Il caos in Medio Oriente

Il caos in Medio Oriente sembra propagarsi all'infinito a fasi alterne, in Turchia, in Egitto, in Siria, nel Libano, in Iraq, in Palestina ed Israele.
Tutte le grandi testate giornalistiche ed i tg ne parlano da anni ma la situazione nel mondo islamico è molto complessa di per sé, figurarsi per lo spettatore occidentale medio che non può far altro che affidarsi ciecamente ad un' informazione manipolata e infingarda.
Le stesse dinamiche si sono viste in Iraq, in Libia, in Siria ed in varie parti del mondo, ovvero si fa passare per antidemocratico, tiranno e nemico dei diritti umani un capo di stato scomodo, si cerca una qualche fetta di popolazione malcontenta di qualcosa con il governo, la si aizza attraverso un attento e fine lavoro di servizi segreti, mass media e propaganda, si fa pensare al mondo che quella fetta sia la quasi totale popolazione, si portano infiltrati da far scendere in piazza nel paese in oggetto e si fa scatenare la “rivolta” (ovviamente documentata da reportage, foto e inquadrature studiate ad hoc per lo sprovveduto spettatore occidentale) si accusa il “tiranno” di turno e si legittima un intervento militare, spacciato per umanitario o per missione di pace.

Nel 2003 fu la volta di Saddam Hussein e le sue famose armi di distruzione di massa che ovviamente mai nessuno ha trovato, simile scenario lo abbiamo visto in Libia con il finanziamento di rivoluzionari armati per destabilizzare un paese tra le economie africane più forti. I mass media ad un certo punto fecero uscire foto e video con le presunte fosse comuni di civili uccisi dal governo di Tripoli, alimentando così lo sdegno della gente attraverso quella che poi si rivelò una clamorosa bufala mediatica (in realtà il governo di Gheddafi mai bombardò civili in fuga o giustiziò cittadini inermi).
Poi venne la volta della Siria e la resistenza di Assad ai mercenari occidentali grazie all'aiuto della Russia.
Ogni volta che il governo siriano cominciava ad avere in mano la situazione ecco che tra i media iniziavano a girare immagini di bambini vittime di gas nervino dell'esercito siriano. Il presunto genocidio che Assad avrebbe compiuto contro il suo stesso popolo, in un momento in cui aveva la situazione in pugno, era chiaramente un falso.

Dietro la grande potenza persuasiva della macchina del fango mediatica occidentale ci sono sempre i soliti pretesti guerrafondai mascherati da missioni di pace.
La massa manipolata vive sull'immaginario dell' 11 settembre ed è caratterizzata da un' ignoranza abissale verso tutte le dinamiche del mondo arabo.
Riportiamo un articolo comparso sulla rivista di geopolitica Eurasia nell'aprile del 2012 del professor C.Mutti che fa un po' di chiarezza sul fondamentalismo islamico.

Lo strumento fondamentalista

Il vero problema per l’Occidente non è il fondamentalismo islamico, ma l’Islam in quanto tale”. Questa frase, che Samuel Huntington colloca in chiusura del lungo capitolo del suo Scontro delle civiltà intitolato “L’Islam e l’Occidente”, merita di essere letta con un’attenzione maggiore di quella che ad essa è stata riservata finora.
Secondo l’ideologo statunitense, l’Islam in quanto tale è un nemico strategico dell’Occidente, poiché è il suo antagonista in un conflitto di fondo, che non nasce tanto da controversie territoriali, quanto da un fondamentale ed esistenziale confronto tra difesa e rifiuto di “diritti umani”, “democrazia” e “valori laici”. Scrive infatti Huntington: “Fino a quando l’Islam resterà l’Islam (e tale resterà) e l’Occidente resterà l’Occidente (cosa meno sicura) il conflitto di fondo tra due grandi civiltà e stili di vita continuerà a caratterizzare in futuro i reciproci rapporti”.
Ma la frase riportata all’inizio non si limita a designare il nemico strategico; da essa è anche possibile dedurre l’indicazione di un alleato tattico: il fondamentalismo islamico. È vero che nelle pagine dello Scontro delle civiltà l’idea di utilizzare il fondamentalismo islamico contro l’Islam non si trova formulata in una forma più esplicita; tuttavia nel 1996, allorché Huntington pubblicò The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, una pratica di questo genere era già stata inaugurata.
È un dato di fatto – scrive un ex ambasciatore arabo accreditato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna – che gli Stati Uniti abbiano stipulato delle alleanze coi Fratelli Musulmani per buttar fuori i Sovietici dall’Afghanistan; e che, da allora, non abbiano cessato di far la corte alla corrente islamista, favorendone la propagazione nei paesi d’obbedienza islamica. Seguendo le orme del loro grande alleato americano, la maggior parte degli Stati occidentali ha adottato, nei confronti della nebulosa integralista, un atteggiamento che va dalla benevola neutralità alla deliberata connivenza”.
L’uso tattico del cosiddetto integralismo o fondamentalismo islamico da parte occidentale non ebbe inizio però nell’Afghanistan del 1979, quando – come ricorda in From the Shadows l’ex direttore della CIA Robert Gates – già sei mesi prima dell’intervento sovietico i servizi speciali statunitensi cominciarono ad aiutare i guerriglieri afghani.
Esso risale agli anni Cinquanta e Sessanta, allorché Gran Bretagna e Stati Uniti, individuato nell’Egitto nasseriano il principale ostacolo all’egemonia occidentale nel Mediterraneo, fornirono ai Fratelli Musulmani un sostegno discreto ma accertato. È emblematico il caso di un genero del fondatore del movimento, Sa’id Ramadan, che “prese parte alla creazione di un importante centro islamico a Monaco in Germania, intorno al quale si costituì una federazione ad ampio raggio”. Sa’id Ramadan, che ricevette finanziamenti e istruzioni dall’agente della CIA Bob Dreher, nel 1961 espose il proprio progetto d’azione ad Arthur Schlesinger Jr., consigliere del neoeletto presidente John F. Kennedy. “Quando il nemico è armato di un’ideologia totalitaria e dispone di reggimenti di fedeli devoti, – scriveva Ramadan – coloro che sono schierati su posizioni politiche opposte devono contrastarlo sul piano dell’azione popolare e l’essenza della loro tattica deve consistere in una fede contraria e in una devozione contraria. Solo delle forze popolari, genuinamente coinvolte e genuinamente reagenti per conto proprio, possono far fronte alla minaccia d’infiltrazione del comunismo”.

L’uso strumentale dei movimenti islamisti funzionali alla strategia atlantica non terminò con il ritiro dell’Armata Rossa dall’Afghanistan. Il patrocinio fornito dall’Amministrazione Clinton al separatismo bosniaco ed a quello kosovaro, l’appoggio statunitense e britannico al terrorismo wahhabita nel Caucaso, il sostegno ufficiale di Brzezinski ai movimenti fondamentalisti armati in Asia centrale, gl’interventi a favore delle bande sovversive in Libia ed in Siria sono gli episodi successivi di una guerra contro l’Eurasia in cui gli USA e i loro alleati si avvalgono della collaborazione islamista.

Il fondatore di An-Nahda, Rachid Ghannouchi, che nel 1991 ricevette gli elogi del governo di George Bush per l’efficace ruolo da lui svolto nella mediazione tra le fazioni afghane antisovietiche, ha cercato di giustificare il collaborazionismo islamista abbozzando un quadro pressoché idilliaco delle relazioni tra gli USA e il mondo islamico. A un giornalista del “Figaro” che gli chiedeva se gli americani gli sembrassero più concilianti degli Europei il dirigente islamista tunisino ha risposto di sì, perché “non esiste un passato coloniale tra i paesi musulmani e l’America; niente Crociate, niente guerra, niente storia”; ed alla rievocazione della lotta comune di americani e islamisti contro il nemico bolscevico ha aggiunto la menzione del contributo inglese.

La “nobile tradizione salafita”

L’islamismo rappresentato da Rachid Ghannouchi, scrive un orientalista, è quello che “si richiama alla nobile tradizione salafita di Muhammad ‘Abduh e che ha avuto una versione più moderna nei Fratelli Musulmani”.
Ritornarebal puro Islam dei “pii antenati” (as-salaf as-sâlihîn), facendo piazza pulita della tradizione scaturita dal Corano e dalla Sunna nel corso dei secoli: è questo il programma della corrente riformista che ha i suoi capostipiti nel persiano Jamal ad-Din al-Afghani (1838-1897) e nei suoi discepoli, i più importanti dei quali furono l’egiziano Muhammad ‘Abduh (1849-1905) e il siriano Muhammad Rashid Rida (1865-1935).
Al-Afghani, che nel 1883 fondò l’Associazione dei Salafiyya, nel 1878 era stato iniziato alla massoneria in una loggia di rito scozzese del Cairo. Egli fece entrare nell’organizzazione liberomuratoria gli intellettuali del suo entourage, tra cui Muhammad ‘Abduh, il quale, dopo aver ricoperto una serie di altissime cariche, il 3 giugno 1899 diventò Muftì dell’Egitto col beneplacito degl’Inglesi.
“Sono i naturali alleati del riformatore occidentale, meritano tutto l’incoraggiamento e tutto il sostegno che può esser dato loro”: questo l’esplicito riconoscimento del ruolo di Muhammad ‘Abduh e dell’indiano Sir Sayyid Ahmad Khan (1817-1889) che venne dato da Lord Cromer (1841-1917), uno dei principali architetti dell’imperialismo britannico nel mondo musulmano. Infatti, mentre Ahmad Khan asseriva che “il dominio britannico in India è la cosa più bella che il mondo abbia mai visto” ed affermava in una fatwa che “non era lecito ribellarsi agli inglesi fintantoché questi rispettavano la religione islamica e consentivano ai musulmani di praticare il loro culto”, Muhammad ‘Abduh trasmetteva all’ambiente musulmano le idee razionaliste e scientiste dell’Occidente contemporaneo. ‘Abduh sosteneva che nella civiltà moderna non c’è nulla che contrasti col vero Islam (identificava i ginn con i microbi ed era convinto che la teoria evoluzionista di Darwin fosse contenuta nel Corano), donde la necessità di rivedere e correggere la dottrina tradizionale sottoponendola al giudizio della ragione e accogliendo gli apporti scientifici e culturali del pensiero moderno.
Dopo ‘Abduh, capofila della corrente salafita fu Rashid Rida, che in seguito alla scomparsa del califfato ottomano progettò la creazione di un “partito islamico progressista” in grado di creare un nuovo califfato. Nel 1897 Rashid Rida aveva fondato la rivista “Al-Manar”, la quale, diffusa in tutto il mondo arabo ed anche altrove, dopo la sua morte verrà pubblicata per cinque anni da un altro esponente del riformismo islamico: Hasan al-Banna (1906-1949), il fondatore dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani.
Ma, mentre Rashid Rida teorizzava la nascita di un nuovo Stato islamico destinato a governare la ummah, nella penisola araba prendeva forma il Regno Arabo Saudita, in cui vigeva un’altra dottrina riformista: quella wahhabita.

La setta wahhabita

La setta wahhabita trae il proprio nome dal patronimico di Muhammad ibn ‘Abd al-Wahhab (1703-1792), un arabo del Nagd di scuola hanbalita che si entusiasmò ben presto per gli scritti di un giurista letteralista vissuto quattro secoli prima in Siria e in Egitto, Taqi ad-din Ahmad ibn Taymiyya (1263-1328). Sostenitore di ottuse interpretazioni antropomorfiche delle immagini contenute nel linguaggio coranico, animato da un vero e proprio odium theologicum nei confronti del sufismo, accusato più volte di eterodossia, Ibn Taymiyya ben merita la definizione di “padre del movimento salafita attraverso i secoli” datagli da Henry Corbin. Seguendo le sue orme, Ibn ‘Abd al-Wahhab e i suoi partigiani bollarono come manifestazioni di politeismo (shirk) la fede nell’intercessione dei profeti e dei santi e, in genere, tutti quegli atti che, a loro giudizio, equivalessero a ritenere partecipe dell’onnipotenza e del volere divino un essere umano o un’altra creatura, cosicché considerarono politeista (mushrik), con tutte le conseguenze del caso, anche il pio musulmano trovato ad invocare il Profeta Muhammad o a pregare vicino alla tomba di un santo. I wahhabiti attaccarono le città sante dell’Islam sciita, saccheggiandone i santuari; impadronitisi nel 1803-1804 di Mecca e di Medina, demolirono i monumenti sepolcrali dei santi e dei martiri e profanarono perfino la tomba del Profeta; misero al bando le organizzazioni iniziatiche e i loro riti; abolirono la celebrazione del genetliaco del Profeta; taglieggiarono i pellegrini e sospesero il Pellegrinaggio alla Casa di Dio; emanarono le proibizioni più strampalate.
Sconfitti dall’esercito che il sovrano egiziano aveva inviato contro di loro dietro esortazione della Sublime Porta, i wahhabiti si divisero tra le due dinastie rivali dei Sa’ud e dei Rashid e per un secolo impegnarono le loro energie nelle lotte intestine che insanguinarono la penisola araba, finché Ibn Sa’ud (‘Abd al-’Aziz ibn ‘Abd ar-Rahman Al Faysal Al Su’ud, 1882-1953) risollevò le sorti della setta. Patrocinato dalla Gran Bretagna, che, unico Stato al mondo, nel 1915 instaurò relazioni ufficiali con lui esercitando un “quasi protettorato” sul Sultanato del Nagd, Ibn Sa’ud riuscì ad occupare Mecca nel 1924 e Medina nel 1925. Diventò così “Re del Higiaz e del Nagd e sue dipendenze”, secondo il titolo che nel 1927 gli venne riconosciuto nel Trattato di Gedda del 20 maggio 1927, stipulato con la prima potenza europea che riconobbe la nuova formazione statale wahhabita: la Gran Bretagna.
Le sue vittorie – scrisse uno dei tanti orientalisti che hanno cantato le sue lodi – lo han reso il sovrano più potente d’Arabia. I suoi domini toccano l’Iràq, la Palestina, la Siria, il Mar Rosso e il Golfo Persico. La sua personalità di rilievo si è affermata con la creazione degli Ikhwàn o Fratelli: una confraternita di Wahhabiti attivisti che l’inglese Philby ha chiamato ‘una nuova massoneria’”.
Si tratta di Harry St. John Bridger Philby (1885-1960), l’organizzatore della rivolta araba antiottomana del 1915, il quale “aveva occupato alla corte di Ibn Saud il posto del deceduto Shakespeare”, per citare l’espressione iperbolica di un altro orientalista di quell’epoca. Fu lui a caldeggiare presso Winston Churchill, Giorgio V, il barone Rothschild e Chaim Weizmann il progetto di una monarchia saudita che, usurpando la custodia dei Luoghi Santi tradizionalmente assegnata alla dinastia hascemita, unificasse la penisola araba e controllasse per conto dell’Inghilterra la via marittima Suez-Aden-Mumbay.
Con la fine del secondo conflitto mondiale, durante il quale l’Arabia Saudita mantenne una neutralità filoinglese, al patrocinio britannico si sarebbe aggiunto e poi sostituito quello nordamericano. In tal senso, un evento anticipatore e simbolico fu l’incontro che ebbe luogo il 1 marzo 1945 sul Canale di Suez, a bordo della Quincy, tra il presidente Roosevelt e il sovrano wahhabita; il quale, come ricordava orgogliosamente un arabista statunitense, “è sempre stato un grande ammiratore dell’America, che antepone anche all’Inghilterra”. Infatti già nel 1933 la monarchia saudita aveva dato in concessione alla Standard Oil Company of California il monopolio dello sfruttamento petrolifero, mentre nel 1934 la compagnia americana Saoudi Arabian Mining Syndicate aveva ottenuto il monopolio della ricerca e dell’estrazione dell’oro.

I Fratelli Musulmani

Usurpata la custodia dei Luoghi Santi ed acquisito il prestigio connesso a tale ruolo, la famiglia dei Sa’ud avverte l’esigenza di disporre di una “internazionale” che le consenta di estendere la propria egemonia su buona parte della comunità musulmana, al fine di contrastare la diffusione del panarabismo nasseriano, del nazionalsocialismo baathista e – dopo la rivoluzione islamica del 1978 in Iran – dell’influenza sciita. L’organizzazione dei Fratelli Musulmani mette a disposizione della politica di Riyad una rete organizzativa che trarrà alimento dai cospicui finanziamenti sauditi. “Dopo il 1973, grazie all’aumento dei redditi provenienti dal petrolio, i mezzi economici non mancano; verranno investiti soprattutto nelle zone in cui un Islam poco ‘consolidato’ potrebbe aprire la porta all’influenza iraniana, in particolare l’Africa e le comunità musulmane emigrate in Occidente”.
D’altronde la sinergia tra la monarchia wahhabita e il movimento fondato nel 1928 dall’egiziano Hassan al-Banna (1906-1949) si basa su un terreno dottrinale sostanzialmente comune, poiché i Fratelli Musulmani sono gli “eredi diretti, anche se non sempre rigorosamente fedeli, della salafiyyah di Muhammad ‘Abduh” e in quanto tali recano inscritta fin dalla nascita nel loro DNA la tendenza ad accettare, sia pure con tutte le necessarie riserve, la moderna civiltà occidentale. Tariq Ramadan, nipote di Hassan al-Banna ed esponente dell’attuale intelligencija musulmana riformista, così interpreta il pensiero del fondatore dell’organizzazione: “Come tutti i riformisti che l’hanno preceduto, Hassan al-Banna non ha mai demonizzato l’Occidente. (…) L’Occidente ha permesso all’umanità di fare grandi passi in avanti e ciò è avvenuto a partire dal Rinascimento, quando è iniziato un vasto processo di secolarizzazione (‘che è stato un apporto positivo’, tenuto conto della specificità della religione cristiana e dell’istituzione clericale)” L’intellettuale riformista ricorda che il nonno, nella sua attività di maestro di scuola, si ispirava alle più recenti teorie pedagogiche occidentali e riporta da un suo scritto un brano eloquente: “Dobbiamo ispirarci alle scuole occidentali, ai loro programmi (…) Dobbiamo anche prendere dalle scuole occidentali e dai loro programmi il costante interesse all’educazione moderna e il loro modo di affrontare le esigenze e la preparazione all’apprendimento, fondate su metodi saldi tratti da studi sulla personalità e la naturalità del bambino(…) Dobbiamo approfittare di tutto ciò, senza provare alcuna vergogna: la scienza è un diritto di tutti (…)”.
Con la cosiddetta “Primavera araba”, si è manifestata in maniera ufficiale la disponibilità dei Fratelli Musulmani ad accogliere quei capisaldi ideologici della cultura politica occidentale che Huntington indicava come termini fondamentali di contrasto con l’Islam. In Libia, in Tunisia, in Egitto i Fratelli hanno goduto del patrocinio statunitense.
Il partito egiziano Libertà e Giustizia, costituito il 30 aprile 2011 per iniziativa della Fratellanza e da essa controllato, si richiama ai “diritti umani”, propugna la democrazia, appoggia una gestione capitalistica dell’economia, non è contrario ad accettare prestiti dal Fondo Monetario Internazionale. Il suo presidente Muhammad Morsi (n. 1951), oggi presidente dell’Egitto, ha studiato negli Stati Uniti, dove ha anche lavorato come assistente universitario alla California State University; due dei suoi cinque figli sono cittadini statunitensi. Il nuovo presidente ha subito dichiarato che l’Egitto rispetterà tutti i trattati stipulati con altri paesi (quindi anche con Israele); ha compiuto in Arabia Saudita la sua prima visita ufficiale e ha dichiarato che intende rafforzare le relazioni con Riyad; ha dichiarato che è un “dovere etico” sostenere il movimento armato di opposizione che combatte contro il governo di Damasco.


Se la tesi di Huntington aveva bisogno di una dimostrazione, i Fratelli Musulmani l’hanno fornita.”

Giovanni Prove



Una predizione di Nikolaj Berdjaev

La rivoluzione ha inferto alla Russia ferite gravi, dalle quali potrà riaversi a fatica. Ma da un certo punto di vista, la rivoluzione avrà dei risultati positivi: essa contribuirà alla rinascita della Chiesa e della vita religiosa in Russia. La rivoluzione aiuta sempre a manifestare quella che è in realtà la situazione religiosa di un popolo. Molta falsità e ipocrisia si è accumulata nella nostra vita religiosa. Troppa gente si era abbandonata a un atteggiamento tutto esteriore e utilitario nei confronti della Chiesa ortodossa. L’autoritarismo, tipico dei costumi ortodossi, doveva essere spezzato.Nei ranghi superiori della società – nobiltà e burocrazia – la religiosità mancava di profondità, e il cristianesimo non era preso abbastanza sul serio. La religiosità dei sadducei ha sempre un carattere statale, e in essa gli orizzonti della vita temporale hanno sempre la meglio sugli orizzonti della vita eterna. Nella vita della nostra Chiesa si notavano i segni del rigor mortis. La rivoluzione ha dissolto l’atmosfera di menzogna attorno alla Chiesa e ha dissodato il terreno da cui scaturisce la luce della religione. Nel clima della rivoluzione non c’è più alcun motivo per sforzarsi di apparire ortodossi, non c’è più alcun vantaggio da attendere dalla Chiesa, e non ha più alcuno spazio la religiosità di Stato.
Fin dall’inizio, la rivoluzione ha avuto un carattere antireligioso e anticristiano. Essa perseguita il cristianesimo, e questa persecuzione ha raggiunto proporzioni infami. Ma le persecuzioni non sono mai state un pericolo per il cristianesimo. Le persecuzioni, per la Chiesa, sono meglio che una protezione attuata con la forza. La vita cristiana si è sempre consolidata ed estesa durante le persecuzioni. Il cristianesimo è la religione della verità crocifissa. Le persecuzioni religiose dell’epoca rivoluzionaria producono una selezione qualitativa. La Chiesa perde in quantità, ma guadagna in qualità. Il cristianesimo di nuovo esige dai suoi figli fedeli uno spirito di sacrificio. E questa capacità di sacrificio è stata dimostrata sotto la tempesta rivoluzionaria. La parte migliore dei preti ortodossi russi è rimasta fedele ai sentimenti sacri, ha difeso con coraggio la religione ortodossa, e con coraggio è andata incontro al plotone di esecuzione. I cristiani hanno mostrato che sanno morire. La Chiesa ortodossa è umiliata e calpestata esteriormente, ma interiormente si è elevata ed è diventata più grande. Essa ha dei martiri. La Chiesa ortodossa ha dimostrato che la sua unità organica, la sua luce interiore e le sue fondamenta mistiche restano indistruttibili, anche dopo che la sua direzione ecclesiastica e la sua struttura esteriore sono state sconvolte. In Russia tutto ciò che è legato alla Chiesa diventa più profondo. I russi, che hanno sopportato le prove più dure, vivono in un’atmosfera di tensione religiosa. L’asprezza e la gravità della vita, la prossimità della morte, la caduta di tutte le illusioni terrene e la perdita degli oggetti materiali che asserviscono lo spirito umano – tutto questo avvicina a Dio e alla vita spirituale.L’intellighenzia, che per un secolo fu ostile alla fede e predicò quell’ateismo che sfociò poi nella rivoluzione, comincia a volgersi verso la religione. È un fenomeno nuovo. E, perfino in Russia, questo movimento verso la vita religiosa non ha alcun carattere interessato, non è legato a piani di restaurazione o al desiderio di farsi restituire i beni perduti della vita. I Russi hanno attraversato un’intensa esperienza spirituale, hanno modificato il loro atteggiamento verso i beni della vita.
Purtroppo, bisogna dire che la Chiesa ortodossa russa, nel suo esilio in Occidente, subisce spesso l’oppressione e il giogo dei partiti politici di destra, che riproducono, su piccola scala, i vecchi rapporti tra la Chiesa e lo Stato. Un atteggiamento politico e utilitario nei confronti della Chiesa non produrrà né la rinascita della Chiesa né la rinascita della Russia. La Chiesa non può legarsi ad alcuna forma politica fissa, qualunque essa sia. Solo un atteggiamento disinteressato e spirituale verso la Chiesa, solo lo spirito di sacrificio e la rinuncia ai privilegi materiali, possono condurre alla rinascita religiosa e alla salvezza della nostra patria. Non è più l’ora né dei sadducei né dei farisei. È tempo di realizzare nella vita la verità del Vangelo. L’avvenire della Russia dipende dalla fede religiosa del popolo russo. Tutti i politici lo devono comprendere e piegarsi a questa verità. Il migliore degli starec russi, alla vigilia della mia espulsione dalla Russia, mi raccontava che comunisti e soldati dell’armata rossa andavono a confessarsi da lui, e diceva che non sperava né in Denikin né in Vrangel’, ma nell’intervento dello spirito di Dio sul popolo russo peccatore. La sua non era solo una voce religiosa, ma una voce nazionale, più autorevole della voce di quegli emigrati russi che si considerano nazionalisti e patrioti ma non hanno fede nel popolo russo. Le parole dello starec hanno suonato per me come parole provenienti da un altro mondo, nel quale non vi sono né destre né sinistre, né lotte politiche per il potere né lotte di classe per i propri interessi materiali. E noi stessi dobbiamo orientarci verso un altro mondo, per trovarvi i criteri per i nostri giudizi e l’energia per le nostre azioni. La falsa idolatria dello Stato e della nazionalità deve essere vinta dalla religione.
Non possiamo e non dobbiamo collocarci al di fuori della Russia e del popolo russo, al di fuori del loro destino comune. I destini umani sono stati riuniti, non vi sono più destini individualmente isolati. L’individualismo è finito. Bisogna sopportare fino in fondo tutte le prove e tutte le sofferenze insieme al popolo russo e alla terra russa. La Russia è, innanzitutto, là dove sono la terra e il popolo russi. E il solo contatto con la terra russa è già un inizio di guarigione, un ritorno alle sorgenti della vita. Ecco perché la psicologia tipica degli emigrati è una psicologia peccaminosa, che inaridisce le sorgenti della vita. Il che non vuol dire che questa psicologia sia propria necessariamente di tutti i russi che vivono all’estero. La Russia può essere salvata solo dall’interno, solo attraverso i processi vitali che si sviluppano dentro la Russia stessa. Il popolo non vuole morire e salva la propria vita. Il potere bolscevico è costretto ad adattarsi alla vita. Non si può avere fede nell’edificazione sovietica. Essa è un incubo ancora più orribile della distruzione sovietica. È il sistema di Sigalev, l’allevamento del bestiame applicato agli uomini. Solo esteriormente i bolscevichi fanno mostra della propria forza. In realtà sono terribilmente impotenti, e le loro opere recano il segno della volgarità e del tedio. Essi imitano gli uomini di potere. Ma dietro a tutto questo, e indipendentemente da tutto questo, il popolo russo vive, e resta un grande popolo pieno di doti. In seno alla Russia, nelle sue profondità recondite, hanno luogo processi molecolari, che preparano la sua salvezza. E voi stessi potete prendere parte a questi processi vitali e influire sui loro risultati, se spiritualmente vi sentite dentro al popolo russo e alla terra russa.
Non vi è niente di più amorale della massima: «Tanto peggio, tanto meglio». Può accettare un tale principio solo chi si sente estraneo a coloro ai quali andrà peggio o meglio. Chi invece è con la Russia, con la terra russa e con il popolo russo, può solo desiderare che per loro le cose vadano meglio. E la stessa fine del bolscevismo arriverà grazie al miglioramento, non al peggioramento, della situazione russa. Il giogo della fame e della miseria rafforza i bolscevichi. La vita in Russia è un supplizio, è sacrificio, martirio, umiliazione. Ma attraverso questo supplizio, questo sacrificio e questo martirio, la Russia si salverà. Il fatto stesso di vivere sotto il potere sovietico è già di per sé un’ininterrotta attività spirituale, una resistenza morale al veleno che infetta la vita. Il potere comunista costringe all’obbedienza per mezzo della fame e della corruzione. E per i deboli è difficile resistere. Con stupore ci si ricorda delle proteste e dell’indignazione che suscitavano, sotto l’antico regime, la mancanza di libertà e la tirannia. Eppure c’era allora un’enorme libertà in confronto al regime sovietico. Tutto accadrà diversamente da come pensa la maggior parte degli emigrati e dei rappresentanti dei partiti politici. Avremo molte sorprese. E la liberazione verrà non da dove l’attendono gli uomini, ma da dove la manderà Dio.
Non si può attendere la salvezza dall’Europa, che non ha niente a che fare con noi e che è, essa stessa, agonizzante. Non si può fare violenza al popolo russo, bisogna contribuire alla sua rigenerazione dall’interno. La rivoluzione dovrà esaurirsi da sé, distruggersi da sé. E vi è un aspetto positivo nel fatto che il bolscevismo duri così a lungo e non sia stato rovesciato dall’esterno e con la forza. In tal modo l’idea comunista si è disonorata da sé, non possiede già più alcuna aureola; e il veleno non potrà penetrare in profondità. Il processo della guarigione è lento, ma è un processo organico. Esso è innanzitutto espiazione dal demone della menzogna, fuoriuscita dal regno degli spettri e dei fantasmi verso la realtà. Ciò che oggi è indispensabile, più di ogni altra cosa, è affermare il primato dell’attività spirituale sull’attività politica. È indispensabile lottare spiritualmente contro l’incubo sanguinario che attanaglia il mondo. L’esclusivo primato della politica accresce questo incubo a aumenta la sete di sangue. Ora bisogna salvare la libertà dello spirito umano. Di nuovo, davanti ai popoli cristiani sta la domanda: vogliono prendere sul serio il loro cristianesimo, vogliono indirizzare la loro volontà verso la sua realizzazione? Se i popoli cristiani non tendono tutte le energie dello spirito per realizzare il cammino di Cristo, se non dispiegano il più grande attivismo, allora nel mondo trionferà il comunismo ateo. Ma lo spirito libero deve agire indipendentemente dalle forze che prevalgono e che trionfano. Il cristianesimo ritorna allo stato in cui si trovava prima di Costantino, e deve di nuovo intraprendere la conquista del mondo.

Fonte: tratto da "Nuovo medioevo" di N.Berdjaev (Fazi editore)

Adattarsi alla modernità – M.Eliade


A differenza di tanti, non penso che la “civiltà” annichilisca, necessariamente, l’uomo. Se l’uomo moderno è meno sano, se è degenerato, nevrotico, sradicato non è da imputarsi al fatto che vive in una società industriale, in una metropoli, che dispone di tecnologia, ma semplicemente al fatto di non essere ancora riuscito ad adattarsi al nuovo ambiente cosmico che gli hanno creato le sue stesse scoperte e mezzi di produzione. Permane uno sfasamento tra l’ambiente moderno e l’uomo. 
Prima che si adatti, soffrirà, degenererà e diverrà sterile, proprio come sono andate le cose nei periodi di transizione dallo stadio dei raccoglitori di frutti e sementi a quello degli allevatori o dal nomadismo all’agricoltura. E’ certo che i primi nomadi che divennero stanziali e coltivarono la terra parevano “degenerati” in confronto ai loro predecessori; quelli erano liberi, vigorosi, non legati alla terra né tentati dalla ricchezza ecc. Da un punto di vista “igienico”, è certo che, all’inizio, l’agricoltore sembrava un degenerato rispetto al pastore; il duro lavoro lo spossava, era fisicamente senza forze ecc. Ma alcune generazioni più tardi, quando l’agricoltura si perfezionò, i coltivatori della terra, meglio alimentati, acquisirono una condizione fisica superiore a quella dei pastori (ciò che persero per sempre fu la forza morale; la mistica tellurica ebbe come conseguenza l’orgia; la proprietà inasprì il sentimento di possesso, promosse l’atteggiamento passivo e fatalista davanti al cosmo – le piogge, le siccità, le inondazioni andavano oltre i poteri dell’uomo-, incoraggiò l’opportunismo e anche la viltà, perché il pover uomo doveva arrivare a un’intesa con gli invasori).
   
Per ritornare al nostro punto: non credo che il semplice fatto di vivere in una società civile ed estremamente industrializzata implichi la degenerazione fisica, lo squilibrio o la sterilità spirituale. Ciò che credo è che non ci siamo adattati all’ambiente; anche in una città di grattacieli l’uomo può restare in contatto con i ritmi cosmici, può “realizzare” il miracolo dell’alternarsi del giorno con la notte, e quello delle fasi lunari. Il dramma universale – vita e coscienza, tutto è frammento, divenire ed esistenza – è immediato in una fabbrica come nelle solitudini himalaiane. La città moderna non è per forza avulsa dalla natura; solo le eresie urbanistiche hanno escluso i giardini; ma il cemento e il ferro possono inserirsi perfettamente come elementi del paesaggio naturale della vegetazione. Prova ne sia il mimetismo delle fortificazioni e delle fabbriche durante la guerra.



Fonte: “Diario Portoghese”, M.Eliade (Jaca Book)





La vera religione - Agostino d'Ippona



Facciamo in modo che la nostra religione non consista in vuote rappresentazioni. Una cosa qualsiasi infatti, purché vera, è migliore di tutto quello che può essere immaginato ad arbitrio; non per questo, comunque, dobbiamo venerare l'anima, sebbene essa sia un'anima vera, quando immagina cose false. Un vero filo di paglia è migliore della luce prodotta dalla vana immaginazione di chi fantastica a suo piacimento; tuttavia è da folle ritenere che si debba venerare il filo di paglia che vediamo e tocchiamo. Facciamo in modo che la nostra religione non consista nel culto delle opere umane. Sono infatti migliori gli artefici che le hanno fabbricate, anche se non è questo un motivo per venerarli. Che non consista nel culto di animali; migliori di essi infatti sono anche gli ultimi tra gli uomini, che, comunque, non dobbiamo venerare. Che non consista nel culto dei morti; perché, se sono vissuti piamente, è da ritenere che non ricerchino tali lodi, ma vogliano invece che veneriamo Colui per la cui luce gioiscono, condividendo con essi il loro merito. Dobbiamo dunque rendere loro onore come esempi, non come oggetto di culto religioso. Se essi invece hanno vissuto male, ovunque siano, non dobbiamo venerarli. Che non consista nel culto dei demoni, perché ogni superstizione, mentre per loro è un onore e un trionfo, per gli uomini è un grande tormento e una pericolosissima infamia.

La nostra religione non consista neppure nel culto delle terre e delle acque, perché già l'aria, anche piena di caligine, è più pura e più luminosa di esse; comunque non la dobbiamo venerare. Non consista neppure nel culto dell'aria più pura e più limpida, perché essa si oscura quando manca la luce; peraltro, più puro di essa è lo splendore del fuoco: non per questo però lo dobbiamo venerare, dal momento che lo accendiamo e lo spegniamo a nostro piacimento. Non consista nel culto dei corpi eterei e celesti, perché, sebbene siano giustamente anteposti a tutti gli altri corpi, tuttavia sono inferiori a qualsiasi forma di vita. Se poi sono animati, qualsiasi anima è per se stessa migliore di ogni corpo animato, e tuttavia nessuno riterrà degna di venerazione un'anima soggetta al vizi. Non consista nel culto di quella vita che si dice propria degli alberi, perché è una vita priva di sensibilità. Fa parte del genere di vita da cui procede anche l'armoniosa struttura del nostro corpo, come pure la vita delle ossa e dei capelli, che vengono tagliati senza che se ne provi sensazione alcuna. La vita sensibile, dunque, è migliore di tale vita; ma di certo non dobbiamo venerare la vita degli animali.

Non consista la nostra religione neppure nella stessa perfetta e sapiente anima razionale, né in quella preposta al governo dell'universo o delle sue parti, né in quella che nei grandi uomini attende la trasformazione che la rinnovi, perché ogni vita razionale, se è perfetta, obbedisce all'immutabile verità che le parla interiormente senza strepito, mentre, se non le obbedisce, diviene viziosa. Non è per se stessa perciò che eccelle, ma per quella verità cui obbedisce di buon grado. Di conseguenza, ciò che è venerato dal più elevato degli angeli deve essere venerato anche dall'ultimo degli uomini, perché è proprio non venerandolo che la natura umana è divenuta l'ultima. L'angelo non è saggio per un motivo e l'uomo per un altro, né l'angelo è veritiero per un motivo e l'uomo per un altro; ma entrambi sono tali per un'unica immutabile sapienza e verità. Infatti, nell'ambito del disegno di salvezza che percorre i tempi è avvenuto che la stessa Virtù divina, l'immutabile Sapienza di Dio, consustanziale e coeterna al Padre, si degnasse di assumere la natura umana, per insegnarci in tal modo che l'uomo deve venerare ciò che deve venerare ogni creatura dotata di intelletto e ragione. Crediamo che anche gli angeli migliori e i ministri più eccellenti di Dio vogliano che, insieme con essi, veneriamo l'unico Dio, la cui contemplazione è per loro causa di beatitudine. Non è certo la vista di un angelo che ci rende beati, ma piuttosto quella della verità, per la quale amiamo anche gli angeli e con loro ci rallegriamo. E non proviamo invidia per il fatto che godono della verità in maniera più adeguata e senza alcun impedimento che li ostacoli; al contrario, li amiamo di più perché anche a noi il nostro comune Signore ha ordinato di sperare qualche cosa di simile. Perciò li onoriamo con amore, non con animo da schiavi, e senza innalzare loro templi; non vogliono infatti essere onorati così, perché sanno che noi stessi, quando siamo buoni, siamo templi del sommo Dio. A buon diritto, pertanto, nelle Scritture è detto che l'angelo proibì all'uomo di venerarlo e gli prescrisse invece di venerare l'unico Dio, a cui anche lui era sottomesso.

Gli angeli poi, che ci invitano a servirli e a venerarli come dèì, sono simili ai superbi, i quali, se fosse loro consentito, aspirerebbero ad essere venerati nello stesso modo. Comunque è più pericoloso venerare quegli angeli che tollerare questi uomini. Ogni dominio dell'uomo sull'uomo termina o con la morte di chi domina o con quella di chi serve; invece la sottomissione alla superbia degli angeli cattivi riguarda anche il tempo che segue la morte, perciò è motivo di maggior timore. Inoltre chiunque può rendersi conto che, mentre sotto il dominio di un uomo, ci è ancora consentito di esercitare la libertà di pensiero, invece, sotto il dominio di questi angeli, trepidiamo per la nostra stessa mente che è l'unico occhio di cui disponiamo per contemplare e cogliere la verità. Se, dunque, in conformità al nostri vincoli sociali, siamo sottomessi a tutti gli organi di potere dati agli uomini per governare lo Stato, rendendo a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio non c'è da temere che qualcuno esiga da noi un analogo comportamento dopo la morte. Una cosa infatti è la sottomissione dell'anima, un'altra la sottomissione del corpo. I giusti, che ripongono solo in Dio tutte le loro gioie, quando qualcuno rende gloria a Dio per le loro azioni, si rallegrano con costui; quando invece sono loro ad essere lodati, correggono, per quanto possono, coloro che compiono questo errore; se però non è possibile, non si compiacciono con loro, ma vogliono che si emendino da quel vizio. Ora, se gli angeli buoni e tutti i santi ministri di Dio sono simili ai giusti o addirittura superiori a loro in fatto di purezza e di santità, che timore abbiamo di offenderne qualcuno, a meno che non siamo superstiziosi, quando, con il loro aiuto, cerchiamo di raggiungere l'unico Dio e a Lui solo leghiamo le nostre anime (da dove si crede che provenga il termine "religione"?), ponendoci al riparo da ogni superstizione?

Ecco, io venero un solo Dio, unico Principio di tutte le cose, Sapienza per la quale è sapiente ogni anima sapiente e Dono per cui è beato ogni essere beato. Ogni angelo che ama questo Dio, sono certo che ama anche me. Ogni angelo che dimora in Lui e può ascoltare le preghiere umane, mi esaudisce in Lui. Ogni angelo che ha Lui come suo bene, in Lui mi aiuta e non può provare invidia nei miei confronti perché ne partecipo. Mi dicano dunque gli adoratori o gli adulatori delle parti del mondo quale altro essere, che non sia quello ottimo, non leghi a sé quanti venerano l'unico essere che i migliori amano, della cui conoscenza godono e che consente loro, a Lui ricorrendo come loro principio, di diventare migliori. Senza dubbio, invece, non deve essere venerato quell'angelo che ama i suoi atti di superbia, che rifiuta di essere sottomesso alla verità e che, volendo gioire del suo bene particolare, si è allontanato dal bene comune e dalla vera felicità e che soggioga e opprime tutti i malvagi, ma al quale nessun uomo buono è dato in suo potere se non per essere messo alla prova. La sua gioia è la nostra miseria, il suo danno il nostro ritorno a Dio.

La religione dunque ci leghi al Dio unico e onnipotente, dal momento che tra la nostra mente, con la quale lo riconosciamo come Padre, e la verità, cioè la luce interiore mediante la quale lo riconosciamo, non vi è interposta nessuna creatura. Veneriamo quindi in Lui e con Lui anche la stessa Verità, in nulla dissimile da Lui, la quale è forma di tutte le cose che dall'Uno sono state fatte e all'Uno tendono. E da ciò appare chiaro alle anime spirituali che tutte le cose sono state fatte secondo questa forma, che sola porta a compimento ciò a cui tutte le cose aspirano. Tuttavia le cose non sarebbero state create dal Padre mediante il Figlio e non rimarrebbero intatte nel limiti della loro natura, se Dio non fosse sommamente buono: Egli non ha provato invidia nel confronti di nessuna natura, che poteva essere buona per opera sua, e ha consentito alle cose di rimanere nel bene stesso, alcune per quanto volessero, altre per quanto potessero. Perciò , insieme al Padre e al Figlio, dobbiamo venerare e abbracciare il dono stesso di Dio, ugualmente immutabile: Trinità di un'unica sostanza, unico Dio dal quale siamo, per il quale siamo e nel quale siamo: ce ne siamo allontanati cessando di essere simili a Lui, ma non ci ha consentito di perire. Egli è il principio al quale ritorniamo, la forma che seguiamo e la grazia per cui siamo riconciliati: l'unico Dio, per la cui opera siamo stati creati, per la cui somiglianza siamo formati all'unità e per la cui pace aderiamo all'unità. Egli è il Dio che ha detto: Sia fatto, ed è il Verbo per mezzo del quale fu fatto tutto ciò che ha una sostanza ed una natura; Dono della sua bontà, per il quale piacque al suo autore e si legò con Lui, affinché non andasse perduto nulla di ciò che da Lui fu fatto per mezzo del Verbo. È l'unico Dio per la cui opera creatrice viviamo, per la cui rigenerazione viviamo secondo sapienza e per cui, amandolo e godendone, viviamo felicemente. È l'unico Dio dal quale, per il quale e nel quale sono tutte le cose. A Lui sia gloria nei secoli dei secoli. Così sia.

Fonte: tratto da "De vera religione", Agostino d'Ippona (ed.Mursia)

 

Tempo storico e Tempo liturgico – M.Eliade

Origene ha assai ben compreso che l'originalità del Cristianesimo consiste prima di tutto nel fatto che l'Incarnazione è avvenuta in un Tempo storico e non in un Tempo cosmico. Ma non dimentica che il Mistero dell'Incarnazione non può essere ridotto alla sua storicità. D'altronde, proclamando « alle nazioni » la divinità di Gesù Cristo, le prime generazioni di cristiani proclamavano implicitamente la sua trans-storicità. Non è che Gesù non fosse considerato come un personaggio storico, ma si sottolineava prima di tutto che era il Figlio di Dio, il Salvatore universale, che aveva riscattato non solamente l'Uomo, ma anche la Natura. C'è di più: la storicità di Gesù era stata già trascesa dalla sua ascensione al Cielo e dalla sua reintegrazione nella Gloria divina.
Proclamando l'Incarnazione, la Risurrezione e l'Ascensione  del Verbo, i cristiani erano convinti di non presentare un nuovo mito. In realtà, utilizzavano le categorie del pensiero mitico. Senza dubbio non potevano riconoscere questo pensiero mitico nelle mitologie desacralizzate dei letterati pagani loro contemporanei. Ma è evidente che, per i cristiani di tutte le confessioni, il centro della vita religiosa è costituito dal dramma di Gesù Cristo.
Sebbene compiuto nella Storia, questo dramma ha reso possibile la salvezza; di conseguenza, esiste un unico mezzo per ottenere la salvezza: ripetere ritualmente questo dramma esemplare e imitare il modello supremo, rivelato dalla vita e dall'insegnamento di Gesù. Ora, questo comportamento religioso è legato all'autentico pensiero mitico.
Bisogna aggiungere anche che, per il fatto stesso che è una religione, il Cristianesimo ha dovuto conservare almeno un comportamento mitico: il Tempo liturgico, cioè la ripetizione periodica deWillud tempus degli « inizi ».
« L'esperienza religiosa del cristiano si fonda sull'imitazione di Cristo come modello esemplare, sulla ripetizione liturgica della vita, della morte e della risurrezione del Signore, e sulla contemporaneità del cristiano con Yillud tempus che si apre alla Natività di Betlemme e si chiude, provvisoriamente, con l'Ascensione». Ma, l'abbiamo visto, « l'imitazione di un modello sovrumano, la ripetizione di uno scenario esemplare e la rottura del tempo profano con un'apertura che sfocia sul Grande Tempo, costituiscono le note essenziali del " comportamento mitico", cioè del comportamento dell'uomo delle società arcaiche, che trova nel mito la fonte stessa della sua esistenza».
Sebbene il Tempo liturgico sia un Tempo circolare, il Cristianesimo, erede fedele dell'Ebraismo, accetta però il Tempo lineare della Storia: il Mondo è stato creato una sola volta e avrà una sola fine; l'Incarnazione è avvenuta una sola volta, nel Tempo storico, e vi sarà un solo Giudizio. Fin dall'inizio il Cristianesimo ha subito influenze molteplici e contrastanti, soprattutto quelle dello Gnosticismo, dell'Ebraismo e del « Paganesimo ». La reazione della Chiesa non è stata uniforme. I Padri hanno sostenuto una lotta senza respiro contro l'acosmismo e l'esoterismo della Gnosi; ma hanno però conservato gli elementi gnostici presenti nel Vangelo di Giovanni, nelle Epistole di Paolo e in certi scritti primitivi. Ma, a dispetto delle persecuzioni, lo Gnosticismo non è mai stato radicalmente estirpato e certi miti gnostici, più o meno travestiti, sono risorti nelle letterature orali e scritte del Medioevo.
Per quanto riguarda l'Ebraismo, esso ha dato alla Chiesa un metodo allegorico d'interpretazione delle Scritture, e soprattutto il modello per eccellenza della «storicizzazione» delle feste e dei simboli della religione cosmica.
La « giudaizzazione » del Cristianesimo primitivo equivale alla sua « storicizzazione », alla decisione dei primi teologi di legare la storia della predicazione di Gesù e della Chiesa nascente alla Storia Sacra del popolo di Israele. Ma l'Ebraismo aveva « storicizzato » un certo numero di feste stagionali e di simboli cosmici, riferendoli ad avvenimenti importanti della storia d'Israele (cfr. la Festa dei Tabernacoli, la Pasqua, la Festa delle luci di Hanukkah, ecc.).
I Padri della Chiesa hanno seguito la stessa via: hanno « cristianizzato » i simboli, i riti e i miti asianici e mediterranei, riportandoli a una « storia sacra ». Questa « storia sacra » superava naturalmente i limiti dell'Antico Testamento e inglobava ora anche il Nuovo Testamento, la predicazione degli apostoli e, più tardi, la storia dei santi. Un certo numero di simboli cosmici — l'Acqua, l'Albero e la Vigna, l'aratro e l'ascia, la barca, il carro, ecc. — erano già stati assimilati dall'Ebraismo, e hanno potuto essere abbastanza facilmente integrati nella dottrina e nella pratica della Chiesa, ricevendo un senso sacramentale oppure ecclesiologico.  



Fonte: “Mito e realtà” – M.Eliade (ed.Borla)