Il senso della vita
La sessualità usa e getta
Oggi più che mai piace raccontare la
favoletta del libertinaggio come momento di leggerezza, degli incontri sessuali
senza conseguenze, del contatto senza traccia.
È una menzogna.
Quando due corpi si uniscono, non sono solo epidermidi che si sfiorano. Sono abissi che si guardano. Sono storie che si compenetrano. Nell'intimità fisica si porta tutto ciò che si è: le umiliazioni, gli abbandoni, le speranze, le lacune dall'infanzia.
Una becera visione materialista vuole persuadere che si può entrare e uscire dai corpi altrui come da una stanza d'albergo. Prendi quello che ti serve, il piacere momentaneo della carne e poi dimentica. Non è cosí che funziona. Nessuno esce illeso da un incontro profondo perché l'altro non è mai solo un corpo. È un mondo con le sue crepe, i suoi deserti, le sue città sommerse. Quando si riduce qualcuno a strumento di piacere, si commette una forma di violenza ontologica negando la sua complessità, la sua storia, il suo essere più che carne. Sì diviene consumatori di superfici.
Non è una questione meramente morale.
L'anima registra.
L'intimità è sempre un atto potente che ha
delle conseguenze al proprio interno, anche quando nasce da un impulso, anche
quando dura una notte sola.
Il proliferare delle cosiddette
"patologie mentali", delle ansie, dell'uso di psicofarmaci, non è
forse, uno dei motivi di questa frantumazione? Il risultato di aver assorbito
troppi mondi senza mai digerirne nessuno?
Accumulare frammenti di intimità come
fossero esperienze usa e getta non è mai innocuo.
Usurpatio – L’appropriazione politica della canzone italiana
Usurpatio – L’appropriazione politica della canzone italiana, Edizioni WI
Il termine usurpatio affonda le sue radici nel diritto
romano, dove indicava l'acquisizione della proprietà attraverso il possesso
prolungato nel tempo. Nell'ambito che ci interessa, questa antica parola latina
assume un significato più sottile ma non meno pregnante: l'appropriazione
graduale di un'opera artistica da parte di forze politiche che ne alterano il
senso originario per piegarla ai propri fini.
L'usurpazione politica della canzone d'autore non avviene mai in modo
brutale o dichiarato. Non si tratta di una conquista militare, ma piuttosto di
un processo di sedimentazione culturale che si sviluppa attraverso
stratificazioni successive di interpretazioni, utilizzi e
ricontestualizzazioni. Come l'acqua che, goccia dopo goccia, scava la roccia
più dura, così l'appropriazione politica trasforma impercettibilmente il
significato di una canzone fino a renderla irriconoscibile rispetto alle
intenzioni originarie dell'autore.
Da De André a Gaber, da Dalla a Battiato, da Battisti a Branduardi, da Bennato a Lindo Ferretti, da Rino Gaetano a Ruggeri a tanti altri: le loro parole vengono citate, decontestualizzate, svuotate. Trasformate in slogan. La complessità del pensiero ridotta a propaganda. La memoria postuma derubata. USURPATIO indaga questo meccanismo di appropriazione indebita. Come il potere si è appropriato negli anni del cantautorato per legittimarsi. Un'analisi necessaria per restituire dignità alle parole e a chi le ha scritte.
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"Dead Man" di Jim Jarmusch
Disagi relazionali e marketing
Parlando con persone sopra i quarant'anni emerge un disagio comune: la difficoltà crescente nel costruire relazioni autentiche. Non si tratta solo della normale complessità delle dinamiche affettive, ma di qualcosa di più profondo che sta cambiando il modo stesso di relazionarsi.
Oggi tutti vengono immediatamente catalogati: "È un narcisista", "Ha un attaccamento evitante", "È un manipolatore emotivo", "Ha traumi irrisolti". La psicologia pop, diffusa attraverso social e podcast, ha creato una società di diagnosi lampo dove bastano pochi segnali per archiviare una persona in una categoria problematica. La psicologia, vista come filtro costante che precede ogni incontro, trasforma la conoscenza dell'altro in un esercizio di individuazione dei difetti. Ci si approccia al prossimo non con curiosità ma con sospetto preventivo.
A quarant'anni molti portano con sé separazioni, delusioni, figli da precedenti relazioni. Sono esperienze che naturalmente generano prudenza, ma il clima culturale attuale amplifica questa diffidenza trasformandola in un muro difensivo quasi impenetrabile. La narrazione dominante invita costantemente a "proteggersi", a riconoscere le "red flag", a non abbassare mai la guardia. Il risultato? Persone che si avvicinano all'altro già in posizione difensiva, pronte a scappare al primo campanello d'allarme, reale o immaginato.
Che dire poi dei corsi per single, i coaching relazionali, i guru della seduzione che promettono di insegnare "tecniche" per conquistare. L'amore come una partita a scacchi dove applicare mosse studiate, schemi comportamentali, strategie di comunicazione calcolate per ottenere un risultato. Persone che provano ad apparire interessanti seguendo copioni, che dosano messaggi secondo tempistiche "ottimali", che nascondono vulnerabilità per paura di sembrare "bisognosi". Tutti cercano autenticità applicando tecniche di manipolazione, generando incontri artificiali dove nessuno si mostra davvero per quello che è. Il risultato: solitudine condivisa. Ci si ritrova con persone che desiderano profondamente una connessione autentica ma si avvicinano agli altri con diffidenza, armati di etichette diagnostiche e tecniche di seduzione, pronti a ritirarsi al primo segno di imperfezione.
Lasciare spazio alla vulnerabilità è ormai un rischio che in pochi sono disposti a correre.
Le relazioni si costruiscono nel tempo e non si conquistano con strategie. Il marketing attorno al mondo relazione è totale spazzatura.
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