Il solito primo maggio

La Festa del Lavoro sia innanzitutto una festa DAL lavoro. Il lavoro moderno — catena di profitto, strumento di sfruttamento, meccanismo di perpetuazione dello status quo tramite ricatto economico — non è emancipazione né realizzazione personale. 

Il culto del lavoro è la malattia della modernità. Peraltro è una festa ormai diventata finzione, sempre più negozi aperti, supermercati operativi, cassieri al banco e magazzinieri sui muletti il primo maggio. Non per necessità, ma perché il mercato non si ferma, perché il consumo non conosce giorni sacri. La retorica della festa del lavoratore si celebra mentre il lavoratore lavora. 

Nel frattempo sfilano i sindacati che, ricordiamo, avallarono il green pass, e sul palco del concertone si esibiscono "artisti" ogni anno più imbarazzanti. Una liturgia stanca, officiata da chi ha trasformato la tutela dei diritti in gestione del consenso. Come sempre rifiutiamo la retorica tossica del lavoro che nobilita. Celebriamo invece il tempo di qualità.




Miserie locali

Per le elezioni comunali vediamo liste strabordanti di candidati che fino a ieri non si erano mai occupati di nulla che non fosse se stessi. Gente improvvisata, totalmente avulsa alla politica. Volti nuovi che fingono entusiasmo con false dichiarazioni di servizio alla comunità. 

La politica locale viene percepita dalla gran parte di tali candidati, come una via per la sistemazione. Il consiglio comunale è l'anticamera. Il parlamento nazionale è il traguardo per ciò che si può ottenere, ovvero indennità, vitalizi, relazioni, porte che si aprono. Il bene comune è il travestimento retorico di un progetto interamente personale.

Non è che il semplice consigliere comunale prenda uno stipendio (va a gettoni di presenza per ogni seduta a cui partecipa, cifre basse), ma il vero tornaconto sta in altri aspetti. Ad esempio, nei permessi retribuiti o in appalti, nomine, favori, scorciatoie varie.

Il consigliere comunale di paese non si "sistema" economicamente in senso diretto, ma costruisce visibilità, credenziali per salire. Il mandato locale è un investimento, non una rendita immediata. 

Ciò che fa sorridere non è il fenomeno in sé ma la spudoratezza. Il cambio di partitello non viene più nemmeno giustificato ideologicamente. Ci si sposta tranquillamente dove tira il vento in quel momento. Anni fa, quando ci fu il boom dei cinque stalle, nei comuni tutti volevano candidarsi lì, "perché quel partito sta tirando, vai infilati!". Poi quando quel partito non tirava più, si ripresentarono con altre casacche e la stessa faccia da ebeti. Senza nessuna vergogna eh, tranquillissimi, non c'è più nemmeno la finzione di un'idea da difendere.

Stiamo generalizzando?

Mica tanto, quelli che si presentano realmente per contribuire al bene comune sono una esigua minoranza. 

Miserie elettorali.


Dinamiche da psicosetta

Abbiamo di recente sperimentato la dinamica da psicosetta citando due soggetti che ben si prestano per mostrarne i meccanismi: Biglino e Malanga. 

La stessa dinamica discussa vale per decine di figure che popolano i circuiti alternativi, esoterici, spirituali, controculturali. Chi li segue spesso li conosce bene. Ha letto i libri, ha seguito le conferenze. Non stiamo parlando dunque di adesioni superficiali o aprioristiche in tal senso. Il problema è l'opposto: si conosce così a fondo un impianto da non riuscire più a uscirne. Anni di letture, di schemi assimilati, di linguaggio interiorizzato. A un certo punto non si sta più seguendo una teoria, si diventa quella teoria. Il sistema di pensiero del guru è diventato la lente attraverso cui si organizza il reale, si riconoscono i propri simili, si distingue chi capisce da chi non capisce. Smontarli significa perdere un'identità, un linguaggio comune, una comunità. È questa la vera struttura della psicosetta. 

Ora, su Biglino, su cui tanti si sono inalberati, esistono già confutazioni serie, prodotte da persone competenti. Il biblista Danilo Valla ha contestato punto per punto alcune delle traduzioni chiave. Simone Venturini, professore di ebraico, ha esaminato grammaticalmente la lettura plurale di Elohim. In generale esistono analisi sistematiche che mettono in discussione l'impianto metodologico. Chi vuole approfondire può trovarli senza difficoltà in rete. Non è questo il punto che ci interessa affrontare qui. 

Il caso di Biglino è emblematico non per le sue tesi, ma per il modo in cui le sorregge — e che in molti hanno ripreso nei commenti. La sua mossa è astuta, egli non afferma di essere l'unico ad aver capito. Si presenta piuttosto come chi applica un metodo filologico neutro, e lascia che siano i testi a parlare, scaricando sull'ascoltatore la responsabilità delle conclusioni. Sembra umiltà. In realtà è squalifica sistematica. Perché il risultato finale è che la traduzione letterale viene eretta a unica lettura onesta, e duemila anni di esegesi vengono liquidati come sovrastruttura teologica, cioè come distorsione ideologica. Una superiorità metodologica implicita è più difficile da contestare di un'affermazione diretta, e proprio per questo è più efficace come strumento di cattura. Ma conoscere una lingua è il punto di partenza, non il punto di arrivo. L'interpretazione di un testo antico richiede consapevolezza del contesto storico, culturale, liturgico, delle tradizioni di lettura stratificate nei secoli, dei meccanismi con cui una lingua funziona non solo lessicalmente ma retoricamente, simbolicamente, intertestualmente. Senza tutto questo, la traduzione letterale non è "rigore". E il fatto che ogni anno nasca un nuovo guru con la propria traduzione definitiva, ciascuna incompatibile con le altre, è già di per sé la confutazione del metodo. Nascono chiesette e movimenti di continuo, ognuno convinto di aver capito meglio degli altri, ognuno con la propria struttura — fisica o psichica. Il seguace assorbe queste logiche insieme alle tesi, si convince di pensare fuori dagli schemi e finisce per abitare lo schema più rigido che esista: quello in cui la verità appartiene a uno solo e dubitarne è tradimento. Il guru lo sa. La psicosetta non nasce mai per caso.