Impassibili

 

In un mondo ribaltato, in cui esser pacati e gentili è considerato un segno di evidente debolezza, dove chi starnazza ha più considerazione di chi esprime educatamente la propria opinione, ritagliarsi uno spazio per analizzare, scevri da isterismi e sovrastrutture, la multiforme e complessa realtà che ci circonda, è sempre più un'impresa ardua. I modelli proposti dai media e dai teatrini tv sono desolanti. Guitti prezzolati in cerca del quarto d'ora di gloria, si alternano a vip di cartapesta che sentenziano su ogni materia senza soluzione di continuità, sedicenti esperti, dall'alto dei loro troni posticci, che fanno a gara a chi la spara più grossa, mentre imbrattatori della verità di professione continuano la loro opera di mistificazione e di criminalizzazione del dissenso, colorando con tratti farseschi dibattiti e discussioni, che si riducono a puerili scambi d'insulti, a mere beghe da cortile.

Districarsi tra le mangrovie ed il fango del nostro tempo, restando il più possibile vivi, analitici e puri di spirito, è sicuramente un percorso difficile, ma al contempo stimolante. Mantenersi in piedi tra le rovine richiede passione, coraggio, cuore, testa, visione a lungo raggio. Il sentiero che stiamo percorrendo, per quanto impervio e ricco di ostacoli, è quello retto. Alle grida forsennate, al raglio di somaro, opporremo perciò calma e valide motivazioni. Faremo fronte al fanatismo, alla propaganda, al letargo della ragione e del buonsenso con audacia e ostinazione nel tutelare le nostre posizioni.

Una porta si è chiusa alle nostre spalle, proiettandoci in una nuova, incerta realtà che dobbiamo affrontare a schiena dritta. Dure prove ci attendono, questo è certo, ma noi saremo pronti. Restare sani tra i folli, svegli tra i dormienti, impassibili agli scherni e all'ilarità di chi è imboccato e pensa di detenere ogni risposta in tasca, non temendo la solitudine od il giudizio altrui: è questa, al momento, la vera sfida da onorare e vincere, contro tutto e tutti.

"Dalla scuola di guerra della vita, ciò che non mi uccide, mi rende più forte”. " (F. Nietzsche)



Sconfitti ma "felici"

 

Diciamogli che è per il loro bene. Per la salute pubblica, gli anziani, i fragili, i bambini, l'economia, il lavoro, i mercati. Per l'Europa, la democrazia, la libertà, la pace, l'occidente. Per combattere l'inquinamento, il riscaldamento globale, le emissioni di CO2. Per la natura, l'ecosistema, per contrastare i cambiamenti climatici. Per la tutela delle minoranze, per l'uguaglianza, per arginare il ritorno del fascismo. Nel frattempo, toglieremo loro tutto.

Trasformeremo i diritti un tempo intangibili in concessioni a tempo determinato. Impianteremo un sistema di crisi perpetua, tra guerre e pandemie, cristallizzando l'emergenza nel dettato costituzionale. Incrementeremo, coi soldi pubblici, gli armamenti per un conflitto voluto dai nostri padroni, perpetuando il sistema delle sanzioni, alla faccia degli interessi nazionali, ai danni di un partner economico sino a ieri gradito ed imprescindibile. Annienteremo ciò che resta della sanità pubblica, distruggeremo gli ultimi brandelli della scuola e dell'università, con programmi demenziali e regole grottesche,  puntando sull'obbedienza cieca di docenti e dirigenti. Rivoluzioneremo il sistema produttivo, attraverso la deindustrializzazione del paese e la delocalizzazione delle grandi imprese. Renderemo il lavoro ancor più flessibile e malpagato, impoverendo le masse per costringerle a vivere di bonus e sussidi, per farle ancor più mansuete e legarle a doppio filo allo "Stato". Confonderemo i giovani, minando le loro certezze, la famiglia, la loro identità sessuale, rendendoli sempre più insicuri, turbati e timorosi. Sguinzaglieremo, infine, i segugi di regime: esperti guitti, giornalisti, influencer, conduttori, saranno megafono martellante della propaganda, senza soluzione di continuità, senza tregua, senza pudore alcuno. Essi ridicolizzeranno il dissenso, rendendolo macchiettistico, con squallide trasmissioni e volgari dibattiti.  

Infine, quando saranno senza denaro, senza terra, senza figli, senza radici, senza identità, saranno sconfitti, ma "felici", perché non avranno nulla. Se, malauguratamente, un giorno qualcuno dovesse chiedere come abbiamo fatto ad arrivare alla vittoria, senza che vi sia stato un lamento od uno scoppio d'archibugio, gli risponderemo che tutto sommato è stato semplice, è bastato solo dirgli che era per il loro bene.



"Walden" di H.D.Thoreau

Luglio 1845. Henry David Thoreau, all'epoca ventottenne, lascia la sua città natale, Concorde, per trasferirsi sulle rive del lago Walden, nel Massachusetts, ove rimane per circa due anni. È qui, a nudo contatto con la natura incontaminata, in una capanna da lui stesso costruita, ch'egli dà alla luce una delle sue opere più importanti e significative. Manifesto vivido e pulsante di un ritorno ad una dimensione più autentica, " Walden- vita nel bosco" traduce nelle sue straordinarie pagine, il lungo percorso spirituale dell'autore, che ha portato lo stesso ad allontanarsi dalla società, dai suoi schemi precostituiti, dalle comodità, attraverso una fuga consapevole verso una "solitudine buona", che consenta all'uomo di ritrovare sé stesso, di elevarsi, ritornando alle origini, al tangibile, all' essenziale. Il testo, caratterizzato da una prosa colta e raffinata, fonde, in un unicum straordinario, filosofia e pratica, concretezza e poesia, trasmettendo al lettore vibrazioni uniche, irripetibili, rare, che scuotono, con dolcezza e veemenza, anima e coscienza. In aperto contrasto con il mercantilismo, l'utilitarismo e l'accumulazione ossessiva di ricchezze, il testo rappresenta un ode alla libertà, alla bellezza, alla natura, ai suoi sincronismi, donandoci una prospettiva alternativa, impegnativa, rivoluzionaria, riavvolgendo il filo d'Arianna per aiutare l'uomo a trovare una via d'uscita dal labirinto del Minotauro che lo circonda, proponendo uno sforzo intimo che spazzi via la fuliggine del quotidiano, che tagli il cordone ombelicale che lo lega indissolubilmente ad un'esistenza che non gli appartiene più, che corrompe la sua essenza, eterodiretta, soggetta al giogo di meccanismi che tritano violentemente verità e purezza. Emotivo, concreto, creativo, conoscitivo, oltremodo attuale, "Walden" è molto di più di un semplice "libro". Esso rappresenta, infatti, un vero e proprio "periglioso" viaggio interiore, una cronaca, un vademecum, adatto a chi vuole "marciare al suono di un tamburo diverso", non accontentandosi di analisi scontate e facili soluzioni. Un capolavoro immortale, coraggioso, capace di sconvolgere, di squarciare la rete che ci tiene prigionieri, scavando in profondità nelle pieghe più profonde dell'animo umano, attraverso un atto "formale" che sancisca la definitiva indipendenza dalla pochezza morale di un sistema soverchiante dedito soltanto all'apparenza ed al consumo più sfrenato. 

"Essere un filosofo non è solamente avere pensieri sottili, e neppure fondare una scuola, ma amare la sapienza al punto da vivere secondo i suoi dettami, con una vita semplice, indipendente, magnifica e fiduciosa. E risolvere alcuni dei problemi della vita, non solo nella teoria ma nella pratica”




La banalizzazione del fenomeno dell'immigrazione di massa

Il fenomeno dell'immigrazione di massa è da sempre oggetto di squallidi dibattiti da arena televisiva, dove improbabili esperti, scaltri giornalisti e politici d'ogni fazione, si accapigliano con falso fervore, facendo leva sulla pancia, sfruttando sapientemente la carica emozionale dello spettatore, senza mai arrivare al nocciolo della questione. Nessuno pone un quesito scomodo, né delinea scenari alternativi. La contrapposizione resta solo tra chi vuole "accogliere" a tutti i costi, sventolando il vessillo stropicciato di un obsoleto e melenso buonismo tipico di una sinistra da salotto invecchiata male, e chi sbraita d'invasione senza argomentare, portando in auge concetti tipici di una destra edulcorata, corrotta nella sua essenza, che ha rinunciato scientemente alle sue radici, alla tradizione, alla sua ragion d'essere. Il risultato? Beghe da cortile, un costante ed imbarazzante pollaio senza arte né parte.

La forza del potere costituito, oggi, è proprio questa: ridurre il tutto ad informe poltiglia, a puerile prospetto, a scapito della verità, della reale interpretazione dei fatti, di ragionamenti più articolati, che vengono, in tal modo, ex ante rifiutati dalla maggioranza, oramai assuefatta da un sistema che sbriciola il tangibile per poi ricomporlo a suo piacimento, che trita nei suoi ingranaggi chi prova ad esprimere pensieri più complessi rispetto all'imbarazzante media. A chi giovano tali fenomeni? Si rispetta realmente l'umanità non permettendo ai popoli di vivere e prosperare nella terra dei propri avi, a cui sono indissolubilmente legati? Che conseguenze ha un impatto migratorio di tali proporzioni sull'economia e sulla tenuta sociale dei paesi ospitanti? Quali politiche di sfruttamento dei territori in questione hanno costretto migliaia di persone ad intraprendere perigliosi viaggi alla ricerca di un futuro migliore? È lecito pensare che si voglia minare il tessuto socio economico dell'Europa, inquinando il mercato del lavoro e formando nuovi schiavi senza consapevolezza dei propri diritti e della lotta di classe? Domande a cui mai nessuno darà una risposta. Si resta, così, sempre ingabbiati, divisi, nel limbo di uno squallido giuoco delle parti, tra chi si commuove con lo spot sulla fame e le carestie sapientemente propinato da chi di dovere durante i pasti per giustificare l'ingiustificabile ed accentuare il senso di colpa, e chi ulula grottesche frasi sconclusionate facilmente tacciabili di "razzismo" dai parrucconi di turno. Così, senza apparente sforzo, la riprogrammazione è servita: la maggioranza è aggiornata, come un software, in base ad un banale "algoritmo", che rispecchia la sua già plasmata coscienza e linea di pensiero. Con buona pace della verità, della giustizia e dei reali interessi nazionali. Il giochino è banale e riproposto all'infinito ma, evidentemente, funziona sempre. 




Kaczynski e la società industriale del futuro

 

Ci sono molti motivi per tornare a leggere oggi il famoso manifesto di Unabomber.

Innanzitutto documenta un raro caso di unità di parola ed azione, così distante dal modello intellettuale odierno, fatto di pensieri destinati alla carta e non alla realtà. Colpisce tra l'altro la lucidità di analisi e l'accuratezza argomentativa, le quali fanno pensare non tanto a un milite che espone le ragioni della propria lotta, quanto piuttosto a uno studioso che ha trovato nel terrore lo sbocco naturale del proprio itinerario di ricerca. Si può non condividere la via di Kaczynski – e di certo noi non la condividiamo – ma di sicuro non lo si può accusare di scarsa coerenza e di non essersi fatto carico con dignità delle proprie scelte radicali.

Sorprende inoltre la straordinaria capacità dell'autore di anticipare di almeno vent'anni processi che a metà degli anni novanta si potevano appena intravedere e che solo in tempi recenti si sono manifestati in tutta la loro virulenza. Controllo digitale, eugenetica, psicopatia sociale, politically correct, cancel culture, wokeism sono qui ampiamente anticipati e predetti come esiti necessari delle caratteristiche della società industriale, destinati ad amplificarsi con il passare del tempo e con lo sviluppo e l'implementazione dell'apparato tecnologico.

Particolarmente interessante è inoltre l'analisi che l'autore propone della psicologia dell'uomo di sinistra, la quale ha l'indubbio merito di  porre le basi per una messa in discussione della tassonomia politica classica e di unificare sotto una nuova luce gran parte delle tendenze della sinistra odierna, le quali altrimenti rimangono enigmatiche e inspiegabili ricorrendo alla pura teoria politica e alle dichiarazioni d'intenti. La fenomenologia del leftism come malattia della personalità e la sua sostanziale incompatibilità con qualsiasi programma rivoluzionario sono sicuramente alcuni degli elementi più gustosi e stimolanti dell'intero trattato.

La società industriale e il suo futuro si basa sull'idea centrale che la sanità mentale e il benessere umano abbiano a fondamento il disporre pienamente di se stessi, del proprio tempo e dei mezzi di sostentamento individuali. Potere è sostanzialmente la capacità di realizzare scopi e obbiettivi in autonomia. Il processo di potere è appunto ciò che la società industriale ha predato all'uomo, sostituendone l'attività con surrogati inutili e frustranti, utili a impegnare e distrarre il cittadino mentre altri centri decisionali dispongono di lui, confiscandone l'autonomia e riducendolo in un perpetuo stato di necessità artificiale.

Questa situazione non è, secondo Kaczynski, una contingenza storica, ma un effetto collaterale inevitabile dell'impianto tecnologico che regge la società dei consumi. Economia e tecnologia sono un tutt'uno nella società moderna e la particolare configurazione totalitaria che essa va assumendo è strettamente necessaria al suo preservarsi e alla sua piena realizzazione. Da questo si deduce che la società industriale non è riformabile politicamente, ma può essere solo abbattuta dalle fondamenta, sfruttandone le crepe e favorendone il collasso.

Il testo si impegna quindi nel suggerire scenari futuri e strategie possibili utili al rovesciamento della società industriale, partendo dal presupposto piuttosto realistico che una catastrofe planetaria sarà pressoché inevitabile qualunque sia l'esito storico dell'attuale ciclo di civiltà. Pertanto, suggerisce l'autore, meglio affrettare il più possibile i processi dissolutivi intrinsechi al sistema in modo da limitare il trauma del collasso globale e anticipare la ricostruzione dell'ordine planetario su nuovi presupposti e rinnovati equilibri. Questo sarà possibile solo se si saprà elaborare e promuovere una cultura adeguata a rifondare la società, sufficientemente inclusiva e aggregante da poter cementare una massa sociale critica che saprà, a tempo debito, cogliere l'opportunità offerta dal tracollo dell'ordine sociale e presiedere al suo rinnovamento.

Condividiamo l'impianto generale del testo. La società moderna è irriformabile; le sue tare sono costitutive così come i suoi pericoli; la politica – come si intende la gestione del potere nelle moderne società industriali – è espressione del problema e pertanto non può risolverlo; solo un rinnovamento culturale profondo può favorire e accelerare un cambiamento radicale.

Tuttavia i limiti dell'opera si palesano proprio a partire da queste premesse. Kaczynski dimostra di trascurare gran parte del dibattito filosofico contemporaneo sulla questione della modernità e della tecnica. La sua concezione di società industriale è essenzialmente orizzontale e manca di una visione d'insieme e di una verticalità metafisica che potrebbero fondare l'antitesi tra società dell'umano e dell'inumano su una base qualitativa e non meramente quantitativa (più libertà, più autonomia, più potere, più tecnologia). Ampiamente deludente è poi la risposta culturale che propone in vista del rinnovamento sociale: una sorta di anarchismo ecologista comunitario e laico, la cui inconsistenza è facilmente dimostrabile a partire dal fatto che si tratta di schemi ideologici intrinsecamente moderni, quindi affatto non alternativi al presente. Moderna è inoltre la temperie dei frequenti elogi dell'individualismo, il quale viene interpretato come alternativa al collettivismo di sinistra, ma che a parer nostro è solo un'altra espressione dello spaesamento moderno. Il modello collettivistico è superato non tanto dal ritiro nel privato nella ricerca utopica della totale autosufficienza (sia essa individuale o di un piccolo gruppo), quanto da un modello di società differenziata e organica che assecondi tanto l'istanza sociale che la vocazione personale di ogni singolo.

Nonostante questi aspetti tutt'altro che secondari, il testo rimane comunque un documento con cui confrontarsi e discutere, sia per la profondità e la lungimiranza di molti suoi luoghi, sia per il tributo di sangue che le idee ivi espresse hanno richiesto all'autore che vi ha dato voce. Kaczynski rimane, nel bene e nel male, pietra di scandalo ineludibile per tutti coloro che credono che il pensiero sia il gioco innocuo di intellettuali annoiati.



Educazione siberiana di Nicolai Lilin

Transnistria, ex Urss, repubblica autoproclamatasi indipendente nel 1990, non riconosciuta da nessuno stato. Regione aspra, gelida, inospitale. Terra di tutti e di nessuno, landa desolata, grigia, cupa, sovente teatro di scontri, criminalità, misfatti d'ogni sorta, dove convivono, in apparente contraddizione, onore ed illegalità, altruismo e disumana ferocia, amore puro ed odio cieco. È qui, in questo luogo dimenticato da Dio, quasi stagliante su un'immaginaria scogliera oltre le colonne d'Ercole del conosciuto, che Nicolai Lilin ambienta il suo "Educazione siberiana". Caratterizzata da una prosa disidratata ed uno stile agile, veloce e tagliente, denso di contenuti e descrizioni dettagliate, l'opera si presenta come un viaggio all'interno di un microcosmo a noi sconosciuto, un diario di bordo dove il protagonista, Kolima, racconta con dovizia di particolari la sua esistenza turbolenta, le sue drammatiche vicissitudini, la sua "educazione", le sue radici, il profondo senso d'appartenenza che lo caratterizza, i rigidi codici comportamentali imposti dalla sua comunità. Il testo, ricco di incisi e flashback, dipinge, con squarciante energia, scenari illuminati da una luce quasi caravaggesca, dove la tradizione che affonda le sue radici nella notte dei tempi, assume un'aura sacra, inscalfibile, che rende il mondo dove la storia si sviluppa e prende forma chiuso, lontano, quasi inaccessibile. Reale, intenso, toccante, per nulla scontato, il romanzo pone il lettore in una condizione inusuale, che lo porta quasi a parteggiare per il "male", trasportandolo in una dimensione affascinante, spaventosa, cupa, distante anni luce dalle abitudini, dal consumismo, dai valori e dallo stile di vita occidentale. Un testo iconico, particolare, a tratti filosofico, specchio fedele di uno spaccato di vita cruenta, fiera, dolorosa, che non lascia indifferenti e fa immergere chi si inoltra tra le sue pagine, in un universo costellato di simboli, rituali, ancestrale saggezza e brutale verità. Lilin ci dona, dunque, un affresco impietoso, carico d'umanità, dove sacro e profano, giusto e sbagliato, vita e morte, si fondono in uno straordinario e continuo ossimoro, tipico di un mondo affascinante e crudele, a tratti incomprensibile, spesso in totale contrasto con la nostra visione del tangibile. Ben aderiscono al testo in questione gli immortali versi di Fabrizio De Andrè: "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior". È forse questo il senso ultimo, intimo, rivoluzionario che vuole comunicarci, a suo modo, l'autore. Dalla turpitudine più completa, può nascere un bene molto più forte, avvolto da una luce ancor più fulgida e pura, capace, talvolta, di squarciare con la sua veemenza, anche la notte più oscura dell'anima.




I figli di Hurin di J.R.R. Tolkien

Romanzo postumo dello scrittore J.R.R. Tolkien, “I figli di Hurin”, venuto alla luce nell'Aprile del 2007, rappresenta, senza dubbio alcuno, un unicum d'inestimabile valore nello straordinario macrocosmo letterario nato dalla geniale penna dell'autore inglese. Pubblicato a cura del figlio Christopher, il libro è tratto quasi interamente dagli appunti dell'accademico britannico, opportunamente revisionati ed estesi per rendere il testo completo, organico e fruibile. Facente parte dei c.d. " Tre grandi racconti della prima Era", assieme a “Beren e Luthien” e “La caduta di Gondolin”, il testo narra le avventure, già presenti nel “Silmarillion”, di Hurin, valente cavaliere ed amico fraterno del suo re. Partito per combattere contro il perfido Morgoth, egli verrà dapprima catturato e poi torturato dallo stesso, per costringerlo a rivelare la posizione ed il rifugio delle truppe superstiti. Poiché Hurin resiste, il" signore del male" abbatte un anatema sulla sua famiglia, che dovrà pagare, inevitabilmente, le conseguenze dell'eroismo del coraggioso condottiero. Rifugiatosi da re Thingol e cresciuto sotto l'ala protettrice della saggia Morwen, sarà Turin, il primogenito della stirpe di Hurin e protagonista indiscusso della vicenda, ad andare alla ricerca del padre e vendicare l'accaduto. Tra scorribande, assalti, guerre e tradimenti, il giovane cavaliere riuscirà a sfuggire agli uomini di Morgoth, peregrinando sotto falso nome di regno in regno, sino ad arrivare al fatidico scontro finale con il nemico.

Coinvolgente, avvincente ed epico, “I figli di Hurin” è un'opera di rara potenza, vigorosa, profonda, a tratti poetica, che invita il lettore quasi ad impugnare la spada al fianco degli eroi ivi descritti, trasportandolo in atmosfere antiche, quasi incantate, facendogli percepire, tra le sue pagine, il fragore di solenni battaglie, lo scintillio di lame lucenti, il riflesso del sole su abbaglianti elmi d'argento. Un testo particolare, raro, carico, nonostante l'intervento esterno, d' aura e di vis tolkieniana, che riporta in auge valori oramai perduti quali l'onore, l'appartenenza, la fedeltà, l'orgoglio, il rispetto per le proprie radici. Un libro imprescindibile, un ottimo punto di partenza per comprendere a fondo l'immenso lavoro dell'autore. Un viaggio in un mondo affascinante, ricco di pathos, che mette d'accordo, in un colpo solo, profani, semplici appassionati e puristi dell'eccezionale opera completa del professore e glottoteta inglese.



Insetti e Chianti

La pioggia, mista a neve, ticchettava ritmicamente sulle grandi vetrate del palazzo governativo, come una lancetta che, inesorabile, segnava il passare del tempo. L'acqua, purificatrice e donatrice di vita, lavava via gli ultimi brandelli d'autunno, facendo da battistrada ad un inverno che si preannunciava più grigio e rigido del consueto. La grande sala, finemente arredata, arricchita da numerosi oggetti d'antiquariato e maestosi dipinti, era riscaldata a dovere. Al centro, l'immensa tavola, apparecchiata con eleganza e ricolma d'ogni ben di Dio, quasi fosse stata preparata da Lucullo in persona, era adibita, come di consueto, per l'imminente cena. Il presidente del consiglio, composto ed impeccabile come richiedeva il suo ruolo, sedeva ancora da solo a capotavola. Alle sue spalle, le fiamme del gigantesco camino posto al lato sinistro della stanza, ondeggiavano sinuose, come avvenenti danzatrici del ventre, donando tepore, giuochi di luce ed atmosfera allo sfarzoso ambiente circostante, facendo da contrasto all'imperversare del nevischio che si faceva, via via, sempre più intenso e vigoroso. Il momento di desinare era quasi giunto. Prima, però, c'erano da sbrigare le ultime formalità: un annuncio alla nazione era infatti necessario, vista la crisi energetica, economica ed alimentare che si abbatteva, come una scure, sul paese e sul continente intero. L'addetto stampa, un uomo minuto, calvo, in abito scuro e dai grandi occhiali penzolanti sul viso scarno, si avvicinò a passo svelto, bisbigliando all'orecchio del presidente poche parole chiave. L'ora della diretta era arrivata. Alle sue spalle, la bandiera italiana e quella europea troneggiavano statiche, montate in fretta e furia su scintillanti pilastri dorati dagli addetti ai lavori.

"Italiani, concittadini, amici, il momento è delicato. Le risorse scarseggiano, le fonti d'energia sono in esaurimento e l'inverno si preannuncia particolarmente severo. I generi di prima necessità, così come gas ed elettricità, potrebbero essere razionati. Per questo, saranno necessari ulteriori cambiamenti nelle nostre abitudini quotidiane. Acquistate principalmente alimenti a base d'insetti, in quantità indicata dal governo. Sono cibi ecosostenibili, ricchi di proteine, essenziali per il corretto apporto nutrizionale ad adulti e bambini. Muovetevi principalmente, nel rispetto delle norme per il contenimento della crisi climatica, con mezzi elettrici, soprattutto monopattini. Le temperature all'interno delle abitazioni private e dei pubblici uffici, saranno sottoposte a rigidi controlli e non debbono, in alcun caso, superare la soglia di guardia dei 14 gradi centigradi, mentre l'acqua calda sarà disponibile solo nella fascia serale. A tutela della pubblica salute, sono già a disposizione il vaccino unico tarato per le varianti covid e l'influenza stagionale. Mi raccomando, proteggetevi e proteggete, prevenendo e bloccando il contagio. Restiamo uniti, rispettiamo poche e semplici regole. Tutto andrà per il meglio...grazie per la collaborazione. Il governo tutto e l'Europa unita sono orgogliosi di voi. Buona serata".

Terminato il breve discorso video, il gradimento social, come al solito, è alle stelle. Il maggiordomo, leggermente ricurvo su se stesso, entrò sommessamente nell'ampia sala di rappresentanza, seguito dai restanti membri della famiglia presidenziale, per servire la cena. " Signore, per voi è quasi pronta la solita bistecca di manzo argentino al sangue, accompagnata da verdura di stagione ed ottimo Chianti, mentre per la signora il filetto di spigola in crosta di sale sta ultimando la cottura. Per i ragazzi, se mi autorizza, faccio servire subito il primo..."." Proceda pure". "Ah, se permette, il capo del suo staff mi ha suggerito di ricordarle che, domani mattina, il suo aereo personale decollerà puntuale, dopo la colazione, alle ore 8. La conferenza mondiale sul clima la attende".