Otium
Sensibili
In un brano intitolato "Le aquile non volano a stormi", Franco Battiato cantava: "in silenzio soffro i danni del tempo". Non parlava di malinconia. Parlava della capacità di assorbire il malessere di un'epoca, di sentirlo nella propria carne prima ancora che quell'epoca trovi le parole per descriversi. Esistono persone così. Non molte. E non è una questione di sensibilità romantica o di fragilità emotiva, categorie che oggi vengono rivendicate da chiunque. È una struttura antropologica diversa, costoro captano le frequenze disturbate del proprio tempo, captano variazioni impercettibili.
Nietzsche scriveva mentre l'Europa non
aveva ancora capito di essere malata. Simone Weil lavorava nelle fabbriche
perché sentiva fisicamente l'umiliazione operaia come qualcosa che la
riguardava. Kafka descriveva la burocrazia come labirinto soffocante vent'anni
prima che le società rendessero quella visione letteralmente vera. Nessuno
trovò una collocazione perché la società moderna funziona sull'anestesia
collettiva, sul non sentire troppo, non pensare troppo. Chi invece sente tutto,
il cinismo strutturale, la solitudine di massa, il vuoto sotto il rumore,
diventa uno specchio che nessuno ha chiesto. Gli specchi scomodi si isolano, si
patologizzano, si allontanano. Costoro si ritrovano spesso in silenzio, ai
margini, poiché in anticipo sul proprio tempo. Tali anime esistono in ogni
epoca. La loro rarità non è un difetto della specie, è il prezzo che ogni tempo
paga per avere qualcuno che lo veda davvero.
Sale d'attesa
In Italia esiste una categoria di persone che
tecnicamente studia da vent'anni. Cambiano facoltà, cambiano città, accumulano
esami su esami. A quarant'anni hanno ancora "qualche esame da dare".
Non stanno studiando. Stanno procrastinando la vita.
Funziona così, i genitori vogliono il figlio laureato, la società premia il
titolo e disprezza il mestiere, e così interi decenni vengono sacrificati
sull'altare di una laurea che non si vuole davvero, in qualcosa che magari non
si userà mai.
Nel frattempo, chi decide di fare l'elettricista, il falegname, il parrucchiere
viene guardato con commiserazione. "Peccato, poteva studiare." Come
se costruire qualcosa con le mani fosse una sconfitta.
In questo scenario la manovalanza è quasi interamente straniera. Gli italiani
preferiscono laurearsi in scienze delle patatine piuttosto che stuccare un
muro.
Università usate come scudo contro le decisioni. Come modo per dire ai genitori
"sto ancora studiando" invece di dire la verità, ovvero che non si sa
cosa si cerca realmente in questa società fallace. Nessuno insegna che non
saperlo, fermarsi e riflettere seriamente è più onesto di fingere per anni.
Una società che disprezza il lavoro manuale e venera aprioristicamente il
titolo accademico, non sta investendo nella cultura. Sta finanziando la
procrastinazione di massa.
