L'illusione dell massa

"Stavolta non ci fregano"

L'illusione del popolo che si sveglia se ben informato fa campare tanta gente della controinformazione.
Che il basso possa rovesciare l'alto, che la massa si autogoverni, che il popolo — finalmente sveglio — prenda in mano il proprio destino, sono barzellette. Lo sappiamo tutti che se domani volessero davvero spingere con una nuova pandemia basterebbe fare leva sulla paura e saremmo punto e a capo.

È una favola antica. E come tutte le favole, ha bisogno di essere raccontata periodicamente per mantenere la sua funzione.
 
La massa non è una categoria numerica, è una categoria qualitativa. È l'uomo che non si chiede nulla di più di ciò che già è. Può riempire le piazze, può urlare slogan ma non può incidere.
Nella Repubblica di Platone, la democrazia non è il trionfo del popolo, è la sua patologia terminale. Governare non è istinto — è episteme, conoscenza. E la conoscenza non si vota, non si democratizza. O la si possiede o non la si possiede.  Sovvertire certi principi non libera nessuno, mette semplicemente il timone nelle mani di chi non sa dove andare.

Huxley la formulò con chirurgica eleganza: il compito delle élite non è lavorare, ma pensare a come organizzare il mondo. Il resto è esecuzione.
Oggi le élite non sono i filosofi della Repubblica di Platone. Sono i tecnocrati di Davos, i gestori del consenso, i proprietari delle piattaforme su cui la massa si illude di ribellarsi. Un'oligarchia senza mandato spirituale, senza visione, senza legittimità — solo potere orizzontale, finanziario, mediatico.
La massa che si crede rivoluzionaria non fa che agitarsi dentro un recinto che altri hanno costruito. La controinformazione, i movimenti dal basso, i popoli che si svegliano — sono valvole di sfogo, non rotture del sistema. Rumore autorizzato.

La massa era massa cinquemila anni fa. Lo è oggi. Lo sarà alla fine del mondo.
Chi crede alle rivoluzioni dal basso crede, in fondo, che i fiumi risalgano le montagne. Un'idea poetica. Inutilmente poetica.

La dignità al contrario

In Italia, chi tira su un muro ha più di cinquant'anni o viene da un altro continente. Il muratore sotto i quaranta con passaporto italiano è una specie in estinzione. Lo stesso vale per l'idraulico, il falegname, l'elettricista, il carrozziere, il giardiniere. Mestieri che reggono il paese, svolti da chi il paese lo sta lasciando, per età o per origine.

Il genitore medio italiano ha un sogno: il figlio non deve fare quello che ha fatto lui. Il figlio deve studiare. Deve diventare qualcosa. Medico, ingegnere, avvocato, oppure, nell'era digitale, qualche figura dal nome vago che si svolge davanti a uno schermo. Il lavoro manuale non è contemplato. Non è un'opzione, è una sconfitta. 

Se li senti, i loro figli sono tutti dei geni. Poi ci parli e scopri che sanno a malapena legarsi le scarpe. Il punto è che non tutti hanno vocazione e attitudine per i mestieri di intelletto. Il medico non può farlo chiunque. Stesso discorso per l'ingegnere, l'avvocato, qualsiasi lavoro che richieda un certo tipo di mente. Esistono persone con una capacità manuale spiccata, un'intelligenza pratica, una predisposizione concreta che vale quanto qualsiasi altra — e che in altri paesi viene riconosciuta e coltivata. In Italia no. Qui la scuola promuove tutti, crea titoli che si ottengono per accumulo di protocolli memorizzati, avalla l'illusione che la vocazione non esista e che il diploma/la laurea siano un diritto. Così si passa, si prende il pezzo di carta, si esce con una media presentabile da un percorso che in molti casi non ha formato nulla.

Il risultato è una generazione convinta di meritare una scrivania per diritto acquisito, mentre i cantieri girano con braccia straniere e gli artigiani in pensione non trovano chi raccogliere il mestiere.

Nel frattempo, gli stessi genitori che hanno coltivato questo disprezzo silenzioso verso il lavoro manuale si lamentano delle città cambiate, degli stranieri ovunque, dell'insicurezza. Non collegano i punti. O non vogliono farlo.

Il nodo è culturale, non economico — o almeno, non solo economico. Certo, molti mestieri manuali sono sottopagati, e questo andrebbe affrontato. Ma il problema viene prima: è la concezione. In Italia il lavoro che si fa con le mani è ancora percepito come il segno di chi non ce l'ha fatta. Una condizione da cui affrancarsi, non una scelta da rispettare. Finché questa gerarchia morale non crolla, nessun incentivo salariale basterà. I figli continueranno a non volerlo fare, e i genitori continueranno a dargli ragione.


Enter the void di Gaspar Noè

Enter the Void dell'argentino Gaspar Noè  è un film del 2009.

Questo non è cinema d'intrattenimento, è un film che sembra un lungo trip, che obbliga a guardare la morte dall'interno.
La macchina da presa non inquadra il protagonista. È il protagonista stesso. È lo spettatore stesso ad essere uno spacciatore americano a Tokyo. Lo si vede attraverso i suoi occhi ogni istante della sua vita e anche dopo. L'anima fluttua, la coscienza non si spegne, e Noé trascina in un bardo visivo e allucinatorio che ha le radici nel Libro tibetano dei Morti, quella dottrina antica secondo cui il morente non sparisce, ma attraversa stati intermedi tra dissoluzione e rinascita.

Non è un film facile. È lungo, stordente, deliberatamente eccessivo. Il neon di Tokyo si mescola ai flashback d'infanzia, alle visioni psichedeliche, ai corpi, al vuoto. 
Sotto questa superficie aggressiva pulsa l'antica domanda: cosa resta, quando non resta più niente? La coscienza è un fuoco che continua ad ardere anche quando il combustibile è esaurito, o si spegne con il corpo che la ospitava?

Enter the Void è una delle poche opere che prende sul serio l'ipotesi che forse la coscienza è solo un fenomeno temporaneo, e che l'unica cosa che si può fare è guardarla dissolversi senza distogliere lo sguardo.

Lo consigliamo. È lungo, non scorrevole, ma poche volte il cinema ha avuto il coraggio di portare così vicino all'unica esperienza che non si può raccontare.