Narrative Q
Facciamo per esempio riferimento alla narrazione Q su Trump. Il meccanismo è semplice: quando una previsione non si avvera, non è un errore, è parte del piano. Quando il piano viene smentito, era ovvio che sarebbe andata così. Quando anche questa spiegazione cade, emerge un piano dentro il piano. La teoria non spiega mai la realtà, la insegue, adattandosi camaleonticamente ad essa.
Il risultato è una narrativa perfetta. Trump non può sbagliare perché ogni sua azione, qualunque essa sia, viene post-razionalizzata dentro lo schema. Se fa la guerra è per evitare qualcosa di peggio, se non la fa è il messia della pace, se è amico con un nemico lo sta trollando, se litiga con un alleato è una strategia. Un sistema che spiega sempre tutto senza spiegare niente.
Questa roba qua viene venduta come geopolitica ma è in realtà narrativa con struttura da romanzo popolare dove ci sono tutti gli ingredienti di successo. Allora abbiamo il protagonista salvifico, il grande piano nascosto, le élite sconfitte nell'ombra, la vittoria finale che arriva eh, è sempre dietro l'angolo, bisogna solo avere fiducia. Come in ogni serie ben costruita, non puoi smettere di seguirla perché vuoi vedere come va a finire. E questo, naturalmente, funziona benissimo come prodotto, vende libri, crea canali social, ottiene interviste ed ospitate, visibilità, soldi.
Ma se il piano è sempre in corso, se la vittoria è sempre imminente, se ogni sconfitta è in realtà una mossa, a che punto la gente che segue queste strambe teorie smette di crederci? La risposta è: mai. Bisogna perseverare. Si fonda tutto sull'attesa, devi avere fiducia nel piano nascosto, sederti, sperare, aggredire chi non coglie tale fantomatico piano e immergerti nella narrazione cialtronesca.
Lega Nord, una pseudotradizione
Bildungsphilister
Chiunque abbia frequentato un'aula scolastica sa che spesso i
ragazzi più dotati vanno peggio a scuola dei loro compagni più mediocri. Nulla
di anomalo. È il sistema che funziona esattamente come è stato progettato.
La scuola moderna non misura l'intelligenza. Misura la
capacità di ricevere uno schema, riprodurlo nei tempi e nei modi previsti, e
restituirlo intatto al momento della verifica. Chi sa fare questo con costanza
e senza resistenze viene premiato. Chi non lo sa, o non o vuole fare, viene
penalizzato, indipendentemente da quello che ha nella testa.
Una persona di intelligenza media ma dotata di disciplina
solida, di metodo, di capacità di sopportare lo studio meccanico, attraversa la
scuola come un treno sui binari, lenta, prevedibile, inarrestabile. Arriva fino
in fondo, prende i voti, ottiene i titoli. Il sistema la riconosce perché parla
la sua stessa lingua. Il ragazzo brillante, invece, ha spesso un problema
strutturale con tutto questo. La sua mente va troppo veloce, si annoia, trova
insopportabile imparare a memoria qualcosa che ha già capito, non riesce a
fingere interesse per cose che non gliene danno. La scuola lo legge come
pigrizia, come arroganza, come mancanza di impegno. E lo penalizza di
conseguenza. Risultato? Il ragazzo disciplinare supera il ragazzo brillante,
prende voti migliori, viene lodato dagli insegnanti, e il ragazzo brillante,
che nel frattempo magari ha letto il doppio dei libri per conto suo, inizia a
credere di essere lui il problema.
Intendiamoci, la capacità di sedersi, di fare le cose anche
quando non hai voglia, di costruire un'abitudine solida intorno a un obiettivo,
è una forma di forza caratteriale che molte persone brillanti non hanno e che
pagano cara per tutta la vita. Il genio disorganizzato che non consegna, che
procrastina, che ha idee folgoranti ma non le porta mai a termine paga. Però,
precisato questo, il problema è che la scuola valorizza solo la disciplina e in
una forma degenere. Non la disciplina come strumento per raggiungere qualcosa,
ma la disciplina come fine in sé, come obbedienza agli schemi, come capacità di
non fare domande scomode per sviluppare un reale senso critico. La scuola che
chiede di imparare a memoria date, formule, classificazioni, senza mai chiedere
perché, senza mai creare le condizioni perché uno studente sviluppi un'opinione
autonoma su quello che sta studiando, non sta formando esseri pensanti. Sta
addestrando esecutori. Sta selezionando, con grande efficienza, le persone più
adatte a un mondo in cui bisogna seguire procedure, rispettare gerarchie, non
disturbare il manovratore.
Nietzsche chiamava questo tipo di formazione: Bildungsphilister, il filisteo della cultura. Colui che attraversa tutto il percorso educativo, assorbe tutto il contenuto previsto, e ne esce completamente intatto, senza che nulla lo abbia toccato o trasformato. La cultura come ornamento, non come esperienza. Questa non è formazione, è addestramento e non serve essere intelligenti.
