Islamofobia

Facciamo un piccolo esercizio. Si prende una cartina del mondo e si guarda chi ha basi militari sui confini altrui. Chi ha condotto guerre "preventive" nell'ultimo quarto di secolo. Chi ha destabilizzato governi, finanziato opposizioni e imposto sanzioni.

Bene, avete fatto? È semplice.

Abbiamo un Occidente che fa e disfa e si relaziona bene solo con Israele, uno Stato che si presenta come vittima permanente, pratica occupazione, espansione e guerra come strumento di politica ordinaria.

Ora guardate la Lega per esempio o le pseudodestre in generale. Osservate i loro leader con la kippah, i loro raduni pro-Israele, la retorica sull'invasione islamica. Parliamo di una destra che dovrebbe difendere il popolo italiano, i suoi interessi economici, la sua sovranità, la sua identità culturale e che invece si schiera con uno Stato straniero impegnato in una guerra di espansione coloniale, mentre agita lo spauracchio dell'islam per giustificare ogni deriva securitaria interna.

Tornando a noi, a chi serve questo scenario?

Non agli italiani ovviamente. L'immigrazione incontrollata, quella che ha trasformato i nostri quartieri è figlia di politiche estere che destabilizzano interi paesi. Politiche che quelle stesse destre non contestano, perché i mandanti sono gli stessi. Secondo voi si può essere contro l'immigrazione di massa e contemporaneamente finanziare, diplomaticamente o militarmente, i conflitti che la producono? Ragionate...

L'islamofobia di Stato è funzionale. Distoglie l'attenzione dal vero meccanismo. Non è l'islam che destabilizza l'Occidente, è l'Occidente che destabilizza l'islam e poi importa il caos che ha seminato, scaricandolo sulle classi popolari mentre i responsabili restano intoccabili.

Questo è, se poi vi piace andare dietro a questi soggetti che puntano sulla vostra pancia ergendosi a risolutori fate pure. Ma così stanno le cose.


Federico Faggin e Plotino, una storia affascinante

Federico Faggin, l'uomo che ha progettato il primo microprocessore della storia, il cervello artificiale su cui poggia l'intera civiltà digitale, in alcune interviste che si trovano in rete racconta degli aneddoti davvero curiosi.
Uno di questi riguarda suo padre, Faggin Giuseppe, un filosofo, studioso di neoplatonismo. Fu lui a tradurre per la prima volta in italiano le Enneadi di Plotino, il testo in cui il cosmo viene descritto come emanazione dell'Uno, dove la coscienza non è il prodotto della materia ma la sua origine. 

Racconta Federico che da giovane egli rifiutò quella strada. Voleva essere ingegnere. E così mentre il padre traduceva Plotino, lui progettava circuiti integrati.
Poi, ad un certo punto ebbe un'esperienza interiore spontanea descritta come un'immersione in un campo di luce cosciente dove egli era simultaneamente osservatore e osservato. Da quel momento, trent'anni di ricerca lo hanno condotto a una conclusione, ovvero che la coscienza non emerge dalla materia. È la materia che emerge dalla coscienza.

Pensiamoci, un uomo che ha passato la vita a ridurre la realtà a istruzioni binarie, che ha contribuito più di chiunque altro a costruire l'infrastruttura del materialismo digitale, che ha dato alla Silicon Valley la sua anima tecnica, è lo stesso che oggi denuncia lo scientismo riduzionista. 

Per Faggin conoscere significa risalire, distogliersi dalla molteplicità per ritrovare l'unità originaria.
Usa un linguaggio diverso, qualia, stati quantistici, campi coscienti, ma la struttura è la stessa. L'Uno, nel suo sistema, è definito come la totalità di ciò che esiste: dinamico, olistico, non divisibile in parti separate, e dotato di una volontà di conoscere se stesso, una volontà che si esprime attraverso la coscienza.

Platone e Plotino giunsero a quella visione per via speculativa, dialettica, mistica. Faggin ci arriva dopo decenni trascorsi a costruire macchine sempre più elaborate.

Il cerchio si chiude: il figlio che aveva voltato le spalle al Plotino del padre torna, sessant'anni dopo, a dire sostanzialmente le stesse cose, ma attraverso la fisica quantistica invece che attraverso il greco antico.

La coscienza viene prima della materia. Il mondo fisico è un'emanazione di una realtà più profonda.

Che storia affascinante.
La Verità che si ripresenta magicamente attraverso uno dei più grandi scopritori della tecnologia moderna.

Fazioni e manovratori

Due fazioni. Un solo copione.

Da una parte l'indignazione "destra"  dove si prende la rabbia legittima della gente — quella che vive nei quartieri, che subisce il degrado, che vede trasformarsi le proprie città — e la si indirizza verso un bersaglio religioso. L'islam come nemico finale. Non i trattati europei, non le lobbies economiche che hanno voluto il melting pot e la manodopera a basso costo, non le classi dirigenti che hanno gestito i flussi nell'interesse di pochi. No: l'islam. Si usa lo stomaco della gente per produrre uno scontro di comodo.

Dall'altra il progressismo sinistro, incapace di riconoscere il fallimento senza sentirsi razzista, convinto che negare il problema sia la forma più alta di civiltà.

Due posizioni che si nutrono a vicenda. L'una giustifica l'altra, si rafforzano tra loro. La destra identitaria cresce quanto più la sinistra nega la realtà. La sinistra si compatta quanto più la destra urla. Il conflitto è il prodotto.

Poi c'è il solito schema grottesco, in cui si agita il crocefisso come scudo identitario contro l'islam, in nome delle "radici cristiane" dell'Occidente.
Quali radici?
L'Occidente che divorzia in massa, che svuota le chiese, che ha aborti legali, che non sa distinguere la Quaresima dal Carnevale, che ha ridotto il Natale e la Pasqua ad operazioni commerciali, dove ci si sposa e si fanno i sacramenti solo per fare festicciole e chiedere soldi, dove si guadagna con Onlyfans. Questo Occidente non è cristiano. È credente per folklore.
Sventolare il crocefisso senza portarne il peso non è certo difesa di una tradizione. È solo sciacallaggio simbolico. Si usa il segno di una fede che non si pratica, non si studia, non si vive, per fare politica indotta.

È tutto un teatro. Mettono dei pupazzi per convogliare il dissenso su problematiche che loro stessi hanno creato. E poi perimetrano il dissenso mettendola sullo scontro tra due monoteismi (il terzo non si tocca, che strano..).

Ennesimo divide et impera creato ad arte dai manovratori.



Narrazioni polarizzanti

Chiedere che l'ingresso degli stranieri in un Paese avvenga secondo regole stabilite, è una posizione di destra.

Accettare che il Paese si riempa di persone prive di documenti, che delinquono e generano attriti sociali è una posizione di sinistra.

Dire che il modello naturale di una famiglia è quello formato da un uomo e una donna, è un'idea di destra.

Appoggiare carrozzoni LGBT+#€ è di sinistra.

Sostenere che le decisioni economiche di una Nazione debbano rispondere agli interessi dei suoi cittadini è una posizione di destra.

Subordinare ogni scelta di politica industriale ai vincoli di bilancio dettati da Bruxelles, accettandoli come un destino ineluttabile, è invece di sinistra.

Difendere il diritto di una comunità a custodire la propria memoria storica, i propri simboli, le proprie ricorrenze, è un'idea di destra.

Riscrivere il passato per adattarlo alle sensibilità del presente, rimuovendo nomi, statue, tradizioni, viene presentato come progresso di sinistra.

Ritenere che la scuola debba trasmettere conoscenza e spirito critico prima di trasformarsi in laboratorio di ingegneria sociale è destra.

Importare senza alcun dibattito pubblico ogni nuova teoria identitaria d'importazione, calandola nei programmi scolastici, è sinistra.

Pensare che il dissenso, anche quello scomodo, debba poter essere espresso e discusso pubblicamente è destra.

Affidare a piattaforme private il compito di etichettare ogni posizione fuori dal coro come "odio" o "disinformazione" è sinistra.

...e si potrebbe continuare all'infinito, perché lo schema è sempre lo stesso, ogni posizione di buon senso, quella che un tempo sarebbe stata semplicemente l'opinione della maggioranza silenziosa, viene oggi ribattezzata "destra", come fosse un'anomalia da correggere, mentre la sua negazione, per quanto innaturale e dannosa, viene venduta come "progresso" di sinistra.

Si tratta di una narrazione fasulla, costruita a tavolino.
Storicamente non è mai stato così, la sinistra del Novecento difendeva i confini, il lavoro, la sovranità popolare contro il grande capitale. Le etichette sono state svuotate e riassegnate. Dire "di destra" evoca lo spauracchio fascismo, impedisce che la gente si accorga di avere, su quasi tutto, lo stesso buon senso del vicino di casa che vota diversamente da lei.

Polarizzare significa distrarre. E un popolo distratto non si accorge di chi sta davvero decidendo per lui.

L'industria antropomorfa

I veterinari in Italia sono circa cinque volte i pediatri. Cinquemila bambini in meno ogni anno. Trentatremila professionisti che curano cani e gatti contro seimila che curano i figli di una nazione che non ne fa più.

Ecco il profilo di una civiltà che ha spostato il proprio investimento affettivo ed economico dagli esseri umani agli animali domestici. Il tutto grazie alla complicità di una certa retorica del "rispetto per tutte le forme di vita" che nasconde, sotto la vernice progressista, un individualismo radicale: l'animale non chiede, non giudica, non delude. Il figlio sì. Le cause della denatalità vengono indicate ogni volta con i costi della vita, la precarietà lavorativa ecc. Tutto vero ma sappiamo bene che ridurre il problema a una questione economica non è realistico. Significa ignorare che generazioni precedenti, in condizioni materiali assai peggiori, facevano figli lo stesso, perché credevano nel futuro come progetto collettivo, nella famiglia come struttura di senso.

Oggi è evaporato tutto. E il mercato, come sempre accade, ha riempito il vuoto. L'industria degli animali da compagnia vale in Italia miliardi, alimenti "premium", assicurazioni sanitarie, abbigliamento stagionale, psicologi per cani, terapisti comportamentali felini. Una filiera sterminata che prospera esattamente dove si è sgretolata la famiglia. Una civiltà che smette di riprodursi, ha smesso di credere in sé stessa. E una che sostituisce i figli con i cuccioli non sta soltanto crollando demograficamente, sta cambiando antropologicamente, in modo irreversibile.

Reminiscenza

Vi è mai capitato di aprire un libro di un autore che non conoscevate, letto per caso o per un impulso inspiegabile, e di trovare là dentro qualcosa che sentivate già vostro?
Come se quelle pagine vi restituissero un pensiero che era già in voi, ma che non avevate ancora trovato le parole per formulare.
Non è un caso, e non è nemmeno una suggestione.

Platone nel Menone e nel Fedone chiama questa esperienza anamnesi — reminiscenza. La conoscenza non è acquisizione ma ricordo. L'anima, prima di incarnarsi, ha contemplato le Idee nella loro forma pura: il vero, il bello, il giusto. L'apprendimento non introduce nulla di nuovo, toglie un velo. Non si impara, si ricorda. I libri, i maestri, le esperienze sono stimoli che riattivano ciò che già sappiamo.

Plotino nell'Enneade sostiene che esiste una parte dell'anima che non scende mai completamente nel corpo — che rimane in contatto permanente con l'Intelletto universale, il Nous. In noi c'è qualcosa che non si è mai separato dall'origine. Certi libri permettono a questa parte di manifestarsi nella coscienza ordinaria.

La tradizione indiana, dall'Advaita Vedanta, arriva allo stesso punto per un'altra strada: il Sé (Ātman) è già conoscenza, identico a Brahman. L'ignoranza (avidyā) è solo un velo. Il maestro non trasmette nulla — rimuove l'ostacolo. Non dà la luce, toglie ciò che la copre.

Jung ha la stessa intuizione, gli archetipi sono strutture preesistenti all'esperienza individuale, depositate nell'inconscio collettivo. Certi libri risuonano perché attivano strutture già presenti in profondità, non perché introducano qualcosa di esterno. Il testo è uno specchio, non un contenitore.

Per Evola la conoscenza superiore non si apprende, si sveglia. La dottrina tradizionale non informa l'intelletto, riattiva qualcosa che era già lì in stato latente. 

La convergenza è notevole. Tradizioni lontanissime tra loro — la Grecia classica, il neoplatonismo, il Vedanta, la psicologia del profondo, la prospettiva tradizionalista — arrivano tutte allo stesso punto: il riconoscimento precede l'apprendimento. Esiste una conoscenza anteriore all'esperienza. I testi e i maestri funzionano come specchi, non come fonti.

Se vi è dunque capitato di specchiarvi in un autore invece di essere formati da lui, non stavate subendo un condizionamento. Stavate semplicemente mettendo a fuoco qualcosa che era già vostro.

Da dove viene dunque questa conoscenza che precede l'esperienza? Le risposte che abbiamo visto divergono — l'anima preesistente di Platone, il Nous di Plotino, l'Ātman vedantico, l'inconscio collettivo junghiano, il senso metafisico evoliano. Ma su un punto convergono tutte, non siamo una tabula rasa. Non lo siamo mai stati.

Gestione delle apparenze

C'è una convinzione sempre più diffusa, sdoganata anche da una certa comunicazione pop sulla salute mentale, ovvero che dentro ognuno di noi c'è uno spazio intoccabile, un lato oscuro che non va mostrato a nessuno. Tienilo chiuso eh. Proteggilo! Perché chi lo vede poi scappa. Il messaggio viene confezionato sui social come grande saggezza....non lo è, è piuttosto la mappa perfetta per l'isolamento. Perché se il lato più "scomodo", le paure, le contraddizioni, le zone d'ombra, diventa qualcosa da nascondere per forza, allora ogni rapporto viene costruito su una maschera. Ma i rapporti veri nascono proprio dal contrario. Dal momento in cui si mostra quel lato a qualcuno e quello non scappa. Anzi, tira fuori il suo. Questo è il punto di non ritorno di un rapporto autentico. Altro che chiudersi sempre, quella non è protezione, ci si condanna solo a diventare monadi con rapporti di superficie.

Ecco uno dei motivi per cui gli psicologi in questo periodo storico si stanno riempiendo le tasche. Perché a fronte di queste concezioni ultradifensive poi la gente si rivolge agli sconosciuti, pagandoli. La selezione è necessaria ovviamente, non si apre a chiunque. Ma la questione è opposta a quella che viene venduta da certi fumettisti pop o dagli influencer "saggi" ipercondivisi sui social. Non è vero che bisogna chiudere il proprio lato oscuro al mondo. C'è da trovare piuttosto le due o tre persone a cui vale la pena aprirlo. È l'unica vera ricchezza. Il resto è gestione delle apparenze e spreco di denaro.