Kali Yuga?

Il "tradizionalista" contemporaneo che ciarla di Kali Yuga sui social è un soggetto da osservare.
Lo riconosci subito. Ogni notizia di cronaca è una conferma. Ogni degrado estetico, ogni volgarità televisiva, ogni stupidaggine sui social è una prova ulteriore che siamo nell'era oscura, che la fine è prossima, che il ciclo cosmico sta collassando. Ha sempre la citazione di Evola o Guènon pronta.

Il Kali Yuga nella cosmologia indù è una fase di un ciclo che dura 432.000 anni. Un ciclo che si inserisce in un Mahayuga di 4.320.000 anni, che a sua volta si inserisce in strutture temporali ancora più vaste. Il Kali Yuga è una fase di condensazione, di materializzazione, dove il principio spirituale si oscura, ma che contiene anche la possibilità di una realizzazione accelerata proprio perché le resistenze sono massime.

Il Kali Yuga per il tradizionalista da social è invece la giustificazione cosmica per non agire, per non costruire, per non far nulla, perché "tanto siamo alla fine". È l'alibi metafisico della passività. È l'esatto contrario di qualsiasi tradizione autentica, che ha sempre posto l'accento sull'azione retta hic et nunc, indipendentemente dalle condizioni esterne.

Il Kali Yuga così concepito è comodo. Permette di sentirsi superiori. È la versione intellettuale del nichilismo più banale, travestita da saggezza tradizionale.

Chi ha davvero letto e capito Guénon, Coomaraswamy, Schuon, sa che l'atteggiamento corretto di fronte a un'epoca oscura non è la lamentela continua. È la verticale interiore. È il lavoro su se stessi. È, in certi casi, il silenzio.

L'identità costruita del taccagno

L'avaro classico accumula consapevolmente e con una certa coerenza.
C'è poi un'altra figura molto più sfumata, tutti noi conosciamo qualcuno così: è il taccagno che si crede povero, ovvero quella persona che ha, ma che si convince di non avere. Che possiede un buon conto corrente, un buon lavoro o una pensione sicura, magari una rendita, eppure gira per il mondo con la faccia di chi è sull'orlo del baratro. Si priva a volte anche di beni essenziali, compra a rate ciò che potrebbe pagare in contanti, quasi per godere della sensazione del debito, che conferma e alimenta il suo racconto interiore del "non ce la faccio".

Tali soggetti percepiscono la realtà in maniera falsificata. Il taccagno che si crede povero se ammettesse di avere, dovrebbe anche ammettere di poter dare, di poter spendere, di non avere più la scusa. La scusa è il punto.
L'indigenza simulata, o meglio, percepita, esonera. Chi non arriva a fine mese non può essere generoso, non può offrire il caffè, non può partecipare alla cena, non può donare, non può aiutare. La povertà autoimposta è un'armatura contro il mondo. È il modo in cui certe persone si sottraggono alla relazione, alla reciprocità.

La privazione volontaria a volte è anche una sorta di autopunizione. Certi uomini si infliggono una miseria simbolica per appartenenza. Comprano a rate non perché non possano fare altrimenti, ma perché la rata è l' appartenenza al mondo dei "normali che faticano". La sofferenza piccola e autogestita è preferibile alla libertà, che li spaventa.
E poi c'è la dimensione di quell'identità costruita intorno alla lamentela. "Non arrivo a fine mese" è un ruolo sociale. È il modo in cui certe persone si presentano al mondo, si inseriscono nella conversazione.
Ed è una offesa verso chi, e sono tantissimi, a fine mese non ci arrivano veramente.

Seneca diceva che l'avarizia non ha nulla a che fare con quanto si possiede. È uno stato dell'anima. 

La vera povertà di queste persone non è economica. È immaginativa. Non riescono a immaginare se stesse come qualcuno che può. E questa incapacità, non il saldo del conto, è la prigione in cui vivono. Una prigione comodissima, tra l'altro. Con la pensione assicurata.