La strumentalizzazione delle minoranze

Dittatura del "genere". "Intollerante" tolleranza. Questo è il paradosso del nostro tempo. La focalizzazione del dibattito sulle questioni lgbt sembra aver escluso ex ante ogni critica o analisi.

Sono scomparsi il dibattito e ogni posizione contraria. Si tende però a guardare, come al solito, il dito e non la luna. Cosa si cela dietro tutto ciò? Cosa si nasconde sotto il candido velo dell'abbattimento delle differenze, della tutela e dell'uguaglianza a tutti i costi? Sradicamento. Profondo mutamento. Criminalizzazione del dissenso e degli istituti "tradizionali" che resistono al cambiamento. 

Gli interessi che muovono la battaglia a cui assistiamo non sono semplicemente di natura politica, ma culturale. Il dispositivo legale che si cerca continuamente di perfezionare, serve a sancire una rivoluzione ideologica che si intende imporre in maniera definitiva, e a tutelarla, custodirla e difenderla legalmente.

In sostanza, si cerca di definire le categorie del gender per suggellarle all'interno di una legge la quale tanto le definisce come orizzonte, quanto le impone minacciando sanzioni se la loro messa in discussione si ritenga (arbitrariamente) possa causare discriminazione o violenza.

Al di là dell'opportunismo politico con cui certe battaglie ideologiche vengono rispolverate ad hoc da movimenti a corto di idee in momenti di scarso prestigio, è importante sottolineare che provvedimenti come quelli tipo il ddl zan o simili, che opportunamente interpretati possono spingersi a prescrivere pene e riabilitazione anche per reati di pensiero e di parola, sono assolutamente omogenei e funzionali alla nuova forma di totalitarismo del politicamente corretto che si va progressivamente instaurando.

Non è in discussione la necessità di punire violenza e discriminazione verso le minoranze, atti criminali per cui esistono già strumenti giuridici adeguati. Il problema fondamentale è che la questione dei diritti viene sempre più spesso impugnata per finalità che la esorbitano, utilizzandola come una sorta di cavallo di Troia etico - strumentalizzando così istanze legittime e su cui è più che lecito dibattere e interrogarsi - con l'intenzione di spegnere qualsiasi discussione sull'argomento, quasi non vi fossero alternative all'unico modo di intendere e affrontare i problemi, se non quelle proposte dal paladino di turno.

Noi riteniamo innanzitutto che il rischio connesso a prospettive legali di questo genere sia estremo, anche in vista di una sua possibile esportazione in altri ambiti del pensiero e del dibattito. Riteniamo inoltre che le minoranze stesse dovrebbero riconoscere la strumentalizzazione politica della propria battaglia per i diritti e dissociarsene, onde non alimentare quel clima di separatività che certa politica cavalca, in vista di un dialogo condiviso e realmente costruttivo, pena un acuirsi delle fratture sociali che non giova di certo alla propria causa e al clima sociale generale. Infine, invitiamo a riflettere se i modelli politici e legali di gestione del dissenso che si stanno sempre più affermando siano compatibili con l'idea di società che, secondo la propaganda, dovrebbero tutelare. Se non lo fossero, i motivi di queste battaglie sarebbero da considerare diversi da quelli dichiarati.

Davvero desideriamo che ogni voce critica, fosse anche la più scomoda, corra il rischio di non poter più parlare?



La quarta rivoluzione industriale

 La globalizzazione, processo necessario al pieno dispiegamento del capitale finanziario sovranazionale, per progredire ha bisogno di sostituire ogni produzione culturale e materiale tipica di un luogo e del popolo che lo abita con la medesima indistinta poltiglia.

Tutto ciò che esprime una identità e una storia rappresenta infatti una potenziale increspatura del piano liscio su cui devono scorrere liberamente merci e individui sempre più indistinguibili e intercambiabili sotto ogni punto di vista.

L’avanzamento del totalmente indifferenziato non risparmia nemmeno il cibo e le tradizioni alimentari perché, se la tesi feuerbachiana secondo la quale l’uomo è ciò che mangia ha almeno un fondo di verità, la via che porta all’omologazione totale, passa anche dalla tavola.

In questa levigatura dei tratti distintivi dei popoli e degli individui, la megamacchina burocratica chiamata Unione Europea è certamente all’avanguardia.

Non paga di aver privato le popolazioni che la compongono della loro sovranità territoriale e monetaria, ora, in nome di un approccio sempre più zootecnico al potere, propone il consumo alimentare di insetti, descritti come il cibo del futuro alternativo alla carne in quanto più compatibili con la radiosa transizione ecologica in arrivo.

D’altronde questi eremiti di massa, spaventati, asessuati, indifesi, distanziati, trattati farmacologicamente e mascherati, nell’attesa che la robotizzazione dei processi produttivi li renda in gran parte tanto antiquati quanto superflui, dovranno pur assumere delle proteine per continuare a produrre e consumare i beni che la quarta rivoluzione industriale metterà in mostra nelle vetrine virtuali dei negozi online.



Il caos postmoderno

In tempi di “crisi”, una fiumana di esseri umani si estende sempre di più, con l’inevitabile effetto di un acutizzarsi di disordini di ogni tipo.

Con l’incremento demografico si inasprisce il problema dell’occupazione e vengono intensificati i processi produttivi che a loro volta provocano un rafforzamento dell’economia sregolata così come concepita oggi.
Cresce l’asservimento del singolo, si riducono gli spazi liberi, ed i movimenti autonomi dell’individuo divengono geometrici nelle città moderne pullulanti di esseri narcotizzati, numerini di un immenso formicaio.

In un sistema come il nostro, l’eccesso delle nascite avviene paradossalmente nei paesi più poveri,  portando  la gente di alcune zone geografiche a mendicare uno spazio presso altri popoli, alimentando così il sistema emigratorio di manodopera lavorativa da sfruttare.
Essi sono destinati a snaturalizzarsi, a disperdersi fra altre genti nel segno del cosmopolitismo più fuorviante e sotto la bandiera del capitalismo demonico che mira a livellare le differenziazioni di popoli e culture creando omologazione.  
Persistendo su questa linea, si creano tensioni sociali tra proletari, vere e proprie guerre tra poveri spinte subdolamente da aizzatori di falsi slogan.

Nel frattempo,  il cittadino occidentale medio è inglobato in un sistema fuorviante che lo rende una buffa macchietta in giacca e cravatta.
Tartassato di tasse e incatenato tra una miriade di vincoli che si è creato nel tempo, si adatta usufruendo degli svaghi che il sistema gli fornisce.
E’ così mentre per l’occidentale appesantito e stanco, la procreazione diviene contenuta nei limiti del possibile, altri ceppi prendono il sopravvento riproducendosi a macchia d’olio.

Una situazione positiva per la mentalità dell’ imprenditore europeo, che può perlomeno puntare su una manodopera “conveniente”.
Inoltre in un regime democratico, dove è proprio il numero ad assicurare il potere, quanto descritto diviene un’ arma efficace per il potere. Difatti da un lato avremo i consunti figli dei consumatori occidentali, sotto propaganda mediatica "fashion" che li spinge all'individualismo, e dall’altro etnie differenti che mirano alla sopravvivenza quotidiana in un ambiente che,  per quanto possano adattarsi , non è la loro terra di origine.

Da considerare inoltre che nella bizzarra civiltà che si è configurata, i processi produttivi richiedono una sempre maggiore mole di esigenze.
Secondo la mentalità dei moderni esisterebbe difatti un progresso infinito, e l’uomo dovrebbe vivere a servizio dell’economia, preoccupandosi di creare continuamente nuovi bisogni.
Bisogni che per essere soddisfatti richiedono lavoro, attività per cui l’uomo deve perderci tre quarti della sua giornata, per poter poi nel poco tempo libero che gli rimane usufruire di diavolerie tecnologiche e perdersi attorno al superfluo.
Tutto questo caos viene chiamato prosperità, progresso, sviluppo, crescita.


Che cos'è l'intelligenza?

Se dovessi definire l'intelligenza, direi che si tratta essenzialmente della capacità di osservare, analizzare i dati a disposizione e di trarne una logica deduzione, avvicinandosi il più possibile al quadro di insieme.

Ancora più nello specifico, si potrebbe dire che la capacità di cogliere un quadro di insieme ampio è una qualità che va oltre il concetto stesso di intelligenza.

Ci sono infatti tantissime persone dalle spiccate capacità intellettive che però concentrano tutte le loro energie in un singolo settore, e quando si allontanano da esso quasi smarriscono ogni capacità interpretativa.

Questo, nello specifico, è un fenomeno tipicamente moderno, laddove il nostro stesso progresso si fonda nella iper-specializzazione.

Abbiamo infatti, nella nostra società, innumerevoli esperti nei campi più disparati, eccellenze nel loro campo di applicazione, che però poco si intendono, o si interessano, dei fenomeni, spesso essenziali, che muovono l'intero meccanismo del nostro sistema.

Come se ognuno di questi esperti sapesse tutto del proprio ingranaggio, poco o niente dell'ingranaggio suo prossimo, e ancora meno della macchina nel suo complesso.

In ogni caso, ritornando all'intelligenza in sè - definita quale capacità di interpretare diversi dati e indizi per trarne un veritiero quadro di insieme (essere in grado di unire i puntini, come si dice in gergo)- possiamo notare come questa capacità, che sulla carta dovrebbe essere appannaggio della maggioranza delle persone, possiede quattro grandi nemici.

Il primo nemico dell'intelligenza è la sopracitata iper-specializzazione.

Tutte le energie e le capacità del singolo vengono convogliate su di un singolo argomento, e tutto ciò che lo circonda rimane perlopiù ignoto.

Semplificando, è la situazione in cui si trova chi passa la sua vita a contare ogni singola cellula di un albero e non si rende mai conto di trovarsi dentro una foresta.

Il secondo nemico dell'intelligenza, ed è un difetto che tocca tutti, in gradi diversi, è il pregiudizio, l'ideologia, la predisposizione mentale.

Se nel caso della iper-specializzazione il quadro di insieme non veniva colto perchè ci si concentrava esclusivamente su di un singolo punto, per colpa del pre-giudizio ci si trova invece nella situazione di avere già in mente un risultato finale a cui si vuole giungere.

Così, con un quadro di insieme già delineato, si finisce per selezionare solo gli indizi che si adeguano ad esso, e che non ne rovinano la struttura.

Questo meccanismo in psicologia si chiama "bias di conferma", e consiste propriamente nel dare enfasi agli avvenimenti ed ai dati che confermano la nostra idea iniziale, ignorando tutti quelli che la contraddicono.

E' importante osservare che tutti siamo vittime di questo meccanismo: diviene quindi essenziale esserne consapevoli, e cercare in ogni modo di arginare il fenomeno.

Il terzo nemico dell'intelligenza, in qualche modo legato al secondo, è il conformismo.

Il fare propria l'opinione condivisa agisce su degli strati profondi ed ancestrali della nostra psiche, assicurandoci un senso di protezione, lo stesso che i nostri progenitori, e anche noi stessi, ricaviamo dallo stare in gruppo, dal sentirci, una volta inseriti in un contesto più ampio, più sicuri di noi e più protetti, grazie al "numero".

A causa del conformismo non si sente più la necessità di fare lo sforzo per interpretare i dati e trarne una conclusione: si aspetta solo che venga fornita una interpretazione comunemente accettata e la si fa propria.

Il quarto grande nemico dell'intelligenza, diretta conseguenza del terzo, è quindi semplicemente la pigrizia.

Perché il pensare comporta uno sforzo, uno sforzo reale, e spesso non si hanno energie sufficienti per farlo, oppure si preferisce dedicare quelle stesse energie ad altre attività che hanno un rendiconto più piacevole.

Carlo Brevi



Il medium è il messaggio

Quando Marshall McLuhan diceva che "il medium è il messaggio" sosteneva che l'introduzione di un nuovo strumento di comunicazione alterava la struttura neurovegetativa del Corpo Sociale, ed era esso stesso dunque il messaggio più che il contenuto che veicolava.

La tecnica della stampa (e prima ancora la scrittura), per esempio, alterava la struttura neuronale del corpo sociale spostando la percezione globale dal senso fino all'epoca privilegiato - l'udito - alla vista. Prima si raccontavano storie in cerchio attorno al fuoco, la memoria era assai sviluppata proprio per via dell'allenamento a tramandare il sapere attraverso l'oralità, attraverso la voce. La voce, e per estensione il suono, la phoné - oggi considerati effimeri, sciacquati via dalla dimenticanza aeriforme - veniva invece registrata dalle menti che erano preparate a riceverla. Una volta disabituata la mente a registrare (perché ci pensava la scrittura a fissare tutto), eccola impigrirsi irrimediabilmente. Ed è qualcosa che ha coinvolto tutta l'umanità. Fu un cambiamento epocale che alterò perfino i processi di aggregazione sociale. Non più in cerchio attorno al fuoco, ma posizionati in file parallele, schematiche, magari in palazzi e città perpendicolari, senza guardarsi in faccia. Senza chiudere gli occhi. Senza ascoltare la propria interiorità.

Ogni nuovo strumento impatta irrimediabilmente il nostro modo non solo di concepire, ma di percepire il mondo tutto.

Parte preponderante del profondo cambiamento epocale che stiamo vivendo - le discrasie, le antinomie, lo scollamento sempre più tranciante tra Uomo e Natura - non è che conseguenza dell'introduzione di nuovi strumenti di comunicazione (di massa, beninteso) che il Corpo Sociale deve abituarsi a gestire riplasmando in maniera plastica il proprio apparato neurovegetativo. Accade in senso detrimente, diminutivo, sottraendo potere e incartilaginendo l'attitudine di potere e di controllo di ciascun essere umano.

In estrema sintesi abbiamo oggi un essere umano che è finalmente pronto - pronto! - a patire il passaggio all'uomo nuovo, all'uomo sottratto, all'uomo minuendo: allo schiavo consumista mantenuto in vita per essere spremuto.

Non avrebbe altro da dare. Alcun contributo se non la propria pronazione.

Disabituatevi al mezzo. Disabituatevi alla tecnologia. Riprendiamo il controllo sulla Tecnica per ottenere restituita la Vita.

Uriel Crua



Le logiche delle masse e l'istruzione - G.Le Bon

Si può dire in modo assoluto che le folle non sono influenzabili con ragionamenti. Ma gli argomenti che esse impiegano e quelli che agiscono su di esse appaiono, dal punto di vista logico, di un ordine talmente inferiore che solo per via di analogia si può qualificarli come ragionamenti.

I ragionamenti inferiori delle folle sono, come i ragionamenti elevati, basati su associazioni: ma le idee associate delle folle non hanno tra di loro che legami apparenti di rassomiglianza e di successione. E si legano nello stesso modo di quelle di un Eschimese il quale, sapendo per esperienza che il ghiaccio, corpo trasparente, si fonde in bocca, ne conclude che il vetro, corpo ugualmente trasparente, deve anch'esso fondersi in bocca; o di quelle di un selvaggio ii quale immagina che mangiando il cuore di un nemico coraggioso egli acquista il suo coraggio; o ancora di quelle dell'operaio che, sfruttato da un padrone, ne conclude che tutti i padroni sono sfruttatori.
Associazione di cose dissimili, non avendo tra di esse che rapporti apparenti, e generalizzazione immediata di casi particolari : tali sono i caratteri della logica collettiva. Gli oratori che sanno maneggiare le folle, presentano sempre loro associazioni di questo genere che sole possono influenzarle. Una serie di ragionamenti stringati, sarebbe totalmente incomprensibile alle folle, e perciò é permesso dire che esse non ragionano o fanno ragionamenti falsi, e non sono influenzabili con un ragionamento. La leggerezza di certi discorsi che hanno esercitato un'influenza enorme sugli uditori, talvolta stupisce alla lettura; ma si dimentica che essi furono fatti per trascinare delle collettività, e non per essere letti da filosofi. L'oratore, in intima comunione con la folla, sa evocare le immagini che la seducono. Se egli riesce, il suo scopo é stato raggiunto; e un volume di arringhe non vale le poche frasi che sono riuscite a sedurre gli animi che bisognava convincere.

Inutile aggiungere che l'importanza delle folle a ragionare giustamente le priva di ogni spirito critico, vale a dire dell'attitudine di discernere la verità dall'errore, e a formulare un giudizio preciso. I giudizi che esse accettano non sono che quelli imposti e mai quelli discussi. Sotto questo punto di vista, numerosi sono gli individui che non si elevano sopra le folle. La facilità con la quale certe opinioni diventano generali deriva specialmente dalla impossibilità della gran parte degli uomini di formarsi un'opinione particolare basata sui propri ragionamenti.

Il primo pericolo di questa educazione - molto giustamente qualificata latina - é di basarsi su un errore psicologico fondamentale: credere che l'imparare a memoria dei manuali, sviluppi l'intelligenza. Quindi si cerca d'imparare il più possibile; e dalla scuola elementare all'università, il giovanetto non fa che impinzarsi del contenuto dei libri, senza esercitare mai il suo giudizio e la sua iniziativa. L'istruzione, per lui, consiste nel recitare e obbedire. « Imparare delle lezioni, sapere a memoria una grammatica o un compendio, ripeterli bene, ecco - scriveva un vecchio ministro dell'Istruzione pubblica, Jules Simon - una piacevole educazione dove tutto lo sforzo è un atto di fede davanti all'infallibilità del maestro, e che non riesce che a sminuirci e a renderci impotenti ».Se questa educazione fosse soltanto inutile, ci si potrebbe limitare a compiangere disgraziati fanciulli ai quali si preferisce insegnare, invece di tante cose necessarie, la genealogia dei figli di Clotario, le lotte della Néustria e dell'Austrasia, o delle classificazioni zoologiche; ma essa presenta il pericolo assai più serio di ispirare in colui che l'ha ricevuta, un disgusto violento della condizione in cui é nato, e l'intenso desiderio di uscirne. L'operaio non vuol più rimanere operaio, il contadino non vuole essere più contadino, e l'ultimo fra i borghesi più non vede per suo figlio altra carriera possibile che quella di funzionario di Stato. Invece di preparare degli uomini per la vita, la scuola non li prepara che a funzioni pubbliche in cui la riuscita non esige alcuno spirito d'iniziativa. In basso alla scala sociale, essa crea quei militi del proletariato scontenti del loro destino e sempre pronti alla rivolta, in alto, la borghesia frivola, scettica e credula ad un tempo, tutta piena di fiducia verso lo Stato provvidente e che tuttavia essa biasima continuamente, incolpando sempre il governo delle proprie colpe e incapace di intraprendere qualsiasi cosa senza l'intervento dell'autorità.

Soltanto l'esperienza, unica educatrice dei popoli, si incaricherà di disvelarci il nostro errore.
Soltanto essa saprà provarci la necessità di sostituire i nostri odiosi manuali, i nostri meschini concorsi per un'istruzione professionale capace di ricondurre la giovinezza verso i campi, le officine, le imprese coloniali, oggi abbandonate.
Quest'istruzione professionale, ora reclamata da tutti gli spiriti illuminati, fu quella che ricevettero un tempo i nostri padri, e che i popoli attualmente dominatori del mondo hanno saputo conservare con la loro volontà, la loro iniziativa, il loro spirito intraprendente.


Fonte: tratto da "Psicologie delle folle" di G.LeBon (Ed.Clandestine)



La stupidità intelligente

Riprendiamo un concetto già elaborato da Schuon ed Evola, ovvero quello di "stupidità intelligente".

Oggi l'unica preoccupazione per l’intellettuale è di essere sfavillante ed originale, parlare e scrivere in maniera corretta e professionale, badando alla forma e non alla sostanza.
Anche se ad una osservazione superficiale non sembrerebbe, questi "cervelli defilè" si nutrono solamente di frasi brillanti, di prese di posizione dialettiche e di polemiche sterili atte sempre e solo all'apparire.
Le idee per costoro sono solo un pretesto, non son altro che un mezzo per mettersi in mostra, l'essenziale è sembrare intelligenti, mentre tutto il resto resta su un piano superficiale.
Quando vi troverete davanti ad un elemento simile sarete assaliti da una sorta di fiera della vanità e dal soggettivismo più deteriore e narcisistico.
Se analizzaste il loro modo d'essere vi trovereste solamente inconsistenza e meccanicità, se poi andaste ancora più a fondo vi apparirebbe chiara la loro visione deformata del mondo e la loro tendenza alla fossilizzazione ed alla cristallizzazione mentale.
Tale "stupidità intelligente", nella nostra epoca detiene quasi tutte le posizioni chiave nella società, e bisogna farci i conti continuamente, i suoi rappresentanti inoltre pare posseggano una sorta di sesto senso che gli permette di riconoscere subito chi ha una diversa natura, in modo da ostracizzarlo.
Il classico esempio di questo tipo di intelligenza di cui parlo lo si può trovare in larga parte negli ambienti della critica artistica/letteraria, ma anche in campo economico, scientifico e politico.  
Finti colti contemporanei alfabetizzati dalla forma mentis deformata.

Tra tutti i generi di stupidità la più irritante è proprio quella degli intelligenti.


Rovine postmoderne

Passeggiando per le città postmoderne si osserva la loro armoniosa bruttezza, la mancanza di caratteristiche che trascendano il senso estetico.

Le persone appaiono tristi e inappagate, qualsiasi sia il loro ceto sociale, i loro volti sono consunti.
Nessuno pare essere felice, la gente vive perché deve vivere, i più giovani tentano delle scappatoie per non pensare, specialmente nei weekend dove affogano nell’alcool e nelle droghe per sfuggire a se stessi.
Nessun lavoro li appaga, ne scelgono uno qualsiasi purchè garantisca loro la sopravvivenza e una sistemazione.
Si continua a procreare, a sposarsi, ma le coppie non sono credibili, la gente si sposa oggi e divorzia domani (o si adatta per apparire sana), perennemente insoddisfatta e in cerca di nuove esperienze amorose, alla completa mercé del sesso e di chi lo utilizza come strumento principale per veicolare desideri ed energie.
L’unità del focolare è andata persa, il naturale senso del pudore non esiste più, e le perversioni sessuali sono triplicate.
Tutti sono immersi nei più svariati problemi personali, e colmi di preoccupazioni si affidano ai burocrati contemporanei, ovvero politici, economisti, magistrati, avvocati, ma anche psicologi e umanisti in generale, spesso guidati da aspirazioni meschine.
Identificati con la loro posizione sociale si servono dell’appoggio psicologico della gente facendo nascere rapporti gerarchici fondati su tecniche psicologiche spicce, atte solo a trarre vantaggio dalle disgrazie altrui.
Le masse triturate dai mass media son diventate sempre più crudeli, insensibili, maliziose, astute, sfiduciate e diffidenti verso il prossimo.
La religione viene vista con sospetto nell’epoca della scienza, nessuno crede più a niente e a nessuno.
Le donne pare abbiano perso la loro semplicità, la loro bellezza naturale così spontanea, ingenua e senza artifici. Impegnate ad assomigliare sempre più agli uomini, han smarrito oramai tutte le loro splendide caratteristiche che le differenziavano dal sesso “forte”.

Le vetrine dei negozi e i cartelloni pubblicitari sui cigli delle strade incoraggiano al consumo e al benessere, la tecnologia avanza e culla la nostra pigrizia, i tg parlano di spread e dei debiti che incombono sulle future generazioni.

Nel frattempo la vita va avanti, si vive da uomini al minimo storico di coscienza.



L'ideologia del lavoro - A.De Benoist


L’ideologia del lavoro sembra avere origine nella Bibbia, dove l'uomo è definito, sin dal momento della creazione, dall'azione che esercita sulla natura: “Fruttificate, moltiplicatevi, riempite la terra, sottomettetela”(Gen., 1, 28). Dio ha collocato l'uomo nel giardino dell'Eden ut operatur, “perché lavori” (Gen., 2, 15). Questo brano precede il racconto del peccato originale; il risultato di quel peccato non è quindi il lavoro, come troppo spesso si dice, ma solamente la condizione più penosa in cui esso dovrà da quel momento in poi essere svolto.
Dopo il peccato, l'uomo si guadagnerà il pane “con il sudore della fronte”.
Con la missione assegnata all'uomo di “sottomettere” la terra si inaugura già il dispiegamento planetario e incondizionato dell'essenza della tecnica moderna, come punto d'arrivo di una metafisica che instaura tra l'uomo e la natura un rapporto puramente strumentale. L’uomo ha la vocazione al lavoro, e il lavoro ha la vocazione a trasformare il mondo; esso rappresenta pertanto una rottura con l'essere, un dominio su un mondo fatto oggetto della signoria umana. Come l'uomo è l'oggetto di Dio, così la terra diventa l'oggetto dell'uomo, che la trasforma assoggettandola alla ragione tecnica. Nel contempo, il lavoro assume un valore
eminentemente morale. Dirà san Paolo: “Se qualcuno non vuole assolutamente lavorare, non mangi”, frase originariamente enunciata sotto forma di constatazione (“chi non lavora non mangia”) ma che ben presto diventa una formula prescrittiva: “Chi non lavora non ha il diritto di mangiare”.

Questa visione del mondo, che oggi ci appare cosi familiare, è segnata da una rottura totale con la concezione prevalente nella quasi totalità delle società tradizionali, dove non solo la necessità non detta legge, ma l'ambito di ciò che è specificamente umano si situa viceversa nel rifiuto di assoggettarsi al regno della necessità materiale. Marshall Sahlins, ad esempio, ha mostrato in maniera convincente che le società “primitive” sono società nelle quali non si lavora mai più di tre o quattro ore al giorno, perché i bisogni vengono volontariamente limitati e al “tempo libero”, viene assegnata la priorità rispetto all'accumulazione dei beni.
Nell'Antichità europea, il lavoro viene disprezzato proprio perché è considerato il luogo per eccellenza dell'assoggettamento alla necessità. Questo disprezzo lo troviamo tanto nei greci e nei romani quanto nei traci, nei lidii, nei persiani e negli indiani. l’idea più comune è che, essendo per definizione deperibile tutto ciò che l'economia produce, il lavoro, motore dell'economia, non è adatto a rappresentare quel che va oltre la semplice naturalità dell'esistenza umana. In Grecia, soprattutto, il lavoro è percepito come un'attività servile che, in quanto tale, è in antagonismo con la libertà, e quindi anche con la cittadinanza. “Un pastore ateniese”, nota a questo proposito Alain Caillé, “è un cittadino, a differenza dei ricchi artigiani, non perché è un lavoratore, come penserebbero i moderni, ma al contrario perché è un ozioso, perché dispone di quel tempo libero (skholè) che è la sola prerogativa in grado di rendere gli uomini pienamente umani”. “Non è possibile esercitare la virtù quando si fa la vita di un artigiano” scrive Aristotele.
Sarebbe sbagliato vedere in questa svalutazione del lavoro semplicemente il riflesso di una visione gerarchica della società e la conseguenza della comodità, rappresentata dall'esistenza di schiavi. Essa esprime in realtà un'idea molto più importante: l'idea che la libertà (come del resto anche l'eguaglianza) non può risiedere nella sfera della necessità, e che vi è autentica libertà solo nell'affrancamento da tale sfera, Ovverosia nell'al di là dell'economico. (…)

Secondo Aristotele, l'economia ha a che vedere con l'ambito “familiare”. Essa si definisce, in senso proprio, come un insieme di regole di amministrazione domestica (oikos-nomos), che Aristotele distingue del resto nettamente dalla produzione di beni in vista di uno scambio mercantile, cioè dalla crematistica. ln quanto tale, essa si contrappone alla sfera pubblica, ambito della libertà, il cui godimento e la partecipazione alla quale presuppongono l' “oziosità”. La libertà è una faccenda pubblica; non può essere ottenuta nel privato o attraverso di esso.
Non esiste d'altronde all'epoca nessuna parola generica per designare il lavoro. I termini più correntemente utilizzati dai greci (ponos, ergon, poiesis) testimoniano un apprezzamento qualitativamente differenziato delle attività umane, giudicate secondo la conformità alla natura o in base al valore d'uso e alla qualità del prodotto.

“Nel contesto della tecnica e dell'economia antica", sottolinea Jean-Pierre Vernant, "il lavoro appare solo [...] nel suo aspetto concreto. Ogni compito viene definito in funzione del prodotto che punta a fabbricare [...] Non si considera il lavoro nella prospettiva del produttore, come espressione di un unico sforzo umano creatore di valore sociale. Non troviamo quindi, nell'antica Grecia, una grande funzione umana, il lavoro, che copre tutti i mestieri, bensì una pluralità di mestieri diversi, ciascuno dei quali costituisce un tipo particolare di azione che produce la propria opera”.
Lo stesso stato d'animo vige a Roma. A proposito del lavoro manuale, Seneca dice che è “privo d'onore e non potrebbe rivestire neppure la semplice apparenza dell'onestà”. Cicerone aggiunge che il salario è il prezzo di una servitù, che “niente di nobile potrà mai uscire da un negozio”, che “il posto di un uomo libero non è in una fabbrica”. La lingua latina distingue nettamente il labor, che evoca il lavoro penoso ed oppressivo, e l'opus, l'attività creativa. «Lavorare» (laborare) ha spesso il significato di «soffrire»; laborare ex capite, “soffrire di mal di testa”. Viceversa, la parola otium non designa affatto la pigrizia o il fatto di “non fare niente", bensì l'attività superiore orientata verso la creazione, di cui il commercio rappresenta la negazione (negotium, "negozio")' Quanto alla parola moderna francese "travail", essa viene, come è noto, da tripalium, che in origine era uno strumento di tortura…
Sin dai primi secoli della nostra era, il cristianesimo si è sforzato di lottare contro il disprezzo del lavoro.
Gesù e i suoi apostoli erano dei lavoratori manuali. In breve tempo non si conteranno più i santi patroni dei diversi mestieri. Ciononostante, per Secoli sopravviverà l’idea che l'uomo non è fondamentalmente fatto per lavorare, che il lavoro non è altro i che una triste necessità e non qualcosa da nobilitare o lodare, e che talune attività sono incompatibili con la qualità di uomo libero. Per reagire a questa idea fortemente radicata, la borghesia, soprattutto a partire dal XVII secolo, moltiplicherà le critiche contro il carattere «improduttivo», e quindi «parassitario», del modo di vita aristocratico.
André Gorz è uno di coloro che hanno colto meglio in che misura ciò che noi oggi chiamiamo lavoro è, nella sua stessa generosità, un'invenzione della modernità. “L’idea contemporanea del lavoro”, scrive, “appare in effetti solo con il capitalismo manifatturiero. Sino a quel momento, cioè sino al XVIII secolo, il termine «lavoro" (Iaboul; Arbeit, travai) designava la pena dei servi e dei giornalieri che producevano beni di consumo o servizi necessari alla vita che dovevano essere rinnovati giorno dopo giorno, senza che nulla potesse essere dato per acquisito. Gli artigiani, invece, che fabbricavano oggetti durevoli, accumulabili, che gli acquirenti di regola trasmettevano ai posteri, non "lavoravano", "operavano", e nella loro "opera" potevano utilizzare i "lavoro" di uomini di fatica chiamati a svolgere i compiti grossolani, poco qualificati. Soltanto i giornalieri e i manovali erano pagati per il loro "lavoro"; gli artigiani facevano pagare la propria "opera" in base a un tariffario fissato da quei sindacati professionali che erano le corporazioni e le gilde, le quali proibivano severamente qualsiasi innovazione ed ogni forma di concorrenza. [...] La "produzione materiale" non era dunque, nell'insieme, retta dalla razionalità economica”.
Per molto tempo infatti il lavoro, benché riabilitato, è rimasto in una certa misura al riparo da considerazioni puramente utilitarie o mercantili. Nel Medioevo, in particolare, il mestiere ha un valore li integrazione sociale. E innanzitutto un modo di vita, una maniera di stare al mondo, e, in quanto tale, rimane dipendente da un certo numero di atteggiamenti etici, che vanno al di là della sfera della sola materialità ed impregnano nel suo insieme una società nella quale si giustappongono e si incrociano modi di vita organica differenti. I mestieri hanno le proprie regole, le proprie tradizioni. Alloro esercizio sono associate abitudini festive e credenze popolari che contribuiscono a limitare gli effetti della sola ragione economica.
Il lavoro speso nella costruzione delle cattedrali è tutto salvo che un lavoro che miri all'utilità, come ha rimarcato, in una pagina molto nota, Georges Bataille:

L’espressione dell'intimità nella chiesa [...] risponde al vano consumo del lavoro: sin dall'inizio la destinazione sottrae l'edificio all'utilità fisica, e questo primo
movimento si esprime in una profusione di vani ornamenti. Perché la costruzione di una chiesa non è l'impiego vantaggioso del lavoro disponibile, ma il suo consumo, la distruzione della sua utilità. L’intimità è espressa in modo condizionato da una cosa: purché questa cosa sia in fondo il contrario di una cosa, il contrario di un prodotto, di una merce: un consumo e un sacrificio”.

È a questa forma di lavoro che Péguy allude quando evoca la pietà dell'«opera ben fatta», il tempo in cui si cantava mentre si lavorava e si dava nel lavoro il meglio di sé perché in quel lavoro ne andava della realizzazione di se stessi: “Abbiamo conosciuto operai che avevano voglia di lavorare [...] Lavorare era la gioia stessa, la radice profonda del loro essere [...] Esisteva un onore incredibile del lavoro [...] Bisognava che un bastone di sedia fosse ben fatto [...] Non doveva essere fatto bene per il salario o a causa del salario [...] per il padrone o per i conoscitori [...] Bisognava che fosse fatto bene in sé [...] E lo stesso principio delle cattedrali...”. Péguy, tuttavia, respinge sia la concezione calvinista, in cui la coazione al lavoro trova la propria legittimità nell'ordine della fede (il lavoro come sottomissione necessaria all'esigenza di salvezza), sia la concezione borghese, che considera lavoro autentico solo quello che non procura alcun divertimento. Egli non fa del lavoro lo scopo supremo dell'esistenza. Pone al di sopra dei compiti necessari alla sussistenza le attività dello spirito che permettono alla personalità di fiorire. Sa che i valori etici e culturali sono superiori alla semplice produzione degli oggetti. Ed è il primo a convenire che il lavoro è radicalmente cambiato da quando è governato solamente dalle leggi economiche dell'offerta e della domanda, della produzione e del mercato.
Con la Riforma, e poi con l'emergere delle teorie liberali, il “valore-lavoro” diventa infatti nel contempo valore dominante e valore in sé. In Locke, ad esempio, la proprietà si fonda sul lavoro e non più sui bisogni, atteggiamento che già giustifica l'appropriazione illimitata (e che Louis Dumont giustamente definisce
tipicamente moderna). Nel contempo, la giustizia viene fondata su un diritto di proprietà posto come assoluto, agli antipodi del pensiero tradizionale che rapporta la giustizia all'equità e a relazioni ordinate all'interno di un
tutto. La proprietà risalirebbe allo «stato di natura» e sarebbe il frutto del lavoro individuale, cioè dell'appropriazione da parte dell'individuo di tutto ciò che egli sottrae alla natura e prende alla terra. E la nascita di quello che Macpherson chiama l'«individualismo Possessivo».

(…) Il modo in cui ai nostri giorni la parola “lavoro" viene indistintamente applicata a qualunque forma di attività o di occupazione regolare, in diretta contrapposizione con l'ideale ereditato dall'Antichità, riflette piuttosto bene le teorie di cui abbiamo or ora sinteticamente accennato. Operai, dirigenti, artisti, ricercatori, intellettuali, creatori: ormai tutti "lavorano". Anche i contadini si sono trasformati in "produttori agricoli”, il che dimostra che i loro compiti quotidiani non definiscono più un modo di vita incomparabile rispetto a tutti gli altri.
Nondimeno, questo onnipresente lavoro esige di essere colto e definito con precisione. "Il "lavoro", nel senso contemporaneo", scrive André Gorz, "non si confonde né con i bisogni, ripetuti giorno dopo giorno, che sono indispensabili al mantenimento e alla riproduzione della vita di ciascuno; né con la fatica, per quanto impegnativa possa essere, che un individuo fa per realizzare un compito di cui lui stesso o i suoi sono i destinatari e i beneficiari; né con quel che noi decidiamo di fare di testa nostra, senza tener conto del tempo e della fatica, per uno scopo che ha importanza soltanto ai nostri occhi e che nessuno potrebbe raggiungere al posto nostro. Se ci capita di parlare di "lavoro" a proposito di queste attività del "lavoro domestico", del "lavoro artistico” del “lavoro di autoproduzione”, lo facciamo assegnando all'espressione un significato fondamentalmente diverso da quello che ha il lavoro posto dalla metà alla base della propria esistenza, strumenti cardinale e nel contempo obiettivo supremo. La caratteristica essenziale di quel tipo di lavoro quello che noi "abbiamo", "cerchiamo", "offriamo" consiste infatti nell'essere un'attività nella sfera pubblica, richiesta, definita, riconosciuta utile da altri e, a questo titolo, da essi remunerata. Grazie al lavoro remunerato (e più in particolare attraverso il lavoro salariato) apparteniamo alla sfera pubblica, acquisiamo un'esistenza e un'identità sociali (vale a dire una "professione»), siamo inseriti in una rete di relazioni e di scambi nella quale ci misuriamo con gli altri e ci vediamo conferire dei diritti su di loro in cambio dei nostri doveri verso di loro. La società industriale viene intesa come "una società di lavoratori" e, a questo titolo, si distingue da tutte quelle che l'hanno preceduta, perché il lavoro socialmente remunerato e determinato è anche per quelle e quelli che ne cercano, vi si preparano o ne mancano il fattore di gran lunga più importante di socializzazione».
Perciò, prosegue André Gorz, "la razionalizzazione economica del lavoro non è consistita semplicemente nel rendere più metodiche e meglio adattate allo scopo delle attività produttive preesistenti. Fu una rivoluzione, una sovversione del modo di vita, dei valori, dei rapporti sociali e con la natura, l'invenzione nel senso pieno del termine di qualcosa che non era ancora mai esistito. L’attività produttiva veniva privata del suo senso, delle sue motivazioni e del suo oggetto per diventare il semplice mezzo per guadagnarsi un salario. Smetteva di far parte della vita per diventare il mezzo per "guadagnarsi da vivere". Il tempo di lavoro e il tempo di vivere venivano staccati; il lavoro, i suoi strumenti, i suoi prodotti acquistavano una realtà separata da quella del lavoratore e dipendevano da decisioni estranee. La "soddisfazione di operare" in comune e il piacere di "fare" venivano soppressi a vantaggio esclusivo delle soddisfazioni che il denaro può acquistare [...] La razionalizzazione economica del lavoro avrà pertanto ragione dell'antica idea di libertà e di autonomia esistenziale. Essa dà vita a un individuo che, alienato nel lavoro, lo sarà anche, per forza, nei consumi ed, infine, nei bisogni».

Alain de Benoist



Black Metal, una tensione verso la trascendenza

Nel 2006 uscì per Settimo Sigillo uno stimolante saggio di Luca Leonello Rimbotti dal titolo "Rock duro anti-sistema. Heavy metal, tradizione e ribellione", il quale , seppur rivedibile dal punto di vista documentale, è da segnalare soprattutto per la tesi sociologica che lo sostiene, la quale getta una luce tutt'altro che scontata su un fenomeno culturale di massa (e in particolare su alcune sue correnti meno popolari e più controverse) che i più liquidano essenzialmente come espressione di superficialità giovanile (o cronica immaturità, quando si protrae nel tempo), mera contestazione stereotipata o semplice cattivo gusto.
Porto l'attenzione su questo testo perché recentemente, con un caro amico che come me ha trascorso l'adolescenza e la tarda adolescenza all'interno di tale ambiente - stiamo parlando degli anni '90 -, ci si è interrogati sul senso di quella permanenza, e come a partire da tale cultura, apparentemente così nichilista e dissacrante, sia stato possibile giungere poi a cercare e riscoprire orizzonti di senso apparentemente antitetici, come il recupero delle nostre radici cristiane ed europee, il senso dell'identità e del sacro, la ricerca della trascendenza e delle fondamenta permanenti dell'etica e del politico. Abbiamo constatato come, seppur non scontato, tale percorso non fosse poi così raro, riguardando anche altre nostre conoscenze, e che le risposte che nel tempo eravamo giunti a darci indipendentemente convergevano essenzialmente con la tesi sostenuta nel libro. Comune era anche il disagio che provavamo di fronte a tale passato, perché nonostante ad entrambi il percorso apparisse lineare e assolutamente consequenziale, percepivamo la difficoltà di trasmettere quell'esperienza di senso - e di traslazione di senso - a coloro che non l'avessero vissuta direttamente.
In particolare, entrambi ci eravamo orientati verso le correnti più estreme del genere, soprattutto dal punto di vista concettuale, che allora appartenevano ancora a una dimensione underground non ancora addomesticata ed emersa. Gli anni '90 furono per l'extreme-metal un grande laboratorio di estetiche e tematiche che essenzialmente le decadi successive avrebbero compendiato ininterrottamente, spesso banalizzandone e neutralizzandone la carica eversiva, paradossalmente canonizzando forme ed espressioni nate invece con un genuino intento di rottura. Gli anni '90 furono essenzialmente l'epoca del black metal nord-europeo, probabilmente l'ultima grande sottocultura giovanile che abbia avuto un autentico impatto sociale, a causa soprattutto delle attenzioni mediatiche ricevute grazie agli eventi di cronaca nera che ne accompagnarono gli esordi, e che portarono molti tra sociologi, religiosi e autorità a interrogarsi su come interpretare l'urgenza che tale movimento esprimeva. Do per scontato che chiunque legge sappia cos'è il black metal e abbia perlomeno un'idea delle sue origini e delle correnti tematiche che lo caratterizzano. Per quanto riguarda il primo punto esiste un'ampia letteratura che chiunque sia interessato a conoscere le origini del fenomeno può facilmente reperire; per quanto riguarda il secondo punto, invece, mi limito a dire molto sinteticamente e a rischio di un'eccessiva semplificazione, che a partire da una cornice che potremmo definire come "satanismo medievale", ossia un pittoresco immaginario fatto di demoni, evocazioni diaboliche e sabba di streghe, con una decisa presa di posizione dissacrante e anti-cristiana, il repertorio del black metal si è progressivamente arricchito di suggestioni pagane e neo-pagane, ultra-nichiliste o superoministe, fino ad accorpare anche elementi di natura politica, segnatamente di ultra-destra o iper-reazionari. Una particolare attenzione la ricevette sin dalle origini l'opera di Tolkien, seppure declinata in direzione invertita e pertanto incompatibile con gli intenti dell'autore; tale elemento, credo, non sia secondario ai fini della nostra riflessione, visto che una analoga fascinazione è stata abbondantemente vissuta (e spesso consumata) nel ventennio precedente dai movimenti con tendenze spirituali all'interno dell'estrema destra, cosa questa che in qualche in modo denota tensioni ideali comuni e non di rado esiti affini nelle vicende biografiche di chi condivise quegli ambienti così distinti, i quali solo raramente - e spesso in modo paradossale - finirono per incontrarsi e convergere.

Se penso a quale visione del mondo la società in cui vivevo mi invitava ad aderire passivamente, comprendo senza difficoltà perché istintivamente (ed ingenuamente) nell'adolescenza mi orientai verso alternative tanto chiassose. Di fatto, la cultura di massa che si basava essenzialmente su una ricetta di distrazioni ed anestetici, propedeutici a una partecipazione attiva/passiva alla società dei consumi, di fatto non poteva appagare una certa inquietudine tipica di soggetti che l'indottrinamento standard, il quale passava attraverso famiglia, scuola e varie associazioni del tempo libero, non aveva mai persuaso in  modo troppo efficace. Tali soggetti, che non considero necessariamente più intelligenti o lungimiranti del giovane medio, ma che mi limiterei a definire semplicemente "cortocircuitati", non trovando appagamento nel repertorio di autorappresentazioni che venivano loro suggerite nel catalogo della cultura mainstream, venivano facilmente cooptati dai vari movimenti presenti nell'underground delle culture giovanili, i quali  supplivano a tale carenza con un ampia gamma di surrogati. A indirizzare il giovane outsider nella propria scelta identitaria erano fattori spesso contingenti, come frequentazioni comuni o prossimità a particolari centri logistici, ma non di rado era una autentica tensione ideale verso ciò che si riteneva meritevole del proprio tempo e della propria attenzione.
Mi chiedo ora: come non essere anti-cristiani quando l'unico volto del cristianesimo che si conosceva allora era quello disfatto della sua deriva sociale, frutto putrido del Concilio, fatto di perbenismo da parrocchia, centri estivi e cerimonie leziose a cui pure il prete si annoiava? Non era ancora la stagione degli arcobaleni, ma i colori erano già quelli, e nei miei ricordi d'infanzia c'erano soprattutto cartelloni color pastello, pieni di fiori e di scritte stucchevoli, con un Cristo di spalle che camminava verso il tramonto tenendo bambini per mano. Mi chiedo quanti si siano persi in direzione di quel tramonto, perché la stretta non era abbastanza forte.

Non si priva impunemente una generazione intera della guerra, anche se si tenta di allevare eunuchi. Una buona porzione non sarà accondiscendente, perché la necessità di combattere è insita nell'uomo. La guerra esiste perché il mondo non è un paradiso; una buona ragione per combattere la si troverà sempre. Se esiste un'etica, esiste il conflitto: per cercare di inibire l'innato istinto che nell'uomo chiama a combattere per ciò che egli ritiene giusto e desiderabile, si è dovuto prima di tutto rimuovere l'idea di qualsiasi assoluto. Le generazioni precedenti alla nostra erano ancora capaci di pensare il cambiamento in vista di valori che ritenevano assoluti: a partire dalla nostra, invece, questo è di fatto divenuto impossibile. La perdita della passione politica e della militanza che contraddistinsero le mia generazione e quelle successive è appunto dovuta all'aver amaramente sperimentato il fallimento delle grandi ideologie e lo scacco della politica che muove dalla base. Le generazioni precedenti alla mia surrogavano la guerra nella militanza politica: per la mia, invece, la violenza ideale è un grande rimosso, e il bisogno di militanza è stato surrogato in vari modi, più o meno efficaci. Alcuni scelsero ad esempio lo stadio; altri, come me, scelsero la musica.

Non a caso la metafora bellica è un luogo classico della poetica extreme-metal. Anche l'idea di elité, di far parte di un gruppo appartato e distinto che lotta per la propria difesa o supremazia, lo è. Ma lo è pure l'idea anti-cristiana (di quel cristianesimo della banalità e della debolezza di cui parlavo sopra), a cui si contrappone una sorta di misticismo senza oggetto, o di mistica invertita, che desidera, prega o invoca maschere e fantasmi, tra mitologia e letteratura. Nessuno che abbia realmente vissuto all'interno della cultura black metal negherà che esso fosse (per alcune sacche di resistenza lo è ancora) una parodia, o un surrogato, di religione: un termine frequentemente utilizzato per definirlo è appunto quello di "culto", non raramente "fede". Altre due parole sono frequentemente utilizzate per caratterizzarlo, termini che tradiscono un profondo anelito alla trascendenza e al sacro: "puro" e "vero". Io credo, ma sarebbe qui troppo lungo argomentarlo e mi limito semplicemente a fornirne la suggestione, che il black metal, nella sua forma genuina ed autentica, ossia quella coltivata nell'underground delle origini, e custodita ancora  al di fuori dell'industria musicale da pochi fedeli, andrebbe studiato oltre che come fenomeno artistico, anche nella sua valenza di movimento neo-spiritualista.
E veniamo così alla tesi di Luca Leonello Rimbotti, a cui all'inizio ho accennato. Riferendosi genericamente all'heavy metal scrive: "Questa musica veicola idee, disposizioni, attitudini, simbolismi, ritualità, mitemi, tipologie, che, pur nella loro superficialità scenica, spesso a sua volta inquinata da astuzie commerciali, vanno incontestabilmente nella direzione di un recupero di sparsi ma consistenti brandelli della Tradizione europea". E ancora: "In questa musica potente rivive l'Eroe, rinasce la Saga, si rianima il Mito, si rivendicano l'Onore, la Fedeltà, la Fede, si celebrano il Destino, il Mistero e il mondo Arcano della Magia (...)".
Concordo pienamente con quanto scrive, e credo che il black metal abbia massimizzato e incarnato queste istanze in maniera esemplare. Credo che qualcuno come me e quel caro amico a cui accennavo sopra, siamo stati salvati da un appiattimento omologante proprio dall'aver rinvenuto in quella cultura un orizzonte critico e una provocazione capaci di impedire la rassegnazione a quella sconfitta della lotta per il senso a cui invece ho visto molti coetanei soccombere. Direi praticamente una generazione intera. Credo inoltre che in noi abbia preparato il campo, con la corrosione di certi luoghi comuni e assuefazioni ideologiche, a nuove prospettive intellettuali e spirituali verso cui ci saremmo incamminati negli anni successivi. In tutta la sua paradossalità,  sono convinto che nella nostra formazione sia stato un fenomeno positivo a cui dovere riconoscenza.
Credo tuttavia che come per alcuni fu medicina, per altri fu veleno, secondo la tradizionale ambivalenza del termine greco pharmakon. Come scrisse un saggio esoterista dei primi del '900: "Non è raccomandabile confondere i simboli, perché in tal modo si confondono facilmente anche le forze che stanno dietro di essi". Le vicende di sangue che accompagnarono il periodo classico del genere lo testimoniano a monito perenne: non si evocano impunemente certe forze, risiedano esse negli inferi o nel subcosciente, se non si ha la certezza di poterle dominare. Beninteso, la sfida non è per tutti.



Il signor Raab di Fassbinder, simbolo della postmodernità

Germania, fine degli anni '60: le industrie sono in netta ripresa, la piccola e media borghesia tedesca si rafforza sempre più ed avanza indisturbata, la sconfitta della guerra  è oramai alle spalle, la società si avvia verso una progressiva finanziarizzazione, speculazioni e corruzione divengono fenomeni integranti del processo di ricostruzione tedesco, iniziato a metà degli anni cinquanta.
Fassbinder ed altri registi coetanei tra cui Werner Herzog e Wim Wenders, consapevoli di ciò che stava accadendo, diventano inevitabilmente i protagonisti di una critica radicale al modello capitalista.
Un archetipo che opera in un rovesciamento di prospettiva copernicana, in un’ epoca in cui le leggi economiche prendono il sopravvento e non sono più subordinate alle esigenze e agli scopi della comunità.

E così nacque il cosiddetto “Nuovo Cinema Tedesco”, gli autori citati iniziarono a produrre parecchi film a basso costo ispirati a Bunuel, Brecht e sulla scia della Nouvelle Vague francese.
In particolare R.W. Fassbinder, che nel 1968 si distinse con il film “Warum luft Herr R. Amok?”.
Una semplice storia che ritrae l'anemica vita quotidiana del signor Raab, un professionista con un lavoro dignitoso, una bella moglie ed un figlio come tanti.
Un uomo normale insomma, distaccato e senza particolari eccessi, lavora, accompagna sporadicamente la moglie a far compere o a visitare le amiche, passa le serate in casa con la famiglia guardando la televisione, esce con i colleghi, cerca di fare carriera, aiuta il figlio a fare i compiti e va a parlare con la sua insegnante.
Le sue relazioni sono piatte, senza slanci ed affetti ed egli non fa altro che galleggiare in questo suo finto equilibrio partecipando da spettatore alle cene che la moglie organizza durante il weekend.
Raab pian piano diventa sempre più apatico, inerte, demotivato, fiacco e quasi incapace di comunicare, ripetendo sempre gli stessi gesti meccanizzati.
Un'unica scintilla vitale la sprigiona, quando un amico di vecchia data viene a trovarlo ed insieme rievocano, impavidi, la loro infanzia tra gli sguardi perplessi della moglie.
Fino a che un giorno, durante una banale conversazione della consorte con la vicina di casa, il signor R. prende un candelabro e con un colpo alla testa uccide prima la vicina, e poi la moglie ed il figlio.
Il tutto con la solita imperturbabilità. Il mattino dopo va al lavoro, ma invece di recarsi alla sua postazione si chiude in bagno e si impicca.
Le motivazioni sono troppo chiare per essere spiegate: la sua non è nè ribellione nè follia, ma solamente la presa di coscienza di un contesto che reprime ogni impulso spontaneo e regolamenta ogni fase dell'esistenza, in un programma di annichilimento sistematico dell'individuo.

Con un impianto semidocumetaristico, il primo film a colori di Fassbinder è un' agghiacciante affresco della società borghese occidentale.
La regia del cineasta tedesco trasuda assoluta impersonalità nel fotografare l' ordinarietà della vita di un mesto impiegato industriale.
La regia è volutamente approssimativa, ogni sequenza è difatti risolta con un' unica ripresa a mano che passa da un personaggio all' altro, tra luci naturali tendenti a colori smorti, che accentuano così il senso di claustrofobia.
La vacuità e il decorativismo che descrivono il suo stile di vita sono continuamente amplificati dall'ambiente in cui il personaggio vive e si muove e dagli oggetti di cui si circonda.
Egli sguazza nell’ anonimato, solissimo in questa festa degli oggetti, che a loro volta sono impotenti nel dare un senso alla sua vita.
Gli attori si muovono in modo schematico scontrandosi, con il naturalismo della scenografia da un lato e con quello dell' inerte eloquio dall'altro.

Raab, assoggettato indissolubilmente ad abitudini e regole conferite, è incapace di formulare i termini di una rivolta, di un riscatto qualsiasi nei confronti della società, più percepisce di essere defraudato e più si inaspriscono in lui bramosie ed illusioni.
Coglie l'impossibilità nell' esprimersi in un’ epoca estenuata in cui ogni sogno di avvenire sembra delirio o impostura. In lui vi è l’assenza di qualsiasi sentimento che non sia insofferenza verso se stesso, in uno scivolamento lento e inesorabile, in uno stato di insensibilità in cui non pare esserci via d’uscita.
Il protagonista sembra così aderire a un destino tragico, anche le relazioni amorose sono rappresentate come esempi lampanti di rapporti di produzione fatti di convenienze forzate e incomunicabilità.

Fassbinder cercò di trasmettere l’impotenza di coloro che colgono la decadenza, che non riescono a combatterla, ma neppure ad incoraggiarla facendola sviluppare in modo che si esaurisca, permettendone l'avvento di altre forme.

D'altronde a torto ci immaginiamo la figura del Signor R. come qualcuno che abdica, si ritira e si tiene in disparte rassegnato alle sue miserie e alla sua condizione di relitto, ma se lo osserviamo bene scopriremo in lui un ambizioso, un deluso, un aggressivo, un amareggiato ed i suoi incubi sono sempre connessi ad una matrice culturale borghese, ad un sadico gioco al massacro che trascinando l'altro nel baratro è in realtà prima di tutto un suicidio.