Positivismo postmoderno

Oggi avere la mente riempita da nozioni scientifiche "positive", implica di conseguenza uno sguardo disanimato di tutto ciò che ci circonda.
Tanti scienziati del passato, come ad esempio Tesla, Schrodinger, Einstein, Heisenberg o i più recenti Bohm, Capra, Satinover si discostano, perlomeno in parte, da questa visione.

La scienza moderna non riesce a rappresentare nulla, essa ha una presa pratica sul mondo, sempre più esterna, ma il fondo ultimo rimane assolutamente sconosciuto all'uomo.
 
L'attuale quantistica poi, non ci rivela nulla sull'essenza dell'universo, essa è impersonale, oggettiva, rigorosa, fatta di ipotesi, di assoggettamento a fini pratici e di formule approssimative di fenomeni da ricondurre ad una certa unità.
Inoltre la forza motrice che la muove deriva chiaramente da esigenze pratiche, una specie di volontà di potenza Nietzschiana rivolta alle cose.
Oggi il suo prestigio è dato dall' evidente validità oggettiva delle applicazioni tecniche.

"Si tratta di un sapere formale chiuso in se stesso, massimamente esatto nelle sue conseguenze pratiche, nel quale però non può parlarsi di una conoscenza del "reale", per la scienza moderna l'oggetto della ricerca non è più l'oggetto in sè, bensì la natura in funzione dei problemi che l'uomo si pone" (W.Heisenberg)

"La mente intuitiva è un dono sacro, e la mente razionale è un fedele servo. Noi abbiamo creato una società che onora il servo e ha dimenticato il dono."(A.Einstein)

"Il dono della forza della ragione ci viene dall’Essere Divino, e se concentriamo le nostre menti su questa verità, stabiliamo un’armonia con questa grande forza.”(N.Tesla)

Specialmente di questi tempi di ottusa presunzione da parte della scienza, dei comitati tecnici scientifici onnipotenti, si sente la grande mancanza di scienziati umili, dalla visione ampia e non limitata al loro campo di osservazione. 


Black Metal, una tensione verso la trascendenza

Nel 2006 uscì per Settimo Sigillo uno stimolante saggio di Luca Leonello Rimbotti dal titolo "Rock duro anti-sistema. Heavy metal, tradizione e ribellione", il quale , seppur rivedibile dal punto di vista documentale, è da segnalare soprattutto per la tesi sociologica che lo sostiene, la quale getta una luce tutt'altro che scontata su un fenomeno culturale di massa (e in particolare su alcune sue correnti meno popolari e più controverse) che i più liquidano essenzialmente come espressione di superficialità giovanile (o cronica immaturità, quando si protrae nel tempo), mera contestazione stereotipata o semplice cattivo gusto.
Porto l'attenzione su questo testo perché recentemente, con un caro amico che come me ha trascorso l'adolescenza e la tarda adolescenza all'interno di tale ambiente - stiamo parlando degli anni '90 -, ci si è interrogati sul senso di quella permanenza, e come a partire da tale cultura, apparentemente così nichilista e dissacrante, sia stato possibile giungere poi a cercare e riscoprire orizzonti di senso apparentemente antitetici, come il recupero delle nostre radici cristiane ed europee, il senso dell'identità e del sacro, la ricerca della trascendenza e delle fondamenta permanenti dell'etica e del politico. Abbiamo constatato come, seppur non scontato, tale percorso non fosse poi così raro, riguardando anche altre nostre conoscenze, e che le risposte che nel tempo eravamo giunti a darci indipendentemente convergevano essenzialmente con la tesi sostenuta nel libro. Comune era anche il disagio che provavamo di fronte a tale passato, perché nonostante ad entrambi il percorso apparisse lineare e assolutamente consequenziale, percepivamo la difficoltà di trasmettere quell'esperienza di senso - e di traslazione di senso - a coloro che non l'avessero vissuta direttamente.
In particolare, entrambi ci eravamo orientati verso le correnti più estreme del genere, soprattutto dal punto di vista concettuale, che allora appartenevano ancora a una dimensione underground non ancora addomesticata ed emersa. Gli anni '90 furono per l'extreme-metal un grande laboratorio di estetiche e tematiche che essenzialmente le decadi successive avrebbero compendiato ininterrottamente, spesso banalizzandone e neutralizzandone la carica eversiva, paradossalmente canonizzando forme ed espressioni nate invece con un genuino intento di rottura. Gli anni '90 furono essenzialmente l'epoca del black metal nord-europeo, probabilmente l'ultima grande sottocultura giovanile che abbia avuto un autentico impatto sociale, a causa soprattutto delle attenzioni mediatiche ricevute grazie agli eventi di cronaca nera che ne accompagnarono gli esordi, e che portarono molti tra sociologi, religiosi e autorità a interrogarsi su come interpretare l'urgenza che tale movimento esprimeva. Do per scontato che chiunque legge sappia cos'è il black metal e abbia perlomeno un'idea delle sue origini e delle correnti tematiche che lo caratterizzano. Per quanto riguarda il primo punto esiste un'ampia letteratura che chiunque sia interessato a conoscere le origini del fenomeno può facilmente reperire; per quanto riguarda il secondo punto, invece, mi limito a dire molto sinteticamente e a rischio di un'eccessiva semplificazione, che a partire da una cornice che potremmo definire come "satanismo medievale", ossia un pittoresco immaginario fatto di demoni, evocazioni diaboliche e sabba di streghe, con una decisa presa di posizione dissacrante e anti-cristiana, il repertorio del black metal si è progressivamente arricchito di suggestioni pagane e neo-pagane, ultra-nichiliste o superoministe, fino ad accorpare anche elementi di natura politica, segnatamente di ultra-destra o iper-reazionari. Una particolare attenzione la ricevette sin dalle origini l'opera di Tolkien, seppure declinata in direzione invertita e pertanto incompatibile con gli intenti dell'autore; tale elemento, credo, non sia secondario ai fini della nostra riflessione, visto che una analoga fascinazione è stata abbondantemente vissuta (e spesso consumata) nel ventennio precedente dai movimenti con tendenze spirituali all'interno dell'estrema destra, cosa questa che in qualche in modo denota tensioni ideali comuni e non di rado esiti affini nelle vicende biografiche di chi condivise quegli ambienti così distinti, i quali solo raramente - e spesso in modo paradossale - finirono per incontrarsi e convergere.

Se penso a quale visione del mondo la società in cui vivevo mi invitava ad aderire passivamente, comprendo senza difficoltà perché istintivamente (ed ingenuamente) nell'adolescenza mi orientai verso alternative tanto chiassose. Di fatto, la cultura di massa che si basava essenzialmente su una ricetta di distrazioni ed anestetici, propedeutici a una partecipazione attiva/passiva alla società dei consumi, di fatto non poteva appagare una certa inquietudine tipica di soggetti che l'indottrinamento standard, il quale passava attraverso famiglia, scuola e varie associazioni del tempo libero, non aveva mai persuaso in  modo troppo efficace. Tali soggetti, che non considero necessariamente più intelligenti o lungimiranti del giovane medio, ma che mi limiterei a definire semplicemente "cortocircuitati", non trovando appagamento nel repertorio di autorappresentazioni che venivano loro suggerite nel catalogo della cultura mainstream, venivano facilmente cooptati dai vari movimenti presenti nell'underground delle culture giovanili, i quali  supplivano a tale carenza con un ampia gamma di surrogati. A indirizzare il giovane outsider nella propria scelta identitaria erano fattori spesso contingenti, come frequentazioni comuni o prossimità a particolari centri logistici, ma non di rado era una autentica tensione ideale verso ciò che si riteneva meritevole del proprio tempo e della propria attenzione.
Mi chiedo ora: come non essere anti-cristiani quando l'unico volto del cristianesimo che si conosceva allora era quello disfatto della sua deriva sociale, frutto putrido del Concilio, fatto di perbenismo da parrocchia, centri estivi e cerimonie leziose a cui pure il prete si annoiava? Non era ancora la stagione degli arcobaleni, ma i colori erano già quelli, e nei miei ricordi d'infanzia c'erano soprattutto cartelloni color pastello, pieni di fiori e di scritte stucchevoli, con un Cristo di spalle che camminava verso il tramonto tenendo bambini per mano. Mi chiedo quanti si siano persi in direzione di quel tramonto, perché la stretta non era abbastanza forte.

Non si priva impunemente una generazione intera della guerra, anche se si tenta di allevare eunuchi. Una buona porzione non sarà accondiscendente, perché la necessità di combattere è insita nell'uomo. La guerra esiste perché il mondo non è un paradiso; una buona ragione per combattere la si troverà sempre. Se esiste un'etica, esiste il conflitto: per cercare di inibire l'innato istinto che nell'uomo chiama a combattere per ciò che egli ritiene giusto e desiderabile, si è dovuto prima di tutto rimuovere l'idea di qualsiasi assoluto. Le generazioni precedenti alla nostra erano ancora capaci di pensare il cambiamento in vista di valori che ritenevano assoluti: a partire dalla nostra, invece, questo è di fatto divenuto impossibile. La perdita della passione politica e della militanza che contraddistinsero le mia generazione e quelle successive è appunto dovuta all'aver amaramente sperimentato il fallimento delle grandi ideologie e lo scacco della politica che muove dalla base. Le generazioni precedenti alla mia surrogavano la guerra nella militanza politica: per la mia, invece, la violenza ideale è un grande rimosso, e il bisogno di militanza è stato surrogato in vari modi, più o meno efficaci. Alcuni scelsero ad esempio lo stadio; altri, come me, scelsero la musica.

Non a caso la metafora bellica è un luogo classico della poetica extreme-metal. Anche l'idea di elité, di far parte di un gruppo appartato e distinto che lotta per la propria difesa o supremazia, lo è. Ma lo è pure l'idea anti-cristiana (di quel cristianesimo della banalità e della debolezza di cui parlavo sopra), a cui si contrappone una sorta di misticismo senza oggetto, o di mistica invertita, che desidera, prega o invoca maschere e fantasmi, tra mitologia e letteratura. Nessuno che abbia realmente vissuto all'interno della cultura black metal negherà che esso fosse (per alcune sacche di resistenza lo è ancora) una parodia, o un surrogato, di religione: un termine frequentemente utilizzato per definirlo è appunto quello di "culto", non raramente "fede". Altre due parole sono frequentemente utilizzate per caratterizzarlo, termini che tradiscono un profondo anelito alla trascendenza e al sacro: "puro" e "vero". Io credo, ma sarebbe qui troppo lungo argomentarlo e mi limito semplicemente a fornirne la suggestione, che il black metal, nella sua forma genuina ed autentica, ossia quella coltivata nell'underground delle origini, e custodita ancora  al di fuori dell'industria musicale da pochi fedeli, andrebbe studiato oltre che come fenomeno artistico, anche nella sua valenza di movimento neo-spiritualista.
E veniamo così alla tesi di Luca Leonello Rimbotti, a cui all'inizio ho accennato. Riferendosi genericamente all'heavy metal scrive: "Questa musica veicola idee, disposizioni, attitudini, simbolismi, ritualità, mitemi, tipologie, che, pur nella loro superficialità scenica, spesso a sua volta inquinata da astuzie commerciali, vanno incontestabilmente nella direzione di un recupero di sparsi ma consistenti brandelli della Tradizione europea". E ancora: "In questa musica potente rivive l'Eroe, rinasce la Saga, si rianima il Mito, si rivendicano l'Onore, la Fedeltà, la Fede, si celebrano il Destino, il Mistero e il mondo Arcano della Magia (...)".
Concordo pienamente con quanto scrive, e credo che il black metal abbia massimizzato e incarnato queste istanze in maniera esemplare. Credo che qualcuno come me e quel caro amico a cui accennavo sopra, siamo stati salvati da un appiattimento omologante proprio dall'aver rinvenuto in quella cultura un orizzonte critico e una provocazione capaci di impedire la rassegnazione a quella sconfitta della lotta per il senso a cui invece ho visto molti coetanei soccombere. Direi praticamente una generazione intera. Credo inoltre che in noi abbia preparato il campo, con la corrosione di certi luoghi comuni e assuefazioni ideologiche, a nuove prospettive intellettuali e spirituali verso cui ci saremmo incamminati negli anni successivi. In tutta la sua paradossalità,  sono convinto che nella nostra formazione sia stato un fenomeno positivo a cui dovere riconoscenza.
Credo tuttavia che come per alcuni fu medicina, per altri fu veleno, secondo la tradizionale ambivalenza del termine greco pharmakon. Come scrisse un saggio esoterista dei primi del '900: "Non è raccomandabile confondere i simboli, perché in tal modo si confondono facilmente anche le forze che stanno dietro di essi". Le vicende di sangue che accompagnarono il periodo classico del genere lo testimoniano a monito perenne: non si evocano impunemente certe forze, risiedano esse negli inferi o nel subcosciente, se non si ha la certezza di poterle dominare. Beninteso, la sfida non è per tutti.