Gatekeeping?

Fateci caso, soprattutto nei canaletti che narrano di Trump Messia che trolla il mondo, fioccano le accuse rabbiose di "Gatekeeping" verso chiunque abbia visioni diverse.

Trattasi di accuse che circolano con la stessa frequenza e la stessa superficialità con cui il mainstream distribuisce le sue etichette più comode.

È diventato una sorta di riflesso pavloviano.

Vale la pena ricordare cosa significhi davvero quel termine. Un guardiano dell'accesso, chiamiamolo così, visto che non siamo obbligati a usare l'inglese, è una figura che detiene un potere strutturale sull'informazione: decide cosa entra nel discorso pubblico e cosa ne rimane fuori, non per convinzione personale ma per posizione istituzionale, economica o organica a un sistema. Parliamo di direttori editoriali con azionisti alle spalle, di piattaforme che alterano algoritmi, di centri studi finanziati da fondazioni con agende precise. Parliamo di potere reale, non di opinione divergente.

Invece no. Secondo tali fenomeni, oggi il guardiano dell'accesso è chiunque abbia mille seguaci su Telegram. È il divulgatore indipendente che lavora da solo. È il saggista che ha scritto un libro a proprie spese e che, su un argomento specifico, propone una sua lettura.  

Chi accusa in tal maniera o è in malafede o è paranoico o è semplicemente cialtrone. L'accusa di essere un guardiano dell'accesso è una scorciatoia cognitiva.

Un guardiano dell'accesso senza accesso non è un guardiano. È solo qualcuno che la pensa diversamente, per quanto possa essere fuorviante il suo pensiero. 

Ma evidentemente dare a tutti del "gatekeeper" fa figo. È l'insulto perfetto per chi ha scoperto la controinformazione da qualche mese e si sente già dietro le quinte della storia.


From di John Griffin

Una serie tv che segnaliamo è "FROM". Trattasi di una serie che usa il genere horror come strumento filosofico, non come fine. La premessa è semplice. Persone comuni, in viaggio su strade americane qualsiasi, finiscono intrappolate in una cittadina da cui è impossibile uscire. I tentativi di fuga riportano sempre al punto di partenza. Di notte escono creature che uccidono. Di giorno si cerca di sopravvivere, di capire, di non impazzire. Ma FROM non è una banale serie horror. È una serie sul trauma. La cittadina, congelata negli anni Cinquanta, nell'estetica del sogno americano, nasconde sotto la facciata ordinata qualcosa che non vuole morire. La sigla lo dice già: "Que Sera Sera" di Doris Day, quella canzone che prometteva serenità, distorta fino a diventare inquietante. È l'immagine perfetta di ciò che la serie vuole raccontare, ovvero che tutto ciò che si sceglie di non guardare continua ad esistere, e prima o poi torna a bussare. I personaggi sembrano essere reincarnazioni di chi è stato intrappolato prima di loro, destinati a ripetere lo stesso ciclo finché qualcosa non si sblocca. La cittadina non è una prigione per i loro corpi, è una prigione per le loro cose in sospeso. La struttura della trama ricalca quella esatta del trauma che si ripete perché il nodo non è mai stato sciolto. FROM si lascia guardare come thriller/horror e si rivela, lentamente, come qualcosa di più. È la metafora del luogo impossibile, quel posto in cui si finisce quando si smette di fare i conti con se stessi.

Buona visione a chi vorrà entrarci dentro.

"Difetti di fabbrica"

 

Sì, esistono persone che non riescono a usare un altro essere solo per fini personali. Non sono comuni. Sono "difetti di fabbrica" rispetto alle logiche del mondo, e come tutti i difetti di fabbrica, il sistema li scarta senza nemmeno chiedersi se il difetto non sia nella logica stessa. Vedono l'altro prima che vedano l'utilità dell'altro. La cultura dominante racconta che ogni avvicinamento abbia un fine, che la gentilezza sia un investimento. E in buona parte ha ragione, spesso è così. Ma esiste una minoranza silenziosa di uomini che guardano una donna — o viceversa — e vedono una persona. Non un corpo da conquistare ma una presenza. E questa capacità ( o incapacità, dipende dal punto di vista ), li rende stranieri in una partita che non hanno imparato a giocare. Questa loro capacità li rende spesso invisibili. In un mercato relazionale che premia la caccia, chi non caccia viene scambiato per chi non vuole. L'assenza di manovra viene letta come assenza di interesse. Il cinismo contemporaneo li chiama ingenui. Forse lo sono. Ma certi limiti assomigliano molto a una forma di integrità che il mondo non ha fatto in tempo a correggere.