"Il trattato del ribelle" di Ernst Jünger

Affilato, lucido, rivoluzionario, estremamente potente, "Il trattato del ribelle" di Ernst Jünger rappresenta, senza dubbio alcuno, una perla d' inestimabile valore nel panorama letterario del secondo dopoguerra. Saggio socio politico di rara bellezza ed arguzia, il testo dell'autore tedesco, tra le più importanti ed articolate figure del novecento, spicca per la sua lucidità, per la lungimiranza, per il carattere, quasi profetico, che si respira in ogni pagina, estrinsecato magistralmente nella descrizione minuziosa del processo involutivo e di disgregazione in atto caratterizzante la cultura e la società. Schierata apertamente contro la massificazione e l'imbarbarimento dell'essere umano, che sfocierà di lì a poco nel consumismo più sfrenato, l'opera rappresenta un vero e proprio viaggio spirituale, profondo, promuovendo una "fuga responsabile" verso l'interiorizzazione e la consapevolezza, uniche vie reali per la "salvezza" e la preservazione dell'integrità tra le rovine del mondo moderno. Attraverso l'analisi della figura del "ribelle" e la nozione chiave del "passaggio al bosco", interpretato come percorso obbligato di rinascita per l'uomo, Jünger ci consegna un saggio sublime, raffinato, a tratti poetico, in palese contrapposizione al materialismo ed al trionfo soffocante della tecnica, in cui libertà e ribellione sono indissolubilmente legate, vive, pulsanti, tangibili. Una lettura affascinante, moderna, stilisticamente elegante, che invita a superare le proprie paure, i propri limiti, a mettersi alla prova giorno dopo giorno, abbandonando il sentiero " sicuro" e privo di "rischi" tracciato dalla maggioranza. Un invito alla resistenza nel quotidiano, una fonte inesauribile d'ispirazione, da riscoprire, oggi più che mai, per rifocillare l'animo e ritrovare squarci di luce nell'oscurità inquietante che avvolge, mestamente, il nostro tempo.

"Bisogna essere liberi per poterlo diventare, poiché la libertà è esistenza, è la voglia, sentita come destino, di realizzarla."




"La fattoria degli animali" di George Orwell

Scritto nel 1944, "La fattoria degli animali" di George Orwell, vide la luce in patria soltanto al termine del secondo conflitto mondiale, a causa della travagliata ricerca di un editore disposto a pubblicarlo. A tal proposito, l'autore scrisse un breve saggio intitolato "La libertà di stampa", proprio per mettere in risalto le difficoltà incontrate e denunciare i meccanismi di censura caratterizzanti l'Inghilterra dell'epoca. Il testo, veloce, pungente e scorrevole, narra le vicende di un gruppo di animali che, stanchi dei soprusi perpetrati ai loro danni dagli esseri umani, decidono di ribellarsi e di impossessarsi della fattoria dove vivono, dando il via ad una rivoluzionaria struttura di società, ad un nuovo ordine fondato sull'" uguaglianza". Ben presto, però, emerge tra loro una nuova classe di burocrati: i maiali. Essi, con furbizie e prepotenze, riusciranno ad imporre la loro autorità sugli altri animali. L'acuta satira orwelliana, incarnata da quest'opera, rappresenta un'aperta critica al comunismo ed allo stalinismo e, più in generale, a qualsiasi regime che, instauratosi dopo una rivolta, "tradisce" gli ideali originari. La geniale allegoria dello scrittore inglese descrive perciò l'infrangersi di un sogno, che si scontra con una dura realtà fatta di loschi interessi, brama di controllo e di ricchezza, tentazioni autoritarie, manipolazione, propaganda, ingenuità e cecità di chi presta il fianco ad ogni genere di nefandezza per convenienza o codardia. Orwell, quindi, ci regala un libro che fa della franchezza e dell'energia il suo vessillo, di facile comprensione, amaro, disincantato, lungimirante, dissacrante, scevro da melliflua retorica, ricco di spunti di riflessione ed insegnamenti. Un affresco impietoso della natura umana, della sua cupidigia, della sua sete eccessiva di potere e sopraffazione, che rappresenta, senza dubbio alcuno, una delle pietre miliari della letteratura del Novecento.

" Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri"




"Cecità" di José Saramago

Duro, disincantato, feroce e crudo, "Cecità", dello scrittore portoghese José Saramago, più che un romanzo, rappresenta un vero e proprio "trattato" sulla natura umana. Pubblicato nel 1995, l'opera, ambientata in un tempo ed un luogo imprecisati, narra la diffusione di una misteriosa epidemia che rende cieca la popolazione. Per non infettare chi ancora non è stato colpito dal terribile morbo, i ciechi sono rinchiusi in un ex manicomio, ma quando il contagio diviene irrefrenabile, vengono abbandonati, senza pietà, a loro stessi. È qui, in questa condizione estrema, in questi bassifondi fisici e spirituali, che l'uomo rivela tutta la sua bestialità, dando sfogo ad ogni genere di violenza ed ai suoi istinti primordiali. Caratterizzato da uno stile essenziale, depurato dal superfluo, il testo si estrinseca in dialoghi lunghi, privi di punti e virgolette, atti ad evidenziare il caos ed il disordine in cui i protagonisti, rigorosamente anonimi, si muovono. La drammatica successione degli eventi descritta dall'autore con dovizia di particolari, il climax emozionale, i ritmi serrati, l'ambientazione, i meccanismi innescati dall'insorgere dell'epidemia, lasciano il lettore disorientato, senza fiato, immergendolo in uno scenario inquietante, irrazionale, violento, teatro di cupe vicende ed animalesche reazioni. Saramago, dunque, ci dona un romanzo forte, un affresco d'inestimabile valore, che mette al centro l'uomo, il suo abbrutimento, la sete di potere, la sopraffazione, l'egoismo, lasciando solo nel finale uno spiraglio di purificazione e salvezza.  Un libro che rappresenta una vera e propria denuncia delle scelleratezze umane, della letargia della ragione e del buonsenso. Pagine aspre che incarnano con veemenza un monito deciso, perentorio, senza mezzi termini, contro la folle guerra del "tutti contro tutti" a cui assistiamo, spesso inermi e passivi, nei nostri giorni. 

"Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che, pur vedendo, non vedono.»