L'istinto, la ragione e l'ottusità

 Nel 2020 molti hanno scoperto che usare la logica non serve, così come non serve riportare dati con fonte certa, informare, dialogare o sensibilizzare. Non serve a nulla quando è in moto la propaganda. Essa punta dritta allo stomaco, alle emozioni della gente e nulla di razionale può contrastarla.

I grandi media riducono le questioni a slogan preconfezionati, fabbricando etichette e riconducendo ogni obiezione alle posizioni estreme di qualche farneticante. Si incentra abilmente il dibattito su una posizione radicale per circoscrivere e banalizzare tutti i punti di vista non allineati (ad esempio se X dice che dentro un vaccino vi è il cianuro, qualsiasi cosa tu dica sulla situazione globale verrai  reindirizzato a tale tesi). Ma chi sostiene ridicole posizioni non necessiterebbe di censura o di screditamento.

Eppure dovrebbe essere evidente a tutti che chi detiene il potere vuole mantenerlo ed è disposto a tutto. La storia lo mostra nitidamente, non servirebbe neppure approfondire, basterebbe uno sguardo superficiale sugli eventi.

Prendiamo di esempio la situazione “pandemica” scoppiata a febbraio 2020.

Come si fa a non notare che i media oggi non fanno alcun tipo di approfondimento critico e sono proni alla volontà comunicativa degli editori che in quanto holding finanziarie, hanno svariati altri interessi economici?

Come si fa a non vedere che una qualunque patologia virale, con tasso di mortalità dello 0,3%, con età media 82 anni, non dovrebbe indurre i governi locali e la finanza internazionale a sovvertire l’ordine delle cose in modo così repentino?

Come si può non rilevare la ferocia comunicativa, gli investimenti in marketing sproporzionati, la ridondanza e la retorica di certi concetti preconfezionati dati in pasto alle masse?

Come non scorgere la guerra senza quartiere fatta a chi solleva dubbi? Non sarebbe stato necessario ricorrere a tali mezzi qualora il pericolo fosse stato enorme e reale come viene ogni giorno rilanciato in maniera forsennata su tutti i grandi mezzi di comunicazione. La realtà è che si fomenta un clima di divisione ed odio finalizzato a disunire il possibile dissenso.

Infine, come non accorgersi come sia totalmente illogico e irrazionale che i governi, di fronte ad eventuali gravi pericoli per la popolazione, amplifichino la ridondanza dei messaggi allarmistici, invece di tranquillizzare e garantire l’ordine pubblico?

Non prestare attenzione a queste semplici dinamiche è indice di profonda ottusità o di malafede. E non importa il grado di “cultura” acquisito, tali evidenze o le si percepiscono di istinto o si è immersi nella nebbia, spesso obnubilati dall’istruzione professionalizzante di Stato che impedisce di avere una visione d’insieme delle cose.



Lo specchio dei social network

I social, come qualsiasi altro strumento, non hanno caratteristiche intrinseche che prescindano dall'uso che qualcuno ne fa. Essendo dei contenitori, dipendono da come e con cosa uno li riempie. Certo, chi li ha progettati poteva avere ben precisi e non sempre espliciti scopi, diversi dall'interesse del fruitore ultimo; eppure anche in questo caso rientriamo nell'orizzonte della strumentalità, laddove la strumentalizzazione ne è una possibilità. In ogni caso, chi utilizza i social dovrebbe essere consapevole che nel medesimo momento in cui sono strumento di informazione e condivisione in direzione del mondo esterno, l'utilizzatore diviene visibile a quel mondo che, grazie proprio a tale esposizione, ottiene un potere su di lui. Non è comunque questa l'obiezione che più frequentemente viene mossa al mondo dei social. In genere ci si lamenta del fatto che esprimano conformismo, mediocrità e le tendenze più meschine, basse o riprovevoli del genere umano. A questo si associa la critica che siano inadatti a trasmettere contenuti di tipo culturale o a favorire un dialogo fecondo e costruttivo, privilegiando costitutivamente gli aspetti più frivoli e commerciali dell'industria dell'intrattenimento o lo sfoggio del peggior narcisismo auto-idolatrante.

Vi sveliamo un segreto. Se il paesaggio che i social descrivono è orrido e desolante, è perché ci siamo circondati delle persone sbagliate. Oppure, in alternativa, perché guardandoci allo specchio non ci piacciamo. Vi è inoltre la possibilità che non si abbia nulla da dire, noi e il prossimo che ci siamo scelti, e i social ce lo ricordino amplificando il nostro vuoto pneumatico, che fa da contrappunto all'insaziabile ansia di dire qualcosa per essere ascoltati, anche se si è privi di un messaggio. In alternativa, ci si può risparmiare molte frustrazioni se si è consapevoli dei limiti e delle potenzialità dello strumento che si utilizza. Non si abbatte una montagna con un martello, ma con esso si pianta un chiodo. Se ci si limita a piantare chiodi, se ne possono piantare di ottimi, al netto delle strumentalizzazioni e del costante e inevitabile rumore di fondo che sempre ci accompagna nella nostra quotidianità mediatica.

Perché diciamo questo? Perché le critiche del tipo "facebook è uno strumento funzionale al sistema e proporre in una tale piattaforma contenuti antisistema è paradossale", oppure "parlare di filosofia, religione, e spirito sui social è fuoriluogo", o anche "l'anticonformismo su facebook fa ridere", sono sostanzialmente baggianate. I social siamo noi. Ci rivelano per quello che siamo, anche se ci nascondiamo. Se abbiamo un messaggio, e sappiamo portarlo a chi è capace di ascoltarlo - nei modi in cui è possibile comunicarlo mediante lo strumento che ce ne offre la possibilità - quello che abbiamo da dire arriva: ne abbiamo evidenza tutti i giorni. Può darsi, invece, che si scopra di non aver nulla da dire, o che non siamo in grado di dirlo, e su questo i social sono impietosi, così come lo sono nell'immagine dell'umanità di cui abbiamo scelto di circondarci. Ma questo, di certo, non è colpa di nessuna piattaforma.



Intelligenza artificiale, sovvertimento in atto

Si parla e si scrive molto di intelligenza artificiale, e questo denota che, a prescindere da qualsiasi genere di valutazione, se ne dà per scontata la possibilità e l'esistenza. Dimentichiamo che, se le parole hanno ancora un significato, l'intelligenza artificiale potrebbe non esistere affatto. Nel nostro contesto la domanda da porsi è se ciò che noi intendiamo riprodurre con ciò che chiamiamo intelligenza artificiale sia davvero l'intelligenza umana – ciò che è sensato definire tale – e non piuttosto una sua regione limitata e non caratterizzante, o addirittura una contraffazione. Non è questa l'occasione per ripercorrere una riflessione millenaria su cosa sia quell'ente misterioso che è la parte non tangibile dell'essere umano; si intende invece porre l'attenzione esclusivamente sul fatto che presso l'opinione pubblica che oggi dà per scontata la presenza incombente dell'IA, la domanda su cosa sia l'intelligenza umana non è posta, ritenendola già risolta a monte nella sua possibilità di riproduzione. Questo fenomeno va iscritto all'interno di una visione contemporanea dell'essere umano, ampiamente condivisa e non più problematizzata, che riteniamo particolarmente preoccupante, soprattutto in vista degli esiti destrutturanti e riduzionistici nei confronti della weltanschauung tradizionale.

In una realtà in cui non vi è spazio per alcuna dimensione trascendente il mondo fisico, i fenomeni mentali sarebbero il prodotto emergente dell'attività di un organo sui generis, il cervello, capace di produrre fisiologicamente il pensiero. L'attività cerebrale, sebbene abbia caratteristiche di estrema complessità, essendo prodotta da un hardware biologico, ma in definitiva materiale, risponderebbe a regole, dinamiche e meccanismi riproducibili artificialmente. In questa prospettiva la dimensione soggettiva del pensiero andrebbe valutata solo sotto l'aspetto dei comportamenti e delle interazioni a cui dà luogo; coscienza e intenzionalità sarebbero da considerare null'altro che aspetti non pertinenti al problema della replicabilità dell'intelligenza.

Per giungere a questa idea che, articolata in diverse varianti, è alla base del progetto di sviluppo dell'IA, si è dovuto svuotare il modello tradizionale per adeguarlo a una visione della realtà di tipo immanentistico. Tradizionalmente, infatti, l'uomo si differenzia dall'animale per la capacità di pensiero; la ragione, tuttavia, è stimata una facoltà inferiore a quello dell'intelletto, dove quest'ultimo è ritenuto di origine trascendente e sovraindividuale, pertanto irriducibile. L'intelletto, in altre parole, è l'elemento sovrannaturale e divino caratterizzante la centralità e l'unicità dell'essere umano nell'universo. Secondo questa visione, un uomo privo di intelletto altro non sarebbe che un animale capace di effettuare dei calcoli particolarmente complessi.

Qualunque sia la nostra opinione in merito alle possibilità aperte dall'IA, è indispensabile tenere presente che esse ci sono offerte barattandole con una visione dell'uomo in cui la specificità umana è sacrificata a favore della sua dimensione puramente materiale. Ciò va iscritto in un processo più ampio, attualmente in corso, di riforma della visione del mondo, e come tale va meditato non astraendolo da altre forme militanti di riduzionismo immanentistico contemporaneo, quali ad esempio l'idea animalista radicale, o quella della nuova ecologia. Accettandone acriticamente i presupposti, contribuiamo all'affermarsi di tali sinistri sovvertimenti. 

Testo per la rivista "Il Primato Nazionale" di Giugno 2021



La natura della musica industrial ed il politicamente corretto

A cosa serve una cultura industriale che non sappia sopportare contraddizioni, esibire lo scandalo, mostrare ciò che nessuno mostra, suscitare quelle sensazioni ed evocare quei fantasmi che la cultura ufficiale rigetta?

Attenzione: non dico condividere, dico sopportare, esibire, documentare, in senso extra-morale e fuori (per quanto umanamente possibile) da qualsiasi forma di filtro, mediazione o opinione personale.

Spesso assistiamo a reazioni isteriche e scomposte di molti "esponenti" di questo ambiente a qualsiasi discostamento da una sensibilità media e condivisa. Più volte è capitato di vedere eventi boicottati per la sola presenza di artisti "sgraditi". Ciò denota la riduzione della musica industriale a puro fenomeno estetico a scapito della sua portata culturale genuina, che è appunto essere strumento di rottura, e ripeto contraddizione; in altre parole, soglia di rischio e criticità della sensibilità canonica. È una deriva seria, perché quando le culture alternative o antagoniste non sono più in grado di sopportare il pensiero "altro" e la sua dimensione scandalosa, si risolvono in vuoto formalismo.

Nel secolo scorso, quando la musica industriale era considerata cosa seria, forse perché ancora vicina alle origini e quindi lungi dall'aver scaricato le pulsioni che avevano dato origine al movimento, certe prese di posizione non si vedevano. Non perché ognuno aderisse indiscriminatamente a qualsiasi idea, ma perché si riteneva che l'industrial potesse recare al suo interno il seme della differenza, anche il più fastidioso, senza doverne rendere conto a nessuno. Il suo ruolo era di essere luogo di shock culturale, di provocazione, di decostruzione dei codici del linguaggio, dell'informazione e del comportamento.

A che serve una cultura industriale educata, normalizzata, che richieda patentini ideologici per autorizzare l'agibilità artistica? Chi può arrogarsi, inoltre, il diritto di essere "padrone del discorso" laddove l'impegno è la messa in discussione dei pilastri del discorso stesso?



“La malvagità del bene” di Flavio Ferraro

La malvagità del bene. Il progressismo e la parodia della tradizione (Irfan Edizioni - 2019) 

L'autore, programmaticamente, dichiara essere il proprio punto di vista “rigorosamente metafisico” e, affrontando la questione dell'ideologia progressista, di inquadrare il problema in una prospettiva “verticale”, interpretando fenomeni e contingenze storiche come “segni dei tempi”. A partire da questa premessa, l'opera si articola in una serie di analisi che hanno per obbiettivo l'illustrare come il progressismo sia parodia e inversione di alcuni aspetti centrali del mondo della tradizione.

Il testo porta l'attenzione su fenomeni come la globalizzazione, il mondialismo, l'immigrazione di massa, l'ideologia gender e il transumanesimo, il tutto interpretato in un quadro unitario che ha per asse l'idea del consumarsi, nel nostro tempo, delle fasi terminali del presente ciclo, come preconizzato dal modello quaternario tradizionale. Vediamone brevemente i punti salienti.

Il liberalismo di mercato, dilatatosi a liberalismo dei costumi e divenuto ideologia unica, pervasiva e totalizzante, necessita come proprio supporto di un uomo nuovo, privo di identità e radici, perfettamente spostabile e impiegabile secondo le esigenze del mercato globale. Questo disegno perseguito dalle élite finanziarie trans-nazionali, il cui braccio politico sono le sinistre progressiste, e quello culturale/propagandistico gli esponenti del pensiero unico e i media mainstream, punta appunto alla creazione di un nuovo modello antropologico, che per molti aspetti scimmiescamente mima e inverte la forma realizzata dell'uomo della tradizione. L'androgino primordiale, nella perfezione della sua unità indifferenziata, è così parodiato dal soggetto liquido dell'ideologia gender; il senza-casta dell'età dell'oro è sostituito dal suddito meticcio dell'ideologia immigrazionista; l'immortalità del realizzato è surrogata dalla sinistra pseudo-esistenza dell'ibrido uomo-macchina dell'incubo transumanista. Sul piano politico, l'idea dell'Impero, ordinato a principi trascendenti e unificante all'insegna dello spirito la molteplicità differenziata e organica dei regni sovrani, è invertita nel modello profano dell'unione economica di stati ridotti a sudditi del capitale, la quale è tappa intermedia verso il governo globale, in cui ogni differenza e margine di autonomia delle singole entità sovrane è definitivamente consumato. Il principio di alterità, la cui l'espressione somma è il sacro, è costantemente minato nella ricerca esasperata dell'annichilimento della differenza, del confine e del limite in ogni ambito della realtà e dell'esperienza, verso quel caos informe e insignificante che Guénon definì il “Regno della Quantità”. La dimensione fisica in cui risiediamo, dunque, dopo essere stata solidificata dall'ideologia materialista, tende ora a smaterializzarsi in una serie di rapporti e spazi puramente virtuali, di cui la tendenza alla digitalizzazione in tutti i piani dell'esistenza è il sintomo più inquietante. Essa rappresenta il capovolgimento simbolico della contrazione del tempo e dello spazio che avverrà nel riassorbimento finale della manifestazione, che non sarà durata indefinita di attimi insignificanti replicati e distribuiti per essere disponibili allo sfruttamento e al consumo, così come avviene nell'epoca digitale, ma superamento del tempo e dello spazio nell'attimo eterno.

Il pregio del testo è quello di offrire una buona sintesi dell'ampio lavoro di elaborazione dei processi storici in corso effettuata negli ultimi anni dalla cultura tradizionalista, la quale traendo linfa dagli autori classici della corrente, si è sforzata di leggere il presente alla luce delle categorie intellettuali ed ermeneutiche da essi fornite. Allo stesso tempo, però, vorremmo osservare che il presente, opportunamente interrogato, potrebbe offrire ulteriori e sfidanti possibilità di meditazione, non in conflitto con la prospettiva tradizionalista, bensì capaci di integrarsi a questa e completarla, se non dal lato dei principi, in merito a cui essa è insuperabile, quantomeno da quello dell'analisi dei fatti e dei processi, che rischiano in qualche modo di sfocare di fronte all'ampiezza di orizzonti propria della visione metafisica. Siamo certi che l'intenzione dell'autore sia stata appunto di fornire un viatico in vista di un approfondimento che altri, e in primis il lettore, dovrà svolgere successivamente. Auspichiamo che il futuro possa vedere accolto il suggerimento e, grazie alla direzione indicata da testi come questo, l'analisi del presente possa incamminarsi verso ulteriori e doverosi percorsi di chiarificazione e approfondimento.



L'involuzione della "sinistra"

Marxismo e comunismo dell'epoca classica erano dottrine coerenti con i propri presupposti. Nutrite di antropologia giudaica, avevano introiettato l'idea dell'uomo colpevole e deietto, e la traducevano nei termini di alienazione e lotta di classe, in una visione escatologica profana in cui la società sarebbe stata infine redenta e salvata dalla propria miseria.

Non guardavano all'ignoranza e alla mediocrità del popolo con disprezzo: esso era semmai da educare e salvare, non certo da schernire o maledire. Erano consapevoli che il popolo era materia su cui esercitare un'opera formatrice, in assenza della quale esso rimaneva amorfo, anodino e selvaggio. Erano consapevoli anche che poteva divenire malvagio, se lasciato a se stesso. Del resto, il popolo non poteva essere istruito perché la "cultura" era prerogativa borghese: il comunismo, poi, quella cultura da salotto tipica della borghesia la aborriva, e desiderava sostituirla con un sapere concreto ed efficace, privo di vezzi e compiacimento.

Questa sinistra che vorrebbe togliere il sacrosanto diritto al popolo di non essere null'altro che popolo, che lo umilia quando non si esprime con un linguaggio adeguato, quando non è educato o sufficientemente scolarizzato, quando ragiona con il sangue, il ventre o le parti basse; questa sinistra che non vuole redimere o salvare, che condanna, epura, censura e minaccia... questa sinistra altro non è che la borghesia che prova vergogna di sé, la voce di una cattiva coscienza viziata che vorrebbe mostrarsi virtuosa, e che si tradisce costantemente nel suo disprezzo per chi è realmente debole, indifeso e manipolato nella società: il popolo stesso.

Quando la politica era ancora espressione di un confronto, una dialettica e, perché no, di uno scontro tra visioni del mondo, che si fosse di destra o di sinistra, la borghesia è sempre stata il nemico.



La fatidica domanda: "Ma tu sei virologo?"

Quante volte, specialmente negli ultimi tempi, nel momento in cui si esprimevano punti di vista, ci si è trovati di fronte alla fatidica domanda: “ma perché tu sei virologo?”.

Solitamente tale atteggiamento borioso deriva da personaggi convinti che la specializzazione in uno specifico campo sia estendibile in qualsiasi ambito. Costoro sono certi che, su questioni che riguardano la collettività, solo gli “esperti” di un limitato settore possano pronunciarsi. Nulla di più errato.

Noi consigliamo a tali soggetti, per cominciare, un ripassino di storia. Dopodiché ricordiamo loro che evidentemente ignorano o si sono persi gli ultimi duecento anni di dibattito etico, morale e giuridico sui fondamenti dello stato di diritto, sui principi della democrazia rappresentativa e sui rapporti tra scienza e potere politico. In particolare, si sono persi la stagione della cultura della crisi, in cui le derive tecnocratiche odierne sono state ampiamente anticipate e studiate; lo strutturalismo francese, con le sue minuziose analisi sulla microfisica del potere (in particolare medico e psichiatrico); le grandi sintesi sulla tecnica di Heidegger e Gadamer, a monito del declino moderno dell'umanismo a favore di forme di scientismo autoritario. Giusto per citare qualche luogo classico, ma la materia è talmente ampia e complessa da non poter davvero essere alla portata di tutti. Eppure paradossalmente chi nulla sa di quanto elencato è il primo a chiedere agli altri competenze e titoli.

La domanda che gli aedi di questa weltanschauung scientista e disanimata dovrebbero porsi è la seguente: le mie conoscenze mi permettono di avere una visione sufficientemente ampia e articolata da potermi pronunciare con tanta saccenza sui processi storici in corso? Basterebbe rispondersi con umiltà per fare immediatamente un passo indietro.

Quello che non si capisce è che la comprensione a trecentosessanta gradi delle dinamiche storiche ed umane non sono materia di virologi o veterinari, ma di politologi, sociologi, giuristi, epistemologi e filosofi. Sì, anche di filosofi, quella parola che fa inorridire gli scientisti con la coda di paglia, ma è proprio così: stiamo parlando di materia per gente che pensa.

Se i signori che sbraitano “non sei virologo!” si prendessero la briga di studiare anche solo parzialmente quanto esposto sopra, potrebbero forse scoprire come la loro visione sia estremamente miope e limitata.

Inoltre, aggiungiamo che i reali pericoli a cui le loro forme mentis espongono la collettività, sono estremamente superiori a quelli portati da chi mantiene invece prudenza e diffidenza verso i cambiamenti in corso.



Cronenberg - Burroughs e la metafora cospirazionista

La trasposizione cinematografica de Il Pasto Nudo di David Cronenberg è un dramma onirico che vede tanti, troppi punti di contatto legati alla civiltà odierna, soprattutto a ciò che rimane fuori dalla scena. Un film che potrebbe benissimo essere una metafora dell'operato della CIA, e di tutte le organizzazioni segrete e le loro oscure manovre.

Difficile fare un ragionamento lineare, si perseguono tante strade dentro questo film, tante quante c'è ne sono nel libro di Burroughs.

Ad una lettura superficiale, potremmo dire che Il Pasto Nudo non è altro che il delirio di un uomo in pieno trip che non si ricorda nemmeno, tra un trip e l’altro, di stare scrivendo un libro fantasy, ma questo mondo mentale di Lee è troppo malato, viziato, tossico, per non trovare assonanze ad una chiara critica alla società dell’era spaziale, un mondo che setaccia il moschino e si ingoia cammello arabo e tenda intera.

Bill Lee (alter ego di W. Burroughs), affetto da inquietanti e angoscianti allucinazioni causate da assunzioni di droghe non sintetizzate, uccide sua moglie e scappa a Tangeri dove si crede coinvolto in un complotto con esseri di un altro pianeta. In teoria le sue dovrebbero essere allucinazioni causate da droghe, ma nascondono una sottile metafora allorquando, sempre all'interno del suo delirio, Bill viene contattato dai servizi segreti per svolgere un ruolo in incognito di agente sotto copertura. Un conflitto interiore che si specchia nel conflitto cospirativo reale (a questo proposito illuminante il pezzo in cui il mugwump fa notare a Lee che di questo passo potrebbe diventare un giorno un vero agente della CIA data la sua attitudine di scrittore visionario cospirazionista).

Conoscendo Burroughs questa sarebbe un’ipotetica chiave di lettura.

Difficile paragonare “Il Pasto Nudo” con altre opere. Bisogna prima di tutto leggere e capire Burroughs, la sua storia, i suoi libri, i suoi cortometraggi, e tutta la sua produzione, per poi immergersi nel capolavoro del 1991 di Cronenberg che è in grado di far comprendere meglio chi siamo e dove siamo. Non ci si può nascondere dietro all’ignoranza dello spiegare tutto attraverso lo stato sociale ed il dogma, strada sicuramente semplice e poco faticosa ma vile e dannosa, soprattutto se si ha una visione proiettata verso il futuro e non ristretta al lasso temporale della vita che stiamo vivendo, un soffio se paragonata alla storia e soprattutto alla non-storia della mitica età dell’oro.

Come disse Burroughs stesso e come riporta Cronenberg all’inizio del film: “Niente è vero. Tutto è permesso”.

Per l’appunto, niente è vero in questa società costruita su delle menzogne, con i suoi abitanti oramai fagocitati e lobotomizzati che difficilmente riusciranno più a risvegliarsi da questo spettacolo globale che ha le stigmate luciferine e gli adepti di Satanasso.

Il pasto nudo è un inferno fatto di dolore, solitudine, alienazione e, soprattutto, dipendenza.

La(e) storia(e) si districa(no tutte) intorno a una città fantastica e terribile, l’interzona, teatro di oscuri traffici clandestini di droghe illegali e aliene e di informazioni segrete. È in questa città, sospesa fuori dal tempo, che agiscono i protagonisti. Essi sono tutti gli emarginati di un’umanità abietta, a vario titolo inseriti nel sottobosco criminale delle sue strade e inquadrati in una cospirazione di più ampio respiro che coinvolge gli ambienti della politica, della medicina, dell’editoria e del terrorismo internazionale. Tutti quanti dediti in modo più o meno velato ai precetti delle credenze esoteriche e delle religioni misteriche.

Cronenberg con questa trasposizione riuscì a dare forma alle paranoie innate e alle ossessioni di William Burroughs (anche al 40% sarebbe già stato un risultato strepitoso considerando la genialità policentrica irradiante del libro), riuscendo altresì a rappresentare il suo profondo senso di repulsione verso ogni forma di condizionamento che possa venire dal sistema.



Il destino politico dell'Occidente

La tecnocrazia appare sempre più nitidamente il destino politico predisposto per l'Occidente dalle élite globaliste sovranazionali. E' evidente come il concetto di tecnocrazia così come abitualmente è inteso, ossia come il governo dei tecnici e degli specialisti, sia un cavallo di Troia: chi detiene il mandato di effettuare scelte di natura politica è per definizione un politico, anche se tale potere gli è conferito per delle supposte competenze. Qualsiasi illusione di automatismo ed oggettività nei processi tecnocratici è smascherata dal fatto che conferire potere ai tecnici è una scelta possibile tra le altre, perciò arbitraria, e che la scienza non è un edificio compatto e omogeneo di certezze, ma un metodo che dà luogo a risultati che per loro stessa natura sono provvisori e rivedibili. In realtà dietro il governo delle competenze si cela la volontà del superamento della democrazia rappresentativa, la quale a sua volta null'altro è che la requisizione del potere del singolo, che l'idea originaria di democrazia tutelava, a favore di gruppi organizzati a cui egli stesso delega il governo privandosene. In altre parole, la tecnocrazia altro non è che una forma di tirannide che intende legittimarsi su base scientifica.

In questa prospettiva appare chiaro come lo scientismo sia un elemento indispensabile per la costruzione del consenso. L'idea militante che la scienza moderna sia l'orizzonte ultimo e definitivo di qualsiasi ambito dello scibile è condizione di possibilità affinché coloro che ne sono riconosciuti custodi e detentori siano investiti di uno status sui generis, chiuso ai più e non discutibile da coloro che non sono considerati farne parte.

Si comprendono così molte delle dinamiche a cui abbiamo assistito nell'ultimo anno. La lotta all'ultimo sangue che ha visto varie fazioni di tecnici e scienziati scontrarsi per affermare la propria eccellenza sull'avversario, rivendicando di essere espressione della vera “scienza” contro le forme false o spurie incarnate dall'altro, non è di fatto una competizione in nome della verità o del prestigio, bensì una lotta per il potere. Tecnici e scienziati, perlomeno i più smaliziati, hanno ben compreso che nell'ordine che viene avranno un posto riservato e stanno costruendo le basi per la propria fortuna.

Accade però, ironicamente, che i limiti della scienza moderna si riverberino anche in questo ambito. Lo specialismo, che è la grande piaga di un sapere ipertrofico ormai indominabile nel suo insieme, ha abituato l'uomo di scienza a considerare i fenomeni principalmente in modo analitico, sacrificando capacità di sintesi e approcci olistici. Non chiedete al medico o allo scienziato il senso e il fine di ciò che accade: la scienza non pensa e non deve pensare. L'uomo di scienza non è né il regista né il protagonista della svolta epocale a cui stiamo assistendo; ne è solo una vittima lusingata. Egli è infatti il perfetto supporto di un potere che si vorrebbe impersonale e oggettivo, rispondente a pure esigenze di nuda razionalità e perfetta amministrazione, quando in realtà dietro la tecnocrazia stanno volontà personalizzate e forze epocali assolutamente interessate, come dietro ad ogni altra forma governo. Accadrà forse anche al tecnico ciò che accadde all'operaio, quando nella certezza di essere protagonista del cambiamento in quanto soggetto della classe rivoluzionaria si accorse di essere null'altro che un utensile nelle mani del padrone?

Testo per la rivista "Il Primato Nazionale" di Maggio 2021



Tradizionalismo: un fenomeno moderno

Tra le forme di reazione alla modernità, il variegato ambito del tradizionalismo merita una considerazione particolare, tanto per importanza storica che per lo spessore delle figure che lo rappresentano. Nella molteplicità della sue espressioni, che vanno dal politico al religioso, fino al richiamo a forme di metafisica ed esoterismo aurorali, l'essenza del tradizionalismo – ci si permetta una definizione tanto universale quanto semplificatrice – è il contrapporre alle contraffazioni del moderno e del post-moderno, identificati come un'eccezione e un'anomalia della storia, l'orizzonte stabile e permanente della tradizione, considerata come ciò che informa e sorregge ogni manifestazione di civiltà e spiritualità propriamente tali.

Non ci interessa riassumere la storia del tradizionalismo, né fornirne valutazioni critiche o ermeneutiche. La riflessione che intendiamo fare riguarda piuttosto l'attualità del suo messaggio e i rischi connessi a una sua ricezione ingenua, e questo non tanto in merito ai singoli autori o correnti, quanto piuttosto riguardo all'attitudine e ai moventi che lo qualificano come fenomeno unitario ed omogeneo.

E' indispensabile tenere sempre presente che il tradizionalismo, in quanto reazione alla modernità, è un fenomeno genuinamente moderno. Non è un gioco di parole affermare che nel mondo della tradizione non possono esistere tradizionalisti. Questa principio, tanto apparentemente paradossale quanto evidente, si basa sul fatto che affinché vi sia reazione, è necessario si dia concretamente la realtà verso cui si reagisce. Non può esservi tradizionalismo senza che il mondo della tradizione sia già un orizzonte che dilegua.

Questo dovrebbe metterci in guardia da quelle posizioni ingenue che pretendono di aggirare il circolo ermeneutico, la situazionalità del tradizionalista, per proporre un salto impossibile verso un mondo che non è più, se non in forma residuale, come riserva di senso e alterità irriducibile. Se la tradizione è ciò che sempre permane, in contrapposizione all'effimero e al transuente, nel moderno, tuttavia, essa non può mai darsi nell'innocenza e nell'immediatezza dei primordi, ma sempre in maniera dialettica, nel baluginare dell'incorruttibile tra le ombre di ciò che trapassa. Teoreticamente, la tradizione è nella modernità quell'altrove a cui sempre si aspira, a cui ci si approssima, ma che mai se realizza, se non nel passaggio a una nuova epoca dorata.

Questa riflessione apre a un nuovo realismo, dai tratti che non esitiamo a definire eroici. A dispetto delle anime belle della tradizione, fuori dal nostro tempio personale in cui riteniamo di esserci riconnessi alla fonte originaria, c'è ancora il consueto mondo profano, solido e irredento. Quel mondo, di cui siamo pietra di scandalo e a cui siamo costretti a tornare, è la prova palese che la modernità non si aggira, ma si affronta. Se il ritiro nel tempio non è propedeutico allo scontro, allora è null'altro che una pia illusione. La tradizione, infatti, o si dà nella storia come orizzonte totalizzante, oppure sussiste come tensione, come programma, come ideale. L'adagio che afferma che non ci si salva da soli assume qui un peculiare significato, ossia che non si è nella tradizione se non lo è il mondo intero. Pertanto la tradizione, fino alla nuova alba, non può essere che ciò che ci impegna, che gustiamo nell'oggi come caparra del domani, che è ferrea speme, perché, come dice San Paolo, “se speriamo ciò che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza” (Rm 8, 25).



"Complottista": etichetta fuorviante

Bisogna ammettere che spesso il mondo della controinformazione, chiamato volgarmente "complottista", é spesso paranoico. Si parte da idee preconcette per modellare poi la realtà a proprio piacimento.

Detto questo, peggio però sono coloro che utilizzano ed etichettano la gente in tal maniera. 

Il fatto che tra la persone che si occupano di teorie alternative possano esserci ignoranti o paranoici non può essere un deterrente alla comprensione dei fatti.

Il tipico fintocolto col sorrisino stampato sulla faccia che utilizza categorie tipo "fasciosovranisti" e sogghigna con frasi quali "aiuto, gombloddo", "E perché dovrebbero?", "Non cielodicono", é molto peggio degli ingenui che credono a strambe teorie.

Le dinamiche del potere vanno approfondite, la storia va studiata, solamente analizzando gli accadimenti nel tempo ci si rende conto che da sempre c'è stato un susseguirsi di "complotti".

É così che funziona l'umanità, il potere cambia volto, metodi e pelle ma persegue i suoi scopi dalla notte dei tempi, ed anche se non si comprendono gli obiettivi ciò non significa affatto che tutto sia lineare e casuale.

Non c'é prototipo umano più stolto oggi di colui che crede di vivere in un limbo democratico dove tutto ciò che accade é dettato dal buonsenso e dalla filantropia. E non solo si limita a credere a tali scenari, ma passa le sue giornate a sbeffeggiare gli altri con aria da saccente etichettandoli come il sistema gli ha insegnato.

L'umanità é storia di "complotti" e sempre lo sarà fino alle fine dei tempi.

«Come sempre nella storia, anche in questo caso vi sono uomini e organizzazioni che perseguono i loro obiettivi leciti o illeciti e cercano con ogni mezzo di realizzarli ed è importante che chi vuole comprendere quello che accade li conosca e ne tenga conto. Parlare, per questo, di un complotto non aggiunge nulla alla realtà dei fatti. Ma definire complottisti coloro che cercano di conoscere le vicende storiche per quello che sono è semplicemente infame»  (G.Agamben)





L'età dell'indelicatezza

Il nostro tempo può essere visto come l’età dell’indelicatezza e della mancanza di pudore.

Il mondo contemporaneo, ossessionato dal raggiungimento di obiettivi quantitativi nel minor tempo possibile, nella sua smania di trovare in ogni ambito la linea più breve tra due punti, ha ridotto ogni orpello, fregio ed esitazione al rango di spreco. 

Così come le abitazioni decadono a semplici scatole di vetro e cemento e gli oggetti d’uso quotidiano assumono forme scarne ed essenziali per espletare la propria funzione senza alcuna concessione estetica, allo stesso modo, nelle relazioni interpersonali, ogni cortesia, ritrosia, premura o gentilezza sono viste sempre più come manierismi superflui.

Prima d’ora gli individui, più o meno consciamente, applicavano alla propria sfera sociale una ripartizione a cerchi concentrici, esattamente come avviene per le società iniziatiche nelle quali gli affiliati, non godendo di eguale accesso alle informazioni, sono posti a distanze diverse dal nucleo sapienziale secondo il loro livello di appartenenza. 

L’abolizione di questa gradualità di accesso a se stessi e agli altri è cominciata con l’avvento della società di massa e ha subito una brusca esasperazione con la diffusione dei social.

Mentre la distinzione tra intimi, conoscenti abituali, conoscenti occasionali e completi estranei viene a cadere, il proprio e altrui corpo, le proprie e altrui idee e le proprie e altrui emozioni cessano allora di essere spazi sacri e riservati a pochi per diventare non luoghi pubblici, gallerie commerciali e sale d’aspetto dove chiunque può transitare. 

Gli individui pertanto, mentre fingono di essere preoccupati per l’acquisizione e l’utilizzo dei dati sensibili da parte dei colossi tecnologici, sono preda, tanto nella vita concreta quanto in quella digitale, di una coazione a esporre incessantemente ogni loro aspetto, tanto fisico quanto ideologico.

Tutto è gettato in faccia all’altro, dalle predilezioni dei propri apparati gastrointestinali e genitali alle proprie posizioni politiche e religiose, dai dettagli della vita sentimentale alle procedure sanitarie a cui ci si sottopone. 

L’immagine stessa del proprio corpo, sempre più denudato, è sottoposta ad una costante diffusione indiscriminata che permette a chiunque di conoscerne dettagli che, una volta, sarebbero stati noti solo ai più intimi.

Perduto ogni residuale senso dell’inopportuno e assunta a prassi abituale l’intemperanza comunicativa, mantenere qualcosa di sé come inaccessibile ai più è allora visto con sospetto perché, nella società trasparente della sorveglianza tecnologica, il segreto è già di per se stesso un indizio di colpevolezza.



La matrix del denaro

Ogni sistema difende le proprie strutture, ma ancor di più le proprie regole di funzionamento. Prendiamo la corruzione nella polizia: se un reparto è particolarmente compromesso, dopo averlo difeso anche strenuamente, è possibile che si decida di sacrificarlo ai media e alla pubblica opinione per salvare l’immagine dell’intero apparato. Ma se si mettono in discussione le stesse regole che gestiscono il reclutamento, la formazione e l’operatività della polizia, in breve avremmo uno scontro armato. Nessuna struttura accetta di venire smantellata in modo pacifico.

Il danaro non esiste. Lo abbiamo creato per facilitare gli scambi e migliorarci la vita. Nel tempo, attorno a questo concetto teorico si è strutturato un vero e proprio Leviatano che vede nelle Banche Centrali dei guardiani dell’ortodossia e nei gruppi finanziari internazionali dei burattinai, mentre l’individuo medio da un lato non capisce più nulla di queste dinamiche (da dove arriva il danaro? Di chi è? Perché ha un costo? Chi lo paga? Il debito pubblico va ripagato? E a chi?) e dall’altro si ritrova misurato dal danaro stesso in ogni sua espressione: misuriamo in danaro quanto valiamo, quanto siamo realizzati, quanto ci divertiamo, quanto siamo sereni, persino quanto amiamo qualcun altro. In sostanza, esistiamo secondo un metro di cui ci sfugge ormai sia la natura che la gestione. E’ evidente anche al più idiota dei profani che qui il problema è esistenziale: siamo diventati schiavi di uno strumento nato per servirci.

Chiaramente le strutture cresciute attorno al sistema monetario lotteranno con ogni mezzo per impedire che venga loro anche solo parzialmente sottratto il dominio di questo meccanismo, essi esistono in base alle regole che li definiscono. E nessuna struttura accetta di scomparire in modo indolore.



La demonia del denaro

Non si possono dare voti alla storia del post marxismo, liquefatto in deserti ombrosi fasciati e moltiplicati per mille fino a spezzare l'autismo di wall street, facendolo uscire tumefatto agonico pezzo di marmo-porpora in un altrove artaudiano: oltre la Parola c'è il cinismo del Suono, percezione sonora (Ligeti) che appartiene alla memoria bergsoniana: meta-linguaggi e amoralità robotica che fendono i nostri sorrisi: ricordi purulenti-verminosi che non ci appartengono più: sfocate esplosioni di violenza inconscia che impediscono la consequenzialità dell'azione. Luigi Nono, Stanley Kubrick e l'egresso terminale ballardiano sparato dritto in un 3000 tecnocratico ultracapitalista che è già odierno.

Poiché il denaro è il centro del nostro sistema, economico e sociale, noi abbiamo dovuto adattare il nostro passo al suo. Basta entrare nell'ufficetto di qualsiasi piccolo broker, accerchiato da monitor, altoparlanti, telefoni, fax, lo sguardo fisso sullo schermo gigante e multicolore della Reuter che, attraverso un megacalcolatore, lo tiene collegato in modo permanente con 20.000 case finanziarie con tutte le grandi Borse del mondo, per capire a quali stress, a quali fibrillazioni, a quali sollecitazioni da Formula Uno sia sottoposto un uomo che lavora con il denaro in fibra ottica. Solo un po' meno evidenti ed esasperati sono gli stress, le fibrillazioni, le sollecitazioni che ritmano l'esistenza di tutti coloro che vivono all'interno dell'odierna economia monetaria. 

Ciò spiega anche l'apparente paradosso, che è da anni l'esperienza comune e quotidiana, per cui l'uomo moderno, che proprio allo scopo di risparmiare tempo dispone di mezzi velocissimi per muoversi e comunicare (automobili, aerei, smartphone, fax, computer), non ha mai tempo, è in perpetuo affanno, con gli occhi costantemente fissi all'orologio.
Sono i ritmi cui ci obbliga la logica del denaro che è lo spirito del denaro (guadagno sistemico) a prenderci il tempo.

Gianni Agnelli una volta disse «Le generazioni perdono presto la memoria finanziaria, ogni tanto hanno bisogno di una doccia fredda, per guarire dall'euforia» .

Ma il mito della moltiplicazione del denaro, della crescita ad infinitum, non muore mai e, dopo un po', si è pronti a ricominciare.
Chi ha instaurato nella nostra civiltà questi principi "liberal-internazionalisti" sono gli stessi che hanno instaurato l'idea di villaggio globale, idee che sono alla radice della nostra decadenza.



L’intolleranza dei tolleranti

Il paradosso della tolleranza di Popper sostiene che se una società pone come proprio principio la tolleranza, e se lo persegue fino alle estreme conseguenze, finisce per essere soggiogata dagli intolleranti, ossia da coloro che ne negano il principio, ma che in base ad esso reclamano di essere accolti, ossia tollerati, in seno alla società medesima. La soluzione di Popper è appunto che una società tollerante, per la propria sopravvivenza, non deve tollerare gli intolleranti, ossia deve farsi a sua volta intollerante verso chi la minaccia.

Cavalcato ampiamente dai sostenitori di un modello democratico aggressivo e autoritario, che desidera revocare asilo ad ogni posizione critica nei suoi confronti, il paradosso della tolleranza sembra essere cosa ovvia a tutti coloro che ne fanno una forma di legittimazione della propria militanza. Ciò che stupisce è il modo in cui vi si attribuisce un qualche valore esplicativo e giustificatorio che è evidente non possieda, quasi fosse in grado di ripristinare un ordine razionale precario e discutibile confermandolo in modo palese e inappellabile.
Il paradosso della tolleranza afferma in sostanza che per poter essere tolleranti bisogna essere intolleranti. Da ciò si deduce che una società autenticamente tollerante non può esistere, perché per esistere verrebbe meno al principio che la definisce. Di fatto, siccome una società che si dice tollerante esiste, ed è quella che invoca i paradosso della tolleranza per giustificare la propria intolleranza, quella società mente: afferma di essere tollerante ma non lo è; tollera in sostanza solo se stessa e ciò che ritiene non le nuocia, come un qualsiasi altro ordine autoritario.
Se gli argomenti portati sopra vi sembrano desueti e vi mettono a disagio, è perché siete assuefatti a una certa retorica del politicamente corretto. Non vi sarebbe infatti ragione di stupirsi di quella forma di realismo politico che ammette senza troppe fisime che all'origine del patto sociale, l'evento mitico che fonda ogni ordine costituito, vi sia un atto di contenimento e repressione delle forze disgregatrici, ossia un atto violento contro la violenza. Tale crimine o peccato originario, che dir si voglia, è come l'ombra del diritto, che sempre l'accompagna ma che mai vi si identifica, costituendone lo scandalo e il pungolo critico. Il paradosso e il tragico sono all'origine del vivere associato, e ogni società, tranne la nostra, se ne è fatta virilmente carico. Solo l'anima bella della modernità ha rifiutato lo scandalo del patto sociale, per scrollare da sé la responsabilità della violenza, e attribuirla interamente a ogni altro ordine reso così immorale e condannabile.
Quanto scritto sopra esige da noi due considerazioni. Innanzitutto dovrebbe indurci a mettere in discussione giudizi troppo affrettati su civiltà ed epoche che, come la nostra, hanno difeso ciò che ritenevano fondante e permesso quanto non lo metteva in discussione, secondo pilastri che non sono i nostri ma i loro, come è giusto riconoscere se realmente rispettiamo il prossimo e la diversità. Inoltre dovrebbe metterci in guardia dalla pretesa, nostra o di chiunque altro, di essere immuni dalla tentazione di sopraffazione e repressione che accompagna e accomuna ogni forma di vivere associato. Solo l'ammissione che ogni società è costitutivamente violenta e conservativa permette di disciplinarne, regolarne e contenerne le pulsioni più pericolose e coercitive. Senza vergogna, senza cattiva coscienza. 

Testo per la rivista "Il Primato Nazionale" di Aprile 2021



Cronistoria italiana del Covid 19 da Febbraio 2020 a Maggio 2021

Ricostruiamo una breve cronistoria del covid 19, a futura memoria e per fissare alcune tappe fondamentali:

1

Succede che un nuovo e sconosciuto coronavirus (da Wikipedia: il virus del raffreddore) impazza in Cina a fine 2019 e i media rilanciano immagini di gente che sbatte a terra improvvisamente mentre cammina in quel di Wuhan.

La cosa monta e diventa un pericolo globale che - sempre per intervento dei mezzi di comunicazione - allarma il mondo tutto già da inizio 2020.

Il 29 gennaio in Italia viene decretato lo stato di emergenza, ma per tutto febbraio vediamo politici ed esperti e influencer dirci di abbracciare cinesi, mangiare involtini primavera, che le possibilità di esser contagiati nel nostro Paese sono "zero", che nell'evenienza siamo pronti etc.

A fine febbraio/inizio marzo spuntano i primi turisti cinesi positivi; saltan fuori i pazienti zero (che poi diventano paziente 1, paziente niente e via dicendo).

Nel giro di dieci giorni le rassicurazioni si trasformano in puro, elettrificato, totalizzante, radicale terrorismo mediatico: la provincia di Bergamo e Brescia da Codogno in poi diventa teatro di uno scempio sanitario mai visto. La gente muore a frotte. Gli ospedali sono al collasso. Le interviste e le testimonianze si rincorrono. Bisogna chiudere tutto. Zona Rossa. Quarantena.

La nazione è sotto shock. Un'intera provincia viene blindata. Sta accadendo l'impensabile.

Il nove marzo 2020 - dopo poche settimane di narrazione al cardiopalma - il premier Conte si contrae e si storce in diretta Nazionale richiamando il senso di responsabilità degli italiani e inanellando per la prima volta quelle locuzioni alle quali ci siamo ormai abituati: "due settimane di sacrificio", "chiudere oggi per abbracciarci domani" e simili.

Italia deve chiudere. Si chiama "lockdown". Ma andràtuttobene.

Le strade si tingono di atmosfere oniriche sepolcrali. Le saracinesche chiudono. Si distingue tra ciò che è necessario e ciò che non lo è. Si formano code fuori dai supermercati. I parchi chiudono. Le scuole anche. Vengono sguinzagliati i droni per controllare che la gente stia in casa. Le forze dell'ordine controllano borsette, buste della spesa, scontrini. Viene misurata la temperatura. Si parla di "distanziamento sociale".

La popolazione - costretta in casa davanti alle tv - comincia a masticare parole nuove, parole terrorizzanti: siniciziale, respiratori, polmonite bilaterale, terapia intensiva.

C'è chi canta dai balconi e chi invece intuisce qualcosa di oscuro approssimarsi: i media all'unisono - sinottici come i Vangeli - dicono che niente sarà come prima e che occorre abituarsi a una nuova normalità.

Lo stesso Ministero della Salute - con una circolare - "sconsiglia" (di fatto proibisce) l'esecuzione di autopsie utili a comprendere la natura delle così fitte morti, nel contempo approntando discutibili protocolli che vedono tra l'altro la chiusura della medicina territoriale. I medici di base non possono visitare i pazienti. Si parla di telemedicina e vigile attesa.

I media tutti e i virologi esperti sconsigliano le mascherine: sono inutili. Non proteggono dal virus. Non compratele. Non assalite le farmacie. Lasciamole al personale sanitario.

Dopo due mesi di "lockdown" e popolazione allo stremo, le famigerate "curve epidemiologiche" che venivano propalate ogni sera in diretta dai vertici della Protezione Civile, finalmente calano e "consentono" graduali riaperture da maggio 2020.

L'ossigeno torna a propagarsi nei corpi e nelle menti del popolo. Si torna ad un abbozzo di normalità. Forse è finita.

Dalle regioni carsiche del pensiero e della ragione fioriscono così dissidenze che tentano di portare alla luce alcune incongruenze fondamentali che farebbero tremare la narrazione ufficiale: i numeri dei morti sarebbero gonfiati, le cause di morte artefatte, i protocolli di cura sbagliati. Alcuni medici nei mesi precedenti avevano violato i diktat ministeriali effettuando autopsie e scoprendo che si trattava di morti da tromboembolia intravasale disseminata: la "vigile attesa" cagionava un protrarsi dell'infezione che generava in molti casi trombi, coaguli, che si innestavano nei polmoni impedendo lo scambio di ossigeno. Non erano polmoniti. Erano soffocamenti veri e propri. Le intubazioni facevano il resto andando a "bruciare" letteralmente i polmoni.

Accuse gravi. Accuse suffragate - però - da fatti incontrovertibili.

Manifestazioni di piazza, contronarrazione alternativa crescente, depistaggi coloriti, figure di spicco: tutto concorre a creare un clima di diffidenza verso il cosiddetto mainstream.

Una nuova stagione di propaganda inizia così a passare al contrattacco: chiunque osi sfidare lo storytelling di regime viene etichettato con il termine infamante di "negazionista". La polarizzazione tra apocalittici e integrati aumenta a dismisura.

Si innesta tra le righe di Stato una nuova astrazione mentale contrologica destinata a cambiare tutto nei mesi successivi: la figura del malato asintomatico.

2

La questione del malato asintomatico si interseca a doppia elica con la torsione pindarica delle mascherine, che prima non servivano affatto e gli studi e l'OMS e i virologi stavan tutti lì a dimostrarlo, fin quando ad Aprile 2020 circa si cominciò a inserirne l'obbligatorietà di utilizzo all'interno degli spazi chiusi facendo larghissimo uso di altrettante torsioni logiche.

Così a maggio, con le riaperture (di tutto fuorchè delle scuole), il primo reale tassello della narrazione pandemica andava sedimentandosi. Si entrava in bar e supermercati e negozi solo con mascherina e previa opportuna igienizzazione delle mani con prodotti idroalcolici.

Il "niente sarà come prima" e la "nuova normalità" avevano conquistato la loro prima casella.

Tuttavia con la bella stagione alle porte e le curve epidemiologiche non più rinfocolabili nemmeno coi più geniali artifici, la Propaganda fu costretta a tornare a lavorare sul proprio terreno: dalla "Scienza" si tornò alla Semiotica. Così dal cilindro rispuntò in maniera coatta il malato "asintomatico" (già usato contro corridori e padroni di cani, nonchè sui bambini) ossia un individuo perfettamente in salute che però potrebbe covare il virus per un tempo indefinito e indefinibile e infettare tutti, perfino l'aria, perfino la sabbia. Perfino il mare!

Non esistevano più persone sane e persone malate, ma solo "malati fino a prova contraria".

I media sinfonici naturalmente rilanciarono pedestremente a passo d'oca la nuova definizione e tutti inasprirono di conseguenza quella già nutrita diffidenza verso il prossimo che andava escrescendo nella loro psiche da mesi.

"Proteggere gli altri" era un atto di responsabilità. Se non "proteggevi i più deboli" - se avevi dubbi; se volevi respirare - eri un negazionista. Un fascista. Criminale contro l'umanità.

Naturalmente la discrasia prodotta dallo shock schizogenico di una primavera galoppante e vitale ancora però insidiata da un - letteralmente - "invisibile nemico", non poteva nascondere sotto il tappeto degli sforzi congiunti dei media il fatto che alcune cose proprio non tornavano.

Ecco allora che sempre dal medesimo cilindro vennero fuori alcuni personaggi "dissidenti" utili a calmierare gli scettici traghettandoli verso una versione normalizzata dei fatti: "le terapie intensive sono vuote! Abbiamo lavorato bene! Ora riapriamo tutto e basta sciocchezze! Non terrorizziamo la popolazione. Il virus c'è ma ci sono anche le cure. Lavatevi le mani e mettete la mascherina quando serve. Facciamo ripartire l'Italia. La conta dei morti è stata fatta male. Dobbiamo convivere con il virus".

Altra casella conquistata: convivere con il virus. Oltre a mascherine e gel igienizzanti.

Con l'estate alle porte, comincia a profilarsi un grottesco susseguirsi di messa "in sicurezza" dei luoghi, di protocolli, di nastri distanziatori tra un ombrellone e l'altro, fino al bieco parossismo dell'igienizzazione tramite prodotti biotossici di intere, desolate spiagge.

Il waterboarding adoperato alle attività commerciali le aveva costrette ad accettare tutto. E sia: che si riapra alle vostre condizioni, purchè si riapra.

Ripartire dunque, ma "in sicurezza". Per un'estate che - come vedremo - preparerà il terreno alla "seconda ondata".

3

Naturalmente ricorrere al cilindro magico della semiologia ha i propri limiti: la Scienza deve suffragare con dati, studi, numeri.

Oltretutto l'estate 2020 è alle porte!

Così viene riabilitato lo strumento - inizialmente dato per indisponibile e costoso (ricordate la scarsità dei reagenti?) - del "tampone". Un cotton fioc che - tramite la Reverse Transcription-Polymerase Chain Reaction - diagnosticherebbe la "presenza" del virus (benchè il premio Nobel e inventore dello stesso, Kary Mullis, prima di passare a miglior vita sostenesse fosse del tutto inutile come strumento di diagnosi)

Poco importa - dicevano - che siate "asintomatici": il virus circola e occorre isolare e tracciare. Trapanare e tamponare. Bisogna salvare l'estate.

Gli sforzi della Propaganda per sviare dalla facile intuizione secondo cui se uno sputacchio può contagiare tutti allora non ha senso cercare il frammento di Rna trapanando gola e naso, sono tutto sommato leggeri: Italia sta reagendo abbastanza bene, il gregge si muove secondo pastore. Non si fa domande.

Almeno così pare, perchè poi arriva - di concerto con la smania di tamponare tutti - la famigerata App Immuni, ossia una sorta di grottesco meccanismo di cyberdelazione e autodenuncia che però non attecchisce, non sfonda. Sarà il caldo, sarà il mare, ma la gente pensa a uscire la sera, lasciarsi alle spalle tutto, e preferisce evitare quarantene.

Irresponsabili!

Dopo un'estate all'insegna di mascherine in spiaggia (e perfino in acqua) con tanto di selfie, e di Bonus Vacanza elargiti come un'elemosina alle indegne mani tese di un'italietta di mendicanti senza orgoglio, ecco il caso "Billionaire": il famoso locale dei VIP in Sardegna diventa un "focolaio" (a nutrire il glossario pandemico della neo-lingua). Il barman viene intubato, il patron e millionario Briatore viene "ricoverato" (per prostatite, ma "positivo" al tampone).

Settembre parte col piede giusto: abbiamo il nuovo nemico e non si chiama più Runner. Si chiama Movida.

"Assembramenti" ha sostituito ormai su tutti i giornali e nel linguaggio comune le parole "gruppi", "raggruppamenti", "comitive". Fotografie scattate con teleobiettivo mostrano folle aggrappolarsi in modo sconsiderato. La politica tutta - a destra e a sinistra - stigmatizza gli irresponsabili.

"Dobbiamo evitare la seconda ondata", rimbomba il boato ipnopedico.

Ecco che "seconda ondata" entra nel glossario dei pennalai sinottici di regime. Così come vi entrò di prepotenza "negazionisti" in luogo di "scettici".

Vedere "assembramenti" durante la "movida" rimandava immediatamente alla "seconda ondata", a dimostrarlo c'erano i tamponi PCR che adesso arrivavano a essere decine di migliaia al giorno per scovare sempre più polli e focolai da dare in pasto alle statistiche.

La seconda metà di settembre - infine - vede chiudersi l'estate e aprirsi le scuole, fino a quel momento dimenticate.

E la palla passa ai bambini. I veri protagonisti dell'Autunno.

Ma questo è un altro capitolo.

 

4

Dopo sette mesi di assenza, precisamente da fine febbraio 2020, bambini e ragazzi possono tornare a scuola.

Ma facciamo un passo indietro.

Nel periodo precedente, da marzo 2020 a giugno, si era abbozzata la prima, rocambolesca, forma di DAD, o Didattica a Distanza (altro termine a rimpolpare il glossario) che aveva messo in crisi trasversalmente milioni di famiglie costrette a seguire più figli contemporaneamente mentre si lavorava da casa durante il lockdown: nuovi PC, tablet, webcam, contratti con società di telecomunicazioni etc.

In seguito, a ridosso dell'estate - dopo un imbarazzante silenzio del Ministero dell'Istruzione nella persona di Lucia Azzolina - le istituzioni si ricordano che esistono gli studenti, così cominciano a scavillare improbabili protocolli e misure per mettere "in sicurezza" gli studenti, già sapendo (novelli Nostradamus) che il raffreddore letale sarebbe tornato a colpire, scegliendo come luogo privilegiato dei "focolai" per l'appunto le scuole. Poco importava che le stesse statistiche visionabili perfino dall'analfabeta funzionale medio indicassero in maniera incontrovertibile che i bambini non fossero soggetti all'infezione. Potevano però – questa era la risposta - essere "asintomatici", e mescere l'Rna ferale direttamente nelle narici dei poveri nonni.

Ecco così manifestarsi una delle più tristi pagine del folclore italiano: i "banchi a rotelle" e tutto l'indotto congegnato di concerto con tale Arcuri, Commissario Straordinario, una delle figure più drammaticamente pittoresche di tutta la faccenda, destinato ad essere nei mesi seguenti indagato e silurato (sostanzialmente perché non più utile, ma lo vedremo).

Già in estate inoltrata i media davano manforte alla scaletta di Governo insistendo sulla necessità di protocolli stringenti per queste piccole bombe biologiche: si inizia a parlare di mascherine per bambini e ragazzi. Il fatto lo si dà per assodato, c'è solo da stabilire se per tutta la durata delle lezioni, se solo per pisciare, se chirurgiche o “di comunità” (tenete a mente questo passaggio), e altri “se” variamente pasticciati.

Succede infatti che a scuole aperte (io, per protesta, il giorno dell'apertura me ne andai al mare a vedere i miei divertirsi come matti e ci restai per i successivi dieci giorni) tutti i protocolli concepiti nelle settimane precedenti vengono fatti rispettare con rigore: mascherine nei luoghi comuni. Percorsi obbligati con apposita segnaletica. Misurazione della temperatura (da casa, annotata sul diario. A scuola, se c'è sufficiente personale) Distanziamento. Igienizzazione costante. La scuola - da luogo di apprendimento e scambio - diventa più simile a un carcere minorile in versione chupa-chups, con insegnanti e maestri mascherificati che nel migliore dei casi tentano disperatamente e grottescamente di dare "colore" agli sguardi dei più piccoli, e solerti bidelle a puntare il dito su questo o quel monello che pretende di voler respirare.

Inutili le proteste di quei (pochi) genitori: le parole “focolaio”, “in sicurezza”, “i più deboli”, “negazionista”, “i nonni”, sono strali irrefutabili. D'altra parte la maggioranza dei genitori, leonescamente contraria fino a qualche minuto prima all'idea dei propri bambini ammutoliti da un simbolo tossicogeno per otto ore al giorno, si ritrova invece un minuto dopo a pascersi nelle autoreferenziali giustificazioni come: “guarda come sono bravi. Come si abituano in fretta. Sono proprio resilienti questi bimbi”. I mezzi di Propaganda, all'unisono, confortano questa visione con servizi messi a punto per l'occasione, e mandati H24. In pochi notano che – contestualmente alla stipula di un contratto tra il Governo Italiano e la FCA relativo alla produzione e alla fornitura di circa 30 milioni di mascherine chirurgiche al giorno – viene introdotto l'obbligo di fare indossare agli studenti non più mascherine autoprodotte o di comunità, ma proprio mascherine chirurgiche. Quelle prodotte da FCA. Proprietaria del quotidiano Repubblica. Che tutti i giorni nei suoi articoli demonizza chi non indossa mascherine. In pochi lo hanno notato anche quando è emerso che per difetto di fabbricazione dei pezzi di filamenti tossici e maleodoranti finivano nella bocca e nel naso dei loro figli. La gente, pare, è particolarmente distratta. Ma si comprava – nello stesso periodo – il kit zaino/portapenne/mascherina in coordinata.

A margine annotiamo il fenomeno, seppur secondario, dell'educazione familiare – già esploso dopo le leggi del 2017 – che rinverdisce. Molti genitori ritirano i propri figli dagli istituti di Stato e li istruiscono da casa o, quando ne hanno la possibilità, li mandano a studiare presso associazioni di sostegno all'educazione parentale.

Nelle scuole di Stato, ancora, dopo un primo periodo di assestamento, iniziano a spuntare come funghi casi di intere classi “positive”. La colpa? Che ci crediate o no, è della Movida estiva. La Movida di qualche mese prima. Poco importa che il raffreddore cinereo preveda un'incubazione di quattordici giorni. Andare in vacanza mesi prima ci ha compromessi tutti oggi, bambini compresi.

Le mascherine, in autunno inoltrato e con l'inverno alle porte, diventano così obbligatorie anche al banco per tutti gli studenti. Anche in bagno. Anche all'uscita da scuola. C'è chi vorrebbe che gli studenti ne indossassero due.

Ma non basta. Non basta. I focolai scoppiano ovunque.

I banchi a rotelle, i distanziamenti, le mascherine, le igienizzazioni non sono servite a contenere questo formidabile nemico.

I giornali, la politica, gli influencer, chiedono risposte rapide, soluzioni risolutive: siamo alle porte della tanto prevista Seconda Ondata. Col Natale alle porte – un Natale da salvare – il Governo vara provvedimenti più incisivi: mascherine per tutti, anche all'aperto. Italia in rosso, è il principio del "lockdown soft": scuole elementari aperte; medie e superiori variamente in DAD.

Non importa che sul provvedimento sia riportata una frase che recita pressapoco ”[...] con possibilità di prevederne l'obbligatorietà di utilizzo anche all'aperto laddove per condizioni del luogo o circostanze di fatto sia impossibile mantenere il distanziamento”. No. Il simbolo ieratico, il totem ideologico, di tutta questa faccenda – la museruola – ora ce l'hanno tutti. Tutti. Dentro e fuori. Perfino sui balconi.

Altra casella conquistata. Altro concetto sedimentato.

Ora non c'è che da salvare il Natale, e aspettare i tre Re Magi: Pfizer, Astrazeneca e Moderna.

 

5

Dopo circa otto mesi dal primo confinamento, nelle retrocamere pneumatiche dell'inconscio collettivo italiano s'è ormai indiscutibilmente sedimentata l'idea della sospensione non solo dei Diritti Costituzionali, ma perfino di quelli Naturali: tra ottobre e novembre diventano “obbligatorie” le mascherine anche all'aperto – perlomeno così sostiene la stampa sinottica –, si torna a chiudere tutto allo schiocco di dita di improvvisi DPCM senza che si sollevi un fiato, e viene persino introdotta una misura dal sapore decisamente totalitario e marziale, ovverosia il Coprifuoco a partire dalle 22 e fino alle 5. Italia s'è abituata ai toni tanto paternalistici quanto perentori del Premier Conte nelle sue dirette Facebook, e se da una parte fiorisce una fitta e nutrita pletora di contronarratori che alimenta anche diffuse quanto sparute proteste (pacifiche, ma talvolta esasperate) su tutto il suolo nazionale, dall'altra il cosiddetto mainstream pompa a pieno regime una indiscutibile versione ufficiale. Poco importa che si verifichino episodi che in sé smonterebbero tutta la baracca, come la folla oceanica riunita in occasione della morte del giocatore Diego Armando Maradona e stigmatizzata ovunque paventando stragi di lì a due settimane. Stragi che naturalmente non hanno mai avuto luogo.

Oltre a mascherine obbligatorie, coprifuoco e compulsivi DPCM, un nuovo baluardo entra nella narrazione di regime, supportata e mai messa in discussione nelle sue fondamenta da alcuna intellighenzia: si tratta delle “zone colorate”. Sulla base delle “curve epidemiologiche” artefatte e alterate dalla copiosa ricerca di “malati” (asintomatici al 95%) a mezzo tampone, ogni Regione d'Italia può tingersi variamente. La Zona Gialla, ove è consentito (sì, ora è normale che i diritti siano “consentiti”, il che – di converso – implica che possano anche non esserlo a piacimento) muoversi all'interno del territorio regionale, andare al bar o in pizzeria (fino alle 18, poi solo “da asporto”), comprarsi un paio di calzini, delle mutande, andare dal parrucchiere e dall'estetista. In zona gialla la bellezza è consentita; la Zona Arancione prevede l'ulteriore restrizione del confinamento entro i perimetri municipali, bar e ristoranti solo da asporto, mutande ancora acquistabili. Si è un po' meno belli; la Zona Rossa, infine: un confinamento al rosolio tale per cui ci si può muovere solo con autocertificazione e solo entro non meglio precisati “pressi” rispetto alla propria abitazione. Qui, per decreto, niente mutande e niente bellezza.

A tutti i costi dobbiamo appiattire la curva, dobbiamo salvare il Natale. Il Premier Conte usa parole come “raccoglimento”, “sobrio”, “niente baci e abbracci”.

Chi ci salverà?

I quattro quotidiani sinottici – Repubblica, Corriere, Stampa, Fatto Quotidiano – integrano l'edificazione di una nuova mitologia salvifica intorno ai sieri già in via di definizione da parte delle grandi multinazionali del farmaco, che gareggiano tra loro innescando una sorta di toto-pharma. Il primo arrivato avrà un fortissimo vantaggio sulla concorrenza.

Il Natale si avvicina, le restrizioni diffusamente si allentano per “consentire” di acquistare i regali da mettere sotto l'albero – ma sempre nel rigoroso rispetto delle norme di prevenzione che ormai l'italiano ha pavlovianamente imparato a mettere in pratica con un comodo automatismo.

Italia scarta così i regali, con fare un po' furtivo – c'è chi si riunisce in clandestinità per festeggiare la ricorrenza, chi invece rinunzia al cospetto della responsabilità collettiva. Ma il regalo più grande passa dal Brennero, scortato da camionette ed elicotteri, ripreso a reti unificate e asperso dei profumi delle più grandi speranze collettive: sotto una splendente cometa, il giorno 25 dicembre 2020 arriva a Roma – custodito all'interno di un delicato furgoncino dei gelati – il nuovo, grande miracolo. Il suo nome è Comirnaty – per tutti Pfizer Biontech.

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Il nuovo anno si lascia alle spalle quello funesto, marchiato a fuoco nei futuri libri di Storia, aprendosi a speranze collettive dal sapore salvifico rimasticate anche fra le torbide righe dei giornali di regime, che tuttavia non perdono tempo nel sostenere il cambio di passo gattopardesco utile a cristallizzare la nuova visione della normalità in ascolto del polso nazionale, che va controllato, accompagnato, pilotato.

Dopo meno di un mese dall'avvento del primo Re Magio – che prende ad esser pian piano distribuito come un'ostia trascendente, una parusìa, ai fortunati prescelti – il Governo Conte Bis cade a causa di manovre di palazzo che non importa specificare, concentrandoci piuttosto sull'evidenza – che vedremo – di una linea di continuità ideologica, politica e pratica sulla gestione dell'emergenza sanitaria.

Il Commissario Straordinario Arcuri – scelto dal Conte Bis per fronteggiare alcune fondamentali incombenze e famoso per sospetti emolumenti nell'acquisto di tonnellate di mascherine, Primule ecclesiastiche dai colori fluo-shock distopici, banchi a rotelle e altre amenità – trasluce pian piano via dalle scene.

La narrazione – già nutrita di nuovi e reiterati lemmi funzionali al caso della caduta del Governo (“E' tempo di “Costruttori”) – ora lusinga la linea di obsolescenza programmata presentando il teatrino politico “rinnovato”, nuovo di pacca: un competente, un costruttore, un responsabile si fa via via più necessario. E chi, fra tutti, incarna ognuna di queste peculiarità in modo tanto efficace quanto trasversale?

Certo, non è una novità. Il suo nome scivolava via dalle lingue gocciolanti prima ancora che dei politici e dei giornalai di regime, nelle previsioni della contronarrazione “complottara” a cui mai nessuno affida un grammo di credito. Eppure, tant'è, il Presidente della Repubblica incarica – dopo i dovuti rituali di corteggiamento, sceneggiate narrate, adusi e logori tira e molla – il Costruttore dei Costruttori: Mario Draghi.

I Pennalai Sinottici di Corte – i soliti La Stampa, Repubblica, il Corriere della Sera e, marginalmente, il Fatto Quotidiano – intingono il pennino in un magma di glassa e ridipingono, rinnovano, rinfrescano l'immagine dell'uomo che dal 1992 in poi ha collaborato al più grande smantellamento di una nazione (era Presidente del Comitato privatizzazioni post panfilo Britannia, tanto per dirne una), ex Goldman Sachs, ex BCE ma anche nel gruppo dei 30 e tanto, tanto altro. Con un colpo di penna – che arriva ai vertici del grottesco con titoli su lui che vuole bene al suo cane, dunque non può che essere una “brava persona” - il freddo e atarassico burocrate della finanza internazionale si trasforma magicamente nel nuovo, responsabile Padre d'Italia.

Il fasto con cui viene celebrato il Nuovo è secondo solo alle speranze di un reale cambiamento nutrite – ad arte – da tutta la popolazione. L'esacerbazione delle masse che, ancorché dormienti, mostran qualche guizzo di coscienza, qualche innervatura di consapevolezza residua nei recessi animaleschi delle loro minuta memoria collettiva, viene subito sopita con la presentazione della nuova, scintillante e responsabile squadra di Governo. Nella prima metà di Febbraio 2021 viene svelata la Justice League che traghetterà Italia tutta fuori dall'Emergenza.

Naturalmente sarà un Governo di “larghe intese”; un Governo “di tutti”, con rappresentanti di tutte le classi politiche pescate a centottanta gradi dall'emiciclo. Restano tuttavia alcune figure miliari, come il Ministro della Salute Roberto Speranza e saponetta Di Maio.

Spicca ad ogni modo – tra gli accessori di ultima generazione – l'uomo delle Telco globali: Vittorio Colao (Innovazione Tecnologica e Transizione Digitale). Nella ricetta anche DAD Man all'Istruzione, ovverosia Patrizio Bianchi, subito a sperticarsi per introdurre in pianta stabile la didattica a distanza integrata e le somministrazioni ieratiche dei Re Magi direttamente a scuola.

Una nuova figura pittoresca si staglia poi imperiosa nella skyline della gestione emergenziale col suo fiero pennacchio, mezzo chilogrammo di medaglie al valore, una inappuntabile mimetica inamidata e lo sguardo fiero di chi, pragmatico in ogni cellula, non ha tempo da perdere con Primule e fiorellini: il Generale Figliuolo.

Sarà lui a gestire la nuova comunione, distribuire i Magi Astrazeneca, Pfizer e Moderna a tutta la popolazione. Al suon di tromba radunerà le braccia tese di una popolazione implorante sotto un'unica, grande, patria siringa.

Partono le vaccinazioni di massa. E partono col turbo.

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Già dai primi giorni di marzo il Generale Figliuolo, nuovo Commissario Straordinario per la gestione dell'emergenza sanitaria, mette in moto e a punto – sostenuto con veemenza e in maniera omogenea da pressoché tutti i media irregimentati – la linea di produzione Fordiana delle somministrazioni di massa dei sieri vaccinali. Non dà scandalo, né afflati di seppur vago scetticismo, che egli sia un militare.

Non appena il numero di quelli che vengono definiti a torto – e con malafede - “immunizzati” aumenta esponenzialmente nel corso delle prime settimane dalla partenza dell'apparato, ecco che cominciano a trapelare (quasi sempre da piccole testate locali, ancora parzialmente salve dalle lusinghe del Potere) notizie di reazioni avverse anche gravi, perfino fatali, occorse immediatamente dopo la somministrazione. Si tratta perlopiù di individui ancora giovani i quali, stando ai dati, sarebbero sfuggiti in condizioni normali alle mortifere escrescenze dell'Rna virale nel caso in cui l'avessero contratto: insegnanti, infermieri, militari e forze dell'ordine.

Si apre così una breve stagione di messa in crisi circa l'affidabilità di un siero in particolare, Astrazeneca, il cui funzionamento è tuttavia del tutto simile agli altri due (Pfizer e Moderna) nei suoi elementi fondamentali. Ma questo non viene detto.

Il siero Astrazeneca causerebbe trombosi entro le due settimane dalla sua somministrazione. La notizia emerge con prepotenza anche nel mainstream dopo che ben due militari perdono la vita poche ore dopo aver ricevuto la terapia genica. Dopo di essi, ancora insegnanti, medici, infermieri, personale militare, anziani etc.

Dalle propaggini europee giungono notizie del tutto simili, così anche Italia si adegua variamente a un'attitudine prudenziale che vedrà sospese le somministrazioni di quel siero in particolare fino a quando non verrà “fatta luce” sulla correlazione fra gli eventi trombotici e il preparato.

L'Agenzia Europea del Farmaco (EMA) prende in carico l'analisi dei dati che dovrebbero stabilire o meno una correlazione: dopo due giorni, in modo perentorio, viene totalmente esclusa questa possibilità. No. Nessuna correlazione.

Sorprende tuttavia che l'EMA sia presieduta dalla Dottoressa Emer Cooke, già membro del consiglio di amministrazione di EFPIA dal 1991 al 1998. EFPIA è “l’organizzazione di lobbying dei più grandi gruppi farmaceutici europei”. Sostanzialmente il controllore è stato alle ottimamente remunerate dipendenze dei controllati – con vari incarichi – dal 1985 al 2020. Ma nessuno si fa domande circa la sua imparzialità.

Così – dopo un breve fermo immagine – la pellicola torna a scorrere a pieno regime, col plauso di tutti coloro che tirano un sospiro di sollievo puntando il dito su quelle categorie che avevano osato mettere in discussione le nuove basi fondanti del BioPotere.

Accade tuttavia che la gente continua a morire dopo le somministrazioni (mica solo di Astrazeneca, che resta però l'unico “bersaglio”). Ma anche – e lo vedremo dopo – ad ammalarsi malgrado abbiano compiuto la trascesa “immunizzazione”.

Si ritorna dunque a interpellare il controllore: il fermo immagine torna a frizzare sugli schermi in maniera un po' instabile. Anche in questo caso succede che in poco tempo la sentenza è pronta, sebbene un po' diversa: la correlazione esiste, ma è rarissima. I benefici superano i rischi.

E la pellicola – insieme alle rotative – torna a scorrere più liscia di prima.

Il nuovo Governo Draghi nel frattempo mostra di non scostarsi in alcun modo dal precedente: continuano i DPCM; il coprifuoco è oramai un principio fortemente cristallizzato nell'ossatura normativa; il meccanismo delle zone colorate rimane e anzi viene slogato – in occasione delle festività Pasquali – dalle statistiche e dai dati delle curve epidemiologiche: è lo stesso Draghi a imporre, assurdamente, per tutto il mese di aprile le sole zone Rossa e Gialla indipendentemente dal numero dei contagi (che nel frattempo bastava fossero superiori ai 250/100mila per retrocedere in “lockdown soft”); tutti i locali, già alla canna del gas, chiusi e solo da asporto; le scuole di ogni ordine e grado tornano a chiudere anch'esse a metà marzo e fino al 7 aprile; viene data licenza ai singoli territori di inasprire le misure previste per ciascun “colore” a piacimento, vedendo così rispuntare sigilli su scivoli e altalene, volanti procedere lentamente in ricognizione di parchi e aree verdi, sanzionare innocui pic-nic e via dicendo.

Ma non solo: a mezzo decreto viene anche sancita la cosiddetta “obbligatorietà” alla vaccinazione per personale medico, paramedico e sanitario, pena il demansionamento e/o la sospensione dello stipendio. Una misura che – grazie al brainwashing collettivo adoperato sugli italiani per ben 14 mesi – non induce alcun conato. Non storce nessun volto fra le anime belle. Non indigna i sindacati – che anzi nel frattempo si stracciano le vesti per mettere “in sicurezza” i lavoratori perfino in azienda, ché il Padrone non pensi mica di cavarsela facilmente. Vaccini per tutti! Vaccini proletari!

Il fatto di aver trasformato un'intera nazione in un laboratorio a cielo aperto, che a seguito della somministrazione seguano ampi “focolai” tra gli “immunizzati”, che sui foglietti illustrativi di ciascun siero sia riportato un triangolo rovesciato a cui segue la dicitura “farmaco sottoposto a monitoraggio addizionale” e che quindi la cavia è il somministrando, il fatto che il diritto al lavoro sia subordinato – de facto – a un ricatto che coinvolga il proprio corpo, che la popolazione sia costantemente tenuta sotto scacco da un'impressionante morsa molossoide di paura e terrore che nasconde colpevolmente evidenze e dati e analisi che per sola logica confuterebbero ognuna – ognuna! - delle premesse che tengono in piedi la narrazione, che stia palesandosi all'orizzonte una discriminazione di sapore totalitario tra cittadini che possono e cittadini che non possono, ecco: questo non fa arrabbiare i compagni sindacalisti, né nessun altro.

Anzi viene rincarata la dose: a mezzo della solita tecnica della finestra di Overton, mescolata a sapienti tecniche di manipolazione della percezione collettiva, si fa sempre più strada nel corso della primavera l'idea del cosiddetto “Pass”, ossia di uno strumento (un marchio?) premiante per coloro i quali, perché vaccinati o certificati come “guariti” o negativi al tampone molecolare (insomma a qualsiasi intruzione coattiva al “corpo”), avranno il “diritto” di spostarsi sul suolo nazionale. Di converso, quanti rifiuteranno la somministrazione o non hanno avuto la “fortuna” di aver contratto il virus con certificazione, saranno relegati, segregati, isolati.

Tutto nel nome della Democrazia. Tutto nel nome della Salute. Così come nel nome della Salute è arrivato il Recovery Plan il quale, su quasi 200 miliardi di euro stanziati, ne destina appena 15 alla Sanità e ben 100 tra “Transizione Ecologica” e “Digitalizzazione”: i capisaldi del Great Reset a cui siamo stati assoggettati nostro malgrado. Al cospetto del quale ci hanno piegati.

Arriviamo così in queste prime settimane di maggio 2021 con un mondo stravolto, capovolto, rovesciato, impronunciabile in virtù delle misure adottate per contrastare quel virus del raffreddore che venti mesi prima appariva in una regione cinese intorno a Wuhan? No. Lo scopo è ovviamente un altro.

In nome del Nuovo Mondo, di questo Nuovo mondo, siamo tracciati, reclusi, inseguiti, vessati, ammutoliti, licenziati, affamati, costretti a uno psy-bombing continuo e inarrestabile, incapaci di giudizio e coraggio, incapaci di proteggere i propri figli, sottoposti a torture psicologiche incessanti, distanti gli uni dagli altri, diffidenti, costretti a patire il grottesco susseguirsi di restrizioni e costrizioni illogiche, controintuitive, innaturali, costretti a limitazioni senza posa, una dopo l'altra all'interno di un solco di pensiero unico e monolitico, marchiati e accusati di voler vivere; di essere pericolosi perché vogliamo vivere.

Di essere pericolosi perché vogliamo vivere.

Dunque non c'è altra soluzione.

Se le cose stanno così, amici miei, ebbene: che pericolo sia!

Uriel Crua