La metafora del potere di "A Serbian Film"

"Tutta l'intera nazione non è altro che un fottuto asilo. Un mucchio di bambini scaricati dai loro genitori"

A Serbian Film del serbo Spasojevic è un film del 2010 che si spinge a livelli di nefandezze forse mai toccati dalla cinematografia legale. Trattasi di una rappresentazione metaforica della violenza politica e della mercificazione sessuale del corpo umano manipolata dal potere.
La storia tratta di un ex pornostar in declino, sposato e con un figlio piccolo a carico, che trovandosi ridotto quasi sul lastrico, decide di accettare il lavoro propostogli da un regista e tornare così a recitare in un film hard. Il compenso? La sua famiglia non dovrà mai più preoccuparsi di lavorare poichè notevole sarà la somma di denaro offertagli in cambio della prestazione.

Non stiamo parlando di un semplice film thriller/ horror, difatti "A Serbian Film", partendo da un continuo richiamo alla propria nazionalità, unisce sin dai primi istanti pornografia ad allusioni storico/culturali, risultando così difficilmente catalogabile.

Sono essenzialmente quattro le tematiche principali della pellicola di Spasojevic.
In primis, trattasi innanzitutto di un tentativo metacinematografico sullo smarrimento di ogni confine razionale, basato sul meccanismo per il quale il cinema diventa vita, e viceversa. La riflessione sulla settima arte ed il suo rapporto con la realtà intesa non solo come realtà oggettiva, ma come realtà cinematografica, pervade chiaramente tutto il film.
In seconda battuta, il film medita, servendosi di un gore perfettamente funzionale al messaggio, sulla fascinazione dello sguardo, sulla continua ricerca di stimoli visivi per i nostri sensi assopiti, sul bisogno crescente di una realtà artefatta in cui l'aderenza con il reale continua a perdere consistenza.
Si cerca di scovare la derivazione di questa esigenza di "reality show" sempre più corporei, più esasperati, che arrivano a spingersi sino all'esibizione della morte.
In terzo luogo vi è una denuncia ad un paese devastato dalle guerre, che ha ancora nel proprio cuore le ferite del Kossovo, di Vukovar, di Srebrenica, di Zagabria e di Sarajevo.
Una Serbia che nelle sue molteplici difficoltà sembra sposare il nichilismo più totale, negare tutti i valori, spegnere ogni aspirazione e annullarsi completamente.
Si percepisce un senso di costrizione ed oppressione derivante dal vivere in una nazione degradadata sia culturalmente che spiritualmente.
L'ultimo dei 4 punti, infine, è il sesso nella società consumista, in tutta l'atrocità dei suoi dettagli. La sessualità è sin dalla prima inquadratura, ambigua, brutale, mai affettuosa o dolce.
Tutti i personaggi nè sono pregni, il sesso si cela in ogni fotogramma, pronto a manifestarsi in forme sempre deformate.
Viene rappresentato, in linea con la concezione moderna occidentale, come pandemia ossessiva, dando risalto non solamente a quegli impulsi violenti che si manifestano sul piano fisico e che, come in altre epoche, portano ad una esuberante e disinibita vita sessuale e magari al libertinaggio.
Qui il sesso è incarnato soprattutto come un elemento cardine che ha introiettato a sè la sfera psichica, un erotismo divenuto tutto mentale con conseguente eccitazione diffusa e cronica quasi indipendente da ogni soddisfacimento fisico concreto. Lo stupro sembra simboleggiare la violazione dei limiti e odora di preludio alla morte sia fisica che metafisica, inoltre la cosmetica e i mezzi di perfezionamento estetici di cui sono succubi tutte le donne del film, appaiono come l'interesse principale del loro modo d'essere, l'unico mezzo con cui riescano a dare un piacere trasposto preferito a quello specifico dell'esperienza sessuale normale e concreta che, al contrario, pare divenuta oggetto di una specie di insensibilità e nevrotica repulsione. Questa intossicazione mentale è rappresentata esasperatamente come uno dei principali caratteri regressivi dell'epoca attuale, e l'obiettivo non è soltanto la Serbia, ma tutta la civiltà occidentale.

Spasojevic fu fenomenale nel far percepire senso di morte e smarrimento e lo fece con ferocia, utilizzando lo stesso cinismo destabilizzante della modernità.
La perversione di fondo risulta molto più concettuale che grafica.
Nell'epilogo, l'elemento onirico diviene sempre più invasivo sino al plumbeo finale con una scena di rara spietatezza.

"Inizia con quello piccolo".

Titoli di coda, le urla deliranti di "Newborn porn" riecheggiano e divengono una metafora sul futuro ombroso dei più piccoli.




Manifestazioni di piazza: dissenso controllato

In merito alle manifestazioni di piazza: ve li ricordate i due minuti di odio di Orwell? Il regime veicola la rabbia sociale e il dissenso in un individuo simbolico e in un tempo circoscritto, per poi riassorbire il cittadino, scaricato della propria carica eversiva, nella quotidianità di repressione e controllo.

Le piazze autorizzate, controllate ed educate svolgono una funzione analoga, e su più livelli. 

1. Sono innocue per il sistema, che può tranquillamente sopportare un certo carico di dissenso, che anzi incoraggia indirettamente in quanto tramite esso può esibire il proprio rispetto della pluralità di opinione e dell'opposizione (per inciso, il potere tollera solo il dissenso che può controllare, quindi quello ininfluente per la propria sussistenza).

2. Per le masse arrabbiate sono un momento in cui esprimere frustrazione e rabbia represse in una forma compatibile con l'ordine in cui si vive, protette dal diritto e in uno spazio e tempo sicuri e circoscritti: in pratica una ottima valvola di sfogo, sia emotiva che intellettuale. La piazza educata, però, è sempre autoreferenziale, perchè è una forma di aggregazione intorno un'idea, che è l'elemento aggregante, la quale di conseguenza è condivisa solo tra chi già la condivide. Nessuna piazza educata ha mai cambiato alcunchè: se rischia di portare un cambiamento inviso al potere, viene sciolta o repressa; in ogni caso è messa al di fuori dal dominio del legale o del lecito.

3. Infine, le piazze educate sono particolarmente amate dai delatori e da chi si oppone all'idea che esprimono. Nella massa si trova sempre il bersaglio adatto a farne una caricatura, in modo da poter stereotipare il movimento e liquidarlo. Inoltre, è possibile veicolare la rabbia e l'odio verso l'avversario politico, che in genere è un'entità piuttosto astratta, in un soggetto concreto, la piazza appunto, che è fatta di volti, simboli e luoghi. Le contro-manifestazioni, fenomeno tipico degli ultimi anni, assolvono contemporaneamente al secondo e al terzo punto, in un gioco di riflessi che nutre se stesso e non porta mai a nulla.

Ecco il motivo per cui siamo scettici sia verso l'efficacia politica di questo tipo di iniziative, sia verso le masse in se stesse, perchè troppo spesso si sono dimostrate pigre, scostanti e volubili, nonchè manipolabili e in balia del primo messia che offrisse loro un'alternativa.



Il superamento di destra e sinistra

Quando intendiamo che destra e sinistra sono categorie politiche attualmente inutilizzabili e che vanno oltrepassate, non intendiamo che ciò che in passato hanno definito non sia mai esistito o non abbia avuto una propria attualità, ma che esso non trova più spazio e rappresentatività nell'odierno sistema parlamentare, e pertanto vadano elaborate nuove griglie ideologiche per interpretare il presente.

La sinistra, infatti, deputata storicamente a difendere in ottica rivoluzionaria i soggetti sociali "sfruttati" all'interno del modello storico della "lotta di classe", con la scomparsa della classe operaia, assorbita da una borghesia sempre più impoverita, ha finito prima per identificare il soggetto da difendere con ciò che ritiene i nuovi sfruttati del pianeta, assecondando così l'immigrazionismo all'interno di un ottica globalista, per poi finire cooptata e irretita da quelle forze del capitale che un tempo furono il suo nemico storico, assecondandone obbiettivi e disegni.

La destra, invece, si è trovata a dover far fronte a una nuova di società che ha fatto saltare i suoi riferimenti classici: il venir meno a sinistra del modello della lotta di classe e la scomparsa del ceto medio come categoria con una propria identità e coscienza specifiche, l'ha portata dal punto di vista sociale su posizioni più avanzate dell'avversario, declinate però all'interno di un'idea nazionale ibrida e compromissoria, evento tipico del tramonto delle grandi ideologie, ossia ciò che in senso denigratorio viene definito "populismo".

Il centro è divenuto luogo d'osmosi e scambio di questo vuoto ideologico, dove a far da padrone è l'interesse fine a se stesso, svuotato di qualsiasi scrupolo derivato dai residui etici che, sotto forma perlomeno di una volontà di facciata, permangono retoricamente agli estremi.

Come si vede, si tratta solo di sfumature, ma le due parti in sostanza convergono in una medesima visione, declinata esclusivamente in modi diversi a seconda della priorità del momento. Da questo punto di vista, i movimenti trasformisti che nelle ultime esperienze di governo hanno dato il meglio di sè, appaiono essere la perfetta espressione del contesto storico attuale, coloro che meglio ne interpretano l'anima vergognosa e impudica.



I limiti dello scientismo

La scienza non è "la visione del mondo", ma "una visione del mondo". I primi a non rendersene conto sono gli stessi scienziati, che vivono e respirano rinchiusi nel perimetro di verità stabilito dalla visione a cui passivamente aderiscono. In tanti anni di accese discussioni, non ho mai incontrato uno scienziato, un medico o un tecnico che si siano occupati realmente e con profitto di epistemologia. Questo per dire che i limiti dello scientismo, che è l'humus ideologico su cui cresce la scienza moderna, non solo non sono noti a tali figure, ma non sono neppure in grado di comprenderli, essendo incapaci di violare quel perimetro che li contiene e incatena. La scienza moderna è prima di tutto ideologia, e secondariamente applicazione. Se non ce ne rendiamo conto, non possiamo comprendere come essa sia strumento della politica, e strumentalizzabile dal potere, se non espressione del potere lei stessa.

 Non bisogna confondere scienza e scientismo, e fornire una immagine idealizzata dello "scienziato" che, oltre che essere poco realistica, è clamorosamente smentita dall'attuale clima culturale.

La scienza non è esclusivamente la scienza moderna, come sostengono gli scientisti, e la scienza moderna, quando dubita, lo fa solo all'interno del perimetro delle proprie certezze, per esempio quella che il metodo sperimentale, coi suoi corollari di riproducibilità del fenomeno e falsificabilità dei propri enunciati, siano il modo più adeguato (o l'unico affidabile) per produrre conoscenza. O ad esempio che l'unico organo di conoscenza sia la ragione, le sue regole la logica e il suo linguaggio la matematica.

La scienza moderna, inoltre, è necessariamente ideologia, e l'ideologia non è necessariamente ignoranza, anche perchè senza nessuna ideologia (ossia un sistema più o meno coerente e ordinato di idee) non si avrebbe nessun orientamento nel mondo. Certo, ognuno fa la sua scelta in termini di ideologia, ma uno scienziato (nell'accezione moderna) sceglie necessariamente l'ideologia che regge l'edificio moderno. L'ideologia veicola SEMPRE una visione dei rapporti di potere, perchè essendo espressione di una visione del mondo, reca con sè un'assiologia (o più assiologie compossibili) e quindi anche una visione dei rapporti di potere.

Specialmente chi ha avuto una formazione scientifica non riesce a percepire i limiti e gli steccati all'interno di cui le proprie categorie di pensiero sono vincolate.



La parodia postmoderna del viaggio

 Il viaggio come prova, come iniziazione, come conquista di autenticità nel sommo rischio dell'altrove, è sia un istituto tradizionale che un mito romantico, il quale sopravvive tutt'oggi nell'immaginario dell'uomo secolarizzato. Sue parodie post-moderne sono ad esempio il turismo organizzato, le vacanze studio/lavoro e quella curiosa rivisitazione di ciò che fu il pellegrinaggio dei clerici vagantes (nonchè autentica fucina di omologazione culturale giovanile) che è l'esperienza Erasmus.

Se il fondo e il senso del viaggio sono l'incontro/confronto con il diverso al fine di scoprire e definire la propria identità, nonchè provare la propria capacità di vincere il timore dell'ignoto e del rischio in vista della crescita e della conquista spirituali, allora ci chiediamo come questo plesso di esperienze possa essere vissuto ancora nell'attuale mondo globalizzato, dove ciò che si incontra in un altro continente è identico a ciò che ci attende dietro l'angolo.

Rischiare e incontrare l'altrove e il diverso, oggi, è soprattutto sfidare l'omologazione culturale, confrontarsi con i mostri e le anomalie del pensiero, osare interrogare coloro che più si sono spinti oltre, per accoglierli od abbatterli, e conquistare così la propria maturità ed autonomia intellettuali.

In un mondo che è tremendamente rimpicciolito, il pensiero ci invita ancora lontano, in sentieri che pochi hanno il coraggio di affrontare. 



L'élite degli "affermazionisti"

Ai sicuri, ai tronfi, agli sprezzanti. A quelli che mai hanno un sospetto, che mai discutono la volgata, che sempre scrollano il dubbio come forfora dalle proprie spalle.

All'élite degli "affermazionisti" insomma...

Davvero potete avere la certezza che:

1. Il governo desidera in primis la vostra salute, e la mette di fronte all'interesse economico, elettorale, politico?

2. Che la stampa abbia come scopo primario quello di informarvi in modo imparziale e obbiettivo, e non risponda a interessi di finanziatori e appoggi politici, quando non li persegua ella stessa direttamente?

3. Che il business farmaceutico venga dopo il proposito filantropico di salvare più vite possibili?

4. Che gli organismi sovranazionali preposti a salute, cultura e avanzamento sociale non abbiano regie individuali e obbiettivi specifici, ma siano mossi da un impersonale desiderio di migliorare il mondo?

5. Che gli stati nazionali decidano da sè le proprie politiche in maniera individuale, e non subiscano invece pressioni da parte dei sopracitati organismi, quando non li assecondino direttamente, essendo chi governa quelli diretta espressione di questi?

6. Che medici e scienziati siano sempre figure totalmente dedite a un ideale di pura conoscenza, e non possano invece essere anche individui con una propria visione politica, interessati e parziali, nonchè opportunisti, ambiziosi ed egocentrici?

7. Che chi si interroga su queste questioni ponendosi in maniera critica verso luoghi comuni e stereotipi lo faccia sempre in malafede, per ignoranza e stupidità, o per un irrisolto bisogno di distinguersi dalla massa?

Veramente non uno di questi dubbi vi è mai venuto? Vorremmo poter vivere nel vostro mondo.




Codardia postmoderna

Le masse rifiutano la propria responsabilità collettiva, e accettano lo scambio “gestiteci l’esistenza e dateci X-Factor” per pura e semplice codardia.

Poi ciascuno trova le scusanti che gli sono più congeniali per giustificare questa codardia: gli individui meno raffinati si accontentano di un generico “son cose più grandi di me”, e dunque un professore insigne di economia certo potrà decidere meglio di me. Gli individui che posseggono strumenti più raffinati evocano a baluardo “la comunità scientifica”, che poi è ovviamente il coro del sistema, emarginando per definizione ogni voce dissidente e squalificandone le opinioni in quanto “fuori dal gregge”. Così chi propone di cambiare le regole del gioco viene considerato semplicemente come “uno che non sa giocare”.

Come è possibile? Semplice, è COMODO. Ci sono schiere di esperimenti psicosociali che lo mostrano: fai vedere un pannello azzurro a venti persone di cui diciannove affermino che è verde. Il ventesimo potrà avere qualche esitazione, poi dirà che è verde pure lui. Chi glielo fa fare di sembrare quello strano? Faglielo fare ogni giorno per tutta la vita, e a 45 anni sarà il primo a imbracciare un fucile contro chi si azzardi a dire che è azzurro: avrebbe troppo da perdere con se stesso a rimettersi in discussione a quel punto.

Pura codardia, d’altronde è più facile drogarsi di sport che capire il nostro desiderio di conflitto; è più facile stordirsi in discoteca e poi preoccuparsi delle rate della macchina che domandarsi perché abbiamo bisogno di ballare o di muoverci; è più facile considerare pazzo (alien-ato, alien-are) un serial killer che andare a vedere che cosa ha in comune con noi.

I pochi, ricchi e potenti cattivi che molti vogliono vedere dietro la miseria delle proprie esistenze non arrivano dalle stelle, e se anche arrivassero dalle stelle, siamo noi ad averli chiamati perché facessero esattamente questo: decidere delle nostre vite, della realtà e dell’identità che subiamo, semplicemente per evitare a noi di prenderne coscienza e possesso.

Ray Bradbury l’ha scritto in modo assolutamente chiaro: costoro non ci vengono imposti da nessuno, siamo noi che li vogliamo.

Viviamo un’epoca di codardia imperante.


Naqoyqatsi e la massificazione tecnologica

Godfrey Reggio è una delle figure di spicco del cinema d'avanguardia statunitense.

Convinto sostenitore dell'inadeguatezza del linguaggio come mezzo espressivo, dopo anni trascorsi in contemplazione e meditazione, cominciò a considerare la creazione di una forma cinematografica massimalista.

Risalgono agli anni '80 le sue prime sperimentazioni di cinema inenarrabile, basate su un massiccio connubio tra musica ed immagini.

Il concept di base, seguendo la lezione di Dziga Vertov, era quello di andare a selezionare alcune situazioni della vita reale e di riproporle poi su schermo, senza un filo logico, senza narrazione e creando una sorta di spettacolo visivo.

Divenne famoso per la trilogia “Qatsi”, che si aprì nel 1982 con il controverso “Koyaanisqatsi”(“vita in disequilibrio”), in cui la rappresentazione ipnotica di una società urbana nordamericana sopraffatta dalla tecnologia e totalmente slegata dall’ambiente naturale, si andava ad amalgamare eccellentemente con l'empirismo musicale di P.Glass.

Seguì “Powaqqatsi”( “vita in trasformazione), un lavoro molto più cadenzato, con un largo utilizzo dello slow motion, in cui Reggio scelse di andare in alcuni paesi in via di sviluppo quali Perù e Kenya, con il preciso intento di scorgere la collisione viscerale dei nuovi elementi tecnologici nelle relazioni tra le persone del posto.

Nel 2002 infine, presentato fuori concorso alla 59a Mostra del Cinema di Venezia , chiuse la trilogia con Naqoyqatsi ("una vita di reciproci omicidi"), prodotto dal noto Steven Soderbergh.

In quest' ultimo lavoro il regista americano decise di dedicarsi ad una silente osservazione del modus vivendi dei Paesi sviluppati.

Rispetto ai due precursori, la differenza principale di realizzazione fu nell' utilizzo della computer-grafica, scelta criticata da molti, in quanto "raffreddante e poco genuina".

Non si è compreso però, che volutamente si optò per l'utilizzo di immagini ad alta definizione tecnologica, plasmate attraverso la manipolazione digitale, proprio per mostrare il mondo in cui viviamo attraverso le lenti deformanti create dalla tecnologia stessa.

Effigie completamente rimodellate attraverso la fotografia termica e la solarizzazione, estese, compresse, velocizzate, stoppate, sgranate, insomma ritoccate in ogni maniera.

L'inizio è poderoso, un enorme edificio sorretto da ingenti colonne e sfavillanti finestre, con quadri che si trasformano in figure sempre iridescenti, si affaccia con supponenza su una grande città.

Ma la sua potente autorevolezza è illusoria, esso è in rovina. Al suo interno tutto è in frantumi, non vi è traccia di umanità.

Un vortice di figure, distinte e apparentemente slegate tra loro, si uniscono attraverso un montaggio circolare dove dettagli e colori ne generano altri espandendoli a loro volta, ed osserviamo così  anelli di fumo, piramidi che s'innalzano, primi piani di volti noti del millennio, loghi di multinazionali, simbologie religiose e politiche, notiziari , bombe, alimenti nocivi, sigarette, alcool, droga, McDonald’s, psicofarmaci, Tv, telefonini, formule scientifiche, atleti in tensione, maree, edifici neoclassici , grafismi elettronici e cronometri.

Uno show visivo di novanta minuti , dal sapore sperimentale simile ad un dipinto di Bacon in movimento composto da frequenti sovrapposizioni, ci mostra così il nuovo mondo della massificazione tecnologica che pare risucchiare e deformare tutto: gli uomini perdono la loro identità e vagano smarriti , tra conflitti e false ambizioni, governati e manipolati anche nei loro istinti e temperamenti.

Divenuti oramai impermeabili a qualsiasi influenza diversa da quella che va aldilà dei loro sensi , le loro facoltà di comprensione diventano conseguentemente più limitate, oltre che nettamente ristrette nel campo percettivo.

In essi vi è un materialismo divenuto quasi una struttura, e questa predisposizione pare apportare delle notevoli modifiche in tutta la costituzione psicofisiologica dell'essere umano.

Senza che la coscienza esterna se ne accorga, essi strozzano ogni possibilità, deviano ogni intenzione, paralizzano ogni slancio e si dannano l'anima vanamente.

La violenza civilizzata spadroneggia in lungo e in largo nella società post industriale, l' incessante perfezionamento dei mezzi di distruzione avanza e la felicità propagata della corrente scientista è illusoria.

La credenza di un progresso indefinito, che mira a moltiplicare bisogni artificiali più di quanti se ne possano soddisfare, pare esser divenuta una specie di dogma intangibile e indiscutibile, ed è così che mentre il logoro e obsoleto Dio viene detronizzato, appare un nuovo tempio di erudizione , ed è la scienza la nuova divinità del ventunesimo secolo.

E la sua verità diviene indubitabilmente "La Verità".

“Azzerare la differenza ontologica fra l'uomo e il suo creatore, scacciare quest'ultimo dal trono, farne sparire anche il ricordo, come quello di un oppressivo tiranno, e sostituire al tempo dei "miti" quello della "scienza", ove non c'è alcun bisogno di Dio, perché l'uomo sa già tutto quanto gli occorre per sentirsi il signore dell'universo. Sa perfino, come voleva Sigmund Freud, che l'idea di Dio è un'idea patologica, una forma di nevrosi ossessiva, della quale ci dobbiamo sbarazzare al più presto per recuperare, con la "salute", il nostro equilibrio psichico così a lungo minacciato. E’ ormai vicino il tempo in cui ogni uomo, grazie alle scoperte dei fisici, sarà in grado di leggere nella mente di Dio, ossia di farsi dio egli stesso? Sarà un superuomo formato tascabile, in sedicesimo; un superuomo poco nietzschiano e molto in sintonia con il consumismo usa-e-getta, con il pragmatismo utilitarista secondo il quale ogni problema esistenziale è una questione meramente tecnica e le domande metafisiche, semplicemente, non hanno un senso.”


Positivismo postmoderno

Oggi avere la mente riempita da nozioni scientifiche "positive", implica di conseguenza uno sguardo disanimato di tutto ciò che ci circonda.
Tanti scienziati del passato, come ad esempio Tesla, Schrodinger, Einstein, Heisenberg o i più recenti Bohm, Capra, Satinover si discostano, perlomeno in parte, da questa visione.

La scienza moderna non riesce a rappresentare nulla, essa ha una presa pratica sul mondo, sempre più esterna, ma il fondo ultimo rimane assolutamente sconosciuto all'uomo.
 
L'attuale quantistica poi, non ci rivela nulla sull'essenza dell'universo, essa è impersonale, oggettiva, rigorosa, fatta di ipotesi, di assoggettamento a fini pratici e di formule approssimative di fenomeni da ricondurre ad una certa unità.
Inoltre la forza motrice che la muove deriva chiaramente da esigenze pratiche, una specie di volontà di potenza nietzschiana rivolta alle cose.
Oggi il suo prestigio è dato dall' evidente validità oggettiva delle applicazioni tecniche.

"Si tratta di un sapere formale chiuso in se stesso, massimamente esatto nelle sue conseguenze pratiche, nel quale però non può parlarsi di una conoscenza del "reale", per la scienza moderna l'oggetto della ricerca non è più l'oggetto in sè, bensì la natura in funzione dei problemi che l'uomo si pone" (W.Heisenberg)

"La mente intuitiva è un dono sacro, e la mente razionale è un fedele servo. Noi abbiamo creato una società che onora il servo e ha dimenticato il dono."(A.Einstein)

"Il dono della forza della ragione ci viene dall’Essere Divino, e se concentriamo le nostre menti su questa verità, stabiliamo un’armonia con questa grande forza.”(N.Tesla)

Specialmente di questi tempi di ottusa presunzione da parte della scienza, dei comitati tecnici scientifici onnipotenti, si sente la grande mancanza di scienziati umili, dalla visione ampia e non limitata al loro campo di osservazione. 


Black Metal, una tensione verso la trascendenza

Nel 2006 uscì per Settimo Sigillo uno stimolante saggio di Luca Leonello Rimbotti dal titolo "Rock duro anti-sistema. Heavy metal, tradizione e ribellione", il quale , seppur rivedibile dal punto di vista documentale, è da segnalare soprattutto per la tesi sociologica che lo sostiene, la quale getta una luce tutt'altro che scontata su un fenomeno culturale di massa (e in particolare su alcune sue correnti meno popolari e più controverse) che i più liquidano essenzialmente come espressione di superficialità giovanile (o cronica immaturità, quando si protrae nel tempo), mera contestazione stereotipata o semplice cattivo gusto.
Porto l'attenzione su questo testo perché recentemente, con un caro amico che come me ha trascorso l'adolescenza e la tarda adolescenza all'interno di tale ambiente - stiamo parlando degli anni '90 -, ci si è interrogati sul senso di quella permanenza, e come a partire da tale cultura, apparentemente così nichilista e dissacrante, sia stato possibile giungere poi a cercare e riscoprire orizzonti di senso apparentemente antitetici, come il recupero delle nostre radici cristiane ed europee, il senso dell'identità e del sacro, la ricerca della trascendenza e delle fondamenta permanenti dell'etica e del politico. Abbiamo constatato come, seppur non scontato, tale percorso non fosse poi così raro, riguardando anche altre nostre conoscenze, e che le risposte che nel tempo eravamo giunti a darci indipendentemente convergevano essenzialmente con la tesi sostenuta nel libro. Comune era anche il disagio che provavamo di fronte a tale passato, perché nonostante ad entrambi il percorso apparisse lineare e assolutamente consequenziale, percepivamo la difficoltà di trasmettere quell'esperienza di senso - e di traslazione di senso - a coloro che non l'avessero vissuta direttamente.
In particolare, entrambi ci eravamo orientati verso le correnti più estreme del genere, soprattutto dal punto di vista concettuale, che allora appartenevano ancora a una dimensione underground non ancora addomesticata ed emersa. Gli anni '90 furono per l'extreme-metal un grande laboratorio di estetiche e tematiche che essenzialmente le decadi successive avrebbero compendiato ininterrottamente, spesso banalizzandone e neutralizzandone la carica eversiva, paradossalmente canonizzando forme ed espressioni nate invece con un genuino intento di rottura. Gli anni '90 furono essenzialmente l'epoca del black metal nord-europeo, probabilmente l'ultima grande sottocultura giovanile che abbia avuto un autentico impatto sociale, a causa soprattutto delle attenzioni mediatiche ricevute grazie agli eventi di cronaca nera che ne accompagnarono gli esordi, e che portarono molti tra sociologi, religiosi e autorità a interrogarsi su come interpretare l'urgenza che tale movimento esprimeva. Do per scontato che chiunque legge sappia cos'è il black metal e abbia perlomeno un'idea delle sue origini e delle correnti tematiche che lo caratterizzano. Per quanto riguarda il primo punto esiste un'ampia letteratura che chiunque sia interessato a conoscere le origini del fenomeno può facilmente reperire; per quanto riguarda il secondo punto, invece, mi limito a dire molto sinteticamente e a rischio di un'eccessiva semplificazione, che a partire da una cornice che potremmo definire come "satanismo medievale", ossia un pittoresco immaginario fatto di demoni, evocazioni diaboliche e sabba di streghe, con una decisa presa di posizione dissacrante e anti-cristiana, il repertorio del black metal si è progressivamente arricchito di suggestioni pagane e neo-pagane, ultra-nichiliste o superoministe, fino ad accorpare anche elementi di natura politica, segnatamente di ultra-destra o iper-reazionari. Una particolare attenzione la ricevette sin dalle origini l'opera di Tolkien, seppure declinata in direzione invertita e pertanto incompatibile con gli intenti dell'autore; tale elemento, credo, non sia secondario ai fini della nostra riflessione, visto che una analoga fascinazione è stata abbondantemente vissuta (e spesso consumata) nel ventennio precedente dai movimenti con tendenze spirituali all'interno dell'estrema destra, cosa questa che in qualche in modo denota tensioni ideali comuni e non di rado esiti affini nelle vicende biografiche di chi condivise quegli ambienti così distinti, i quali solo raramente - e spesso in modo paradossale - finirono per incontrarsi e convergere.

Se penso a quale visione del mondo la società in cui vivevo mi invitava ad aderire passivamente, comprendo senza difficoltà perché istintivamente (ed ingenuamente) nell'adolescenza mi orientai verso alternative tanto chiassose. Di fatto, la cultura di massa che si basava essenzialmente su una ricetta di distrazioni ed anestetici, propedeutici a una partecipazione attiva/passiva alla società dei consumi, di fatto non poteva appagare una certa inquietudine tipica di soggetti che l'indottrinamento standard, il quale passava attraverso famiglia, scuola e varie associazioni del tempo libero, non aveva mai persuaso in  modo troppo efficace. Tali soggetti, che non considero necessariamente più intelligenti o lungimiranti del giovane medio, ma che mi limiterei a definire semplicemente "cortocircuitati", non trovando appagamento nel repertorio di autorappresentazioni che venivano loro suggerite nel catalogo della cultura mainstream, venivano facilmente cooptati dai vari movimenti presenti nell'underground delle culture giovanili, i quali  supplivano a tale carenza con un ampia gamma di surrogati. A indirizzare il giovane outsider nella propria scelta identitaria erano fattori spesso contingenti, come frequentazioni comuni o prossimità a particolari centri logistici, ma non di rado era una autentica tensione ideale verso ciò che si riteneva meritevole del proprio tempo e della propria attenzione.
Mi chiedo ora: come non essere anti-cristiani quando l'unico volto del cristianesimo che si conosceva allora era quello disfatto della sua deriva sociale, frutto putrido del Concilio, fatto di perbenismo da parrocchia, centri estivi e cerimonie leziose a cui pure il prete si annoiava? Non era ancora la stagione degli arcobaleni, ma i colori erano già quelli, e nei miei ricordi d'infanzia c'erano soprattutto cartelloni color pastello, pieni di fiori e di scritte stucchevoli, con un Cristo di spalle che camminava verso il tramonto tenendo bambini per mano. Mi chiedo quanti si siano persi in direzione di quel tramonto, perché la stretta non era abbastanza forte.

Non si priva impunemente una generazione intera della guerra, anche se si tenta di allevare eunuchi. Una buona porzione non sarà accondiscendente, perché la necessità di combattere è insita nell'uomo. La guerra esiste perché il mondo non è un paradiso; una buona ragione per combattere la si troverà sempre. Se esiste un'etica, esiste il conflitto: per cercare di inibire l'innato istinto che nell'uomo chiama a combattere per ciò che egli ritiene giusto e desiderabile, si è dovuto prima di tutto rimuovere l'idea di qualsiasi assoluto. Le generazioni precedenti alla nostra erano ancora capaci di pensare il cambiamento in vista di valori che ritenevano assoluti: a partire dalla nostra, invece, questo è di fatto divenuto impossibile. La perdita della passione politica e della militanza che contraddistinsero le mia generazione e quelle successive è appunto dovuta all'aver amaramente sperimentato il fallimento delle grandi ideologie e lo scacco della politica che muove dalla base. Le generazioni precedenti alla mia surrogavano la guerra nella militanza politica: per la mia, invece, la violenza ideale è un grande rimosso, e il bisogno di militanza è stato surrogato in vari modi, più o meno efficaci. Alcuni scelsero ad esempio lo stadio; altri, come me, scelsero la musica.

Non a caso la metafora bellica è un luogo classico della poetica extreme-metal. Anche l'idea di elité, di far parte di un gruppo appartato e distinto che lotta per la propria difesa o supremazia, lo è. Ma lo è pure l'idea anti-cristiana (di quel cristianesimo della banalità e della debolezza di cui parlavo sopra), a cui si contrappone una sorta di misticismo senza oggetto, o di mistica invertita, che desidera, prega o invoca maschere e fantasmi, tra mitologia e letteratura. Nessuno che abbia realmente vissuto all'interno della cultura black metal negherà che esso fosse (per alcune sacche di resistenza lo è ancora) una parodia, o un surrogato, di religione: un termine frequentemente utilizzato per definirlo è appunto quello di "culto", non raramente "fede". Altre due parole sono frequentemente utilizzate per caratterizzarlo, termini che tradiscono un profondo anelito alla trascendenza e al sacro: "puro" e "vero". Io credo, ma sarebbe qui troppo lungo argomentarlo e mi limito semplicemente a fornirne la suggestione, che il black metal, nella sua forma genuina ed autentica, ossia quella coltivata nell'underground delle origini, e custodita ancora  al di fuori dell'industria musicale da pochi fedeli, andrebbe studiato oltre che come fenomeno artistico, anche nella sua valenza di movimento neo-spiritualista.
E veniamo così alla tesi di Luca Leonello Rimbotti, a cui all'inizio ho accennato. Riferendosi genericamente all'heavy metal scrive: "Questa musica veicola idee, disposizioni, attitudini, simbolismi, ritualità, mitemi, tipologie, che, pur nella loro superficialità scenica, spesso a sua volta inquinata da astuzie commerciali, vanno incontestabilmente nella direzione di un recupero di sparsi ma consistenti brandelli della Tradizione europea". E ancora: "In questa musica potente rivive l'Eroe, rinasce la Saga, si rianima il Mito, si rivendicano l'Onore, la Fedeltà, la Fede, si celebrano il Destino, il Mistero e il mondo Arcano della Magia (...)".
Concordo pienamente con quanto scrive, e credo che il black metal abbia massimizzato e incarnato queste istanze in maniera esemplare. Credo che qualcuno come me e quel caro amico a cui accennavo sopra, siamo stati salvati da un appiattimento omologante proprio dall'aver rinvenuto in quella cultura un orizzonte critico e una provocazione capaci di impedire la rassegnazione a quella sconfitta della lotta per il senso a cui invece ho visto molti coetanei soccombere. Direi praticamente una generazione intera. Credo inoltre che in noi abbia preparato il campo, con la corrosione di certi luoghi comuni e assuefazioni ideologiche, a nuove prospettive intellettuali e spirituali verso cui ci saremmo incamminati negli anni successivi. In tutta la sua paradossalità,  sono convinto che nella nostra formazione sia stato un fenomeno positivo a cui dovere riconoscenza.
Credo tuttavia che come per alcuni fu medicina, per altri fu veleno, secondo la tradizionale ambivalenza del termine greco pharmakon. Come scrisse un saggio esoterista dei primi del '900: "Non è raccomandabile confondere i simboli, perché in tal modo si confondono facilmente anche le forze che stanno dietro di essi". Le vicende di sangue che accompagnarono il periodo classico del genere lo testimoniano a monito perenne: non si evocano impunemente certe forze, risiedano esse negli inferi o nel subcosciente, se non si ha la certezza di poterle dominare. Beninteso, la sfida non è per tutti.



Cure senza diagnosi

"A parlare sono capaci tutti, voi cosa state facendo? Che soluzione proponete? Se non avete una soluzione da proporre non dovreste parlare".

Questo genere di obiezioni partono da una serie di presupposti sbagliati, ci si conceda la metafora medica.

In sintesi:

1. CHE SPETTI A CHI FA LA DIAGNOSI TROVARE LA CURA: un ortopedico può senza difficoltà individuare un'aritmia, ma non è un cardiologo. Allo stesso modo uno psicologo non prescrive psicofarmaci. Noi non siamo politici o statisti, né tantomeno medici, ma come cittadini dotati di buon senso, nonché esseri razionali (vi risparmiamo le nostre competenze specifiche) siamo assolutamente titolati a rilevare contraddizioni, interessi di parte o patenti assurdità, e a chiederne conto. Noi come chiunque altro. Allo stesso modo, chiunque può risponderci e contraddirci, ma non può impedirci di fare domande.

2. CHE PER OGNI MALATTIA ESISTA UN RIMEDIO: ahimè, ci sono malattie incurabili, come certe direzioni prese dalla società. Sarebbe irrealistico proporre soluzioni utopiche o lusingarci di un futuro beato che non intravediamo. Se non si può curare il morbo non è tuttavia inutile la diagnosi, perché ci parla della malattia, del suo decorso, di cosa ci attende. Ci permette di elaborare un'idea di salute. Forse l'oppressione non è eliminabile, ma raccontarla è un dovere, civile e morale.

3. CHE LA DIAGNOSI NON SIA GIÀ PARTE DELLA CURA: non esiste cura senza diagnosi, non esiste diagnosi che non sia già parte della cura. Può darsi che noi non siamo in grado di trovare una soluzione alla direzione che il mondo ha imboccato, ma di una cosa siamo certi: senza un cambiamento di prospettive radicale, senza un accurato lavoro di eliminazione delle scorie ideologiche di cui siamo intossicati, non c'è speranza di cambiamento. Il cambiamento bisogna imparare prima di tutto a pensarlo: chi cerca di scuotere coscienze e offre punti di vista alternativi predispone una via verso la salute. Dare una forma a se stessi non solo è propedeutico a ogni genere di azione, ma è indispensabile.

4. CHE QUALSIASI CURA, ANCHE IN PRESENZA DI UNA DIAGNOSI ERRATA, SIA PREFERIBILE COMUNQUE ALLA DIAGNOSI CORRETTA DI UNA MALATTIA INCURABILE, O DI CUI NON SI CONOSCE LA CURA: posizione tipica, questa, di chi ha smania di fare qualcosa a tutti i costi, anche quando non serve a nulla, o non si ha nessun riferimento per l'azione. Una azione sconclusionata non porta a nulla, anzi può essere dannosa. Un esempio? Manifestazioni bendate, o prese di posizione da new-ager totalmente fuori contesto: le prime confermano l'ordine contestandolo, le seconde offrono l'opportunità di etichettare tutto il dissenso come assurdo o grottesco. O si hanno riferimenti solidi, e si agisce di conseguenza valutando realisticamente mezzi e possibilità, oppure ci si ferma e si cerca di capire con serenità e distacco cosa succede prima di prendere qualsiasi iniziativa. L'attivismo per l'attivismo è ottimisticamente ininfluente, mentre con ogni probabilità fa il gioco di chi dal caos ha tutto da guadagnare, quindi è un danno.

Ultimo ma non ultimo:

5. CHE CHI CONTESTA LA DIAGNOSI DI UNA MALATTIA PERCHE' NON INCLUDE LA CURA, STIA FACENDO QUALCOSA DI PIÙ UTILE NEI CONFRONTI DEL PAZIENTE DI CHI TENTA DI ELABORARE UNA DIAGNOSI: serve spiegarlo? Il contributo di questi è inutile.




Il potere intelligente - Byung Chul Han

Il potere ha modi di manifestarsi assai differenti. La sua forma più diretta e immediata si esprime come negazione della libertà. Il potere, però, non si limita a piegare la resistenza e a estorcere obbedienza: non deve necessariamente assumere la forma di una costrizione. Il potere basato sulla violenza non rappresenta il potere massimo.
Il potere non necessariamente esclude, proibisce o censura. E non si contrappone alla libertà: può persino usarla. La tecnica di potere del regime neoliberale assume una forma subdola, duttile, intelligente e si sottrae a ogni visibilità. Qui, il soggetto sottomesso non è mai cosciente della propria sottomissione: il rapporto di dominio resta per lui del tutto celato. Così, si crede libero.
Quel potere disciplinare che, con un grande dispendio di forze e in modo violento, costringe gli uomini in un busto di ordini e divieti è inefficace: assai più efficace è la tecnica di potere che fa sì che gli uomini si sottomettano da sé al rapporto di potere. Questa tecnica vuole rendere attivi, motivare e ottimizzare, e non impedire o reprimere. La sua particolare efficacia deriva perciò dall’agire non per mezzo di divieti ed esclusioni, ma attraverso piacere e soddisfazione. Invece di rendere docili gli uomini, cerca di renderli dipendenti.
Il potere intelligente, benevolo non opera frontalmente contro la volontà dei soggetti sottomessi, ma la guida secondo il proprio profitto. Esso è più affermativo che negativo, più seduttivo che repressivo. Si impegna a suscitare emozioni positive e a sfruttarle. Seduce, invece di proibire. Più che opporsi al soggetto, gli va incontro.

Il potere intelligente si plasma sulla psiche, invece di disciplinarla o di sottoporla a obblighi o divieti. Non ci impone alcun silenzio. Piuttosto, ci invita di continuo a comunicare, a condividere, a partecipare, a esprimere le nostre opinioni, i nostri bisogni, desideri o preferenze, e a raccontare la nostra vita. Questo potere intelligente è, per cosí dire,piú potente del potere repressivo. Si sottrae a ogni visibilità. La crisi della libertà nella società contemporanea consiste nel doversi confrontare con una tecnica di potere che non nega o reprime la libertà, ma la sfrutta. La libera scelta viene annullata in favore di una libera selezione tra le offerte.
Il potere intelligente, dall’aspetto liberale, benevolo, che invoglia e seduce, è più efficace del potere che ordina, minaccia e prescrive. Il like è il suo segno: mentre consumiamo e comunichiamo, anzi mentre clicchiamo like, ci sottomettiamo al rapporto di dominio.

Il potere intelligente legge e interpreta i nostri pensieri consci e inconsci. Si basa su un’auto-organizzazione e un’auto-ottimizzazione volontarie. Così, non deve superare alcuna resistenza. Questo dominio non richiede un grande dispendio di forze, né alcuna violenza, perché semplicemente accade. Esso vuole dominare cercando di piacere e creando dipendenze. Così, al capitalismo del like è da ricondurre la seguente avvertenza: Protect me from what I want.

Fonte: tratto da "Psicopolitica" di Byung Chul Han (Ed.Nottetempo)


ll nuovo totalitarismo e la rivoluzione della coscienza


Per "coscienza" non si intende ciò che normalmente viene confuso o inteso per essa, ovvero la sensibilità o le varie norme etico-morali, che pure hanno la loro importanza.
Per "coscienza" intendiamo quell’insieme di livelli “sottili”, "invisibili", "interiori", che fungono essi stessi da direzione per l’attività umana nel mondo della materia, e che hanno leggi “oggettive”, basate sulla coniugazione dei saperi di tipo metafisico con le ultime scoperte della scienza (fisica quantistica, delle particelle e neuroscienze).
Livelli che vanno purificati dalle scorie della penetrante azione mondialista (manipolazione mediatica; stili di vita decadenti; abuso tecnologico; adorazione emulativa di idoli dello spettacolo; svilimento delle caratteristiche sessuali, etnico-nazionali, tradizionali; ecc.), e poi difesi e potenziati con l’attività spirituale.
Dunque: «L’unico principio che abbiamo è solo ed esclusivamente la “coscienza”; una norma interiore connessa a una dominante superiore. Invece, per l’azione nel mondo esterno, risulta una teorica possibilità di tutto, oggettivandosi, però, la legge karmica per cui “ogni azione paga il prezzo di sé stessa in maniera assolutamente deterministica”.»
«Le “nuove élite” saranno costituite da individui sottopostisi ad un fuoco interiore, "distruttore" e "rigeneratore", secondo un’autorealizzazione individuale, una via non ortodossa, “della mano sinistra”, della “trascendenza distruttiva”, personale e non irreggimentata, tipica delle fasi finali del Kali Yuga.»
Alla base di queste nuove élite e di questa rivoluzione della coscienza vi sarà un “nuovo tipo umano”: «Quest’individuo sarà un’“Anarca”, il quale, a detta di Ernst Jünger, “non si sottomette alle leggi della società ma è alla continua ricerca di una legge naturale o cosmica”». 

R.Siconolfi


Inganno Covid - Cina e americanismo

Si è scritto che il liberalismo/mondialismo sono stati battuti dal Covid. L'unica cosa che il Covid non ha vinto, ma perfezionato e reso ancora più potente è la globalizzazione, il mondialismo e tutto quello che va sotto il pittoresco nome di NWO. Amazon per es. (dati alla mano, vedi nota (1)) ha fatturato nei tre mesi di incarceramento (non va chiamato "lockdown" o quarantena, ma incarceramento abusivo e coatto) come non mai nella sua storia. Le grandi multinazionali, il capitale internazionale, le banche, assicurazioni hanno fatto guadagni astronomici e stanno comprando a prezzi stracciati TUTTO. Mentre alberghi, piccole attività, imprenditori e negozi non stanno riaprendo, si stanno suicidando e stanno facendo banca rotta, le multinazionali, le banche e la Silicon Valley stanno facendo guadagni e affari che mai avrebbero potuto fare se non in una situazione del genere. Si dice che le frontiere sono state chiuse e quindi il liberalismo ha subito un colpo d'arresto. Falso! Le frontiere son state chiuse per i cittadini europei, ma non certo per le ONG e gli sbarchi che si sono quadruplicati in questi mesi, oppure per le merci del mondialismo (abbiamo fatto l'esempio di Amazon, ma gli esempi son tanti, vedi la nota per approfondimento) o per il capitalismo finanziario che ha fatto affari d'oro in questi tre mesi aumentando fame, disoccupazione, disperazione e allargando i divari sociali.

Il Covid è una frode, paragonabile al 9/11. Un evento inesistente, pianificato a tavolino e preconizzato: vedi Evento201, il coronavirus immaginario al centro della simulazione dell’Evento 201, avvenuto con la collaborazione tra il Johns Hopkins Center for Health Security, il World Economic Forum e la Bill and Melinda Gates Foundation, si chiamava CAPS, e iniziò con i suini in Brasile prima di diffondersi in tutto il mondo; oppure vedi Bill Gates ID2020 (https://id2020.org/). Numeri falsi, morti inesistenti, spettacolarizzazione del tutto (vedi camion militari a Bergamo), problema inesistente, soluzioni volute. E' "l'11 Settembre" del 2020. Un nuovo 9/11 americano, ma questa volte con la complicità (o l'aiuto) cinese. L'OMS, mezzo e artefice esecutivo di questa menzogna globale, è un organo a direzione politica cinese e finanziamento americano (si pronuncia Bill Gates, ma si legge Rockefeller e tutto il sistema finanziario americano annesso... Già il nonno di Bill Gates lavorava per i Rockefeller).

Quello che si pensa sia un "approfittarsi di una situazione" è in realtà un trarre beneficio da un evento pianificato fin dall'inizio, come per il 9/11. Questa è un'accelerazione del mondialismo, del liberismo, del controllo globale, dell'imposizione delle tecnologia come mezzo di controllo sociale e spersonalizzazione. Agamben ha sviluppato in maniera molto ampia alcuni di questi aspetti. Si tratta di un cambio antropologico e sociale, un attacco all'umanità. Pensare che sia solo un approfittarsene deriva dal fatto che non si mette in questione l'inganno alla fonte, vuol dire credere che davvero la Cina pensasse di avere un virus letale in casa e che non abbia fatto un circo, vuol dire credere che l'OMS (agenzia ONU) sia un'agenzia super partes e indipendente e che le sue dichiarazioni (peraltro sempre confuse e contraddittorie) siano frutto di onestà: famosa la frase "la Cina poteva solo perderci, se lo dice la Cina, se la quarantena l'ha consigliata la Cina, se la Cina denuncia la presenza di un virus vuol dire che è vero". Se si accetta la narrativa che esiste un virus più o meno assassino, diventa più difficile capire che le conseguenze erano volute e previste.

Le soluzioni date sono ed erano pianificate perché era ed è pianificato il "virus". Questo è il passo finale del sistema globale/liberal liberista. E' un perfezionamento di un cammino iniziato a inizi '900 che ha come sempre gli USA al centro, ma che ora vede altre potenze complici e pienamente attive.

La Cina, con i suoi sistemi distopici che fungono da modello (in fin dei conti lo chiamano "sistema cinese") e che fan sfigurare Huxley o Orwell, con il suo controllo digitale asfissiante, riconoscimento facciale, il 5G, i vaccini, l'incarceramento coatto per un "virus" di una influenza stagionale e la tecnologia/scienza usata in maniera distopica, onnipresente, anti-umana e immorale, non è altro che un americanismo 2.0. Paradigmatico che solo in Cina si possano fare esperimenti di ogni tipo, come per esempio mescolare geni di uomo e scimmia: "L’esperimento, nato da una collaborazione tra il Salk Institute americano e la Universidad Catòlica San Antonio de Murcia, è stato condotto in Cina per evitare complicazioni legali" (da https://www.lastampa.it/esteri/2019/08/03/news/in-un-laboratorio-cinese-il-primo-ibrido-umano-scimmia-l-esperimento-nato-da-collaborazione-usa-spagna-1.37295839); in questo paese gli scienziati di tutto il mondo, americani compresi come Fauci o come il caso appena citato, possono portare avanti ogni tipo di esperimento al confine della moralità. La Cina non è un'alternativa a livello morale, sociale, sanitario ed economico, ma una continuazione, una estensione di una globalizzazione perfezionata e molto più restrittiva grazie alla tecnologia. Come diceva Soros nel 2016: “la Cina guiderà il Nuovo Ordine Mondiale” (qui video originale in inglese https://www.databaseitalia.it/video-george-soros-nel-2016-la-cina-guidera-il-nuovo-ordine-mondiale/). Che poi ora lamenti che la Cina è un sistema totalitario poco importa, è l'ideologia che lo obbliga a dirlo, ma quando si viene a ciò che conta, i soldi e l'economia, Soros sa benissimo che la Cina va cavalcata. Oggi sta avvenendo quello che Soros nel 2016 si augurava. Così come è l'ideologia e non l'analisi dei dati economici che fan scrivere ad analisti deliri come "l'economia di Trump andava male". Niente di più falso, ma ormai per ideologia si dice di tutto senza tenere conto dei fatti. Anzi il Covid, e questo sì è stato (forse) un effetto cavalcato a posteriori, sarebbe servito per abbattere l'economia americana che sotto Trump andava molto meglio rispetto all'era di Obama e comprometterne quindi la rielezione che avrebbe vinto a mani basse, soprattutto avendo sconfessato il Russiagate. Questa non è una difesa o simpatia di o per Trump: Trump sbaglia quando dice "virus cinese" perchè in realtà è uno pseudo-virus americano inventato con la complicità cinese. Trump sbaglia anche perché rimane legato alla vecchia idea degli USA egemoni. Non ha capito che ora chi è più furbo di lui e chi davvero detiene il potere negli USA (i banchieri o la Silicon Valley per es o i vari "Bill Gates") sta instaurando un nuovo ordine che ingloba anche la Cina. Cina che vende morte tanto quanto gli USA: 5G e vaccini su tutti. Tutto il resto (apparenti scontri di chi ci vende questi apparati di morte) è per noi, detto nella lingua del padrone del discorso, "gossip".
Tralasciando il "business" tra Cina e Israele, e il fatto che in Cina producano quasi tutte le multinazionali americane e che conoscenze tecniche (know-how) e successo economico fino a prova contraria siano arrivati lì "grazie" anche ad esse, ecco altri esempi che esemplificano la connivenza di USA (nello specifico la Silicon Valley) e Cina: insieme han pianificato 37mila km di fibra internet sottomarina che fanno tutto il giro dell'Africa (con partecipazioni anche della Francia con Orange https://www.repubblica.it/tecnologia/2020/05/18/news/internet_progetto_2africa_37_000_chilometri_di_fibra_per_il_continente-257008894) e un maxi cavo internet sottomarino che collega la California con Hong Kong (Pacific Light Cable "A mettere a punto il progetto erano stati Alphabet, la holding a cui fa capo Google, insieme a Facebook e a un partner cinese, la Dr. Peng Telecom & Media group."); quest'ultimo cavo per ora è stato sospeso per la solita sinofobia di Trump, che, ripetiamo, ancora non ha capito che i veri signori del mondo hanno piani ben diversi dal classico vecchio imperialismo USA.
Trump sbaglia anche quando denuncia il 5Stelle come venduto alla Cina. Il 5Stelle è un organo dei banchieri internazionali (i Sassoon, quelli della guerra dell'oppio, finanziarono Casaleggio) che sintetizza egregiamente il nuovo ordinamento mondiale, ossia un sistema in mano ai banchieri/capitalismo americani e al neoliberismo che utilizza sistemi di controllo sociale cinesi, effettivamente molto più efficaci di quelli americani.

La Cina e il suo sistema hanno solo contribuito (direttamente o indirettamente) ad accelerare il discorso "americano": controllo sociale di massa, la onnipresenza della tecno-scienza, la globalizzazione dei monopoli, la lobotomizzazione umana e l'inganno globale.


nota: (1) Basta dare un’occhiata al Bloomberg Billionaires Index: sul podio di chi, rispetto all’anno scorso, sta guadagnando di più c’è non uno, ma ben due Bezos. Jeff e la sua (ex) moglie MacKenzie che pur essendosi di recente separata dal fondatore di Amazon ha tenuto un pacchetto azionario del 25%. Perché tra gli effetti post Coronavirus succede anche questo: che alcuni ricchi, diventino ancora più ricchi. Ecco allora dal petrolio alla moda, dall’ecommerce all’abbigliamento, chi in questo momento di emergenza sanitaria a livello globale, non solo non sta perdendo ma sta anche guadagnando un bel po’di quattrini.

Acquisti online:
Con i consumatori bloccati a casa, i negozi chiusi, le attività interdette, molte persone fanno affidamento sul commercio online e soprattutto su Amazon che ha visto così le sue azioni in Borsa salire giorno dopo giorno fino a portare la fortuna del fondatore Bezos a 145 miliardi di dollari, 30 in più dello scorso anno. Negli Stati Uniti Amazon, con l’incremento degli ordini, ha dovuto assumere 170 mila persone in più, aumentare gli stipendi e autorizzare straordinari. Ma le condizioni di lavoro sono solo in parte migliorate: per tutto marzo i giornalisti americani hanno raccolto testimonianze dai vari magazzini degli Stati Uniti che parlavano di cattiva gestione dell’emergenza. ( https://www.corriere.it/economia/consumi/20_aprile_17/coronavirus-vincitori-vinti-miliardari-bezos-amazon-superstar-b90c9dd0-8073-11ea-ac8a-0c2cb4ad9c17.shtml).




Virus: un mito fondativo


Non possiamo ancorare la vicenda del coronavirus 2020 a una realtà di tipo medico, possiamo osservarla solo a livello di dinamiche sociali e politiche, perché appartiene esclusivamente a quell'ambito.
Il virus è diventato il mito fondativo di un ordine di potere e dunque va affrontato dal punto di vista del suo impatto sociologico e politico piuttosto che medico o scientifico, ossia partendo dai suoi effetti sul mondo associato piuttosto che dalle cause fisiche che impattano il singolo. Questo perché i due aspetti hanno preso sin da subito binari indipendenti e pertanto si prestano a distinti livelli di valutazione. Crediamo sia inopinabile affermare che le crisi siano salutari per l'affermazione del potere: come ci ricordò Monti ai tempi, le nazioni rinunciano ad ampie fette di sovranità e libertà solo a patto di barattarle con la garanzia di essere sottratti a un pericolo.
Artificiali o no, le crisi sono il pane del potere e dell'autorità, che nel magma emotivo generato dal panico e dalla paura trovano legittimazione ad erigere nuove forme d'ordine.
Una cosa è certa: ogni mito fondativo è sottratto all'orizzonte critico dell'ordine razionale che istituisce, essendone il fondamento.
Di questi miti fondativi (storici, scientifici, politici) che non si possono discutere, ne conosciamo vari e numerosi, e non è il caso di elencarli. La pena è sempre la stessa: l'esclusione dalla società in tutti i modi in cui la società può escludere, in maniera tanto più grave quanto la voce che parla può essere considerata autorevole.

Possiamo concludere dicendo che dichiarazione di incomparabilità e sottrazione alla possibilità di critica sono le condizioni  necessarie affinché un evento possa diventare mito fondativo, ossia il punto zero di un ordine che da esso prende origine sia simbolicamente che sotto l'aspetto della legittimazione.
Quando sul Virus non si potrà più discutere, pena la stigma sociale e l'esclusione/reclusione/ritorsione, il Virus sarà entrato nella mitologia, e noi in un nuovo ordine.



Democrazia ed oligarchia - R.Michels

Tutti i partiti hanno un obiettivo parlamentare. La via su
cui essi muovono è la via legalitaria ed elettorale; loro scopo immediato è il conseguire influenza in parlamento; loro ultima finalità è la così detta conquista del potere politico. In tale guisa resta spiegato perché anche i rappresentanti dei partiti rivoluzionari entrino a far parte della assemblea legislativa. Ma il lavoro parlamentare che essi vi compiono, dapprima contro voglia, poi con crescente compiacimento ed interesse, li trasporta ancor sempre più lontano dai loro elettori. Le questioni che lor si presentano e che esigono di venir da essi seriamente studiate, hanno per effetto di allargare e di approfondire le loro cognizioni e di aumentare quindi sempre di più il divario tra loro e i compagni rappresentati.
Non è, adunque, soltanto un divario puramente iniziale tra i rappresentanti dei partiti detti rivoluzionari e i loro compagni, che l'attività parlamentare ingrandisce.
Addestrandosi nei dettagli della vita politica, nei particolari della legislazione, delle questioni tributarie, delle questioni daziarie e nei problemi della politica estera, i capi acquistano un valore che - almeno finché la massa si attiene alla tattica parlamentare, ma forse anche se vi rinunzia - li rende indispensabili al partito e ciò per il fatto ch'essi ormai non potrebbero più venir sostituiti senz'altro da altri elementi del partito non facenti parte del meccanismo burocratico perché accudiscono invece alle loro quotidiane occupazioni, che li assorbono completamente.
E così dalle cognizioni di causa vien virtualmente creata, anche in questo campo, una inamovibilità che è in contraddizione coi principi fondamentali della democrazia.
Le cognizioni di fatto che innalzano definitivamente i capi al di sopra della massa rendendosela schiava, acquistano una base ancor più salda per i bei modi e pel savoir faire in società, che i deputati imparano nei parlamenti, come pure per lo specializzarsi, frutto in particolar modo del lavoro compiuto nella camera oscura
delle commissioni.
E’ naturale ch'essi applichino poi gli stratagemmi, ivi appresi, anche nei loro rapporti col partito. Con ciò riescono facilmente a vincere eventuali correnti loro contrarie: Nell'arte di dirigere le adunanze, di applicare ed interpretare il regolamento e il programma, di presentare opportuni ordini del giorno in momenti opportuni, in breve, negli artifici atti a toglier di mezzo dalla discussione i punti importanti ma loro ostici od anche ad indurre una maggioranza mal disposta a votare in loro favore o, nel caso più sfavorevole, a farla ammutolire, essi sono maestri. Quali relatori e competenti che conoscono persino i più reconditi penetrali del tema che han da trattare, e che a forza di raggiri, parafrasi ed abilità terminologica, san trasformare anche le questioni più semplici e più naturali del mondo in tenebrosi misteri, dè quali essi soli possiedon la chiave, essi sono, in linea intellettuale, del tutto inaccessibili e, in linea tecnica, del tutto incontrollabili da parte delle grandi masse, di cui ognuno di essi si atteggia ad essere "l’esponente teorico".
Essi sono i padroni della situazione. In questa posizione essi vengon vieppiù fortificati dalla fama che si vanno acquistando, sia come oratori, sia come studiosi o conoscitori di determinate materie, sia anche con le attrattive della loro personalità - intellettuale oppur soltanto fisica - nella stessa sfera dé loro avversari politici e, per
tal modo, anche nell'opinione pubblica.

(…)

La formazione di regimi oligarchici nel seno dei regimi democratici moderni è organica. In altri termini, essa è da considerarsi quale tendenza, alla quale deve soggiacere ogni organizzazione, persino la socialistica, persino la libertaria. Questa tendenza si spiega in parte con la psicologia, cioè coi cambiamenti psichici che le singole personalità subiscono nel corso del loro moto evolutivo nel partito; in parte invece anche, ed anzi in primo luogo, con ciò che si potrebbe chiamare la psicologia dell'organizzazione stessa, vale a dire colle necessità di natura tattica e tecnica, che derivano dal consolidarsi dell'aggregato in ragione diretta del suo procedere disciplinatamente sulla via della politica.
Se vi è una legge sociologica, a cui sottostanno i partiti politici - e prendiamo qui la parola politica nel suo senso più lato - questa legge, ridotta alla sua formula più concisa, non può suonare che all'incirca così: l'organizzazione è la madre della signoria degli eletti sugli elettori.
L'organizzazione di ogni partito rappresenta una potente oligarchia su piede democratico. Dovunque, in essa, si rintracciano elettori ed eletti, ma, pure dovunque,dominio quasi illimitato dei capi eletti sulle masse elettrici. Sulla base democratica s'innalza, nascondendola, la struttura oligarchica dell'edificio.

Fonte: tratto da “La democrazia e la legge ferrea dell’oligarchia” di R.Michels

Populismo: quando l'oligarchia perde il controllo della democrazia ...