La regola suprema del diritto – G.Leibniz

La regola suprema del diritto é: ciò che è utile alla comunità questo va fatto. Se non che ciò che, in sè e per sè, sarebbe utile alla comunità, per accidente può essere dannoso, perchè comporta un troppo grande rivolgimento od un’eccessiva fatica.

I beni ed i mali si devono ripartire tra gli uomini in modo che ne nasca il minimo male e il massimo bene comune; allo stesso modo che le piante vanno di preferenza collocate in quel terreno in cui fruttificano di più, e le immondizie nelle località più sterili.

Il bene comune é valutato facendo un’unica somma dei beni dei singoli. Pertanto il massimo bene comune consiste nella massima quantità e grandezza di beni che possano toccare ai singoli. I beni sono o necessari od utili. Dico necessari quei beni che si richiedono perché l’animo possa esser tranquillo; mancando i quali, cioé, noi soffriamo. Gli altri, di cui facilmente facciamo a meno, possono chiamarsi utili. I necessari sono incomparabilmente più importanti che gli utili, e per essi si deve cercare piuttosto che molti ne posseggano a sufficienza, piuttosto che pochi in sovrabbondanza. Gli utili, invece, si deve far si che siano posseduti da pochi soggetti in maniera eminente, piuttosto che da molti in misura mediocre.

In primo luogo si deve far sì che tutti i cittadini siano quanto più possibile soddisfatti e tranquilli nell’animo. (Se trattassi di politica, direi che in primo luogo si deve curare che siano contenti i reggitori, ed i cittadini ben disposti verso lo Stato; e mostrerei che, a questo scopo, occorre far sì che questi ultimi siano soddisfatti. Ma qui tratto della utilità pubblica non in vista dei governanti, bensi per se stessa). L’esser di animo tranquillo é dunque, dicevamo, un bene necessario, senza il quale saremmo infelici.

In secondo luogo si deve far sì che i cittadini tutti siano moderati, capaci cioé di dominare le loro passioni. Diversamente, infatti, non rimarranno contenti a lungo: poiché chi é preda delle passioni, per un nulla può perdere la calma. La moderazione invece fa sì che la tranquillità sia durevole.

In terzo luogo, si deve far sì che tutti i cittadini siano prudenti. Possono bensì gli uomini essere tranquilli e moderati quand’anche non siano prudenti: ma il risultato, allora, dipende dal caso. Invece la prudenza pone la tranquillità futura maggiormente in nostro potere. Parlo qui d'una prudenza quale può trovarsi anche in un villano che curi bene gli affari della propria famiglia.

In quarto luogo, si curi che i cittadini siano animati verso il bene comune dalle migliori disposizioni: che cioé siano buoni, capaci anche di sopportare volentieri un male per evitare che molti altri siano colpiti da completa rovina.

Quinta; che siano pii. Pii chiamo coloro che credono nella provvidenza, e nutrono nel profondo la convinzione che l’ordine universale delle cose sia tale da apportar bene ai buoni (cioé ai bene intenzionati verso il bene comune), e male ai cattivi.

Sesto, che i cittadini amino ed onorino i governanti, che cioè ne riconoscano il valore ed il potere.

Settimo, che siano tra loro amici: amici sono coloro che congiunge un amore palese e vicendevole.

Ottavo, che siano esperti di molte cose: pertanto si dovrà cercare di far sì che le arti tenute segrete dagli stranieri giungano a conoscenza dei nostri.

Nona, che siano ben fatti di corpo, agili ed insieme robusti: quelle cose, infatti, che l’animo ha deliberato, tocca al corpo eseguirle. Quanto ad un piacevole aspetto, molto potere esso ha sull'animo della gente.

Decima, che i cittadini siano esercitati ad ogni virtù dell’animo e del corpo: l’esercizio fa sì che, in caso di bisogno, si possa far pronto assegnamento sulle proprie capacità.

Undicesimo, che dispongano dei mezzi necessari alla vita, poiché la miseria rende gli uomini infelici e malvagi.

Dodicesimo, che tutti dispongano degli strumenti per bene operare, ossia per estrinsecare quelle doti del corpo e dell'animo che possono riuscire utili alla comunità.

Tutti questi precetti possono essere così riassunti: fare in modo che gli uomini siano prudenti, virtuosi e ampiamente dotati di mezzi, ovvero che sappiano, vogliano e possano compiere opere ottime.


Eurasiatismo, una soluzione valida?

Davanti alla prospettiva di una completa americanizzazione sociale, culturale, economica e militare del globo da parte degli Stati Uniti D’America, diventa indispensabile un risveglio di coscienza da parte dei popoli che abitano l’ Europa e l’Asia. Un blocco continentale eurasiatico, libero, unito, pur mantenendo e conservando le singole identità, seguendo l’esempio degli antichi imperi, potrebbe diventare una valida e potente alternativa al fallimentare modello americanocentrico.
 
Il principale ideatore dell’Eurasiatismo moderno è Aleksandr Dugin, il quale ha recuperato l'eurasiatismo russo degli anni ’20, attraverso un profondo studio della geopolitica attuale.
Così come A.Soral, J.Thriart e A. de Benoist, egli considera obsoleta la dicotomia tra sinistra e destra dal momento che ciò che conta oggi è la scelta tra conformismo o resistenza allo scenario citato. Assieme a lui, 
altri nomi come C. Mutti e C. Bouchet sono parte fondamentale dell’idea Eurasiatista.

La Quarta Idea Politica di Dugin travalica i vecchi e obsoleti canoni democratici di destra e sinistra, figli della rivoluzione francese; travalica le vecchie e inesistenti ideologie di comunismo, liberalismo e fascismo.
Siamo nella post-modernita’, il mondo moderno e’ finito e combattere ancora con vecche ideologie e’ nel migliori dei casi utopico oltre che dannoso. Oggi sono solo i grandi spazi che contano e una compattezza politica eurasiatista vorrebbe dire la fine dell’unico vero grande problema attuale: l’usurocrazia finanziaria. Tale compattezza non vuol dire affatto “melting-pot” culturale e sociale o ecumenismo come qualcuno critica, bensì alleanza tra forze Tradizionali per un mondo nel quale il principio fondante non sia l’economia basata sul nulla e il mercato, ma l’essere umano, inteso come essere fatto di spirito, psiche e materia; inteso nella sua piu’ profonda accezione. Se si dimentica ciò si finisce a livelli subumani in cui gli unici principi validi divengono la prevaricazione ed il profitto.
In Dugin vi è una visione metapolitica, spirituale e tradizionale nell’ottica di riportare la sociologia e la politica nella loro vera dimensione: una dimensione trascendente. 
L’ Eurasiatismo è un'alleanza di diverse tradizioni, religioni, culture, che uniti devono costruire un modo diverso di fare economia e politica. L’economia e la politica vengono viste come lo specchio di un mondo superiore, in modo platonico. Solo con un modo trascendentale di pensare è possibile recuperare l'umanità di una società equa, giusta ed equilibrata. 
Se l’uomo riesce a trovare e ristabilire un equilibrio sulla terra, di conseguenza riesce anche a trovare e ristabilire un contatto con il sacro, il trascendente e l’Assoluto; e viceversa. 
Altro aspetto importante è poi la trasversalità del pensiero di Dugin; la proposta di una unione geografica (Eurasia), politica (l'abbandono dei vecchi e datati schemi ottocenteschi di destra-sinistra) e religioso-culturale (l'appello alle forme religiose attuali, per esempio all' Islam iraniano, Siriano o di Hezbollah o al Cristianesimo Ortodosso, i quali in buona parte combattono contro ateismo, modernismo, individualismo e capitalismo), fanno dell'Eurasiatismo una visione interessante per i nostri tempi.
Per diversi tipi di ragioni fascismo e comunismo non sono riusciti a combattere il capitalismo ed il liberalismo occidentale, l’ Eurasiatismo oggi propone un’alterntiva. 

“La quarta teoria politica combatte per la causa di tutte le persone, ma non è fatta per le persone. È una chiamata all'élite intellettuale di tutte le società umane, e rifiuta l'egemonia in tutti i suoi sensi (filosofico, sociale e politico). Questa volta dobbiamo aiutare le persone. "– A. Dugin. 

La Quarta Teoria Politica non è per tutti. Oggi più che mai le masse hanno bisogno di essere indirizzate su strade che perlomeno garantiscano diritti sociali e principi conformi alla natura e allo spirito.
Un società sana dovrebbe distruggere divinità come il denaro, il mercato, il profitto e le false appartenenze come il calcio o la politica partitocratica per cercare di sublimare la massa e farla identificare in qualcosa di superiore, eroico e appagante sia per il singolo che per la collettivita’.
La visione eurasiatista è dunque un appello agli intellettuali, alle elites e ai governi poiché le rivoluzioni sono sempre state fatte da poche persone.

In ottica geopolitica, è evidente che la situazione europea futura dipenderà molto dalle scelte di Russia e Cina e ovviamente dai governanti europei, i quali, una volta per tutte, dovranno decidere se continuare ad essere pedine del sistema atlantista, o pensare agli interessi dei popoli europei e opporsi al mondo demo-liberal capitalista. L’ Iran e la Siria saranno il nodo cruciale di tutta la situazione. 
Per quanto riguarda l’Italia, è uno dei paesi messi peggio. È una colonia americana dal 1945 e tale continua ad essere. Da tempo le banche e il grosso capitale sono scesi direttamente in campo, hanno gettato la maschera e si sono rivelati per quello che sono: usurocrati con un unico dio: Il Profitto.




I conflitti tra religione e scienza - A.Coomaraswamy

I cosiddetti conflitti tra religione e scienza derivano per la maggior parte da reciproca incomprensione dei rispettivi termini e sfere d'azione. Cominciando da queste ultime: l'una si interessa al perché delle cose, l'altra al come; l'una a cose impalpabili, l'altra a cose che possono essere misurate, sia direttamente sia indirettamente. Ma più importante è la questione dei termini. A prima vista, l'idea di una creazione completa "fin dall'inizio" sembra opporsi alla origine -constatata - delle specie in tempi successivi. Ma "en archè", "in principio", non significa soltanto "all'inizio" in senso temporale, bensì anche "in principio", cioè in una sorgente ultima, logicamente più che cronologicamente precedente a tutte le cause seconde, né anteriore né posteriore al supposto inizio del loro operare. Come dice Dante, "né prima né poscia procedette / lo discorrer di Dio sovra quest' acque" ; o, come dice Filone: "In quel tempo, tutte le cose furono presenti in maniera simultanea.... ma lo scrittore fu costretto a esprimersi con passaggi successivi a causa del loro susseguente generarsi l'una dall'altra"; e Behmen: "Si ebbe un inizio senza fine". Come dice Aristotele, "le cose eterne non sono nel tempo". L'esistenza di Dio, perciò, è l' "ora", l'eterno "ora" che separa la durata passata da quella futura ma che durata non è, neppur breve. Perciò, come dice Meister Eckhart, "Dio crea il mondo tutto intero "ora", in questo istante". Inoltre, non passa tempo, neppur breve, senza che ogni cosa sia cambiata; "pánta rei", "tu non puoi bagnare il tuo piede due volte nella stessa acqua". Cosicché, anche secondo Jalalu'd-Din Rumi, "a ogni istante tu muori e resusciti... Maometto ha detto che questo mondo non è che un attimo... A ogni istante il mondo è rinnovato, la vita arriva sempre nuova, come l'acqua del ruscello... L'inizio, che è pensiero, si realizza nell'azione; sappi che in questa guisa fu la costruzione del mondo nell'eternità". A questo punto lo studioso della natura non ha obiezioni da sollevare; egli può certo precisare che il suo interesse si limita all'operare delle cause mediate, senza arrivare a porsi la questione di una causa prima o a domandarsi che cosa sia la vita; ma ciò equivale semplicemente a definire il campo che si è scelto: l' "Ego" è il solo contenuto del "Se stesso" che si possa conoscere oggettivamente, e perciò egli sceglie di considerare soltanto l' "Ego": il suo interesse si limita al comportamento. L'osservazione empirica si svolge sempre su entità che mutano, cioè su entità individuali o gruppi di entità individuali, delle quali – tutti i filosofi ne concordano - non si può dire che "sono" ma solamente che "diventano" e si "evolvono". Il fisiologo, per esempio, prende in esame il corpo; lo psicologo lo spirito o la personalità. Quest' ultimo è perfettamente consapevole che la fissità della personalità è solo un postulato, conveniente e perfino necessario ai fini della pratica, ma intellettualmente insostenibile; e a questo riguardo egli è perfettamente in linea con il buddismo, il quale non cessa di sottolineare che il corpo e l'anima - compositi e mutevoli, e perciò del tutto mortali - "non sono il mio Io" né la Realtà che deve essere conosciuta se vogliamo "diventare ciò che siamo". Anche sant'Agostino lo rileva: chi ha visto che corpo e anima sono entrambi mutevoli è partito alla ricerca di ciò che mutevole non è, e ha finito col trovare Dio, quell'Uno del quale le "Upanishad" affermano: "Quello sei tu". La teologia perciò, coincidendo in questo con l'autologia, prescinde da tutto ciò che è emozionale per considerare soltanto ciò che non cambia: "Mutazione e decadimento in tutto ciò che vedo intorno a me, o Tu che non muti!". La teologia trova l'immutabile in quell'eterno "ora" che sempre separa il passato dal futuro e senza il quale questi due termini accoppiati non avrebbero significato alcuno, così come lo spazio non avrebbe significato se non esistesse il punto che distingue il "qui" dal "là". Istante senza durata, punto senza estensione: ecco la Sezione Aurea, l'inconcepibile Via Stretta che conduce fuori del tempo e introduce nell'eternità, dalla morte all'immortalità. La nostra esperienza della "vita" è un divenire, un'evoluzione: ma "che cosa" si evolve? Evoluzione significa reincarnazione, morte di uno e rinascita di un altro in istantanea continuità; "chi" si reincarna? La metafisica prescinde dalla proposizione animistica di Cartesio: "Cogito ergo sum", per enunciare: "Cogito ergo est"; e alla domanda: "Quid est?", risponde che questa è domanda impropria, perché il suo soggetto non è una entità fra le altre ma la "quiddità" o essenza di queste entità e di tutte quelle che esse non sono. La reincarnazione - intesa comunemente come ritorno di anime individuali in altri corpi qui sulla terra - non è una dottrina indiana ortodossa ma soltanto una credenza popolare. Così, per esempio, come rileva B.C. Law, "è ovvio che un pensatore buddista rifugga dall'idea del passaggio di un "ego" da una incarnazione all'altra". Noi ci allineiamo con Shri Shankaracarya quando afferma: "In verità, all'infuori del Signore, non v'è alcun altro che trasmigri", quel Signore che è trascendentalmente se stesso e nello stesso tempo il Se stesso immanente di tutti gli esseri, senza mai divenire qualcuno Egli stesso. (In appoggio a questa affermazione si potrebbero citare molti testi autorevoli dai "Veda" e dalle "Upanishad".) Quando perciò sentiamo Shri Krishna dire ad Arjuna, e il Buddha ai suoi Mendicanti: "Lunga è la via che abbiamo percorso, e molte sono le nascite che tu e io abbiamo conosciuto", non dobbiamo pensare a una pluralità di essenze ma all'Uomo Universale che è in ciascun uomo; quest'Uomo Universale nella maggior parte degli individui ha perso di vista se stesso, ma nei risvegliati ha raggiunto il termine del cammino, e avendo provato a sufficienza tutto ciò che muta, non è più del tempo, non è più qualcuno, non è più uno cui ci si possa rivolgere chiamandolo per nome. Il Signore è l'unico trasmigrante. Questo sei tu: il vero Uomo in ogni uomo. Così dice Blake: "L'uomo guarda all'albero, all'erba, al pesce, alla bestia, raccogliendo le parti sparpagliate del suo corpo immortale... Dovunque cresce un'erba e spunta una foglia, si scorge, si ode, si percepisce l'Uomo Eterno, con tutte le sue sofferenze, finché egli ritrovi la sua antica beatitudine"; Manikka Vachagar: "Erba, arbusto ero io, bruco, albero, tutto un miscuglio di bestia, uccello, serpente, pietra, uomo, demonio... Nato in ogni specie, Gran Signore! in questo giorno ho meritato la mia liberazione" ; Ovidio:" Lo spirito vaga, gira di qui e di là, e occupa qualunque spazio gli piaccia. Dagli animali passa ai corpi umani, e dai nostri corpi nelle bestie, senza mai esaurirsi"; Taliessin: "Io ero sotto molte forme diverse prima che fossi disincantato: ero l'eroe in difficoltà, sono vecchio e sono giovane ";Empedocle:" Prima d'ora io sono nato ragazzo e fanciulla, cespuglio e uccello, e pesce muto che guizza fuori del mare";

Jalalu'd-Din Rumi: "Dapprima egli venne dal regno dell'inorganico, dimorò per lunghi anni nello stato vegetale, passò alla condizione animale, poi di qui all'umanità: da questa, resta da compiere ancora un'altra migrazione"; "Aitareya Aranyaka": "Colui che sempre più chiaramente conosce l'Io è sempre più manifestato. In tutte le piante e alberi e animali che esistono egli ravvisa l'Io sempre più chiaramente manifestato. Nelle piante e negli alberi infatti, si vede soltanto il plasma, ma negli animali si ravvisa l'intelligenza. In essi l'Io si fa sempre più evidente. Nell'uomo, poi, l'Io è ancor più evidente perché egli è più dotato di previdenza, esprime ciò di cui è venuto a conoscenza, vede ciò di cui è venuto a conoscenza, egli conosce il domani, sa che cosa è e che cosa non è mondano, e attraverso il mortale persegue l'immortale. Quanto agli altri, cioè agli animali, fame e sete sono il grado della loro discriminazione".

Riassumendo con le parole di Faridu'd-Din 'Attar: "Pellegrino pellegrinaggio e strada, altro non era il mio Io verso Me stesso". Questa è la dottrina tradizionale della "reincarnazione", non nel senso popolare e animistico, ma intesa come trasmigrazione ed evoluzione della "Natura sempre feconda"; un simile concetto di trasmigrazione non è affatto in conflitto né esclude la realtà del processo di evoluzione quale è previsto dai moderni studiosi della natura. Al contrario, è precisamente la conclusione cui perviene per esempio Erwin Schrödinger nelle sue indagini sull'ereditarietà. Nel capitolo conclusivo, "Determinismo e volontà libera", del suo libro "What is life?" egli afferma: "La sola conclusione possibile... è che Io nel significato più vasto del termine - cioè intendendo con 'Io ogni spirito consapevole che non abbia mai detto o sentito 'Io' – sono la persona, se questa esiste, che controlla 'il movimento degli atomi 'conforme alle Leggi della Natura... 'Coscienza' è parola singolare, della quale non si conosce il plurale". Lo Schrödinger sa perfettamente che questa è la concezione enunciata nelle "Upanishad", e più succintamente nelle formule: "Quello sei tu... all'infuori del Quale non è altri che vada, oda, pensi o agisca". Cito lo Schrödinger non perché io ritengo che la verità delle dottrine tradizionali possa essere provata con metodi di laboratorio, ma perché la sua posizione illustra molto bene il punto principale della mia esposizione, cioè che tra scienza e religione non esiste conflitto inevitabile ma solo la possibilità di confondere i campi rispettivi; trovo inoltre la conferma che per l'uomo che ha realizzato l'integrazione dell' "Ego" con il Sé non esiste barriera insormontabile tra il campo della scienza e quello della religione. Lo scienziato che studia la natura e il metafisico possono coesistere nella stessa persona, senza bisogno di tradire da una parte l'obiettività scientifica e dall'altra i principi.


Tratto da “Sapienza orientale e cultura occidentale” di Ananda K. Coomaraswamy (Edizioni Lindau) 




Melancholia: la fine di un mondo

 « L'arte ha il dovere sociale di dare sfogo alle angosce della propria epoca. Un'artista che non ha accolto nel fondo del suo cuore il cuore della propria epoca, l'artista che ignora d'essere un capro espiatorio, e che il suo dovere è di calamitare, di attirare, di far ricadere su di sé le collere erranti dell'epoca per scaricarla del suo malessere psicologico, non è un artista » (A. Artaud)

Un pianeta blu sta per entrare in collisione con la Terra, nel frattempo una donna sta per sposarsi.  Il corpo celeste si avvicinerà al cosmo di pari passo con lo sprofondare nella depressione e nella paranoia della protagonista..

Il prologo è di una bellezza estetica disarmante, grazie ad un uso magistrale del ralenti e ad una fotografia sublime e avvolgente, dai contrasti di luce forti e coerenti col tema decadente. Già dopo questo incipit si potrebbe esser soddisfatti e interrompere la visione: sequenze maestose con collisione allegorica finale assolutamente da brividi. L'uso della camera a mano è come sempre appropriata per trasmettere tensione, dinamismo e realismo a sostegno delle atmosfere apocalittiche.

La settima arte espressa da Von Trier combina una realtà caotica e senza speranza a momenti di illuminazione e superiore lucidità. Nel suo cinema si coglie quasi il balneare di certezze più elevate fra caos estremi e percezioni magiche di una realtà delle cose esistenti nella loro essenza e purità, creando così una sorta di trance allo spettatore.

In mezzo allo sconquasso e alle situazioni più assurde agisce una tendenza confusa verso una comprensione esistenziale dell' irrilevanza dei tempi. E non importa che questa irrilevanza sia percepita dalla protagonista con la banalissima affermazione "il mondo è cattivo", perché è l'essenza quella che conta e Justine si trascina dietro (splendida la metafora della lana) l'impotenza della fine di un' epoca.

Nel film ruotano vari personaggi, tutti ovviamente funzionali alla riuscita dell'opera, e la festa di matrimonio iniziale è l'occasione giusta per presentarceli uno ad uno nella loro imbarazzante miseria interiore.

Tra i principali ne citiamo tre.

- Claire (una Gainsbourg sempre splendida), la sorella di Justine che ne recepisce il malessere esistenziale ma preferisce starsene nel suo limbo di certezze provvisorie sino a quando non verrà messa di fronte alla realtà dei fatti che provocheranno in lei una situazione di inevitabile nevrosi e paura.

- Lo sposo di Justine, un uomo buono, semplice che non è in grado però di percepire l'inutilità di una vita preconfezionata e mascherata, preferendo costruirsi mentalmente un futuro idilliaco fatto di progetti familiari di ogni tipo.

- Il marito di Claire, un ricco borghese avido e codardo (la sua morte è la sua fotografia) che vive percependo solamente materia affidandosi ciecamente all'unico tipo di conoscenza che la triste società occidentale gli ha messo a disposizione: la scienza.

Oltre a questi da menzionare anche altre figure come l'ambigua antiborghese mamma di Justine, il suo buffo datore di lavoro, il dipendente di quest'ultimo e la società borghese in generale col suo gioco dei fagioli..

Quest'ultima rappresentazione par essere un sincero augurio di morte e dissolvenza all'umanità intera imborghesita e non più meritevole di vivere.

Il film scorre in maniera flemmatica e cadenzata, colmo di metafore di ogni tipo(splendida quella di Justine nuda sotto le irradiazioni di Melancholia), accompagnato dal Tristano di Wagner e si conclude con un apocalisse annunciata.

Lars Von Trier è una preziosa espressione dei nostri tempi.



Questo Mondo Non Basta

Alla fine degli anni novanta uscì un film di fantascienza dal titolo enigmatico: Gattaca.
Recentemente ho scoperto che questa parola è stata inventata mettendo insieme le iniziali dei nomi delle basi chimiche del DNA. Una scelta non casuale. In Gattaca, infatti, tutto è genetica. La società è divisa in due caste separate, quella dei soggetti modificati geneticamente e quella degli individui concepiti con il vecchio metodo naturale. La società vuole un corredo genetico impeccabile. Una scelta economica: le aziende selezionano il personale in base al DNA, all’intelligenza programmata geneticamente, alla bellezza scelta geneticamente, alla salute garantita geneticamente. Gli imperfetti, i cosiddetti “non validi”, sono un intralcio, un peso, un evitabile costo per la collettività. Per questa ragione possono occupare solamente i ranghi inferiori della società e svolgere lavori umili. Ogni prospettiva sociale, professionale, umana è loro negata in partenza.
Vincent è un non valido. I suoi genitori Io hanno concepito seguendo il vecchio metodo naturale. Dalla nascita, a Vincent è stata diagnosticata una malattia cardiaca ereditaria e la sua aspettativa di vita è inferiore a trent’anni. Cosi, quando i suoi genitori decidono di avere un secondo figlio, scelgono di averne uno valido, uno con il corredo genetico perfetto, selezionato, modificato. Vincent, fin da piccolo, cresce con un sogno: diventare astronauta. In questa società, però, è un sogno irrealizzabile. Ma Vincent, crescendo, non si dà per vinto. Vuole sfidare l’impossibile. Vuole entrare a Gattaca, l’ente aerospaziale. Una follia. Si prepara alla perfezione per l’esame di ammissione, si allena fisicamente, trova il modo di ingannare i controlli sul DNA. In una società dominata dalla genetica, quello che corre Vincent é il rischio più grande. Ma un sogno vale tutto.
Ad un certo punto del film, Vincent sfida il fratello in una drammatica gara di nuoto in mare aperto. Come faceva da bambino. Questa volta, però, vuole affrontare una gara di resistenza. Fino alla fine, fino allo sfinimento. Il suo fisico non può sopportare uno sforzo di questo genere. Il suo cuore non può reggere. E’ una certezza: i computer, i modelli di calcolo, le analisi e i genetisti hanno già  emesso la loro sentenza. Vincent deve morire entro i trent’anni oppure può abbreviare ulteriormente la sua vita, suicidandosi con uno sforzo fisico così prolungato. Ma Vincent nuota. Nuota e nuota ancora. Una bracciata, un’altra e ancora un’altra. Non si ferma più. Supera il fratello perfetto e lo batte. Quasi lo uccide di fatica. Il cuore di Vincent, invece, quello malato, quello che non serve a niente, non si è fermato. E’ andato oltre. Gattaca non è solo un film sulla futura umanità, quella della genetica su ordinazione. Genetica da catalogo. Figli comprati al supermarket. E’ la storia di una forza che può superare ogni limite di comprensione. La vera forza dell’uomo.
Non può esistere medico o scienziato su questa terra in grado di spiegarla. Nessuno può negarla. Gattaca è un film sulla forza di volontà. Sul superamento di sé. Su quello che non possiamo capire. Su quello che delle previsioni e delle certezze fa carta straccia. Su quello che distingue gli uomini dagli incompiuti.
La forza di volontà. Una questione di testa e cuore. Lacrime e buon umore. E’ il Memento Audere Semper (Ricorda di osare sempre) di Gabriele D’Annunzio. Quello dei MAS. E’ fatica, ostacoli da superare, muri da abbattere, sacrificio, sangue e sudore. E’ il terrificante uppercut di Primo Carnera alla conquista del titolo del mondo o l’ultimo incontro della carriera di Paolo Vidoz. E’ il sorriso di mio nonno in sella a un sidecar nel deserto, in attesa di preparare le tavole di tiro nella stessa tenda di Rommel e di conquistare a colpi di artiglieria le bottiglie di Johnnie Walker. E’ l’ avanguardismo sedicenne dell’eroe fanciullo, di Sergio Bresciani. E’ il caricat delle Voloire a sciabola sguainata tra le sabbie infuocate del deserto o le infinite distese di ghiaccio del fronte dell’est. E’ il calcio in culo tirato all’invasore dai nostri ragazzi del Piave, quelli della grappa buona, del tabacco nostrano e dei baffoni all’insù. E’ lo slancio verso le baionette di chi il Risorgimento lo ha fatto pensando a Garibaldi e alla bandiera, non conoscendo il significato della parola “politica” e, forse, nemmeno la lingua del fratello che stava combattendo al suo fianco. E’ il ventre spaccato e la testa tagliata dalla Seki no Magoroku di Yukio Mishima. E’ il sorriso di Sergio Ramelli e la perseveranza, l’impegno e la continuità di chi lo ha seguito. E’ la rinuncia ai riflettori e alle feste di Brigitte Bardot e il suo modo, semplice, di invecchiare. E’ il gruppo di ragazzi di Ardito Desio, quelli che si sono aggrappati disperatamente alle pareti assassine del K2 per piantarci un tricolore. E l‘amore grande di Evita Peron. E’ il tuono dei cacerolazos. E’ lo sguardo chiaro e infinito del comandante Massud…
Dove sono gli altri? Quelli del sarcasmo, dell’ironia usata per nascondere le paure, dei fiumi di parole che misurano proporzionalmente la vigliaccheria. Quelli che non ci provano nemmeno e che nascondono la loro inadeguatezza, denigrando con sufficienza e aria di superiorità chi sa comportarsi da uomo… di là, dalla loro parte, si sente solo, chiaro e forte, il raglio di somaro!
Lo so, il mondo, questo mondo è roba loro. Ma proprio per questo, gli uomini che hanno deciso di vivere diversamente, quelli della volontà che spinge nel fuoco o tra il ferro delle baionette, quelli che conoscono solo una direzione, avanti, quelli che non si fanno spaventare dai raggi accecanti del sole, non conoscono confini, spazi e tempo. Sono già andati oltre. Come al loro solito, avanti.
E’ il ruggito della belva. L‘assalto del leone. La schiena sempre dritta… Per loro, grandezza, esempio e slancio, questo mondo non basta!

Federico G. Skoll 



Decadenza e redenzione nel cinema di Inarritu

 In Biutiful Inarritu ci trascina nei gironi danteschi di una Barcellona cupa e desolata, tra sentieri colmi di dolore, sopraffazione e disperazione.

Ci fa respirare un'atmosfera intensa ed indigesta sin dalle prime inquadrature.

Il messicano, al suo quarto film, decide di abbandonare la narrazione ad intreccio, eliminando così salti temporali e sovrapposizioni, scegliendo invece la linearità e dedicandosi interamente ad un unico personaggio.

Biutiful ha la rara dote di mostrare una storia di degrado in maniera viva e lucida, ma aldilà degli aspetti tecnici, il soggetto che rende il film strepitoso è Javier Bardem, che dona anima e corpo ad Uxbal, un personaggio complesso e sofferente.

Un uomo che ci viene subito presentato nel suo dramma interiore: un cancro aggressivo alla prostata gli concede soltanto due mesi di vita.

Il lavoro di Inarritu è dunque subito esplicito divenendo un lungo percorso di redenzione di un uomo colmo di contraddizioni.

La regia segue gli intenti, è portentosa e mai invadente, essa è priva di virtuosismi e descrive alla perfezione la decadenza dell’uomo metropolitano.

Uxbal è padre di due figli, Ana e Mateo, che ama profondamente, ed una ex moglie (una intensissima Maricel Alvarez) afflitta da depressione.

Egli è un personaggio multiforme, si trascina per i quartieri sporchi di Barcellona tra traffici illegali e spiritismo, la sua malattia è un universo di paure che gli esplode nel cervello, una febbre intollerabile.

Ogni attimo è per lui un occasione di accettazione del suo strano destino e di immersione totale nella realtà, ma il presente è fatto di sopraffazioni, di rottami, di tristezze debilitanti, di nostalgie indefinite, di frammenti e sentimenti contrastanti: è caos, ad Uxbal manca la terra sotto i piedi ed una riconciliazione con chicchessia diviene per lui un impresa.

La città vecchia (come la chiamerebbe De Andrè) in cui si dimena è totalmente indifferente alla sofferenza umana, non vi è possibilità di dominarne gli sguardi, il fato sembra indicare una propensione alla guerra e all'odio che rende insostenibile tutto il resto, egli cerca di rimanere in piedi tra le rovine, provando ad accettare suo malgrado l'idea di una fine prematura (" non aggrapparsi alla vita come fa la gente sciocca"). Osserva questa sua inquietudine della morte in profondità ed a poco a poco riesce ad uscire dalla forma, dal corpo, fino ad esplorarla dal di fuori.
E così che anche la paura si dissolve, ed egli, tramite un sogno in cui fuma una sigaretta insieme al padre mai conosciuto, comprende con un dolce sorriso di essere vita eterna.

Sulla strada della redenzione, la sua via diviene inevitabilmente luminosa.

"Il malato? Un metafisico suo malgrado." (E.Cioran)



La Repubblica di Platone – A.Romualdi

La Repubblica (il termine latinizzante con cui si traduce il greco Politéia, che meglio si potrebbe rendere con la parola Stato) occupa un posto a sé tra le opere platoniche. Essa non é un semplice trattato politico nel senso ristretto che noi oggi possiamo dare a questa espressione, ma un vasto, ardito colpo d’occhio sulle prospettive celesti e terrestri, umane e divine. Il problema della giustizia, che nel secondo libro si dilata a problema dello Stato, e cioè della giustizia in terra, diventa nella mitica atmosfera della conclusione il problema stesso dell’anima negli spazi siderali dove si compie il ciclo eterno delle morti e delle reincarnazioni. L’ordine, ossia la manifestazione della giustizia, ci si rivela nei suoi tre aspetti individuale, sociale e cosmico. E’ stato scritto giustamente che Platone in un certo qual modo ha scritto sempre la Repubblica, non ha mai cessato di scrivere la Repubblica. E’ chiaro infatti che il problema dell’ordine, del giusto rango da attribuire ai valori sta alla base di tutti gli altri specifici problemi. La trattazione del problema dello Stato prende le mosse da una conversazione tenuta al Pireo in casa del vecchio e ricco Cefalo, il padre dell’oratore Lisia. Sono presenti Socrate, i due fratelli di Platone Glaucone ed Adimanto e il sofista Trasimaco. Incomincia l’immaginaria fondazione dello Stato. Gli esponenti di tutti i mestieri sono chiamati nella città ideale per provvederla di tutte le comodità. Operai, agricoltori, artigiani, ciascuno esperto nel proprio, particolare lavoro, devono dare la propria opera per garantire il benessere dei cittadini. E’ cosi individuata la prima funzione, cioè il sostentamento materiale. Ma una città non ha bisogno soltanto di produttori di benessere. Essa richiede anche dei difensori armati. Incomincia cosi la trattazione delle caratteristiche della seconda classe funzionale, l’élite dei guardiani (fylakes) che si protrae per alcuni libri. Essi vivranno in un rigido regime di proprietà comunistica, Simili in ciò ai membri di un ordine monastico. Un particolare sistema di procreazione di Stato farà sì che essi ignorino l’identità dei loro genitori e che vivano insieme come tanti fratelli. Anche le donne, parificate nei diritti, potranno far parte dell’élite militare. All’interno di questa élite saranno scelti i filosofi, destinati alla direzione suprema dello Stato. Ma, una volta fondato lo stato dividendolo tra produttori, guerrieri e filosofi ed edificatane le fondamenta sulle tre virtù rispettive, temperanza, coraggio e sapienza, dove si troverà la giustizia? Essa consiste proprio in questo, nell’ordine complessivo delle tre virtù all’interno dell‘anima  umana e delle tre caste all’interno dello Stato. E’ giusto quell’uomo, quello Stato, dove ciò che è superiore, il principio intellettuale ed eroico, si impone a ciò che e inferiore, la sfera degli istinti e degli appetiti. La vera giustizia sociale si realizza quando a ciascuno viene dato il suo e quando ogni cittadino sta al suo posto senza lamentarsi. Platone chiama lo Stato ottimo che ha fondato aristocrazia, ossia, letteralmente, il governo dei migliori. Tutte le altre forme politiche si presentano come degenerazioni della città ideale. La prima degenerazione, quella meno remota dal modello immortale è la timocrazia, ossia il potere della nobiltà cupida di onori. Alla testa della società non sono più i sapienti iniziati alla visione del Sole delle Idee ma una semplice casta militare di tipo spartano. Un’ ulteriore degenerazione conduce all’oligarchia, cioè al governo dei pochi ricchi, della borghesia capitalista. Ma anche qui l’inefficienza spirituale dei governanti porta con sé un nuovo rivolgimento, si cade nella democrazia, nel regime dell’incompetenza elevata a sistema dove la plebaglia spadroneggia e tutti vivono gaiamente, canagliescamente alla giornata senza proporsi un fine onorevole. Il giusto castigo della leggerezza democratica è la tirannide. Infatti, dove il livellamento è massimo e non sussiste più alcuna aristocrazia dirigente, è facile per un uomo ambizioso e senza scrupoli conquistare la cittadella dello stato. Platone ha spiegato quale sia l’anima giusta e ha seguito quest’anima nell’interno dello Stato per mostrare come ad un’anima di un certo tipo corrisponda uno stato dello stesso tipo. Gli rimane ora il compito di descrivere il cammino di quest’anima oltre la morte. Lo scenario si amplia della superficie di questa piccola, opaca terra all’intero universo donde si volge il fuso della Necessità. Er, guerriero panfilo, raccolto come morto sul campo di battaglia e messo sul rogo, si ridesta e rivela i segreti dell’invisibile. In un prato risplendente convengono a frotte le anime. Due voragini si schiudono nel cielo, due nella terra. Dal primo discendono i giusti, dalla seconda riaffiorano le anime colpevoli. Le anime si mettono in marcia finché giungono “in un luogo donde potevano scorgere, tesa dall’alto attraverso tutto il cielo e la terra, una luce diritta come una colonna, molto simile all’arcobaleno, ma più intensa e più pura”. Un araldo parla alle anime convenute: “Questa e la parola della vergine Lachesis, figlia di Necessità: o voi anime d’un giorno! Ecco l’inizio del nuovo ciclo, che porta morte alla stirpe umana. Il demone non sceglierà voi, ma voi sceglierete il demone… la colpa é di chi sceglie, il Dio è innocente!”. In questo estremo giudizio dove ogni anima, responsabilmente, sceglie il suo destino è espresso con severa, inattenuata chiarezza il senso dell’ascesa e della decadenza dei singoli e degli Stati inscindibilmente legata alla responsabilità spirituale di individui e di governanti. Spira da questa scena grandiosa un senso di tragica, solenne responsabilità che Kurt Singer nel suo libro su  “Platon der Grunder” ha saputo rendere con significativa efficacia:
In queste parole finali di Er figlio d’Armenio, destato da parvenza di morte e inviato dagli dei agli uomini quale messaggero, ànghelos, per recar loro la scienza dei destini dell’anima, v’é un’ eroica durezza del singolo contro se stesso che cresce sino a raggiungere il limite dell’aspra ferocia.
..V’é una nuova misura eroica, una nuova tensione tragica nel mondo. L‘intera opera di Platone ce lo attesta e mai con tanta nudità, con tanta potenza che in questo finale della Repubblica di cui non a caso é protagonista un guerriero di primordiale ‘stirpe straniera che si desta da sonno di morte per parlare dall’alto d’un rogo”.

Fonte: tratto da “Platone”, A.Romualdi (Volpe Editore)




Democrazia ed oligarchia - R.Michels

Tutti i partiti hanno un obiettivo parlamentare. La via su
cui essi muovono è la via legalitaria ed elettorale; loro scopo immediato è il conseguire influenza in parlamento; loro ultima finalità è la così detta conquista del potere politico. In tale guisa resta spiegato perché anche i rappresentanti dei partiti rivoluzionari entrino a far parte della assemblea legislativa. Ma il lavoro parlamentare che essi vi compiono, dapprima contro voglia, poi con crescente compiacimento ed interesse, li trasporta ancor sempre più lontano dai loro elettori. Le questioni che lor si presentano e che esigono di venir da essi seriamente studiate, hanno per effetto di allargare e di approfondire le loro cognizioni e di aumentare quindi sempre di più il divario tra loro e i compagni rappresentati.
Non è, adunque, soltanto un divario puramente iniziale tra i rappresentanti dei partiti detti rivoluzionari e i loro compagni, che l'attività parlamentare ingrandisce.
Addestrandosi nei dettagli della vita politica, nei particolari della legislazione, delle questioni tributarie, delle questioni daziarie e nei problemi della politica estera, i capi acquistano un valore che - almeno finché la massa si attiene alla tattica parlamentare, ma forse anche se vi rinunzia - li rende indispensabili al partito e ciò per il fatto ch'essi ormai non potrebbero più venir sostituiti senz'altro da altri elementi del partito non facenti parte del meccanismo burocratico perché accudiscono invece alle loro quotidiane occupazioni, che li assorbono completamente.
E così dalle cognizioni di causa vien virtualmente creata, anche in questo campo, una inamovibilità che è in contraddizione coi principi fondamentali della democrazia.
Le cognizioni di fatto che innalzano definitivamente i capi al di sopra della massa rendendosela schiava, acquistano una base ancor più salda per i bei modi e pel savoir faire in società, che i deputati imparano nei parlamenti, come pure per lo specializzarsi, frutto in particolar modo del lavoro compiuto nella camera oscura
delle commissioni.
E’ naturale ch'essi applichino poi gli stratagemmi, ivi appresi, anche nei loro rapporti col partito. Con ciò riescono facilmente a vincere eventuali correnti loro contrarie: Nell'arte di dirigere le adunanze, di applicare ed interpretare il regolamento e il programma, di presentare opportuni ordini del giorno in momenti opportuni, in breve, negli artifici atti a toglier di mezzo dalla discussione i punti importanti ma loro ostici od anche ad indurre una maggioranza mal disposta a votare in loro favore o, nel caso più sfavorevole, a farla ammutolire, essi sono maestri. Quali relatori e competenti che conoscono persino i più reconditi penetrali del tema che han da trattare, e che a forza di raggiri, parafrasi ed abilità terminologica, san trasformare anche le questioni più semplici e più naturali del mondo in tenebrosi misteri, dè quali essi soli possiedon la chiave, essi sono, in linea intellettuale, del tutto inaccessibili e, in linea tecnica, del tutto incontrollabili da parte delle grandi masse, di cui ognuno di essi si atteggia ad essere "l’esponente teorico".
Essi sono i padroni della situazione. In questa posizione essi vengon vieppiù fortificati dalla fama che si vanno acquistando, sia come oratori, sia come studiosi o conoscitori di determinate materie, sia anche con le attrattive della loro personalità - intellettuale oppur soltanto fisica - nella stessa sfera dé loro avversari politici e, per
tal modo, anche nell'opinione pubblica.

(…)

La formazione di regimi oligarchici nel seno dei regimi democratici moderni è organica. In altri termini, essa è da considerarsi quale tendenza, alla quale deve soggiacere ogni organizzazione, persino la socialistica, persino la libertaria. Questa tendenza si spiega in parte con la psicologia, cioè coi cambiamenti psichici che le singole personalità subiscono nel corso del loro moto evolutivo nel partito; in parte invece anche, ed anzi in primo luogo, con ciò che si potrebbe chiamare la psicologia dell'organizzazione stessa, vale a dire colle necessità di natura tattica e tecnica, che derivano dal consolidarsi dell'aggregato in ragione diretta del suo procedere disciplinatamente sulla via della politica.
Se vi è una legge sociologica, a cui sottostanno i partiti politici - e prendiamo qui la parola politica nel suo senso più lato - questa legge, ridotta alla sua formula più concisa, non può suonare che all'incirca così: l'organizzazione è la madre della signoria degli eletti sugli elettori.
L'organizzazione di ogni partito rappresenta una potente oligarchia su piede democratico. Dovunque, in essa, si rintracciano elettori ed eletti, ma, pure dovunque,dominio quasi illimitato dei capi eletti sulle masse elettrici. Sulla base democratica s'innalza, nascondendola, la struttura oligarchica dell'edificio.

Fonte: tratto da “La democrazia e la legge ferrea dell’oligarchia” di R.Michels







Il predatore di McTiernan

 

Il 12 giugno del 1987 usciva nelle sale statunitensi uno di quei film di culto rimasti impressi nell’immaginario di molti.

Una pellicola di pura azione che ha poco di “intellettuale” ma che è stato molto importante poiché ha introdotto una nuova creatura nel panorama fantascientifico.

“Predator” è quel film che unisce una sorta di machismo made in USA tipico degli anni reganiani con una dose di originalità.

Sulla scia del seguito a nome “Alien 2” di Cameron e per certi versi anche del seminale primo “Terminator”, il film di McTiernan colpì subito perché riprendeva l’adrenalina per eccellenza, quella della caccia all’uomo.

Un ribaltamento di ruolo. L’essere umano che diventa da cacciatore a preda. Tema questo già sviscerato in un capolavoro del passato (1932) che solo i cinefili più incalliti ricordano: “La pericolosa partita”.

“Predator” si svolge in uno scenario perfetto (la giungla messicana) ed introduce un nuovo personaggio che usa la stessa crudeltà della squadra di mercenari capitana da Dutch (Arnold Scharzenegger) ma che con loro gioca una partita a scacchi, divertendosi nei loro confronti.

Uccidendoli uno alla volta come appunto fanno i cacciatori, tergiversando in una soggettiva senza soggetto.

“La foresta ha preso vita e lo ha rapito" è una frase iconica del film ed in effetti è la foresta forse la protagonista della storia. Luogo pericoloso ed insidioso in cui l’alieno si mimetizza e studia attentamente. Usando una vista “alterata” che scansiona il calore corporeo degli uomini.

L’alieno non è un invasore. È solo un cacciatore, con un codice comportamentale quasi cavalleresco, che mira esclusivamente a prelevare trofei di caccia.

Un film di “mostri” che non ha l’esigenza impellente di mostrare o far capire le sembianze della nuova creatura che atterrisce ma nello stesso modo affascina per la sua capacità di mimetizzarsi. Nella continua antitesi disturbante tra prossimità ed irraggiungibilità.

Solo alla fine, in un duello ad armi pari si scopre la reale natura del Predatore che Dutch affronta. Così come se si affrontasse il proprio doppio in forma elementare. Senza tecnologia.

Il duello ad armi pari rappresenta una complementarietà ed anche una forma di rispetto. La caduta della maschera e l’urlo.

Due simboli per eccellenza. Il primo che tiene a bada la reale natura bestiale e il secondo che invece rimarca la vera essenza di quello che siamo. Senza filtri.


                                                    OC

Un cappello pieno di ciliege di Oriana Fallaci

"Una cosa è morire sotto una tirannia che ti opprime coi plotoni di esecuzione, e una cosa è vegetare sotto una tirannia che ti opprime con la falsa benevolenza e l'opportunismo di chi si adegua"

Una lunga e appassionante avventura dei cento anni forse più densi di avvenimenti della Storia d'Italia (1773-1889), visti attraverso gli occhi delle famiglie dei quattro nonni dell'autrice. Uomini e donne indomiti, che sfidano la sorte, quasi sempre avversa, costruendo la propria vita e il proprio Paese.

Un romanzo che ci riconsegna una grandissima personalità della letteratura italiana (e del giornalismo mondiale) colpevolmente ricondotta, post mortem, alle sue sole uscite più recenti, post 11 settembre, che hanno permesso di versare fiumi di inchiostro anche a colleghi meno dotati di lei.

Romanzo postumo e incompiuto, che avrebbe dovuto arrivare fino alla nascita della scrittrice e frutto di un lungo lavoro di documentazione nella polvere degli archivi, ci regala personaggi sanguigni, calati nel loro tempo ma molto moderni nella loro lotta quotidiana, soprattutto delle donne.

Corposo, come ogni saga che si rispetti, invita costantemente al confronto con l'oggi.



La Provvidenza - Plotino

1. [La provvidenza universale è la conformità del mondo all’Intelligenza]

Quanto sia assurdo e degno di un uomo incapace di comprendere e di guardare, l’attribuire al meccanicismo e al caso l’esistenza e la formazione dell’universo, è chiaro anche prima di ogni ragionamento; e ci sono d’altronde molti argomenti sufficienti a provare tale assurdità. Però è necessario, esaminando il problema dai suoi principi, considerare quale sia il modo di nascere e di formarsi di tutte le cose, delle quali alcune, essendo non rettamente costituite, ci fanno dubitare della provvidenza universale, sicché accade che alcuni addirittura la neghino, altri considerino il mondo come l’opera di un cattivo Demiurgo. Tralasciamo pure quella provvidenza particolare che è il ragionamento prima dell’azione, col quale ci chiediamo se occorra compiere o no quell’atto non necessario, e che cosa ne derivi o non derivi a noi; consideriamo soltanto la provvidenza universale e, supponendone l’esistenza, deduciamone le conseguenze.

Se affermiamo che il mondo non è sempre esistito ma esiste solo da un certo tempo, porremo una provvidenza simile a quella che abbiamo ora nominata riguardo alle cose particolari: cioè una previsione e un calcolo di Dio sul come creare il mondo e renderlo il migliore possibile. Ma poiché noi affermiamo che il mondo esiste sempre e non v’è momento in cui esso non esista, dobbiamo giustamente concludere che c’è una provvidenza universale e che essa è la conformità dell’universo all’Intelligenza; che l’Intelligenza gli è anteriore, non cronologicamente, ma in quanto esso deriva dall’Intelligenza, la quale gli è anteriore per natura, ne è la causa, l’archetipo e modello, di cui il mondo è immagine, esistente e sussistente per opera dell’Intelligenza, in questo modo.

La natura dell’Intelligenza e dell’Essere, costituiscono il mondo vero e primo, che non esce fuori di se stesso, e non perde la sua forza per divisione, né diventa incompleto in nessuna delle sue parti, poiché ciascuna di esse non è separata dal Tutto, ma ogni sua vita e intelligenza vive e intende insieme in una unità, così che ogni parte diventa un tutto ed è unita a se stessa senza essere separata da un’altra, ed essendo soltanto differente rispetto alle altre, non è però estranea: nessuna parte fa torto a un’altra, neanche se è il suo contrario. Ovunque una e completa, l’Intelligenza è immobile e non accoglie nessuna alterazione, poiché nessuna parte agisce sull’altra. E perché dovrebbe agire, se non ha difetti? Perché la Ragione produrrebbe una ragione, e l’Intelligenza un’altra Intelligenza? Il potere di produrre da sé non è affatto degli esseri perfetti, poiché il produrre e il muoversi sono in proporzione della [propria] imperfezione. Per gli esseri del tutto beati basta essere immobili in se stessi ed essere quello che sono; essi non corrono il rischio di occuparsi di molte cose, perché sarebbe per loro uscire da se stessi. Ma così è beato anche quel [mondo]: ed esso è tale che, pur non agendo, fa grandi cose e rimanendo immobile compie opere non piccole.

2. [L’universo sensibile partecipa di Intelligenza e ragione]

Da quel mondo vero e uno trae infatti la sua esistenza questo mondo che non è veramente uno; questo è multiplo e diviso in molte parti separate ed estranee fra loro; e più non [regna] sola l’amicizia, ma anche l’odio in causa della separazione spaziale; e così ogni cosa, perché imperfetta, è necessariamente nemica di ogni altra. Ogni parte infatti non basta a se stessa, ma, pur abbisognando d’essere conservata da un’altra, è poi nemica di quella da cui è conservata; [questo mondo] non è sorto per un atto di riflessione [dell’Intelligenza] sulla necessità di crearlo, ma [deriva] da una necessità della seconda natura: poiché quel mondo [intelligibile] non era tale da essere l’ultimo degli esseri. Infatti esso è il primo e ha molta potenza, anzi tutta: possiede dunque la potenza di produrre un altro essere senza lo sforzo di produrlo. Se facesse uno sforzo, non da se stesso né dalla sua essenza trarrebbe tale potere, ma sarebbe simile a un artigiano che non ha da sé il potere di produrre, ma lo acquista ottenendolo dall’apprendimento.

L’Intelligenza dando qualcosa di se stessa alla materia produce tutte le cose serenamente e immobilmente: e ciò [che essa dà] è la ragione che procede dall’Intelligenza. Dall’Intelligenza infatti procede la ragione e sempre procede fino a che l’Intelligenza sia presente negli esseri. Come in una ragione seminale tutte le parti [del vivente] sono insieme in uno stesso punto, senza che l’una contrasti all’altra o la combatta o la impedisca, mentre [nell’essere] che poi nasce col suo corpo, ogni parte occupa un posto diverso ostacolando e distruggendo le altre, così dall’Intelligenza una e dalla ragione che ne deriva nasce questo mondo esteso, nel quale, necessariamente, vi sono parti amiche tra loro e concordi, altre invece odiose e nemiche, le quali o volontariamente o involontariamente si danneggiano a vicenda e distruggendosi originano altre; tra le parti che agiscono e patiscono in tal modo si determina un’unità armonica poiché ciascuna di esse dà il suo proprio suono, poiché la ragione che è in esse produce l’armonia e l’ordine nella totalità.

Questo universo non è, come quello [intelligibile], Intelligenza e ragione, ma partecipa di Intelligenza e di ragione. Esso ha bisogno di armonia «poiché vi concorrono l’Intelligenza e la necessità»; questa lo trae verso il male e lo porta verso l’irrazionalità, essendo essa stessa irrazionale; però, l’Intelligenza domina sulla necessità. Il mondo intelligibile è soltanto ragione e non potrebbe nascerne un altro che fosse soltanto ragione; se nasce un’altra cosa, questa sarà necessariamente inferiore e non [pura] ragione; nemmeno sarà la materia, poiché essa è priva di ordine; sarà dunque un misto delle due. Il mondo si risolve dunque in materia e ragione: ne è origine l’Anima che presiede a questo mescolamento, la quale non si deve credere che si affatichi poiché governa l’universo molto agevolmente con una certa presenza.

3. [Bisogna guardare all’universo nella sua totalità]

Nessuno può, se non a torto, disprezzare questo mondo, quasi non sia bello e il migliore degli esseri corporei, e accusare chi è causa della sua esistenza. Anzitutto, esso esiste necessariamente e non deriva da un atto di riflessione, ma da un essere superiore che genera per natura un essere simile a se stesso; e se anche fosse stato prodotto per un atto di riflessione, chi l’ha prodotto non avrebbe da vergognarsene: poiché il tutto che egli ha prodotto è bello e sufficiente a se stesso, unito a sé e a tutte le sue parti, grandi e piccole, in modo egualmente conveniente. Perciò chi accusa il tutto guardando alle parti fa un’accusa assurda, poiché bisogna esaminare le parti in relazione al tutto, [per vedere] se convengono e armonizzano con esso, ed esaminare il tutto senza fermarsi ai piccoli dettagli. Non accusa certo il mondo colui che ne considera separatamente qualche parte; è come se qualcuno considerasse di un animale intero soltanto un capello o un dito dei piedi trascurando la totalità dell’uomo che è uno spettacolo divino; o come se si lasciassero da parte, per Zeus, tutti gli altri viventi per guardare al più abietto o, tralasciando tutta una specie, ad esempio quella umana, si ponesse al centro solo Tersite.

Ora, poiché ciò che è stato fatto è il mondo nella sua totalità, chi lo consideri così, forse lo sentirà parlare in questo modo: «Un Dio mi ha fatto e io che son venuto da Lui sono perfetto poiché comprendo tutti i viventi, basto a me stesso e non ho bisogno di nessuno, poiché sono in me tutte le piante e gli animali e gli esseri tutti che nascono, molti dei e turbe di demoni, anime buone e uomini felici per virtù. Non soltanto la terra è adorna di piante e di animali di ogni specie e non soltanto il mare ha ricevuto la potenza vitale; anche l’aria, l’etere e il cielo sono tutti partecipi di vita, poiché ivi son tutte le anime buone che danno la vita agli astri e alla sfera eterna del cielo che, a imitazione dell’Intelligenza, gira saggiamente con moto circolare sempre intorno al medesimo centro, poiché nulla essa cerca al di fuori di sé. Tutti gli esseri che sono in me aspirano al bene e ciascuno lo raggiunge secondo il suo potere. Da Lui dipendono tutto il cielo, la mia anima intera, gli dei che sono nelle mie parti, tutti gli animali, le piante e gli esseri apparentemente inanimati che sono in me. Di questi esseri, alcuni partecipano soltanto dell’esistenza, altri della vita, altri hanno in più la sensibilità, altri hanno anche la ragione, altri la vita completa. Non bisogna richiedere da questi esseri diversi effetti eguali; al dito non si può chiedere di vedere, ma all’occhio; al dito si richiede qualche altra cosa, cioè di essere dito e di compiere la sua funzione».

4. [I conflitti nell’universo obbediscono a una legge]

Se il fuoco è spento dall’acqua e se altra cosa è distrutta dal fuoco, non bisogna stupirsi. Poiché un’altra cosa l’ha condotto all’esistenza e non s’è prodotto da sé, perciò è distrutto da un’altra; esso è venuto all’esistenza per la distruzione di un’altra cosa e, se è così, la sua distruzione non ha in sé nulla di terribile, perché, una volta distrutto, il fuoco è sostituito da altro fuoco. Nel cielo incorporeo ogni singola cosa sussiste, nel nostro cielo il tutto vive sempre insieme con le sue parti più preziose e importanti, ma le anime che cambiano di corpo rinascono sotto nuovi aspetti e, quando possono, sfuggono alla nascita e si congiungono all’Anima del mondo. Ci sono poi corpi che vivono per la loro specie e per il loro gruppo, poiché da essi altri viventi trarranno esistenza e nutrimento: vita mobile quaggiù, ma lassù immobile.

Il movimento deve venire dall’immobilità; dalla vita che è in se stessa, una vita diversa, una specie di soffio infaticabile che è come il respiro della vita immobile. Tra i viventi sono necessari i conflitti e le distruzioni, poiché essi sono nati e non sono eterni. E sono nati poiché la ragione occupa tutta la materia e tutti li contiene in sé, essendo essi lassù nel cielo intelligibile: donde verrebbero se non fossero là? I torti che gli uomini si fanno reciprocamente hanno la loro causa nel desiderio del bene; ma per l’incapacità di raggiungerlo essi escono di cammino e si urtano l’un l’altro. Coloro che agiscono male hanno il loro castigo poiché le loro anime vengono danneggiate dalle loro cattive azioni e poste in un luogo inferiore, perché nulla sfugge all’ordine scritto nella legge dell’universo. L’ordine non nasce dal disordine, né la legge dall’illegalità, come pensa qualcuno, cosicché le cose migliori nascano dalle peggiori e per queste vengano all’esistenza, ma per l’ordine che vi è stato introdotto. Il disordine c’è perché c’è l’ordine; perché c’è la legge e la ragione c’è l’illegalità e l’irragionevolezza, non perché le cose migliori producano le peggiori, ma perché le cose che desiderano possedere il meglio non possono riceverlo o per la loro natura o per varie circostanze o per altri ostacoli. Ciò che si serve di un ordine estrinseco può non realizzarlo, o per opera sua o per colpa di altri e spesso patisce danno per colpa di altri che lo fanno involontariamente nel tendere ad altro scopo.

Gli esseri viventi che hanno il potere di muoversi da sé spontaneamente inclinano ora verso il meglio, ora verso il peggio. Forse non merita ricercare da dove derivi l’inclinazione verso il peggio; nel principio quest’inclinazione è debole, poi aumenta nel suo processo e rende sempre maggiori e più numerosi gli errori. E poi il corpo è unito [all’anima] e necessariamente ne deriva il desiderio; infine, un primo e subitaneo errore che non sia subito represso spinge la volontà verso una completa caduta. Ma la pena tien dietro; e non è ingiusto che l’anima, diventata così [cattiva] subisca le conseguenze del suo stato, né bisogna esigere la felicità per coloro che non hanno fatto nulla che fosse degno di felicità. Soltanto i buoni sono felici: e perciò gli dei sono felici.

5. [I mali esistono quaggiù in funzione del bene]

Se dunque le anime possono essere felici anche in questo mondo e se alcuni non sono felici, non bisogna accusare il luogo, ma la loro incapacità a combattere valorosamente dove sono proposti i premi alla virtù.

Che c’è di strano se coloro che non sono diventati divini non posseggono una vita divina?

La povertà poi e le malattie sono nulla per i buoni, mentre sono un male per i cattivi; e poi, per coloro che posseggono un corpo è necessità ammalarsi. E inoltre, essa non è del tutto senza utilità per l’ordine e la perfezione dell’universo.

Infatti, come la Ragione del mondo si serve degli esseri che si corrompono per la generazione di altri – infatti nulla sfugge al suo dominio – così anche quando il corpo ha un malanno e l’anima che ne soffre viene indebolita, ciò che è colpito dalle malattie e dal male è subordinato a un altro concatenamento e a un altro ordine.

Alcuni di questi [mali] servono a coloro che li subiscono, come ad esempio la povertà e la malattia; il vizio, poi, produce qualcosa di utile nell’universo, poiché diventa esempio di punizione, e molti altri vantaggi esso porta ancora. Infatti esso tien desti, eccita l’intelligenza e la coscienza facendole resistenti sulle vie della colpa, fa vedere qual bene sia la virtù mediante la comparazione coi mali che i cattivi subiscono. Certo, non per questo esiste il male; ma anch’esso, come s’è detto, una volta nato, deve esserci utile. Il più grande potere è quello di saper bene utilizzare il male stesso e di essere capace di adoperare questa cosa informe per [la produzione di] altre forme.

Insomma, bisogna affermare che il male è difetto del bene, ed è necessario che quaggiù ci sia difetto di bene, poiché esso è in altro.

Questo soggetto, in cui è il bene, essendo differente dal bene, Produce il difetto: e infatti esso non è buono. Perciò «non si distruggono i mali», poiché rispetto al bene ci sono degli esseri inferiori gli uni agli altri ed essi, pur avendo nel bene, da cui differiscono, la causa della loro esistenza, divengono ciò che sono allontanandosi [da lui].

6. [Dubbi contro la provvidenza]

A chi dicesse che, contro il merito, i buoni ottengono dei mali e i cattivi dei beni, si può giustamente rispondere che non c’è nessun male per i buoni e nessun bene per i cattivi. Ma allora, perché al buono accadono cose contro natura, al cattivo cose secondo natura? Come sarebbe buona una simile ripartizione? Ma se la conformità alla natura non aggiunge nulla alla felicità, il suo contrario nulla toglie al vizio dei cattivi; che importa essere così o così? Nulla, come avere un corpo bello o brutto.

Ma, in quel modo, ci sarebbe convenienza, ordine, giusta distribuzione, che ora non ci sono: e questo sarebbe una provvidenza perfetta. Non è certo conveniente che ci siano schiavi e che i cattivi siano padroni e i capi delle città e i giusti siano schiavi, anche se questo fatto non aggiunge nulla al possesso del bene e del male. Se il malvagio è padrone può commettere i più grandi delitti; e se i malvagi vincono in guerra, quali scelleratezze commettono verso i prigionieri catturati! Tutte queste cose ci fanno dubitare: come avviene tutto ciò, se c’è una provvidenza? Chi si accinge a produrre qualche opera deve guardare al tutto, ma deve anche ordinare ciascuna parte nel luogo che le conviene, specialmente quando si tratta di esseri animati, viventi o ragionevoli; così la provvidenza [deve] estendersi a tutto e l’opera sua consiste nel non trascurar nulla. Se dunque noi affermiamo che questo universo dipende da un’Intelligenza il cui potere penetra ovunque, bisogna cercare di mostrare come ogni cosa sia come deve.

7. [Ogni cosa occupa il suo posto nell’universo]

Anzitutto bisogna comprendere che quando cerchiamo un bene in un essere misto non dobbiamo richiedere che esso sia così grande come il bene che è nell’essere non misto, né dobbiamo ricercare qualità primarie presso gli esseri di secondo ordine; poiché il mondo ha un corpo, bisogna ammettere che questo gli dia qualche cosa e chiedere al mescolamento solo quel tanto di ragione che esso può accogliere e [vedere] se questa parte non sia difettosa. Così, ad esempio, se si esamina l’uomo sensibile più bello, non si può davvero giudicarlo eguale all’uomo intelligibile, ma approviamo l’opera del Creatore se questo essere, pur essendo fatto di carni, di nervi e di ossa, è dominato dalla ragione in modo che essa possa render belle quelle cose e penetrare la materia.

Ammesso questo, dobbiamo procedere verso il nostro assunto; forse potremo trovare in questi esseri questa provvidenza e potenza meravigliosa, da cui dipende il nostro universo.

[Se consideriamo] le azioni delle anime, le azioni che appartengono alle anime che compiono il male, come ad esempio le offese che arrecano alle altre e si fanno tra loro, non possiamo chiedere alla provvidenza – a meno che non si voglia accusarla di averle fatte cattive – né conto né ragione [di quelle azioni], dal momento che si ammette che «la colpa è di chi ha scelto». S’è detto infatti che le anime devono avere un movimento proprio e poiché non sono anime soltanto, ma viventi [in un corpo], non è da meravigliarsi se esse vivono quella vita che corrisponde al loro stato. Esse non sono discese [nei corpi], perché il mondo esisteva, ma già prima del mondo esse gli appartenevano, si curavano di farlo esistere, di ordinarlo, di fabbricarlo in tutti i modi, sia dirigendolo sia dandogli qualcosa di se stesse, sia discendendovi in un modo o in un altro: non di questo dobbiamo ora trattare, ma, comunque sia, basta perché non si abbia ad accusare la provvidenza.

Ma quando paragoniamo i buoni ai cattivi e vediamo poveri i buoni e i cattivi ricchi e ben forniti di quei beni che dovrebbero possedere anche i loro inferiori che pur sono uomini, e li vediamo dominare i loro popoli e le loro città? Forse che [la provvidenza] non si estende sino alla terra?
Ma, oltre alle cose che avvengono secondo ragione, c’è questo che ci prova che essa discende sino alla terra: cioè che le piante e gli esseri viventi partecipano di ragione, di anima e di vita.
Ma se si estende fin quaggiù, non domina.

Poiché questo universo è un essere animato unico, è come se qualcuno dicesse che la testa e il viso dell’uomo derivano dalla natura e dalla ragione dominante e attribuisse il rimanente [del corpo] ad altre cause, al caso o alla necessità, spiegando così mediante l’impotenza della natura l’origine delle parti meno importanti. Ma non è santo né pio biasimare la creazione affermando che queste cose non sono bene disposte.

8. [I malvagi comandano per la viltà dei loro sudditi]

Resta da cercare come queste cose siano bene ordinate e come partecipino dell’ordine o, altrimenti, come queste cose siano un male. In ogni essere vivente le parti superiori, il viso e la testa, sono le più belle, fra non sono tali le parti mediane e inferiori. Gli uomini sono nella regione media e inferiore [del mondo], in alto sono il cielo e gli dei che esso contiene; gli dei e il cielo che circonda il mondo formano la maggior parte del mondo, la terra sta al centro e non è che un astro qualunque. Ci stupiamo che negli uomini ci sia l’ingiustizia poiché giudichiamo che l’uomo sia la cosa più preziosa dell’universo e l’essere più saggio di tutti. Invece egli sta in mezzo tra gli dei e le bestie e inclina verso gli uni e verso le altre: alcuni assomigliano agli dei, altri alle bestie, la maggioranza sta nel mezzo.

Coloro che per la loro corruzione son vicini agli animali senza ragione e alle fiere, trascinano e maltrattano gli uomini che sono nel mezzo: e questi, che pur sono superiori a coloro che li maltrattano, si lasciano dominare dagli inferiori poiché sono in certo modo inferiori a essi, perché non sono ancora virtuosi e non sono preparati a non soffrire [quei mali]. Se fanciulli fisicamente esercitati, ma moralmente inferiori per mancanza di educazione, vincessero nella lotta altri fanciulli non educati né fisicamente né moralmente e rubassero loro i cibi e portassero via i loro begli abiti, non sarebbe una cosa da ridere?

E come non agirebbe bene quel legislatore che permettesse che essi soffrissero quei danni a castigo della loro ignavia e inerzia?
Sono stati insegnati loro degli esercizi, ma essi per la loro ignavia e per la loro vita molle e incurante sono rimasti là inattivi, diventando così agnelli grassi preda dei lupi. Per quelli poi che fanno il male, il primo castigo consiste nell’essere lupi e uomini malvagi; esistono inoltre per loro delle pene convenienti che essi devono subire, perché per coloro che sono stati cattivi quaggiù tutto non finisce, ma alle loro azioni antecedenti seguono sempre le conseguenze, secondo ragione e natura, il male per quelle cattive, il bene per le buone.
Questa [vita] certo non è una palestra, ove si fanno dei giochi.

Quando i fanciulli sono cresciuti nell’ignoranza, bisognerebbe che essi, d’ambo le parti, cingessero le spade e prendessero le armi: il loro spettacolo sarebbe superiore a un esercizio ginnastico; invece alcuni sono disarmati, altri sono armati e li vincono. Non tocca a Dio combattere per i pacifici: la legge vuole che alla guerra si salvi colui che è valoroso, non colui che prega, perché raccolgono frutti non quelli che pregano, ma quelli che coltivano la terra, né sono sani coloro che non si prendono cura della loro salute; e non bisogna brontolare se i cattivi hanno un raccolto più abbondante, o se a loro riesca meglio la coltivazione. E poi sarebbe ridicolo compiere a proprio capriccio tutto ciò che riguarda la vita e, benché queste azioni non siano come piace agli dei, esigere la salvezza propria dagli dei senza fare quanto gli dei comandano per la nostra salvezza. La morte è migliore della vita per coloro che vivono contro il volere delle leggi dell’universo; sicché quando i nemici sopravvengono, se la pace fosse loro conservata malgrado le loro follie e i loro vizi, la provvidenza sarebbe troppo negligente a lasciar dominare i più deboli. I cattivi comandano per la viltà dei loro sudditi: ed è giusto così, non il contrario.

9. [L’uomo occupa nell’universo il posto che ha scelto]

La provvidenza non dev’essere tale da ridurci a nulla; se la provvidenza fosse tutto e fosse sola, sarebbe come non fosse: di che sarebbe infatti provvidenza? Esisterebbe solo l’essere divino. E questo esiste davvero, ma esso si diffonde a un altro essere non per distruggerlo, ma si avvicina, per esempio, all’uomo per conservargli il suo essere di uomo, cioè una vita secondo la legge della provvidenza, o meglio, una condotta fedele a quanto la legge prescrive.

Essa prescrive che coloro che diventano buoni avranno una vita buona, la quale sarà loro riservata anche più tardi e che i cattivi avranno il contrario. Coloro che son diventati cattivi e domandano che altri dimenticando se stessi li salvino, fanno voti impossibili; nemmeno gli dei possono trascurare la loro vita per regolare le nostre cose e nemmeno ai buoni che vivono una vita superiore a ogni potenza umana conviene assumere il governo [dei cattivi]; costoro poi non si sono mai curati di aver dei buoni governanti né di cercare per sé chi li diriga, ma provano rabbia se sorge qualche uomo di buona indole; poiché sarebbero di più i governanti buoni, se essi li prendessero come capi.

[L’uomo] non è il migliore degli esseri viventi, ma occupa quel posto medio che ha scelto e nel luogo dove egli si trova la provvidenza non lo lascia perire; il genere umano, sempre ricondotto all’alto da diversi mezzi di cui si serve l’essere divino per far trionfare la virtù, non perde la sua essenza razionale, ma partecipa, anche se non del tutto, di saggezza, d’intelligenza, d’arte e di giustizia, che gli uomini [esercitano] tra loro – infatti quando fanno un torto a qualcuno credono di agire giustamente e di trattarlo secondo il suo merito –; così l’uomo è una bella creatura, tanto bella quanto può essere, ed è posto nell’universo in modo da avere una sorte migliore di tutti gli esseri che vivono sulla terra. Nessuno che abbia senno potrà rimproverare [alla provvidenza] l’esistenza di altri animali inferiori che sono l’ornamento della terra. E infatti sarebbe ridicolo lamentarsi perché essi mordono gli uomini, come se gli uomini dovessero vivere sempre nel sonno. E necessario che anche questi [animali] esistano: alcuni sono manifestamente utili, altri svelano per lo più col tempo la loro utilità, poiché nessuno è inutile né per sé né agli uomini. Obiettare che fra essi ci sono molte fiere selvagge è ridicolo, dal momento che anche alcuni uomini diventano bestie; e se esse non si fidano degli uomini, ma diffidano e si difendono, che c’è da meravigliarsi?

10. [L’uomo si muove liberamente nel mondo delle azioni]

Ma se gli uomini sono cattivi contro il loro stesso volere e involontariamente, nessuno potrà accusare né coloro che offendono, né coloro che soffrono l’offesa, come se questi soffrissero per causa di quelli. E se è fatale che essi diventino cattivi o per causa del movimento del cielo o perché l’avvenimento susseguente si collega all’antecedente, avviene così per natura. E se la ragione stessa è quella che produce [la natura], come non produrrebbe anche le cose ingiuste?

Sì, gli uomini sono cattivi involontariamente, poiché l’errore è involontario; ma ciò non impedisce che essi siano esseri che agiscono da se stessi: di conseguenza, siccome agiscono di per sé, anche per ciò errano e non errerebbero affatto se non fossero loro ad agire. Il principio della fatalità [della colpa] non è esterno a loro, se non in un senso generale. Il movimento del cielo poi non è tale da far sì che nulla dipenda da noi: perché se il tutto venisse da fuori, esso sarebbe come hanno voluto coloro che lo hanno fatto; e gli uomini, anche se empi, non potrebbero opporsi a quanto hanno fatto gli dei; ora, questa opposizione viene proprio dagli uomini.

E poi, dato il principio ne segue la conseguenza, purché per spiegare la conseguenza si considerino tutti i principi; ora, anche gli uomini sono principi. Essi infatti si muovono verso le cose oneste, per loro natura, e questo è il principio indipendente.

11. [L’universo è, nella sua struttura, pluralistico]

È forse per necessità naturali e per concatenazione [di eventi] che ogni cosa è quella che è ed è bella quanto è possibile?

No, ma è la Ragione che fa tutto da sovrana e secondo la sua volontà e quando fa gli esseri detti cattivi agisce conforme a se stessa non volendo che tutto sia buono; come un pittore non fa soltanto occhi in un animale, così la Ragione non fa soltanto esseri divini, ma fa gli dei, i demoni che sono al secondo posto, poi gli uomini e infine gli animali, non per invidia ma per mezzo della ragione formale che contiene in sé tutta la varietà degli intelligibili. E noi siamo come quegli ignoranti che criticano il pittore perché non ha messo ovunque i suoi bei colori, mentre ha messo in ogni parte i colori che convenivano. Le città ben governate non sono composte di eguali. È come se si biasimasse un dramma, perché in esso tutti non sono eroi, ma c’è un servitore, o un rusticone dalla voce rozza; il dramma non è più bello se si sopprimono queste parti secondarie, anzi è completato da queste.

12. [Ogni anima occupa il posto che le è dovuto]

Se dunque la Ragione stessa ha prodotto questi esseri adattandosi alla materia, poiché essa ha la proprietà di essere composta di parti dissimili e trae queste proprietà dall’[Intelligenza] che è prima di lei, l’opera sua, così com’è, non potrebbe essere più bella. La ragione non è composta di parti tutte simili ed eguali, e di ciò non la si deve biasimare, poiché essa è tutti gli esseri e ciascuno particolarmente in modo diverso. Se essa avesse introdotto [nel mondo] esseri estranei a sé, per esempio delle anime, e poi ne avesse forzate parecchie a contrastare alla loro natura per accordarle con la creazione, come [avrebbe agito] rettamente? Ma bisogna affermare che anche le anime sono come parti della ragione e che questa non le rende peggiori per accomodarle [alla creazione], ma pone ciascuna secondo il merito nel luogo che le conviene.

13. [Gli eventi nel tempo accadono secondo giustizia]

E poi non bisogna rigettare quel ragionamento per il quale si deve guardare per ciascun essere non [solo] al suo stato presente, ma ai suoi periodi passati e anche al suo avvenire, sicché di qui si deve partire per distribuire [le sorti] secondo il merito: di quelli che sono stati prima padroni, farne degli schiavi se sono stati cattivi padroni; e questo è un vantaggio per loro; rendere poveri coloro che hanno adoperato male le loro ricchezze, poiché non è svantaggiosa ai buoni la povertà. Coloro che hanno ucciso ingiustamente vengono a loro volta uccisi, ingiustamente per chi commette [il delitto], ma giustamente per colui che ne è vittima: colui che dovrà essere vittima incontrerà l’uomo pronto a fargli subire il trattamento che egli deve soffrire. Non per caso si è schiavi o prigionieri o si subiscono delle violenze, ma perché si sono compiuti una volta quegli atti che ora si devono subire. Chi ha ucciso la propria madre rinascerà donna per essere ucciso dal figlio, chi ha violentato una donna rinascerà donna per essere violentata; di qui la divina formula Adrastea; questo è ordine veramente inevitabile, vera giustizia, ammirabile saggezza.

Bisogna ammettere che l’ordine dell’universo è tale da estendersi a tutte le cose che vediamo, e che esso si estende anche alle più piccole; quest’arte ammirabile non regna soltanto nelle cose divine ma anche in quegli esseri che potremmo credere disprezzati dalla provvidenza per la loro esiguità: e veramente meravigliosa è la varietà in qualsiasi essere vivente, fino alle piante stesse che son tanto belle nei loro frutti e fronde, coi loro fiori appena sbocciati, coi rami agili e multiformi; tutte queste cose non sono state create una volta per poi cessare, ma son create continuamente sotto l’influsso degli astri che non mantengono sempre, rispetto a esse, le loro posizioni. Tutti gli esseri che così cambiano e si trasformano non si mutano per caso, ma secondo le norme della bellezza e come conviene agiscano le potenze divine. Il divino infatti agisce sempre secondo la sua natura e la sua natura, dipende dalla sua essenza, e la sua essenza esplica nelle sue azioni la bellezza e la giustizia. Se queste non fossero lassù, dove si troverebbero?

14. [Soltanto nel mondo dell’Intelligenza ogni essere è tutti gli esseri]

Quest’ordine dunque è conforme all’Intelligenza, pur non derivando da un atto di riflessione; ed esso è tale che, se si fosse potuta adoperare la migliore riflessione, questa non avrebbe trovato da creare, oh meraviglia!, se non ciò che noi conosciamo; e anche nelle singole cose esso deriva eternamente dall’Intelligenza piuttosto che da un ordine [escogitato] dalla riflessione. In ognuno dei generi di cose che incessantemente divengono, non c’è da accusare la Ragione creatrice, purché taluno non pensi che esse dovrebbero essere come gli esseri immobili ed eterni che sono nel mondo intelligibile o in quello sensibile, chiedendo così un’aggiunta di bene e giudicando insufficiente la forma data a ciascun essere; per esempio [si criticherà] perché non [siano state date] le corna a un qualche animale, poiché non si pensa che è impossibile che la ragione si estenda a tutto, che il più grande deve contenere il più piccolo, che il tutto deve contenere le parti, le quali non possono essere eguali, se no, non sarebbero parti. Nel mondo intelligibile ogni essere è tutti gli esseri, quaggiù ogni cosa non è tutte le cose. Anche l’uomo singolo in quanto è una parte [del mondo] non è tutto. Ma se in alcune parti c’è un essere che non sia una parte, anche quelle parti sono delle totalità. Non si deve richiedere all’essere particolare in quanto tale di raggiungere in perfezione la vetta della virtù; altrimenti non sarebbe una parte.

Certamente l’universo non lesina per gelosia nell’adornare le sue parti per aumentarne il pregio: difatti esso fa più bello il Tutto, se le parti sono meglio adornate. E queste parti diventano tali in quanto si fanno simili al Tutto e possono imitarlo e conformarsi a lui, affinché ci sia, anche nella regione degli uomini, qualcosa che brilli, come gli astri nel cielo divino; di qui noi lo contempliamo come una grande e bella statua animata e prodotta dall’arte di Efesto; sulla sua fronte splendono stelle, altre sul suo petto e ovunque occorrerà che esse siano collocate a risplendere.

15. [Significato dei conflitti nel mondo sensibile]

Così sono le cose considerate singolarmente. Ma il loro reciproco legame, sia che esse siano state generate nel passato o siano generate in ogni istante, suscita obiezioni e difficoltà, sia per la voracità degli animali nel divorarsi tra loro, sia per i conflitti reciproci degli uomini, sia per la guerra che continua perenne e non ha pace né tregua; e soprattutto quando si dica che la Ragione ha fatto tutto questo e che così va bene. Contro coloro che parlano così non vale il precedente ragionamento, secondo il quale tutto è nel miglior modo possibile, la materia è la causa per cui le cose si trovano a essere in una condizione inferiore, il male non può sparire se le cose devono essere come sono, e perciò bene, la materia non è apparsa per dominare, ma è stata introdotta, perché si raggiungesse tale ordine o, per dir meglio, essa si trova così per causa della Ragione. In tal modo la ragione è principio ed è tutto; e tutto ciò che diviene diviene e si ordina in modo conforme alla Ragione. Ma da dove deriva allora la necessità dell’implacabile guerra tra gli animali e tra gli uomini?

È necessario che gli animali si divorino tra loro; è questo uno scambio [di vita] tra esseri che non potrebbero, anche se nessuno li uccidesse, sussistere eternamente. Se nel tempo in cui essi devono morire, la loro morte può essere utile ad altri, che cosa si dovrebbe obiettare? Che cosa [obietteremo], dal momento che gli esseri divorati nascono sotto altre forme? Similmente, l’attore ucciso sulla scena cambia aspetto e riappare sotto altre spoglie, ma non è morto veramente. Se anche il morire è un cambiare di corpo, come l’attore cambia di abito, o anche per alcuni è abbandonare il corpo, come un attore che avendo fatto la sua parte esce per sempre dal teatro per non riapparire più sulla scena, che ha di terribile questo cangiamento degli animali gli uni negli altri? Per loro non è migliore questa sorte piuttosto che il non essere mai nati? Se essi fossero privi di vita non potrebbero certo aver relazione con quella di altri. Ma c’è nell’universo una vita multiforme che produce tutti gli esseri e li foggia nelle loro varie forme di vita e non cessa mai di produrre questi belli e graziosi giocattoli viventi. Gli uomini si armano gli uni contro gli altri perché sono mortali; e i loro ordinati combattimenti, che assomigliano a danze pirriche, ci mostrano che gli affari degli uomini sono semplicemente dei giochi e che la morte non è nulla di terribile; che morire nelle guerre e nei combattimenti è anticipare un po’ il termine della vecchiezza, è partire più presto per ritornare poi nuovamente. Ma se rimanendo vivi perdono i loro beni, conosceranno così che quei beni non appartenevano a loro e che è un risibile possesso per gli stessi ladri quello che può essere tolto anche a loro da altri; e anche per coloro che non ne vengono spogliati il possesso diventa peggiore della spoliazione.

Come sulle scene del teatro, così dobbiamo contemplare anche [nella vita] le stragi, le morti, la conquista e il saccheggio delle città come fossero tutti cambiamenti di scena e di costume, lamenti e gemiti teatrali. Infatti, in tutti i casi della vita, non è la vera anima interiore, ma un’ombra dell’uomo esteriore quella che si lamenta e geme e sostiene tutte le sue parti su questo vario teatro che è la terra tutta. Tali sono le azioni dell’uomo che sa vivere soltanto una vita inferiore ed esteriore e non sa che le sue lacrime e i suoi affari sono un puro gioco. Soltanto con la parte saggia [della sua anima] l’uomo deve prendere sul serio le cose serie, ogni altra parte di lui è un giocattolo, ma coloro che non conoscono ciò che è serio prendono sul serio i loro giochi e sono giocattoli essi stessi. Se qualcuno fa le stesse cose giocando con costoro sappia che si è imbattuto in un gioco di ragazzi e ha perduto la sua dignità. E se anche Socrate gioca, egli gioca con ciò che v’è in lui di esteriore. E bisogna anche pensare che le lacrime e i lamenti non sono necessariamente indizi di mali reali: infatti anche i fanciulli piangono e si lamentano per cose che non sono mali.

16. [L’unità della Ragione cosmica deriva dai contrari]

Ma se è vero quanto s’è detto, come potrà esistere ancora la malvagità? Dove saranno l’ingiustizia e la colpa? E come, se tutto è bene, coloro che agiscono potranno essere ingiusti e colpevoli? E perché ci sono degli infelici, se non commettono ingiustizie né colpe? Come distingueremo azioni secondo natura e azioni contro natura se tutto ciò che si fa è secondo natura? Com’è possibile l’empietà verso il divino, se la sua opera è così buona? Sarebbe allora come se un poeta drammatico ponesse sulla scena un personaggio che l’oltraggi e l’offenda.
Diciamo dunque di nuovo e con maggiore chiarezza che cosa è la Ragione e come è giusto che essa sia tale. Questa Ragione – si abbia audacia, perché così forse arriveremo allo scopo – non è la pura Intelligenza o l’Intelligenza in sé, nemmeno è l’anima pura, ma ne dipende ed è come un raggio luminoso uscito da l’una e da l’altra: l’Intelligenza e l’anima che si conforma all’Intelligenza generano questa Ragione che è una vita la quale possiede segretamente una ragione. Ogni vita, anche la più vile, è un atto: questo atto non è come quello del fuoco poiché esso è un movimento che non avviene per caso, anche se non c’è alcuna percezione. Le cose che non hanno coscienza e che in qualche modo partecipano [della vita], sono immediatamente sottomesse alla Ragione, cioè ricevono una forma, poiché l’atto [della Ragione] è capace di informarle conforme alla sua vita e di muoverle in modo da dar loro una forma. Il suo atto dunque è artistico, paragonabile al movimento di un danzatore; il danzatore infatti assomiglia a questa vita che procede artisticamente; l’arte lo muove e lo guida così come procede la vita negli esseri. E tutto ciò sia detto perché si capisca meglio che cosa debba essere ogni vita.

Dunque questa Ragione procedente dall’Intelligenza una e dalla Vita una, ambedue perfette, non è in sé una Vita una né un’Intelligenza una, non è del tutto perfetta né si dà tutt’intera alle cose alle quali dà. Ma opponendo fra loro le parti, e creandole perciò difettose, produce un motivo e un principio di guerra e di lotta; e così essa è un tutt’uno pur non essendo un’unità [indivisibile].

Pur essendo nemica a se stessa nelle sue parti, essa è egualmente una e armonica quanto il soggetto di un dramma che è uno pur contenendo in sé molti conflitti. Il dramma accorda e armonizza questi conflitti mettendo innanzi il quadro completo dei protagonisti in lotta; così dall’unica Ragione deriva il conflitto tra le parti separate. Perciò è meglio paragonare quest’armonia a quella che [risulta] dai contrari e cercare perché ci siano dei contrari nelle ragioni delle cose. E come, nella musica, acuto e grave formano un rapporto musicale e cospirano, in quanto elementi dell’armonia, all’unità, cioè a un’armonia che è un rapporto più grande, del quale quelli sono le parti più piccole, così nell’universo noi vediamo dei contrari: il bianco e il nero, il caldo e il freddo, l’animale alato e il privo d’ali, quello che ha piedi e quello che non li ha, il ragionevole e l’irragionevole; tutte queste son parti di un unico vivente che è l’universo, e l’universo è d’accordo con se stesso anche se le parti sono spesso in lotta tra loro, poiché l’universo è secondo Ragione; ed è necessario poi che quest’unità della Ragione derivi dai contrari, poiché questa contrarietà dà a essa la sua consistenza e quasi l’essere suo.

Se essa non fosse molteplice non sarebbe né un tutto né una ragione; in quanto è Ragione, è differenziata in sé, e la massima delle differenze è la contrarietà. Cosicché, se ci sono in genere degli esseri differenti e se la Ragione li rende tali, essa li farà differenti più che è possibile, non meno; sicché facendoli estremamente differenti li farà necessariamente anche contrari; ed essa sarà perfetta se li farà non soltanto differenti, ma anche contrari.

17. [La parte delle anime nel dramma dell’universo]

Essendo dunque tale [la Ragione] nella sua complessa attività, essa produrrà le cose tanto più contrarie quanto più esse sono disperse [nello spazio]: perciò il mondo sensibile ha meno unità della sua ragione ed è perciò più molteplice; maggiore vi è la contrarietà e in ogni individuo c’è un maggior desiderio di vivere e un più ardente amore dell’unità. Spesso l’amante che tende al suo proprio bene distrugge l’amato, quando questo è perituro; l’aspirazione di ciascuna parte all’universo attrae a sé ciò che può. E così ci sono i buoni e i cattivi, così come le due parti di un coro, [obbedendo] a una stessa arte, si muovono in senso opposto l’una all’altra; noi diremo che una parte è buona e l’altra è cattiva, e così va bene.

Ma allora non ci sono più cattivi!

Non si nega che i cattivi esistano, ma solo che essi non sono tali per se stessi.

Ma forse bisogna perdonare i cattivi; purché questo compito di perdonare o no non tocchi alla Ragione; ma la Ragione vuole che non si perdoni ai cattivi.

Ma se quaggiù da una parte ci sono i buoni e dall’altra i cattivi – e questi sono in numero maggiore – avviene come nei drammi in cui il poeta assegna agli attori la loro parte e si serve di quelli che ci sono; e non è lui che dà agli attori la prima o la seconda o la terza parte, ma assegna a ciascuno la parte conveniente e il posto in cui deve stare. Similmente, [nel mondo] c’è un posto per ciascuno, quello che conviene al buono e quello che conviene al cattivo. E l’uno e l’altro, conforme alla natura e alla Ragione, vanno in questo o quel luogo e occupano il posto conveniente, che essi hanno scelto. Poi ambedue parlano e agiscono: l’uno parla e agisce empiamente, l’altro fa il contrario: infatti gli attori sono quello che erano già prima del dramma e si presentano come sono. Nei drammi umani il poeta assegna le parti; gli attori poi devono pensarci loro a fare bene o male; la loro opera comincia dopo l’assegnazione fatta dal poeta. Nel dramma vero, imitato in parte da quegli uomini che hanno natura poetica, l’anima è l’attore: la sua parte essa la riceve dal Poeta [dell’universo]; e come i nostri attori ricevono le maschere, i costumi, una gialla tunica o uno straccio di vestito, l’anima riceve la sua sorte e non a caso, ma anch’essa secondo ragione: [l’anima] vi si adatta e si conforma al dramma e alla Ragione dell’universo, poi si esprime nelle sue azioni e in ogni altra cosa che compie secondo il suo carattere, come in un motivo musicale. La voce e il comportamento son belli o brutti per se stessi ed evidentemente o aggiungono decoro al dramma o vi introducono la stonatura della voce, non mutando così affatto il valore del dramma, poiché è l’attore che se comportato male; allora l’autore del dramma lo licenzia giudicandolo secondo il suo merito e agisce così da buon giudice, mentre innalza a maggiori onori [il bravo attore] e lo riserva, eventualmente, per drammi più importanti e all’altro assegna, caso mai, le parti minori. Nello stesso modo [l’anima], entrata nel poema di questo mondo, vi fa la sua parte come l’attore di un dramma portando con sé il suo bene o il suo male; appena giunta viene messa al suo posto e riceve ogni altra cosa, ma non però il suo essere e le sue proprie azioni, per le quali poi ottiene castighi o premi.

Ma questi attori hanno qualcosa di più in quanto rappresentano la loro parte sopra un teatro più vasto delle nostre scene; il Poeta [dell’universo] li fa padroni di questo mondo ed essi hanno la maggiore possibilità di andare in molti e diversi luoghi e di separare onore da infamia contribuendo, essi stessi, al proprio onore o alla propria infamia, ciascuno nel luogo che conviene ai suoi costumi: in questo modo si accordano con la Ragione dell’universo, per il fatto che ciascuno si adatta, secondo giustizia, al posto che lo accoglierà, così come [in una lira] ciascuna corda è collocata in un posto particolare e conveniente alla natura del suono che essa è capace di produrre.

Nel mondo vi saranno ordine e bellezza, se ciascuno è messo dove deve stare e se chi dà un suono cattivo è gettato nel tenebroso Tartaro; perché là è bello un tal suono. Questo mondo non sarebbe bello se ogni essere fosse una pietra, ma se con la sua voce concorre a un’unica armonia: e anche la sua voce è una vita, anche se fievole, o mediocre, o imperfetta; neanche il suono del flauto è unico, ma esso dà ancora suoni leggeri e deboli che concorrono all’armonia totale; infatti l’armonia si divide in parti non eguali e tutti i toni sono dissimili, ma il suono perfetto è quello unico formato da tutti gli altri.

Anche la Ragione universale è una, però è divisa in parti non eguali: perciò nell’universo ci sono regioni, buone e cattive; e le anime ineguali corrispondono così ai luoghi non eguali. Ne consegue che le regioni del nostro mondo sono dissimili proprio come le anime e che queste, dissimili, occupano luoghi dissimili, come nel flauto o in un altro strumento c’è la diversa lunghezza [delle canne]; [le anime] occupano ciascuna un luogo diverso e ciascuna nel suo proprio luogo dà il suono che s’accorda con la sua posizione e col tutto. Anche il cattivo suono delle anime ha il suo posto nella bellezza dell’universo e ciò, che [in esse] è contro natura, è secondo natura per l’universo; nondimeno quel suono è più debole. Tuttavia esso non rende per questo l’universo peggiore, come il boia, che è un male – se vogliamo adoperare un’altra immagine –, non rende peggiore una città ben governata. Anch’egli è necessario in una città e di tali uomini c’è spesso bisogno e perciò è bene che anche egli ci sia.

18. [Tutte le anime, nell’universo, sono parti della Ragione]

Alcune anime diventano migliori o peggiori per diversi motivi, altre invece non sono sin da principio tutte eguali e sono tali in rapporto con la Ragione di cui sono le parti, le quali sono ineguali perché sono separate. Dobbiamo pensare che ci sono [nell’anima] parti di secondo e di terzo ordine e che un’anima non agisce sempre secondo le stesse parti. Ma siccome l’argomento richiede ancora molto per essere chiarito, bisogna dire di nuovo così: non si devono ammettere certi attori che recitino un altro lavoro che non sia quello del poeta; quasi che il suo dramma sia imperfetto, essi aggiungono ciò che manca, come se il poeta avesse lasciato qua e là delle lacune: in tal modo questi attori non sarebbero più attori, ma una parte del poeta, e saprebbero prima ciò che diranno così da poter collegare convenientemente ciò che segue col principio [del dramma]. Infatti nell’universo le conseguenze e i risultati delle cattive azioni sono o Ragione o conformi a Ragione; così da un adulterio o da un assalto armato possono provenire figli di buona indole e uomini e nuove città migliori di quelle che sono state saccheggiate da uomini malvagi.

Se è dunque assurdo introdurre [nel mondo] delle anime che abbiano l’iniziativa le une del bene e le altre del male – in tal modo noi priveremmo la Ragione anche delle buone azioni se le togliessimo quelle cattive – che cosa impedisce che il bene e il male dell’universo siano parti della Ragione universale come sulla scena le azioni degli attori sono parti del dramma? E così ciascun attore si comporta secondo Ragione quanto più completo è il dramma e quanto più ogni cosa [dipende] dalla Ragione. Ma a quale scopo produrre il male? Le anime, anche le più divine, non sono nell’universo che parti della Ragione: e le ragioni sono tutte anime. Ma perché alcune saranno anime, altre soltanto ragioni, dal momento che ogni ragione è un’anima?

Fonte: Estratti da Enneade III, Trattato II, La Provvidenza, libro I (cfr. Plotino, Enneadi, a cura di Giuseppe Faggin, Rusconi, Milano, 1992).