Politica, economia e scienza, le tre idolatrie del moderno

Le parole parlano come abitudine, a confondere, pronunciandosi.
A contrastar col chiacchiericcio il silenzio.
Il pensiero si lascia pensare incapace di emergere da un flusso a galla su trasparenza effimera in cui tutto si equivale. Bandito il tragico, bandita meraviglia.
Il passato è ridotto ad unica valenza negativa. Il nuovo è il solo bene. Più nuovo più bene. La morte è notizia spettacolare pruriginosa o va evitata. Esiste solo io, oggi, primo e ultimo giorno del mondo e un domani preteso garantito e definito, copia dell’oggi, migliore.
Tutto è giustificabile, giustificato.
I carnefici riscuotono interesse e simpatia, le vittime ripugnanza. Il male è sempre nuovo, eccitante. Il bene superato noioso comunque.
Molto moderno e indice di ottimi sentimenti altruistici è il ribaltamento dei ruoli.
Il colpevole è vittima. La vittima a ben vedere colpevole.
Vacante il senso di responsabilità e riconoscere le proprie colpe, caso mai succeda, serve a fare risaltare quelle ben più gravi degli altri. Perso il senso dell’onore.
Tutto è dovuto e un desiderio formulato ed espresso equivale ad un diritto.
All’idea del nuovo si è intrecciata l’idea di totalità come moderna categoria dell’umano. L’uomo totale, padrone
assoluto di tutto, proteso senza limiti tende all’onnipotenza. Politica, economia, scienza anche in ordine inverso sono le tre idolatrie del moderno. Non parzialità indispensabili alla convivenza degli uomini.
Non tensione ad un equilibrio tra l’irriducibile individualità e l’altrettanto irriducibile esigenza della collettività in cui ogni essere nasce, cresce, vive e muore, che niente è a sé né l’uno né i tanti.
L’uomo nella sua dimensione di totalità, sicuro di sé in virtù della tecnica, ha dichiarato guerra all’Infinito, l’Indefinibile e lo combatte.
Combatte bene. Attacca da ogni parte e in ogni modo, fa leva su tutto e il suo contrario. Alle clamorose ingiustizie, ai torti subiti dai molti, offre superstizione in confezione scientifica. Ci aveva già provato il comunismo con altro pathos e carnalità e sol dell’avvenire sullo sfondo.
L’esperimento non è stato vano: meglio un genetista/genista di un cekista, rende di più e sporca meno.
La nuova confezione è di mercato, igienica a scadenza, modello rinnovabile con bonus rottamabile, sempiterno. Al privilegio vende creme pastiglie lozioni impianti e trapianti, pezzi di ricambio, limature infiltrazioni ma offre, e chi compra paga, bellezza successo in esclusiva, l’autorigenerazione.
A tutti spaccia l’incubo in forma di sogno.
L’uomo totale trasforma la scienza in superstizione e se ne fa sacerdote apprendista stregone.
Combatte la Chiesa non per i suoi limiti, i torti, le mancanze e le colpe, ma per la verità che la possiede e percuote e la virtù che le è richiesta.
La tensione al divino, la presenza anche nell’abbandono di Dio, è l’unico baluardo dell’uomo al potere clericale a cui tutto è dovuto e tutto torna perché si sostituisce a Dio trasformandolo in idolo a propria immagine somiglianza.
I clericali d’Occidente sostituiscono all’abito talare il camice bianco. La loro scienza è stata fortificata oltremisura dall’esperienza dei totalitarismi del XX secolo dei cui esperimenti senza limiti ha beneficiato, senza scrupoli, avendo contribuito alla loro sconfitta politica.
Perché il gioco del futuro plausibile è il laboratorio genetico e non quello energetico?
Perché decade la ricerca spaziale? Mancano idee, intelligenza, genialità, difetta l’insegnamento. Scuola è parola incolore insapore inodore, sinonimo d’ogni non luogo, parcheggio, ipermercato, transito smistamento coda.
Manca la scienza, soffocata da una gran quantità di malvagia esperienza elaborata nei campi di concentramento, nei gulag, avendo a disposizione cavie umane in quantità industriale. Ecco il gravoso bagaglio della genetica. Quanto al fin di bene c’è molto da fare, innanzitutto un passo indietro. Non affidare il corpo tantomeno l’anima alla scienza medica che deve servire, curare quanto serve e basta. Non è suo compito esser maternale.
No! Si fanno partorire le nonne e affanculo le generazioni.
Con semplice indolore incisione, giusto trapianto organico e collegamenti, assistenza psico-scientifica, tempi ovviamente ridotti e un bel taglio cesareo delocalizzato anche un uomo, poverino che carino. Ma meglio, molto meglio, più salubre e igienico offrire a pagamento mutuabile la vita che si desidera pronta finita.
Genetica prenatale e uomo virtuale. A che ora comincia e quando deve finire. Lo fanno e da mo’ con le galline e i polli, le pecore, le mucche, i cavalli. Chi ci crediamo d’essere?
Non è evidente e chiaro? Sei reazionario e oscuro! È per il benessere e miglior apparire la geniale manipolazione.
Scartando ciò che c’è da scartare e potenziando quello che è da salvare, io lo so e tu lo sai, se lo vorrai, sarai Dio.
Clonabile in eterno come t’ho fatto io. A somiglianza di scienziato esperto di glamour e comunicazione.
(…)

L’esistenza è irriducibile all’idea di diritto che non esiste di per sé.
Se il valore intrinseco di un diritto dipende dalla benevolenza di altri che possono riconoscerlo o negarlo è un valore ben misero.
Ogni essere umano di per sé ha solo doveri.
Se fosse solo sulla terra avrebbe comunque doveri rispetto a sé, alla terra.
Se fossero in due avrebbero doveri rispetto a sé, alla terra, ognuno all’altro.
Il dovere esplicato nei confronti dell’altro è il diritto dell’altro.
Pensare che ad un diritto corrisponda un dovere è una sciocchezza.
Pensare che i diritti esistano di per sé è demagogia. Il concetto di dovere e il concetto di diritto appartengono ad ordini diversi. Il diritto è subordinato al dovere esistendo solo come conseguenza dell’esplicazione dello stesso.
Ben triste il tempo che identifica il piacere del vivere, la sua meraviglia, nella fuga da ogni dovere e se quel tempo è anche sciocco glorificherà il diritto.
Ben triste il tempo che riduce la vita a colpa, espiazione, eterno lutto.
Più facile vivere tra gli sciocchi che tra i fustigatori. È che, a ben vedere, sono gli sciocchi che preparano il tempo dei fustigatori e i fustigatori allevano gli sciocchi.
I doveri fondamentali dell’uomo stanno scolpiti sulle tavole della Legge mosaica. Stanno nel cuore di ogni essere umano. Un problema con cui gli esseri umani devono confrontarsi comunque e ovunque. Non è mai facile. Non albergano nell’uomo solo buoni sentimenti, c’è altro e fa paura il guardarlo. Il sottile ed insidioso piacere della vita umana è qui: la capacità di discernimento, il libero arbitrio.
L’amore verso il Creatore, la creazione, le creature, sarebbe la soluzione.
Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te sarebbe la soluzione. Sempre a portata di mano, sempre irraggiungibile, perché altri stimoli muovono la nostra mano.
È più facile pensare sia un problema politico economico scientifico. Autoassolversi e pontificare sulle colpe degli altri, le inadeguatezze sociali che pure esistono ed esisteranno sempre sulla terra.
Non c’è soluzione alcuna nelle strutture, anzi più si pensano risolutrici, totali, più ingabbiano comprimono alienano l’umanità. È necessario accettare la propria complessità, le proprie colpe, la propria contraddizione vivente. Amare la propria storia e farsene carico. È possibile rifiutarla, passare ad altro, ma il rifiuto deve essere tale, non salvaguardia di privilegi, non ulteriore rivendicazione capace di cavillare all’infinito sulla propria storia, certamente colpevole, combinata ad una accettazione supina e disarmante di altri e altrui orrori.
L’idea di totalità ci sta ammazzando. La pretesa di totalità
è sempre arrogante che, sulla terra, si esplicano solo parzialità e in una gerarchia costruita sulla tradizione, sul giudizio, sulla geografia e sulla storia: c’è il meglio, c’è il peggio.
È meglio ciò che tende ad armonizzare le esigenze del singolo e quelle della collettività. È peggio ciò che idolatra uno dei due.
È meglio l’individualità della collettività quale nucleofondante la società. Non fosse altro che il singolo può essere amorevole e compassionevole dove la collettività non può che essere burocratico normativa. È meglio la famiglia del singolo perché nessuno è a sé e sempre qualcuno lo ha preceduto e qualcuno lo seguirà.
Generazioni su generazioni, questo siamo.
L’essere nella sua pretesa assoluta, totale, è insignificante e insieme coacervo di ogni orrore, speculare alla collettività nella sua pretesa assoluta, totale. Ed esistono sempre e comunque i morti, i non ancora nati, non c’è speranza alcuna per chi li ha dimenticati.
È l’Infinito, l’Indefinibile, che ci salva. Ci obbliga ad interrogarci su vanità, arroganza, potenza e prepotenza.
Misericordia, compassione, carità, amore. Cos’è la verità?
È l’Infinito, l’Indefinibile e il rapporto che noi instauriamo con Lui a permetterci la meraviglia, la commozione della bellezza, l’altro da noi esseri finiti.
È la tensione ad aprire nel proprio quotidiano squarci traverso cui un po’ di Infinito possa trapelare fino a noi a rendere la vita degna di ogni benedizione.
Dono infinibile che nessuno riuscirà mai a finire ma ognuno può vanificare per proprio libero arbitrio.
Alla totalità stanno le Cerimonie, esibizione di qualsiasi tipo e forma di umana potenza. Dalla parata militare allo spettacolo di beneficenza.
L’apparenza fa la potenza verificabile nella quantità di presenze.
All’Infinito sta la Liturgia come livello di benedizione massimo.
Benedetto, benedicimi, Ti benedico. Dire bene, pensare bene, fare bene.
È la bellezza della parola, del gesto, delle forme, nella pura essenza che è il contrario dell’abbellimento per sovrapposizione a qualificarla. Rifugge la potenza e la ricchezza, è gratuita e sembra inutile. Solo la bellezza che lascia senza forza alcuna contiene, di per sé, il timore, il
rapimento, l’estasi. L’annullamento del finito e definibile.
L’immagine venerabile della Madre col Bambino è tra le infinite bellezze la più potente. Così le parole che la raccontano:

Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum
Benedicta Tu in mulieribus et Benedictus fructus
ventris Tui Jesus

Solo dopo i trenta avvenne che, non contento di me, tornai a Casa, poi nel tempo, rendendo grazie a Dio, sereno, in pace nella mia famiglia e con la storia, salii pellegrino a Gerusalemme per imparare da Israele.
Lì dove tutto è cominciato. Lì dove tocca tornare.
Generazione su generazione.
Nei secoli dei secoli. Amen

Fonte: tratto da “Reduce” di G.L.Ferretti (ed.Mondadori)



Il declino della civiltà europea - N.Berdjaev

E' il 1923, il filosofo russo Berdjaev espone le sue preoccupazioni sul futuro dell'Europa:

- Sembra oggi che le antiche e secolari fondamenta del mondo europeo stiano cedendo. Tutto quanto, in Europa, pareva reso stabile dall'abitudine barcolla. In nessun luogo, e a nessun riguardo, si sente più la terra ferma sotto i piedi: il suolo è vulcanico, e ogni eruzione è possibile, tanto nell'ordine materiale quanto in quello spirituale. (...)

Bisognava essere proprio miopi per non vedere che la civiltà europea era sull’orlo di una crisi che avrebbe avuto un’importanza storica mondiale e le cui conseguenze si sarebbero perdute in un avvenire lontano e indeterminabile. Bisognava essere ingenui e superficiali per immaginare che si sarebbe potuto padroneggiare, con strumenti materiali, questo vertiginoso movimento di devastazione, in balìa del quale si trova il nostro vecchio mondo peccatore, e tornare, con piccoli aggiustamenti, alla vita passata, precedente la guerra e la rivoluzione russa. Stiamo entrando nel regno dell’ignoto e dell’inesplorato, e vi entriamo senza gioia, senza radiose speranze. L’avvenire è cupo. Non possiamo più credere alle teorie del progresso, che hanno sedotto il diciannovesimo secolo e in virtù delle quali il futuro prossimo dovrebbe sempre essere migliore, più bello, più gradevole del passato che se ne va. Siamo piuttosto inclini a ritenere che il migliore, il più bello, il più gradevole si trovino non nell’avvenire ma nell’eternità, e che così fosse anche in passato, nella misura in cui il passato era in comunione con l’eterno e sapeva suscitare valori eterni.
Resta da spiegare questa crisi della civiltà europea, da tempo aperta nei più diversi campi e che oggi tocca il culmine delle sue manifestazioni.(…)

L’umanesimo non ha rafforzato l’uomo, lo ha debilitato. Questa è la paradossale conclusione della storia moderna. Attraverso la propria autoaffermazione, l’uomo si è perduto invece di trovarsi. (…)

La nostra è un’epoca di decadenza spirituale, non di rinascita. A noi non è dato ripetere le parole che pronunciava Ulrich Hutten: «Gli spiriti si sono risvegliati. Come è bello vivere!» La storia moderna è un’impresa che ha fallito, che non è riuscita a glorificare l’uomo, come lasciava sperare. Le promesse dell’umanesimo non sono state mantenute. L’uomo è terribilmente stanco ed è pronto ad appoggiarsi su qualunque tipo di collettivismo, dentro il quale la sua individualità sia definitivamente destinata a sparire. L’uomo non riesce più a sopportare la propria solitudine. -


Fonte: tratto da “Nuovo Medioevo” di N.Berdjaev (ed.Fazi)