri si dedichino allo studio della biologia.

Finché gli scandali ospedalieri verranno imputati a singoli medici avidi o a infermieri negligenti, il problema se in linea di principio un paziente possa trarre vantaggio dall'ospedalizzazione non verrà mai posto. Fintanto che è il puro e semplice profitto capitalista ad essere messo sotto accusa come causa delle disuguaglianze economiche, la standardizzazione e la concentrazione delle industrie — che è causa strutturale di ogni disuguaglianza — non verrà mai presa in considerazione ed eliminata.

Solo se comprendiamo il modo in cui la dipendenza dalle merci ha legittimato le domande, le ha trasformate in bisogni urgenti ed esasperati mentre contemporaneamente ha distrutto la capacità delle persone di provvedere da se stesse, noi potremmo evitare di avanzare verso una nuova epoca buia nella quale una autoindulgenza edonista sarà scambiata per la forma più alta di indipendenza

Soltanto se la nostra cultura, già così intensamente mercificata, verrà sistematicamente messa di fronte alla sorgente profonda di tutte le sue connaturate frustrazioni, potremo sperare di interrompere l'attuale perversione della ricerca scientifica, le sempre più forti preoccupazioni ecologiche e la stessa lotta di classe. Al momento presente queste istanze sono principalmente al servizio di una crescente schiavitù degli individui nei confronti delle merci.

Il ritorno a un'era di politica partecipativa, nella quale i bisogni siano definiti dal consenso comune, è impedito da un ostacolo tanto fragile quanto non considerato: il ruolo che élite professionali sempre nuove giocano nel legittimare quella sorta di religione mondiale che promuove la cupidigia che impoverisce. È quindi necessario che noi comprendiamo chiaramente:

 

1.    la natura della dominanza delle professioni;

2.    gli effetti dell'istituzionalizzazione del professionalismo;

3.    le caratteristiche dei cosiddetti «bisogni imputati»;

4.    le illusioni che ci hanno resi schiavi del managerialismo

       professionale.

Tratto da "Esperti di troppo" di I.Illich (Erickson editore)