Abbiamo di recente sperimentato la dinamica da psicosetta citando due
soggetti che ben si prestano per mostrarne i meccanismi: Biglino e Malanga.
La stessa dinamica
discussa vale per decine di figure che popolano i circuiti alternativi,
esoterici, spirituali, controculturali. Chi li segue spesso li conosce bene. Ha
letto i libri, ha seguito le conferenze. Non stiamo parlando dunque di adesioni
superficiali o aprioristiche in tal senso. Il problema è l'opposto: si conosce
così a fondo un impianto da non riuscire più a uscirne. Anni di letture, di
schemi assimilati, di linguaggio interiorizzato. A un certo punto non si sta
più seguendo una teoria, si diventa quella teoria. Il sistema di pensiero del
guru è diventato la lente attraverso cui si organizza il reale, si riconoscono
i propri simili, si distingue chi capisce da chi non capisce. Smontarli
significa perdere un'identità, un linguaggio comune, una comunità. È questa la
vera struttura della psicosetta.
Ora, su Biglino, su cui tanti si sono
inalberati, esistono già confutazioni serie, prodotte da persone competenti. Il
biblista Danilo Valla ha contestato punto per punto alcune delle traduzioni
chiave. Simone Venturini, professore di ebraico, ha esaminato grammaticalmente
la lettura plurale di Elohim. In generale esistono analisi sistematiche che
mettono in discussione l'impianto metodologico. Chi vuole approfondire può
trovarli senza difficoltà in rete. Non è questo il punto che ci interessa
affrontare qui.
Il caso di Biglino è emblematico non per le sue tesi, ma per il
modo in cui le sorregge — e che in molti hanno ripreso nei commenti. La sua
mossa è astuta, egli non afferma di essere l'unico ad aver
capito. Si presenta piuttosto come chi applica un metodo filologico neutro, e
lascia che siano i testi a parlare, scaricando sull'ascoltatore la
responsabilità delle conclusioni. Sembra umiltà. In realtà è squalifica sistematica.
Perché il risultato finale è che la traduzione letterale viene eretta a
unica lettura onesta, e duemila anni di esegesi vengono liquidati come
sovrastruttura teologica, cioè come distorsione ideologica. Una superiorità
metodologica implicita è più difficile da contestare di un'affermazione
diretta, e proprio per questo è più efficace come strumento di cattura. Ma conoscere una lingua è il punto di partenza, non il punto di arrivo.
L'interpretazione di un testo antico richiede consapevolezza del contesto
storico, culturale, liturgico, delle tradizioni di lettura stratificate nei
secoli, dei meccanismi con cui una lingua funziona non solo lessicalmente ma
retoricamente, simbolicamente, intertestualmente. Senza tutto questo, la
traduzione letterale non è "rigore". E il fatto che ogni anno nasca un nuovo guru
con la propria traduzione definitiva, ciascuna incompatibile con le altre, è
già di per sé la confutazione del metodo. Nascono chiesette e movimenti di
continuo, ognuno convinto di aver capito meglio degli altri, ognuno con la
propria struttura — fisica o psichica. Il seguace assorbe queste logiche
insieme alle tesi, si convince di pensare fuori dagli schemi e finisce per
abitare lo schema più rigido che esista: quello in cui la verità appartiene a
uno solo e dubitarne è tradimento. Il guru lo sa. La psicosetta non nasce mai per caso.
