Alex Zanardi è morto il 1° maggio. Lo stesso giorno di Senna, trentadue anni dopo.
Jung avrebbe parlato di sincronicità, quelle coincidenze che non spiegano nulla sul piano causale, eppure sembrano dire qualcosa. Come se due vite, in punti diversi del tempo, si chiudessero nello stesso istante perché legate da un filo che la ragione non vede ma l'anima riconosce.
Senna e Zanardi, due uomini che del rapporto col limite avevano fatto la propria forma. Il destino li ha uniti su quella data.
Zanardi non era un uomo senza cedimenti. Avrá avuto le sue notti, i suoi dubbi, i suoi momenti di buio, ma evidentemente aveva intuito che la volontà non è uno sforzo, è una direzione.
Lo sforzo si esaurisce. La direzione no.
Chi vive di sforzo cede prima o poi, perché lo sforzo è una guerra interna, e nessuno regge a lungo una guerra contro sé stesso. Chi invece ha trovato una direzione può anche cadere, piangere, dubitare, poi però si rialza e riprende il cammino, perché sa dove sta andando. È per questo che certi uomini, davanti a tragedie che ne piegherebbero dieci altri, riescono a non spezzarsi.
Zanardi era uno di quelli.
Un uomo che sapeva sempre rimettersi a fare la cosa successiva.
Era altrove. Non in un altrove mistico, né consolatorio ma in quel punto esatto in cui un uomo smette di chiedersi "perché è successo a me" e semplicemente vive.
È una soglia che pochissimi attraversano, varcarla è molto dura, costa molto, costa smettere di tenersi stretto il proprio dolore come fosse l'ultima cosa che ci appartiene.
Zanardi quel dolore lo aveva lasciato andare, non una volta sola, ma ogni mattina.
Ora che se ne è andato resta lui, la sua vita, a indicare quella direzione a chi avrà occhi per vederla. Onore a lui.