Il DNA dell'Occidente democratico

Alcuni si chiedono come sia possibile che nell'epoca dell'informazione sia accaduto quello che è successo, in particolare riferendosi all'accoglimento acritico della narrazione pandemica e alla manipolazione mediatica della realtà e dell'immaginario collettivo.
A questo rispondiamo che il punto odierno è sia il culmine che il fallimento della nostra cultura. L'occidente democratico, scientista e capitalista ha prodotto la tecnocrazia biopolitica e finanziaria non per un accidente storico, ma perchè nel suo dna vi è una vocazione totalitarista che attendeva solo che tecnologie adeguate potessero esprimerla. L'estenuante appello all'urgenza della "transizione digitale" altro non è che la voce del potere che smania di estendere i suoi lacci in ogni cono d'ombra della vita personale e associata. Il sogno globalista altro non cela che la brama di un governo unico, che si estenda su un'entità amorfa e omogenea - il mondo purgato da ogni differenza qualitativa - con tutto l'arsenale del controllo disponibile: economico, mediatico e sanitario. Il modello di sanitarizzazione sociale che si va affermando, invece, è null'altro che il prolungamento del panoptismo carcerario - che riguarda elementi puramente esteriori quali la disposizione e il comportamento - estendendo il sistema di monitoraggio all'interno del corpo stesso, nella sua fisiologia e patologia, rendendo il soggetto totalmente trasparante e disponibile all'occhio scrutatore. 
L'enigmatico successo che hanno i media nell'inculcare collettivamente ogni genere di narrazione inverosimile o di punto di vista arbitrario, si basa certamente sullo strapotere dei mezzi di comunicazione di massa e la loro pervasività, quindi su una base tecnologica, ma è reso possibile da un'altra grande "conquista" della modernità, ossia la liquidazione dell'idea di verità come dimensione oggettiva e attingibile dal sapere, la quale è sostituita con i surrogati del pensiero debole, dell'ermeneutica eletta a forma di conoscenza, del relativismo gnoseologico, prima che etico.
Ancor più inquietante è la sinistra solidarietà che esiste tra democrazia e individualismo, che dà come esito il fenomeno dell'atomizzazione sociale. Se infatti la democrazia ha sancito il soggetto come portatore di diritto individuale, come nucleo primario e irriducibile del corpo sociale, ciò è stato possibile grazie a una forma di pensiero, già presente e matura, che privilegiava le prerogative dell'individuo a quelle di ogni altro genere di realtà superiore a cui partecipava, quali ad esempio la famiglia, il clan, il popolo o la nazione. Questa idea, che la democrazia cela nel petto dietro una maldestra retorica comunitaria, l'uomo odierno la respira sin dalla nascita, portandola con sè in ogni dimensione del vivere associato, che diventa sempre subordinato agli interessi di parte e strumentale alla realizzazione e alla sopravvivenza del singolo. È questo il motivo per cui in regime di "distanziamento sociale" la maggior parte dei nostri simili si è acclimatata con tanta facilità: perchè la separazione forzosa dei corpi esteriorizza l'intima separazione delle anime che la nostra società nasconde come proprio fondamentale.

La superbia e la violenza dei "competenti"

Non fatevi intimorire. Non cedete alla violenza verbale, alle pressioni ideologiche, a chi vuol far valere il peso di un'autorità che non ha.

Ad esempio, quando il medico, il farmacista o l'infermiere del caso, null'altro che un tecnico insomma, se in discussione vi sono questioni di ordine di politico, fosse anche di politica sanitaria, vi chiede quale sia il vostro titolo di studi, fondamentalmente per insinuare in voi un senso di inferiorità che intende sfruttare come pretesto per delegittimare la vostra posizione, ecco, in tal caso fate in modo di non cedere mai alla prepotenza, neppure di un passo.
Siamo infatti a una svolta epocale, e la partita che si gioca in questo momento è di primissima importanza: se doveste abdicare, perdereste il diritto di essere un soggetto politico di fronte all'idea che il potere appartiene ai tecnici e non al cittadino.
Ricordate che le competenze tecniche non sono un valore politico, come non lo sono il titolo di studio, la professione o il conto in banca. Il valore politico è costituito dal fatto di essere un soggetto portatore di diritto, e lo si è in quanto uomini e cittadini. Una società potrebbe decidere di ignorare scienza e tecnica, e di ordinarsi secondo criteri che medici ed economisti riterrebbero irrazionali, ma nessun tecnico potrebbe sostituirsi alla società in quella scelta, perché essa fonda e stabilisce la gerarchia dei valori e degli interessi che la muovono e la costituiscono; in tale decisione fondativa, infatti, sono determinati anche il ruolo e la funzione che la tecnica assume in quella società, e pertanto non può spettare ai tecnici da cui essa dipendono. La competenza, in questo ordine di problemi, è sempre e necessariamente politica.
Il medico ha autorità nel suo ambito, che è la medicina; in ambito di politica sanitaria ha lo stesso titolo che possiede qualsiasi altro cittadino in quanto soggetto politico. Se la politica lo ritiene opportuno può interpellarlo in merito alle sue competenze, ma non lo deve fare necessariamente. Che la salute sia il bene primario della società, ad esempio, non è una cosa assolutamente scontata; per molto tempo abbiamo creduto lo fosse la salvezza dell'anima e non del corpo. Nulla può togliere il diritto a una società di autodeterminarsi nel modo che ritiene conforme alla propria visione. Di certo nessuno ha conferito alla tecnica e ai suoi rappresentanti una particolare deroga a questo principio.
Fate attenzione, perché è esattamente questo che il potere oggi cerca di fare: sottrarre quote di diritto in nome di competenze che esso stesso stabilisce come imprescindibili, ma che di fatto non lo sono, se non in modo arbitrario e pretestuoso. L'unico modo che, lungo questa via, il potere ha a disposizione per legittimarsi è instillare il veleno di un'ideologia la quale afferma che la realtà artificiale in cui viviamo sia divenuta talmente complessa che solo chi detiene determinate conoscenze possa effettivamente dominarla e governarla.
Questa idea è falsa alla radice. La presunta complessità del moderno, questa ipertrofia malata della civilizzazione, non corrisponde a una scelta formulata una volta per tutte. Può essere un destino, certo, ma guai a confondere le categorie del mito e della religione con quelle della politica. Finché si rimane in quest'ultimo territorio, essa appare un fatto storico, una contingenza, una possibilità tra le altre, che spetta alla comunità mettere costantemente in discussione e vagliare, e non accettare passivamente come un dato di fatto. Se non è un destino, come nulla può esserlo in politica laddove questa è intesa come l'arte del possibile, allora la forma malata della modernità è sempre revocabile o rettificabile. La società ha conferito un ruolo alla scienza e alla tecnica, e oggi assistiamo al loro dilagare e ai loro abusi; la società può dunque legittimamente ridiscuterlo. Come? iniziando ad esigere che qualcuno ci ponga le domande che è nostro diritto ci siano poste.
Qualcuno ci ha mai chiesto, ad esempio, se sacrificheremmo la garanzia della salute per la felicità, qualsiasi significato una persona intenda con questo termine? Ci hanno mai domandato se rinunceremmo a una fetta di sviluppo tecnologico in cambio di una esistenza che non sia disintegrata, inumana o nevrotica? Qualcuno ci ha mai interpellato in merito al desiderio di un modello economico alternativo a quello attuale, in cui sia centrale l'uomo e i suoi bisogni spirituali, e non la produzione, il guadagno, il consumo?
Se nessuno lo ha mai fatto, è perché qualcuno ha risposto per noi e al nostro posto. E' tempo di riprenderci ciò che è nostro.




Deriva post-democratica

 La democrazia non è sicuramente il migliore dei governi possibili, e la società che la espresse non fu di certo la più giusta e la più pacifica. Essa fu, nelle intenzioni di chi la elaborò, un sistema di garanzie e di controlli indirizzati a un tipo umano che non poteva più trovare in se stesso e nell'ambiente in cui viveva la salvaguardia dalle pulsioni egoistiche e prevaricatrici che recava nella sua natura deietta, e che minavano in ogni istante l'equilibrio e la sopravvivenza della società. Da questo punto di vista, l'istanza democratica presentava per lo meno un certo realismo pragmatico, salvo recare con sé l'inconveniente che postulando un uomo malvagio, predatore e tirannico da cui difendersi, finiva di fatto per promuoverne e incoraggiarne il modello. E infatti la democrazia divenne culla di un tipo umano la cui principale occupazione fu di aggirarne le limitazioni e sfruttarne i meccanismi a proprio vantaggio, in vista di una ricerca forsennata del potere che, essendo di fatto legale, poteva tranquillamente non preoccuparsi di etica, giustizia ed onore.

Molti osservano: voi siete sempre così critici verso il sistema democratico e rappresentativo, eppure oggi che è palesemente violato e vilipeso sembrate prenderne le difese; non è forse incoerenza? Suggeriamo in merito alcune riflessioni. Innanzitutto la più banale: non esiste solo ciò che non si considera giusto; esistono infiniti gradi di approssimazione al male, per cui un degrado minore è sempre preferibile a un degrado maggiore. Una sopravvivenza di eticità, anche se larvale e puramente di facciata, potrebbe sempre essere recuperata e salvaguardata da qualcuno che volesse rendersene responsabile e farsene carico. Il mondo borghese serbava ancora un certo pudore e scrupolo per le apparenze, che nel bene o nel male arginavano o rallentavano derive che attualmente non hanno più confini. La democrazia, inoltre, nelle pieghe dei suoi limiti, nelle ombre dei suoi inganni, negli incavi dei suoi ingranaggi, permetteva un certo margine di sopravvivenza alla diversità. L'alieno, ideologicamente parlando, purché numericamente minoritario e sufficientemente inoffensivo, era sospinto ai margini del discorso ed esiliato, ma non necessariamente annientato. In un certo senso, la sua sopravvivenza era funzionale al sistema, in quanto poteva essere esibita a garanzia di tolleranza e pluralità. Nel mondo che viene non vi è possibilità che il diverso possa essere innocentemente un trofeo o un relitto, ma sarà sempre e solo o un rifiuto o un criminale. In altre parole, qualcosa che va eliminato. Se la democrazia non è il migliore dei mondi possibili, temiamo che ciò che abbiamo di fronte possa candidarsi al peggiore.



Fascismo e tecnocrazia sanitaria, quali analogie?

Strani tempi, questi, in cui chi di solito viene additato come fascista si trova ad essere colui che difende le libertà concrete - e non un'astratta e retorica "libertà" - finanche nelle loro espressioni più elevate e sovraindividuali, mentre coloro che da sempre si fregiano di essere i difensori e i garanti dei diritti si scoprono pronti a sacrificarli tutti in nome dell'obbligo incondizionato alla salute, che apprendiamo essere il nuovissimo imperativo sociale, mentre fino a ieri combattevano affinché l'individuo avesse il diritto a sacrificarla, sempre e a spese di tutti, in nome dell'arbitrio o del capriccio.

In questo novus ordo che arriva ma che ancora non è, cortocircuiti ideologici si generano a catena, dimostrando come i vecchi apparati categoriali e gli ormai consunti schemi interpretativi siano inadatti a dominare la realtà che si va configurando. Un esempio? Quello che definisce "fascista" l'attuale compressione di libertà e diritti costituzionali, e più in generale l'assetto che la società sta assumendo sollecitata dal fattore pandemico. Si sente spesso dire: "Ma come? Voi che volete l'ordine e la disciplina, e che avete eretto l'obbedienza a valore morale, siete ora insofferenti all'idea che vi venga chiesto un sacrificio?" Argomento specioso, ancora più irritante quando proviene da destra. Giusto per ricordarlo, e al di fuori di qualsiasi bilancio storico, il fascismo fu l'appello di una gerarchia a un popolo, affinché si saldasse attorno a un'idea, quella di stato, e condividesse un'impresa comune che si riteneva un destino e una responsabilità. Fu, in altre parole, il tentativo di elevare il singolo oltre se stesso, affinché superasse l'interesse individuale e l'egoismo piccolo-borghese, in vista di un fine che lo trascendeva e in un costante sforzo di innalzamento. In nome di questo chiese di obbedire e sacrificarsi: ossia di una visione etica del vivere associato improntata a valori di ordine spirituale e ideale. Non si discute qui se il fascismo e gli italiani furono all'altezza di ciò che rivendicarono come il proprio ruolo storico, ma solo il loro intento e la loro speranza, al di là di contingenze e miserie. Nulla di tutto ciò nella situazione odierna, dove a vigere è l'imperativo della sussistenza biologica ad ogni costo e prima di tutto, in una visione che invece che rinsaldare il popolo in un vincolo di solidarietà, lo oppone a se stesso, favorendo il sospetto reciproco, scoraggiando vincoli e legami sociali, esasperando tensioni ed antagonismi.

Fuori di dubbio, il clima odierno favorisce tendenze regressive; spinge l'uomo a identificarsi con la sua parte materiale e con gli impulsi che la conservano e la esaltano, a scapito di quelle componenti che la sottomettono alla volontà e allo stimolo di superamento. In nome di ciò ci si chiede cieca obbedienza ed abdicazione del senso critico; ma in vista di quale beneficio per la civiltà? L'impresa comune, oggi, invece che al tempio che i nostri avi desideravano erigere, a cui sognavano di sacrificare ciò che avevano di più prezioso, assomiglia piuttosto alla sala d'aspetto di un nosocomio, sterile e desolata, che fa d'anticamera, si teme, all'obitorio d'Europa.

Testo per la rivista “Il Primato Nazionale” di gennaio 2021.



Fiabe: una pedagogia spirituale

 A differenza del mito, che è il codice di una rivelazione primordiale, le fiabe nascono dal libero gioco dell'anima di un popolo, il quale precipita e sedimenta in forma narrativa, al fine di essere conservato e tramandato. Tale deposito sempre fruttifica, mutando e rimanendo fedele a sé, come l'uomo, ad ogni istante, non è mai uguale a prima eppure sempre lo stesso. Le fiabe non sono mai opera di un singolo o di una personalità, ma ogni singolo o personalità le abita, come si abita il suolo natio, e in esso si trova conforto e nutrimento. Come la campagna o un gregge, le fiabe sono coltivate e badate da chiunque vi tragga sostegno, e alla propria dipartita lasciate e tramandate ai figli, e ai figli dei figli, che ancora le abiteranno e ancora ne avranno cura. Assomigliano al sangue, che il padre trasmette al figlio come propria sostanza, perpetuando così, di generazione in generazione, sé e la propria discendenza. In esse rivive l'anima dei nostri avi, non come cosa morta, ma viva e attuale, come viva e attuale è la nostra carne nutrita e formata dal sangue dei padri. Le fiabe sono cultura nel senso più alto, in quanto contengono gli elementi essenziali e indispensabili di una visione del mondo originaria, completa e organica. Insegnano il bene e il male, l'inizio e la fine, la rovina e la salvezza, l'odio e l'amore, il rigore e la misericordia, il bello e il brutto. In esse è serbato il segreto della tragedia e della commedia dell'essere e dell'esistere. Le fiabe dimostrano, nel modo più evidente possibile, che la razionalità non è la facoltà originaria a cui l'uomo ricorre per interpretare e descrivere la propria esperienza del mondo. Più originario del razionale è il senso del mistero; più originaria è la percezione di una trama di forze e di causalità enigmatiche che tessono quella che noi chiamiamo realtà, e che affiorano e si mostrano laddove si sia capaci di guardare ancora con l'occhio puro e terso dei primordi. Le fiabe sono dunque una pedagogia spirituale irrinunciabile, che la tradizione ha sapientemente selezionato per i propri figli affinché apprendessero l'essenziale e tralasciassero l'accessorio. Le fiabe sono per uomini che aspirano a diventare adulti o che, in quanto tali, ne possono gustare ancora la verità e la bellezza. Per questo la nostra epoca di bambini, che desiderano una puerizia perpetua, ne ignora il significato, l'utilità e il senso. Il mondo di oggi, disgregato e inorganico, le dimentica o le profana, svuotandole e parodiandole in simulacri per l'intrattenimento di massa.



Guerra e medicina

 Il 2020 ci ha mostrato come guerra e medicina siano associabili, in chiave propagandistica, sia sotto il profilo dell'immaginario che di quello linguistico. Questo avviene perché, nel sistema tecnocratico e mondialista che si va costituendo, entrambe sono espressioni e prolungamenti della tecnica svolgenti funzioni affini in termini di affermazione politica e di controllo sociale. Un fatto ci sembra essere particolarmente indicativo della loro convergenza: il comune cambio di paradigma avvenuto nella seconda metà del '900, con l'affermazione del modello preventivo, tanto in guerra che in medicina. 

Guerra e medicina preventive sono di fatto sempre esistite, ma non sono mai state il modello o la prassi dominante nei due rispettivi ambiti. Con il modello della guerra al terrorismo, si è teorizzata la possibilità di aggressione indiscriminata, e senza necessità di puntuale giustificazione, verso qualunque entità si consideri un potenziale pericolo. La medicina preventiva, similmente, permette di legittimare qualsiasi intervento sanitario o farmacologico in funzione di un rischio possibile, anche in assenza di una diagnosi presente o perlomeno probabile. Entrambi i modelli consentono di dispiegare l'opzione bellica o sanitaria oltre qualsiasi perimetro in cui tradizionalmente erano confinate, semplicemente confezionando scenari ed ipotesi ad hoc utili al proprio scopo. In questo modo, i mercati potenziali in cui estendere il proprio business, reale o metaforico che sia, divengono potenzialmente infiniti; nel pacchetto è compresa pure la piena disponibilità del mercato più prezioso: quello interno. Il rischio di terrorismo o eversione, come quello di epidemia o crisi sanitaria, giustificano infatti la necessità di un perenne stato di mobilitazione e allerta rivolta all'interno dei propri confini. In questo modo il potere può giustificare tutti i dispositivi utili al controllo e alla previsione che ritiene opportuni, pervadendo e organizzando ogni ambito della vita sociale.

Guerra e medicina, insomma, sono destinate a divenire sempre più il braccio armato della tecnocrazia incombente.



Il Problema (contro il quale unirsi)

Tenerli sotto controllo non era difficile. Perfino quando in mezzo a loro serpeggiava il malcontento (il che, talvolta, pure accadeva), questo scontento non aveva sbocchi perché privi com’erano di una visione generale dei fatti, finivano per convogliarlo su rivendicazioni assolutamente secondarie. Non riuscivano mai ad avere consapevolezza dei problemi più grandi. George Orwell, 1984

Il neoliberismo, che è la base economica del moderno capitalismo assoluto (speculativo-finanziario), va necessariamente compreso per inquadrare le attuali dinamiche socio-politico-economiche e poiché è la scaturigine del cosiddetto Pensiero Unico (che sostiene, precipuamente, il primato dell'economia sulla politica).

In parole povere si tratta della dottrina economica (cui corrisponde, ovviamente, un'inscindibile ideologia politica) all'origine di tutti i nostri problemi e, semplificando, altro non è che la coronazione di un progetto di restaurazione del potere da parte della "classe dominante" risalente già agli anni trenta del novecento (fondamentale il colloquio Walter Lippmann) ma iniziato ad attuarsi negli anni settanta (dal memorandum di Powell); è la reazione delle élite che tanto avevano perso in termini di potere e di ricchezza nell'età contemporanea e soprattutto nei trenta gloriosi successivi al secondo dopoguerra quando le costituzioni "socialiste" - avversate recentemente da JP Morgan - associate alle politiche economiche keynesiane avevano portato benessere ai popoli e forza alle democrazie (tanto che nello studio Crisi della Democrazia del 1975 commissionato dalla Trilaterale - della quale fecero poi parte Draghi, Prodi, Monti, Letta - si parlava della necessità di apatia e spoliticizzazione delle masse e di indebolimento del sindacato a causa di un pericoloso "eccesso di democrazia" da risolvere anche con l'introduzione di tecnocrazie).

Quindi, partendo dalle teorie di Von Hayek e con la Scuola di Chicago di Friedman, andò imponendosi in campo accademico questo nuovo pensiero (grazie, tra le tante, alla influente Mount Pelerin Society fondata già nel 1947 da Hayek con l'intento di aggregare varie personalità del mondo intellettuale al fine di ridiscutere la teoria classica di Adam Smith). Essi contestarono il compromesso keynesiano del liberismo espansivo con intervento statale (l'embedded liberalism della piena occupazione e della redistribuzione della ricchezza) e suggerirono di passare alla deregulation, a politiche di tagli alla spesa sociale, alle privatizzazioni (degli utili e socializzazione delle perdite), alla finanziarizzazione dell'economia, al monetarismo, all'austerità, alla deificazione del Mercato e quindi alla definitiva sottomissione dello Stato e della Politica agli interessi economici dei potentati privati. Il tutto andò in porto grazie alla diffusione a reti unificate del nuovo credo tramite le "categorie previane" del circo mediatico, del clero giornalistico e accademico ("colonizzato") e del ceto intellettuale (che, con la sintassi di Bourdieu, è da sempre il gruppo dominato della classe dominante).

La manipolazione consapevole e intelligente delle abitudini e delle opinioni della massa è un elemento importante nella società democratica. I regolatori occulti di questo meccanismo sociale costituiscono un governo invisibile che è il vero governo del nostro paese. Uomini di cui non abbiamo mai sentito parlare ci governano, modellano la nostra mente, formano il nostro gusto, suggeriscono le nostre idee. Edward Bernays, Propaganda

Si partì dal "test pilota" dopo il golpe di Pinochet in Cile del '73, poi, nei primi '80, coi governi occidentali di Thatcher, Regan, Mitterrand e Kohl, quindi con la diffusa imposizione del Washington Consensus (da parte del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale) ai paesi del Terzo Mondo in crisi, per arrivare (passando, in Italia, per il divorzio Tesoro-Banca d'Italia) ai capolavori degli arbitrari parametri di Maastricht (fulcro dell'ordoliberismo) e della moneta "unica" europea a cambio fisso con banca centrale indipendente (e, sostanzialmente, privata). Fin da allora la distribuzione di ricchezza ebbe un'inversione di tendenza e andò concentrandosi sempre più nelle mani di quella che è di fatto un'oligarchia finanziaria che non fa che portare avanti programmi a proprio vantaggio e a detrimento dei popoli (vedasi dati oggettivi sulla sperequazione crescente).

Ciò che si è riassunto in poche righe va contestualizzato all'epoca ed è "solo" la lotta di classe dopo la lotta di classe (Gallino) ovvero la ribellione delle élite (Lash); è l'operato di un gruppo, dell'1%, che fa i propri interessi a spese di un altro, quello del 99% (come è lecito, pur se non etico). Il problema è stata la mancata risposta delle "classi subalterne" e dei loro rappresentanti (politici e sindacali) che non hanno saputo interpretare e comprendere i fatti e tendono a non vederli o capirli tuttora (molti ingenuamente, alcuni in malafede, sia a sinistra che a destra fino all'inservibilità della storica dicotomia).

Bisogna liberarsi del "giogo del debito" e dei mantra che abbiamo introiettato: quelli del there is no alternative (Thatcher), dell'ineluttabile fine della storia (Fukuyama) e del "abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità"; in realtà tutto è frutto di scelte politiche ed economiche deliberate e pianificate, il sistema socio-economico nel quale viviamo non è un fatto naturale e irriformabile e, in quanto tale, non è necessario subirlo, basta pensare e agire altrimenti (poiché, parafrasando Einstein, non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che l'ha generato). Purtroppo però le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti (Marx).

Per giungere a un cambiamento è necessario arrivare a una "massa critica" di persone consapevoli che comprendano che è in atto una "guerra soft" (la mai estinta contrapposizione hegeliana servo-signore), che non cedano al sempiterno divide et impera e si compattino riconoscendo il nemico (nell'accezione politica schmittiana del termine) da combattere (che personalmente ho identificato, appunto, nel neoliberismo e nelle sue ricadute politiche e sociali).

Il governo dei manganelli e dei plotoni di esecuzione, della carestia artificiale, dell'imprigionamento in massa e della deportazione di massa, non solo è inumano, ma è palesemente inefficiente, e in un'epoca di tecnologia avanzata l'inefficienza è un peccato mortale. Uno Stato totalitario davvero efficiente sarebbe quello in cui l'onnipotente potere esecutivo dei capi politici e il loro corpo manageriale controllano una popolazione di schiavi che non devono essere costretti ad esserlo con la forza perché amano la loro schiavitù. Aldous Huxley, Il Mondo Nuovo

Dall'iniquo sistema economico vigente scaturisce l'onnipervasivo e catechizzante Pensiero Unico nel quale si innervano tutte le esiziali logiche sociali hobbesiane della competizione (bellum omnium contra omnes, homo homini lupus, mors tua vita mea), del do ut des mercatista, del narcisismo individualista, dell'egoismo, dell'edonismo, del consumismo e della spietatezza di cui è malata la nostra società nichilistica egocentrata; le suddette nefaste logiche fanno di noi degli "schiavi perfetti" poiché intessono quel velo di Maya (Schopenhauer) che ci rende incapaci di vedere le nostre pastoie e, quindi, impossibilitati a liberarcene.

All'interno di quel coagulo di interessi economici e di valori culturali e morali (il blocco storico di gramsciana memoria) appare chiaro come il pensiero economico egemone abbia influito cambiando la società che, come propugnava la Thatcher, davvero non esiste più, esistono solo gli individui: non più una comunità di animali sociali (Aristotele) ma una massa di homines oeconomici, di "imprenditori di sé", di monadi senza finestre (Leibniz), la cosiddetta modernità liquida (Bauman) dell'insocievole socievolezza (Kant); prodromici furono i movimenti sessantottini e successivamente, grazie al neoliberismo (e alla sua sovrastruttura: il politicamente corretto) l'attenzione è stata sempre più focalizzata sui sacrosanti ma "cosmetici" diritti individuali civili a spese, però, di quelli collettivi sociali.

Perciò, dunque, occorre una rivoluzione culturale che può partire solo da chi ha una propria coscienza infelice (Hegel) rifuggendo dalla crematistica e ritornando all'equilibrio e quindi ai concetti di misura e limite come ci insegnano gli antichi greci (è indispensabile rimettere contestualmente al centro l'Uomo e l'economia reale e, quindi, attuare la Costituzione del 1948).

Rimane un unico ostacolo che Platone conosceva fin da 2400 anni fa: l'eventuale "liberatore" verrà dapprima deriso e finanche ammazzato da quelli in "catene"; è davvero eloquente e attuale il mito della caverna in cui Platone descrive come una realtà mediata e manipolata venga invece percepita come "verità" dagli sventurati protagonisti che, poiché nati in cattività, non possono immaginare un'esteriorità rispetto all'antro nel quale sono imprigionati e quindi, non sapendosi schiavi ingannati, tantomeno ambire alla libertà.

Le folle non hanno mai avuto sete di verità. Dinanzi alle evidenze che a loro dispiacciono, si voltano da un'altra parte, preferendo deificare l'errore, se questo le seduce. Chi sa illuderle, può facilmente diventare loro padrone, chi tenta di disilluderle è sempre loro vittima. Gustave Le Bon, Psicologia delle folle

E.G.



Guerra ad Orwell

Una certa espressione del pensiero unico, quella più snob e sedicente colta, da una ventina d'anni sta cercando maldestramente, ma con determinazione e prepotenza, di assimilare autori o opere intellettuali assolutamente disomogenei al proprio orizzonte, in modo da rivendicare a sè tutto ciò che di buono lo spirito umano abbia prodotto nei secoli. Tale iniziativa sorge per rimediare, da una parte, a una radicata invidia causata dalla desolante miseria nel proprio repertorio culturale di esemplari di qualità, dall'altra perché alcuni autori o scritti sono realmente pericolosi in quanto capaci di portare critiche talmente fondate e radicali all'orizzonte condiviso da farne tremare le fondamenta. 

Un esempio su tutti: le recenti vicende editoriali che riguardano la nuova traduzione de "Il Signore degli Anelli" di Tolkien, esigenza nata dichiaratamente per sottrarre l'opera del professore di Oxford all'egemonia storica dell'ermeneutica di destra - fenomeno che si ritiene tipicamente italiano - e, resa docile, portarla nel recinto domestico dei buoni, bravi e frequentabili. Per i neoliberali è intollerabile che un autore di tale portata e di una reputazione non oscurabile, possa essere pietra di scandalo del proprio modello, e così lo si è sequestrato e ortopedicizzato, con l'intenzione di premasticarlo e predigerirlo in modo da farne un omogeneizzato privo di veleni (o di principi attivi) per le masse.

Recentemente tentativi analoghi si stanno facendo per "1984" di Orwell, il romanzo più citato nel ciclo pandemico, sebbene a parer nostro non il più pertinente. Più che per uno smascheramento del totalitarismo coatto in via di costituzione - a questo si presta decisamente meglio la descrizione dell'incubo tecnocratico di Huxley - "1984" è utile come guida/modello di resistenza etica ed eroica del singolo di fronte allo strapotere dell'apparato statale. Non conta che l'intento sia destinata a fallire: ciò che conta è il messaggio che si è uomini fintanto che vi è volontà di esserlo, e che si può combattere anche un nemico a cui si sa si soccomberà, solo perché è giusto farlo. Indica anche dei modi e dei tempi per farlo: amore e passione contro oppressione e controllo, riappropriazione del tempo dalla sua occupazione obbligata, esercizio costante di senso critico e libertà di pensiero, solidarietà e alleanza del simile con il simile.

" Il web disattiva l'hashtag 1984" si legge in questi giorni.

Ecco che anche Orwell è diventato un pericolo, dopo che lo si è compreso come inassimilabile: non c'è modo di ridurre un'opera che è sostanzialmente un inno all'anarchia morale e responsabile a un coadiuvante di statalismo, tecnocrazia e propaganda. Se non si può assimilare, lo si può espellere, tentare di far sì che la gente lo scordi, o non ne parli. "L'ultimo uomo in Europa", così era in origine il titolo che Orwell voleva dargli, è oggi un potenziale manifesto generazionale, a settant'anni da quando fu scritto, proprio perché è ora che la possibilità della scomparsa dell'uomo si sta manifestando, a fronte delle turbe dell'inumano. Ecco perché i social, cani da guardia del sistema, dichiarano guerra ad Orwell. A tutti gli Orwell. All'Orwell che abita dentro di noi.



Etica e principi democratici

Nei prossimi tempi sarà sempre più necessario ricordare che quando qualcuno vi dice che la democrazia è un sistema etico, che si basa su valori civici condivisi e pertanto desidera il "bene" della società, e che tra le forme di governo essa rappresenta con ogni probabilità il "male" minore e pertanto il più desiderabile, ecco, quella persona o mente, o non si è mai interrogata a fondo su cosa sia realmente la democrazia.

La democrazia, infatti, è un sistema di governo: non è una metafisica, una morale o una visione del mondo. Nessuno è mai morto per un apparato burocratico o un manuale di procedure elettorali; semmai per dei valori che credeva sacrosanti e più importanti della vita al punto di sacrificarvela. La democrazia, invece, non si è mai occupata di questioni di ordine assiologico, pertanto quei valori, condivisibili o meno, e che qualcuno ritiene essere la quintessenza democratica, non la impegnano in alcun modo, né tantomeno le è mai interessato difenderli (semmai sono state delle persone concrete a farlo, non certo il sistema stesso).

Da questo possiamo dedurre due cose.

La prima è che non necessariamente i valori che si ritengono "democratici" sono sostenuti e incarnati in un sistema democratico: esso può invece dare forma e sorreggere un ordine basato sulla disuguaglianza sociale ed economica e sul perpetrarsi del governo di elites, che sebbene contraddica i presupposti che gli si attribuiscono, tuttavia ne rispetta le regole e le garanzie formali.

La seconda è che, appellandosi al consenso e con mezzi assolutamente leciti, è possibile trasformare in senso autoritario un sistema democratico senza che questo cessi di essere formalmente tale e senza che sia possibile stabilire una netta demarcazione tra autoritarismo, legalità e rappresentatività.

Consigliamo di tenere presente questi ultimi aspetti: in base al primo un governo dispotico può rivendicare la propria legittimità all'interno di un sistema democratico violandone sistematicamente i principi senza poter essere delegittimato dal sistema stesso; in base al secondo può erodere progressivamente i meccanismi di controllo ed equilibrio della democrazia al punto da far scivolare quest'ordine in una forma post-democratica o autoritaria.