Otium

Blaise Pascal scrisse: «Tutta la sventura degli uomini deriva da una sola cosa: dal non saper stare fermi n una stanza.»

Lo scrisse nel Seicento, parlava della la fuga da se stessi. Aveva ragione. Chi non sa stare fermo sta fuggendo da se stesso.
Questo aspetto è fondamentale da osservare quando si decide di costruire la vita con qualcuno, se manca, è un campanello d'allarme.
Il silenzio, la "noia", per taluni sono elementi insopportabili perché sentono il vuoto, l'angoscia, il vortice dell'esistenza. Devono sempre riempire ogni momento.

Oggi più di ieri, l'uomo ci ha costruito un'intera civiltà su tale principio. Tra rumore, notifiche, contenuti, eventi, attività di ogni genere, egli non smette mai di correre.

Gli Stoici chiamavano otium il tempo del raccoglimento, non ozio nel senso moderno, non spreco, ma l'esatto contrario, ovvero quel momento in cui l'uomo sviluppa la propria interiorità.
L'otium degli Stoici era una necessità antropologica. Al contrario della società attuale che non lo permette, che lo scoraggia attivamente. Il tempo "non produttivo" è tempo sprecato, il silenzio, la solitudine sono problemi da risolvere. Chi si ferma viene visto il come qualcuno che rimane indietro. Ma è esattamente il contrario.
L'uomo che non si ritira periodicamente da se stesso non cresce, accumula. Aggiunge esperienze, relazioni, ruoli, senza mai digerirli.

Chi non sa stare solo con sé stesso non starà mai davvero con nessuno. Porterà ovunque il proprio rumore, e lo chiamerà vita.

Sensibili

In un brano intitolato "Le aquile non volano a stormi", Franco Battiato cantava: "in silenzio soffro i danni del tempo". Non parlava di malinconia. Parlava della capacità di assorbire il malessere di un'epoca, di sentirlo nella propria carne prima ancora che quell'epoca trovi le parole per descriversi. Esistono persone così. Non molte. E non è una questione di sensibilità romantica o di fragilità emotiva, categorie che oggi vengono rivendicate da chiunque. È una struttura antropologica diversa, costoro captano le frequenze disturbate del proprio tempo, captano variazioni impercettibili. 

Nietzsche scriveva mentre l'Europa non aveva ancora capito di essere malata. Simone Weil lavorava nelle fabbriche perché sentiva fisicamente l'umiliazione operaia come qualcosa che la riguardava. Kafka descriveva la burocrazia come labirinto soffocante vent'anni prima che le società rendessero quella visione letteralmente vera. Nessuno trovò una collocazione perché la società moderna funziona sull'anestesia collettiva, sul non sentire troppo, non pensare troppo. Chi invece sente tutto, il cinismo strutturale, la solitudine di massa, il vuoto sotto il rumore, diventa uno specchio che nessuno ha chiesto. Gli specchi scomodi si isolano, si patologizzano, si allontanano. Costoro si ritrovano spesso in silenzio, ai margini, poiché in anticipo sul proprio tempo. Tali anime esistono in ogni epoca. La loro rarità non è un difetto della specie, è il prezzo che ogni tempo paga per avere qualcuno che lo veda davvero.

 

Sale d'attesa

In Italia esiste una categoria di persone che tecnicamente studia da vent'anni. Cambiano facoltà, cambiano città, accumulano esami su esami. A quarant'anni hanno ancora "qualche esame da dare". Non stanno studiando. Stanno procrastinando la vita.

Funziona così, i genitori vogliono il figlio laureato, la società premia il titolo e disprezza il mestiere, e così interi decenni vengono sacrificati sull'altare di una laurea che non si vuole davvero, in qualcosa che magari non si userà mai.
Nel frattempo, chi decide di fare l'elettricista, il falegname, il parrucchiere viene guardato con commiserazione. "Peccato, poteva studiare." Come se costruire qualcosa con le mani fosse una sconfitta.
In questo scenario la manovalanza è quasi interamente straniera. Gli italiani preferiscono laurearsi in scienze delle patatine piuttosto che stuccare un muro.

Università usate come scudo contro le decisioni. Come modo per dire ai genitori "sto ancora studiando" invece di dire la verità, ovvero che non si sa cosa si cerca realmente in questa società fallace. Nessuno insegna che non saperlo, fermarsi e riflettere seriamente è più onesto di fingere per anni.

Una società che disprezza il lavoro manuale e venera aprioristicamente il titolo accademico, non sta investendo nella cultura. Sta finanziando la procrastinazione di massa.