Il caos in Medio Oriente

Il caos in Medio Oriente sembra propagarsi all'infinito a fasi alterne, in Turchia, in Egitto, in Siria, nel Libano, in Iraq, in Palestina ed Israele.

Tutte le grandi testate giornalistiche ed i tg ne parlano da anni ma la situazione nel mondo islamico è molto complessa di per sé, figurarsi per lo spettatore occidentale medio che non può far altro che affidarsi ciecamente ad un' informazione manipolata e infingarda.

Le stesse dinamiche si sono viste in Iraq, in Libia, in Siria ed in varie parti del mondo, ovvero si fa passare per antidemocratico, tiranno e nemico dei diritti umani un capo di stato scomodo, si cerca una qualche fetta di popolazione malcontenta di qualcosa con il governo, la si aizza attraverso un attento e fine lavoro di servizi segreti, mass media e propaganda, si fa pensare al mondo che quella fetta sia la quasi totale popolazione, si portano infiltrati da far scendere in piazza nel paese in oggetto e si fa scatenare la “rivolta” (ovviamente documentata da reportage, foto e inquadrature studiate ad hoc per lo sprovveduto spettatore occidentale) si accusa il “tiranno” di turno e si legittima un intervento militare, spacciato per umanitario o per missione di pace.

Nel 2003 fu la volta di Saddam Hussein e le sue famose armi di distruzione di massa che ovviamente mai nessuno ha trovato, simile scenario lo abbiamo visto in Libia con il finanziamento di rivoluzionari armati per destabilizzare un paese tra le economie africane più forti. I mass media ad un certo punto fecero uscire foto e video con le presunte fosse comuni di civili uccisi dal governo di Tripoli, alimentando così lo sdegno della gente attraverso quella che poi si rivelò una clamorosa bufala mediatica (in realtà il governo di Gheddafi mai bombardò civili in fuga o giustiziò cittadini inermi).

Poi venne la volta della Siria e la resistenza di Assad ai mercenari occidentali grazie all'aiuto della Russia.
Ogni volta che il governo siriano cominciava ad avere in mano la situazione ecco che tra i media iniziavano a girare immagini di bambini vittime di gas nervino dell'esercito siriano. Il presunto genocidio che Assad avrebbe compiuto contro il suo stesso popolo, in un momento in cui aveva la situazione in pugno, era chiaramente un falso.

Dietro la grande potenza persuasiva della macchina del fango mediatica occidentale ci sono sempre i soliti pretesti guerrafondai mascherati da missioni di pace.

La massa manipolata vive sull'immaginario dell' 11 settembre ed è caratterizzata da un' ignoranza abissale verso tutte le dinamiche del mondo arabo.
Riportiamo un articolo comparso sulla rivista di geopolitica Eurasia nell'aprile del 2012 del professor C.Mutti che fa un po' di chiarezza sul fondamentalismo islamico.

Lo strumento fondamentalista

“Il vero problema per l’Occidente non è il fondamentalismo islamico, ma l’Islam in quanto tale”. Questa frase, che Samuel Huntington colloca in chiusura del lungo capitolo del suo Scontro delle civiltà intitolato “L’Islam e l’Occidente”, merita di essere letta con un’attenzione maggiore di quella che ad essa è stata riservata finora.
Secondo l’ideologo statunitense, l’Islam in quanto tale è un nemico strategico dell’Occidente, poiché è il suo antagonista in un conflitto di fondo, che non nasce tanto da controversie territoriali, quanto da un fondamentale ed esistenziale confronto tra difesa e rifiuto di “diritti umani”, “democrazia” e “valori laici”. Scrive infatti Huntington: “Fino a quando l’Islam resterà l’Islam (e tale resterà) e l’Occidente resterà l’Occidente (cosa meno sicura) il conflitto di fondo tra due grandi civiltà e stili di vita continuerà a caratterizzare in futuro i reciproci rapporti”.
Ma la frase riportata all’inizio non si limita a designare il nemico strategico; da essa è anche possibile dedurre l’indicazione di un alleato tattico: il fondamentalismo islamico. È vero che nelle pagine dello Scontro delle civiltà l’idea di utilizzare il fondamentalismo islamico contro l’Islam non si trova formulata in una forma più esplicita; tuttavia nel 1996, allorché Huntington pubblicò The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, una pratica di questo genere era già stata inaugurata.

“È un dato di fatto – scrive un ex ambasciatore arabo accreditato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna – che gli Stati Uniti abbiano stipulato delle alleanze coi Fratelli Musulmani per buttar fuori i Sovietici dall’Afghanistan; e che, da allora, non abbiano cessato di far la corte alla corrente islamista, favorendone la propagazione nei paesi d’obbedienza islamica. Seguendo le orme del loro grande alleato americano, la maggior parte degli Stati occidentali ha adottato, nei confronti della nebulosa integralista, un atteggiamento che va dalla benevola neutralità alla deliberata connivenza”.

L’uso tattico del cosiddetto integralismo o fondamentalismo islamico da parte occidentale non ebbe inizio però nell’Afghanistan del 1979, quando – come ricorda in From the Shadows l’ex direttore della CIA Robert Gates – già sei mesi prima dell’intervento sovietico i servizi speciali statunitensi cominciarono ad aiutare i guerriglieri afghani.

Esso risale agli anni Cinquanta e Sessanta, allorché Gran Bretagna e Stati Uniti, individuato nell’Egitto nasseriano il principale ostacolo all’egemonia occidentale nel Mediterraneo, fornirono ai Fratelli Musulmani un sostegno discreto ma accertato. È emblematico il caso di un genero del fondatore del movimento, Sa’id Ramadan, che “prese parte alla creazione di un importante centro islamico a Monaco in Germania, intorno al quale si costituì una federazione ad ampio raggio”. Sa’id Ramadan, che ricevette finanziamenti e istruzioni dall’agente della CIA Bob Dreher, nel 1961 espose il proprio progetto d’azione ad Arthur Schlesinger Jr., consigliere del neoeletto presidente John F. Kennedy. “Quando il nemico è armato di un’ideologia totalitaria e dispone di reggimenti di fedeli devoti, – scriveva Ramadan – coloro che sono schierati su posizioni politiche opposte devono contrastarlo sul piano dell’azione popolare e l’essenza della loro tattica deve consistere in una fede contraria e in una devozione contraria. Solo delle forze popolari, genuinamente coinvolte e genuinamente reagenti per conto proprio, possono far fronte alla minaccia d’infiltrazione del comunismo”.

L’uso strumentale dei movimenti islamisti funzionali alla strategia atlantica non terminò con il ritiro dell’Armata Rossa dall’Afghanistan. Il patrocinio fornito dall’Amministrazione Clinton al separatismo bosniaco ed a quello kosovaro, l’appoggio statunitense e britannico al terrorismo wahhabita nel Caucaso, il sostegno ufficiale di Brzezinski ai movimenti fondamentalisti armati in Asia centrale, gl’interventi a favore delle bande sovversive in Libia ed in Siria sono gli episodi successivi di una guerra contro l’Eurasia in cui gli USA e i loro alleati si avvalgono della collaborazione islamista.

Il fondatore di An-Nahda, Rachid Ghannouchi, che nel 1991 ricevette gli elogi del governo di George Bush per l’efficace ruolo da lui svolto nella mediazione tra le fazioni afghane antisovietiche, ha cercato di giustificare il collaborazionismo islamista abbozzando un quadro pressoché idilliaco delle relazioni tra gli USA e il mondo islamico. A un giornalista del “Figaro” che gli chiedeva se gli americani gli sembrassero più concilianti degli Europei il dirigente islamista tunisino ha risposto di sì, perché “non esiste un passato coloniale tra i paesi musulmani e l’America; niente Crociate, niente guerra, niente storia”; ed alla rievocazione della lotta comune di americani e islamisti contro il nemico bolscevico ha aggiunto la menzione del contributo inglese.

La “nobile tradizione salafita”

L’islamismo rappresentato da Rachid Ghannouchi, scrive un orientalista, è quello che “si richiama alla nobile tradizione salafita di Muhammad ‘Abduh e che ha avuto una versione più moderna nei Fratelli Musulmani”.

Ritornarebal puro Islam dei “pii antenati” (as-salaf as-sâlihîn), facendo piazza pulita della tradizione scaturita dal Corano e dalla Sunna nel corso dei secoli: è questo il programma della corrente riformista che ha i suoi capostipiti nel persiano Jamal ad-Din al-Afghani (1838-1897) e nei suoi discepoli, i più importanti dei quali furono l’egiziano Muhammad ‘Abduh (1849-1905) e il siriano Muhammad Rashid Rida (1865-1935).
Al-Afghani, che nel 1883 fondò l’Associazione dei Salafiyya, nel 1878 era stato iniziato alla massoneria in una loggia di rito scozzese del Cairo. Egli fece entrare nell’organizzazione liberomuratoria gli intellettuali del suo entourage, tra cui Muhammad ‘Abduh, il quale, dopo aver ricoperto una serie di altissime cariche, il 3 giugno 1899 diventò Muftì dell’Egitto col beneplacito degl’Inglesi.
“Sono i naturali alleati del riformatore occidentale, meritano tutto l’incoraggiamento e tutto il sostegno che può esser dato loro”: questo l’esplicito riconoscimento del ruolo di Muhammad ‘Abduh e dell’indiano Sir Sayyid Ahmad Khan (1817-1889) che venne dato da Lord Cromer (1841-1917), uno dei principali architetti dell’imperialismo britannico nel mondo musulmano. Infatti, mentre Ahmad Khan asseriva che “il dominio britannico in India è la cosa più bella che il mondo abbia mai visto” ed affermava in una fatwa che “non era lecito ribellarsi agli inglesi fintantoché questi rispettavano la religione islamica e consentivano ai musulmani di praticare il loro culto”, Muhammad ‘Abduh trasmetteva all’ambiente musulmano le idee razionaliste e scientiste dell’Occidente contemporaneo. ‘Abduh sosteneva che nella civiltà moderna non c’è nulla che contrasti col vero Islam (identificava i ginn con i microbi ed era convinto che la teoria evoluzionista di Darwin fosse contenuta nel Corano), donde la necessità di rivedere e correggere la dottrina tradizionale sottoponendola al giudizio della ragione e accogliendo gli apporti scientifici e culturali del pensiero moderno.

Dopo ‘Abduh, capofila della corrente salafita fu Rashid Rida, che in seguito alla scomparsa del califfato ottomano progettò la creazione di un “partito islamico progressista” in grado di creare un nuovo califfato. Nel 1897 Rashid Rida aveva fondato la rivista “Al-Manar”, la quale, diffusa in tutto il mondo arabo ed anche altrove, dopo la sua morte verrà pubblicata per cinque anni da un altro esponente del riformismo islamico: Hasan al-Banna (1906-1949), il fondatore dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani.

Ma, mentre Rashid Rida teorizzava la nascita di un nuovo Stato islamico destinato a governare la ummah, nella penisola araba prendeva forma il Regno Arabo Saudita, in cui vigeva un’altra dottrina riformista: quella wahhabita.

La setta wahhabita

La setta wahhabita trae il proprio nome dal patronimico di Muhammad ibn ‘Abd al-Wahhab (1703-1792), un arabo del Nagd di scuola hanbalita che si entusiasmò ben presto per gli scritti di un giurista letteralista vissuto quattro secoli prima in Siria e in Egitto, Taqi ad-din Ahmad ibn Taymiyya (1263-1328). Sostenitore di ottuse interpretazioni antropomorfiche delle immagini contenute nel linguaggio coranico, animato da un vero e proprio odium theologicum nei confronti del sufismo, accusato più volte di eterodossia, Ibn Taymiyya ben merita la definizione di “padre del movimento salafita attraverso i secoli” datagli da Henry Corbin. Seguendo le sue orme, Ibn ‘Abd al-Wahhab e i suoi partigiani bollarono come manifestazioni di politeismo (shirk) la fede nell’intercessione dei profeti e dei santi e, in genere, tutti quegli atti che, a loro giudizio, equivalessero a ritenere partecipe dell’onnipotenza e del volere divino un essere umano o un’altra creatura, cosicché considerarono politeista (mushrik), con tutte le conseguenze del caso, anche il pio musulmano trovato ad invocare il Profeta Muhammad o a pregare vicino alla tomba di un santo. I wahhabiti attaccarono le città sante dell’Islam sciita, saccheggiandone i santuari; impadronitisi nel 1803-1804 di Mecca e di Medina, demolirono i monumenti sepolcrali dei santi e dei martiri e profanarono perfino la tomba del Profeta; misero al bando le organizzazioni iniziatiche e i loro riti; abolirono la celebrazione del genetliaco del Profeta; taglieggiarono i pellegrini e sospesero il Pellegrinaggio alla Casa di Dio; emanarono le proibizioni più strampalate.

Sconfitti dall’esercito che il sovrano egiziano aveva inviato contro di loro dietro esortazione della Sublime Porta, i wahhabiti si divisero tra le due dinastie rivali dei Sa’ud e dei Rashid e per un secolo impegnarono le loro energie nelle lotte intestine che insanguinarono la penisola araba, finché Ibn Sa’ud (‘Abd al-’Aziz ibn ‘Abd ar-Rahman Al Faysal Al Su’ud, 1882-1953) risollevò le sorti della setta. Patrocinato dalla Gran Bretagna, che, unico Stato al mondo, nel 1915 instaurò relazioni ufficiali con lui esercitando un “quasi protettorato” sul Sultanato del Nagd, Ibn Sa’ud riuscì ad occupare Mecca nel 1924 e Medina nel 1925. Diventò così “Re del Higiaz e del Nagd e sue dipendenze”, secondo il titolo che nel 1927 gli venne riconosciuto nel Trattato di Gedda del 20 maggio 1927, stipulato con la prima potenza europea che riconobbe la nuova formazione statale wahhabita: la Gran Bretagna.

“Le sue vittorie – scrisse uno dei tanti orientalisti che hanno cantato le sue lodi – lo han reso il sovrano più potente d’Arabia. I suoi domini toccano l’Iràq, la Palestina, la Siria, il Mar Rosso e il Golfo Persico. La sua personalità di rilievo si è affermata con la creazione degli Ikhwàn o Fratelli: una confraternita di Wahhabiti attivisti che l’inglese Philby ha chiamato ‘una nuova massoneria’”.

Si tratta di Harry St. John Bridger Philby (1885-1960), l’organizzatore della rivolta araba antiottomana del 1915, il quale “aveva occupato alla corte di Ibn Saud il posto del deceduto Shakespeare”, per citare l’espressione iperbolica di un altro orientalista di quell’epoca. Fu lui a caldeggiare presso Winston Churchill, Giorgio V, il barone Rothschild e Chaim Weizmann il progetto di una monarchia saudita che, usurpando la custodia dei Luoghi Santi tradizionalmente assegnata alla dinastia hascemita, unificasse la penisola araba e controllasse per conto dell’Inghilterra la via marittima Suez-Aden-Mumbay.

Con la fine del secondo conflitto mondiale, durante il quale l’Arabia Saudita mantenne una neutralità filoinglese, al patrocinio britannico si sarebbe aggiunto e poi sostituito quello nordamericano. In tal senso, un evento anticipatore e simbolico fu l’incontro che ebbe luogo il 1 marzo 1945 sul Canale di Suez, a bordo della Quincy, tra il presidente Roosevelt e il sovrano wahhabita; il quale, come ricordava orgogliosamente un arabista statunitense, “è sempre stato un grande ammiratore dell’America, che antepone anche all’Inghilterra”. Infatti già nel 1933 la monarchia saudita aveva dato in concessione alla Standard Oil Company of California il monopolio dello sfruttamento petrolifero, mentre nel 1934 la compagnia americana Saoudi Arabian Mining Syndicate aveva ottenuto il monopolio della ricerca e dell’estrazione dell’oro.

I Fratelli Musulmani

Usurpata la custodia dei Luoghi Santi ed acquisito il prestigio connesso a tale ruolo, la famiglia dei Sa’ud avverte l’esigenza di disporre di una “internazionale” che le consenta di estendere la propria egemonia su buona parte della comunità musulmana, al fine di contrastare la diffusione del panarabismo nasseriano, del nazionalsocialismo baathista e – dopo la rivoluzione islamica del 1978 in Iran – dell’influenza sciita. L’organizzazione dei Fratelli Musulmani mette a disposizione della politica di Riyad una rete organizzativa che trarrà alimento dai cospicui finanziamenti sauditi. “Dopo il 1973, grazie all’aumento dei redditi provenienti dal petrolio, i mezzi economici non mancano; verranno investiti soprattutto nelle zone in cui un Islam poco ‘consolidato’ potrebbe aprire la porta all’influenza iraniana, in particolare l’Africa e le comunità musulmane emigrate in Occidente”.

D’altronde la sinergia tra la monarchia wahhabita e il movimento fondato nel 1928 dall’egiziano Hassan al-Banna (1906-1949) si basa su un terreno dottrinale sostanzialmente comune, poiché i Fratelli Musulmani sono gli “eredi diretti, anche se non sempre rigorosamente fedeli, della salafiyyah di Muhammad ‘Abduh” e in quanto tali recano inscritta fin dalla nascita nel loro DNA la tendenza ad accettare, sia pure con tutte le necessarie riserve, la moderna civiltà occidentale. Tariq Ramadan, nipote di Hassan al-Banna ed esponente dell’attuale intelligencija musulmana riformista, così interpreta il pensiero del fondatore dell’organizzazione: “Come tutti i riformisti che l’hanno preceduto, Hassan al-Banna non ha mai demonizzato l’Occidente. (…) L’Occidente ha permesso all’umanità di fare grandi passi in avanti e ciò è avvenuto a partire dal Rinascimento, quando è iniziato un vasto processo di secolarizzazione (‘che è stato un apporto positivo’, tenuto conto della specificità della religione cristiana e dell’istituzione clericale)” L’intellettuale riformista ricorda che il nonno, nella sua attività di maestro di scuola, si ispirava alle più recenti teorie pedagogiche occidentali e riporta da un suo scritto un brano eloquente: “Dobbiamo ispirarci alle scuole occidentali, ai loro programmi (…) Dobbiamo anche prendere dalle scuole occidentali e dai loro programmi il costante interesse all’educazione moderna e il loro modo di affrontare le esigenze e la preparazione all’apprendimento, fondate su metodi saldi tratti da studi sulla personalità e la naturalità del bambino(…) Dobbiamo approfittare di tutto ciò, senza provare alcuna vergogna: la scienza è un diritto di tutti (…)”.

Con la cosiddetta “Primavera araba”, si è manifestata in maniera ufficiale la disponibilità dei Fratelli Musulmani ad accogliere quei capisaldi ideologici della cultura politica occidentale che Huntington indicava come termini fondamentali di contrasto con l’Islam. In Libia, in Tunisia, in Egitto i Fratelli hanno goduto del patrocinio statunitense.

Il partito egiziano Libertà e Giustizia, costituito il 30 aprile 2011 per iniziativa della Fratellanza e da essa controllato, si richiama ai “diritti umani”, propugna la democrazia, appoggia una gestione capitalistica dell’economia, non è contrario ad accettare prestiti dal Fondo Monetario Internazionale. Il suo presidente Muhammad Morsi (n. 1951), oggi presidente dell’Egitto, ha studiato negli Stati Uniti, dove ha anche lavorato come assistente universitario alla California State University; due dei suoi cinque figli sono cittadini statunitensi. Il nuovo presidente ha subito dichiarato che l’Egitto rispetterà tutti i trattati stipulati con altri paesi (quindi anche con Israele); ha compiuto in Arabia Saudita la sua prima visita ufficiale e ha dichiarato che intende rafforzare le relazioni con Riyad; ha dichiarato che è un “dovere etico” sostenere il movimento armato di opposizione che combatte contro il governo di Damasco.

Se la tesi di Huntington aveva bisogno di una dimostrazione, i Fratelli Musulmani l’hanno fornita.”



Adattarsi alla modernità – M.Eliade


A differenza di tanti, non penso che la “civiltà” annichilisca, necessariamente, l’uomo. Se l’uomo moderno è meno sano, se è degenerato, nevrotico, sradicato non è da imputarsi al fatto che vive in una società industriale, in una metropoli, che dispone di tecnologia, ma semplicemente al fatto di non essere ancora riuscito ad adattarsi al nuovo ambiente cosmico che gli hanno creato le sue stesse scoperte e mezzi di produzione. Permane uno sfasamento tra l’ambiente moderno e l’uomo. 
Prima che si adatti, soffrirà, degenererà e diverrà sterile, proprio come sono andate le cose nei periodi di transizione dallo stadio dei raccoglitori di frutti e sementi a quello degli allevatori o dal nomadismo all’agricoltura. E’ certo che i primi nomadi che divennero stanziali e coltivarono la terra parevano “degenerati” in confronto ai loro predecessori; quelli erano liberi, vigorosi, non legati alla terra né tentati dalla ricchezza ecc. Da un punto di vista “igienico”, è certo che, all’inizio, l’agricoltore sembrava un degenerato rispetto al pastore; il duro lavoro lo spossava, era fisicamente senza forze ecc. Ma alcune generazioni più tardi, quando l’agricoltura si perfezionò, i coltivatori della terra, meglio alimentati, acquisirono una condizione fisica superiore a quella dei pastori (ciò che persero per sempre fu la forza morale; la mistica tellurica ebbe come conseguenza l’orgia; la proprietà inasprì il sentimento di possesso, promosse l’atteggiamento passivo e fatalista davanti al cosmo – le piogge, le siccità, le inondazioni andavano oltre i poteri dell’uomo-, incoraggiò l’opportunismo e anche la viltà, perché il pover uomo doveva arrivare a un’intesa con gli invasori).
   
Per ritornare al nostro punto: non credo che il semplice fatto di vivere in una società civile ed estremamente industrializzata implichi la degenerazione fisica, lo squilibrio o la sterilità spirituale. Ciò che credo è che non ci siamo adattati all’ambiente; anche in una città di grattacieli l’uomo può restare in contatto con i ritmi cosmici, può “realizzare” il miracolo dell’alternarsi del giorno con la notte, e quello delle fasi lunari. Il dramma universale – vita e coscienza, tutto è frammento, divenire ed esistenza – è immediato in una fabbrica come nelle solitudini himalaiane. La città moderna non è per forza avulsa dalla natura; solo le eresie urbanistiche hanno escluso i giardini; ma il cemento e il ferro possono inserirsi perfettamente come elementi del paesaggio naturale della vegetazione. Prova ne sia il mimetismo delle fortificazioni e delle fabbriche durante la guerra.



Fonte: “Diario Portoghese”, M.Eliade (Jaca Book)





La vera religione - Agostino d'Ippona

Facciamo in modo che la nostra religione non consista in vuote rappresentazioni. Una cosa qualsiasi infatti, purché vera, è migliore di tutto quello che può essere immaginato ad arbitrio; non per questo, comunque, dobbiamo venerare l'anima, sebbene essa sia un'anima vera, quando immagina cose false. Un vero filo di paglia è migliore della luce prodotta dalla vana immaginazione di chi fantastica a suo piacimento; tuttavia è da folle ritenere che si debba venerare il filo di paglia che vediamo e tocchiamo. Facciamo in modo che la nostra religione non consista nel culto delle opere umane. Sono infatti migliori gli artefici che le hanno fabbricate, anche se non è questo un motivo per venerarli. Che non consista nel culto di animali; migliori di essi infatti sono anche gli ultimi tra gli uomini, che, comunque, non dobbiamo venerare. Che non consista nel culto dei morti; perché, se sono vissuti piamente, è da ritenere che non ricerchino tali lodi, ma vogliano invece che veneriamo Colui per la cui luce gioiscono, condividendo con essi il loro merito. Dobbiamo dunque rendere loro onore come esempi, non come oggetto di culto religioso. Se essi invece hanno vissuto male, ovunque siano, non dobbiamo venerarli. Che non consista nel culto dei demoni, perché ogni superstizione, mentre per loro è un onore e un trionfo, per gli uomini è un grande tormento e una pericolosissima infamia.

La nostra religione non consista neppure nel culto delle terre e delle acque, perché già l'aria, anche piena di caligine, è più pura e più luminosa di esse; comunque non la dobbiamo venerare. Non consista neppure nel culto dell'aria più pura e più limpida, perché essa si oscura quando manca la luce; peraltro, più puro di essa è lo splendore del fuoco: non per questo però lo dobbiamo venerare, dal momento che lo accendiamo e lo spegniamo a nostro piacimento. Non consista nel culto dei corpi eterei e celesti, perché, sebbene siano giustamente anteposti a tutti gli altri corpi, tuttavia sono inferiori a qualsiasi forma di vita. Se poi sono animati, qualsiasi anima è per se stessa migliore di ogni corpo animato, e tuttavia nessuno riterrà degna di venerazione un'anima soggetta al vizi. Non consista nel culto di quella vita che si dice propria degli alberi, perché è una vita priva di sensibilità. Fa parte del genere di vita da cui procede anche l'armoniosa struttura del nostro corpo, come pure la vita delle ossa e dei capelli, che vengono tagliati senza che se ne provi sensazione alcuna. La vita sensibile, dunque, è migliore di tale vita; ma di certo non dobbiamo venerare la vita degli animali.

Non consista la nostra religione neppure nella stessa perfetta e sapiente anima razionale, né in quella preposta al governo dell'universo o delle sue parti, né in quella che nei grandi uomini attende la trasformazione che la rinnovi, perché ogni vita razionale, se è perfetta, obbedisce all'immutabile verità che le parla interiormente senza strepito, mentre, se non le obbedisce, diviene viziosa. Non è per se stessa perciò che eccelle, ma per quella verità cui obbedisce di buon grado. Di conseguenza, ciò che è venerato dal più elevato degli angeli deve essere venerato anche dall'ultimo degli uomini, perché è proprio non venerandolo che la natura umana è divenuta l'ultima. L'angelo non è saggio per un motivo e l'uomo per un altro, né l'angelo è veritiero per un motivo e l'uomo per un altro; ma entrambi sono tali per un'unica immutabile sapienza e verità. Infatti, nell'ambito del disegno di salvezza che percorre i tempi è avvenuto che la stessa Virtù divina, l'immutabile Sapienza di Dio, consustanziale e coeterna al Padre, si degnasse di assumere la natura umana, per insegnarci in tal modo che l'uomo deve venerare ciò che deve venerare ogni creatura dotata di intelletto e ragione. Crediamo che anche gli angeli migliori e i ministri più eccellenti di Dio vogliano che, insieme con essi, veneriamo l'unico Dio, la cui contemplazione è per loro causa di beatitudine. Non è certo la vista di un angelo che ci rende beati, ma piuttosto quella della verità, per la quale amiamo anche gli angeli e con loro ci rallegriamo. E non proviamo invidia per il fatto che godono della verità in maniera più adeguata e senza alcun impedimento che li ostacoli; al contrario, li amiamo di più perché anche a noi il nostro comune Signore ha ordinato di sperare qualche cosa di simile. Perciò li onoriamo con amore, non con animo da schiavi, e senza innalzare loro templi; non vogliono infatti essere onorati così, perché sanno che noi stessi, quando siamo buoni, siamo templi del sommo Dio. A buon diritto, pertanto, nelle Scritture è detto che l'angelo proibì all'uomo di venerarlo e gli prescrisse invece di venerare l'unico Dio, a cui anche lui era sottomesso.

Gli angeli poi, che ci invitano a servirli e a venerarli come dèì, sono simili ai superbi, i quali, se fosse loro consentito, aspirerebbero ad essere venerati nello stesso modo. Comunque è più pericoloso venerare quegli angeli che tollerare questi uomini. Ogni dominio dell'uomo sull'uomo termina o con la morte di chi domina o con quella di chi serve; invece la sottomissione alla superbia degli angeli cattivi riguarda anche il tempo che segue la morte, perciò è motivo di maggior timore. Inoltre chiunque può rendersi conto che, mentre sotto il dominio di un uomo, ci è ancora consentito di esercitare la libertà di pensiero, invece, sotto il dominio di questi angeli, trepidiamo per la nostra stessa mente che è l'unico occhio di cui disponiamo per contemplare e cogliere la verità. Se, dunque, in conformità al nostri vincoli sociali, siamo sottomessi a tutti gli organi di potere dati agli uomini per governare lo Stato, rendendo a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio non c'è da temere che qualcuno esiga da noi un analogo comportamento dopo la morte. Una cosa infatti è la sottomissione dell'anima, un'altra la sottomissione del corpo. I giusti, che ripongono solo in Dio tutte le loro gioie, quando qualcuno rende gloria a Dio per le loro azioni, si rallegrano con costui; quando invece sono loro ad essere lodati, correggono, per quanto possono, coloro che compiono questo errore; se però non è possibile, non si compiacciono con loro, ma vogliono che si emendino da quel vizio. Ora, se gli angeli buoni e tutti i santi ministri di Dio sono simili ai giusti o addirittura superiori a loro in fatto di purezza e di santità, che timore abbiamo di offenderne qualcuno, a meno che non siamo superstiziosi, quando, con il loro aiuto, cerchiamo di raggiungere l'unico Dio e a Lui solo leghiamo le nostre anime (da dove si crede che provenga il termine "religione"?), ponendoci al riparo da ogni superstizione?

Ecco, io venero un solo Dio, unico Principio di tutte le cose, Sapienza per la quale è sapiente ogni anima sapiente e Dono per cui è beato ogni essere beato. Ogni angelo che ama questo Dio, sono certo che ama anche me. Ogni angelo che dimora in Lui e può ascoltare le preghiere umane, mi esaudisce in Lui. Ogni angelo che ha Lui come suo bene, in Lui mi aiuta e non può provare invidia nei miei confronti perché ne partecipo. Mi dicano dunque gli adoratori o gli adulatori delle parti del mondo quale altro essere, che non sia quello ottimo, non leghi a sé quanti venerano l'unico essere che i migliori amano, della cui conoscenza godono e che consente loro, a Lui ricorrendo come loro principio, di diventare migliori. Senza dubbio, invece, non deve essere venerato quell'angelo che ama i suoi atti di superbia, che rifiuta di essere sottomesso alla verità e che, volendo gioire del suo bene particolare, si è allontanato dal bene comune e dalla vera felicità e che soggioga e opprime tutti i malvagi, ma al quale nessun uomo buono è dato in suo potere se non per essere messo alla prova. La sua gioia è la nostra miseria, il suo danno il nostro ritorno a Dio.

La religione dunque ci leghi al Dio unico e onnipotente, dal momento che tra la nostra mente, con la quale lo riconosciamo come Padre, e la verità, cioè la luce interiore mediante la quale lo riconosciamo, non vi è interposta nessuna creatura. Veneriamo quindi in Lui e con Lui anche la stessa Verità, in nulla dissimile da Lui, la quale è forma di tutte le cose che dall'Uno sono state fatte e all'Uno tendono. E da ciò appare chiaro alle anime spirituali che tutte le cose sono state fatte secondo questa forma, che sola porta a compimento ciò a cui tutte le cose aspirano. Tuttavia le cose non sarebbero state create dal Padre mediante il Figlio e non rimarrebbero intatte nel limiti della loro natura, se Dio non fosse sommamente buono: Egli non ha provato invidia nel confronti di nessuna natura, che poteva essere buona per opera sua, e ha consentito alle cose di rimanere nel bene stesso, alcune per quanto volessero, altre per quanto potessero. Perciò , insieme al Padre e al Figlio, dobbiamo venerare e abbracciare il dono stesso di Dio, ugualmente immutabile: Trinità di un'unica sostanza, unico Dio dal quale siamo, per il quale siamo e nel quale siamo: ce ne siamo allontanati cessando di essere simili a Lui, ma non ci ha consentito di perire. Egli è il principio al quale ritorniamo, la forma che seguiamo e la grazia per cui siamo riconciliati: l'unico Dio, per la cui opera siamo stati creati, per la cui somiglianza siamo formati all'unità e per la cui pace aderiamo all'unità. Egli è il Dio che ha detto: Sia fatto, ed è il Verbo per mezzo del quale fu fatto tutto ciò che ha una sostanza ed una natura; Dono della sua bontà, per il quale piacque al suo autore e si legò con Lui, affinché non andasse perduto nulla di ciò che da Lui fu fatto per mezzo del Verbo. È l'unico Dio per la cui opera creatrice viviamo, per la cui rigenerazione viviamo secondo sapienza e per cui, amandolo e godendone, viviamo felicemente. È l'unico Dio dal quale, per il quale e nel quale sono tutte le cose. A Lui sia gloria nei secoli dei secoli. Così sia.

Fonte: tratto da "De vera religione", Agostino d'Ippona (ed.Mursia)

 

Tempo storico e Tempo liturgico – M.Eliade

Origene ha assai ben compreso che l'originalità del Cristianesimo consiste prima di tutto nel fatto che l'Incarnazione è avvenuta in un Tempo storico e non in un Tempo cosmico. Ma non dimentica che il Mistero dell'Incarnazione non può essere ridotto alla sua storicità. D'altronde, proclamando « alle nazioni » la divinità di Gesù Cristo, le prime generazioni di cristiani proclamavano implicitamente la sua trans-storicità. Non è che Gesù non fosse considerato come un personaggio storico, ma si sottolineava prima di tutto che era il Figlio di Dio, il Salvatore universale, che aveva riscattato non solamente l'Uomo, ma anche la Natura. C'è di più: la storicità di Gesù era stata già trascesa dalla sua ascensione al Cielo e dalla sua reintegrazione nella Gloria divina.
Proclamando l'Incarnazione, la Risurrezione e l'Ascensione  del Verbo, i cristiani erano convinti di non presentare un nuovo mito. In realtà, utilizzavano le categorie del pensiero mitico. Senza dubbio non potevano riconoscere questo pensiero mitico nelle mitologie desacralizzate dei letterati pagani loro contemporanei. Ma è evidente che, per i cristiani di tutte le confessioni, il centro della vita religiosa è costituito dal dramma di Gesù Cristo.
Sebbene compiuto nella Storia, questo dramma ha reso possibile la salvezza; di conseguenza, esiste un unico mezzo per ottenere la salvezza: ripetere ritualmente questo dramma esemplare e imitare il modello supremo, rivelato dalla vita e dall'insegnamento di Gesù. Ora, questo comportamento religioso è legato all'autentico pensiero mitico.
Bisogna aggiungere anche che, per il fatto stesso che è una religione, il Cristianesimo ha dovuto conservare almeno un comportamento mitico: il Tempo liturgico, cioè la ripetizione periodica deWillud tempus degli « inizi ».
« L'esperienza religiosa del cristiano si fonda sull'imitazione di Cristo come modello esemplare, sulla ripetizione liturgica della vita, della morte e della risurrezione del Signore, e sulla contemporaneità del cristiano con Yillud tempus che si apre alla Natività di Betlemme e si chiude, provvisoriamente, con l'Ascensione». Ma, l'abbiamo visto, « l'imitazione di un modello sovrumano, la ripetizione di uno scenario esemplare e la rottura del tempo profano con un'apertura che sfocia sul Grande Tempo, costituiscono le note essenziali del " comportamento mitico", cioè del comportamento dell'uomo delle società arcaiche, che trova nel mito la fonte stessa della sua esistenza».
Sebbene il Tempo liturgico sia un Tempo circolare, il Cristianesimo, erede fedele dell'Ebraismo, accetta però il Tempo lineare della Storia: il Mondo è stato creato una sola volta e avrà una sola fine; l'Incarnazione è avvenuta una sola volta, nel Tempo storico, e vi sarà un solo Giudizio. Fin dall'inizio il Cristianesimo ha subito influenze molteplici e contrastanti, soprattutto quelle dello Gnosticismo, dell'Ebraismo e del « Paganesimo ». La reazione della Chiesa non è stata uniforme. I Padri hanno sostenuto una lotta senza respiro contro l'acosmismo e l'esoterismo della Gnosi; ma hanno però conservato gli elementi gnostici presenti nel Vangelo di Giovanni, nelle Epistole di Paolo e in certi scritti primitivi. Ma, a dispetto delle persecuzioni, lo Gnosticismo non è mai stato radicalmente estirpato e certi miti gnostici, più o meno travestiti, sono risorti nelle letterature orali e scritte del Medioevo.
Per quanto riguarda l'Ebraismo, esso ha dato alla Chiesa un metodo allegorico d'interpretazione delle Scritture, e soprattutto il modello per eccellenza della «storicizzazione» delle feste e dei simboli della religione cosmica.
La « giudaizzazione » del Cristianesimo primitivo equivale alla sua « storicizzazione », alla decisione dei primi teologi di legare la storia della predicazione di Gesù e della Chiesa nascente alla Storia Sacra del popolo di Israele. Ma l'Ebraismo aveva « storicizzato » un certo numero di feste stagionali e di simboli cosmici, riferendoli ad avvenimenti importanti della storia d'Israele (cfr. la Festa dei Tabernacoli, la Pasqua, la Festa delle luci di Hanukkah, ecc.).
I Padri della Chiesa hanno seguito la stessa via: hanno « cristianizzato » i simboli, i riti e i miti asianici e mediterranei, riportandoli a una « storia sacra ». Questa « storia sacra » superava naturalmente i limiti dell'Antico Testamento e inglobava ora anche il Nuovo Testamento, la predicazione degli apostoli e, più tardi, la storia dei santi. Un certo numero di simboli cosmici — l'Acqua, l'Albero e la Vigna, l'aratro e l'ascia, la barca, il carro, ecc. — erano già stati assimilati dall'Ebraismo, e hanno potuto essere abbastanza facilmente integrati nella dottrina e nella pratica della Chiesa, ricevendo un senso sacramentale oppure ecclesiologico.  



Fonte: “Mito e realtà” – M.Eliade (ed.Borla)




 


La superiorità del cristianesimo rispetto alla filosofia secondo Tertulliano

Il cristianesimo non è una filosofia. La filosofia è la riflessione critica sulla realtà avendo come criterio e strumento l'indagine razionale, in vista di una verità razionale.

Il cristianesimo, invece, è un evento, frutto della rivelazione divina in Cristo, ossia della comunicazione della verità divina (che è Dio, e di tutte le cose in Dio) all'uomo. La teologia è la riflessione critica sulla realtà avendo come criterio la rivelazione divina e come strumento l'indagine razionale, in vista di una comprensione razionale (scientifica) della verità divina.

La filosofia, proprio a motivo del suo criterio razionale, è esposta a tutti i limiti della mente umana (difficoltà di giungere alla verità, incertezze nel possesso della verità, parzialità di comprensione, possibilità di errore). Non così per la fede, che si fonda sulla rivelazione: la regola della fede è la regola della verità (esente da errore, sicura, perenne, universale).

Esistono delle analogie tra la fede cristiana e la filosofia (alcune verità su Dio, sul mondo, sull'uomo) , ma la divina rivelazione supera la filosofia poiché la precede. La filosofia,infatti, posteriore alla rivelazione, ha mutuato da questa alcune verità, deformandole poi con il suo criticismo.

Quanto c'è di vero nella filosofia non appartiene alla filosofia, ma alla fonte della verità che è la rivelazione divina.

Perciò la filosofia è anche la fonte di tutte le eresie.

Infatti, qualsiasi deviazione dalla regola della fede nasce da un'interpretazione soggettiva del dato scritturistico mossa da un eccessivo spirito critico che fa della ragione il criterio di verità.

Mentre il filosofo cerca fama dalla sua sapienza, il cristiano cerca la salvezza dalla verità conosciuta.

Il cristiano non insegue un ideale morale per quanto sublime esso sia, quasi alla ricerca della propria perfezione, ma imita colui che più d'ogni altro è degno d'amore: Gesù Cristo. Non si sacrifica unicamente per coerenza ai propri princìpi e valori, ma dona la sua vita per amore a Cristo, cioè a colui che lo ha amato e salvato.

Rimane il fatto che, rispetto a qualsiasi filosofia, solo il cristianesimo pratica in modo autentico - perché divino - una vita virtuosa: l'amore, la misericordia e il perdono, la castità, l'umiltà, la fedeltà. Una dottrina umana può proporre soltanto un ideale umano , senza peraltro dare la forza di attuarlo; la dottrina divina propone all'uomo la vita divina, donandogli la grazia di viverla. La vita cristiana non è dunque una vita umana, ma una vita umano-divina: la vita di Cristo.

Tratto dall' introduzione a "Difesa del Cristianesimo", Tertulliano (ed.Dekker)

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È la filosofia stessa, invero, che dà materia a quella che si chiama mondana saggezza, dal momento che, con molta libertà e pretesa arroganza, interpreta la natura divina, i suoi disegni e i suoi procedimenti. Diciamolo francamente: le eresie stesse sono quelle che attingono forza e consistenza da tali principi filosofici. È dalla filosofia infatti, che Valentino prende la concezione degli Eoni e di una quantità di forme, di cui non saprei dire neppure il numero: infinite esse sono; e il concetto di una Trinità umana: o non era costui stato discepolo di Platone? E non è da quella stessa fonte, che scaturisce il dio di Marcione, preferibile agli altri? Almeno ha un carattere di tranquillità; e anche la sua dottrina deriva dagli Stoici. Sono stati gli Epicurei quelli che hanno sostenuto il principio che l'anima è soggetta alla morte, e se tu vuoi negare il principio della resurrezione della carne, tu potrai attingere per questo punto dai dettami di tutti quanti gli antichi filosofi: dove trovi che la materia è uguagliata con la natura di Dio, quivi potrai riconoscere la dottrina di Zenone; ed ecco invece che ti vien fuori Eraclito, quando si parli di una divinità che abbia in sè natura ignea; è la stessa materia, in fondo, che viene trattata, agitata, e da eretici e da filosofi: donde il male e perchè? Donde l'uomo e come egli è sorto? Ed ecco il problema che ultimamente Valentino s'è posto: donde Iddio? Deriva dall'Entimesi o dall'Ectroma? O Aristotele, mal facesti, tu, che hai loro insegnato la dialettica, arte abile ugualmente e a costruire e a distruggere, diversa e sfuggevole nelle sue asserzioni, immoderata, sforzata nelle sue congetture; aspra, difficile nelle sue argomentazioni, che crea con facilità contrasti; laboriosa e molesta talvolta a sè stessa, che tutto pone in discussione sottile, perchè appunto nulla sfugga all'attento e minuzioso esame di lei! Di qui proprio derivano quei racconti favolosi, quelle genealogie interminabili, quelle questioni lunghe ed oziose, quelle discussioni sottili, che s'insinuano negli animi come qualcosa di malefico che ti consuma e ti uccide.

L'Apostolo, quando vuole preservarci da quello che è male, ci avverte appunto di star bene in guardia contro l'opera della filosofia: egli la ricorda chiaramente, espressamente: scrive ai Colossesi: Guardatevi, perchè non vi sia qualcuno che non v'inganni con la filosofia, che, con vane apparenze di verità, non vi tragga fuori dalla retta strada, secondo l'umana tradizione e contrariamente alla provvidenza dello Spirito Santo. Paolo era stato in Atene, e questa specie di umana sapienza l'aveva ben conosciuta con le relazioni che aveva avuto coi filosofi: pretende essa alla verità, ma non fa che impedire il raggiungimento di questa, e, divisa com'è in una quantità di sette contrastanti intimamente fra loro, da luogo a credenze varie e contradittorie.

Fonte: “Contro gli eretici” di Tertulliano (ed.Città Nuova)


Post-fascismo e neo-comunismo - C.Terracciano

Se una volta militanti di destra e di sinistra puntavano a conquistare il Potere per affermare le loro speranze in un Mondo Nuovo, oggi molto più borghesemente si accontenterebbero del …“podere”!
Minimalismo e localizzazione sono diventati l’alibi del disimpegno e del riflusso nel privato, facendolo passare per il massimo dell’impegno possibile contro i poteri forti; quasi che nel mondo moderno fosse possibile ritagliare oasi, isole di un vivere alternativo, alieno alla società circostante ed anzi alternativo ad essa. Chi ricorda le “comuni” dei sessantottini ?
Con l’aggravante che questa ennesima esaltazione incapacitante della sconfitta e della fuga dal mondo non più in una “torre d’avorio” ma direttamente in una stalla, viene spacciata per il massimo del “comunitarismo” e dell’impegno: insomma un Comunitarismo senza comunità. Per pochi eletti che hanno capito tutto (?) e fatto niente (!).
La sinistra, ma anche buona parte della destra, che pur contestano la globalizzazione dall’alto, ne hanno accettato aprioristicamente la filosofia di fondo, l’ineluttabilità delle tesi, i principi filosofici e le utopie livellatrici; sono all’interno del fenomeno Globalizzazione, seppur criticandone errori ed orrori, e non lo sanno.
L’internazionalismo proletario di ieri si chiama oggi “antiglobal”, ma è certo più globale che “anti”.
La destra, che aveva avuto ben altri strumenti concettuali di comprensione e opposizione, partendo dagli studi sul Mondialismo, sulla Geopolitica, sulle tradizioni e su tutta l’opera di maestri di pensiero come Evola, Guénon, Nietzsche, Spengler, Sorokin, Lorenz, Sombart, Weber e via elencando, come al solito NON ha capito niente ed è rimasta al palo. Anzi spesso è persino regredita politicamente ed ideologicamente rispetto alle analisi ed all’azione politica anticipatrici degli anni '70 ed '80.
Questa serie di considerazioni ci porta ad esprimere un giudizio definitivo e senza appello su tutto un ambiente sub-politico, definito genericamente “area”, forse perché fatto d’aria e di vuote parole al vento, della destra, neo/post/ultra “fascista”.
Il Fascismo, come fenomeno storico e politico europeo è DEFINITIVAMENTE DEFUNTO NEL MAGGIO DEL 1945. Una sconfitta peraltro orgogliosa, con le armi in pugno, a differenza del comunismo marxista europeo crollato meno di mezzo secolo dopo con l’implosione dell’URSS e dei suoi satelliti.
E’ comunque un dato di fatto irreversibile che le due forme di modernizzazione e mobilitazione di massa sono uscite sconfitte dallo scontro con l’America.
E’ il modello americano che ha trionfato nel XX secolo, dando l’impronta appunto al Mondialismo globalizzatore su tutta la Terra.
Geopoliticamente è l’Eurasia (+ Africa ed America Latina) ad uscire, per ora, sconfitta dal confronto-scontro con il “Nuovo mondo”, per un Nuovo Ordine Mondiale.
Il cosidetto “neofascismo” o “neonazismo” del secondo dopoguerra è stato tutto un grande equivoco, talvolta tragico, molto spesso comico e farsesco. Alimentato anche dai suoi nemici interessati.
Quella che impropriamente viene definita “estrema destra” non si è mai ripresa dal trauma della sconfitta bellica, dei suoi capi morti e/o massacrati, abbandonati da tutti al ludibrio della feccia, della plebaglia osannante fino al giorno prima. L’immagine di Mussolini e dei gerarchi con i piedi al cielo pesa come un macigno su più di una generazione politica , che non l’ha mai rimossa.
Così come l’8 settembre ha rappresentato una svolta epocale, la fine dell’Italia come Nazione per tornare ad essere l’espressione geografica contenente qualche decina di milioni di persone parlanti più o meno la stessa lingua.
La propaganda martellante dei vincitori ha additato i fascismi come il Male personificato; tanto da identificarsi spesso gli stessi seguaci in questo ruolo invertito, come estrema forma di contestazione ed autoriproduzione.
Il nostalgismo, la formalità esteriore, la castrante esaltazione della sconfitta, il culto quasi necrofilo del passato, il “ducismo” senza Duce unito ad uno spontaneismo anarcoide (armato o disarmato), sono stati altrettanti fattori di impotenza politica e sociale, mentre il mondo cambiava vorticosamente emarginando sempre più la destra nel ghetto costruito con le proprie mani.
Ovviamente il nostalgismo neofascista, comunque riciclato, è la NEGAZIONE STESSA DEL FASCISMO storico, che fu un movimento di mobilitazione rivoluzionaria delle masse, un movimento di giovani rivoluzionari in tutta Europa, basato sullo slancio vitale, sulla giovinezza, indirizzato al futuro, intenzionato a vincere e dominare; proprio come il Comunismo rivoluzionario dei Lenin, dei Trotskij, degli Stalin.
Certamente entrambi rapportati al mondo della prima metà del secolo passato.
E si consideri che stiamo parlando della parte migliore della destra, di quella minoritaria che non ha accettato tout court di allinearsi al Sistema, di divenire il cane da guardia dell’ordine costituito.
Quest’altra destra, che invece ha capito benissimo in che direzione va il mondo, si è semplicemente sbarazzata di ogni bagaglio storico e culturale per passare armi e bagagli nel campo dell’avversario.

(...)

Non c’è bisogno di aggiungere che l’antifascismo di certa sinistra di sistema, altrettanto ridicolo e nostalgico, serve da pendant all’anticomunismo becero della destra più o meno estrema.
Post-fascismo e neo-comunismo marxista continuano così a combattersi ed elidersi a vicenda, a maggior gloria della razza padrona che traccia i destini dell’Italia, dell’Europa, del mondo intero.


Fonte: tratto da Rivolta contro il mondialismo moderno" di Carlo Terracciano (ed. Noctua)



L’uomo e il tempo. La soluzione cristiana

Nel Medioevo, quando costruivano le cattedrali, sapevano bene che la costruzione ultimata non l’avrebbero vista né i propri figli né i propri nipoti, forse solo i figli dei nipoti; eppure le cattedrali le costruivano. Ciò vuol dire che nel medioevo vi era un senso della speranza che per noi uomini di questo tempo è ormai inconcepibile. Certo, quella dei medioevali non era una speranza terrena; la vita era quella che era, si moriva subito e facilmente, ma era una speranza diversa, una speranza ch’era posta come sigillo e proseguimento della vita terrena.

Un altro particolare. In passato si piantavano molti noci. Il noce – si sa – è un albero che cresce con una lentezza tediante, un albero che non si vedrà mai nella sua maturità tanto è lento nel crescere. Eppure in passato si piantavano i noci, anche questi per donarli non tanto ai figli quanto ai figli dei figli. Oggi invece c’è l’ansia. La vita è senz’altro più lunga di quella di un tempo, eppure c’è sempre il timore che finisca, che svanisca. Oggi di piantare i noci neanche a dirlo, piuttosto si piantano i pini dell’Arizona, che crescono velocemente e si possono ammirare subito alti.
Sono considerazioni, queste, che vengono facilmente quando si riflette sul rapporto tra l’uomo contemporaneo e il tempo. Il tempo o è apertura all’eternità o maledizione. Non c’è altro modo di impostare la questione.
Perché deve trascorrere il tempo se il mio destino è l’abisso, il vuoto? Albert Camus diceva che la vita non è che un ponte fra due nulla. Una frase non solo illogica (il ponte deve pur reggersi su qualcosa), ma anche terrificante nella sua disperazione. Un ponte che conduce all’abisso. Ma allora – verrebbe da chiedersi – perché percorrere questo ponte? Perché non puntare i piedi? Perché gioire di un altro giorno che passa, di un’altra ora e di un altro minuto?
C’è una bella poesia di un poeta spagnolo del XIX secolo, José Zorilla; s’intitola L’orologio. Ad un certo punto la poesia dice: Se attraversando la vasta piazza (che vuol dire una vita ormai disorientata, così come la piazza disorienta), si vedono nel loro lento movimento girare le lancette sulla sfera e lasciare un segno dietro (un assurdo che vuol dire tanto: la scia viene lasciata da un movimento veloce non lento, il che vuol dire che questa scia sta a significare il ricordo, la nostalgia), si fissano gli occhi e il cuore freme, poiché crescendo il tempo, più piccolo rimane. E intanto gira la lancetta e l’esistenza trascorre. Questo è il momento più bello: poi tutto si perde. Ed è proprio così. Quando il tempo è orientato verso il nulla, non resta che apprezzare il tempo nel suo attimo, ma cos’è l’attimo se non un passaggio impercettibile e fuggevole?
 
Il tempo o è apertura all’eternità o è maledizione
 
Anche sul tempo il mondo contemporaneo mostra il suo fallimento. La sua illusione è naufragata sulla distruzione di tutto, anche del progetto e della speranza che sono connaturati in ogni essere umano. Il tempo o è apertura verso l’eternità o è maledizione, questo nessuno lo può negare. E il tempo verso l’eternità (Platone affermava che il tempo è l’immagine dell’eternità) implica che l’uomo rimanga creatura, senza alcuna pretesa di onnipotenza; e che l’eterno non sia un mistero astratto, frutto del proprio pensiero, ma una realtà concreta che entra nella storia e incontra l’uomo per offrirsi come Risposta.
La soluzione del tempo è in un’attesa che deve trovare risposta. Ma l’attendere dell’uomo non è un orientamento intellettuale, bensì la ricerca di un qualcosa che possa cambiare la propria vita. L’attesa trova risposta solo nell’incontro con qualcuno o con un fatto. L’attesa è la ricerca di un abbraccio. Ecco perché il tempo orientato verso l’eternità implica che l’eterno non sia un mistero astratto, ma una persona o un fatto … e c’è da dire che il Cristianesimo è tanto una persona quanto un fatto.
Questo dipinto del Guercino rappresenta l’episodio in cui l’apostolo Tommaso constata con la sua mano la piaga di Gesù (e quindi la resurrezione carnale del Cristo). E’ un’immagine che esprime bene quanto la risposta cristiana sia nella prospettiva dell’evidenza. Il braccio destro del Cristo è aperto per annullare qualsiasi dubbio, ma anche qualsiasi elucubrazione intellettuale che abbia la pretesa di non riconoscere il fatto. Il Cristianesimo si offre come risposta vera a questa aspettativa; e lo fa perché si fonda su un Dio che è entrato davvero nella storia, prima di tutto rivelandosi nel mondo e poi, salvando la storia, ha salvato l’uomo che nella storia vive.
Alle religioni non cristiane, che pur concepiscono il Dio che si rivela, manca l’aspetto del Dio che salva (per esempio l’Islamismo) o del Dio che si manifesta talmente nella storia degli uomini arrivando a farsi Lui stesso uomo (per esempio l’Ebraismo). L’Islamismo infatti nega il peccato originale (più precisamente: le conseguenze del peccato originale), mentre l’Ebraismo nega l’Incarnazione.  Il Cristianesimo, invece, può porsi in una dimensione vincente nei confronti del tempo, proprio perché esso è ricondotto alla salvezza attraverso uno sforzo che non è umano, ma del Dio stesso che si fa uomo.
Il tempo come apertura verso l’eternità è il tempo che sottostà a un senso, che diviene per un ‘fine’… e tutto questo è possibile se l’uomo riconosce se stesso come creatura, a maggior ragione quando Dio si rende totalmente incontrabile nel tempo stesso. Infatti, l’uomo che non si pone come creatura fa della storia il “luogo” della sua onnipotenza e quindi la storia non è più indirizzabile ad un fine. Il fine è l’uomo che, agendo nella storia, cerca di raggiungere ciò che ancora non è e non ha. Ma se l’uomo è già e ha già, allora la storia non può avere una sua finalizzazione.
In questo eterno, il tempo si pone come eterno presente, laddove nulla di quello che si è fatto svanisce né svanisce ciò che si vorrà fare. Ogni azione e ogni avvenimento passati non svaniscono, perché le conseguenze, nel loro compiersi, hanno “costruito” quello che sarà il giudizio di Dio, quando l’anima Gli sarà dinanzi dopo la morte corporale. Dio, infatti, giudica le azioni e le scelte dell’uomo. Questo vale per il passato, ma anche per il futuro. Anche il futuro – in un certo qual modo – è già presente. Secondo il Cristianesimo, ciò che accadrà è già nell’intenzione dell’uomo, il quale si propone di vivere il futuro secondo un senso capace di conseguire e ottenere un certo giudizio di Dio: «(…) In verità vi dico: ogni qual volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna» (Matteo 25, 45-46).
Insomma, senza questa prospettiva che è tipica del Cristianesimo, il tempo è solo uno succedersi senza senso di eventi, dove il passato viene irrimediabilmente perso e il futuro irrimediabilmente subito.
Sant’Agostino introduce il concetto di animus per capire come l’uomo abbia la coscienza del tempo. L’animus è la presenza dell’uomo a se stesso, cioè quel quid per cui l’uomo può cogliere il suo mistero solo nella sua dimensione di creatura e quindi di dipendenza da Dio. Per sant’Agostino, passato, presente e futuro non si realizzano in se stessi, ma vanno vissuti come “presente del passato, presente del presente e presente del futuro.” E’ la “distensione dell’animo” che abbraccia la successione naturale delle cose e la traduce in esperienza umana del tempo.
Torniamo a Camus. Nel suo primo romanzo, Lo straniero, scritto nel 1942, non a caso il protagonista, Meursault, un modesto impiegato di Algeri, è un personaggio piuttosto incolore, privo di spessore psicologico, senza passato né futuro. Percepisce la realtà come vuota e assurda e sceglie logicamente il vuoto e il fallimento. Dopo aver ucciso un uomo per errore, condannato alla ghigliottina, rifiuta la proposta del cappellano che lo invita ad affidarsi a Dio, e decide di accettare fino in fondo il non senso di tutto.
Un tempo che non è “percorso” dall’appartenenza a un Dio-persona, sfocia nella nullità e nella distruzione del suo scorrere. Come un fiume che paradossalmente sfocia nel mare, ma vede evaporare le sue acque.

Fonte: da "Il Giudizio Cattolico", autore Corrado Gnerre 

L'illusione dell'alfabetismo - A.Coomaraswamy

Movendo dalla premessa che un individuo effettivamente colto può "anche" diventare letterato, Aristotele poteva domandarsi  se tra il saper leggere e scrivere e la cultura vi sia un legame necessario oppure puramente accidentale. Il problema quasi non esiste per noi che all'analfabetismo colleghiamo naturalmente l'ignoranza, l'arretratezza, l'incapacità all'autogoverno: per noi, i popoli analfabeti sono popoli incivili, e viceversa. Significativa in proposito è una recente fascetta editoriale, dove si leggeva: "La maggior forza civilizzatrice è la sapienza collettiva di un popolo alfabetizzato". Le ragioni che spiegano questa mentalità hanno le loro radici nella distinzione tra popolo ("folk") e proletariato, cioè tra organismo sociale e formicaio umano. Per il proletariato, l'alfabetismo è una necessità pratica e culturale. Di passaggio possiamo notare che non sempre le cose che paiono necessarie sono in se stesse un bene al di fuori di un dato contesto: come le stampelle, utili sì ma soltanto a chi è zoppo. Comunque, l'alfabetismo è una necessità "per noi", e ciò da un duplice punto di vista: in primo luogo, perché soltanto coloro che posseggono una conoscenza almeno elementare delle "tre r"  sono in grado di dirigere e gestire il nostro sistema industriale e di trarne beneficio: in secondo luogo, perché quando non si sente più il bisogno di congiungere la "saggezza" con le "capacità" (che oggi una "economia dinamica" vuole rivolte a risparmiare tempo più che a badare alla qualità del prodotto), la possibilità di acquisire una cultura dipende quasi esclusivamente da un'accorta scelta dei libri più   informativi. Ho detto "possibilità" perché, mentre l'alfabetismo prodotto oggi dalla istruzione massificata e obbligatoria spesso non produce altro, o poco più, che la capacità e la volontà di leggere i giornali e la pubblicità stampata, in questa situazione sarà realmente colto soltanto colui che avrà studiato molti libri in diverse lingue. Ora, un tipo di istruzione come questo non può essere messo alla portata di tutti con misure "coercitive" (anche supponendo che ogni nazione abbia a disposizione un corpo di insegnanti adeguati in qualità e numero), né può essere raggiunto da ognuno indistintamente, pur ambizioso. Ammettiamo pure che l'alfabetismo sia necessario nelle società industriali, nelle quali si presume che l'uomo è fatto per il commercio e dove tutti sono presuntivamente istruiti non tanto per merito dell'ambiente ma nonostante l'ambiente. Ne segue però immediatamente - anche tenendo presente che la miseria cerca sempre compagnia - che se ci prefiggiamo di industrializzare il resto del mondo, noi siamo tenuti a fornirgli almeno il primo bagaglio di vocaboli inglesi necessari a tale scopo. (L'inglese-americano è ormai ridotto a lingua delle relazioni esclusivamente esteriori, al inguaggio commerciale.) Altrimenti, come potranno gli altri popoli essere effettivamente concorrenziali nei nostri confronti? La concorrenza è la vita del commercio, e ogni gangster ha bisogno di un rivale. Ma qui ci interessa un altro problema, cioè la presunzione che l'alfabetismo sia "un bene assoluto e un presupposto inderogabile per la cultura", anche per le società non ancora industrializzate. La maggior parte della popolazione del globo è ancora estranea all'industrializzazione e analfabeta, così come esistono popoli non ancora "saccheggiati" (all'interno del Borneo): ma non conoscendo altra forma di vita all'infuori della sua, l'americano medio pensa che "analfabeta" significhi "incolto", così che "per lui" - che giudica sul metro esclusivo del suo ambiente - la maggioranza analfabeta della popolazione del globo non è altro che una classe sottosviluppata. E' questa la ragione (assieme ad altre di minore importanza, non estraneea "interessi imperialistici") per cui, proponendoci non soltanto di sfruttare ma anche di educare le "razze inferiori senza [la nostra] legge", noi infliggiamo loro ferite profonde e spesso addirittura letali. E dico "letali" invece di "fatali" perché si tratta proprio della distruzione delle loro "memorie". Noi trascuriamo il fatto che l' "educazione" non è mai un processo creativo ma piuttosto un'arma a due tagli, comunque sempre distruttiva: ignoranza o conoscenza dipendono dalla saggezza o dall'insipienza dell'educatore. Troppo spesso succede che i pazzi si mettano a correre su terreni sui quali gli angeli hanno paura a muovere un solo passo. Per combattere questo compiaciuto pregiudizio cercheremo di dimostrare che:

 1) non esiste alcun rapporto necessario tra alfabetismo e cultura;
 2) imporre la nostra istruzione (e la nostra "letteratura" contemporanea) a popoli che pur avendo una loro cultura sono analfabeti, equivale a distruggere, in nome della nostra, la loro cultura. 

Per non dilungarci troppo diamo per scontato che il termine "cultura" implica una qualità ideale e una perfezione di forme che possono essere realizzate da tutti gli uomini indipendentemente dalle loro condizioni; e siccome intendiamo specialmente la cultura quale si esprime nelle parole, identificheremo "cultura" con "poesia"; dicendo "poesia" non intendiamo quella specie di poesia che oggi sfringuella di prati verdi o che semplicemente riflette il comportamento sociale o le nostre reazioni personali di fronte agli eventi quotidiani; intendiamo invece tutto il complesso di quella letteratura profetica in cui rientrano la Bibbia, i "Veda", la "Edda", le grandi opere epiche e, in genere, i "migliori libri" del mondo e i più filosofici, se vogliamo dar ragione a Platone quando dice che "lo stupore è l'inizio della filosofia". Molti di questi "libri" già esistevano prima ancora che venissero scritti, molti non sono mai stati scritti, altri sono andati o andranno perduti. Qui sarà bene citare alcune affermazioni di uomini la cui "cultura "non può essere messa in discussione; mentre infatti coloro che sono semplicemente "alfabetizzati" menano gran vanto della loro istruzione, quale che sia, soltanto uomini che siano "non soltanto alfabetizzati ma anche colti" ammettono ampiamente che le "lettere" sono al massimo un mezzo in vista di un fine, mai un fine in se stesse; in altre parole, che "la lettera uccide". Un autentico "letterato" - se mai vene fu uno -, il professor G. L. Kittredge, scriveva : "Occorre uno sforzo congiunto della ragione e dell'immaginazione per concepire un poeta come un individuo che non sa scrivere, che canta o recita i suoi versi a un pubblico che non sa leggere... La capacità della tradizione orale di trasmettere grandi quantità di versi per centinaia di anni è dimostrata e ammessa... Questa che i francesi chiamano letteratura orale non è amica dell' 'istruzione'. L'alfabetizzazione la distrugge, talvolta con una rapidità che lascia sgomenti. "Quando una nazione comincia a leggere, ciò che prima era possesso del popolo nel suo insieme si riduce a eredità di coloro che sono analfabeti, e molto presto scompare nel nulla, se non viene raccolto come oggetto di antiquariato"". Si noti inoltre che questa letteratura orale una volta "apparteneva a tutto il popolo..., alla comunità nella quale gli interessi intellettuali sono identici, al vertice come alla base della struttura sociale", mentre nella società alfabetizzata questa letteratura orale è accessibile soltanto agli antiquari e non ha più alcun legame con la vita di ogni giorno. Un altro punto importante è questo: alle letterature orali tradizionali erano interessate non solo tutte le "classi" ma altresì tutte le "età" della popolazione; oggi invece si scrivono libri appositamente "per bambini", che nessuno spirito maturo riesce a tollerare; oggi solo più i fumetti interessano nella stessa misura i ragazzi (per i quali non si è trovato niente di meglio) e quegli "adulti" che adulti non sono mai diventati. Con gli stessi criteri oggi viene raccolta la musica; i canti popolari sono persi per il popolo dal momento stesso in cui vengono raccolti e "archiviati"; quando si cerca di "preservare" l'arte popolare chiudendola nei musei, si celebra il suo funerale: l'imbalsamazione, infatti, si rende necessaria soltanto dopo che il paziente è giàspirato. E non ci si illuda che il "canto della comunità" possa sostituire i canti popolari: il suo livello non può essere più alto dell'inglese elementare, necessario ai nostri studenti universitari per poter capire il linguaggio dei loro manuali. In altre parole, "l'istruzione universale obbligatoria, quale è stata introdotta alla fine del secolo scorso, non ha formato cittadini più felici e più efficienti, come si sperava; al contrario, ha fornito soltanto lettori per romanzi gialli e spettatori al cinema" (Karl Otten). Un professore che era in grado non solo di leggere il greco e il latino classico ma anche di "scriverlo" egregiamente, osservava: "Non v'è dubbio che si è avuto un incremento quantitativo dell'istruzione in genere, ma mentre tutti si compiacciono che qualcosa segni una crescita, si evita di domandarsi se questo qualcosa è un profitto o una perdita". Questo lo diceva nel corso di una discussione sui pessimi effetti dell'istruzione forzata, e concludeva: "L'apprendimento e la sapienza sono stati spesso divisi; forse il risultato più evidente della moderna diffusione dell'istruzione è stato quello di mantenere e anzi approfondire questa divisione" . Douglas Hyde fa notare che "inutilmente visitatori disinteressati si sono meravigliati nel vedere maestri di scuola che non conoscevano una parola di irlandese alle prese con scolari che non conoscevano una  parola di inglese... Ragazzi intelligenti, dotati di un frasario corrente di circa tremila parole, entrano nelle scuole statali e alla fine ne escono con questo risultato: la loro vivacità naturale è scomparsa, la loro intelligenza è quasi del tutto distrutta dalle basi, la loro meravigliosa padronanza della madrelingua è persa per sempre, sostituita con cinque-seicento parole di inglese malamente pronunciate e barbaramente usate... La storia, la poesia lirica, le canzoni, gli aforismi e i proverbi, in pratica l'unica base dello spirito di chi parla irlandese è persa per sempre, "e nulla la può sostituire"... Ai ragazzi si insegna, come minimo, a vergognarsi dei genitori, della propria nazionalità, del proprio nome... E' un sistema di 'educazione' veramente straordinario" . E' il sistema che gli americani civili e istruiti hanno inflitto ai loro amerindi e che tutte le razze imperialistiche continuano a infliggere ai popoli che hanno assoggettato, e che vorrebbero infliggere a quelli che sono loro alleati. Il problema investe sia il linguaggio sia il suo contenuto. Per quanto riguarda il linguaggio, bisogna anzitutto tener presente che non esiste un linguaggio "primitivo" nel senso di una terminologia limitata, sufficiente soltanto a esprimere le relazioni esteriori più semplici. Questa semmai è una degradazione cui tende una lingua condizionata dalle filosofie della pura empiricità in determinate circostanze; non è certo la sua condizione originaria; il novanta percento dell'"istruzione" americana, per esempio, è compresa in due sillabe . Nel secolo diciassettesimo Robert Knox scriveva dei singalesi di Ceylon che "i contadini e i braccianti parlano con eleganza e sono pieni di belle maniere; non esiste differenza di talento e di linguaggio tra chi abita in campagna e chi frequenta la corte". Testimonianze analoghe e di analogo significato sono rintracciabili in ogni parte del mondo. Così, riguardo al dialetto gaelico, J. F.Campbell scriveva: "Io sono incline a pensare che il dialetto sia parlato nella sua forma migliore dalle popolazioni più analfabete delle isole..., uomini con idee chiare e memoria meravigliosa, generalmente molto poveri e anziani, che vivono in angoli nascosti diisole remote, che parlano soltanto il gaelico" ; e cita Hector Maclean, secondo il quale la perdita della loro letteratura orale è dovuta "in parte alla lettura..., in parte al fanatismo religioso e in parte a grette considerazioni utilitaristiche", che sono precisamente le tre forme nelle quali la civiltà moderna si impone alle culture più antiche. Alexander Carmichael diceva che "gli abitanti del l'isola di Lewis, come in genere tutti i montanari del nord della Scozia e delle isole, hanno le Scritture nel loro animo e le inseriscono nei loro discorsi... Forse nessun popolo aveva una tradizione di canti e di racconti, di cerimonie civili e di riti religiosi... più ricca di quella degli incompresi e cosiddetti analfabeti montanari della Scozia". Saint Barbe Baker scrive che nell'Africa Centrale aveva come "amico e compagno fidato un vecchio che non sapeva né leggere né scrivere, benché fosse un esperto conoscitore di storie del passato... I vecchi capitribù lo ascoltavano incantati... L'attuale sistema di educazione rischia seriamente di disperdere molto di tutto questo" . W. G.Archer fa notare che "diversamente dal sistema inglese, nel quale uno potrebbe addirittura trascorrere tutta la vita senza venire mai a contatto con la poesia, il sistema tribale degli Uraon utilizza la poesia come una appendice viva della danza, degli sposalizi e della coltivazione della terra, funzioni cui partecipano tutti, perché elementi costitutivi della loro vita in tribù"; e aggiunge: "Chi volesse scoprire la causa del declino della cultura contadina in Inghilterra, la rintraccerebbe nell'alfabetizzazione" .

Nell'Inghilterra dei tempi andati - ci ricordano i due autori Prior e Gardner - "anche gli analfabeti sapevano decifrare il significato di sculture che oggi solo archeologi esperti riescono a interpretare". L'antropologo Paul Radin fa notare: "La distorsione di tutta la nostra vita psichica e di tutta la nostra appercezione della realtà esteriore prodotta in noi dalla invenzione dell'alfabeto, la cui unica tendenza è stata di elevare il pensiero e il pensare al rango di prova esclusiva di ogni verità, non si è mai verificata fra i popoli primitivi"; e aggiunge: "Bisogna ammettere esplicitamente che per temperamento e per capacità di pensiero logico e simbolico l'uomo primitivo non è inferiore all'uomo civilizzato". Quanto poi al "progresso", l'autore afferma che in etnologia non se ne verificherà "finché gli studiosi non si libereranno una volta per tutte della curiosa idea che ogni cosa abbia una storia evoluzionistica; finché non si renderanno conto che alcune idee e alcuni concetti sono definitivi e fondamentali per l'uomo" quanto la sua costituzione fisica: "Non si può continuare a distinguere tra popoli allo stato di natura e popoli civili". Fin qui abbiamo preso in considerazione esclusivamente le affermazioni di alfabetizzati. La situazione e il punto di vista dell'autentico "selvaggio" ci sono descritti da Tom Harrison, quando parla delle Nuove Ebridi: "Il bambino si educa ascoltando e guardando... Senza la scrittura, la memoria è perfetta, la tradizione è precisa. Man mano che il ragazzo cresce gli si insegna tutto quanto si conosce... Le realtà intangibili cooperano a ogni impresa, dal concepimento alla costruzione della canoa..., i canti sono una forma del raccontare... L'estensione e il contenuto delle migliaia di miti che ogni bambino impara (spesso a memoria, nonostante che certe narrazioni durino parecchie ore) potrebbero formare un'intera biblioteca... Gli uditori vengono come avviluppati da una fitta trama di parole"; essi parlano tra loro "con una precisione e una bellezza formale che noi non conosciamo più". E che cosa pensano di noi? "Dopo l'incontro con il bianco, gli indigeni imparano facilmente a scrivere, ma ciò rappresenta per essi soltanto una curiosità inutile. Essi dicono: 'L'uomo non può ricordare e parlare?'" . Essi ci considerano "matti", e forse non a torto. Quando noi ci prefiggiamo di "educare" gli abitanti delle isole dei Mari del Sud, lo facciamo generalmente perché diventino più utili a noi (ormai è ammesso da tutti che in India l' "educazione inglese" iniziò sotto questa prospettiva), o per "convertirli" al nostro modo di pensare; giacché nessuno ha mai avuto in mente di introdurli a Platone. Ma se mai succedesse a noi o a loro di incontrare Platone, resteremmo probabilmente meravigliati scoprendo che la loro protesta ("L'uomo non può ricordare?") l'aveva già espressa lui: "L'alfabeto ingenererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitare la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall'interno di se stessi ma dal di fuori, attraverso segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta "per la memoria ma per richiamare alla mente". Né tu offri vera sapienza ai tuoi scolari ma ne dai solo l'apparenza perché essi, potendo leggere molte cose senza insegnamento, si crederanno dottissimi [in quello che il professor E. K. Rand definiva il "sempre più del sempre meno"], mentre saranno pressoché ignoranti e inguaribili dalla loro ignoranza, non saggi ma saccenti". Platone continua affermando che esiste un altro genere di "parole", che hanno un'origine più alta e sono più efficaci delle parole scritte (noi diremmo stampate), e afferma che l'uomo sapiente ""che ha intenzioni serie" non scriverà mai con inchiostro" parole morte che non sono ingrado di insegnare effettivamente il vero, ma seminerà i semi della sapienza nelle anime che sono in grado di riceverli e di "renderli in  tal modo immortali". Questi pensieri di Platone non hanno in sé nulla di strano o di insolito: con essi si troverebbe in perfetto accordo, per esempio, ogni indiano colto non ancora intaccato da influssi europei. Sarà sufficiente citare quanto afferma il grande studioso di lingue indiane George A. Grierson: "L'antico sistema indiano, nel quale la letteratura viene registrata non sulla carta ma nella memoria e trasmessa di generazione in generazione da maestri a scolari, è tuttora [1920] in uso nel Kashmir. Le 'pagine di carne del cuore' sono spesso più degne di fiducia che quelle di corteccia di betulla o dei manoscritti su carta. Nel trasmettere i messaggi viene posta ogni possibile cura perché ogni singola parola sia esatta, anche quando chi parla è un "pandit dotto", per cui il materiale raccolto dalla viva voce dei cantastorie di professione è "sotto certi aspetti più prezioso di qualsiasi manoscritto autografo" . Secondo la mentalità indiana, un uomo "conosce" soltanto quanto conosce "a memoria"; se per ricordare è costretto a ricorrere a un libro, le sue sono nozioni di cui "ha sentito parlare". Si possono trovare a tutt'oggi centinaia di migliaia di indiani che quotidianamente ripetono a memoria tutto o gran parte della "Bhagavad Gita"; altri, più dotti, sono in grado di recitare centinaia di migliaia di versi di altri testi più lunghi. Io stesso ho sentito per la prima volta le odi del poeta persiano classico Jalalu'd-Din Rumi da un cantastorie che andava di villaggio in villaggio. Fin dalle epoche più remote, per gli indiani è dotto non chi ha letto molto ma colui al quale sono state insegnate cose profonde. La sapienza si impara molto più da un maestro che da un libro. Veniamo ora all'ultima parte del nostro problema, cioè alle diverse caratteristiche della letteratura orale e scritta. Benché tra le due forme non sia possibile tracciare una linea di demarcazione netta e definitiva, vi è tuttavia una differenza di qualità e di tematiche tra letterature originariamente orali e letterature create, per così dire, sulla carta. "All'inizio era la PAROLA". La distinzione vale specialmente tra la poesia e la prosa e tra il mito e l'evento. La letteratura orale è per sua natura essenzialmente poetica, in quanto I suoi contenuti sono essenzialmente mitici e i suoi interessi vertono specialmente sulle imprese spirituali degli eroi; la letteratura nata scritta è invece per sua natura essenzialmente prosaica, in quanto i suoi contenuti sono concreti e i suoi interessi si rivolgono ad avvenimenti profani e ai particolari. Dicendo "poetico" intendiamo includere il significato di "mantico", sottintendendo che la "poeticità" è una "qualità" letteraria e non soltanto uno scrivere in versi. La poesia contemporanea è essenzialmente e inevitabilmente dello stesso livello della prosa moderna; entrambe sono egualmente dogmatiche, ma il meglio che ognuna di esse ci può dare sono pochi "pensieri felici", più che certezze. Una celebre glossa dice: "L'incredulità è per la massa". Noi che sappiamo dire quando un'arte è "significativa" senza sapere di che cosa, siamo anche orgogliosi di "progredire", senza sapere in quale direzione. Platone dice che chi ha intenzioni "serie" non scrive ma insegna, e che se un sapiente scriverà mai qualcosa, lo farà esclusivamente per proprio piacere - le cosiddette "belle lettere" - o per predisporre dei promemoria per sé, per il tempo nel quale la vecchiaia gli indebolirà la memoria. Noi sappiamo esattamente che cosa intende Platone per persona "seria": è la persona sapiente che dimostra un reale interesse non per gli affari umani o per le meschinità ma per le verità eterne, per la natura dell'essere reale e per l'immortale che è in noi. La parte mortale di noi può sopravvivere "con il solo pane", ma il nostro uomo interiore si nutre di mito; se ai miti veritieri noi sostituiamo i miti propagandistici della "razza", dello "sviluppo",   del "progresso" e della "missione civilizzatrice", l'uomo interiore muore di fame. Il testo scritto, come dice Platone, può essere utile a coloro cui la tarda età ha indebolito la memoria. Questo spiega come la senilità della nostra cultura ci abbia fatto sentire la necessità di "conservare" in musei i capolavori dell'arte, di registrare in pagine scritte e quindi "salvare" (anche solo per gli studiosi) tutto quanto può essere "collezionato" delle letterature orali, che altrimenti andrebbe irrimediabilmente perduto. Tutto questo, prima che sia "troppo tardi". Non v'è studioso serio delle società umane che non concordi nell'affermare che l'agricoltura e l'artigianato sono le basi essenziali di ogni civiltà, intendendo per civiltà essenzialmente lo sforzo di costruirsi un "luogo in cui abitare". Però, come ha fatto osservare Albert Schweitzer, "noi ci siamo comportati come se agli inizi della civiltà ci fossero non l'agricoltura e l'artigianato ma il leggere e lo scrivere"; e "dalle scuole, che sono copie perfette delle scuole europee, essi [i "nativi"] escono con la qualifica di 'istruiti', gente cioè che si crede al di sopra del lavoro manuale, sensibili solo più ai richiami commerciali e intellettuali... Coloro che concludono il loro ciclo scolastico sono in gran parte persi per l'agricoltura e per l'artigianato" . La stessa cosa era già stata rilevata da un grande missionario degli Zulù, Charles Johnson: "L'idea centrale [delle scuole missionarie] era quella di selezionare gli individui allontanandoli dalla massa della vita nazionale". I nostri concetti letterari sono derivati dalle arti della produzionee della costruzione: tali, per esempio, le nozioni di "cultura" (che richiama l'agricoltura), "sapienza" (originariamente "perizia") e "ascetismo" (originariamente "lavoro faticoso"). San Bonaventura affermava: "Non v'è cosa nella quale non si esprima una vera sapienza; per questo motivo la Sacra Scrittura molto opportunamente fa uso di tali similitudini" . Nelle società normali le necessarie attività della produzione e della costruzione non sono semplici "lavori" ma anche riti, e la poesia e la musica che a questi "lavori" sono associate diventano elementi di una liturgia. I "piccoli misteri" delle arti e dei mestieri sono preparazione naturale ai più grandi "misteri del regno dei cieli". Ma per noi - che non possiamo più parlare di "giustizia" divina nello stesso senso in cui ne parlava Platone, perché il suo aspetto sociale è diventato qualcosa di professionale - che Cristo fosse falegname e figlio di falegname è un puro caso storico; e quando leggiamo "legno" noi non comprendiamo più che dietro questa materia primaria dobbiamo anche vedere Colui "dal quale tutte le cose sono state fatte", come da un falegname. Al massimo, noi interpretiamo certe forme classiche di pensiero non nella loro universalità ma come metafore o figure retoriche create da singoli autori. Quando l'alfabetismo si riduce a un semplice saper fare, "la sapienza collettiva di un popolo alfabetizzato" rischia di essere soltanto ignoranza collettiva, mentre "le comunità arretrate sono le biblioteche orali delle antiche culture universali" . Le nostre attività educative all'estero indirizzano i nostri allievi verso il nostro modo di pensare e di vivere. Non è facile per un educatore all'estero dare ragione a Ruskin quando afferma che esiste una sola maniera di aiutare gli altri: non educarli alla nostra maniera di vivere (per quanto noi possiamo esserne fanatici), ma piuttosto cercare di scoprire che cosa essi hanno tentato di realizzare e che cosa stessero realizzando prima del nostro arrivo, e, se possibile, aiutarli a realizzarlo meglio. Mi consta che i gesuiti mandano anche oggi alcuni missionari in sperduti villaggi della Cina perché ne apprendano il sistema di vita, con l'obbligo di procurarsi da vivere esercitando un mestiere fra quelli praticati dalla gente del luogo: dopo almeno due anni di questo tirocinio si permette loro di insegnare. Alcune di queste condizioni dovrebbero essere imposte a tutti gli educatori stranieri, sia nelle scuole statali che in quelle missionarie. Non si può assolutamente dimenticare che noi ci troviamo di fronte a popoli "i cui interessi intellettuali sono identici dal vertice della struttura sociale alla base" e presso i quali ancora non è nata la distinzione tra scuola religiosa e scuola laica, tra belle arti e arti applicate, tra significato e uso. Dopo aver introdotto queste distinzioni e dopo aver distinto tra classi "istruite" e classi "analfabete", noi dovremo comunque rivolgerci a queste ultime quando vorremo studiare il linguaggio, la poesia e la cultura di quelle popolazioni, "prima che sia troppo tardi". Quando nel capitolo precedente ho accennato alla "furia di proselitismo", intendevo riferirmi non solo alle attività svolte daimissionari di professione ma anche, in generale, all'attività di quelle persone che sono angosciate dall'assillo tipico dell'uomo bianco, persone ansiose di elargire anche agli altri le "benedizioni" della nostra civiltà. Che cosa si nasconde sotto questa furia, della quale le nostre spedizioni punitive e le nostre "guerre di pacificazione" non sono che le manifestazioni più appariscenti? Non credo esagerato affermare che le nostre attività educative all'estero (e in queste bisogna includere anche le riserve degli indiani d'America) sono tutte motivate dall' "intenzione" di distruggere le culture preesistenti. E ciò, secondo me, deriva non soltanto dalla convinzione della assoluta superiorità della nostra "Kultur" e dal conseguente disprezzo e rifiuto di tutto quello che noi non abbiamo capito (non riusciamo, per esempio, a capire che qualcuno possa agire senza un movente economico), ma deriva da una inconscia e profondamente radicata invidia di una serenità di vita che noi dobbiamo limitarci a riconoscere nei popoli che abbiamo definiti "non ancora saccheggiati". Noi ci sentiamo urtati nel constatare che questi altri, non industrializzati come noi, non "democratici" come noi, sono tuttavia "soddisfatti" del loro stato; noi perciò ci sentiamo in dovere di renderli insoddisfatti, di rendere insoddisfatte specialmente le loro donne, che da noi potrebbero imparare a lavorare nelle fabbriche e a far carriera. Ho usato deliberatamente il termine "Kultur" perché in realtà vi è pochissima differenza tra la volontà dei tedeschi di imporre la loro cultura alle razze "arretrate" del resto dell'Europa e la nostra determinazione di imporre la nostra al resto del mondo. Ovviamente, i metodi possono anche non essere egualmente brutali, ma identica è la volontà che sta alla base. Come ho già detto, "la miseria cerca compagnia", e qui sta la vera e inconfessata spiegazione della nostra volontà di creare un meraviglioso nuovo mondo fatto di meccanici tutti provvisti di una identica patente di istruzione. Queste cose sono state di recente ripetute a un gruppo di giovani lavoratori americani, uno dei quali concluse: "... E dire che siamo dei poveri diavoli!". Il nostro orgoglio per "la sapienza collettiva di un popolo alfabetizzato" ha tutta l'apparenza di un fischio nel buio della notte, perché nessuno si prende la briga di controllare nella realtà che cosa legge questo popolo "alfabetizzato". Tuttavia, qui non intendo tanto sottolineare le deficienze e gli errori della moderna educazione praticata in Occidente, quanto piuttosto attirare l'attenzione sullo sbaglio di estendere ad altri popoli un'istruzione di questo genere. Quello che mi preme mettere in risalto è l'errore insito nel fatto di attribuire un valore assoluto all'alfabetismo, nonché le conseguenze veramente pericolose che possono derivare dall'assumere l' "alfabetismo" come norma in base alla quale misurare la cultura dei popoli analfabeti. La nostra cieca fede nell'alfabetismo ci nasconde l'importanza di altre capacità, a tal punto da renderci insensibili alle condizioni subumane nelle quali un   individuo è talvolta costretto a vivere, perché per noi ciò che conta è che egli sappia leggere, non importa cosa, nel suo tempo libero; in più, tale fede diventa uno dei terreni più fertili su cui germoglia il pregiudizio razziale, nonché una causa primaria dell'impoverimento spirituale di tutti quei popoli "arretrati" che noi ci prefiggiamo di "civilizzare".

Fonte: tratto da "Sapienza orientale e cultura occidentale", A.Coomaraswamy (Ed. Rusconi)