Dischi

Ascoltare un disco o leggere un romanzo per intero sta diventando sempre più complicato, anno dopo anno. Si sta smarrendo totalmente la capacità di abitare la durata.

Viviamo nell'epoca dei reel veloci che stanno vincendo sul tempo spazializzato, l'istante batte il divenire.
I video brevissimi, scorsi col pollice in serie senza fine sono diventati la forma culturale dominante, sono l'apoteosi dell'istante spogliato di ogni contesto, l'eterno presente senza prima e senza dopo.

Il disco è quell' oggetto che si possiede e si onora con un rito di ascolto, non un magazzino infinito da cui prelevare frammenti a piacimento, senza mai impegnarsi con l'insieme. Ecco perché oggi si fatica a concepire un ascolto per intero senza distrarsi.

Non è un discorso astratto che riguarda solo la musica, è indicativo sulla vita delle persone dei nostri tempi.
Questo "skippare" da una traccia all'altra è il simbolo del vivere il presente come qualcosa da consumare in fretta prima che arrivi il prossimo stimolo, non come un'esperienza da abitare fino in fondo. 
Non è così che funziona oggi tutto? A partire dai rapporti di coppia?

Ecco, allora diciamo questo, nel nostro piccolo, ascoltare un disco per intero è un atto controculturale, una piccola disciplina ascetica contro la dittatura dell'immediato. 

Non è questione di nostalgia per il vinile o feticismo per il supporto fisico, bensì  la scelta di lasciarsi ancora attraversare da qualcosa che ha una forma, un inizio e una fine, invece di ridurre ogni cosa a materiale grezzo per la propria distrazione. 

Chi non sa più ascoltare un disco fino in fondo, non sa nemmeno ascoltare se stesso fino in fondo.

Gattare in carriera

C'è questa donna con il volto indurito, dai tratti somatici cupi, in gran carriera, senza figli, che va in giro a dispensare consigli su... relazioni e figli.

È ossessionata dai "narcisisti", mette in guardia le donne dai "manipolatori", spiega loro che la società ci ha sempre preso in giro, dalle favole in cui il principe risveglia la principessa col bacio, ai giochi infantili che vedono nel maschietto colui che usa macchinine e pistole e nelle femminucce bambole e cucina.

"Non fatevi fregare!" sbraita con occhi sgranati, in conferenze piene di gattare che la applaudono.

Questa tipologia di donna ha introiettato fino in fondo l'antropologia moderna, quella per cui l'unico bene concepibile è l'autoaffermazione individuale, misurata in carriera, autonomia, assenza di legami. Da questo punto di vista, ogni relazione che implichi dono di sé, cura, apertura verso l'altro, insomma tutto ciò che una volta si chiamava eros nel senso pieno, non può che apparire come una trappola da smascherare.

Ignora che il maschile e il femminile non sono ruoli sociali intercambiabili né tantomeno rapporti di dominio, ma due modi diversi e complementari di partecipare a un medesimo principio. Il maschile come forma, direzione, trascendenza attiva, il femminile come sostanza, accoglienza, immanenza realizzatrice. Non gerarchia di valore, ma di funzione. 

Che dire, fenomeni da baraccone, riflessi di un' epoca di gente che nulla ha compreso della magnifica complementarietà dei sessi e vive in guerra perenne con se stessa e con l'altro genere.


Apatia

Il sintomo più eloquente di una civiltà che ha smarrito il proprio centro è l'apatia. 

Nell'accezione classica, l'apatheia era il dominio delle passioni disordinate raggiunto attraverso la disciplina interiore.

L'apatia dei nostri giorni però è l'esatto contrario, non un superamento delle passioni, ma la conseguenza della loro estinzione per mancanza di un orizzonte che le giustifichi. Non si è distaccati perché si è saliti sopra le cose, ma perché non si crede più che ci sia qualcosa sopra cui salire.

Quando il mondo perde la sua verticalità, quando ogni gesto smette di rimandare a un significato che lo trascende, l'azione stessa si svuota di senso, si agisce per inerzia. Vi è l'indifferenza, l'incapacità di indignarsi davanti all'ingiustizia, la tiepidezza che attraversa i legami affettivi, la rassegnazione di chi non crede più che le proprie azioni possano cambiare qualcosa. È uno stato d'animo diffuso, la modernità chiama questa roba "resilienza", quando in realtà si tratta di una forma di morte interiore anticipata.

L'uomo tradizionale trovava nella sua appartenenza a una comunità di senso, a una tradizione, a un cosmo gerarchicamente ordinato, la ragione stessa del proprio impegno nel mondo. Privato di questa cornice, il moderno resta solo con la propria volontà individuale, risorsa insufficiente a sostenere nel tempo qualsiasi tensione, qualsiasi passione, qualsiasi fedeltà.

L'apatia è un effetto voluto dai poteri che governano le società di massa. Una popolazione apatica è una popolazione facilmente amministrabile. 
Non a caso non investono nella formazione del carattere, nell'ascesi come pratica quotidiana, nella costruzione di un'interiorità equilibrata, del dominio di sé. Si otterrebbero dei "ribelli" e non conviene , l'apatia moderna deve produrre soltanto consumatori stanchi.