TikTok, la liquidazione del pensiero.

Social network come Facebook, con tutti i loro ENORMI limiti e incongruenze censorie, lasciano ancora spazio al testo. Si possono leggere ragionamenti, articolare idee, sostenere un argomento per più di tre righe. È pur sempre un social, ma conserva una traccia di discorso.
TikTok ha cancellato anche quella traccia. È la fiera dopaminica del frammento: video di pochi secondi, balletti, smorfie, "coreografie" ripetute fino allo sfinimento. Ne viene fuori una umanità a dir poco imbarazzante..

Se osserviamo le metriche di Tiktok notiamo che un qualsiasi video becero di un balletto improvvisato nel cesso può ottenere molte migliaia di visualizzazioni in poche ore. Questo significa che lì, davanti a quella vacuità, milioni di persone consumano la parte più consistente delle proprie giornate. Ce ne rendiamo conto?

Qualcuno obietterà che esiste anche chi pubblica contenuti più intelligenti. Vero, ma irrilevante. Il formato non è progettato per il pensiero: è progettato per lo scorrimento compulsivo, per la sostituzione continua dello stimolo, per impedire qualsiasi sosta riflessiva. Anche il contenuto più colto, calato in quel contenitore, viene ridotto a pillola, a slogan, a frammento estetizzato. La forma divora la sostanza. Noi stessi da anni cerchiamo di usare questi mezzi per dare degli input di approfondimento esterno ma qui si va oltre.

TikTok non è un social come tanti, è un dispositivo di addestramento alla dispersione. Un'infrastruttura che educa milioni di persone a non reggere più di quindici secondi di attenzione, a confondere lo stordimento con l'intrattenimento, la ripetizione breve con la cultura. E quando un'intera generazione cresce dentro questo ritmo, non perde solo la capacità di leggere un libro, perde proprio la capacità di pensarsi.

Qui non è una questione di "vecchio" contro nuovo. È una questione di struttura. 
Da anni diciamo queste cose, sembrava un punto condiviso. Poi però li abbiamo visti sbarcare lì uno per uno, anche quelli che giuravano "io lì non ci metterò mai piede", anche quelli che si vantavano di fare cultura. Siete quasi tutti lì, ormai
Intellettuali, divulgatori, gente che si professa attenta alla qualità del pensiero. Tutti lì, dentro lo stesso flusso che fino a ieri denunciavano. 
Alla fine han vinto loro e chi credeva di poterlo "usare diversamente" si è scoperto usato.

Alex Zanardi: un esempio di Volontà

Alex Zanardi è morto il 1° maggio. Lo stesso giorno di Senna, trentadue anni dopo.
Jung avrebbe parlato di sincronicità, quelle coincidenze che non spiegano nulla sul piano causale, eppure sembrano dire qualcosa. Come se due vite, in punti diversi del tempo, si chiudessero nello stesso istante perché legate da un filo che la ragione non vede ma l'anima riconosce.

Senna e Zanardi, due uomini che del rapporto col limite avevano fatto la propria forma. Il destino li ha uniti su quella data.

Zanardi non era un uomo senza cedimenti. Avrá avuto le sue notti, i suoi dubbi, i suoi momenti di buio, ma evidentemente aveva intuito che la volontà non è uno sforzo, è una direzione.
Lo sforzo si esaurisce. La direzione no.
Chi vive di sforzo cede prima o poi, perché lo sforzo è una guerra interna, e nessuno regge a lungo una guerra contro sé stesso. Chi invece ha trovato una direzione può anche cadere, piangere, dubitare, poi però si rialza e riprende il cammino, perché sa dove sta andando. È per questo che certi uomini, davanti a tragedie che ne piegherebbero dieci altri, riescono a non spezzarsi.
Zanardi era uno di quelli. 
Un uomo che sapeva sempre rimettersi a fare la cosa successiva.
Era altrove. Non in un altrove mistico, né consolatorio ma in quel punto esatto in cui un uomo smette di chiedersi "perché è successo a me" e semplicemente vive.
È una soglia che pochissimi attraversano, varcarla è molto dura, costa molto, costa smettere di tenersi stretto il proprio dolore come fosse l'ultima cosa che ci appartiene.
Zanardi quel dolore lo aveva lasciato andare, non una volta sola, ma ogni mattina.
Ora che se ne è andato resta lui, la sua vita, a indicare quella direzione a chi avrà occhi per vederla. Onore a lui.

RIP

Il solito primo maggio

La Festa del Lavoro sia innanzitutto una festa DAL lavoro. Il lavoro moderno — catena di profitto, strumento di sfruttamento, meccanismo di perpetuazione dello status quo tramite ricatto economico — non è emancipazione né realizzazione personale. 

Il culto del lavoro è la malattia della modernità. Peraltro è una festa ormai diventata finzione, sempre più negozi aperti, supermercati operativi, cassieri al banco e magazzinieri sui muletti il primo maggio. Non per necessità, ma perché il mercato non si ferma, perché il consumo non conosce giorni sacri. La retorica della festa del lavoratore si celebra mentre il lavoratore lavora. 

Nel frattempo sfilano i sindacati che, ricordiamo, avallarono il green pass, e sul palco del concertone si esibiscono "artisti" ogni anno più imbarazzanti. Una liturgia stanca, officiata da chi ha trasformato la tutela dei diritti in gestione del consenso. Come sempre rifiutiamo la retorica tossica del lavoro che nobilita. Celebriamo invece il tempo di qualità.