Esercito italiano
"La ragione è bastarda" di Andrea Zoppolato
"La ragione è bastarda" di Andrea Zoppolato è un
romanzo di formazione ambientato nella Roma degli anni Settanta, durante gli
anni di piombo. Protagonista è Cayenna, giovane militante dell'estrema destra
con una inclinazione contemplativa, egli cerca nei libri, nella musica, in un
senso del trascendente qualcosa che il partito non gli dà. Al suo fianco
Romano, amico d'infanzia di sinistra, polo opposto eppure complementare.
La struttura — ogni capitolo intitolato a una
canzone, dai Genesis a Lou Reed, da Klaus Schulze a Battisti — vuole rendere la
colonna sonora di un'epoca e di una giovinezza.
Zoppolato conosce quella Roma, si respira nel corso
delle pagine l’atmosfera di quegli anni.
Il protagonista Cayenna sente l'esistenza di
qualcosa di più profondo della politica di sezione, arriva a sfiorare Steiner,
Guénon, Freda, La Rochelle, ma li trova e li lascia senza che diventino
strumenti di comprensione reale. Molti di quella generazione avevano quei libri
in casa senza averli mai davvero attraversati.
Il romanzo mette in scena una generazione che
cercava forme, gerarchie, appartenenza, eroismo, senza avere gli strumenti per
capire cosa stesse cercando. Quella ricerca porta Cayenna dall'esoterismo alla
militanza armata. Il passaggio dai libri alle pistole non è una svolta
improvvisa ma una deriva lenta in cui ogni passo sembra necessario. Acca
Larentia, i disordini di piazza Istria, il covo dei NAR, l'ordine di uccidere l’amico
Romano: Zoppolato ricostruisce quella discesa senza indulgenza, ma anche senza toni
accusatori.
Alla fine, il racconto dà ragione a Odino — il
camerata che aveva sentenziato che “la ragione è bastarda” — non perché avesse
ragione davvero, ma perché quella generazione non ebbe mai il tempo di
scoprirlo.
A tratti ci ha ricordato il romanzo “Un gioco da ragazzi” di Enrico Ruggeri. Il testo ha il merito raro di aver raccontato quella gioventù dall'interno, senza retorica e senza processo.
Adolescenti
«Sono tutti così.»
Spezziamo ogni tanto una lancia a favore delle giovani generazioni, perché nessuno mai lo fa.
Si sente spesso dire, quando si parla di
figli adolescenti, che "sono tutti così ". La figlia che in casa non
muove un dito, il figlio egoista, indifferente a tutto. In generale figlie e
figli spenti.
La spiegazione consolatoria arriva sempre
puntuale "eh, è l'età, è la generazione".
Non è vero. Non sono tutti così.
Ci sono figli che aiutano in casa senza che nessuno glielo chieda due volte. Ci sono adolescenti con passioni vere, coltivate con serietà. Ci sono giovani capaci di empatia, di impegno, di sacrificio. Esistono, e non sono solo eccezioni, sono il risultato di un'educazione.
C'è poi un'altra credenza da smontare, quella che a tredici, quattordici anni si debba essere per forza degli esseri incerti, fragili, incapaci di reggere qualsiasi responsabilità. Come se l'adolescenza fosse una malattia temporanea da sopportare. Eppure a quell'età, e non in epoche remote, si lavorava. Si contribuiva al sostentamento della famiglia. Andando più indietro, si governava. Alessandro Magno ricevette Aristotele come precettore a tredici anni e condusse le prime campagne militari a sedici. La categoria dello smidollato cronico non è biologica, è culturale.
Certamente è innegabile che il contesto storico lasci tracce. Certe tendenze generazionali esistono davvero. La tecnologia pervasiva ed i social hanno modificato tante cose nella crescita dei ragazzi. Ma una tendenza non è tutto.
«Sono tutti così» è una frase che non dice nulla. Dice che si preferisce la media statistica alla responsabilità educativa. Che è comodo allinearsi al peggio.
Un figlio apatico, menefreghista, incapace
di contribuire anche solo alla vita domestica non è un fenomeno naturale. È il
risultato di scelte. E finché si continua a invocare il tutti come scudo,
quelle scelte non si esamineranno mai.
L'autoassoluzione è comoda. Ma non educa
nessuno.
