From di John Griffin

Una serie tv che segnaliamo è "FROM". Trattasi di una serie che usa il genere horror come strumento filosofico, non come fine. La premessa è semplice. Persone comuni, in viaggio su strade americane qualsiasi, finiscono intrappolate in una cittadina da cui è impossibile uscire. I tentativi di fuga riportano sempre al punto di partenza. Di notte escono creature che uccidono. Di giorno si cerca di sopravvivere, di capire, di non impazzire. Ma FROM non è una banale serie horror. È una serie sul trauma. La cittadina, congelata negli anni Cinquanta, nell'estetica del sogno americano, nasconde sotto la facciata ordinata qualcosa che non vuole morire. La sigla lo dice già: "Que Sera Sera" di Doris Day, quella canzone che prometteva serenità, distorta fino a diventare inquietante. È l'immagine perfetta di ciò che la serie vuole raccontare, ovvero che tutto ciò che si sceglie di non guardare continua ad esistere, e prima o poi torna a bussare. I personaggi sembrano essere reincarnazioni di chi è stato intrappolato prima di loro, destinati a ripetere lo stesso ciclo finché qualcosa non si sblocca. La cittadina non è una prigione per i loro corpi, è una prigione per le loro cose in sospeso. La struttura della trama ricalca quella esatta del trauma che si ripete perché il nodo non è mai stato sciolto. FROM si lascia guardare come thriller/horror e si rivela, lentamente, come qualcosa di più. È la metafora del luogo impossibile, quel posto in cui si finisce quando si smette di fare i conti con se stessi.

Buona visione a chi vorrà entrarci dentro.

"Difetti di fabbrica"

 

Sì, esistono persone che non riescono a usare un altro essere solo per fini personali. Non sono comuni. Sono "difetti di fabbrica" rispetto alle logiche del mondo, e come tutti i difetti di fabbrica, il sistema li scarta senza nemmeno chiedersi se il difetto non sia nella logica stessa. Vedono l'altro prima che vedano l'utilità dell'altro. La cultura dominante racconta che ogni avvicinamento abbia un fine, che la gentilezza sia un investimento. E in buona parte ha ragione, spesso è così. Ma esiste una minoranza silenziosa di uomini che guardano una donna — o viceversa — e vedono una persona. Non un corpo da conquistare ma una presenza. E questa capacità ( o incapacità, dipende dal punto di vista ), li rende stranieri in una partita che non hanno imparato a giocare. Questa loro capacità li rende spesso invisibili. In un mercato relazionale che premia la caccia, chi non caccia viene scambiato per chi non vuole. L'assenza di manovra viene letta come assenza di interesse. Il cinismo contemporaneo li chiama ingenui. Forse lo sono. Ma certi limiti assomigliano molto a una forma di integrità che il mondo non ha fatto in tempo a correggere.


Otium

Blaise Pascal scrisse: «Tutta la sventura degli uomini deriva da una sola cosa: dal non saper stare fermi n una stanza.»

Lo scrisse nel Seicento, parlava della la fuga da se stessi. Aveva ragione. Chi non sa stare fermo sta fuggendo da se stesso.

Questo aspetto è fondamentale da osservare quando si decide di costruire la vita con qualcuno, se manca, è un campanello d'allarme.

Il silenzio, la "noia", per taluni sono elementi insopportabili perché sentono il vuoto, l'angoscia, il vortice dell'esistenza. Devono sempre riempire ogni momento.

Oggi più di ieri, l'uomo ci ha costruito un'intera civiltà su tale principio. Tra rumore, notifiche, contenuti, eventi, attività di ogni genere, egli non smette mai di correre.

Gli Stoici chiamavano otium il tempo del raccoglimento, non ozio nel senso moderno, non spreco, ma l'esatto contrario, ovvero quel momento in cui l'uomo sviluppa la propria interiorità.

L'otium degli Stoici era una necessità antropologica. Al contrario della società attuale che non lo permette, che lo scoraggia attivamente. Il tempo "non produttivo" è tempo sprecato, il silenzio, la solitudine sono problemi da risolvere. Chi si ferma viene visto il come qualcuno che rimane indietro. Ma è esattamente il contrario.

L'uomo che non si ritira periodicamente da se stesso non cresce, accumula. Aggiunge esperienze, relazioni, ruoli, senza mai digerirli.

Chi non sa stare solo con sé stesso non starà mai davvero con nessuno. Porterà ovunque il proprio rumore, e lo chiamerà vita.