Fateci caso, soprattutto nei canaletti che narrano di
Trump Messia che trolla il mondo, fioccano le accuse rabbiose di
"Gatekeeping" verso chiunque abbia visioni diverse.
Trattasi di accuse che circolano con la stessa
frequenza e la stessa superficialità con cui il mainstream distribuisce le sue
etichette più comode.
È diventato una sorta di riflesso pavloviano.
Vale la pena ricordare cosa significhi davvero quel termine. Un guardiano dell'accesso, chiamiamolo così, visto che non siamo obbligati a usare l'inglese, è una figura che detiene un potere strutturale sull'informazione: decide cosa entra nel discorso pubblico e cosa ne rimane fuori, non per convinzione personale ma per posizione istituzionale, economica o organica a un sistema. Parliamo di direttori editoriali con azionisti alle spalle, di piattaforme che alterano algoritmi, di centri studi finanziati da fondazioni con agende precise. Parliamo di potere reale, non di opinione divergente.
Invece no. Secondo tali fenomeni, oggi il guardiano dell'accesso è chiunque abbia mille seguaci su Telegram. È il divulgatore indipendente che lavora da solo. È il saggista che ha scritto un libro a proprie spese e che, su un argomento specifico, propone una sua lettura.
Chi accusa in tal maniera o è in malafede o è paranoico o è semplicemente cialtrone. L'accusa di essere un guardiano dell'accesso è una scorciatoia cognitiva.
Un guardiano dell'accesso senza accesso non è un guardiano. È solo qualcuno che la pensa diversamente, per quanto possa essere fuorviante il suo pensiero.
Ma evidentemente dare a tutti del
"gatekeeper" fa figo. È l'insulto perfetto per chi ha scoperto la
controinformazione da qualche mese e si sente già dietro le quinte della
storia.

