Gattare in carriera

C'è questa donna con il volto indurito, dai tratti somatici cupi, in gran carriera, senza figli, che va in giro a dispensare consigli su... relazioni e figli.

È ossessionata dai "narcisisti", mette in guardia le donne dai "manipolatori", spiega loro che la società ci ha sempre preso in giro, dalle favole in cui il principe risveglia la principessa col bacio, ai giochi infantili che vedono nel maschietto colui che usa macchinine e pistole e nelle femminucce bambole e cucina.

"Non fatevi fregare!" sbraita con occhi sgranati, in conferenze piene di gattare che la applaudono.

Questa tipologia di donna ha introiettato fino in fondo l'antropologia moderna, quella per cui l'unico bene concepibile è l'autoaffermazione individuale, misurata in carriera, autonomia, assenza di legami. Da questo punto di vista, ogni relazione che implichi dono di sé, cura, apertura verso l'altro, insomma tutto ciò che una volta si chiamava eros nel senso pieno, non può che apparire come una trappola da smascherare.

Ignora che il maschile e il femminile non sono ruoli sociali intercambiabili né tantomeno rapporti di dominio, ma due modi diversi e complementari di partecipare a un medesimo principio. Il maschile come forma, direzione, trascendenza attiva, il femminile come sostanza, accoglienza, immanenza realizzatrice. Non gerarchia di valore, ma di funzione. 

Che dire, fenomeni da baraccone, riflessi di un' epoca di gente che nulla ha compreso della magnifica complementarietà dei sessi e vive in guerra perenne con se stessa e con l'altro genere.


Apatia

Il sintomo più eloquente di una civiltà che ha smarrito il proprio centro è l'apatia. 

Nell'accezione classica, l'apatheia era il dominio delle passioni disordinate raggiunto attraverso la disciplina interiore.

L'apatia dei nostri giorni però è l'esatto contrario, non un superamento delle passioni, ma la conseguenza della loro estinzione per mancanza di un orizzonte che le giustifichi. Non si è distaccati perché si è saliti sopra le cose, ma perché non si crede più che ci sia qualcosa sopra cui salire.

Quando il mondo perde la sua verticalità, quando ogni gesto smette di rimandare a un significato che lo trascende, l'azione stessa si svuota di senso, si agisce per inerzia. Vi è l'indifferenza, l'incapacità di indignarsi davanti all'ingiustizia, la tiepidezza che attraversa i legami affettivi, la rassegnazione di chi non crede più che le proprie azioni possano cambiare qualcosa. È uno stato d'animo diffuso, la modernità chiama questa roba "resilienza", quando in realtà si tratta di una forma di morte interiore anticipata.

L'uomo tradizionale trovava nella sua appartenenza a una comunità di senso, a una tradizione, a un cosmo gerarchicamente ordinato, la ragione stessa del proprio impegno nel mondo. Privato di questa cornice, il moderno resta solo con la propria volontà individuale, risorsa insufficiente a sostenere nel tempo qualsiasi tensione, qualsiasi passione, qualsiasi fedeltà.

L'apatia è un effetto voluto dai poteri che governano le società di massa. Una popolazione apatica è una popolazione facilmente amministrabile. 
Non a caso non investono nella formazione del carattere, nell'ascesi come pratica quotidiana, nella costruzione di un'interiorità equilibrata, del dominio di sé. Si otterrebbero dei "ribelli" e non conviene , l'apatia moderna deve produrre soltanto consumatori stanchi.

Propaganda e referendum

Da anni notiamo come esista una sorta di gerarchia dell'indignazione ed è quasi sempre invertita rispetto alla gerarchia dei bisogni. 

Prendiamo un signor X, una persona di 20/30/40 anni, uno che vive in affitto, che guadagna quanto guadagnava suo padre negli anni Novanta ma con un potere d'acquisto dimezzato, che lavora dodici ore al giorno in un ristorante o in altre tipologie di servizi senza un contratto degno. 
Questo signor X, di norma, non lo sentirete contestare per non avere un tetto sulla testa garantito e una vita dignitosa. Al massimo qualche innocuo lamento, ma di certo non lo troverete a firmare petizioni chessó contro l'inflazione degli affitti o indignarsi del fatto che la casa di proprietà sia diventata, per la sua generazione, un miraggio.

Poi arriva un istanza buttata giù da qualcuno, per esempio di recente arriva una richiesta di referendum sull'educazione sessuo-affettiva a scuola ai bambini. Improvvisamente la stessa persona ritrova l'energia, il tempo, la lucidità per mobilitarsi, firmare, condividere, indignarsi. 

Il punto non è mescolare i due discorsi, il punto è che questa persona quella battaglia non l'ha scelta affatto. Gliel'hanno assegnata. Esistono organizzazioni, comitati, apparati mediatici il cui mestiere è esattamente questo, individuare un tema, confezionarlo come urgenza morale assoluta, e distribuirlo capillarmente finché non diventa, nella testa di chi lo riceve, un obiettivo proprio, sentito come tale, vissuto come priorità esistenziale. Nessuno di questi sfruttati si è svegliato una mattina pensando che il problema centrale della propria vita fosse il consenso informato per l'educazione sessuo-affettiva alle elementari. Ci è arrivato perché qualcun altro ha deciso che dovesse arrivarci, e ha costruito con cura la macchina retorica per farglielo credere.
Questo è ciò che rende la propaganda efficace.  

L'obiettivo è sempre lo stesso: la famiglia, l'autorità dei genitori, il controllo su cosa venga insegnato ai figli. Non perché sia la battaglia più urgente per chi lavora dodici ore al giorno, ma perché è la battaglia che a certi soggetti conviene di più che venga combattuta, e che venga combattuta da altri, gratuitamente, con l'ardore di chi crede di aver scoperto da solo una causa. 

Chi si mobilita per il consenso informato a scuola e non si è mai scandalizzato per la propria situazione è vittima di un lavoro altrui, fatto bene, sulla propria testa.
Inutile che qualcuno ora obietti che son questioni diverse, osservate i reali meccanismi. 
Non si accorgono di combattere guerre decise da altri, continuando a morire nella propria, in silenzio, convinti di essere loro a scegliere il fronte.