Il fatato mondo delle elezioni

Poltrone, vitalizi, stipendi d'oro. Popolarità, agevolazioni, soldi da spartire, benefici inimmaginabili di cui godere, fette di torta da azzannare con avidità, come golosi bambini lasciati soli un una pasticceria ricolma d'ogni leccornia, senza commessi dietro al balcone, dove il padrone, dallo sguardo aquilino e severo, è assente. Questo è ciò che abbiamo donato loro, nel dorato e fatato mondo della "democrazia". Un' opera degna di Hieronymus Bosch, un tripudio di grottesche figure che si accalcano, sgomitano, sudano, si muovono sinuose, maestre nell'arraffare, prodigiose nell'arte di confondere, mistificare, del dir tutto per non dir niente. Ed in cambio cosa abbiamo avuto? Illusioni. Inganni. Facili slogan, piazze preconfezionate animate da guitti indegni di un teatro di provincia. Della giustizia, del benessere, della prosperità, dell'equilibri sociale, della tutela della" salute" pubblica e dei più bisognosi che promettono senza pudore alcuno e senza vincolo di mandato, neanche l'ombra, nessuna traccia pervenuta. Se c'è una lezione di cui dobbiamo far tesoro, data da questi due anni e più di delirio assoluto e di caos organizzato è che tutto è posto in essere per cambiare, affinché non cambi nulla. Che siamo dinnanzi ad una grottesca commedia, a cui ci chiedono di prender parte come pubblico pagante, indottrinato, che plaude e fischia a comando, che si crede protagonista, ma è misera comparsa. Pochi punti chiari, salienti, precisi debbono perciò esser scolpiti nella roccia, rappresentata dal nostro spirito, oramai forgiato dalla battaglia per l'ovvio e la quotidianità perduta che combattiamo senza sosta: nessuno verrà a salvarci. La resistenza va costruita ogni giorno nel quotidiano, mattone dopo mattone, non sperando in condottieri dalla spada lucente e dal cavallo bianco. Se proprio dobbiamo prendere parte alla farsa elettorale di questo disperato carrozzone democratico, attaccato senza pietà ai suoi privilegi e schiavo di poteri sovranazionali, che lo si faccia con intelligenza, lungimiranza e freddo calcolo, senza aspettarsi nulla di nuovo. Le idee, la bellezza, la libertà che si estrinseca, nella sua forma più pura, con la reale "partecipazione", albergano altrove.




Il mondo nuovo di Aldous Huxley

Cosa accadrebbe se il mondo fosse governato da una spietata élite guidata da una idea di utilitarismo portata all'esasperazione? In che dimensione ci proietterebbe la rinuncia aprioristica ai sentimenti, alle passioni, allo sviluppo naturale ed incondizionato della vita? Una risposta, più che mai esaustiva, la troviamo nella distopia di Aldous Huxley, "Il mondo nuovo". Scritto nel 1932, il romanzo, ambientato nell'anno 632 dell'era Ford (corrispondente al 2045 secondo il nostro calendario), narra di un lontano futuro in cui la società è organizzata secondo rigidi schemi produttivi, improntata su uno sviluppo industriale fine a sé stesso atto a garantire stabilità ed una illusoria prospettiva di ordine ed artificiosa felicità. Gli esseri umani, generati in provetta e conseguentemente suddivisi in caste, sono creati ad hoc per svolgere compiti ex ante assegnati, senza possibilità di scelta: gli alfa, tarati su un livello superiore di intelligenza, destinati a posizioni apicali ed ad alte cariche; gli intermedi beta, gamma e delta ed infine gli epsilon, progettati per la bassa manovalanza, dotati di scarse qualità intellettive, vera e propria carne da macello per le catene di montaggio, indottrinati come automi per svolgere un lavoro ripetitivo e meccanico che caratterizzerà la loro intera esistenza. In questo mondo non esiste guerra, o malattie e la morte sopraggiunge quando non si è più produttivi, in strutture dove si somministra la "soma", droga di stato utilizzata per surrogare felicità ed emozioni, in dosi letali. Personaggi principe del testo sono il creato in provetta Bernardo Marx ed il Selvaggio, nato naturalmente in una riserva dove si applicano, a fini scientifici, ancora le regole del vecchio mondo. Quest'ultimo, portato da Marx nella "civiltà", non riesce ad integrarsi. Si innamora, corrisposto, di una giovane donna, ma le differenze abissali tra i due condurranno i protagonisti verso un drammatico finale. 

Visionaria, potente, evocativa, terrificante ed al contempo affascinante, l'opera di Huxley trascina il lettore su una vera e propria macchina del tempo, mostrandogli, con dovizia di particolari ed attraverso prospettive solo in apparenza improbabili e futuristiche, in che crudi  scenari potremmo trovarci se cediamo alle lusinghe del capitalismo più sfrenato ed a logiche produttive di profitto esasperate, nemiche del benessere psicofisico e del corretto sviluppo umano, atte soltanto al mero controllo ed al bieco indottrinamento delle masse, composte da esseri oramai storditi, influenzabili ,"non viventi", a cui sono recise ab origine libera scelta e spirito critico. Un testo unico, attuale, vigoroso, a tratti profetico, che apre una vera e propria breccia di luce nella coscienza di chi si inoltra nelle sue straordinarie pagine. Un vero e proprio monito, che travolge l'anima, che smuove le papille gustative esistenziali, che lancia un appello disperato contro la riduzione dell'essere umano in mero tassello di un ingranaggio, disposto a sacrificare la propria natura in nome di un'effimera felicità e di falsi miti di evoluzione e progresso.

“Uno Stato totalitario davvero efficiente sarebbe quello in cui l'onnipotente potere esecutivo dei capi politici e il loro corpo manageriale controllano una popolazione di schiavi che non devono essere costretti ad esserlo con la forza perché amano la loro schiavitù.”