Intervista Rosarium²


Rosarium² è un progetto di arte sacra contemporanea incentrato sulla moderna (e non modernista) interpretazione della spiritualità cattolica.
L'autore di questa proposta, che si cela sotto lo pseudonimo Rosarium Rosarium e che vuol far sapere di sé solo di provenire dalla Sardegna, è in grado di riprodurre attraverso la mescolanza di preghiere in latino, rumori digitali, riverberi, campionature varie, sintetizzatori analogici, ritmi industriali e canti gregoriani in loop, i suoni e le visioni vissute durante le sue personali preghiere e meditazioni.
Eccoci dunque con Rosarium per una chiacchierata sul suo progetto e per discutere di Weltanschauung.

Ciao Rosarium, nonostante ci occupiamo da anni di sonorità industriali siamo venuti a conoscenza solo ultimamente della tua proposta e ne siamo rimasti piacevolmente colpiti. Presentaci il progetto Rosarium².

Pace & Bene! Vi ringrazio. Si non facendo io parte di nessun circuito e non essendo le mie produzioni esattamente catalogabili non è facile venirne a conoscenza anche pur essendo potenzialmente interessati a certe sonorità e tematiche. Il progetto nasce nel 2011 quando, dopo anni di studi sui più disparati sistemi filosofico-religiosi e parallele sperimentazioni artistiche, mi sono reso conto di stare esplorando tutto lo scibile umano tranne la mia umanità stessa. Decisi allora di fare silenzio dentro di me per ascoltare meglio quel che proveniva dalla mia anima, e di fissare tutto ciò al fine di metterlo più a fuoco. Fu così che venne fuori “Exempla”, un lavoro molto sperimentale basato quasi solo sulla preghiera. Nonostante lo avessi composto quasi di getto e in una sorta di stato estatico ci misi poco a capire che quello era il mio progetto definitivo.

Nel tuo ultimo lavoro “Sigillum”, nel primo brano intitolato “Introibo Ad Altare” parte immediatamente un campionamento critico sul Concilio Vaticano II. Sappiamo bene dell’inconciliabilità tra il cattolicesimo preconciliare e l’attuale mondo post-moderno, d’altronde dopo il 1965 la Chiesa cattolica pare aver sposato la dottrina del liberalismo..

Si ho usato un sermone trovato in rete di un prete sedevacantista, per quanto io non sappia se definirmi veramente come tale, tagliandolo in modo tale da fargli esprimere su per giù il concetto che dopo il Concilio Vaticano II la Chiesa cattolica si è trasformata in un qualcos'altro di indefinito e l'unica cosa certa rimasta al credente cattolico è la preghiera. O meglio, rimane la sua struttura visibile, intendendo con questo anche la gerarchia, ma lo spirito che l'ha animata per millenni è progressivamente mutato fino a portarla a divenire una sorta di ONG di atei devoti guidata da una schiera di preti celibi protestanti. Di sacralità manco a parlarne. Ragion per cui ai cattolici che si sentono tali, e che non trovano in una messa in rito tridentino una vera soluzione al problema, è rimasto un solo strumento sicuro attorno al quale vivificare la propria fede: la preghiera, e nello specifico il rosario, vero e proprio compendio di teologia e spiritualità cattolica. Tenendo ben presente che sono contrario a ogni sorta di sincretismo e a solo a titolo esemplificativo potrei farti dei parallelismi con la posizione dei Bespopovcy, i Senza Preti, nel mondo ortodosso, o col concetto per cui nell'induismo ci troviamo nell'era del Kali Yuga e non resta altro che cantare, ma anche col passo “Non vidi nessun tempio in essa perche il Signore Iddio e il suo Agnello sono il suo tempio” che descrive la Gerusalemme Celeste nell'Apocalisse di San Giovanni.
Per quanto riguarda il liberalismo, esso non è né meglio né peggio del collettivismo, altra ideologia che aborro. Ma se prima del Concilio la Chiesa cattolica si poneva in antitesi all'una e all'altra, e il suo Magistero le condannava mirabilmente entrambe, dopo si è gradualmente arresa a questa dottrina, sia dal punto di vista teorico che nella sua applicazione sociale ed economica, e ciò ne ha irrimediabilmente alterato l'equilibrio.
Non pensare però che tutto ciò mi renda triste o sfiduciato: non ho chiamato a caso il pezzo “Introibo Ad Altare”, e quello successivo “Auto Sacramental”, nome di un genere drammatico spagnolo di opere teatrali a carattere religioso ma anche suggerimento che chi è sintonizzato sulle mie stesse frequenze può arrivare a cogliere.

A proposito di Concilio Vaticano II, cosa ne pensi dei suoi teologi principali? Ad esempio, come vedi personaggi come Rahner, De Lubac o Jean Danielou?  Quali sono in generale i tuoi teologi di riferimento?

Ricordo che una volta, parlando con un prete critico verso il Concilio, mi disse che “tutto ciò che di buono vi è stato nel Concilio c'era già da prima, tutto ciò che di cattivo non c'era mai stato”. E' anche il mio punto di vista. Ecco per esempio la definizione per cui ogni battezzato è “re, sacerdote e profeta” è una chiarificazione della dottrina che non tradisce in nulla il depositum fidei, anzi lo esplicita, mentre la riforma della liturgia eucaristica, più che arricchire di significato il rito e renderne partecipe il popolo, come si sperava, l'ha svuotato di ogni ieraticità, personalità, e in definitiva sentimento.
A differenza quindi dei cattolici tradizionalisti, altra categoria nella quale non credo di potermi realmente ascrivere, penso che molte delle riflessioni che ispirarono il Concilio, se prese singolarmente, non si discostassero tanto dalla Tradizione nei contenuti quanto nell'attitudine. Prendi ad esempio la teoria del “cristiano anonimo” di Rahner, non è altro che una rielaborazione di tesi già espresse da Sant'Ambrogio nei primi secoli del cristianesimo, o “l'identità ecclesiale del cristiano” di De Lubac, una sorta di riadattamento dell'Extra Ecclesia Nulla Salus. Il problema è semmai un altro: è che queste “nuove” teorie, che il Concilio e poi ancor più il postconcilio hanno ripreso e amplificato, sono state presentate quasi come fossero dei mea culpa nei confronti del mondo moderno. Così facendo si è permesso che si innescasse un processo che ha portato allo stravolgimento di quelli che sono stati l’identità, la funzione e il significato della Chiesa per millenni. Il problema quindi è fondamentalmente ecclesiologico.
Quanto ai teologi di riferimento, io non sono sistematico, che sennò avrei messo il mio pensiero per iscritto anziché in musica. Detto questo, ti posso innanzitutto dire che leggere trattati di autori medioevali come San Tommaso d'Aquino, Alberto Magno, Duns Scoto e Meister Eckhart ha degli importanti effetti psicotropi su di me! Tra i contemporanei apprezzo la schiettezza e la chiarezza espositiva di Don Curzio Nitoglia, per quanto non condivida tutto quel che scrive, di Maurizio Blondet e di molti degli autori editi dalla EffeDiEffe, un filone che, più che teologia in senso stretto, potremmo definire apocalittica contemporanea. Anche teologi che hanno influenzato il Concilio e postconciliari possono essere fonte d’ispirazione. Ad esempio sono affascinato dalle geniali intuizioni di Teilhard De Chardin sulla Noosfera, che in modo profetico prevedevano l'avvento di Internet, del 2.0, e di chissà quant'altro rimane da decifrare, ma allo stesso tempo non mi ritrovo in altre sue teorie, come quella del Punto Omega, che situano la realizzazione definitiva dell'azione salvifica di Cristo alla fine del tempo e dello spazio e non nell'eterno ovunque successivo e precedente alla sua venuta. Oppure concordo con la posizione filosofica del personalismo cattolico di Maritain e Mounier, e la ritengo, così come si poneva in principio, un'alternativa possibile sia alla nullificazione della persona perseguito dai sistemi collettivisti e totalitari che all’individualismo generato da quelli liberali, ma ne prendo le distanze quando si risolve in un blando appoggio per questi ultimi. Anche Ratzinger mi offre degli spunti di riflessione, ricordo con piacere quando leggendo una sua opera mi si chiarificò una delle differenze tra misticismo di tipo orientale o orientaleggiante, dove ci si attribuisce un livello crescente di importanza man mano che si accresce la propria sapienza, e la spiritualità cristiana, dove più si apprende e più si accresce l’umiltà e il rispetto per gli altri. All'inizio fu come una doccia fredda, perchè mi sentivo molto orgoglioso di tutto quel che avevo appreso e in un certo qual senso mi facevo forte di questo, ma col tempo il riverbero di quella sensazione si rivelò essere come un dolce tepore. Tra i non-cattolici mi limiterò a citare per l’interesse suscitato da alcune loro riflessioni il religioso russo Florenskij, pur con le critiche che espresse nei confronti del cattolicesimo, e il sufi Ibn ‘Arabi, meglio conosciuto durante il Medioevo come Doctor Maximus.

Riadattamenti elettronici di canti gregoriani, interpretazioni personali di svariate preghiere sono il tuo marchio di riconoscimento. Ci ha colpito in particolare la scelta di interpretare l'“Oratio Pro Judaeis”. Come è nata l’idea?

Come ti dicevo la cosa secondo me più negativa del Concilio è stato l'atteggiamento da mea culpa generale. Ciò trova un'espressione emblematica nella forzatura teologica, questa veramente notevole, che porta a definire il giudaismo come “fratello maggiore” del cristianesimo. Chi crede che Gesù Cristo è il Messia non può non affermare che è vero l'esatto contrario: rispetto al cristianesimo il giudaismo, per lo meno quello contemporaneo che è l'oggetto di questa discussione, è un fratello, o meglio fratellastro, minore. E questo perchè dal punto di vista cristiano sono essi a essersi sganciati dalla storia della Salvezza, e ad aver fondato una nuova religione, non i cristiani. Se infatti si può convenire sul fatto che il giudaismo moderno derivi da quegli ebrei che non riconobbero che il Cristo portava a compimento le Sacre Scritture, è anche vero che in seguito a successivi avvenimenti visse una sorta di seconda nascita. Intorno alla fine del primo millennio infatti, quando a praticare forme diverse di giudaismo sono rimasti in ben pochi, principalmente i Sefarditi nella penisola iberica e altre piccole comunità indipendenti tra loro sparse nel Mediterraneo e nel mondo islamico, cominciano a convertirsi in massa alla religione giudaica nutrite popolazioni dell'Est Europa come i Khazari. Questo fenomeno connoterà in modo irreversibile la natura del giudaismo, legato com'è all'identità etnica. Ad esempio gli Ashkenaziti, prodotto diretto di questo processo, portano in dono lo Yiddish, lingua del ceppo germanico, quindi non semitico, che fino all'avvento del movimento sionista era la lingua parlata ebraica per eccellenza; agli inizi del secolo scorso infatti gli Ashkenaziti costituivano più del 90% della popolazione ebraica mondiale. E' da qui, dal nostro Medioevo quindi, che il giudaismo contemporaneo prende le mosse, per passare poi attraverso l'influenza di successive evoluzioni, come appunto il sionismo e l'ancor più recente fenomeno che qualcuno ha chiamato “religione olocaustica”, che lo caratterizzano ulteriormente. Se non bastassero insomma gli argomenti teologici, certo opinabili a seconda del punto di vista, ci sono quelli storiografici, incontrovertibili, a dimostrare quanto sia assurda la definizione di “fratelli maggiori”. Ma tutto ciò è stato volontariamente dimenticato, omesso, c'è una grande confusione a riguardo nella Chiesa contemporanea.
Ora questo porta a distorsioni di vario tipo, tra le quali risulta esemplare la ristesura in una riformulazione più conciliante della tradizionale preghiera del Venerdì Santo per i Giudei, quasi si avesse paura di essere tacciati di antisemitismo. Accusa che, manco a dirlo, non sussiste. Forse che un cristiano può non trovarsi d'accordo con San Paolo, ebreo per nascita, quando dice che “non esiste più giudeo né greco”? Forse che è ingiusto pregare per la loro conversione e salvezza quando si prega anche per tutti gli altri? E forse che ci si azzarderebbe mai a chiedere di smussare dei testi come quelli dell'Antico Testamento che, se considerati attuali e non superati, risultano di un razzismo e di una violenza inauditi? La risposta a domande come questa è ovviamente negativa, ma siccome quotidianamente mi trovo a dover constatare come la cosa non sia molto chiara ai più, ho sentito l’esigenza di registrare un pezzo reinterpretando e dando un suono alla formula originale di questa preghiera. 

L’elemento fondante del tuo progetto musicale è certamente la preghiera. Oggi siamo arrivati a un punto tale che si concepisce la preghiera come un atto al quale si affidano più che altro i deboli di spirito o i vigliacchi. Una delle cause di tutti i mali è invece proprio l’incomprensione dell’importanza della preghiera, della sua importanza per il nostro sviluppo, per mezzo della quale l’uomo va a Dio e Dio entra in lui. Il senso del sacro è sulla via di scomparire. Cosa è per te la preghiera?

Nella mia personale visione ci sono fondamentalmente due tipi di preghiere: quelle d'invocazione e quelle che non hanno altro scopo che connettersi alla sfera del divino. Sebbene nel Pater Noster e nell'Ave Maria siano formulate delle richieste, in entrambi i casi speculari all'adorazione, io includo il rosario in questa seconda categoria, e dato il nome del mio progetto capirai bene che è la forma che prediligo. E' molto raro che io mi ritrovi a pregare nella realtà per qualcosa di definito, perchè quel che ricerco maggiormente nella preghiera è la capacità dello Spirito Santo di aprire alla dimensione trinitaria. Sul piano più alto di realizzazione della preghiera infatti, il significante, ovvero il simbolo, e il significato, ciò per cui si prega, vengono necessariamente a coincidere. E questo avviene attraverso la relazione, che è appunto lo Spirito Santo. Dunque io che prego, la preghiera e ciò che sto pregando diveniamo una cosa sola. La preghiera per me è principalmente questo.

Rimanendo sul discorso della preghiera, Socrate voleva costruire un sistema di morale indipendente da ogni dottrina religiosa. L’uomo non ci è mai riuscito, poiché le attività morali e religiose sono indissolubilmente legate le une alle altre. Il senso morale svanisce subito dopo il senso del sacro e difatti le società nelle quali scompare il bisogno di pregare generalmente sono ad un passo dal baratro. Sei d’accordo?

Io mi pongo idealmente in una posizione simmetricamente lontana dal modernismo così come da quella di chi spera che si possa invertire il corso della storia, che invece ha una direzione e che pur ripetendosi non è mai uguale a se stessa. E' ingenuo per me plaudere ad ogni innovazione del mondo moderno, emuli di un già superato positivismo, così come scagliarvicisi aprioristicamente contro. La cosa più ragionevole da fare per me è vivere come un uomo del proprio tempo restando consapevoli di non appartenere a nessun tempo. La preghiera, in questo senso, è lo strumento più adatto a non farti cadere nel baratro quando anche tutti gli altri lo facessero.

Come giudichi i sempre più crescenti movimenti “protestanti”, tipo l’evangelicanesimo ed in generale tutto il protestantesimo di stampo americano? Credi che la figura di Bergoglio possa essere una sorta di “risposta” alla perdita di consenso dei cattolici tra le masse (specialmente in Sud America)? Qual’ è la tua opinione su Papa Bergoglio? Come hai vissuto l’abbandono di Ratzinger?

Il protestantesimo, soprattutto quello americano, è un fenomeno multiforme. Ad esempio i Quaccheri sono diversi dai Testimoni di Geova, che non hanno niente a che vedere con Pentecostali, che non c'entrano nulla con i Mormoni, e così via. Sistemi teologici a parte, un tratto comune però mi sembrano averlo: l'esagerazione. Chi esagera con il rigorismo, chi con l'attenzione all'esperienza catartica, chi con i tratti nazionalistici, chi con quelli sincretici, et cetera et cetera.
La mia opinione su Bergoglio non è definitiva così come non lo è quella sull’abbandono di Ratzinger: la posizione teologico/ecclesiastica alla quale sono pervenuto mi permette di avere un punto d'osservazione distaccato, seppur attento, sulle vicende della Chiesa moderna. Di Bergoglio, che sicuramente è un modernista, non bisogna però dimenticare come non abbia smesso di essere un gesuita. E i gesuiti sanno bene come aprire delle brecce utilizzando il metodo dell'inculturazione. Posto quindi che il mondo da evangelizzare sia ormai il mondo globale secolarizzato, resta tutto da stabilire se quel che passerà da questa crepa, che effettivamente mi sembra si stia formando, sarà poi cattolicesimo o qualcos'altro.

Come spiegheresti l'attuale interesse di molti cattolici tradizionalisti per l’ortodossia russa?

I cattolici tradizionalisti sono orfani di un pensiero forte, capisco come molti di loro preferiscano guardare ad altre istituzioni che in questo momento cavalcano un rinnovato entusiasmo piuttosto che a quella confusa e poco incisiva della Chiesa cattolica contemporanea. E pur essendo io stesso interessato all’ortodossia così come ad altre stimabili tradizioni, credo tuttavia che ci siano sostanziali differenze di cui un cattolico non può non tenere conto, differenze di culto certo, ma anche teologiche: mettendo da parte la per me trascurabile questione sul primato di Pietro e il fatto che non pochi ortodossi vedano l’esistenza del cattolicesimo come una bizzarria al limite dell'eresia, rimane irrisolta la questione del filioque, ovvero la diversa concezione della Trinità, cioè di Dio. Non una quisquiglia dunque, non per me almeno. C’è poi, e non so se questo sia mai stato studiato a fondo, una diversa interpretazione dell’antica e della nuova legge divina se è vero, come è vero, che per gli ortodossi non vi possono essere statue nei luoghi sacri, e questo perché costituirebbe, o perlomeno ispirerebbe, l’idolatria. Il cattolicesimo per converso ha da tempo fatto piazza pulita di tale discrimine, relegando al paganesimo anche gli ultimi rimasugli di credenze che un pezzo di materia inanimata possa compiere un tale atto. Il cattolicesimo rispetto all’ortodossia insiste infatti più sulla convergenza di fede e ragione. Inoltre, se è vero che il cattolicesimo ha plasmato le sue forme tra le ceneri dell'Impero romano d'Occidente, così l'ortodossia si è forgiata all'interno dell'Impero bizantino, una delle cui caratteristiche principali è stato il cesaropapismo, la coincidenza del potere temporale e di quello spirituale nella sola persona dell'imperatore. E se nella concezione cattolica invece il potere temporale deve rimanere distinto e subordinato, almeno in teoria e comunque anche sul piano teologico, a quello spirituale, nel mondo ortodosso i due aspetti sono rimasti complementari col primo che ha continuato in un certo qual modo a prevalere sul secondo. In questo l’ortodossia, e quella russa in particolare, è più vicina ad altre concezioni della realtà, come l'anglicanesimo, che non al cattolicesimo.

Credi ad un’«unità trascendente di tutte le religioni»? O pensi si tratti di semplici cause dell'indifferentismo religioso?

Credo che le differenti religioni siano differenti risposte alle stesse domande.

Parliamo di Geopolitica. Come vedi le attuali situazioni critiche in Ucraina e Siria? Cosa ne pensi della concezione eurasiatica e della visione metapolitica di A.Dugin?

Se teologicamente parlando non sono sistematico, geopoliticamente lo sono ancora meno! Certo in Siria parteggio sicuramente per i lealisti contro i ribelli, e trovo assurda la posizione occidentale a supporto di questi ultimi così come assurdo è stato l'appoggio alle altre “primavere arabe”. In Ucraina la situazione è più confusa, non mi sento di esprimere un'opinione ma solo di affermare che ridurla ad una partita tra Russia e Stati Uniti mi sembra ingiusto e indegno.
Riguardo Dugin e l’eurasiatismo ritengo compatibile con la visione di un mondo più giusto la teoria del multipolarismo, ma solo nella misura in cui sia questo, e non la sostituzione di un'egemonia con un'altra, l'obbiettivo ultimo da perseguire.
Di lui in particolare ho letto qualcosa, mi pare un intelligente pensatore che perora la causa della Russia dandogli una valenza spirituale ed universale, e in questo senso fa da contraltare a tanti intellettuali liberalisti che fanno altrettanto per il blocco liberista. E' una cosa che spesso si dà per scontata ma anche i liberisti hanno dalla loro un ragguardevole sistema filosofico al quale assegnano una missione salvifica e quasi messianica per il mondo intero. E io, dal canto mio, non posso che ribadire a tutti che il Messia è uno solo, il Cristo, e il suo regno non è di questo mondo.

Quali sono i tuoi riferimenti musicali? Ci sono progetti che attualmente segui con piacere?

So che potrebbe suonare antipatico ma credimi quando ti dico che al momento la musica che mi piace di più ascoltare è quella che produco da me. E non tanto in senso fisico, ma anche solo nella mia testa, mentre rimango in silenzio. Amo il silenzio.
Ci sono però delle proposte che mi paiono interessanti: Rose Rovine & Amanti, Spreu & Weizen, Kraschau, gli Atrium Animae, che sono un duo neoclassico di Cagliari, i Von Thronstahl, Muslimgauze, di cui apprezzo in particolare l’approccio, e il misconosciuto Blackhouse.

Tornando per concludere a Rosarium². Hai intenzione in futuro di lavorare con qualche etichetta del settore per fare il definitivo salto di qualità o preferisci rimanere nella tua dimensione? Nel complesso quali sono i tuoi progetti futuri?

Riguardo il mio progetto ho adottato un metro di misura calibrato sull'eternità e l'assoluto, non penso che potrei mai accondiscendere a patti, scadenze, rimaneggiamenti e forse neanche a suggerimenti di alcun tipo sulle mie produzioni, e non so se questo possa essere compatibile con chi volesse trarne un pur lecito introito.
Per ora non ho progetti futuri, a parte un video professionale che vorrei realizzare trovando i mezzi e le persone giuste per farlo. Ma non ho fretta: Rosarium² è forse più che un progetto, è il suono della mia anima, mi aiuta a capire meglio quel che sono, e quel che ho prodotto sino ad ora mi dà ancora materiale a sufficienza su cui meditare senza che senta l'urgenza di fissarne altro. Per ora.

Grazie Rosarium della cordiale chiacchierata. A te l’ultima parola.

Amen.


Scienza e saggezza - G.De Giorgio

Sotto il nome di scienza comprenderemo tutto lo scibile moderno, volto alle cose della terra e separato da ogni vero rapporto col mondo divino, il quale appartiene totalmente ed esclusivamente alle scienze tradizionali, cioè a quel particolare tipo di scienza, il possesso della quale costituisce la saggezza.
Questa duplicità d’indirizzo presuppone una dualità, alla quale si riconducono i due ordini di ricerca, la dualità, cioè, del mondo divino e del mondo umano. Da un punto di vista assoluto questa dualità in fondo non esiste o, per lo meno, é soltanto apparente, perché solo il divino esiste secondo una esistenza assoluta. Ma siccome gli uomini da parecchi secoli hanno perduto questo senso dell ’eternità, la coscienza della loro origine e della loro destinazione divina, devesi mantenere, ora più che mai, la separazione fra cielo e terra, fra sacro e profano, fra divino e umano, fra tradizionale e antitradizionale.
Questi termini hanno ciascuno un valore e una determinazione ben precisa, ma, nel nostro caso, si riferiscono ad uno stesso dominio, su cui si portano i due ordini di ricerca. Nell’Antichità - rare eccezioni a parte - vi erano essenzialmente scienze tradizionali, cioè sacre, disposte gerarchicamente come attribuzioni nettamente definite, tra confluenti in uno stesso asse, quello divino. Con la dissoluzione del mondo antico si è prodotta la perversione del sapere, la ricerca dell’uomo e della natura si è resa autonoma, si è staccata dal ceppo della vera dottrina costituendo ciò che comunemente si chiama scienza, cioè il sapere profano, l’obiettività dell’indagine come scopo a se stessa ovvero a servigio di realizzazioni affatto pratiche e materiali.
Il dominio di questa scienza é la natura, cioè il mondo visibile, che vien considerato a sé, come un organismo sottostante a leggi alla conoscenza delle quali si volge la ricerca degli uomini. Il dominio di questo sapere è dunque quello della pluralità delle cose e dei fenomeni, pluralità puramente fallace, che la scienza però considera come obiettivamente accertata nel tempo e nello spazio, in modo da avere una evoluzione, diciamo cosi, storica, uno sviluppo reale, una permanenza controllabile. La conoscenza artificiale della natura ha un valore puramente pratico e mira ad un’azione che si esplica secondo schemi fissi, tolti i quali crolla tutta la laboriosissima costruzione dovuta a secoli di deviazione intellettuale.
A furia di voler osservare le cose “come esse sono”, si é finito per vederle realmente “come esse non sono”, staccandole dal loro principio, cioè dal piano divino a cui la sapienza antica le riconduceva costantemente. Il baconiano scire est posse è la mostruosa involuzione di una verità tradizionale autentica, che della vera scienza - di quella sacra - fa un mezzo d’indiamento che è nello stesso tempo il fine della scienza. Mentre la sapienza sacra tende a superare la condizione umana redimendo l’uomo dalla sua umanità e trasportandolo in sfere sempre trascendenti, il limite massimo delle quali è Dio, la scienza profana massimizza l’illusione cosmica, cioè la natura, e minimizza il mondo divino, che recede sempre di più in un dominio vago, incerto e pericolosamente ibrido.
La scienza é negatrice di Dio nonostante le poche sincere denegazioni dei suoi cultori che lo affermano a titolo di concessione o di compenso, e non come una realtà assoluta e totale, oltre la quale nulla veramente esiste. Questo sapere è dunque aberrante nel senso preciso del termine, e una civiltà che ne fa la base stessa della sua esistenza e la ragione del suo sviluppo e del suo orgoglio e una barbarie organizzata, la quale, offrendo all’uomo alcuni puerili vantaggi sulla natura, lo stacca dal fine unico a cui normalmente dovrebbe tendere, cioè dalla realizzazione del divino.
Però mentre non pochi riconoscono la fallacia teorica della scienza, quasi tutti ne ammettono l’importanza pratica nelle sue applicazioni materiali alla vita umana. E' bene disilludere questi ingenui - e la visione del mondo moderno impoverito e insterilito in tutte le forme di vita è sufficiente a negare alla scienza ogni valore pratico. La crisi attuale è più istruttiva per tutti coloro che sanno ricercarne le cause e indagarne la vera natura. Più si afferma l’uomo, più si nega Dio: più aumenta il presunto potere dell’uomo sulla terra, più egli si toglie ogni possibilità di realizzare pienamente la sua natura divina. E’ strano come gli uomini attuali impazzendo dietro quei pericolosissimi giocattoli che sono le macchine, siano incapaci di comprendere queste povere e semplici verità, cosi comuni e correnti per gli Antichi. L’esteriorità artificiale del vasto meccanismo moderno è una diabolica tessitura di titani impotenti: ogni conquista in questo senso è un decadimento, una menomazione della dignità umana, un avvilimento della potenza realmente eroica, una ignoranza obliqua della vera finalità dell’uomo, che consiste nel ritorno allo stato primordiale e nel superamento dell’illusione umana e cosmica.
La sapienza invece, cioé la vera scienza, considera il mondo visibile solo in riferimento alla verità divina, che si nasconde attraverso la tessitura pluralistica dello sviluppo cosmico, la materialità del quale è pura illusione, come pura illusione è il potere esterno e meccanico che l’uomo si arroga sulla natura. Potremo dire che la sapienza tende a dematerializzare il mondo rendendolo trasparente e permeabile in modo da fare precipitare di la da esso la verità divina, mentre la scienza profana ispessisce la realtà cosmica considerandola in superficie e ponendola come limite massimo di indagine e di ricerca. Ma ciò facendo riconosce la sua impotenza. Da qui, due pericolosissime affermazioni: la relatività e la progressività della scienza. Se l’oggetto del suo studio fosse reale, non si parlerebbe di un sapere relativo o progressivo, né si limiterebbe il fine della ricerca protraendone indefinitamente il termine ultimo.
In realtà, l’uomo può ed anzi deve giungere al divino, purché lo cerchi dov’esso si trova, seguendo la dottrina che ogni autentica tradizione offre con una liberalità la quale dovrebbe dare a riflettere ai più entusiasti cultori di quella, che orazianamente si potrebbe chiamare insaniens sapientia. Sarebbe veramente tempo che in ambienti sempre più vasti si aprissero gli occhi per guardar seriamente il punto, al quale la scienza profana e la concezione generale delle cose e dell’uomo che ad essa si connette sta portando il mondo. La crisi dei tempi moderni è più che istruttiva per chi sa e vuole ancora ragionare. Un ritorno integrale alla Tradizione Romana potrebbe ancor permettere di sperare per l’avvenire dell’Europa e del mondo; di sperare in una forza capace di frenare l’impulso bestialmente negativo del catastrofismo romantico, inteso a volere e ad accelerare il processo distruttivo che chiuderebbe per sempre ogni soglia, ogni conquista nell’ambito della sola vera ed intangibile realtà. Se ciò dovesse invece accadere, saremmo davvero alla fine di un ciclo. Non si potrà mai mirare abbastanza in alto, oggi, per conseguire la vittoria in quella grande guerra, fuor dalla quale ben relativo e contingente sarebbe ormai il trionfo di ogni lotta materiale.

Fonte: tratto da "Prospettive della Tradizione", G.De Giorgio (Ed.Il Cinabro)