Fiabe: una pedagogia spirituale

 A differenza del mito, che è il codice di una rivelazione primordiale, le fiabe nascono dal libero gioco dell'anima di un popolo, il quale precipita e sedimenta in forma narrativa, al fine di essere conservato e tramandato. Tale deposito sempre fruttifica, mutando e rimanendo fedele a sé, come l'uomo, ad ogni istante, non è mai uguale a prima eppure sempre lo stesso. Le fiabe non sono mai opera di un singolo o di una personalità, ma ogni singolo o personalità le abita, come si abita il suolo natio, e in esso si trova conforto e nutrimento. Come la campagna o un gregge, le fiabe sono coltivate e badate da chiunque vi tragga sostegno, e alla propria dipartita lasciate e tramandate ai figli, e ai figli dei figli, che ancora le abiteranno e ancora ne avranno cura. Assomigliano al sangue, che il padre trasmette al figlio come propria sostanza, perpetuando così, di generazione in generazione, sé e la propria discendenza. In esse rivive l'anima dei nostri avi, non come cosa morta, ma viva e attuale, come viva e attuale è la nostra carne nutrita e formata dal sangue dei padri. Le fiabe sono cultura nel senso più alto, in quanto contengono gli elementi essenziali e indispensabili di una visione del mondo originaria, completa e organica. Insegnano il bene e il male, l'inizio e la fine, la rovina e la salvezza, l'odio e l'amore, il rigore e la misericordia, il bello e il brutto. In esse è serbato il segreto della tragedia e della commedia dell'essere e dell'esistere. Le fiabe dimostrano, nel modo più evidente possibile, che la razionalità non è la facoltà originaria a cui l'uomo ricorre per interpretare e descrivere la propria esperienza del mondo. Più originario del razionale è il senso del mistero; più originaria è la percezione di una trama di forze e di causalità enigmatiche che tessono quella che noi chiamiamo realtà, e che affiorano e si mostrano laddove si sia capaci di guardare ancora con l'occhio puro e terso dei primordi. Le fiabe sono dunque una pedagogia spirituale irrinunciabile, che la tradizione ha sapientemente selezionato per i propri figli affinché apprendessero l'essenziale e tralasciassero l'accessorio. Le fiabe sono per uomini che aspirano a diventare adulti o che, in quanto tali, ne possono gustare ancora la verità e la bellezza. Per questo la nostra epoca di bambini, che desiderano una puerizia perpetua, ne ignora il significato, l'utilità e il senso. Il mondo di oggi, disgregato e inorganico, le dimentica o le profana, svuotandole e parodiandole in simulacri per l'intrattenimento di massa.



Guerra e medicina

 Il 2020 ci ha mostrato come guerra e medicina siano associabili, in chiave propagandistica, sia sotto il profilo dell'immaginario che di quello linguistico. Questo avviene perché, nel sistema tecnocratico e mondialista che si va costituendo, entrambe sono espressioni e prolungamenti della tecnica svolgenti funzioni affini in termini di affermazione politica e di controllo sociale. Un fatto ci sembra essere particolarmente indicativo della loro convergenza: il comune cambio di paradigma avvenuto nella seconda metà del '900, con l'affermazione del modello preventivo, tanto in guerra che in medicina. 

Guerra e medicina preventive sono di fatto sempre esistite, ma non sono mai state il modello o la prassi dominante nei due rispettivi ambiti. Con il modello della guerra al terrorismo, si è teorizzata la possibilità di aggressione indiscriminata, e senza necessità di puntuale giustificazione, verso qualunque entità si consideri un potenziale pericolo. La medicina preventiva, similmente, permette di legittimare qualsiasi intervento sanitario o farmacologico in funzione di un rischio possibile, anche in assenza di una diagnosi presente o perlomeno probabile. Entrambi i modelli consentono di dispiegare l'opzione bellica o sanitaria oltre qualsiasi perimetro in cui tradizionalmente erano confinate, semplicemente confezionando scenari ed ipotesi ad hoc utili al proprio scopo. In questo modo, i mercati potenziali in cui estendere il proprio business, reale o metaforico che sia, divengono potenzialmente infiniti; nel pacchetto è compresa pure la piena disponibilità del mercato più prezioso: quello interno. Il rischio di terrorismo o eversione, come quello di epidemia o crisi sanitaria, giustificano infatti la necessità di un perenne stato di mobilitazione e allerta rivolta all'interno dei propri confini. In questo modo il potere può giustificare tutti i dispositivi utili al controllo e alla previsione che ritiene opportuni, pervadendo e organizzando ogni ambito della vita sociale.

Guerra e medicina, insomma, sono destinate a divenire sempre più il braccio armato della tecnocrazia incombente.



Il Problema (contro il quale unirsi)

Tenerli sotto controllo non era difficile. Perfino quando in mezzo a loro serpeggiava il malcontento (il che, talvolta, pure accadeva), questo scontento non aveva sbocchi perché privi com’erano di una visione generale dei fatti, finivano per convogliarlo su rivendicazioni assolutamente secondarie. Non riuscivano mai ad avere consapevolezza dei problemi più grandi. George Orwell, 1984

Il neoliberismo, che è la base economica del moderno capitalismo assoluto (speculativo-finanziario), va necessariamente compreso per inquadrare le attuali dinamiche socio-politico-economiche e poiché è la scaturigine del cosiddetto Pensiero Unico (che sostiene, precipuamente, il primato dell'economia sulla politica).

In parole povere si tratta della dottrina economica (cui corrisponde, ovviamente, un'inscindibile ideologia politica) all'origine di tutti i nostri problemi e, semplificando, altro non è che la coronazione di un progetto di restaurazione del potere da parte della "classe dominante" risalente già agli anni trenta del novecento (fondamentale il colloquio Walter Lippmann) ma iniziato ad attuarsi negli anni settanta (dal memorandum di Powell); è la reazione delle élite che tanto avevano perso in termini di potere e di ricchezza nell'età contemporanea e soprattutto nei trenta gloriosi successivi al secondo dopoguerra quando le costituzioni "socialiste" - avversate recentemente da JP Morgan - associate alle politiche economiche keynesiane avevano portato benessere ai popoli e forza alle democrazie (tanto che nello studio Crisi della Democrazia del 1975 commissionato dalla Trilaterale - della quale fecero poi parte Draghi, Prodi, Monti, Letta - si parlava della necessità di apatia e spoliticizzazione delle masse e di indebolimento del sindacato a causa di un pericoloso "eccesso di democrazia" da risolvere anche con l'introduzione di tecnocrazie).

Quindi, partendo dalle teorie di Von Hayek e con la Scuola di Chicago di Friedman, andò imponendosi in campo accademico questo nuovo pensiero (grazie, tra le tante, alla influente Mount Pelerin Society fondata già nel 1947 da Hayek con l'intento di aggregare varie personalità del mondo intellettuale al fine di ridiscutere la teoria classica di Adam Smith). Essi contestarono il compromesso keynesiano del liberismo espansivo con intervento statale (l'embedded liberalism della piena occupazione e della redistribuzione della ricchezza) e suggerirono di passare alla deregulation, a politiche di tagli alla spesa sociale, alle privatizzazioni (degli utili e socializzazione delle perdite), alla finanziarizzazione dell'economia, al monetarismo, all'austerità, alla deificazione del Mercato e quindi alla definitiva sottomissione dello Stato e della Politica agli interessi economici dei potentati privati. Il tutto andò in porto grazie alla diffusione a reti unificate del nuovo credo tramite le "categorie previane" del circo mediatico, del clero giornalistico e accademico ("colonizzato") e del ceto intellettuale (che, con la sintassi di Bourdieu, è da sempre il gruppo dominato della classe dominante).

La manipolazione consapevole e intelligente delle abitudini e delle opinioni della massa è un elemento importante nella società democratica. I regolatori occulti di questo meccanismo sociale costituiscono un governo invisibile che è il vero governo del nostro paese. Uomini di cui non abbiamo mai sentito parlare ci governano, modellano la nostra mente, formano il nostro gusto, suggeriscono le nostre idee. Edward Bernays, Propaganda

Si partì dal "test pilota" dopo il golpe di Pinochet in Cile del '73, poi, nei primi '80, coi governi occidentali di Thatcher, Regan, Mitterrand e Kohl, quindi con la diffusa imposizione del Washington Consensus (da parte del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale) ai paesi del Terzo Mondo in crisi, per arrivare (passando, in Italia, per il divorzio Tesoro-Banca d'Italia) ai capolavori degli arbitrari parametri di Maastricht (fulcro dell'ordoliberismo) e della moneta "unica" europea a cambio fisso con banca centrale indipendente (e, sostanzialmente, privata). Fin da allora la distribuzione di ricchezza ebbe un'inversione di tendenza e andò concentrandosi sempre più nelle mani di quella che è di fatto un'oligarchia finanziaria che non fa che portare avanti programmi a proprio vantaggio e a detrimento dei popoli (vedasi dati oggettivi sulla sperequazione crescente).

Ciò che si è riassunto in poche righe va contestualizzato all'epoca ed è "solo" la lotta di classe dopo la lotta di classe (Gallino) ovvero la ribellione delle élite (Lash); è l'operato di un gruppo, dell'1%, che fa i propri interessi a spese di un altro, quello del 99% (come è lecito, pur se non etico). Il problema è stata la mancata risposta delle "classi subalterne" e dei loro rappresentanti (politici e sindacali) che non hanno saputo interpretare e comprendere i fatti e tendono a non vederli o capirli tuttora (molti ingenuamente, alcuni in malafede, sia a sinistra che a destra fino all'inservibilità della storica dicotomia).

Bisogna liberarsi del "giogo del debito" e dei mantra che abbiamo introiettato: quelli del there is no alternative (Thatcher), dell'ineluttabile fine della storia (Fukuyama) e del "abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità"; in realtà tutto è frutto di scelte politiche ed economiche deliberate e pianificate, il sistema socio-economico nel quale viviamo non è un fatto naturale e irriformabile e, in quanto tale, non è necessario subirlo, basta pensare e agire altrimenti (poiché, parafrasando Einstein, non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che l'ha generato). Purtroppo però le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti (Marx).

Per giungere a un cambiamento è necessario arrivare a una "massa critica" di persone consapevoli che comprendano che è in atto una "guerra soft" (la mai estinta contrapposizione hegeliana servo-signore), che non cedano al sempiterno divide et impera e si compattino riconoscendo il nemico (nell'accezione politica schmittiana del termine) da combattere (che personalmente ho identificato, appunto, nel neoliberismo e nelle sue ricadute politiche e sociali).

Il governo dei manganelli e dei plotoni di esecuzione, della carestia artificiale, dell'imprigionamento in massa e della deportazione di massa, non solo è inumano, ma è palesemente inefficiente, e in un'epoca di tecnologia avanzata l'inefficienza è un peccato mortale. Uno Stato totalitario davvero efficiente sarebbe quello in cui l'onnipotente potere esecutivo dei capi politici e il loro corpo manageriale controllano una popolazione di schiavi che non devono essere costretti ad esserlo con la forza perché amano la loro schiavitù. Aldous Huxley, Il Mondo Nuovo

Dall'iniquo sistema economico vigente scaturisce l'onnipervasivo e catechizzante Pensiero Unico nel quale si innervano tutte le esiziali logiche sociali hobbesiane della competizione (bellum omnium contra omnes, homo homini lupus, mors tua vita mea), del do ut des mercatista, del narcisismo individualista, dell'egoismo, dell'edonismo, del consumismo e della spietatezza di cui è malata la nostra società nichilistica egocentrata; le suddette nefaste logiche fanno di noi degli "schiavi perfetti" poiché intessono quel velo di Maya (Schopenhauer) che ci rende incapaci di vedere le nostre pastoie e, quindi, impossibilitati a liberarcene.

All'interno di quel coagulo di interessi economici e di valori culturali e morali (il blocco storico di gramsciana memoria) appare chiaro come il pensiero economico egemone abbia influito cambiando la società che, come propugnava la Thatcher, davvero non esiste più, esistono solo gli individui: non più una comunità di animali sociali (Aristotele) ma una massa di homines oeconomici, di "imprenditori di sé", di monadi senza finestre (Leibniz), la cosiddetta modernità liquida (Bauman) dell'insocievole socievolezza (Kant); prodromici furono i movimenti sessantottini e successivamente, grazie al neoliberismo (e alla sua sovrastruttura: il politicamente corretto) l'attenzione è stata sempre più focalizzata sui sacrosanti ma "cosmetici" diritti individuali civili a spese, però, di quelli collettivi sociali.

Perciò, dunque, occorre una rivoluzione culturale che può partire solo da chi ha una propria coscienza infelice (Hegel) rifuggendo dalla crematistica e ritornando all'equilibrio e quindi ai concetti di misura e limite come ci insegnano gli antichi greci (è indispensabile rimettere contestualmente al centro l'Uomo e l'economia reale e, quindi, attuare la Costituzione del 1948).

Rimane un unico ostacolo che Platone conosceva fin da 2400 anni fa: l'eventuale "liberatore" verrà dapprima deriso e finanche ammazzato da quelli in "catene"; è davvero eloquente e attuale il mito della caverna in cui Platone descrive come una realtà mediata e manipolata venga invece percepita come "verità" dagli sventurati protagonisti che, poiché nati in cattività, non possono immaginare un'esteriorità rispetto all'antro nel quale sono imprigionati e quindi, non sapendosi schiavi ingannati, tantomeno ambire alla libertà.

Le folle non hanno mai avuto sete di verità. Dinanzi alle evidenze che a loro dispiacciono, si voltano da un'altra parte, preferendo deificare l'errore, se questo le seduce. Chi sa illuderle, può facilmente diventare loro padrone, chi tenta di disilluderle è sempre loro vittima. Gustave Le Bon, Psicologia delle folle

E.G.



Guerra ad Orwell

Una certa espressione del pensiero unico, quella più snob e sedicente colta, da una ventina d'anni sta cercando maldestramente, ma con determinazione e prepotenza, di assimilare autori o opere intellettuali assolutamente disomogenei al proprio orizzonte, in modo da rivendicare a sè tutto ciò che di buono lo spirito umano abbia prodotto nei secoli. Tale iniziativa sorge per rimediare, da una parte, a una radicata invidia causata dalla desolante miseria nel proprio repertorio culturale di esemplari di qualità, dall'altra perché alcuni autori o scritti sono realmente pericolosi in quanto capaci di portare critiche talmente fondate e radicali all'orizzonte condiviso da farne tremare le fondamenta. 

Un esempio su tutti: le recenti vicende editoriali che riguardano la nuova traduzione de "Il Signore degli Anelli" di Tolkien, esigenza nata dichiaratamente per sottrarre l'opera del professore di Oxford all'egemonia storica dell'ermeneutica di destra - fenomeno che si ritiene tipicamente italiano - e, resa docile, portarla nel recinto domestico dei buoni, bravi e frequentabili. Per i neoliberali è intollerabile che un autore di tale portata e di una reputazione non oscurabile, possa essere pietra di scandalo del proprio modello, e così lo si è sequestrato e ortopedicizzato, con l'intenzione di premasticarlo e predigerirlo in modo da farne un omogeneizzato privo di veleni (o di principi attivi) per le masse.

Recentemente tentativi analoghi si stanno facendo per "1984" di Orwell, il romanzo più citato nel ciclo pandemico, sebbene a parer nostro non il più pertinente. Più che per uno smascheramento del totalitarismo coatto in via di costituzione - a questo si presta decisamente meglio la descrizione dell'incubo tecnocratico di Huxley - "1984" è utile come guida/modello di resistenza etica ed eroica del singolo di fronte allo strapotere dell'apparato statale. Non conta che l'intento sia destinata a fallire: ciò che conta è il messaggio che si è uomini fintanto che vi è volontà di esserlo, e che si può combattere anche un nemico a cui si sa si soccomberà, solo perché è giusto farlo. Indica anche dei modi e dei tempi per farlo: amore e passione contro oppressione e controllo, riappropriazione del tempo dalla sua occupazione obbligata, esercizio costante di senso critico e libertà di pensiero, solidarietà e alleanza del simile con il simile.

" Il web disattiva l'hashtag 1984" si legge in questi giorni.

Ecco che anche Orwell è diventato un pericolo, dopo che lo si è compreso come inassimilabile: non c'è modo di ridurre un'opera che è sostanzialmente un inno all'anarchia morale e responsabile a un coadiuvante di statalismo, tecnocrazia e propaganda. Se non si può assimilare, lo si può espellere, tentare di far sì che la gente lo scordi, o non ne parli. "L'ultimo uomo in Europa", così era in origine il titolo che Orwell voleva dargli, è oggi un potenziale manifesto generazionale, a settant'anni da quando fu scritto, proprio perché è ora che la possibilità della scomparsa dell'uomo si sta manifestando, a fronte delle turbe dell'inumano. Ecco perché i social, cani da guardia del sistema, dichiarano guerra ad Orwell. A tutti gli Orwell. All'Orwell che abita dentro di noi.



Etica e principi democratici

Nei prossimi tempi sarà sempre più necessario ricordare che quando qualcuno vi dice che la democrazia è un sistema etico, che si basa su valori civici condivisi e pertanto desidera il "bene" della società, e che tra le forme di governo essa rappresenta con ogni probabilità il "male" minore e pertanto il più desiderabile, ecco, quella persona o mente, o non si è mai interrogata a fondo su cosa sia realmente la democrazia.

La democrazia, infatti, è un sistema di governo: non è una metafisica, una morale o una visione del mondo. Nessuno è mai morto per un apparato burocratico o un manuale di procedure elettorali; semmai per dei valori che credeva sacrosanti e più importanti della vita al punto di sacrificarvela. La democrazia, invece, non si è mai occupata di questioni di ordine assiologico, pertanto quei valori, condivisibili o meno, e che qualcuno ritiene essere la quintessenza democratica, non la impegnano in alcun modo, né tantomeno le è mai interessato difenderli (semmai sono state delle persone concrete a farlo, non certo il sistema stesso).

Da questo possiamo dedurre due cose.

La prima è che non necessariamente i valori che si ritengono "democratici" sono sostenuti e incarnati in un sistema democratico: esso può invece dare forma e sorreggere un ordine basato sulla disuguaglianza sociale ed economica e sul perpetrarsi del governo di elites, che sebbene contraddica i presupposti che gli si attribuiscono, tuttavia ne rispetta le regole e le garanzie formali.

La seconda è che, appellandosi al consenso e con mezzi assolutamente leciti, è possibile trasformare in senso autoritario un sistema democratico senza che questo cessi di essere formalmente tale e senza che sia possibile stabilire una netta demarcazione tra autoritarismo, legalità e rappresentatività.

Consigliamo di tenere presente questi ultimi aspetti: in base al primo un governo dispotico può rivendicare la propria legittimità all'interno di un sistema democratico violandone sistematicamente i principi senza poter essere delegittimato dal sistema stesso; in base al secondo può erodere progressivamente i meccanismi di controllo ed equilibrio della democrazia al punto da far scivolare quest'ordine in una forma post-democratica o autoritaria.