L’intolleranza dei tolleranti

Il paradosso della tolleranza di Popper sostiene che se una società pone come proprio principio la tolleranza, e se lo persegue fino alle estreme conseguenze, finisce per essere soggiogata dagli intolleranti, ossia da coloro che ne negano il principio, ma che in base ad esso reclamano di essere accolti, ossia tollerati, in seno alla società medesima. La soluzione di Popper è appunto che una società tollerante, per la propria sopravvivenza, non deve tollerare gli intolleranti, ossia deve farsi a sua volta intollerante verso chi la minaccia.

Cavalcato ampiamente dai sostenitori di un modello democratico aggressivo e autoritario, che desidera revocare asilo ad ogni posizione critica nei suoi confronti, il paradosso della tolleranza sembra essere cosa ovvia a tutti coloro che ne fanno una forma di legittimazione della propria militanza. Ciò che stupisce è il modo in cui vi si attribuisce un qualche valore esplicativo e giustificatorio che è evidente non possieda, quasi fosse in grado di ripristinare un ordine razionale precario e discutibile confermandolo in modo palese e inappellabile.
Il paradosso della tolleranza afferma in sostanza che per poter essere tolleranti bisogna essere intolleranti. Da ciò si deduce che una società autenticamente tollerante non può esistere, perché per esistere verrebbe meno al principio che la definisce. Di fatto, siccome una società che si dice tollerante esiste, ed è quella che invoca i paradosso della tolleranza per giustificare la propria intolleranza, quella società mente: afferma di essere tollerante ma non lo è; tollera in sostanza solo se stessa e ciò che ritiene non le nuocia, come un qualsiasi altro ordine autoritario.
Se gli argomenti portati sopra vi sembrano desueti e vi mettono a disagio, è perché siete assuefatti a una certa retorica del politicamente corretto. Non vi sarebbe infatti ragione di stupirsi di quella forma di realismo politico che ammette senza troppe fisime che all'origine del patto sociale, l'evento mitico che fonda ogni ordine costituito, vi sia un atto di contenimento e repressione delle forze disgregatrici, ossia un atto violento contro la violenza. Tale crimine o peccato originario, che dir si voglia, è come l'ombra del diritto, che sempre l'accompagna ma che mai vi si identifica, costituendone lo scandalo e il pungolo critico. Il paradosso e il tragico sono all'origine del vivere associato, e ogni società, tranne la nostra, se ne è fatta virilmente carico. Solo l'anima bella della modernità ha rifiutato lo scandalo del patto sociale, per scrollare da sé la responsabilità della violenza, e attribuirla interamente a ogni altro ordine reso così immorale e condannabile.
Quanto scritto sopra esige da noi due considerazioni. Innanzitutto dovrebbe indurci a mettere in discussione giudizi troppo affrettati su civiltà ed epoche che, come la nostra, hanno difeso ciò che ritenevano fondante e permesso quanto non lo metteva in discussione, secondo pilastri che non sono i nostri ma i loro, come è giusto riconoscere se realmente rispettiamo il prossimo e la diversità. Inoltre dovrebbe metterci in guardia dalla pretesa, nostra o di chiunque altro, di essere immuni dalla tentazione di sopraffazione e repressione che accompagna e accomuna ogni forma di vivere associato. Solo l'ammissione che ogni società è costitutivamente violenta e conservativa permette di disciplinarne, regolarne e contenerne le pulsioni più pericolose e coercitive. Senza vergogna, senza cattiva coscienza. 

Testo per la rivista "Il Primato Nazionale" di Aprile 2021



Cronistoria italiana del Covid 19 da Febbraio 2020 a Maggio 2021

Ricostruiamo una breve cronistoria del covid 19, a futura memoria e per fissare alcune tappe fondamentali:

1

Succede che un nuovo e sconosciuto coronavirus (da Wikipedia: il virus del raffreddore) impazza in Cina a fine 2019 e i media rilanciano immagini di gente che sbatte a terra improvvisamente mentre cammina in quel di Wuhan.

La cosa monta e diventa un pericolo globale che - sempre per intervento dei mezzi di comunicazione - allarma il mondo tutto già da inizio 2020.

Il 29 gennaio in Italia viene decretato lo stato di emergenza, ma per tutto febbraio vediamo politici ed esperti e influencer dirci di abbracciare cinesi, mangiare involtini primavera, che le possibilità di esser contagiati nel nostro Paese sono "zero", che nell'evenienza siamo pronti etc.

A fine febbraio/inizio marzo spuntano i primi turisti cinesi positivi; saltan fuori i pazienti zero (che poi diventano paziente 1, paziente niente e via dicendo).

Nel giro di dieci giorni le rassicurazioni si trasformano in puro, elettrificato, totalizzante, radicale terrorismo mediatico: la provincia di Bergamo e Brescia da Codogno in poi diventa teatro di uno scempio sanitario mai visto. La gente muore a frotte. Gli ospedali sono al collasso. Le interviste e le testimonianze si rincorrono. Bisogna chiudere tutto. Zona Rossa. Quarantena.

La nazione è sotto shock. Un'intera provincia viene blindata. Sta accadendo l'impensabile.

Il nove marzo 2020 - dopo poche settimane di narrazione al cardiopalma - il premier Conte si contrae e si storce in diretta Nazionale richiamando il senso di responsabilità degli italiani e inanellando per la prima volta quelle locuzioni alle quali ci siamo ormai abituati: "due settimane di sacrificio", "chiudere oggi per abbracciarci domani" e simili.

Italia deve chiudere. Si chiama "lockdown". Ma andràtuttobene.

Le strade si tingono di atmosfere oniriche sepolcrali. Le saracinesche chiudono. Si distingue tra ciò che è necessario e ciò che non lo è. Si formano code fuori dai supermercati. I parchi chiudono. Le scuole anche. Vengono sguinzagliati i droni per controllare che la gente stia in casa. Le forze dell'ordine controllano borsette, buste della spesa, scontrini. Viene misurata la temperatura. Si parla di "distanziamento sociale".

La popolazione - costretta in casa davanti alle tv - comincia a masticare parole nuove, parole terrorizzanti: siniciziale, respiratori, polmonite bilaterale, terapia intensiva.

C'è chi canta dai balconi e chi invece intuisce qualcosa di oscuro approssimarsi: i media all'unisono - sinottici come i Vangeli - dicono che niente sarà come prima e che occorre abituarsi a una nuova normalità.

Lo stesso Ministero della Salute - con una circolare - "sconsiglia" (di fatto proibisce) l'esecuzione di autopsie utili a comprendere la natura delle così fitte morti, nel contempo approntando discutibili protocolli che vedono tra l'altro la chiusura della medicina territoriale. I medici di base non possono visitare i pazienti. Si parla di telemedicina e vigile attesa.

I media tutti e i virologi esperti sconsigliano le mascherine: sono inutili. Non proteggono dal virus. Non compratele. Non assalite le farmacie. Lasciamole al personale sanitario.

Dopo due mesi di "lockdown" e popolazione allo stremo, le famigerate "curve epidemiologiche" che venivano propalate ogni sera in diretta dai vertici della Protezione Civile, finalmente calano e "consentono" graduali riaperture da maggio 2020.

L'ossigeno torna a propagarsi nei corpi e nelle menti del popolo. Si torna ad un abbozzo di normalità. Forse è finita.

Dalle regioni carsiche del pensiero e della ragione fioriscono così dissidenze che tentano di portare alla luce alcune incongruenze fondamentali che farebbero tremare la narrazione ufficiale: i numeri dei morti sarebbero gonfiati, le cause di morte artefatte, i protocolli di cura sbagliati. Alcuni medici nei mesi precedenti avevano violato i diktat ministeriali effettuando autopsie e scoprendo che si trattava di morti da tromboembolia intravasale disseminata: la "vigile attesa" cagionava un protrarsi dell'infezione che generava in molti casi trombi, coaguli, che si innestavano nei polmoni impedendo lo scambio di ossigeno. Non erano polmoniti. Erano soffocamenti veri e propri. Le intubazioni facevano il resto andando a "bruciare" letteralmente i polmoni.

Accuse gravi. Accuse suffragate - però - da fatti incontrovertibili.

Manifestazioni di piazza, contronarrazione alternativa crescente, depistaggi coloriti, figure di spicco: tutto concorre a creare un clima di diffidenza verso il cosiddetto mainstream.

Una nuova stagione di propaganda inizia così a passare al contrattacco: chiunque osi sfidare lo storytelling di regime viene etichettato con il termine infamante di "negazionista". La polarizzazione tra apocalittici e integrati aumenta a dismisura.

Si innesta tra le righe di Stato una nuova astrazione mentale contrologica destinata a cambiare tutto nei mesi successivi: la figura del malato asintomatico.

2

La questione del malato asintomatico si interseca a doppia elica con la torsione pindarica delle mascherine, che prima non servivano affatto e gli studi e l'OMS e i virologi stavan tutti lì a dimostrarlo, fin quando ad Aprile 2020 circa si cominciò a inserirne l'obbligatorietà di utilizzo all'interno degli spazi chiusi facendo larghissimo uso di altrettante torsioni logiche.

Così a maggio, con le riaperture (di tutto fuorchè delle scuole), il primo reale tassello della narrazione pandemica andava sedimentandosi. Si entrava in bar e supermercati e negozi solo con mascherina e previa opportuna igienizzazione delle mani con prodotti idroalcolici.

Il "niente sarà come prima" e la "nuova normalità" avevano conquistato la loro prima casella.

Tuttavia con la bella stagione alle porte e le curve epidemiologiche non più rinfocolabili nemmeno coi più geniali artifici, la Propaganda fu costretta a tornare a lavorare sul proprio terreno: dalla "Scienza" si tornò alla Semiotica. Così dal cilindro rispuntò in maniera coatta il malato "asintomatico" (già usato contro corridori e padroni di cani, nonchè sui bambini) ossia un individuo perfettamente in salute che però potrebbe covare il virus per un tempo indefinito e indefinibile e infettare tutti, perfino l'aria, perfino la sabbia. Perfino il mare!

Non esistevano più persone sane e persone malate, ma solo "malati fino a prova contraria".

I media sinfonici naturalmente rilanciarono pedestremente a passo d'oca la nuova definizione e tutti inasprirono di conseguenza quella già nutrita diffidenza verso il prossimo che andava escrescendo nella loro psiche da mesi.

"Proteggere gli altri" era un atto di responsabilità. Se non "proteggevi i più deboli" - se avevi dubbi; se volevi respirare - eri un negazionista. Un fascista. Criminale contro l'umanità.

Naturalmente la discrasia prodotta dallo shock schizogenico di una primavera galoppante e vitale ancora però insidiata da un - letteralmente - "invisibile nemico", non poteva nascondere sotto il tappeto degli sforzi congiunti dei media il fatto che alcune cose proprio non tornavano.

Ecco allora che sempre dal medesimo cilindro vennero fuori alcuni personaggi "dissidenti" utili a calmierare gli scettici traghettandoli verso una versione normalizzata dei fatti: "le terapie intensive sono vuote! Abbiamo lavorato bene! Ora riapriamo tutto e basta sciocchezze! Non terrorizziamo la popolazione. Il virus c'è ma ci sono anche le cure. Lavatevi le mani e mettete la mascherina quando serve. Facciamo ripartire l'Italia. La conta dei morti è stata fatta male. Dobbiamo convivere con il virus".

Altra casella conquistata: convivere con il virus. Oltre a mascherine e gel igienizzanti.

Con l'estate alle porte, comincia a profilarsi un grottesco susseguirsi di messa "in sicurezza" dei luoghi, di protocolli, di nastri distanziatori tra un ombrellone e l'altro, fino al bieco parossismo dell'igienizzazione tramite prodotti biotossici di intere, desolate spiagge.

Il waterboarding adoperato alle attività commerciali le aveva costrette ad accettare tutto. E sia: che si riapra alle vostre condizioni, purchè si riapra.

Ripartire dunque, ma "in sicurezza". Per un'estate che - come vedremo - preparerà il terreno alla "seconda ondata".

3

Naturalmente ricorrere al cilindro magico della semiologia ha i propri limiti: la Scienza deve suffragare con dati, studi, numeri.

Oltretutto l'estate 2020 è alle porte!

Così viene riabilitato lo strumento - inizialmente dato per indisponibile e costoso (ricordate la scarsità dei reagenti?) - del "tampone". Un cotton fioc che - tramite la Reverse Transcription-Polymerase Chain Reaction - diagnosticherebbe la "presenza" del virus (benchè il premio Nobel e inventore dello stesso, Kary Mullis, prima di passare a miglior vita sostenesse fosse del tutto inutile come strumento di diagnosi)

Poco importa - dicevano - che siate "asintomatici": il virus circola e occorre isolare e tracciare. Trapanare e tamponare. Bisogna salvare l'estate.

Gli sforzi della Propaganda per sviare dalla facile intuizione secondo cui se uno sputacchio può contagiare tutti allora non ha senso cercare il frammento di Rna trapanando gola e naso, sono tutto sommato leggeri: Italia sta reagendo abbastanza bene, il gregge si muove secondo pastore. Non si fa domande.

Almeno così pare, perchè poi arriva - di concerto con la smania di tamponare tutti - la famigerata App Immuni, ossia una sorta di grottesco meccanismo di cyberdelazione e autodenuncia che però non attecchisce, non sfonda. Sarà il caldo, sarà il mare, ma la gente pensa a uscire la sera, lasciarsi alle spalle tutto, e preferisce evitare quarantene.

Irresponsabili!

Dopo un'estate all'insegna di mascherine in spiaggia (e perfino in acqua) con tanto di selfie, e di Bonus Vacanza elargiti come un'elemosina alle indegne mani tese di un'italietta di mendicanti senza orgoglio, ecco il caso "Billionaire": il famoso locale dei VIP in Sardegna diventa un "focolaio" (a nutrire il glossario pandemico della neo-lingua). Il barman viene intubato, il patron e millionario Briatore viene "ricoverato" (per prostatite, ma "positivo" al tampone).

Settembre parte col piede giusto: abbiamo il nuovo nemico e non si chiama più Runner. Si chiama Movida.

"Assembramenti" ha sostituito ormai su tutti i giornali e nel linguaggio comune le parole "gruppi", "raggruppamenti", "comitive". Fotografie scattate con teleobiettivo mostrano folle aggrappolarsi in modo sconsiderato. La politica tutta - a destra e a sinistra - stigmatizza gli irresponsabili.

"Dobbiamo evitare la seconda ondata", rimbomba il boato ipnopedico.

Ecco che "seconda ondata" entra nel glossario dei pennalai sinottici di regime. Così come vi entrò di prepotenza "negazionisti" in luogo di "scettici".

Vedere "assembramenti" durante la "movida" rimandava immediatamente alla "seconda ondata", a dimostrarlo c'erano i tamponi PCR che adesso arrivavano a essere decine di migliaia al giorno per scovare sempre più polli e focolai da dare in pasto alle statistiche.

La seconda metà di settembre - infine - vede chiudersi l'estate e aprirsi le scuole, fino a quel momento dimenticate.

E la palla passa ai bambini. I veri protagonisti dell'Autunno.

Ma questo è un altro capitolo.

 

4

Dopo sette mesi di assenza, precisamente da fine febbraio 2020, bambini e ragazzi possono tornare a scuola.

Ma facciamo un passo indietro.

Nel periodo precedente, da marzo 2020 a giugno, si era abbozzata la prima, rocambolesca, forma di DAD, o Didattica a Distanza (altro termine a rimpolpare il glossario) che aveva messo in crisi trasversalmente milioni di famiglie costrette a seguire più figli contemporaneamente mentre si lavorava da casa durante il lockdown: nuovi PC, tablet, webcam, contratti con società di telecomunicazioni etc.

In seguito, a ridosso dell'estate - dopo un imbarazzante silenzio del Ministero dell'Istruzione nella persona di Lucia Azzolina - le istituzioni si ricordano che esistono gli studenti, così cominciano a scavillare improbabili protocolli e misure per mettere "in sicurezza" gli studenti, già sapendo (novelli Nostradamus) che il raffreddore letale sarebbe tornato a colpire, scegliendo come luogo privilegiato dei "focolai" per l'appunto le scuole. Poco importava che le stesse statistiche visionabili perfino dall'analfabeta funzionale medio indicassero in maniera incontrovertibile che i bambini non fossero soggetti all'infezione. Potevano però – questa era la risposta - essere "asintomatici", e mescere l'Rna ferale direttamente nelle narici dei poveri nonni.

Ecco così manifestarsi una delle più tristi pagine del folclore italiano: i "banchi a rotelle" e tutto l'indotto congegnato di concerto con tale Arcuri, Commissario Straordinario, una delle figure più drammaticamente pittoresche di tutta la faccenda, destinato ad essere nei mesi seguenti indagato e silurato (sostanzialmente perché non più utile, ma lo vedremo).

Già in estate inoltrata i media davano manforte alla scaletta di Governo insistendo sulla necessità di protocolli stringenti per queste piccole bombe biologiche: si inizia a parlare di mascherine per bambini e ragazzi. Il fatto lo si dà per assodato, c'è solo da stabilire se per tutta la durata delle lezioni, se solo per pisciare, se chirurgiche o “di comunità” (tenete a mente questo passaggio), e altri “se” variamente pasticciati.

Succede infatti che a scuole aperte (io, per protesta, il giorno dell'apertura me ne andai al mare a vedere i miei divertirsi come matti e ci restai per i successivi dieci giorni) tutti i protocolli concepiti nelle settimane precedenti vengono fatti rispettare con rigore: mascherine nei luoghi comuni. Percorsi obbligati con apposita segnaletica. Misurazione della temperatura (da casa, annotata sul diario. A scuola, se c'è sufficiente personale) Distanziamento. Igienizzazione costante. La scuola - da luogo di apprendimento e scambio - diventa più simile a un carcere minorile in versione chupa-chups, con insegnanti e maestri mascherificati che nel migliore dei casi tentano disperatamente e grottescamente di dare "colore" agli sguardi dei più piccoli, e solerti bidelle a puntare il dito su questo o quel monello che pretende di voler respirare.

Inutili le proteste di quei (pochi) genitori: le parole “focolaio”, “in sicurezza”, “i più deboli”, “negazionista”, “i nonni”, sono strali irrefutabili. D'altra parte la maggioranza dei genitori, leonescamente contraria fino a qualche minuto prima all'idea dei propri bambini ammutoliti da un simbolo tossicogeno per otto ore al giorno, si ritrova invece un minuto dopo a pascersi nelle autoreferenziali giustificazioni come: “guarda come sono bravi. Come si abituano in fretta. Sono proprio resilienti questi bimbi”. I mezzi di Propaganda, all'unisono, confortano questa visione con servizi messi a punto per l'occasione, e mandati H24. In pochi notano che – contestualmente alla stipula di un contratto tra il Governo Italiano e la FCA relativo alla produzione e alla fornitura di circa 30 milioni di mascherine chirurgiche al giorno – viene introdotto l'obbligo di fare indossare agli studenti non più mascherine autoprodotte o di comunità, ma proprio mascherine chirurgiche. Quelle prodotte da FCA. Proprietaria del quotidiano Repubblica. Che tutti i giorni nei suoi articoli demonizza chi non indossa mascherine. In pochi lo hanno notato anche quando è emerso che per difetto di fabbricazione dei pezzi di filamenti tossici e maleodoranti finivano nella bocca e nel naso dei loro figli. La gente, pare, è particolarmente distratta. Ma si comprava – nello stesso periodo – il kit zaino/portapenne/mascherina in coordinata.

A margine annotiamo il fenomeno, seppur secondario, dell'educazione familiare – già esploso dopo le leggi del 2017 – che rinverdisce. Molti genitori ritirano i propri figli dagli istituti di Stato e li istruiscono da casa o, quando ne hanno la possibilità, li mandano a studiare presso associazioni di sostegno all'educazione parentale.

Nelle scuole di Stato, ancora, dopo un primo periodo di assestamento, iniziano a spuntare come funghi casi di intere classi “positive”. La colpa? Che ci crediate o no, è della Movida estiva. La Movida di qualche mese prima. Poco importa che il raffreddore cinereo preveda un'incubazione di quattordici giorni. Andare in vacanza mesi prima ci ha compromessi tutti oggi, bambini compresi.

Le mascherine, in autunno inoltrato e con l'inverno alle porte, diventano così obbligatorie anche al banco per tutti gli studenti. Anche in bagno. Anche all'uscita da scuola. C'è chi vorrebbe che gli studenti ne indossassero due.

Ma non basta. Non basta. I focolai scoppiano ovunque.

I banchi a rotelle, i distanziamenti, le mascherine, le igienizzazioni non sono servite a contenere questo formidabile nemico.

I giornali, la politica, gli influencer, chiedono risposte rapide, soluzioni risolutive: siamo alle porte della tanto prevista Seconda Ondata. Col Natale alle porte – un Natale da salvare – il Governo vara provvedimenti più incisivi: mascherine per tutti, anche all'aperto. Italia in rosso, è il principio del "lockdown soft": scuole elementari aperte; medie e superiori variamente in DAD.

Non importa che sul provvedimento sia riportata una frase che recita pressapoco ”[...] con possibilità di prevederne l'obbligatorietà di utilizzo anche all'aperto laddove per condizioni del luogo o circostanze di fatto sia impossibile mantenere il distanziamento”. No. Il simbolo ieratico, il totem ideologico, di tutta questa faccenda – la museruola – ora ce l'hanno tutti. Tutti. Dentro e fuori. Perfino sui balconi.

Altra casella conquistata. Altro concetto sedimentato.

Ora non c'è che da salvare il Natale, e aspettare i tre Re Magi: Pfizer, Astrazeneca e Moderna.

 

5

Dopo circa otto mesi dal primo confinamento, nelle retrocamere pneumatiche dell'inconscio collettivo italiano s'è ormai indiscutibilmente sedimentata l'idea della sospensione non solo dei Diritti Costituzionali, ma perfino di quelli Naturali: tra ottobre e novembre diventano “obbligatorie” le mascherine anche all'aperto – perlomeno così sostiene la stampa sinottica –, si torna a chiudere tutto allo schiocco di dita di improvvisi DPCM senza che si sollevi un fiato, e viene persino introdotta una misura dal sapore decisamente totalitario e marziale, ovverosia il Coprifuoco a partire dalle 22 e fino alle 5. Italia s'è abituata ai toni tanto paternalistici quanto perentori del Premier Conte nelle sue dirette Facebook, e se da una parte fiorisce una fitta e nutrita pletora di contronarratori che alimenta anche diffuse quanto sparute proteste (pacifiche, ma talvolta esasperate) su tutto il suolo nazionale, dall'altra il cosiddetto mainstream pompa a pieno regime una indiscutibile versione ufficiale. Poco importa che si verifichino episodi che in sé smonterebbero tutta la baracca, come la folla oceanica riunita in occasione della morte del giocatore Diego Armando Maradona e stigmatizzata ovunque paventando stragi di lì a due settimane. Stragi che naturalmente non hanno mai avuto luogo.

Oltre a mascherine obbligatorie, coprifuoco e compulsivi DPCM, un nuovo baluardo entra nella narrazione di regime, supportata e mai messa in discussione nelle sue fondamenta da alcuna intellighenzia: si tratta delle “zone colorate”. Sulla base delle “curve epidemiologiche” artefatte e alterate dalla copiosa ricerca di “malati” (asintomatici al 95%) a mezzo tampone, ogni Regione d'Italia può tingersi variamente. La Zona Gialla, ove è consentito (sì, ora è normale che i diritti siano “consentiti”, il che – di converso – implica che possano anche non esserlo a piacimento) muoversi all'interno del territorio regionale, andare al bar o in pizzeria (fino alle 18, poi solo “da asporto”), comprarsi un paio di calzini, delle mutande, andare dal parrucchiere e dall'estetista. In zona gialla la bellezza è consentita; la Zona Arancione prevede l'ulteriore restrizione del confinamento entro i perimetri municipali, bar e ristoranti solo da asporto, mutande ancora acquistabili. Si è un po' meno belli; la Zona Rossa, infine: un confinamento al rosolio tale per cui ci si può muovere solo con autocertificazione e solo entro non meglio precisati “pressi” rispetto alla propria abitazione. Qui, per decreto, niente mutande e niente bellezza.

A tutti i costi dobbiamo appiattire la curva, dobbiamo salvare il Natale. Il Premier Conte usa parole come “raccoglimento”, “sobrio”, “niente baci e abbracci”.

Chi ci salverà?

I quattro quotidiani sinottici – Repubblica, Corriere, Stampa, Fatto Quotidiano – integrano l'edificazione di una nuova mitologia salvifica intorno ai sieri già in via di definizione da parte delle grandi multinazionali del farmaco, che gareggiano tra loro innescando una sorta di toto-pharma. Il primo arrivato avrà un fortissimo vantaggio sulla concorrenza.

Il Natale si avvicina, le restrizioni diffusamente si allentano per “consentire” di acquistare i regali da mettere sotto l'albero – ma sempre nel rigoroso rispetto delle norme di prevenzione che ormai l'italiano ha pavlovianamente imparato a mettere in pratica con un comodo automatismo.

Italia scarta così i regali, con fare un po' furtivo – c'è chi si riunisce in clandestinità per festeggiare la ricorrenza, chi invece rinunzia al cospetto della responsabilità collettiva. Ma il regalo più grande passa dal Brennero, scortato da camionette ed elicotteri, ripreso a reti unificate e asperso dei profumi delle più grandi speranze collettive: sotto una splendente cometa, il giorno 25 dicembre 2020 arriva a Roma – custodito all'interno di un delicato furgoncino dei gelati – il nuovo, grande miracolo. Il suo nome è Comirnaty – per tutti Pfizer Biontech.

6

Il nuovo anno si lascia alle spalle quello funesto, marchiato a fuoco nei futuri libri di Storia, aprendosi a speranze collettive dal sapore salvifico rimasticate anche fra le torbide righe dei giornali di regime, che tuttavia non perdono tempo nel sostenere il cambio di passo gattopardesco utile a cristallizzare la nuova visione della normalità in ascolto del polso nazionale, che va controllato, accompagnato, pilotato.

Dopo meno di un mese dall'avvento del primo Re Magio – che prende ad esser pian piano distribuito come un'ostia trascendente, una parusìa, ai fortunati prescelti – il Governo Conte Bis cade a causa di manovre di palazzo che non importa specificare, concentrandoci piuttosto sull'evidenza – che vedremo – di una linea di continuità ideologica, politica e pratica sulla gestione dell'emergenza sanitaria.

Il Commissario Straordinario Arcuri – scelto dal Conte Bis per fronteggiare alcune fondamentali incombenze e famoso per sospetti emolumenti nell'acquisto di tonnellate di mascherine, Primule ecclesiastiche dai colori fluo-shock distopici, banchi a rotelle e altre amenità – trasluce pian piano via dalle scene.

La narrazione – già nutrita di nuovi e reiterati lemmi funzionali al caso della caduta del Governo (“E' tempo di “Costruttori”) – ora lusinga la linea di obsolescenza programmata presentando il teatrino politico “rinnovato”, nuovo di pacca: un competente, un costruttore, un responsabile si fa via via più necessario. E chi, fra tutti, incarna ognuna di queste peculiarità in modo tanto efficace quanto trasversale?

Certo, non è una novità. Il suo nome scivolava via dalle lingue gocciolanti prima ancora che dei politici e dei giornalai di regime, nelle previsioni della contronarrazione “complottara” a cui mai nessuno affida un grammo di credito. Eppure, tant'è, il Presidente della Repubblica incarica – dopo i dovuti rituali di corteggiamento, sceneggiate narrate, adusi e logori tira e molla – il Costruttore dei Costruttori: Mario Draghi.

I Pennalai Sinottici di Corte – i soliti La Stampa, Repubblica, il Corriere della Sera e, marginalmente, il Fatto Quotidiano – intingono il pennino in un magma di glassa e ridipingono, rinnovano, rinfrescano l'immagine dell'uomo che dal 1992 in poi ha collaborato al più grande smantellamento di una nazione (era Presidente del Comitato privatizzazioni post panfilo Britannia, tanto per dirne una), ex Goldman Sachs, ex BCE ma anche nel gruppo dei 30 e tanto, tanto altro. Con un colpo di penna – che arriva ai vertici del grottesco con titoli su lui che vuole bene al suo cane, dunque non può che essere una “brava persona” - il freddo e atarassico burocrate della finanza internazionale si trasforma magicamente nel nuovo, responsabile Padre d'Italia.

Il fasto con cui viene celebrato il Nuovo è secondo solo alle speranze di un reale cambiamento nutrite – ad arte – da tutta la popolazione. L'esacerbazione delle masse che, ancorché dormienti, mostran qualche guizzo di coscienza, qualche innervatura di consapevolezza residua nei recessi animaleschi delle loro minuta memoria collettiva, viene subito sopita con la presentazione della nuova, scintillante e responsabile squadra di Governo. Nella prima metà di Febbraio 2021 viene svelata la Justice League che traghetterà Italia tutta fuori dall'Emergenza.

Naturalmente sarà un Governo di “larghe intese”; un Governo “di tutti”, con rappresentanti di tutte le classi politiche pescate a centottanta gradi dall'emiciclo. Restano tuttavia alcune figure miliari, come il Ministro della Salute Roberto Speranza e saponetta Di Maio.

Spicca ad ogni modo – tra gli accessori di ultima generazione – l'uomo delle Telco globali: Vittorio Colao (Innovazione Tecnologica e Transizione Digitale). Nella ricetta anche DAD Man all'Istruzione, ovverosia Patrizio Bianchi, subito a sperticarsi per introdurre in pianta stabile la didattica a distanza integrata e le somministrazioni ieratiche dei Re Magi direttamente a scuola.

Una nuova figura pittoresca si staglia poi imperiosa nella skyline della gestione emergenziale col suo fiero pennacchio, mezzo chilogrammo di medaglie al valore, una inappuntabile mimetica inamidata e lo sguardo fiero di chi, pragmatico in ogni cellula, non ha tempo da perdere con Primule e fiorellini: il Generale Figliuolo.

Sarà lui a gestire la nuova comunione, distribuire i Magi Astrazeneca, Pfizer e Moderna a tutta la popolazione. Al suon di tromba radunerà le braccia tese di una popolazione implorante sotto un'unica, grande, patria siringa.

Partono le vaccinazioni di massa. E partono col turbo.

7

Già dai primi giorni di marzo il Generale Figliuolo, nuovo Commissario Straordinario per la gestione dell'emergenza sanitaria, mette in moto e a punto – sostenuto con veemenza e in maniera omogenea da pressoché tutti i media irregimentati – la linea di produzione Fordiana delle somministrazioni di massa dei sieri vaccinali. Non dà scandalo, né afflati di seppur vago scetticismo, che egli sia un militare.

Non appena il numero di quelli che vengono definiti a torto – e con malafede - “immunizzati” aumenta esponenzialmente nel corso delle prime settimane dalla partenza dell'apparato, ecco che cominciano a trapelare (quasi sempre da piccole testate locali, ancora parzialmente salve dalle lusinghe del Potere) notizie di reazioni avverse anche gravi, perfino fatali, occorse immediatamente dopo la somministrazione. Si tratta perlopiù di individui ancora giovani i quali, stando ai dati, sarebbero sfuggiti in condizioni normali alle mortifere escrescenze dell'Rna virale nel caso in cui l'avessero contratto: insegnanti, infermieri, militari e forze dell'ordine.

Si apre così una breve stagione di messa in crisi circa l'affidabilità di un siero in particolare, Astrazeneca, il cui funzionamento è tuttavia del tutto simile agli altri due (Pfizer e Moderna) nei suoi elementi fondamentali. Ma questo non viene detto.

Il siero Astrazeneca causerebbe trombosi entro le due settimane dalla sua somministrazione. La notizia emerge con prepotenza anche nel mainstream dopo che ben due militari perdono la vita poche ore dopo aver ricevuto la terapia genica. Dopo di essi, ancora insegnanti, medici, infermieri, personale militare, anziani etc.

Dalle propaggini europee giungono notizie del tutto simili, così anche Italia si adegua variamente a un'attitudine prudenziale che vedrà sospese le somministrazioni di quel siero in particolare fino a quando non verrà “fatta luce” sulla correlazione fra gli eventi trombotici e il preparato.

L'Agenzia Europea del Farmaco (EMA) prende in carico l'analisi dei dati che dovrebbero stabilire o meno una correlazione: dopo due giorni, in modo perentorio, viene totalmente esclusa questa possibilità. No. Nessuna correlazione.

Sorprende tuttavia che l'EMA sia presieduta dalla Dottoressa Emer Cooke, già membro del consiglio di amministrazione di EFPIA dal 1991 al 1998. EFPIA è “l’organizzazione di lobbying dei più grandi gruppi farmaceutici europei”. Sostanzialmente il controllore è stato alle ottimamente remunerate dipendenze dei controllati – con vari incarichi – dal 1985 al 2020. Ma nessuno si fa domande circa la sua imparzialità.

Così – dopo un breve fermo immagine – la pellicola torna a scorrere a pieno regime, col plauso di tutti coloro che tirano un sospiro di sollievo puntando il dito su quelle categorie che avevano osato mettere in discussione le nuove basi fondanti del BioPotere.

Accade tuttavia che la gente continua a morire dopo le somministrazioni (mica solo di Astrazeneca, che resta però l'unico “bersaglio”). Ma anche – e lo vedremo dopo – ad ammalarsi malgrado abbiano compiuto la trascesa “immunizzazione”.

Si ritorna dunque a interpellare il controllore: il fermo immagine torna a frizzare sugli schermi in maniera un po' instabile. Anche in questo caso succede che in poco tempo la sentenza è pronta, sebbene un po' diversa: la correlazione esiste, ma è rarissima. I benefici superano i rischi.

E la pellicola – insieme alle rotative – torna a scorrere più liscia di prima.

Il nuovo Governo Draghi nel frattempo mostra di non scostarsi in alcun modo dal precedente: continuano i DPCM; il coprifuoco è oramai un principio fortemente cristallizzato nell'ossatura normativa; il meccanismo delle zone colorate rimane e anzi viene slogato – in occasione delle festività Pasquali – dalle statistiche e dai dati delle curve epidemiologiche: è lo stesso Draghi a imporre, assurdamente, per tutto il mese di aprile le sole zone Rossa e Gialla indipendentemente dal numero dei contagi (che nel frattempo bastava fossero superiori ai 250/100mila per retrocedere in “lockdown soft”); tutti i locali, già alla canna del gas, chiusi e solo da asporto; le scuole di ogni ordine e grado tornano a chiudere anch'esse a metà marzo e fino al 7 aprile; viene data licenza ai singoli territori di inasprire le misure previste per ciascun “colore” a piacimento, vedendo così rispuntare sigilli su scivoli e altalene, volanti procedere lentamente in ricognizione di parchi e aree verdi, sanzionare innocui pic-nic e via dicendo.

Ma non solo: a mezzo decreto viene anche sancita la cosiddetta “obbligatorietà” alla vaccinazione per personale medico, paramedico e sanitario, pena il demansionamento e/o la sospensione dello stipendio. Una misura che – grazie al brainwashing collettivo adoperato sugli italiani per ben 14 mesi – non induce alcun conato. Non storce nessun volto fra le anime belle. Non indigna i sindacati – che anzi nel frattempo si stracciano le vesti per mettere “in sicurezza” i lavoratori perfino in azienda, ché il Padrone non pensi mica di cavarsela facilmente. Vaccini per tutti! Vaccini proletari!

Il fatto di aver trasformato un'intera nazione in un laboratorio a cielo aperto, che a seguito della somministrazione seguano ampi “focolai” tra gli “immunizzati”, che sui foglietti illustrativi di ciascun siero sia riportato un triangolo rovesciato a cui segue la dicitura “farmaco sottoposto a monitoraggio addizionale” e che quindi la cavia è il somministrando, il fatto che il diritto al lavoro sia subordinato – de facto – a un ricatto che coinvolga il proprio corpo, che la popolazione sia costantemente tenuta sotto scacco da un'impressionante morsa molossoide di paura e terrore che nasconde colpevolmente evidenze e dati e analisi che per sola logica confuterebbero ognuna – ognuna! - delle premesse che tengono in piedi la narrazione, che stia palesandosi all'orizzonte una discriminazione di sapore totalitario tra cittadini che possono e cittadini che non possono, ecco: questo non fa arrabbiare i compagni sindacalisti, né nessun altro.

Anzi viene rincarata la dose: a mezzo della solita tecnica della finestra di Overton, mescolata a sapienti tecniche di manipolazione della percezione collettiva, si fa sempre più strada nel corso della primavera l'idea del cosiddetto “Pass”, ossia di uno strumento (un marchio?) premiante per coloro i quali, perché vaccinati o certificati come “guariti” o negativi al tampone molecolare (insomma a qualsiasi intruzione coattiva al “corpo”), avranno il “diritto” di spostarsi sul suolo nazionale. Di converso, quanti rifiuteranno la somministrazione o non hanno avuto la “fortuna” di aver contratto il virus con certificazione, saranno relegati, segregati, isolati.

Tutto nel nome della Democrazia. Tutto nel nome della Salute. Così come nel nome della Salute è arrivato il Recovery Plan il quale, su quasi 200 miliardi di euro stanziati, ne destina appena 15 alla Sanità e ben 100 tra “Transizione Ecologica” e “Digitalizzazione”: i capisaldi del Great Reset a cui siamo stati assoggettati nostro malgrado. Al cospetto del quale ci hanno piegati.

Arriviamo così in queste prime settimane di maggio 2021 con un mondo stravolto, capovolto, rovesciato, impronunciabile in virtù delle misure adottate per contrastare quel virus del raffreddore che venti mesi prima appariva in una regione cinese intorno a Wuhan? No. Lo scopo è ovviamente un altro.

In nome del Nuovo Mondo, di questo Nuovo mondo, siamo tracciati, reclusi, inseguiti, vessati, ammutoliti, licenziati, affamati, costretti a uno psy-bombing continuo e inarrestabile, incapaci di giudizio e coraggio, incapaci di proteggere i propri figli, sottoposti a torture psicologiche incessanti, distanti gli uni dagli altri, diffidenti, costretti a patire il grottesco susseguirsi di restrizioni e costrizioni illogiche, controintuitive, innaturali, costretti a limitazioni senza posa, una dopo l'altra all'interno di un solco di pensiero unico e monolitico, marchiati e accusati di voler vivere; di essere pericolosi perché vogliamo vivere.

Di essere pericolosi perché vogliamo vivere.

Dunque non c'è altra soluzione.

Se le cose stanno così, amici miei, ebbene: che pericolo sia!

Uriel Crua



L'Occidente può non dirsi cristiano?

L'Occidente non può non dirsi cristiano. L'asserzione è vera non tanto nei termini di una generica adesione religiosa che il dilagante clima di secolarizzazione ampiamente smentisce, quanto piuttosto nel senso secondo cui la millenaria egemonia dottrinale cristiana ha informato, volente e nolente, la forma mentis dell'uomo occidentale, modellandone alla radice la visione, i desideri, le speranze e i timori. Ritroviamo le più elementari urgenze cristiane, rimosse con forza da un presente che se ne vorrebbe libero ed emancipato, riemergere come fenomeni carsici laddove la razionalità si incrina, perché incapace a rendere conto in merito a istanze fondamentali quali il senso e il fine.

Questo accade in maniera particolarmente evidente nel presente, in quanto i timori e le incertezze per la svolta epocale a cui stiamo assistendo alimentano in modo consistente quel senso insanabile di angoscia che opprime l'uomo al presagio di cambiamenti inevitabili e fuori controllo. Ecco il sorgere, dunque, di vecchie e nuove espressioni di apocalittica e messianismo in seno alla razionalissima civiltà delle macchine e della finanza, la quale dimostra così di non aver ancora saldato definitivamente il conto con il proprio residuo umano, di cui vorrebbe sbarazzarsi ma che ne costituisce l'ineludibile fondamento. Il senso di una fine imminente del mondo e l'invocazione del suo Giudizio, che oggi si respirano in più luoghi della cultura e dell'arte, appaiono come l'espressione più evidente di un'inquietudine tutta cristiana, la quale, mai domata, muta forma nel tempo ma sempre rimane la stessa. Sergio Quinzio, il più grande ermeneuta contemporaneo della speranza nell'Apocalisse, mai si stancò di metterci in guardia dalla compagnia di falsi messia e dubbi anticristi. Il significato ultimo dell'attesa cristiana, per il biblista ligure, risiede non tanto nella salvezza e nella redenzione, quanto piuttosto nella consolazione dallo scandalo del male che considera inoltrepassabile. La storia si presenta così come un costante precipitarsi verso la catastrofe finale, da cui Dio salverà un resto: coloro che custodiranno la fede fino alla fine. L'eone cristiano altro non sarebbe che una lotta all'ultimo sangue contro il nulla che avanza, e il senso della militanza cristiana una tragica forma di resistenza su posizioni perdute, in un mondo di rovine spirituali. Ecco dunque che l'apocalittica, come categoria dello spirito prima che come genere letterario, si configura come un ethos eroico: i santi degli ultimi tempi assomiglieranno più all'Arcangelo in cotta di maglia che a quella parodia del santo d'Assisi che tanti consensi raccoglie.

L'uomo odierno, avendo rinunciato a tali orizzonti di forza, fronteggia la propria piccola apocalisse moderna con il modesto armamentario simbolico e ideologico che ha raccattato nelle discariche della pseudo-cultura di cui dispone. Sarà per questo, forse, che prevede la fine imminente. La nostra cultura, infatti, avendo distolto lo sguardo dalla vista del male in ogni sua manifestazione, ha perso la capacità di immaginarlo. Se solo comprendesse quanto ancora possiamo abbassarci, si renderebbe conto di quanto lontano sia il punto d'impatto della caduta. Per quegli uomini di fede o cultura che ancora si sforzano di pensare la fine, il pensiero dell'Apocalisse ha oggi perlopiù due risvolti: la paralisi e il ritiro nel privato. Molti si autoproclamano il biblico resto d'Israele sottratto alla gola del leone, e si preparano ad essere accolti gloriosamente nel Regno. A costoro vorremmo ricordare, a margine di qualsiasi riflessione di ordine teologico, che se il Giudizio ha un senso, è che ogni istante sarà giudicato. Il che è come dire che ogni attimo nasce già giudicato, eternamente. Il Giudizio è ora, prima ancora che alla fine dei tempi. Il senso dell'Apocalisse è dunque la responsabilità, ossia il farsi carico del presente nel presente. Per questo non può esserci inerzia: siamo in guerra fino alla fine, e chi oggi si ritira e non combatte è un disertore.



Intervista a Weltanschauung Italia 1/5/2021

1. Weltanschauung significa “visione del mondo”. Perché questo nome e qual è la “visione del mondo” di Weltanschauung Italia?

La traduzione italiana della parola Weltanschauung non rende pienamente il significato del termine. Ricordiamo a tutti che il tedesco è la principale lingua della filosofia moderna, e questo perché, come il greco antico, ha peculiari caratteristiche che la rendono adatta ad esprimere concetti astratti ed universali. Da questo punto di vista il lessico filosofico tedesco è sostanzialmente intraducibile, perché in tale processo i suoi termini tecnici rischiano drastici appiattimenti e riduzioni di significato. Weltanschauung significa essenzialmente un orizzonte originario e irriducibile di senso che orienta, dirige e organizza l'esperienza e l'esistenza umana in modo qualitativo e differenziato. Ogni Weltanschauung, intesa come visione del mondo, è unica come l'epoca e la civiltà che la esprimono, essendo tutt'uno con la sostanza umana che in essa dimora e prospera, compiendo il proprio ciclo storico. Essa dà luogo a una cultura specifica, che si articola in un insieme organico di conoscenze, arti, istituzioni, che potremmo definire, romanticamente, la vita spirituale di un popolo. E' a questo concetto che ci siamo ispirati per il nome della nostra iniziativa, che vuole essere un appello a tale modello di cultura contrapposto al relativismo e all'omologazione ideologica contemporanea.

2. Com'è nata l'idea di questo progetto?

Il canale è nato nel 2011 occupandosi prevalentemente di musica e arte post-industriale, un ambiente culturale che tratta spesso, in chiave estetica, tematiche e punti di vista affini a quelli che tutt'ora coltiviamo. Nel tempo abbiamo progressivamente abbandonato la critica musicale per concentrarci sempre di più sulla critica della cultura, che è oggi il nostro interesse principale. Questo perché, a nostro parere, la distorsione mediatica della realtà, tipica dei nostri giorni, necessita di un contraddittorio e di un correttivo alla cui realizzazione desideriamo dare il nostro contributo.

3. La posizione di Weltanschauung Italia è alternativa a quella dominante, cosiddetta mainstream. Se dovessimo descrivere la “visione del mondo” dominante contro cui vi battete, in che consiste e cosa non vi piace?

Desideriamo precisare che non si tratta di una questione di gusti personali: ognuno porta e testimonia la verità che vede. Potremmo anzi dire che ognuno è la verità che esprime. Quella che lei definisce “visione del mondo” dominante, è in realtà qualcosa che si trova radicalmente agli antipodi di un'autentica Weltanschauung nel senso indicato sopra. In sintesi, stiamo assistendo, a livello planetario, a un enorme tentativo di omologazione culturale finalizzato a creare l'uomo adatto a far da supporto a un unico governo e a un unico mercato. Si tratta di un'operazione di ingegneria sociale altamente pianificata e coordinata, tutt'altro che spontanea, sebbene gran parte delle figure coinvolte non ne siano consapevoli. Essa ha come bersaglio la decostruzione di quegli elementi qualitativi e identitari che caratterizzano l'essere umano nella sua costituzione psicofisica, e tutte quelle strutture sociali differenziate e autonome che si frappongono tra il nudo soggetto e il potere centrale. In sostanza, si ha di mira la programmazione di un individuo astratto e atomizzato, privo di identità e di cultura, costitutivamente apolide ma perfetto cittadino del mercato globale. Riteniamo che tutte le tappe di questo processo vadano rifiutate integralmente, pena il sacrificio della nostra umanità a favore degli interessi dell'inumano.

4. Quali sono le differenze fondamentali tra il tipo di informazione dei cosiddetti media ufficiali e quella che invece diffondete voi?

Noi non facciamo informazione. Non siamo giornalisti e non ci occupiamo di cronaca e attualità. Ci limitiamo a suggerire sintesi e visioni di insieme, prospettive all'interno di cui considerare i fenomeni, indicazioni per orientarsi e interpretare la realtà e i cambiamenti in corso. Questa è quella che chiamiamo contro-narrazione. Non ci si rende spesso conto che la narrazione a senso unico che viene presentata dagli organi di informazione e cultura mainstream si regge su un insieme di presupposti che vengono dati per scontati e come tali assimilati dal comune consumatore del network. Noi puntiamo a mettere in discussione la narrazione unica affinché quei presupposti vengano allo scoperto e possano essere finalmente oggetto di critica. Ricordiamo che per molti storici questa è l'epoca dell'informazione, ossia il periodo in cui a determinare la differenza in termini di potere e influenza non sono il capitale e i mezzi di produzione, ma i mezzi di informazione e trasmissione/distribuzione della medesima. L'informazione e la cultura sono oggi più che mai uno strumento al servizio della politica. Ecco che l'esercizio critico che proponiamo non può essere considerato che come un indispensabile correttivo a una dimensione pluralista del dibattito oggi sempre più latitante.

5. Prendiamo questo periodo specifico della pandemia. Qual è il vostro punto di vista, se si può descrivere in modo sintetico?

Tralasciamo tutte le questioni che riguardano origine, numeri ed entità della cosiddetta pandemia. Su questo ci sarebbe molto da dire, ma non è l'oggetto della sua domanda. Diamo per assodato che a monte dell'attuale situazione odierna ci sia un qualche evento di ordine sanitario. Noi sosteniamo che tale evento stia fungendo come pretesto ed acceleratore per una serie di trasformazioni politiche, economiche e sociali che, legittimandosi sullo stato emergenziale, stanno portando a compimento un processo iniziato diversi decenni fa. Tale insieme di trasformazioni è fortemente voluto da una serie di organismi sovranazionali che lo dirigono mediante una regia unitaria neppure troppo occulta. Stiamo parlando di una progressiva devoluzione della sovranità e dell'autonomia dei singoli paesi a favore di soggetti sovranazionali che rispondono solo a se stessi e agiscono in base a interessi privati. Affinché ciò sia possibile è però necessario imporre una cultura adatta a recepire una tale forma di governo, e abituare la popolazione agli strumenti di controllo indispensabili a mantenere un ordine di tali dimensioni, che deve essere tanto più serrato e stringente quanto più privo di strutture intermedie. E' inoltre necessario alla realizzazione del disegno globale la costruzione del consenso delle masse affinché cambiamenti che contraddicono le basi del diritto della società occidentale possano essere accettati in vista di una nuovo modello di soggetto politico e giuridico. Se ci si ferma a riflettere, non si può negare che la pandemia abbia dato luogo a una forma di ideologia sanitaria che si presta perfettamente a tutti questi scopi.

6. C'è speranza di avere una mondo diverso? E come dovrebbe essere?

Non sappiamo risponderle in merito a quanto fondata possa essere una speranza di arresto o di inversione dei processi in corso. Cerchiamo di coltivare un sano realismo che permetta di non farsi illusioni e di affrontare le singole situazioni per quello che sono. Le forze che stanno decidendo del presente sono enormi e soverchianti. Credo sia poco realistico pensare di rovesciare gli equilibri di potere ricorrendo agli strumenti convenzionali della politica, o a quei prolungamenti della politica che sono la guerra e i suoi surrogati. Siamo fermamente convinti che l'unico strumento di resistenza efficace e indispensabile sia la cultura, e questo perché il principale dispiegamento di forze messe in campo dalle forze avversarie riguarda appunto la cultura e l'informazione. Dobbiamo innanzitutto mettere in discussione la manipolazione dell'immaginario operata dal dispositivo mediatico. Questo può permetterci di resistere alla pressione sociale e alla paura, che sono attualmente i principali strumenti di estorsione del consenso. Dobbiamo portare allo scoperto i presupposti dell'opera di distorsione della realtà in corso, i quali si basano su una nuova “visione del mondo” e dell'uomo, che ci si vuole imporre come ovvia e scontata, ma che non lo è affatto. Solo a partire dal ricordarci costantemente cos'è un uomo e dove risiede ciò che lo appaga e lo realizza, possiamo iniziare a pensare il cambiamento, che è in fondo null'altro che tornare alle nostre radici, a ciò che siamo da sempre e permanentemente nella nostra umanità. Questa è l'unica rivoluzione possibile e desiderabile. Vorrei ricordare a tutti che l'autentico significato di “rivoluzione” è quello di un movimento che completa il proprio ciclo nel punto d'origine.

7. Come reagisce il pubblico dei social al vostro modo di comunicare? Come rispondete alle critiche e ai commenti degli haters?

Nei vari canali utilizziamo timbri e registri di comunicazione diversi. Alcuni testi hanno forma molto diretta e polemica, altri presentano contenuti decisamente più tecnici e sostanziosi. Ci interessa raggiungere più persone possibili, ma allo stesso tempo abbiamo cura che le idee di cui siamo testimoni siano percepite come solide, credibili e fondate. C'è un tipo di lettore che percepiamo come omogeneo a noi e con cui entriamo molto frequentemente in contatto: persone che sono stanche di una pseudo-cultura libresca e di una pseudo-politica sempre più provinciale e claustrofobica; persone che vogliono tornare a pensare l'ideale e l'utopia; persone che sanno che le idee impegnano e che osano avventurarsi anche per vie impervie e pericolose, alla ricerca di nuove sintesi. Dei cosiddetti haters ci occupiamo poco: non ci interessa chi ci etichetta per liquidarci; le critiche, quelle sincere, invece, le consideriamo un'occasione di confronto e di approfondimento.

8. Avete dei nemici principali che ritenete più pericolosi o che vi ritengono più pericolosi?

Non concepiamo il concetto di nemico politico. Possiamo concepire l'idea di nemico se qualcuno attenta alla nostra vita, o a quella dei nostri cari, ad esempio, ma chi la pensa diversamente da noi non è nostro nemico. Può essere un nostro avversario, ma non un nemico, se capisce cosa intendiamo. Crediamo che l'odio nei confronti dell'avversario sia un segno di barbarie, un enorme regresso della nostra società. Oggi più che mai si tende ad inasprire il confronto e a caricarlo emotivamente, e questa esaltazione degli opposti è decisamente funzionale a chi è interessato a togliere l'attenzione da dove realmente si prendono le decisioni. Su questa scia, credo che molti ci identifichino come nemici. Tra le etichette risibili che ci vengono affibbiate c'è quella di “rossobruni”, categoria che scontenta tanto la destra che la sinistra, perché è come dire che non si è catalogabili in nessuna fazione, ma si è di scandalo ad entrambe. Ovviamente la rifiutiamo: non ci consideriamo né nazionalisti nel senso comune del termine, né tanto meno di area socialista. Credo che molti ci ritengano pericolosi proprio perché disdegniamo la logica degli opposti schieramenti, e tentiamo di dare un significato autentico all'extra-parlamentarismo e all'autonomia.

9. Milano Città Stato nasce dall'idea che per avere una politica migliore occorra spostare al livello più basso gli organi di decisione e valorizzare il più possibile l'autonomia e la diversità distintiva del territorio. In particolare crediamo che al modello ottocentesco degli stati sovrani, burocratici e spesso onnipotenti, sia preferibile la soluzione della parcellizzazione dei poteri in città e territori autonomi al fine di evitare derive autoritarie ed oppressive. Che ne pensate di questa impostazione?

Condividiamo l'idea che la politica vada riportata a una dimensione umana, non disgiunta dal popolo, inteso non come entità astratta, ma come concreta solidarietà di uomini, territorio e cultura. Condividiamo anche il rifiuto dello statalismo, soprattutto quando questo risolve lo stato in una macchina burocratica priva di anima ed eticità. Siamo anche convinti che l'antidoto allo spaesamento contemporaneo sia la riscoperta del senso di appartenenza a una tradizione e a un retaggio di ordine spirituale, che non necessariamente è religioso, ma che sempre si esprime in forme concrete di aggregazione e di condivisione, volte all'elevazione del singolo e della comunità. Crediamo che un mondo che custodisce e difende le identità e le differenze sia un mondo più ricco e prezioso di quello che tende a ignorarle o a cancellarle. Ampie forme di autonomia, organiche a un'impresa comune e ordinate a un'idea verticale e a una visione condivisa, secondo noi costituiscono il modello di società preferibile. La politica dovrebbe adeguarvisi.

10. Quale è la vostra più grande paura? E la più grande speranza?

Non bisogna avere paure, né speranze. Quando il pericolo si presenta va affrontato in maniera lucida, razionale e responsabile, fosse anche una battaglia su posizioni perdute. Il nostro augurio è che l'avanzata dell'inumano trovi desti e vigili il più ampio numero di uomini possibili, determinati a mantenersi tali e a custodire ciò che ci rende unici nell'universo intero. Vorremmo ricordare che il romanzo più citato in questo periodo, il famoso “1984” di Orwell, assunto quasi a simbolo dei nostri tempi e a modello di resistenza, si sarebbe dovuto intitolate “L'ultimo uomo in Europa”. Auguriamoci di non essere davvero gli ultimi.

11. State collaborando con altre realtà e/o pensate che potrebbe essere utile creare una rete di soggetti che si discostano dall'informazione dominante?

Attualmente abbiamo una stabile collaborazione con il mensile “Il Primato Nazionale”, dove siamo ospiti in maniera fissa con la rubrica “Visioni e Orizzonti”. Per il resto siamo aperti a collaborazioni con qualsiasi altra realtà culturale, purché sia consapevole del nostro punto di vista e ci garantisca autonomia e libertà di espressione. Collaborare con terzi non è cosa facile: ci si trova spesso a doversi scontrare con interessi di parte, manie di protagonismo e strumentalizzazioni varie, per cui siamo cauti ed esigenti, ma non escludiamo a priori nessuna proposta.

Intervista per la testata "Milano Città Stato"

 (https://www.milanocittastato.it/opinioni/weltanschauung-ci-vogliono-piu-uomini-contro-lavanzata-dellinumano/)






Il mostro della tecnica - J.Ellul

L'uomo, nel proprio orgoglio, soprattutto intellettuale, crede ancora che il proprio pensiero domini la tecnica, crede di poterle ancora imporre un dato valore, un dato significato. I filosofi sono i primi a pensarlo. È significativo constatare che le migliori filosofie che dichiarano l'importanza della tecnica, addirittura quelle materialiste, alla fine si ripiegano sulla preminenza dell'uomo. Ma tale pretesa è puramente ideologica. Come si relaziona l'autonomia della tecnica in rapporto alla morale e ai valori? Credo si possano analizzare cinque aspetti.

In primo luogo, la tecnica non progredisce in funzione di un ideale morale, non cerca di realizzare dei valori, non mira a una virtù o a un Bene.

Secondo aspetto: la tecnica non sopporta alcun giudizio morale. Il tecnico non tollera alcuna invasione della morale nel proprio lavoro, che deve essere libero. Pare evidente che il ricercatore non debba assolutamente porsi il problema del bene o del male, del lecito o del proibito della propria ricerca. Per quanto riguarda l'applicazione è esattamente la stessa cosa: semplicemente ciò che è stato scoperto si applica. Il tecnico applica la propria ricerca con la stessa indipendenza del ricercatore. Ecco il punto illogico comune a molti intellettuali: concordano sul primo punto, che pare loro evidente, ma vogliono reintrodurre giudizi di bene e di male, di umano e inumano, ecc., quando si passa al secondo: il tecnico deve utilizzare la tecnica a fin di bene. Posto il primo termine, ciò è totalmente insensato, perché applicazione e ricerca coincidono. L'invenzione tecnica è frutto di un certo comportamento: il problema del comportamento (nei confronti del quale si vuole apportare un giudizio di valore) non si pone solo al momento dell'applicazione. È lo stesso comportamento a dettare l'atteggiamento di ricerca (e a volerla libera) e quello di applicazione: il tecnico che realizza si considera libero quanto lo scienziato che fa ricerca. È ingenuo pretendere di fare intervenire la morale nelle conseguenze quando la si è rifiutata nel principio. L'autonomia della tecnica si è stabilita principalmente attraverso la radicale divisione dei due campi: «A ciascuno il proprio». La morale giudica problemi morali. Non ha nulla a che vedere con i problemi tecnici: solo criteri e mezzi tecnici sono accettabili in questo caso. Un tecnologo americano ha condotto un appassionante studio a partire dalla seguente idea: fintanto che i problemi sono puramente tecnici, trovano sempre una soluzione chiara e certa. Appena in questi problemi entra un fattore umano o quando diventano tanto ampi da non permettere più un trattamento tecnico diretto, essi paiono insolubili. Di fronte a tali difficoltà si sviluppa l'«engineering» sociale, che si richiama ai buoni sentimenti, al miglioramento dell'uomo basato su migliori istinti, e crede che la soluzione sia il miglioramento dell'uomo, anche se ottenuto attraverso tecniche (psicologiche o psicosociologiche): considerati un certo numero di esempi, si realizza che tale via è destinata al fallimento e all'incertezza, perché si tiene troppo conto fattori non tecnici. La sola scappatoia è riuscire a trasformare tutti i problemi in una serie di questioni specificamente tecniche, ognuna delle quali riceve soluzione dalla tecnica adeguata. In questo modo siamo sicuri di ottenere risultati senza mischiare i generi. Non c'è migliore dichiarazione di autonomia tecnica! Morale, psicologia, umanismo: è tutto d'intralcio. Questo è il giudizio.

Tale idea è rinforzata dalla certezza filosofica che solo l'uomo può essere sottoposto a valutazione morale. «Non ci troviamo più in quell'epoca primitiva in cui le cose erano buone o cattive in sé: le cose sono ciò l'uomo fa di esse. Tutto fa riferimento a lui. La tecnica non è nulla in sé». Formulando questa idea semplicistica, l'intellettuale non si rende conto che l'uomo dipende dalla tecnica, e che, una volta che essa è divenuta indenne a ogni giudizio morale, potrà fare qualsiasi cosa. L'uomo fa ciò che la tecnica gli permette di fare, e quindi ha iniziato a fare di tutto. Affermare che la morale non può apportare alcun giudizio nei confronti dell'invenzione o dell'operazione tecnica porta in realtà ad affermare, senza volerlo, che ogni azione dell'uomo sfugge ormai all'etica: l'autonomia della tecnica causa quindi la moralizzazione dell'uomo. La morale ormai non è più relegata al proprio ambito, ma al nulla: appare agli occhi degli scienziati e dei tecnici (insieme ai valori e a tutto ciò che può essere definito umanista) come una questione totalmente privata, che non ha nulla a che vedere con l'attività concreta (che può essere solo tecnica) e che non riveste alcun interesse per quanto concerne gli aspetti importanti della vita. (..)

Il tecnico non vede che senso possa avere uno studio filosofico o morale in rapporto al lavoro che conduce. Ovviamente ammette che gli specialisti di problemi morali, i filosofi, ecc., apportino valutazioni su tale lavoro, che emettano giudizi, ma ciò non lo riguarda. È pura speculazione. I lavori riguardanti la filosofia, la sociologia della tecnica (e comincia a spuntare la teologia della tecnica) si moltiplicano, ma riscuotono interesse solo all'interno della cerchia dei filosofi e degli umanisti: non trovano sbocco tra i tecnici, che continuano a ignorare tali ricerche. Non si tratta semplicemente del risultato di una specializzazione: i tecnici vivono in un mondo tecnico ormai autonomo

Il fatto che la tecnica non tolleri alcun giudizio morale ci porta al terzo aspetto: essa non accetta di essere bloccata da una ragione morale. Va da sé che opporre giudizi di bene o di male a un'operazione giudicata tecnicamente necessaria è semplicemente assurdo. Il tecnico non tiene semplicemente conto di ciò che gli pare dipendere dalla più profonda fantasia, e del resto sappiamo quanto sia relativa la morale. La scoperta della «morale situazionale» rende facile adattarsi a qualsiasi cosa: come si può vietare qualcosa al tecnico, arrestare un progresso tecnico in nome di un bene variabile, fugace, continuamente ridefinibile? La tecnica almeno è stabile, sicura, evidente. La tecnica, autogiudicandosi, si trova ormai libera da ciò che ha costituito l'ostacolo principale all'azione umana: le credenze (sacre, spirituali, religiose) e la morale. La tecnica assicura così in modo teorico e sistematico la libertà acquisita. Non deve più temere alcuna limitazione perché si situa al di fuori del bene e del male. A lungo si è sostenuto che facesse parte degli oggetti neutri, e quindi non sottoposti alla morale: è la situazione che ho appena descritto. Il teorico che collocava la situazione in questi termini non faceva altro che interinare l'indipendenza di fatto della tecnica e del tecnico. Tale stadio è tuttavia superato: la potenza e l'autonomia della tecnica sono ormai tanto certe che essa si trasforma in giudice della morale. Una proposizione morale verrà considerata valida solo se inseribile nel sistema tecnico, a condizione di accordarsi con esso124. Il quarto aspetto dall'autonomia è relativo alla legittimità: l'uomo moderno dà per scontato che tutto ciò che è moderno sia legittimo, e quindi che lo sia anche tutto ciò che è tecnico. Oggi non ci si limita semplicemente a dire: «La Tecnica è un fatto, bisogna accettarla in quanto tale, non le si può andare contro». Posizione seria che riserva una possibilità di giudizio. Ma un atteggiamento del genere è considerato pessimista, antitecnico e retrogrado. No, bisogna entrare nel sistema tecnico riconoscendo che tutto ciò che viene fatto in tale campo è legittimo in sé. Non c'è alcun punto di riferimento esterno. Non c'è da porsi alcuna questione di verità (poiché ormai la verità fa parte della scienza, e la verità della prassi è la Tecnica pura e semplice), di bene o di finalità: tutto ciò non può semplicemente essere discusso. Dal momento che qualcosa è tecnico, è anche legittimo, e qualsiasi contestazione è sospetta. La tecnica diventa forza di legittimazione: è essa ormai a convalidare la ricerca scientifica, come vedremo. Ciò è estremamente significativo, perché fino a oggi l'uomo ha sempre messo in relazione tutto ciò che ha fatto con un valore superiore, che giudicava e fondava l'azione. Tutto ciò è scomparso a vantaggio della tecnica. L'uomo contemporaneo ravvisa l'autonomia pretesa dal sistema (che può avanzare solo se autonomo) e simultaneamente attribuisce autonomia al sistema accettandolo come legittimo in sé. Evidentemente non è in seguito a un conflitto tra due divinità personificate, Morale e Tecnica, che la seconda acquisisce autonomia! È l'uomo che, divenuto credente e fedele della tecnica, la considera oggetto supremo: perché è necessario che ciò che trova in sé la legittimità e non ha bisogno di nulla per essere giustificato sia supremo! Tale convinzione nasce dall'esperienza e dalla persuasione, perché il sistema tecnico genera la propria potenza tecnica di legittimazione: la pubblicità. È superficiale ritenere che la pubblicità sia un'aggiunta esterna al sistema, in funzione della dominazione della tecnica da parte della ricerca del profitto: la pubblicità è una tecnica, indispensabile alla crescita tecnica e destinata a fornire al sistema legittimità. Questa nasce non solo dall'eccellenza che l'uomo è pronto a riconoscere alla tecnica, ma dalla convinzione indotta che ogni elemento del sistema sia buono. È il motivo per cui la pubblicità ha dovuto affiancarsi le Relazioni Pubbliche e le Relazioni Umane. Non è «la società di massa e dei consumi ad autoplebiscitarsi», ma è la società tecnica a integrare l'individuo nel processo tecnico attraverso tale giustificazione.

C'è ancora un progresso da fare, d'altra parte naturale: indipendente da morale e giudizi, legittima in sé, la Tecnica diventa forza creatrice di nuovi valori, di una nuova etica. L'uomo non può fare a meno di una morale! La tecnica ha distrutto ogni scala di valore anteriore, rifiuta i giudizi provenienti dall'esterno. Ma essendo autogiustificata, diventa anche giustificante: se ciò che era fatto in nome della scienza era giusto, ora lo è anche ciò che viene fatto in nome della tecnica. Essa attribuisce la giustizia all'azione dell'uomo, il quale si trova quindi spontaneamente portato a costruire un'etica a partire da essa, in funzione di essa. Ciò non avviene in modo teorico e sistematico. Tale elaborazione avverrà evidentemente in seguito. Ma l'etica tecnica si costruisce poco a poco, concretamente: la Tecnica esige da parte dell'uomo un certo numero di virtù (precisione, serietà, realismo, e soprattutto la virtù del lavoro!), un certo atteggiamento nei confronti della vita (modestia, dedizione, cooperazione). Essa permette giudizi di valore molto chiari (ciò che è serio e ciò che non lo è, ciò che è efficace, ciò che è utile). È a partire da tali dati concreti che si fonda un'etica, perché è innanzitutto necessaria un'etica vissuta del comportamento affinché il sistema tecnico funzioni bene. Essa ha quindi, rispetto alle altre morali, l'enorme superiorità di essere veramente vissuta. Per di più comporta sanzioni evidenti e ineluttabili (poiché è il funzionamento del sistema tecnico a rivelarle), e si impone quindi come autonoma, prima di costituirsi infine come chiara dottrina, collocata al di là dei semplicistici utilitarismi del XIX secolo.

Fonte: tratto da “Il sistema tecnico”, 1976 di J.Ellul (ed Jacabook)




Chi ha paura del "sovranismo"?

Al di là degli aspetti meramente politici, il motivo per cui sovranismo e affermazioni identitarie sono avvertiti come sospetti, pericolosi e condannabili da una parte tutt'altro che trascurabile dell'opinione pubblica, è da ricercare in fattori di natura antropologica specifici del nostro tempo. Autonomia, indipendenza ed identità sono infatti conquiste caratterizzanti l'età matura. Nel senso comune ci si considera adulti quando si raggiunge una realistica ed adeguata consapevolezza di se stessi, delle proprie possibilità come dei propri limiti, nonché una visione sufficientemente definita di ciò che si considera desiderabile e di ciò che si vorrebbe realizzare nella vita con i mezzi di cui si dispone. Si è adulti, inoltre, quando si è in grado di badare a se stessi e si diventa indipendenti economicamente; questo presuppone un adeguato senso di responsabilità verso la proprietà, sia essa privata che pubblica. Questi ultimi aspetti costituiscono la condizione di possibilità per poter formare un nucleo familiare proprio, il quale andrà a sommarsi a quello di provenienza; di entrambi si è chiamati da adulti a farsi carico, soprattutto nei confronti dei membri più deboli e indifesi.

Il sovranismo non è altro che l'estensione alla sfera politica di questo modello di maturità. Ogni nazione sovrana ha infatti il sacrosanto diritto a decidere di che ritiene opportuno per sé e di come realizzarlo, nel rispetto delle altre entità sovrane e autonome. Ha il diritto di riconoscersi nella propria storia e di affermare la propria identità e visione del mondo sulla base dell'esperienza maturata. Ha il diritto, inoltre, di tutelare i propri cittadini come ritiene opportuno, sulla base di una scala di valori e di priorità che essa ha maturato, e che verosimilmente condividerà con altre entità analoghe dai trascorsi affini o comuni. Il sovranismo rivendica, in altre parole, il diritto di un paese ad essere considerato adulto dalla comunità internazionale.

Da sempre, il riconoscimento della maturità comporta l'ingresso nella sfera politica e pubblica: l'adulto che decide per sé è chiamato a partecipare anche alle decisioni che riguardano la collettività. Il minore, invece, è considerato un soggetto sotto tutela, a cui bisogna provvedere, le cui decisioni devono essere approvate e vagliate, quando non si riconosce addirittura incapace di decidere e pertanto si è obbligati a prendere decisioni in sua vece. Questo è il motivo per cui, in un sistema che ci vuole sudditi, la maturità e l'età adulta sono invise; è anche il motivo per cui il modello sociale che viene promosso è principalmente quello di un eterno adolescente, irresponsabile e non autosufficiente, la cui costante necessità di cura ed assistenza denuncia la minorità. Questo modello è proposto tanto ai cittadini che alle nazioni: in entrambi i casi una autorità esterna al soggetto politico desidera convincerlo della propria incapacità di bastare a se stesso per espropriarlo del proprio diritto ad autodeterminarsi. Un popolo di eterni adolescenti, che ovviamente non sa quale sia il proprio bene, necessita di qualcuno che decida amorevolmente per lui, così come una comunità internazionale di minori è il supporto ideale del dispotismo di entità sovranazionali che desiderano ridurla alla sudditanza. Questo è il motivo per cui un certo paternalismo tornato di moda, tanto a livello nazionale che internazionale, dovrebbe allarmarci e repellerci particolarmente.

Testo per la rivista "Il Primato Nazionale" di marzo 2021