Nietzsche e l'uomo covidista

Nel periodo "pandemico", abbiamo potuto osservare come la gente si sia siringata semplicemente per poter continuare a fare le cose di prima.

Senza il green pass, probabilmente solo una piccola percentuale della popolazione si sarebbe vaccinata. 

Non ci siamo dunque trovati di fronte a un'umanità dedita alla scienza. Bensì al nichilismo puro. Non c'è stata nessuna fede nella scienza. C'è stato semplicemente il doversi siringare. Ed il bello è che questo siringarsi, per-poter-fare (lavorare, andare a un concerto, prendere un treno), è quel crepuscolo degli idoli di cui parlava un filosofo il secolo scorso. E', di fatto, la piena attuazione, della fine delle ideologie. Di ogni valore, finora conosciuto. E' l'abbattimento della coscienza, della libertà, della persona, della storia. E' la fine dell'uomo, come l'avevamo conosciuto. 

E' chiaro che eravamo già pronti. Ma qualcosa avrebbe ancora resistito. Grazie alla pandemia, abbiamo definitivamente abbandonato tutto quel mondo. Ci siamo scoperti 'niente'. Cioè, oltre il lavorare, andare a un concerto, andare a un museo, non siamo niente. Solo fruitori, utenti, clienti. Più nessuna idea sulle cose e sul mondo. Sulla vita, e sugli altri. Nessuna idea. Nessun pensiero. Nessuna visione. Nessun desiderio. Nessun io. Nessuna prospettiva. Solo, la pura obbedienza. Obbedire, per poter fare le cose di prima. Obbedire, perché altrimenti non era possibile farle. Tutta la pandemia è stata indirizzata sul nulla dell'uomo, e nell'uomo. E la scienza, è stato il disperato tentativo, di far reggere un'ideologia che ti chiedeva invece di sottomettere il tuo corpo per prendere un treno, o mangiare una pizza al chiuso. Il nulla, quindi, se il discorso verte sul lato 'ideale'.

Nietzsche, senza dubbio, ha visto tutto. E credo lo si capirà bene quando dei racconti di Zarathustra si saprà cogliere l'aspetto conoscitivo, più che quello esortativo. Zarathustra, vede, e non necessariamente vuole, quello che racconta. La sua partecipazione è una finzione scenica. E' probabilmente l'umano troppo umano che c'è in lui, la sua 'malinconia'. La scena del siringaggio al mercato, tra la frutta e la verdura, di una persona che non sa neppure quello che sta facendo, con una risata senza senso, ricorda certe figure dello Zarathustra, nella sua forza dirompente, nell'intensità distruttiva che emana.

L'uomo covidiano è l'uomo privo di un qualunque pensiero sul mondo, senza più una ragione, una comprensione di quello che ha intorno. E' la risata ebete del pazzo, completamente staccato, da ogni universo di valori e significati condivisi.



Comprendere la "cancel culture"

La terza parte di “1984” di Orwell contiene quella che potremmo definire un'autentica ontologia del totalitarismo. “Chi controlla il passato, controlla il futuro; chi controlla il presente, controlla il passato”, sostiene O'Brien. Il tempo ha un valore eminentemente politico: disancorato da un fondo stabile e garantito, diviene materia plastica ad uso e consumo del potere. La chiave è dunque il passato, che secondo l'ingenuo Winston esiste come deposito in quanto memoria, ma che scoprirà ben presto essere invece il prodotto mutevole della pedagogia di regime, in quanto “la realtà esiste nella mente degli uomini, e in nessun altro luogo”. Tale mente, tuttavia, è sovraindividuale: è la mente collettiva e impersonale del Partito, che esso plasma secondo volontà.

La chiave per comprendere la cancel culture risiede appunto in questo nucleo teoretico. Chi del fenomeno percepisce esclusivamente la paradossalità non si rende conto di rimanere ancorato a un'ontologia obsoleta, che il potere cospira per abolire. Ancora una volta la battaglia politica si gioca sul piano della cultura, intesa come visione del mondo integrale. La cultura della cancellazione è prima di tutto una forma estrema di volontarismo nichilista, giacché nega il fondamento dell'essere a favore della volontà manipolatrice. Un autentico idealismo solipsista, laddove però la solitudine qualitativa del soggetto assoluto è sostituita con il vuoto anonimo della massa cementata dall'ideologia.

Nessuno deve ricordare se non ciò che è che si è obbligati a ricordare. O'Brien assimila questa riprogrammazione a un processo di guarigione. La salute è rappresentata dall'esercizio del pensiero fluido secondo le direttive del potere. L'aspetto totalitario della cultura della cancellazione è proprio questo: non basta l'obbedienza né la sottomissione. Ciò che è realmente indispensabile è la ristrutturazione delle categorie di pensiero e della volontà. “E' intollerabile per noi” dice il carnefice “che anche un solo pensiero partecipe dell'errore possa esistere in qualche parte del mondo, pur se nascosto e innocuo”.

A questo punto, affinché l'opera sia completa, è necessario che la volontà, quando si esercita cancellando il passato, cancelli anche il ricordo della sua azione. La volontà, paradossalmente, deve essere inconsapevole di sé. Se serbasse consapevolezza, il soggetto che la esercita non potrebbe essere veramente persuaso che la realtà artificiale sia autentica. Dialetticamente, la volontà deve diventare negazione della negazione, quindi piena affermazione della positività contraffatta che emerge dalla distruzione e dalle macerie del passato oggettivo.

Quando la cancel culture nega se stessa affermando di non esistere, ci troviamo esattamente a questo stadio. E' una fase piuttosto avanzata dell'affermazione di un'ontologia di regime che non va sottovalutata né minimizzata, nonostante appaia grottesca agli occhi di chi ancora non è familiare al bispensiero. Finché non ci rendiamo conto che la distruzione degli emblemi del passato e la riscrittura della storia mediante forme di revisionismo sempre più radicali e gratuite non sono il fine, ma il sintomo di un fenomeno che avviene in luoghi della coscienza collettiva molto più profondi e invisibili, non saremmo mai in grado di elaborare strategie di resistenza culturale davvero efficaci per far fronte all'urgenza storica. 

Testo per la rivista "Il Primato Nazionale" di Settembre 2021




La « visione del mondo » - J.Evola

Qualcosa va detto sui problema della cultura. Non oltre misura. Noi infatti non sopravvalutiamo la cultura. Ciò che noi chiamiamo « visione del mondo » non si basa sui libri; è una forma interna che può essere più precisa in una persona senza una particolare cultura che non in un « intellettuale» e in uno scrittore. Si deve ascrivere fra i nefasti della « libera cultura » alla portata di tutti il fatto, che il singolo sia lasciato aperto ad influssi di ogni genere anche quando è tale da non poter essere attivo di fronte ad essi, da saper discriminare e giudicare secondo retto giudizio.

Ma di ciò qui non può essere il discorso se non per rilevare che, come stanno attualmente le cose, vi sono correnti specifiche da cui la gioventù d’oggi deve difendersi interiormente. Noi abbiamo parlato per primo di uno stile di drittura, di tenuta interna. Questo stile implica un giusto sapere e specie i giovani debbono rendersi conto dell’intossicazione operata in tutta una generazione dalle varietà concordanti di una visione distorta e falsa della vita, che hanno inciso sulle forze interne. Nell’una o nell’altra forma questi tossici continuano ad agire nella cultura, nella scienza, nella sociologia, nella letteratura, come tanti focolai d’infezione che vanno individuati e colpiti. A parte il materialismo storico e l’economismo, fra i principali di essi sta il darwinismo, la psicanalisi, l’esistenzialismo.

Di contro al darwinismo va rivendicata la fondamentale dignità della persona umana, riconoscendo il suo vero luogo, che non è quello di una particolare, più o meno evoluta specie animale fra le tante altre, differenziatasi per « selezione naturale» e sempre legata ad origini bestiali e primitivistiche, ma è tale da elevarla virtualmente di là dal piano biologico. Se oggi non si parla più tanto di darwinismo, la sostanza tuttavia permane, il mito biologistico darwiniano nell’una o nell’altra variante vale con preciso valore di dogma, difeso dagli anatemi della « scienza », nel materialismo sia della civiltà marxista che di quella americana. L’uomo moderno si è assuefatto a questa concezione degradata, vi si riconosce ormai tranquillamente, la trova naturale.

Di contro alla psicanalisi deve valere l’ideale di uno Io che non abdica, che intende restare consapevole, autonomo e sovrano di fronte alla parte notturna e sotterranea della sua anima e al dèmone della sessualità; che non si sente né « represso» né psicoticamente scisso, ma realizza un equilibrio di tutte le sue facoltà ordinate ad un significato superiore del vivere e dell’agire. Una convergenza evidente può essere segnalata: la desautorazione del principio cosciente della persona, il risalto dato al subconscio, all’irrazionale, all’« inconscio collettivo » e simili dalla psicanalisi e scuole analoghe, corrispondono nell’individuo esattamente a ciò che l’emergenza, il moto dal basso, la sovversione, la sostituzione rivoluzionaria dell’inferiore al superiore e il disprezzo per ogni principio di autorità rappresentano nel mondo sociale e storico moderno. Su due piani diversi agisce la stessa tendenza e i due effetti non possono non integrarsi vicendevolmente.

Quanto all’esistenzialismo, anche a distinguervi ciò che è propriamente una filosofia — una confusa filosofia — fino a ieri restata di pertinenza di ristrette cerchie di specialisti, bisogna riconoscervi lo stato d’animo di una crisi divenuta sistema ed adulata, la verità di un tipo umano spezzato e contraddittorio che subisce come angoscia, tragicità ed assurdo una libertà dalla quale non si sente elevato, a cui si sente piuttosto senza scampo e senza responsabilità condannato in mezzo ad un mondo privo di valore e di significazione. Tutto questo, quando già il miglior Nietzsche aveva indicata una via per ritrovare un senso dell‘esistenza e dare a se stesso una legge e un valore intangibile anche di fronte ad un radicale nichilismo, nel segno di un esistenzialismo positivo, secondo la sua espressione: da « natura nobile ».

Tali sono le linee di superamenti, che non debbono essere intellettualistici, ma vissuti, realizzati nel loro diretto significato per la vita interiore e per la propria condotta. Rialzarsi non è possibile finché si resti come che sia sotto l’influenza di consimili forme di un pensare falso e deviato. Disintossicatisi, si può conseguire chiarezze, drittura, forza.



Il mito della caverna e il suo significato filosofico e morale

La condizione dei prigionieri nella caverna rappresenta la conoscenza delle realtà sensibili

[514A] «Dopo di ciò – dissi –, paragona a una condizione di questo genere la nostra natura per quanto concerne l’educazione e la mancanza di educazione. Immagina di vedere degli uomi­ni rinchiusi in una abitazione sotterranea a forma di caverna che abbia l’ingresso aperto verso la luce, estendentesi in tutta la sua ampiezza per tutta quanta la caverna; inoltre, che si trovino qui fin da fanciulli con le gambe e con il collo in catene in maniera da dover stare fermi [B] e guar­dare solamente davanti a sé, incapaci di volgere intorno la testa a causa di catene e che, dietro di loro e più lontano arda una luce di fuoco. Infine, immagina che fra il fuoco e i prigionieri ci sia, in alto, una strada lungo la quale sia costruito un muricciolo, come quella cortina che i giocatori pongono fra sé e gli spettatori, sopra la quale fanno vedere i loro spettacoli di burattini».

«Vedo», disse.

«Immagina, allora, lungo questo muricciolo degli uomini portanti [C] attrezzi di ogni genere, che sporgono al di sopra del muro, e statue [515A] e altre figure di viventi fabbricate in legno e pietra e in tutti i modi; e inoltre, come è naturale, che alcuni dei portatori parlino e che altri stiano in silenzio».

«Tratti di cosa ben strana – disse – e di ben strani prigionieri».

«Sono simili a noi – ribattei –, Infatti, credi, innanzi tutto che vedano di sé e degli altri qual­cos’altro, oltre alle ombre proiettate dal fuoco sulla parte della caverna che sta di fronte a loro?».

«E come potrebbero – rispose –, se sono costretti a tenere la testa immobile [B] per tutta la vita?».

«E degli oggetti portati non vedranno pure la loro ombra?».

«E come no?».

«Se, dunque, fossero in grado di discorrere fra di loro, non credi che riterrebbero come realtà appunto quelle che vedono?».

«Necessariamente».

«E se il carcere avesse anche un’eco proveniente dalla parete di fronte, ogni volta che uno dei passanti proferisse una parola, credi che essi riterrebbero che ciò che proferisce parole sia altro se non l’ombra che passa?».

«Per Zeus! – esclamò –. No di certo». [C]

«In ogni caso – continuai –, riterrebbero che il vero non possa essere altro se non le ombre di quelle cose artificiali».

«Per forza», ammise lui.

La conversione verso la luce e la visione delle realtà intelligibili

«Considera ora – seguitai – quale potrebbe essere la loro liberazione dalle catene e la loro guarigione dall’insensatezza e se non accadrebbero loro le seguenti cose. Poniamo che uno fosse sciolto e subito costretto ad alzarsi, a girare il collo, a camminare e a levare lo sguardo in su ver­so la luce e, facendo tutto questo, provasse dolore, e per il bagliore fosse incapace di riconoscere quelle cose delle quali prima [D] vedeva le ombre; ebbene, che cosa credi che risponderebbe, se uno gli dicesse che mentre prima vedeva solo vane ombre, ora, invece, essendo più vicino alla realtà e rivolto a cose che hanno più essere, vede più rettamente, e, mostrandogli ciascuno degli oggetti che passano lo costringesse a rispondere facendogli la domanda “che cos’è?’’? Non cre­di che egli si troverebbe in dubbio e che riterrebbe le cose che prima vedeva più vere di quelle che gli si mostrano ora?».

«Molto», rispose. [E]

«E se uno poi lo sforzasse a guardare la luce medesima, non gli farebbero male gli occhi e non fuggirebbe, voltandosi indietro verso quelle cose che può guardare, e non riterrebbe queste veramente più chiare di quelle mostrategli?».

«È così», disse.

Ed io di rimando: «E se di là uno lo traesse a forza per la salita aspra ed erta, e non lo lascias­se prima di averlo portato alla luce del sole, forse non soffrirebbe e [516A] non proverebbe una forte irritazione per essere trascinato e, dopo che sia giunto alla luce con gli occhi pieni di ba­gliore, non sarebbe più capace di vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere?».

«Certo – disse –, almeno non subito».

La visione del mondo fuori dalla caverna culmina nella contemplazione del sole

«Dovrebbe, invece, io credo, farvi abitudine, per riuscire a vedere le cose che sono al di so­pra. E dapprima, potrà vedere più facilmente le ombre e, dopo queste, le immagini degli uomini e delle altre cose riflesse nelle acque e, da ultimo, le cose stesse. Dopo di ciò potrà vedere più facilmente quelle realtà che sono nel cielo e il cielo stesso di notte, guardando la [B] luce degli astri e della luna, invece che di giorno il sole e la luce del sole».

«Come no?».

«Per ultimo, credo, potrebbe vedere il sole e non le sue immagini nelle acque o in un luogo esterno ad esso, ma esso stesso di per sé nella sede che gli è propria, e considerarlo così come esso è».

«Necessariamente», ammise.

«E, dopo questo, potrebbe trarre su di esso le conclusioni, ossia che è proprio lui che produce le stagioni e gli anni e che governa tutte le cose [C] che sono nella regione visibile e che, in cer­to modo, è causa anche di tutte quelle realtà che lui e i suoi compagni prima vedevano».

«È evidente – disse – che, dopo le precedenti, giungerebbe proprio a queste conclusioni».

La difficoltà di adattamento e i rischi che corre chi rientra nella caverna

«E allora, quando si ricordasse della dimora di un tempo, della sapienza che qui credeva di avere e dei suoi compagni di prigionia, non crederesti che sarebbe felice del cambiamento, e che proverebbe compassione per quelli?».

«Certamente».

«E se fra quelli c’erano onori ed encomi e premi per chi mostrava la vista più acuta nel­l’osservare le cose che passavano, e ricordava maggiormente quali di esse fossero solite passare per prime o per ultime [D] o insieme e quindi mostrasse grandissima abilità nell’indovinare che cosa stesse per arrivare, credi che costui potrebbe provare ancora desiderio di ciò, o che invidie­rebbe coloro che sono onorati o che hanno potere presso quelli? Non pensi, invece, che acca­drebbe, quanto dice Omero, e che di molto preferirebbe vivere sopra la terra a servizio di un altro uomo senza ricchezze[1], e patire qualsiasi cosa, anziché ritornare ad avere quelle opinioni e vivere in quel modo?». [E]

«È così – disse –. Io credo che egli soffrirebbe qualsiasi cosa, piuttosto che vivere in quel modo».

«E rifletti anche su questo – aggiunsi –: se costui, di nuovo scendendo nella caverna, tornas­se a sedere al posto che prima aveva, non si troverebbe forse con gli occhi pieni di tenebre, giungendovi all’improvviso dal sole?».

«Evidentemente», disse.

«E se egli dovesse di nuovo tornare a conoscere quelle ombre, gareggiando con quelli che sono rimasti sempre prigionieri, fino a quando rimanesse con la vista offuscata [517A] e prima che i suoi occhi ritornassero allo stato normale, e questo tempo dell’adattamento non fosse af­fatto breve, non farebbe forse ridere e non si direbbe di lui che, per essere salito sopra, ne è di­sceso con gli occhi guasti, e che, dunque, non mette conto di cercare di salire su? E chi tentasse di scioglierli e di portarli su, se mai potessero afferrarlo nelle loro mani, non lo ucciderebbero?»[2].

Il significato complessivo del mito: l’Idea del Bene è principio ontologico, gnoseologico e normativo

«Sicuramente», ammise.

«Caro Glaucone – dissi –, questa metafora nel suo complesso [B] va adattata a quanto si è affermato in precedenza e così questo luogo che ci appare alla vista, deve paragonarsi al luogo del carcere, e la luce del fuoco che brilla in esso alla forza del sole. Se poi tu paragonassi l’asce­sa verso l’alto e la contemplazione delle realtà superne all’elevazione dell’anima al mondo intel­ligibile non mancheresti di sapere quello che è il mio intendimento, dato che è appunto questo che tu desideri conoscere; ma se poi esso sia vero solo iddio lo sa. Ad ogni buon conto, questa è la mia opinione: nel mondo delle realtà conoscibili [C] l’Idea del Bene viene contemplata per ultima e con grande difficoltà. Tuttavia, una volta che sia stata conosciuta non si può fare a me­no di dedurre, in primo luogo, che è la causa universale di tutto ciò che è buono e bello – e preci­samente, nel mondo sensibile, essa genera la luce e il signore della luce, e in quello intelligibile procura, in virtù della sua posizione dominante, verità e intelligenza – e, in secondo luogo, che ad essa deve guardare chi voglia avere una condotta ragionevole nella sfera pubblica e privata».

«Sono d’accordo con te – ammise –, almeno nella misura in cui mi riesce di seguirti».

«Allora – aggiunsi io –, concordi con me che non vi sia nulla di strano che persone che si sono elevate fino a tali vertici non vogliano più impegnarsi in imprese umane, ma che nel loro animo sempre siano attratti e sollecitati a tornare lassù. [D] E ciò è perfettamente logico, se ci si deve attenere alla metafora sopra illustrata».

«Certo, è logico», convenne.

Il disagio dei filosofi nella vita politica, spiegato alla luce del mito della caverna

«E poi – dissi – ti sembrerebbe strano se qualcuno che discende dalla contemplazione delle realtà divine ai fatti umani rischia di far una brutta figura, di apparire del tutto ridicolo, quando, muovendosi a tentoni, prima ancora di esser riuscito ad abituarsi alla presente oscurità è costret­to nei tribunali o in altro luogo a scendere in lizza solo per un’ombra di giustizia o per quel simulacro che proietta quell’ombra e a stare a discutere [E] sul modo in cui queste apparenze debbano essere interpretate da chi non ha mai visto la Giustizia in sé?».

«Non ci sarebbe proprio nulla da meravigliarsi», disse. [518A]

«Ma – ripresi – se uno ha un po’ di senno dovrebbe ricordare che ci sono due tipi di disturbi agli occhi con due cause diverse: quel disturbo che affligge la vista quando si passa dalla luce al buio e quello che l’affligge quando si passa dal buio alla luce.

«Ora, si deve immaginare che qualcosa di analogo succeda anche per l’anima, sicché quando se ne incontri una in difficoltà perché è incapace di vedere, non se ne dovrebbe ridere stolta­mente, ma prima bisognerebbe verificare se essa per caso non sia di ritorno da un mondo più luminoso e si trovi con la vista annebbiata perché non ancora avvezza all’oscurità, oppure se non stia passando da una condizione di maggiore ignoranza ad una di più viva conoscenza così da essere completamente trafitta da luce abbagliante. [B] In tal senso egli dovrebbe, nel caso di quest’anima, congratularsi con essa per quanto le sta accadendo e per la vita [che la attende], nel caso dell’altra dovrebbe aver compassione. E se proprio non potesse trattenersi dal ridere, sap­pia che, diretto a quest’ultima anima, il suo riso sarebbe comunque meno ridicolo che non se fosse indirizzato all’altra anima, quella discesa dall’alto e dalla luce.

L’educazione della intelligenza è una conversione all’Idea del Bene

«Conviene ritenere – dissi io – che, se quanto si è detto è vero, l’educazione non sia quale la dipingono alcuni che ne fanno professione. Dicono, infatti, che pur non essendoci nell’anima [C] la conoscenza, essi ve la immettono, come se immettessero la vista in occhi ciechi».

«Effettivamente lo sostengono», ammise.

«Invece – continuai –, il mio ragionamento mostra che questa facoltà presente nell’anima di ognuno e l’organo con cui ognuno apprende, proprio come l’occhio, non sarebbe possibile rivol­gerli dalla tenebra alla luce se non insieme con tutto il corpo, così bisogna girarlo via dal dive­nire con tutta intera l’anima, fino a che non risulti capace di pervenire alla contemplazione del­l’essere e al fulgore supremo dell’essere: ossia questo che diciamo essere [D] Bene. O no?».

«Sì».

«Di ciò, ossia di questa conversione – dissi io –, ci può essere un’arte, che insegni in che modo l’anima possa essere più facilmente e più efficacemente girata. E, quindi, non si tratta dell’arte di immettervi la vista, ma di metterci mano [per orientarla], tenuto conto che essa già la possiede, ma non riesce a volgerla nella giusta direzione, né a vedere quel che dovrebbe».

«Così sembra», disse.

«Dunque, le altre virtù che sono dette dell’anima può darsi che si avvicinino a quelle del cor­po – esse, infatti, non preesistono [E] al corpo, ma vi vengono in seguito infuse attraverso l’abi­tudine e l’esercizio –, invece, la virtù dell’intelligenza più di ogni altra, a quanto pare, è connes­sa a qualcosa di più divino, che non perde mai la propria potenza, ma diventa utile o giovevole [519A] o, al contrario, inutile e dannosa, a seconda della piega che le si dà. O non hai notato che l’animuccia di coloro che sono detti malvagi, ma che sono intelligenti, vede in modo penetrante e distingue acutamente le cose alle quali si rivolge, in quanto ha la vista non cattiva, bensì as­servita alla malvagità, di guisa che quanto più acutamente vede, tanto maggiori mali produce?».

«Certamente», disse.

«Pertanto – ripresi –, se ad una siffatta natura a partire dall’infanzia venissero tagliati tutt’in­torno questa specie di [B] pesi di piombo collegati con il divenire – e del resto sono essi che, attaccandosi a tale natura mediante i cibi, i piaceri e le mollezze di tal genere, trascinano in basso il suo sguardo –, e se, liberandosi da essi, si convertisse alla verità, ebbene questa mede­sima natura di tali uomini vedrebbe nella maniera più acuta anche queste cose, esattamente co­me ora vede quelle alle quali è volta».

«È naturale», ammise lui.

Il filosofo deve tornare nella caverna per aiutare gli altri a liberarsi

«E che? – dissi –. Non ti sembra che sia naturale e che sia strettamente connesso con quello che si è detto che gente ignorante e senza alcuna esperienza della verità non potrebbe mai ammi­nistrare [C] in un modo decente uno Stato; e che neppure lo potrebbero coloro che sono stati lasciati fino alla fine a studiare? I primi, in effetti non hanno nella vita neppure un ideale, ispi­randosi al quale poter conformare tutto il proprio comportamento sia in pubblico che in privato; gli altri, invece, fosse per loro, non prenderebbero alcuna iniziativa, ritenendo di essere migrati, ancora in vita, nelle isole dei beati».

«È vero», ammise.

«Pertanto – continuai –, sarà nostro preciso dovere di fondatori dello Stato costringere le na­ture più dotate a indirizzarsi verso quella che prima avevamo definito conoscenza massima – ossia la visione del Bene – e a [D] incamminarsi per quella erta salita. Però, sarà anche nostro dovere, una volta che siano arrivati in cima ed abbiano contemplato quanto basta, non permet­tere loro ciò che oggi è concesso».

«E che cosa è concesso?».

«Di starsene lassù – risposi – e di non voler più saperne di tornare dai compagni in catene, e di condividere i loro onori e le loro fatiche, grandi o piccole che siano».

«Ma, in tal modo – osservò – non rischiamo forse di trattarli ingiustamente, costringendoli ad una vita peggiore, quando avrebbero la possibilità di una migliore?». [E]

«Ed ecco, caro amico, che ancora una volta ti dimentichi che la legge non ha come obiettivo di privilegiare nella Città una sola classe, ma di fare in modo che ciò si verifichi in tutto lo Stato, creando consenso fra i cittadini con le buone o con le cattive, e facendo in modo che si scambino [520A] reciprocamente quei servizi che ognuno individualmente ha la possibilità di rendere alla collettività. Del resto il compito specifico della legge è quello di formare nella società non uomini che prendono ognuno la strada che vuole, ma cittadini che essa stessa può impiegare in funzione del consolidamento dello Stato».

«Hai ragione – riconobbe lui –, me ne ero proprio dimenticato».

Il filosofo terrà il comando per senso del dovere e per riconoscenza verso lo Stato che lo ha educato

Io, allora, continuai in questo modo: «Considera, Glaucone, che noi non tratteremo affatto in­giustamente coloro che sono divenuti filosofi che nasceranno nel nostro Stato, ma avremo buo­ne motivazioni da addurre, quando li forzeremo a prendersi cura e a difendere il loro prossimo.

«Diremo che quelli che sono come loro [B] negli altri Stati non partecipano alla vita della Città, e con tutte le ragioni, perché essi si sono fatti da sé, senza l’intervento del loro Stato; e chi si è fatto da sé e non deve nulla a nessuno per la sua formazione ha ogni diritto di non sentirsi vincolato a risarcire alcuno delle spese di mantenimento. Voi invece siete stati formati da noi, perché foste, come avviene negli alveari, per voi stessi e per l’intera comunità guide e sovrani: per questo avete avuto una formazione più elevata e più completa degli altri, per essere in grado di partecipare dell’una o dell’altra scienza. [C]

«Dunque, per ciascuno di voi, a turno, sarà un dovere scendere nelle case degli altri ed abi­tuarsi a scorgere gli oggetti avvolti dalle tenebre, in quanto, non appena vi sarete abituati a que­sta condizione vedrete assai meglio di quelli di laggiù e riconoscerete ciascuna immagine per quel che è e per quello che rappresenta proprio in quanto avete contemplato la vera essenza del Bello, del Giusto e del Bene.

«E così lo Stato potrà dirsi amministrato da gente desta e non trasognata, sia a nostro che a vostro vantaggio, mentre oggi la maggior parte delle Città è retta da uomini che si azzuffano per delle ombre e sono in perpetua rivolta per il potere, [D] come se fosse un gran bene.

«Ma in verità le cose stanno in tal modo: lo Stato che è amministrato meglio di ogni altro e più pacificamente di ogni altro, è senz’altro quello in cui detiene il potere chi meno lo desidera; viceversa, lo Stato che è retto peggio sarebbe quello che ha uomini di governo di natura opposta a questa».

«Esattamente», disse lui.

«E dunque, udite tali ragioni, pensi che i nostri pupilli oseranno disubbidirci e non vorranno fare la loro parte nella vita dello Stato, ciascuno per quanto gli compete, per poter convivere tutti insieme per lungo tempo in un mondo non indegno?». [E]

«È impossibile – rispose –, perché, dopotutto, noi proponiamo cose giuste a uomini giusti. Piuttosto, ciascuno di loro si avvicinerà al comando per senso del dovere, con un sentimento op­posto a quello che oggi hanno gli uomini di potere in ogni altro Stato».

Ed io continuai dicendo: «Questa è la verità, caro amico: potrai avere uno Stato ben gover­nato solo se riuscirai a trovare, [521A] per chi vorrà governarlo, un modo di vivere migliore del potere stesso. Effettivamente, è solo in una società siffatta che i ricchi avranno accesso al co­mando; ma non saranno i ricchi di oro, bensì di ciò di cui deve abbondare l’uomo felice: intendo dire una condotta di vita onesta e saggia. Ma se dei pezzenti avidi di trar profitto personale si avventano sul bene pubblico, con tutte le intenzioni di doverne strappare il proprio tornaconto, non ti sarà possibile avere una Città ben governata, in quanto, essendo il potere oggetto di di­scordia, una guerra fratricida e intestina prima o poi manderà in rovina i contendenti e con loro tutto il resto dello Stato».

«È la pura verità», riconobbe. [B]

«E sapresti tu trovare un’altra vita che ha in spregio il potere politico, che non sia quella dedicata all’autentica filosofia?».

«No, per Zeus!», esclamò.

«Ad ogni modo, bisogna rivolgersi al potere senza esservi spinti dal desiderio, altrimenti si andrà allo scontro con gli altri pretendenti».

«Come no!».

«E, d’altra parte, quali persone potrai spingere ad assumersi la responsabilità della difesa dello Stato, se non quelle che sono più ferrate sulle regole del buon governo, e si riservano ben altri onori e una vita migliore di quella del politico?».

«Nessun’altra persona», ne convenne.

[1] Omero, Odissea, XII, 489.

[2] Come era avvenuto per Socrate a cui Platone qui allude.

Platone



Il rischio tecnologico

Si avvicinano i tempi in cui una domanda che attualmente è confinata all'interno di ristretti circoli filosofici si imporrà all'opinione pubblica, perché l'inquietudine a cui da voce, non essendo più controllabile, diverrà condivisa. Il quesito riguarda i rischi di una tecnologia che invece che rendere liberi ed emancipati, incatena e controlla, in modi mai sperimentati dalle epoche che hanno preceduto l'attuale.

La tecnologia, ossia l'espressione progettuale e produttiva della tecnica – in altre parole, la sua messa in opera – promette di sollevare l'uomo dal giogo delle proprie limitazioni, fisiche e mentali. Le possibilità umane, ci viene raccontato, sono direttamente proporzionali al progresso tecnologico, tanto che una certa storiografia suddivide le età dell'uomo in base alle tappe di tale sviluppo, quasi che la vicenda umana possa essere risolta in un succedersi di conquiste materiali sempre più raffinate.

Nonostante questo modello sia all'apparenza lineare, esso suggerisce, invece, una sostanziale discontinuità. Vi è infatti un punto a partire da cui la tecnologia, che originariamente si presenta al servizio dell'uomo, diviene un fine in sé e non più uno strumento. Tecnologia è infatti sia il martello che prolunga il braccio umano amplificandone il potenziale, che il robot che sostituisce l'uomo nella catena di montaggio. Qualcuno dirà che non vi è differenza tra le due applicazioni tecnologiche; noi sosteniamo invece che vi sia, e sia radicale. E' lo scarto che sussiste tra un modello che vede la macchina al servizio dell'uomo, a uno che vede l'uomo come terminale di un dispositivo che lo supera e lo sovrasta. Il mondo in cui la macchina può progressivamente sostituirsi all'uomo, e non è più semplicemente un coadiuvante, è il mondo in cui l'uomo è chiamato a collaborare con la macchina, e pertanto ne è divenuto un prolungamento.

Tale discontinuità e forse ancora più evidente osservando l'esperienza che fa del mondo l'uomo che possiede il binocolo confrontata con quella dell'uomo che dispone del microscopio e del telescopio. E' così irrealistico sostenere di essere giunti al punto in cui la nostra percezione della realtà, costruita ed amplificata attraverso i dispositivi tecnologici, non sia più propriamente umana, non essendolo più esclusivamente?

Pensare di rintracciare il momento esatto in cui, nella storia, si consuma tale invertimento, è ozioso se non fuorviante. La gradualità non elimina la discontinuità, e la discontinuità si avverte non nel dettaglio, ma nel processo considerato nel suo insieme. Possiamo tuttavia osservare che se la tecnologia prometteva di servire l'uomo, o almeno così pensava quest'ultimo, tale promessa non riguardava la tecnica, la cui essenza è di fenomeno epocale, e non contingente. Non è l'uomo a disporre delle epoche, ma viceversa, e colui che pretendeva di dominare la tecnica se ne riscopre oggi dominato. Se l'uomo è divenuto un terminale del dispositivo tecnologico, al punto che le macchine costruiscono e determinano la realtà in cui vive, chi ne detiene a qualsiasi livello il controllo possiede la chiave del governo efficace, finanche, ai gradi più alti, totalizzante. Rischio supremo, ma davvero inaggirabile? Tanto ingenuo e irrealistico è un pensiero che pretenda di eliminare le macchine, quanto doveroso e impegnativo è quello che si interroga sulle possibilità, già conosciute in passato, di una dimensione tecnologica subordinata all'umano, e compatibile con le sue esigenze di libertà e autonomia.

Testo per la rivista "Il Primato Nazionale" di Agosto 2021





Una “pandemia”, due messaggi

La "pandemia" ha diffuso fin dall'inizio un doppio messaggio.

Il messaggio 1 era quello sanitario, ed era rivolto alla gran parte della popolazione.

Il messaggio 2 era quello effettivo, nascosto ma non tanto, e traluceva ogni tanto dai discorsi.

La narrazione mostrava il messaggio 2 in diverse occasioni, e mirava a far capire la realtà di quello che stava accadendo. 'Niente sarà più come prima'. Spesso contraddiceva il primo, ma tale contraddizione le era naturale, perché il messaggio 2 diceva che il messaggio 1 era falso e solo una copertura. Il messaggio 2 mirava a reclutare. Era, cioè, un messaggio che spiegando nella realtà quello che stava accadendo, faceva intendere che ci si doveva schierare dalla parte del nuovo mondo, e soltanto schierare. Che c'era un cambiamento sociale e politico, inarrestabile, e già deciso dall'alto. Il problema non era sanitario, ma soltanto sociale ed economico, ovvero tecnologico.

Alcuni medici non hanno capito inizialmente la presenza del secondo messaggio. E' tipico dei medici, perché il messaggio 1, nei contenuti, era troppo indirizzato a loro, per non essere creduto quale unico messaggio. Quando hanno compreso, si sono schierati. 

Qualunque cittadino, doveva fermarsi al messaggio 1, perché il messaggio 2 era rivolto solo alle persone che contavano, e dovevano essere reclutate: personaggi pubblici, giornalisti, politici.

I "negazionisti" sono solo persone che non hanno capito il loro ruolo, che non è quello di svelare il messaggio 2, ma di sostenere il messaggio 1 avendo compreso il messaggio 2, perché l'unico motivo di farti capire il messaggio 2 era di influenzare e condurre la popolazione verso gli obiettivi prefissati.

Il messaggio 1 era invece rivolto ai cittadini comuni, e doveva traghettarli nel nuovo ordine senza comprendere la realtà, pensando all'esistenza di una malattia da cui dover difendersi o proteggersi. Il messaggio 1 spesso era contradditorio e confuso, ai limiti del grottesco, al solo fine di far capire il suo carattere di 'mascheratura'. C'erano ad esempio "esperti", chi si divertivano a parlare di sessualità al tempo del covid. Venivano derisi, ma a ridere in realtà erano loro, che stavano lanciando messaggi di tipo 2. Era nell'agenda, che il messaggio 1 dovesse essere sostenuto, ma lasciando sempre più spazio, col tempo, al messaggio 2. Questo perché i cittadini si sarebbero dovuti abituare al nuovo ordine, al di là di una credenza o meno nella malattia, che sarebbe potuta anche passare.

Il green pass, è tipico esempio di messaggio 2. E' un'opportunità che il nuovo ordine ha dato ai cittadini per capire meglio la realtà. Il vaccino serve a fare la spesa, viaggiare, lavorare. Niente di sanitario, quindi. Lo scopo del nuovo ordine, è piano piano far capire a tutti, che non c'era nulla di sanitario. Disvelare i veri obiettivi. I malumori di chi non vorrebbe farsi la terza dose, non sono accettabili, e il nuovo ordine sta cercando in tutti i modi di far capire ai vaccinati che il vaccino serve solo a fare cose, e non ha nulla di sanitario.

Alcuni sono rimasti al messaggio 1, e continuano a parlare in termini di 'vaccini', o di cure domiciliari. In questo il non vaccinato si può accostare a quelli che ancora camminano con guanti e doppia mascherina, cioè ancora a quelli che credono al solo livello 1, e sono completamente ciechi al livello 2.

Il messaggio 1 è solo una copertura. Il nuovo ordine ti dà la possibilità di capire questo, soltanto se aderisci al messaggio 2. Non, se lo contesti. I refrattari sono per loro un pericolo, semplicemente perché sono persone che hanno capito il gioco, ma non l'accettano. Hanno capito il bluff.

Il ricatto è onesto, gli si fa capire che se hanno capito, o accettano o se ne stanno fuori. E' un invito a non sgarrare, e a prendere la posizione giusta. Che nel loro caso, è sottomettersi, in silenzio, e fare come tutti gli altri del livello 1.

Il muoversi costante tra questi due livelli, il rapporto di forza e l'accrescimento verso l'uno o l'altro, fa la narrazione pandemica.

All'inizio, era più importante il messaggio 1, perché si trattava di condurre milioni di persone, tutte insieme, convincendole di qualcosa che fosse necessario, per la loro stessa vita. Ora è più importante che si capisca il messaggio 2. E si facciano le scelte richieste.



La psichiatrizzazione del dissenso - M.Onfray

In un regime totalitario come questo, qualsiasi pensiero critico inopportuno viene considerato come una malattia da curare, come un morbo da cui si deve guarire. È escluso che si possa permettere la libertà di espressione, la libertà di coscienza, la libertà di parola e la libertà di associazione; ed è escluso che i dibattiti possano avere veramente luogo. Pensare al di sopra, a margine o in qualsiasi altro rapporto indipendente dall’ideologia dominante è qualcosa di assolutamente improponibile. Chiunque rivendichi una simile libertà è un pazzo, un malato, un caso patologico da rimettere nelle mani degli ideologi che lo rieducheranno e gli insegneranno a liberarsi delle proprie velleità libertarie e a riallinearsi con entusiasmo.

«Devi umiliarti se vuoi ritrovare la ragione»: questo insegna l’intellettuale incaricato della rieducazione. Se si crede che «due più due fa quattro» mentre il sistema sostiene che due più due fa cinque, si deve avere l’umiltà di confessare che si sta sbagliando, perché il sistema ha sempre ragione. Questo stesso sistema non vuole che il refrattario accetti la versione del «due più due fa cinque» solo per essere lasciato in pace; vuole che il soggetto da rieducare sia intimamente persuaso, convinto e sicuro che due più due fa cinque.

È qui che nasce l’idea che difendere una tesi «vera» significa recare offesa al sistema, e che al contrario accettare un’opinione falsa ma convalidata dal sistema rappresenta un atto d’umiltà.

E cosa sostiene il sistema quando vuole rieducare un uomo che ha preferito la verità universale all’errore della partigianeria?

«Hai rifiutato l’atto di sottomissione che è il prezzo della salute mentale. Hai preferito essere un pazzo, costituire una tua minoranza. Solo una mente disciplinata riesce a vedere la realtà». La realtà non è quella che vediamo in quanto tale, la realtà è quella che il sistema ci dice che è. «Non è facile recuperare la ragione».

Tratto da “Teoria della dittatura” di M. Onfray



Il tallone di ferro, la distopia di Jack London

Dopo Martin Eden, Il tallone di ferro è indubbiamente lo scritto più importante di Jack London.

Pubblicato per la prima volta nel 1908, trattasi della prima narrazione distopica del mondo contemporaneo. E’ il libro che ha aperto la strada a capolavori come 1984 di George Orwell, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury e Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley.

Il tema centrale è la pericolosa deriva della società capitalistica dominata dal profitto.

Il romanzo racconta l’epocale conflitto tra capitalismo e classe operaia americana dei primi decenni del XX secolo. Si divide in due parti, nella prima viene mostrata la presa del potere da parte del “Tallone di ferro” (eccezionali le invettive del protagonista contro borghesia, chiesa e filosofi), nella seconda, invece, si descrive la resistenza contro la dittatura.

Ne Il tallone di ferro vi è un grande senso storico e filosofico, difficile pensare ad un’opera fantascientifica, specie se letta in questo periodo. London si dimostra un impressionante precursore dei tempi, specialmente quando descrive il funzionamento dei media di regime e le tecniche dell’oppressione.

Un libro impeccabile e profetico nella sua analisi sociale e politica, un’ autentica chiaroveggenza sul destino della società capitalistica.




Impossibilità di capire una deriva totalitaria

L'IMPOSSIBILITA' DI PRENDERE ATTO DI UNA DERIVA TOTALITARIA: UNA CONSEGUENZA DELLA FEDE NEL PROGRESSO. 

Uno dei più grandi errori concettuali del nostro tempo, che costituisce anche il principale motivo per cui la palese deriva totalitaria assunta dagli eventi non è contrastata dalla maggioranza della popolazione, consiste nella cieca "fede nel progressismo".

L'idea della storia dell'umanità vista come un costante processo di miglioramento e di perfezionamento, l'idea di "progresso", appunto, ci viene trasmessa in primis nella scuola dell'obbligo, ed è universalmente condivisa ed assimilata nel nostro bagaglio culturale, facente parte di quei punti fermi che difficilmente vengono messi in discussione.

A grandi linee, la storia dell'umanità dagli albori fino ai giorni nostri è vista come un lungo passaggio dalla barbarie e dalla disorganizzazione fino al perfezionamento della civiltà nelle sue più perfette forme di consenso sociale.

La democrazia stessa viene considerata come la naturale evoluzione dell' organizzazione sociale, che nei millenni è passata da sistemi classisti ed oppressivi - monarchie, imperi, dittature - fino a forme di strutture comunitarie più libere, laddove il raggiungimento, infine, del potere esercitato direttamente dal popolo pone fine a millenni di ingiustizie.

Per molti secoli l'umanità ebbe una concezione differente del tempo: esso era visto come statico e ciclico, e vi erano realtà e situazioni che venivano considerate come facenti parte dell'ordine naturale delle cose, immutabili, fino alla fine dei tempi.

L'idea del tempo lineare, del progresso, è invece relativamente recente, e trae origine nel pensiero illuminista del XVIII secolo, l'epoca delle grandi rivoluzioni sociali e politiche, e venne in seguito trattata e consolidata anche a livello filosofico: a partire dall'idealismo Hegeliano, e lo Stato (nella sua accezione ottocentesca, quella da noi ereditata) visto come fine ultimo e massimo dell'organizzazione sociale, si è arrivati in tempi recenti alle conclusioni drastiche del politologo Francis Fukuyama, che addirittura sostenne che lo sviluppo storico e politico dell'umanità si poteva ritenere concluso verso il termine del XX secolo.

La fine della Storia, in altri termini, concetto che suscitò un grande dibattito agli inizi degli anni 90, in seguito alla pubblicazione del saggio chiave del pensatore statunitense.

L'idea quindi del progresso, ormai assimilata nel nostro bagaglio culturale quotidiano, presuppone che, per quanto imperfetta, l'umanità abbia superato nel corso della sua storia una serie di errori e di barbarie, perfezionandosi di volta in volta, e creando ogni volta società migliori, più libere, più aperte, più "progredite".

Si pensi solamente, per offrire l'esempio più noto, al modo in cui ogni qual volta si assiste ad un evento considerato incivile o "retrogrado" si usi l'espressione "ritorno al medioevo", con l'esplicita intenzione di rimarcare come la storia umana sia caratterizzata da un deciso avanzamento morale che ha lasciato alle spalle epoche oscure ed opprimenti in contrasto con un presente fatto di libertà, un presente che ha ormai superato tali idee prevaricatrici.

Il concetto di "progresso", e quindi di costante avanzamento in ambito civile, politico e organizzativo, assume ancora maggiore valenza quando si entra nel campo della scienza: il solo fatto che attualmente disponiamo di una tecnologia che ci permette azioni inimmaginabili nel passato viene visto come prova finale e definitiva del fatto che la concezione lineare e progressista della storia umana non può essere messa in discussione.

Questa forma mentale, questa convinzione, in realtà nasconde diversi punti deboli, e questo lo si apprende proprio studiando in maniera approfondita i vari periodi storici, scoprendo che l'evoluzione sociale umana nei millenni fu tutt'altro che lineare, e che ad epoche più o meno oppressive se ne alternarono altre maggiormente libertari, e così via, senza una conseguenzialità obbligata; tale convinzione ,infine, cela in sè un grande pericolo, e proprio nei nostri giorni ne abbiamo una chiara dimostrazione.

L'idea infatti che i periodi "oscuri" ed "oppressivi" facciano parte del passato, e la convinzione che ci si trovi in un momento storico in cui quelle che vengono considerate libertà acquisite siano irreversibili, porta la maggior parte della popolazione, che per ovvi motivi possiede una conoscenza limitata ed a grandi linee dei processi storici, a sentirsi "al sicuro" dinanzi a possibili derive totalitarie nel proprio tempo, non riconoscendone i segni nel momento in cui tali processi si presentano in forma embrionale, e neppure quando raggiungono uno stadio avanzato.

Vi è diffusa la convinzione che certi processi appartengano esclusivamente al passato, proprio perché felicemente abortiti dai percorsi storici e sociali e definitivamente accantonati.

Ecco quindi che quando i governi cosiddetti "democratici", e di conseguenza considerati per definizione "incapaci" di operazioni totalitarie, operano in maniera palesemente oppressiva, legalizzando la discriminazione sociale ed erodendo le libertà del singolo, quelle libertà fino a poco prima considerate "scontate", tale processo non viene riconosciuto nella sua palese natura repressiva.

La convinzione che determinati processi appartengano al passato, convinzione instillata dal mito condiviso del "progresso", rende incapaci di vedere la reale natura del sistema neo tirannico che va prendendo forma.

Carlo Brevi



La cultura come antidoto all'era dell'informazione

Malgrado alcuni storici e sociologi dissentano, siamo fermamente convinti che l'era dell'informazione non sia affatto finita, ma che anzi proprio nel presente stia palesando la propria essenza nel modo più limpido. Tale epoca è caratterizzata dal fatto che il trasporto e la distribuzione di dati, resi possibili dal progresso tecnologico in misura incomparabilmente superiore rispetto ai periodi precedenti, garantiscono vantaggio e competitività a chi ne detiene il controllo, alla stessa maniera in cui nell'epoca industriale tale vantaggio era stabilito dal possedere il capitale e i mezzi di produzione. L'era dell'informazione, pertanto, può essere definita come il periodo storico in cui potere e potenza non sono determinati in maniera prioritaria da fattori materiali; chi detiene il potere di informazione, allo stato attuale, ha la possibilità di accaparrarsi quello materiale, mentre il potere materiale privo di capacità informatica è oggi facilmente neutralizzabile o depredabile.

Tale contesto rende intellegibili alcuni processi in atto. Innanzitutto la lotta per il potere è una lotta per il possesso dei mezzi di informazione e per il contenuto che tali mezzi veicolano. Inoltre, ai fini della conservazione del potere è necessario che l'informazione sia sostanzialmente univoca, e che essa raggiunga il più ampio numero di destinatari affichè essi si allineino e concordino con la vulgata distribuita. E' indispensabile poi che il soggetto su cui si esercita il potere sia il più informato possibile, ed è pertanto fondamentale che l'informazione non sia facoltativa, e che quando non sia assimilata spontaneamente venga forzata o imposta.

Mentre nell'epoca del potere materiale l'educazione e l'istruzione erano fattori di emancipazione, nell'epoca dell'informazione possono essere invece – e in genere sono – lo strumento di un pesante indottrinamento ideologico. Gli istituti preposti all'educazione e all'istruzione sono oggi tra i principali centri di diffusione del pensiero unico, e da questo punto di vista un titolo di studi superiore non garantisce affatto capacità critica e autonomia intellettuale. Ricordiamo come sia costume odierno etichettare tout court l'avversario politico come ignorante, che in genere significa null'altro che non conforme all'ideologia che si sostiene. Da questo punto di vista una persona meno istruita può tranquillamente essere portatrice di una capacità di valutazione e di un naturale buon senso totalmente estirpati in chi ha frequentato a lungo gli ambienti della cultura ufficiale.

Contro la potenza dell'informazione c'è solo un antidoto. L'informazione di cui si serve il potere è un'entità instabile, in quanto deve adattarsi alle esigenze di quest'ultimo che per sua natura è transuente. Quando l'informazione si organizza in un sapere, esso è sempre provvisorio e frammentario, un edificio privo di fondamenta e malsicuro. L'informazione è infatti movimento: quando la si afferra e la si trattiene, essa si rivela inconsistente e si dissolve. Ad essa va contrapposta la stabilità della cultura, concepita come un sapere solido, germogliato nel grembo di un popolo e fiorito sotto il sole della tradizione. La cultura, intesa nel suo significato autentico, è da sempre la fortezza spirituale su cui il vento della propaganda e dell'ideologia si infrangono. Luogo di identità e di memoria, permane oltre le mode e l'avvicendarsi dei potenti. Mai come oggi vi è urgenza di abbandonare l'informazione e tornare a vivere la cultura. 

Testo per la rivista "Il Primato Nazionale" di Luglio 2021.



Il lasciapassare pornototalitario, distopia o neorealismo?

Un racconto di Uriel Crua

Sciupato. Non proprio emaciato quindi, né magro, né malandato in alcun modo. Ma sciupato, come diceva la nonna. Una parola plastica, che stira le guance, che impallidisce e secca i contorni delle labbra, che leva un paio di toni all'incarnato, che stanca lo sguardo.

Il bambino era sciupato.

Il cielo – grigio e fumoso, come d'ogni ottobre padano – gli finiva in faccia, sui vestiti. Suo padre gli stava accanto, in piedi; gli posava una mano sui capelli. Il palmo lo accarezzava. Le dita gli passavano fra i ciuffi biondi. L'uomo cercava di star dritto, ma era evidente una torsione, un dolore, una slogatura che invece voleva piegarlo. La sua statura esalava un insistente conflitto tra una tensione all'avvolgimento e una prova estenuante di contegno. Dal volto i toni della spossatezza, un ronzio di disagio. Sotto la giacca spenta una camicia olivastra, pantaloni in velluto che cadevano larghi sui mocassini marroni. La sua era l'aria di un professore, e in effetti lo era stato.

Accarezzava il suo bambino. Che bravo bambino, dicevano tutti. Quando andava a scuola, che bravo bambino.

Prima che il padre lo ritirasse dalla scuola pubblica, che bravo bambino. Un bambino obbediente.

Anche il ventisei ottobre duemilaventuno, fisso in una posa fotografica dal sapore novecentesco, davanti al supermercato di quartiere, col padre accanto che si rimasticava le mascelle a esaminare attentamente le porte scorrevoli automatiche aprirsi e chiudersi, e gli avventori entrare e uscire dopo una breve sosta, che bravo bambino.

Gabriele sollevò lo sguardo e «Papà», disse. «Abbiamo fatto?»

«Ancora no»

«Cosa dobbiamo fare?»

L'uomo non rispose. Si guardò intorno. Tirò un respiro lento e profondo, tirò su l'aria nuova di una Torino d'autunno, tirò su l'odore macero e rinfrancante del fogliame raffrescato dalle piogge. Tirò su le note di ricordi radicati nello sterno, palpabili e veri come un livido, i ricordi degli autunni passati a tenere la mano al suo bambino, a sbuffargli nella pancia per fargli il solletico, a camminare dentro quegli stessi odori, quegli stessi sapori, dentro la medesima luce, ma in un mondo diverso. Un mondo più felice. Una dimensione che appariva tanto più dolorosamente lontana quanto più all'apparenza vicina, identica. I sensi percepivano ogni cosa allo stesso modo di prima, ma ad ogni istante ecco infiammarsi la delusione che le cose, invece, erano diverse.

Le porte scorrevoli del supermercato continuavano ad aprirsi e a chiudersi. Uno alla volta – con compostezza e indifferenza – i clienti sostavano per qualche secondo, esibivano la tessera, il pass, ed entravano. Li si vedeva uscire con le buste piene – ciuffi di sedano balzare fuori, coni di pane – stretti nei loro abiti colorati, infossando il muso nelle sciarpe avvolte al collo, chi spedito, chi lento, chi pensieroso. Il mondo ugualmente e sempre macinava il suo tempo.

«Compriamo un gioco?» disse Gabriele, sagomando il volto pasticciato in una posa divertita, sollevando le sopracciglia e allargandosi in un sorriso smagliante che avrebbe voluto convincere l'uomo.

«Hai nove anni. A nove anni bisogna crescere» rispose l'uomo con inutile durezza, continuando a esaminare gli avventori. Il bambino abbassò gli occhi e si passò la lingua sulle labbra.

«Va bene», fece.

Il padre – come scosso fuori da una concentrazione pesante – gli gettò lo sguardo addosso, stringendolo a sé dalla guancia sul fianco.

«Scusami. Se lo troviamo lo prendiamo»

«Va bene»

Tirò su un'altra boccata, questa volta con la bocca aperta – una fame d'aria giovane, una sete di risolutezza, un modo per ingollare forza e volizione.

Intercettò un ragazzo che veniva da sinistra e che aveva appena girato l'angolo. Camminava a passo veloce e teneva nel pugno una busta della spesa in plastica forte, tutta ben piegata. Avrà avuto vent'anni. Il volto pulito. L'abbigliamento anche era promettente: pantaloni chino grigio fumo, una camicia nera e giacca di pelle color cammello, una sciarpa prugna. L'uomo lasciò per un attimo suo figlio, dicendogli di restar lì dove stava, che avrebbe fatto in fretta.

Gabriele lo vide muovere qualche passo in avanti, lentamente. Lo vide ricomporre la statura claudicante, raddrizzare la schiena, allargare le spalle. I suoi passi erano misurati, dignitosi. Lo vide fermare il ragazzo e muovere gesti lenti, sorridere. Lo vide indicare l'ingresso del supermercato, le porte scorrevoli. Vide gli occhi del ragazzo cambiare tono, accigliarsi. Vide la testa del ragazzo prima chinarsi, poi scuotersi in segno di diniego. Fare spallucce. Vide il padre posare una mano sulla schiena del ragazzo, come a ringraziarlo ugualmente, e poi girarsi verso di lui, suo figlio, sorridergli – ma con occhi slacciati, rossi di freddo – e allargare le braccia.

Quando gli fu vicino, di nuovo gli pose la mano sul capo e di nuovo prese ad accarezzargli i capelli.

«Quando andiamo a casa? Quando mi compri il gioco?»

«Tra poco. Ci vuol pazienza nella vita, sai?»

«Va bene»

Che bravo bambino.

Le porte automatiche si aprirono con un rollio frusciante. Una signora anziana ricurva ne uscì a passi lentissimi. Quando incontrò la figura del padre e del bambino si fermò qualche istante a osservarli. L'uomo cambiò direzione degli occhi, ma sentiva il suo sguardo addosso. Prese Gabriele per mano e si avviò verso destra. Il bambino lo seguì senza dire niente. Si fermarono davanti alla vetrina di un negozio di materassi. La donna anziana riprese il passo e dopo qualche minuto scomparì dietro l'angolo con tutte le sue ossa.

Tornarono al luogo iniziale. Gabriele sentì una goccia d'acqua finirgli sul naso. Guardò il padre indicando la goccia che gli colava dalla punta del naso, ridendo. L'uomo ricambiò il sorriso e gli pasticciò la guancia con un buffetto.

«Sta per piovere» disse guardando il cielo, ora completamente piatto. Doveva fare in fretta.

Un uomo sulla quarantina – evidentemente un professionista, giacca bluette skinny fit e cravatta rossa, auricolare, passo veloce – si stava avvicinando all'ingresso del supermercato. Era abbronzato. Abbronzato in ottobre. I capelli gli si ingrigivano sulle tempie, per diventare poi nerissimi e folti.

«Scusi» disse il padre sollevando il dito per prendersi l'attenzione dell'uomo. «Deve fare la spesa?»

Quello prima si fermò di scatto con occhi diffidenti, poi squadrò tutti e due alternando padre e figlio per un paio di volte.

«Cosa le interessa se faccio la spesa?» domandò.

Aveva sbagliato uomo. Aveva avuto fretta.

Aveva decisamente sbagliato.

Ma continuò, continuò sperando in uno slancio di solidarietà.

«Solo una gentilezza» e cavò fuori dalla tasca della giacca un bigliettino scritto a matita. «Avrei queste cose da comprare, se per gentilezza lei potesse, sa. Le do i soldi, sono qui» e mise mano al portafogli.

«Perché non entra lei?» fece quello raddrizzando la postura e incrociando le braccia. Sollevò il mento e insapidì gli occhi con una feroce curiosità.

L'uomo comprese dove l'altro voleva andare a parare. Sollevò il palmo e disse: «Lasci stare. Va bene così. Le chiedo scusa per il disturbo». Riprese il figlio per mano e gli sorrise. Ma dentro alla pancia uno spillo gli pungeva gli intestini.

Venne richiamato dalla voce dell'avventore, che stava ancora lì a braccia conserte.

«Perché non rispondi? Di' un po': perché non entri tu?». Ora gli dava del tu.

L'uomo si morse le labbra, tolse la mano dal capo del figlio e prese un respiro forte. Profondo. Piantò gli occhi su quelli crudeli dell'altro. Ce li tenne per molti secondi.

Le porte automatiche ronzavano e i clienti entravano e uscivano. Ogni cosa aveva il proprio colore. Ogni cosa aveva il suo odore. Ogni cosa prendeva la giusta luce.

«Ho detto che va bene così. Non importa. Vada pure a fare la spesa». Lo disse piano, con voce scura. Mantenendo fermi gli occhi, ora lucidi di collera.

Una coppia di mezza età – appena uscita dal supermercato, vestita di giallo e marrone – guardava rallentando il passo. Il grigio del cielo palmava i loro volti atoni.

«Questo non ha il Pass» disse l'uomo rivolgendosi alla coppia. «Vuole che gli faccia la spesa»

I due si fermarono. Guardarono pietosamente il bambino, che se ne stava lì fermo. Che bravo bambino.

Il padre lo prese di nuovo per mano e gli disse che tornavano a casa, che dovevano andare, ma la donna della coppia aprì bocca:

«Parassita», disse. La sua voce era quella di una tifosa, con punte stridule sulle vocali e le esse esageratamente marcate. Le parole prendevano vita dalle palpitazioni violacee di grumi vascolari che le sporgevano dalle meningi.

Il padre allora si fermò e si voltò verso i tre, ormai glassati in una posa di rimprovero – una piccola squadra.

«Cosa ti fermi a fare? Vuoi dire qualcosa? Vuoi ancora parlare?» si animò il professionista abbronzato in ottobre con fierezza, spalleggiato dalla coppia.

Le porte automatiche si aprirono e subito oltre apparì il ragazzo giovane con la giacca cammello che indicava l'uomo e il bambino a una guardia dall'aspetto magrebino. La guardia era addetta al controllo ingressi. Si avvicinò alla scena, e con accento forte domandò quale fosse il problema. Il ragazzo, nel frattempo, osservava da dietro le vetrate, allungando il collo, spillando gli occhi, nel tentativo di trarne il sugo di un eroismo civico.

«Questo» disse il professionista skinny fit allungando l'avambraccio a mano tesa verso il padre «mi ha chiesto di fargli la spesa. Non ha il pass. Non può entrare»

«È vero?» domandò la guardia magrebina, infilando uno sguardo rapido al bambino, poi di nuovo all'uomo.

«Andiamocene» disse prendendo questa volta per il polso Gabriele e avviandosi verso la sua sinistra, verso casa, verso qualsiasi altro luogo. Il cuore gli batteva nello stomaco. Una sensazione di nausea gli drenò un sapore ferroso in bocca. Gli occhi vedevano sciogliersi i muri, mareggiare il marciapiede grigio, sfocare il bambino. Avrebbe ucciso, se non fosse stato per la presenza di suo figlio. Avrebbe ucciso.

Si sentì tirare dalla giacca, dietro il collo – una sensazione di soffocamento in gola – poi venne letteralmente trascinato e per poco non cadde, per poco non finì a terra, perché la guardia magrebina – che lo aveva preso – gli si strinse dalla schiena e gli bloccò le braccia.

Nel frattempo altre persone s'erano aggrappolate tutte attorno, tutte curiose, trattenendo nelle falangi grassocce le buste pesanti. Alcuni le posarono in terra. Altri masticavano caramelle. Un ragazzino filmava la scena con lo smartphone, e rideva.

Gabriele restò fisso a guardare il padre braccato, fisso in una bolla afona, fisso con gli occhi rossi che gocciavano piano.

L'uomo cominciò a divincolarsi ma era debole, e il dolore che gli tranciava le vertebre ora prese ad infiammarsi. Guardava gli occhi di suo figlio, ma non potevano essere veri. Non poteva accadere davvero. Non stava succedendo.

Era impossibile. Queste cose non potevano succedere.

«Chiamate la polizia» ordinò qualcuno.

«La sto chiamando io» disse una donna, che si coprì poi la bocca con le mani – un dolore orrendo vedere quell'uomo senza il pass, e il suo bambino. Che bravo bambino. Povero bambino.

«Parassita!» ripeté la donna della coppia. Le sue vene irradiavano un livore rossastro.

«Povero stronzo» ghignò il professionista. «Davanti a tuo figlio. Non ti vergogni? Statevene a casa, sorci!». Mise le mani in tasca e frugò. Ci cavò una monetina. Gliela lanciò addosso. Poi sputò per terra.

«Papà!» gridò Gabriele. «Lasciatelo stare!»

La donna si coprì di nuovo la bocca, e si mise a lacrimare. Povero bambino. Che bravo bambino.

Poi si ruppe in un grido disperato: «Non lo vede cosa fa a suo figlio? Non lo vede?»

«Dovrebbero chiamare i servizi sociali. Dovrebbero toglierli i figli a 'sta gente. Statevene a casa!»

L'uomo aveva smesso di dimenarsi. La guardia continuava a tenerlo stretto in attesa che arrivassero quelli della polizia. Stava non fermo, ma raffermo: gli occhi gonfi colavano lacrime lente. Una cartaccia gli finì sullo zigomo.

«Basta papà!» gridava il bambino. «Non lo voglio più il gioco. Andiamo a casa, papà! Andiamo a casa. Non lo voglio più il gioco. Non lo voglio!»

Non lo voglio più il gioco.

Che bravo bambino. Proprio un bravo bambino.