Si parla molto di calo demografico come fenomeno
culturale. Giusto, la questione è più ampia e non è solo economica, sappiamo
bene che in altri tempi anche in povertà si sfornavano tanti figli ma parliamo
di periodi differenti. Ora, evitiamo l'ipocrisia: fare figli non è diventato
costoso in sé, ma garantire loro una vita al passo con ciò che richiede la
società attuale sì. Non parliamo della mera sopravvivenza fisica – quella si
arrangia sempre. Parliamo appunto della possibilità di esistere pienamente
nella società contemporanea. E qui il problema è brutalmente materiale. Sanità,
istruzione e sicurezza non sono terreno comune. Il meccanismo è semplice: la
sanità pubblica collassa sotto liste d'attesa infinite, chi può paga quella
privata. Le scuole pubbliche accumulano problemi – classi sovraffollate,
strutture fatiscenti, piene di immigrati con disagi – e chi può sceglie il
privato. Stessa logica per sport, lingue, attività extrascolastiche: chi ha
risorse moltiplica le opportunità dei figli, chi non le ha resta fermo. Il
pubblico, svuotato di risorse, diventa il residuo per chi "non può
permettersi altro" - una sorta di limbo civico dove si accumula il disagio
sociale ed economico. E questo crea un circolo vizioso: le famiglie con mezzi
fuggono verso il privato, il pubblico perde ulteriore qualità, attraendo solo
chi non ha alternative, degradandosi ancora. Il risultato? Si nasce cittadini
di serie A, B o C, a seconda del conto in banca dei genitori. Le possibilità di
vita sono determinate alla nascita dal patrimonio familiare. Dove sarebbe la
fantomatica uguaglianza democratica in tutto questo? Se il destino di un
bambino dipende dal portafoglio di chi lo genera, in che senso siamo ancora una
comunità politica? Questa non è meritocrazia: è un sistema di caste economiche
mascherato. Fare figli nella società attuale diventa così un azzardo economico,
un investimento ventennale che richiede capitale considerevole. E tutto questo
è voluto, non è certo casuale. Hanno ridotto la possibilità di fare figli in
privilegio economico. Fingono di interessarsi al calo demografico tentando
soluzioni grottesche con bonus e mancette. Sappiamo tutti che è solamente fumo
negli occhi, la vita costa, non è qualche cento euro in più che risolve. Vi è
oggi un'oggettiva impossibilità materiale di garantire ai figli una vita
"normale" senza impoverirsi. Poi certamente tutto si può fare,
esistono vie alternative che si possono percorrere, ma in linea generale la
situazione è quella delineata.
Ipocrisia e mancette
Ostentazione
Fateci caso, più la gente proclama sui social la propria "felicità", più questa gli sfugge nella vita vera. Quando si sente il bisogno di trasformare ogni momento intimo in spettacolo pubblico, è un segnale d'allarme. Condividere e ostentare sono due cose molto diverse. Condividere nasce dalla pienezza, ostentare dal vuoto. Chi è veramente felice nella propria condizione non ha bisogno di una sorta di certificato pubblico, perché quella felicità si nutre nel quotidiano silenzioso, nei gesti non fotografati, nelle parole sussurrate che non diventano didascalie da buttare sui social. L'ostentazione tradisce sempre un'insicurezza di fondo. Sappiamo che molti si sentiranno toccati da queste considerazioni ma il cercare il "mi piace" degli altri è una ricerca di conferma di una gioia che non si riesce a sentire pienamente da soli. Attenzione, perché poi c'è il boomerang inevitabile. A volte è proprio da coloro che hanno costruito con più enfasi l'altare della propria "felicità perfetta" che arrivano i crolli più fragorosi. Quante volte abbiamo assistito ad esempio a coppie che inondavano i social di dichiarazioni d'amore, di foto, di celebrazioni pubbliche della loro "perfezione", improvvisamente sfaldarsi? L'indissolubilità ostentata crolla come un castello di carte. Non a caso. È quasi una legge psicologica. Più si vive per l'immagine che per la sostanza, più si costruisce una narrazione pubblica invece di coltivare una realtà privata, più si crea una scissione pericolosa. Chi ostenta continuamente la propria condizione spesso lo fa perché sta cercando di convincere se stesso prima ancora che gli altri.
Cari amici,
l'ostentazione consuma ciò che ostenta. Qui c'è da riscoprire il valore del
silenzio, della riservatezza, dell'intimità come spazio protetto dal rumore dei
social. Al riparo dagli sguardi, senza dover dimostrare niente a nessuno. Gli
antichi stoici lo sapevano bene: la gioia è un fatto interiore, che non
necessita di testimoni.
Vanitas
Per sempre più persone l'estetica è una resistenza al tempo. Essi investono enormemente nel mantenimento dell'aspetto fisico. Chirurgia estetica, trattamenti anti-età, fitness ossessivo. Come se l'invecchiamento fosse un nemico da combattere piuttosto che un processo naturale da abbracciare in salute. Questa ossessione per l'eterna giovinezza è indicativa sulla fragilità di questi tempi. Il ricorso ossessivo alla chirurgia estetica e ai trattamenti anti-età è espressione di vanitas - la vanità nel senso più profondo del termine. Non cura di sé, ma rifiuto di accettare la propria natura limitata. Una forma di idolatria del corpo che distoglie dalla propria interiorità. Ora, qui non si vuole né giudicare né condannare nessuno, semplicemente aprire uno spazio di riflessione sul rapporto delle persone con il tempo che passa. Avete notato ad esempio che sono sempre più un aumento relazioni con ampie differenze di età, parliamo di differenze di 20, 25, 30 anni? Il cinema mainstream ormai presenta continuamente storie di questo genere. La retorica dell'amore che non ha età è appunto soltanto retorica. Un ventenne vive in una dimensione esistenziale completamente diversa da quella di un quarantenne, che a sua volta si trova in un luogo diverso rispetto a un sessantenne. Le priorità cambiano, l'energia si trasforma, gli orizzonti si modificano. È naturale. Di fronte a tali fenomeni sarebbe sano interrogarsi onestamente sulle reali motivazioni. Dietro vi è per caso la paura del tempo che passa? Si sta cercando di sfuggirgli? Perché spesso differenze d'età eccessive sono motivate più dal desiderio di possesso (della giovinezza altrui) che dall'amore. Ogni età ha la sua dignità e il suo senso. Invecchiare non è una sconfitta. Il tentativo di fermare il tempo è una prigione. Prendere coscienza della caducità della vita di questi tempi pare non sia così semplice. Si sentono tutti immortali.
L'idolatria del tradizionalismo
L'idolatria del tradizionalismo ha stancato.
Autori come Guénon ed Evola vengono celebrati da certi ambienti con una devozione che rasenta il culto della personalità. Conferenze settimanali da settant'anni sul loro pensiero, esegesi infinite dei loro testi, pubblicazioni di libri sulla loro vita, citazioni trattate come verità rivelate.
Pensatori trasformati in guru infallibili, la loro opera è diventata scrittura sacra, il dissenso verso alcune posizioni è eresia.
Quale è il senso di
trasformare Guénon o Evola in "santini"?
La Tradizione di cui essi
parlavano non si fonda mai sull'autorità personale ma sulla trasmissione
impersonale di principi universali. La Tradizione non ha volto, non ha
nome.
Entrambi gli autori criticavano l'individualismo moderno e l'autorità basata sulla persona piuttosto che sul principio. Eppure i loro seguaci fanno esattamente questo: trasformano René Guénon e Julius Evola – individui storici, personalità specifiche – in autorità ultime. Sostituiscono la domanda "questo principio è vero?", con "cosa disse Guénon/Evola al riguardo?".
È cruciale
distinguere due livelli nel pensiero di questi autori: la Tradizione come
sistema di principi metafisici universali e le loro interpretazioni contingenti
degli eventi storici.
Quando Guénon parla
della dottrina dei cicli cosmici, della distinzione tra exoterico ed esoterico,
o dei simboli universali presenti in tutte le civiltà, si muove – almeno in
teoria – sul piano dei principi atemporali. Qui siamo oltre il contesto
storico.
Ma quando Evola
interpreta ad esempio il fascismo non sta enunciando un principio metafisico –
sta facendo un'analisi politica contingente. Quando Guénon liquida l'intera
scienza moderna come "sapere quantitativo" privo di valore, non sta
applicando un principio universale – sta facendo una valutazione filosofica
specifica che non tiene conto degli sviluppi successivi.
Il problema è che i loro epigoni trattano anche le interpretazioni storiche come se fossero principi universali.
Parliamo di uomini
del loro tempo, con i loro limiti, le loro contraddizioni, i loro errori di
valutazione. Non di oracoli infallibili. Consideriamo che Evola scriveva
nell'epoca delle prime automobili e della radio; cosa avrebbe detto di
internet, dell'intelligenza artificiale, delle biotecnologie? I loro schemi
interpretativi, per quanto sofisticati e di ampio respiro, restano ancorati a
un mondo pre-digitale.
Questo immobilismo interpretativo impedisce di affrontare le sfide reali del presente.
La mummificazione del pensiero tradizionalista in "studi guénoniani" ed "evoliani"– con tanto di convegni, riviste specializzate, ortodossie interpretative – rappresenta esattamente quella "solidificazione" che Guénon stesso identificava come segno della decadenza ciclica.
Pensatori come Guénon
ed Evola bisogna leggerli ma anche integrarli, superarli. Essi non sono
l'ultima parola su nulla. Una lettura matura riconosce i loro contributi senza
cadere nell'agiografia.
Vi è la necessità di
fare ciò che loro stessi fecero ai tempi, ovvero pensare radicalmente il
proprio tempo, non ripetere stancamente le diagnosi di un'epoca passata.
Sedati
"Italia: negli ultimi dieci anni triplicate le prescrizioni di psicofarmaci ai ragazzi"
Secondo qualcuno triplicare le prescrizioni di
psicofarmaci ai minori in un decennio sarebbe un progresso diagnostico. Invece
è esattamente il contrario, è il sintomo di una società gravemente malata,
scientista, che ha smesso di interrogarsi.
Il bambino irrequieto, quello malinconico, quello
che non si adatta, per costoro sono solo soggetti da sedare.
Questi ormai sono fuori controllo, somministrano
serotonina a chi vive in una società che ha desertificato le relazioni.
Prescrivono stimolanti a chi cresce in ambienti
diseducativi, iperstimolanti e frantumati. Tranquillizzano l'angoscia senza mai
nominare ciò che la genera: la solitudine strutturale, la competizione feroce
fin dall'infanzia, l'assenza di futuro pensabile. Il farmaco è oggi il
linguaggio con cui si fugge, si evita di ascoltare. D'altronde è più semplice
"normalizzare" un bambino che mettere in discussione la scuola, la
famiglia e l'organizzazione sociale. La pillola non disturba nessuno: né i
genitori esausti, né gli insegnanti oberati, né un sistema economico che ha
bisogno di individui funzionali, non di persone intere.
Ma sappiate che l'infanzia è resistenza ontologica.
Il disagio del bambino è spesso l'unica protesta sana in un contesto malato.
Sedarlo significa eliminare il testimone.
È più comodo credere a uno squilibrio di
neurotrasmettitori che ammettere il fallimento antropologico. La psichiatria è
diventata l'alibi perfetto: medicalizza il sintomo, assolve la causa. Il
risultato? Una generazione cresciuta nell'idea che il proprio disagio sia un
difetto di fabbrica, non una risposta intelligente a un mondo deviato.
Proprietà privata
La proprietà privata non è solo un concetto
economico. È l'ultimo rifugio della libertà individuale in un'era di controllo
pervasivo. Assistiamo a un fenomeno paradossale: i sistemi che storicamente
hanno difeso la proprietà privata ora la stanno sistematicamente smantellando.
Non per ideali di uguaglianza, ma per consolidare un controllo sempre più
capillare. La proprietà privata rappresentava originariamente un'area di
autonomia: una casa dove custodire memorie familiari, risparmi che garantiscono
progettualità futura, un mezzo di movimento e scelta individuale, uno spazio
mentale di pensiero indipendente Oggi questa autonomia viene progressivamente
erosa. Il potere contemporaneo opera attraverso meccanismi sofisticati:
moltiplicazione dei punti di osservazione, costruzione di diaframmi
tecnologici, suggestione di interpretazioni predefinite della realtà,
disincentivazione di prospettive alternative L'obiettivo non è distribuire
ricchezza, ma gestire la dipendenza. Quando la ricchezza si concentra in pochissime
mani, la proprietà privata diventa un privilegio invece di un diritto. Lo stato
trasforma sé stesso da garante a gestore esclusivo delle risorse. Il risultato?
Una società di individui sempre più interconnessi ma isolati, controllati attraverso
dispositivi tecnologici che promettono libertà ma implementano sorveglianza.
Difendere la proprietà privata oggi vuol dire
preservare spazi di autonomia, resistere alla logica della precarizzazione,
mantenere la capacità di pensiero critico, custodire memoria e progettualità
individuale Non è più solo una questione economica, ma un atto politico di
resistenza culturale. La vera posta in gioco non è la proprietà materiale, ma
lo spazio mentale e relazionale che essa rappresenta. Un ultimo bastione contro
il controllo totale.
Separazioni
L’assenza di natalità e il vuoto del futuro
Negli ultimi decenni, l’Italia — ma non
solo — ha visto calare drasticamente la natalità. Non nascono più bambini, o
comunque ne nascono troppo pochi per garantire un ricambio generazionale. È un
dato demografico, certo, ma anche un segnale culturale profondo: l’assenza di
natalità è, in fondo, l’assenza di futuro. Quando una società smette di generare,
significa che ha smesso di credere nel domani, o che lo teme. Il futuro, da
promessa, è diventato un’incognita scomoda. Viviamo in un tempo che esalta il
“qui e ora”. Lo si dice con orgoglio: “Vivi il momento!”, “Carpe diem!”. Ma
dietro questa apparente saggezza antica si nasconde spesso una rinuncia. Il
vivere solo l’istante, il cercare costantemente il divertimento e l’esperienza
immediata, ha lentamente sostituito l’idea di responsabilità e progetto. La
responsabilità implica peso, fatica, continuità — parole che oggi suonano quasi
stonate in una cultura che misura il valore delle cose in “like” e
visualizzazioni. In un mondo che cambia troppo in fretta, l’idea stessa di
costruire qualcosa di duraturo sembra quasi un anacronismo. Ma senza progetti,
senza un orizzonte che superi la nostra stessa vita, si finisce per non creare
nulla che meriti davvero di restare. Le cattedrali gotiche, le biblioteche, le
opere d’arte e le città che ancora ci stupiscono nascevano da visioni che
guardavano oltre i secoli, da uomini e donne che non pensavano solo al loro
presente. Oggi, invece, tutto deve essere rapido, flessibile, sostituibile.
Anche le nostre creazioni — materiali e spirituali — hanno la data di scadenza
scritta sopra. L’assenza di figli è solo il riflesso più evidente di questa
mentalità. Non si fanno figli non solo per motivi economici, ma perché manca il
desiderio di trasmettere qualcosa, di lasciare una traccia. È come se ci
fossimo convinti che il mondo finisca con noi, o che tanto non valga la pena di
investire su un domani che appare incerto. Eppure, una società senza futuro non
è solo triste: è immobile. Se non proiettiamo qualcosa oltre noi stessi, se non
costruiamo pensando a chi verrà dopo, tutto si riduce a consumo e
sopravvivenza. È proprio da qui che dovremmo ripartire: dal recupero del senso
di responsabilità, della cura, del tempo lungo. Perché senza futuro — che si
tratti di un figlio, di un’idea o di un’opera — il presente smette di avere
valore, e il “vivere il momento” diventa soltanto un modo elegante per dire che
non sappiamo più dove andare.
Scientismo e nutrizionismo sportivo
Protesi
Lo smartphone oggi non è semplicemente un oggetto, è
una vera e propria protesi cognitiva integrale, un'appendice del nostro sistema
nervoso centrale. Estende simultaneamente molteplici dimensioni dell'umano: la
memoria (contatti, foto, archivi digitali), la comunicazione (messaggistica,
social media, videochiamate), la percezione (fotocamera, GPS, sensori
ambientali), il pensiero stesso (ricerche istantanee, intelligenza artificiale,
calcoli complessi).
Lo aveva predetto bene McLuhan negli anni sessanta.
Il punto è che quando estendiamo una parte di noi
stessi attraverso la tecnologia, quella stessa parte si atrofizza, è
matematico.
Qualche esempio base. Perché dovremmo ricordare
percorsi, indirizzi, mappe mentali quando Google Maps guida istante per istante?
L'orientamento, e la memoria spaziale divengono inutili.
La memoria. Una generazione fa, era normale
conoscere decine di numeri. Oggi, c'è chi se perde lo smartphone, non sa
nemmeno chiamare i propri figli. La rubrica digitale ha reso superflua la memorizzazione,
trasformando i numeri in dati esterni a noi.
Altro esempio, l'ortografia e la grammatica. Il
correttore automatico interviene prima ancora che si completino le parole. Non
ci si accorge nemmeno più degli errori, perché il telefono li previene. La
competenza linguistica si esternalizza, e con essa la consapevolezza della
lingua stessa.
E potremmo continuare a lungo l'elenco, con atrofizzazioni sempre più pervasive grazie alle azioni della AI.Lo smartphone plasma le nostre modalità percettive e cognitive.
Ci troviamo in una sorta di ibridazione tra uomo e
tecnologia sempre più stretta. Lo smartphone rappresenta al momento il culmine
di questo processo: non un semplice strumento esterno, ma una sorta di organo
aggiuntivo, un prolungamento del sistema nervoso. Ci sono studi che mostrano
che il cervello tratta lo smartphone proprio come un'estensione del sé.
Non stiamo estendendo l'umano, lo stiamo
sostituendo. A noi pare evidente che stiamo creando una nuova specie,
dipendenti da protesi senza le quali non si riesce più a funzionare.
Sarebbe necessario ogni tanto fermarsi e comprendere
come le varie tecnologie ci trasformano in modo da poter scegliere
consapevolmente quali estensioni casomai accettare e quali amputazioni si è
disposti a subire.
Vita semplice
"Esci dalla tua zona di comfort".
Questa frase la sentiamo ovunque, il semplice fatto
di essere soddisfatti è una colpa da espiare.
Cosa significa davvero "zona di comfort"?
Oggi è sostanzialmente un'accusa velata, un modo elegante per dire: "Non
sei abbastanza. Non fai abbastanza. Non desideri abbastanza".
Ma ribaltiamo la prospettiva, e se quella che
chiamano "zona di comfort" è semplicemente la vita che si è scelto con
consapevolezza? Se è il frutto di una conoscenza profonda di se stessi, dei propri
valori, dei propri limiti e delle proprie autentiche aspirazioni?
Questa prospettiva non piace.
Eppure, cari "guru", in molti casi le cose
stanno proprio così.
Epicuro celebrava i piaceri semplici e la vita
ritirata. Il Taoismo ci parla del wu wei, l'azione senza sforzo, il fluire
naturale con ciò che è.
Quando una persona costruisce una vita semplice,
equilibrata, allineata con i propri valori, non è "limitata".
Chi ha stabilito che l'inquietudine perpetua sia
superiore alla quiete consapevole? Chi ha deciso che l'espansione costante
valga più dell'approfondimento?
Il problema è che molti, spinti dalla retorica
dell'auto-miglioramento infinito, abbandonano vite che li rendevano
genuinamente felici. Inseguono obiettivi che non sono loro, distruggono
equilibri delicati costruiti negli anni, relazioni significative, routine che
davano senso alle loro giornate.
E alla fine cosa accade? Il risveglio amaro. Si
rendono conto, spesso troppo tardi, che quella "zona di comfort" non
era una prigione ma un santuario. Non era pigrizia ma saggezza. Non era
mediocrità ma autenticità.
Alcuni non riescono più a tornare indietro. Il lavoro lasciato per inseguire un sogno imposto, la relazione stabile sacrificata per un'idea romantica di "passione" o tante altre varie "zone di comfort" da cui sono fuggiti.
C'è una differenza abissale tra la paura che blocca
e impedisce di crescere e la pace che deriva dalla conoscenza di sé e dalla
scelta consapevole.
Pertanto, non bisogna farsi condizionare, altro che
"uscire dalla propria zona di comfort", bisogna restarci con la forza
quando la scelta è consapevole. Opporsi
alla pressione sociale che vuole sempre più ambizione, più velocità, più
insoddisfazione.
Rispondere: "Questa vita semplice mi basta, e
va bene così".
Prima di distruggere situazioni create con tanta
fatica per inseguire l'ennesimo miraggio dell'auto-miglioramento, fermarsi e
riflettere.
La vita non è una scalata infinita verso una vetta
inesistente.
La riscoperta di Otto Rank
La psicologia moderna scandaglia ogni aspetto della
prima infanzia, dimenticando però il momento che precede tutto il resto.
Otto Rank, allievo dissidente di Freud, aveva
intuito che il nostro primo trauma non risiede nei complessi edipici o nelle
dinamiche familiari, ma nell'atto stesso di venire al mondo.
Nel suo “Il trauma della nascita” (1924), Rank sostenne
che il passaggio dal grembo materno alla realtà esterna è uno strappo
esistenziale che lascia un'impronta indelebile nell'inconscio. Ogni ansia
successiva, sosteneva Rank, sarebbe un'eco di quella prima, primordiale
angoscia di separazione.
Trattasi di una intuizione profonda, radicale, la
quale suggerisce che il nostro destino psichico si gioca in quei minuti di
passaggio tra non-essere e essere.
La psicoanalisi ha preferito concentrarsi su ciò che
è narrabile, ricordabile, mentre il trauma perinatale appartiene a una memoria
pre-verbale, scritta nel corpo prima che nella mente.
Ci sono studi che si occupano della memoria
implicita, dello “stress” perinatale, dell'impatto del tipo di parto (naturale,
cesareo, complicato) che mostrano un impatto sullo sviluppo neurologico ed
emotivo del bambino. Trattasi di speculazioni, cosa c’è di vero?
C’è chi ha osservato che bambini nati da parti
traumatici mostrano schemi comuni. Di questi argomenti non se ne discute, non
si parla mai della dimensione psicologica profonda di pratiche quali il parto
cesareo. Eppure sarebbe interessante approfondire tali aspetti, perché certi
traumi della nascita potrebbero spiegare alcuni inevitabili “disagi”
esistenziali che la terapeutica moderna promette di "risolvere”.
Non abbiamo risposte sull’argomento, ci limitiamo ad
osservare e ricercare. Riscoprire le opere di Rank oggi può essere utile per
riaprire uno spazio di riflessione profondo, per vedere la nascita non solo
come inizio biologico, ma come primo atto esistenziale: il momento in cui
l'essere umano sperimenta la propria radicale vulnerabilità e la necessità
dell'altro. Questo non per patologizzare l'esistenza, ma per comprendere la
nostra costitutiva fragilità.
La rinascita delle idee perinatali di Rank non
sarebbe un semplice recupero archeologico, ma un punto di partenza per riconsiderare
la profondità temporale della psiche e per trattare con attenzione quel confine
misterioso dove tutto ha inizio.
Cosmpolis - La fine del capitalismo
Il film Cosmopolis di David Cronenberg del 2012 è passato sotto traccia ed é stato considerato un film minore nell'ampia filmografia del regista canadese. In realtà questo film ha un messaggio potente e la limousine che si vede nella locandina non è altro che la rappresentazione della tomba del capitalismo.
Il romanzo di Don DeLillo viene trasformato da Cronenberg in un viaggio claustrofobico attraverso il cuore marcio del capitalismo finanziario. La limousine bianca del protagonista Eric Packer è una capsula isolata dalla realtà, un microcosmo dove il denaro si moltiplica attraverso algoritmi incomprensibili mentre fuori il mondo brucia. Cronenberg mostra un sistema in cui l'economia si è completamente staccata dalla vita reale, in cui Packer scommette miliardi sullo yen mentre manifestanti antiglobalizzazione vengono repressi per le strade di New York.
Un capitalismo
ormai autodistruttivo in cui il protagonista non riesce più a connettersi con
nulla di concreto. È intrappolato in un universo di transazioni virtuali,
previsioni algoritmiche, prostate digitalmente esaminate. Il sistema
finanziario contemporaneo ha perso ogni contatto con i bisogni umani reali. Non
produce nulla, non crea valore, si limita a speculare su se stesso in una
spirale autoreferenziale. E quando crolla – perché crollerà inevitabilmente –
trascinerà con sé anche chi credeva di controllarlo. Un film profetico che, a
distanza di anni, suona ancora più attuale.
Palestre moderne
Le palestre moderne, con i loro specchi infiniti e le luci calcolate, sono diventate il tempio di un culto silenzioso.
Premettiamo, il movimento è vita, l'attività fisica è medicina per il corpo e balsamo per la mente. Il punto non è questo.
C'è qualcosa di profondamente diverso tra chi corre per sentirsi vivo e chi solleva pesi per sentirsi visto. Tra chi si muove per abitare il proprio corpo e chi lo scolpisce come un'opera d'arte destinata allo sguardo altrui.
La palestra “narcisistica”, chiamiamola così per intenderci, quella frequentata non per salute ma per apparenza, è un luogo pieno di gente ma che puzza di solitudine. Vi abitano tanti soggetti impegnati in un dialogo ossessivo con la propria immagine riflessa.
Quando il corpo diventa puramente estetico, quando ogni muscolo è calcolato per l'effetto visivo e non per la funzione, non si sta coltivando salute, si sta costruendo un simulacro. Il corpo è uno strumento per abitare il mondo, non una statua da esporre. C'è qualcosa di tragicamente postmoderno in questa riduzione del corpo a superficie.
La palestra “narcisistica” è solo l'ennesima manifestazione della disperata fame di validazione esterna, i cui meccanismi sono ben visibili sui social network.
Lo sport vero insegna l'umiltà della sconfitta, la gioia della collaborazione, il rispetto per l'avversario che ti spinge oltre i tuoi limiti. Ti mette di fronte alla tua fragilità e alla possibilità di superarla non per apparire, ma per diventare. Nel basket ad esempio si impara che il corpo serve a passare, saltare, coordinarsi con altri corpi. Nell'arrampicata si scopre che i muscoli non esistono per essere belli ma per portarti più in alto. Nella danza si capisce che la forma segue il movimento, non il contrario. E così via con gli altri sport.
Ribadiamo che non stiamo demonizzando la palestra in sé, né negando che molti la frequentino con equilibrio e motivazioni sane. Non si può però negare questo visibilissimo fenomeno che trasforma il corpo da mezzo a fine, da strumento di vita a oggetto di esibizione.
La moda del "riconoscere il narcisista"
" Come riconoscere il narcisista", "Come proteggersi dal narcisista", "Fuggire dal narcisista".
Ecco l’ultima moda. Improvvisamente ci si è accorti
di essere circondati da una specie umana distinta e pericolosa, da cui bisogna
difendersi.
Il narcisismo patologico, che teoricamente nella
psicologia clinica è un disturbo preciso, con caratteristiche definite, è oggi
diventato un’etichetta universale, applicabile praticamente a chiunque non
corrisponde alle proprie aspettative relazionali.
Ogni comportamento problematico viene ridotto a
questa etichetta. Complessità umana, sfumature, contesti? Macché, c’è solo l’etichetta
di “narciso”.
D’altronde così tutto diventa rassicurante, “Non è colpa mia, è un narcisista!" – questa frase libera da responsabilità, semplifica il dolore, offre una narrazione chiara.
Diffidare sempre dalle narrazioni nette. Le
relazioni falliscono per mille ragioni, le persone feriscono e vengono ferite
in dinamiche complesse dove raramente esiste un colpevole assoluto e una
vittima perfetta.
Questo sguardo sospettoso, alimentato da “influencer”
di ogni genere, avvelena le relazioni prima ancora che possano svilupparsi.
Crea barriere preventive, muri eretti per proteggersi dalle famose relazioni “tossiche”
(altro termine abusato), rendendosi incapaci di relazioni autentiche.
“I narcisisti non cambiano mai", "non
hanno empatia", "sono irrecuperabili", affermazioni ripetute
come mantra che negano qualcosa di fondamentale dell'esistenza umana: la
possibilità del cambiamento.
Non che sia semplice modificare strutture psichiche profonde, ma negare a priori ogni possibilità di evoluzione, crescita, guarigione, significa condannare eternamente il prossimo. È un modo di pensare che nega la storia personale, il fatto che siamo tutti, in qualche misura, figli del nostro passato, ma non necessariamente suoi prigionieri per sempre.
Queste narrazioni spesso vengono alimentate da chi è avvelenato/a con l’altro sesso, vi è tutta una narrazione di guerra tra uomini e donne. Nella complessità delle relazioni umane l'altro genere oggi diventa il nemico da temere, studiare, evitare. E così, nell’illusione di proteggersi si costruiscono muri, incomprensioni e nuove solitudini. Qualcuno dall’alto ne sarà felice.
Il nostro umile consiglio è di rimanere aperti verso
la complessità. Tra quella che chiamano “patologia clinica” e la “normalità”
esiste uno spettro infinito di sfumature. Le relazioni sono difficili,
richiedono lavoro, comprensione, pazienza. Falliscono per ragioni complesse,
raramente riducibili a etichette rassicuranti di questo genere.
Invece di nascondersi e autogiustificarsi dietro
patetici schemi, si sviluppi la capacità di vedere le persone nella loro
complessità, di riconoscere i comportamenti problematici senza ridurre tutti a
etichette erigendo muri invalicabili.
Impostori "spirituali" e abusi
Tra le tante modalità di spiritualità alternative, proliferano ormai da anni sempre più individui che costruiscono la loro autorità su un sincretismo opportunistico, un mix di terminologie yogiche, concetti orientali fraintesi, riferimenti tantrici decontestualizzati e psicologia spiccia per ottenere sesso. Parlano di "energie sottili", di "sbloccare i chakra", di "risveglio della kundalini". Il loro linguaggio é un collage costruito per impressionare chi non ha strumenti critici per valutarlo.
La triste realtà è che dietro molti di questi
"santoni" ci sono semplicemente dei cercatori di sesso.
Il meccanismo è sempre lo stesso, si presentano pratiche sessuali come "tecniche iniziatiche", trasformando l'abuso in presunto rito sacro. La vittima viene convinta che la propria resistenza sia "blocco energetico", che il disagio sia "resistenza dell'ego", che la violazione sia in realtà "liberazione".
Il "maestro" si pone come tramite
necessario, crea una gerarchia spirituale dove lui occupa il vertice indiscutibile,
depositario di conoscenze segrete. Le adepte, selezionate in base alla loro
ingenuità e fragilità, vengono gradualmente separate dal proprio giudizio
razionale, invitate a "superare la mente", a "arrendersi",
a "fidarsi completamente". Ogni dubbio viene reinterpretato come
ostacolo alla crescita spirituale.
Se la lei non si lascia andare come dovrebbe allora non è abbastanza "aperta", non ha "lavorato abbastanza su di sé", è "ancora troppo attaccata alle convenzioni". Chi non capisce si sente inadeguato, non osa contestare per paura di rivelare la propria "ignoranza spirituale".
Questo fenomeno è molto più diffuso di quanto si
creda. È figlio di tempi in cui si romanzano le tradizioni orientali,
ignorandone la complessità e il rigore.
Le autentiche tradizioni orientali non hanno nulla a che vedere con tali ciarlatani. Un vero maestro zen, un autentico insegnante di yoga classico, un lama tibetano formato tradizionalmente non userebbe mai la propria posizione per abusi sessuali, perché di questo si tratta.
Tali impostori "spirituali", detta
volgarmente, sono semplicemente dei malati di F.
Nulla più.
Coppie aperte, poliamori e logismoi
Ogni giorno i media mainstream ci informano
dell'aumento di coppie aperte, relazioni poliamorose e situazioni di questo
genere.
Effettivamente sono fenomeni sempre più diffusi, più
di quanto si possa pensare.
C'è qualcosa di profondamente antico in queste
dinamiche.
I Padri del deserto – Evagrio Pontico, Giovanni
Cassiano – chiamavano logismoi quei pensieri insistenti, quelle suggestioni che
iniziano come sussurri innocui nella mente e gradualmente si trasformano in
ossessioni capaci di sovvertire l'intera architettura interiore della persona.
Ciò che inizia come curiosità, come desiderio di "esperienza", come
legittima ricerca di autenticità – "perché dovremmo reprimerci?" –
segue la stessa dinamica dei logismoi: un pensiero che bussa alla porta, che
promette libertà, espansione, vita più piena. E che, una volta accolto senza
discernimento, colonizza progressivamente lo spazio della relazione.
La trasgressione ha sempre esercitato fascino perché
promette di liberare dai limiti.
I Padri del deserto comprendevano qualcosa che
l'individualismo moderno fatica a cogliere: eliminare ogni confine non è
liberazione, è dissoluzione.
Quando si smantellano questi confini in nome della libertà assoluta, non si trova uno spazio più ampio, ma la dispersione. Come i logismoi che promettevano pace interiore e lasciavano invece frammentazione.
Le relazioni aperte o poliamorose spesso nascono da
un'illusione: quella dell'io completamente sovrano, padrone dei propri
desideri, capace di compartimentalizzare i sentimenti come se fossero caselle
di un'agenda.
I Padri del deserto sapevano che i logismoi
prosperano proprio su questa illusione di controllo. "È solo un pensiero,
lo gestisco io", diceva il monaco. "È solo un'esperienza, siamo
maturi", dicono le coppie. Ma l'eros ha logiche proprie, non negoziabili.
La gelosia, l'attaccamento, il senso di unicità non sono "costrutti
sociali" facilmente decostruibili: sono strutture profonde della psiche
relazionale.
I Padri non condannavano il desiderio in sé, ma
insegnavano il discernimento: non ogni pensiero va coltivato, non ogni impulso
va assecondato. Esisteva una saggezza dei confini, una comprensione che la
libertà autentica non è assenza di limiti, ma capacità di scegliere quali limiti
abbracciare per costruire qualcosa di solido.
Oggi questa saggezza appare incomprensibile, per la
psicologia moderna trattasi di repressione, paura, mancanza di coraggio. Invece
è l'opposto: è il coraggio di dire "questo sì, questo no", di
costruire un'identità relazionale definita.
Le testimonianze parlano chiaro, è pieno di coppie
distrutte da esperimenti partiti come "innocui". Non per moralismo,
ma perché certe porte, una volta aperte, non si richiudono facilmente.
La tradizione monogamica non nasce solo da convenzione sociale, ma da un'intuizione profonda sulla natura dell'amore tra due persone: che fiorisce in un giardino recintato, non in un campo aperto a tutti i venti.
I logismoi dei Padri e i desideri trasgressivi
contemporanei condividono la stessa seduzione: promettono di più, consegnano
frammentazione.
Riflettere.
Pensioni
Si parla spesso di aumento o diminuzione dell'età pensionabile ma questo argomento non viene mai esaminato come si dovrebbe.
La domanda cruciale è: perché lo Stato, in
una società che si proclama "libera", deve trattenere forzatamente una porzione
del nostro reddito per restituircela decenni dopo? Perché questa insistenza
paternalistica su un futuro che potremmo non vedere mai?
La domanda non è meramente economica, è esistenziale.
Il sistema pensionistico si fonda sul presupposto che vivremo abbastanza a lungo da godere di ciò che ci viene sottratto oggi. Ma la morte non rispetta i piani quinquennali dello Stato. Chi muore a cinquant'anni ha finanziato il riposo altrui, non il proprio. Il suo sacrificio obbligatorio diventa un tributo involontario a sconosciuti più fortunati nella lotteria della longevità.
Dietro la logica previdenziale vi é il paternalismo, i cittadini vengono considerati incapaci di pianificare il proprio futuro, devono essere protetti da se stessi attraverso la coercizione benevola. Lo Stato è il padre che mette da parte i soldi della paghetta, convinto che altrimenti li spenderemmo tutti in caramelle.
Una scelta che dovrebbe essere personale diventa un obbligo collettivo. Trasforma cittadini in dipendenti di un sistema che decide per loro quando, come e quanto del loro stesso denaro potranno utilizzare.
Lo Stato sequestra una porzione significativa del nostro lavoro presente per un futuro ipotetico. Ma il nostro tempo, il nostro lavoro, la nostra vita sono ora. Ogni euro che si guadagna rappresenta ore di esistenza convertite in valore. Perché qualcun altro dovrebbe decidere che una parte di queste ore appartiene non a me oggi, ma a un me stesso settantenne che potrebbe non esistere mai?
Nessuno di noi ha mai avallato questo patto generazionale. Siamo nati dentro un sistema che ci obbliga a finanziare i pensionati di oggi con la promessa che i lavoratori di domani faranno lo stesso per noi. Non c'è possibilità di rifiuto.
Immaginiamo un sistema diverso: lo Stato
restituisce ogni centesimo che attualmente trattiene per la pensione. Sta poi a
ciascuno decidere come investire quel denaro. Alcuni potrebbero risparmiare e
mettere da parte. Altri potrebbero investire in imprese, immobili, formazione.
Altri ancora potrebbero scegliere di vivere pienamente il presente, accettando
il rischio di una vecchiaia meno confortevole.
Non sarebbe questo più coerente con i principi di una società "libera"?
I difensori del sistema attuale invocano la solidarietà intergenerazionale, la protezione dei vulnerabili, il rischio che troppi arrivino alla vecchiaia senza risorse, gravando sulla collettività. Ma questa solidarietà imposta per legge è semplicemente redistribuzione coatta travestita da virtù civica.
La vera solidarietà è la scelta, non la
coercizione.
Chi dovrebbe avere il diritto di decidere
come viviamo la nostra vita? Noi stessi, o lo Stato?
Shame, dipendenze e pensieri ossessivi
Shame di Steve McQueen non è un semplice film sulla dipendenza sessuale, ma un'indagine filosofica sulla condizione umana quando il desiderio si trasforma da ricerca di pienezza a meccanismo di fuga.
La dipendenza dal sesso non porta al piacere, ma all'anestesia emotiva, alla lacerazione interiore, al vuoto esistenziale. Ogni "conclusione" sessuale dovrebbe portare sollievo, ma diventa immediatamente necessario ricominciare. È la condanna di Sisifo in versione contemporanea: la compulsione che si rinnova infinitamente, senza mai raggiungere una vera soddisfazione.
Nel film il protagonista Brandon non riesce a fare sesso con la collega di cui si innamora proprio perché c'è un coinvolgimento emotivo reale, mentre riesce a concludere laddove gli incontri sono meccanici, anonimi, svuotati di ogni elemento relazionale. Un circolo vizioso tra compulsione e disgusto di sé.
Anche quando Brandon sembra voler cambiare, il mondo continua a tentarlo. La scena in metropolitana è magistrale nella sua ambiguità: la donna con la fede nuziale ricambia lo sguardo di Brandon. È fidanzata, forse sposata, eppure ammicca. La tentazione non è solo dentro Brandon ma è strutturale alla società contemporanea. Anche chi apparentemente vive nella "normalità" delle convenzioni sociali (il matrimonio, la fedeltà) partecipa a questo gioco di sguardi, di disponibilità sotterranea. Lo stesso accade in discoteca: la donna fidanzata non si sottrae. Il mondo è complice della dipendenza, la alimenta continuamente.
Nelle tradizioni monastiche cristiane, i Padri del Deserto parlavano di logismoi, pensieri ossessivi che assediano l'anima. Non basta il desiderio di purificazione: il mondo, la carne, il demonio - o, in termini contemporanei, la società iper-sessualizzata e la struttura stessa del desiderio - continuano a bussare. La tentazione di Cristo nel deserto non avviene una volta sola: ritorna, si ripresenta sotto nuove forme.
Anche nella tradizione buddhista, Mara - la personificazione dell'illusione e dell'attaccamento - non abbandona il praticante dopo l'illuminazione, ma continua a manifestarsi, richiedendo vigilanza costante.
Non c'è un punto d'arrivo, una guarigione definitiva. C'è solo la scelta continua, rinnovata ogni giorno, ogni ora. La dipendenza, quindi, non porta solo alla distruzione della capacità di amare e connettersi autenticamente. Porta a una forma di inferno esistenziale dove anche il desiderio di cambiare non basta, perché il mondo stesso è strutturato per riattivare continuamente la compulsione.
Spensieratezza rubata
Ci sono bambini di quattro/cinque anni che hanno
l'agenda più piena di un manager.
Lunedì inglese, martedì nuoto, mercoledì musica, giovedì calcio, venerdì teatro. Non sia mai che "perdano tempo" o restino "indietro".
A quattro, cinque anni invece di scoprire il mondo
con meraviglia, imparare la noia, inventare giochi con due cuscini e una
coperta, li riempiono già di aspettative, di obiettivi da raggiungere.
È pochissimo é poi il tempo che rimane per giocare spontaneamente con gli amici del parco, perché "deve sviluppare i suoi talenti".
I bambini hanno bisogno di noia. Di tempo vuoto da
riempire con la fantasia. Di ginocchia sbucciate. Di pomeriggi a non fare
"niente di produttivo". Hanno bisogno di provare e riprovare senza
pubblico, di essere mediocri in qualcosa senza sentirsi inadeguati.
Non stanno preparando un curriculum. Stanno vivendo una fase della vita meravigliosa.
E invece li si carica di ansia da prestazione prima ancora che sappiano leggere. Li si guarda con sospetto se non sono "al livello" degli altri, se preferiscono giocare con la terra invece che imparare la terza lingua. Come se l'infanzia fosse un investimento da ottimizzare e non un tempo prezioso da vivere.
I bambini devono semplicemente essere bambini. Correre senza meta, ridere, inventare cose. Crescere senza bruciare le tappe senza entrare nelle logiche della competizione perenne.
Spensieratezza rubata.
Piccoli adulti stressati crescono.
Ulisse e le sirene digitali
Nell' Odissea, Ulisse affronta una delle prove più
simboliche del suo viaggio: il passaggio davanti all'isola delle Sirene.
Creature ammalianti che promettevano piacere supremo, ma il loro richiamo
conduceva alla rovina. L'eroe greco, consapevole del pericolo, si fece legare
all'albero della nave mentre i suoi compagni remavano con le orecchie sigillate
dalla cera.
Dopo secoli quel mito risuona potentissimo nel
nostro quotidiano. Ogni giorno, come moderni Ulisse, si naviga in un mare di
tentazioni.
Qualche esempio concreto?
Le sirene digitali, il mondo degli smartphone
promette connessione col mondo ma in realtà isola. Lo vediamo cosa è accaduto
negli anni, strade vuote, ragazzi che escono assieme ma ognuno sta ricurvo sul suo
telefono, coppie e famiglie che quando si ritrovano rifuggono negli schermi e
potremmo continuare a lungo con l'elenco.
Le sirene del consumo compulsivo che mascherano il
vuoto che nessun oggetto potrà mai colmare.
Le sirene dell'ego tentano con la gloria effimera
dei social media, dove tutti si mettono in mostra, dove ogni like diventa una
piccola dose di validazione, ogni commento una conferma della propria
esistenza. L'ego si gonfia mentre si perde connessione con se stessi.
Le sirene della lussuria digitale che operano
nell'ombra della privacy dello schermo. Promettono emozioni intense, evasione
dalla routine, eccitazione senza conseguenze. Attraverso app, piattaforme di
incontri, sussurrano che possiamo avere tutto senza pagare alcun prezzo. In realtà
poi accade che famiglie si disgregano, fiducia accumulata in anni si dissolve
in un istante, e ciò che prometteva piacere lascia solo macerie di dolore e
rimpianto.
Il tutto esattamente come le sirene antiche le quali
promettevano per poi condurre alla distruzione.
La differenza tra noi e Ulisse è che lui conosceva
la natura del pericolo e si era preparato. Molti di noi invece navigano
sguarniti senza corde che tengano saldi. Ci si racconta
che "sono solo curiosità", che "non sta succedendo nulla di
male", che "posso controllare", proprio mentre le correnti
trascinano verso gli scogli.
La saggezza antica insegna che la libertà non è
l'assenza di tentazioni, ma la consapevolezza di esse e la scelta consapevole.
È necessario dunque riconoscere le sirene per ciò che sono: illusioni che
promettono ciò che non possono dare, che offrono piacere momentaneo in cambio
di tesori duraturi come l'integrità, la fedeltà, la fiducia reciproca. Gli
ancoraggi sono la meditazione, la preghiera, la riflessione onesta su ciò che
realmente conta, la coltivazione di relazioni autentiche e la presenza
consapevole. È l'impegno verso questi elementi la corda che tiene saldi
all'albero maestro.
Videogiochi e social network
Non tutti gli schermi sono uguali.
I tanto criticati classici videogiochi da console distruggevano la capacità di concentrazione dei ragazzi? Avevano lo stesso effetto dei social media che frammentano l'attenzione?
In un classico videogioco (non parliamo ovviamente
dei giochini passatempo dopaminici da smartphone), si è dentro un mondo, c'è un
obiettivo, una sfida, un percorso. L'attenzione non viene dispersa ma
concentrata, orientata verso un fine.
I social media, al contrario, sono un flusso infinito di frammenti sconnessi. Non c'è una meta, non c'è una narrazione. Si scrolla in un eterno presente discontinuo, dove ogni contenuto nega quello precedente e annuncia quello successivo, senza mai costruire un senso compiuto.
Quando l'attenzione di un giovanissimo viene costantemente frammentata, è l' identità ad andare in confusione poiché l'io si costituisce attraverso la continuità dell'esperienza, attraverso un filo narrativo. Se questo filo si spezza ogni tre secondi, si diventa una collezione di istanti sconnessi.
Il filosofo William James scriveva che "la mia esperienza è ciò a cui acconsento a prestare attenzione". Ma quando l'attenzione è catturata, algoritmo dopo algoritmo, da meccanismi progettati per trattenerla, cosa rimane?
I social media sfruttano un principio ancestrale della mente: l'attrazione verso il nuovo. Offrono novità come fine a sé stessa, come pura stimolazione senza contenuto.
L'attenzione è la forma più pura di libertà che si possiede. Decidere a cosa prestare attenzione significa tutto, a partire dal tipo di persona che si vuole diventare.
Quando si cede il controllo dell'attenzione a meccanismi esterni, si diventa inautentici, guidati dal flusso impersonale della distrazione collettiva.
Spiritualità "New Age"
Certo che ne circolano di personaggi bizzarri.
Ieri ci è capitato di ascoltare qualche minuto di un
soggetto che vende "corsi spirituali", costui ad un certo punto esclamava:
"perché le cose stanno così, non come dice la New Age!!".
Le comiche, questi si presentano come alternative
"autentiche" e "profonde" a quello che definiscono un
movimento superficiale e commerciale. Ma esattamente da quale pulpito?
Essi mescolano terminologie prese da tradizioni diverse senza alcuna coerenza
dottrinale, fanno esattamente ciò che rimproverano alla New Age, ovvero
commercializzano la spiritualità attraverso una sintesi arbitraria di elementi
scollegati.
Sono cani sciolti che fanno marketing, senza alcun collegamento organico con una tradizione autentica. La loro "autorità" si basa esclusivamente sull'auto-proclamazione e sulla capacità di marketing. Quando criticano la New Age per la sua superficialità, dimenticano di spiegare da quale posizione privilegiata possano formulare tale giudizio. Da quale catena di trasmissione tradizionale verificabile arrivano? Da nessuna, parlano a titolo personale, si costruiscono un brand in una spirale infinita di autoreferenzialità.
Stiamo parlando dunque di "newaggiari" che
criticano la New Age , di ciarlatani che hanno scelto una strategia per
ritagliarsi una nicchia di mercato.
D'altronde lo sappiamo che in questa epoca si
specula sulla ricerca di spiritualità della gente che non trova alternative
concrete radicate in tradizioni autentiche, che non conosce maestri delle
grandi tradizioni contemplative.
E così spuntano fuori costantemente i furbetti della spiritualità farlocca, vampiri che guadagnano sugli ingenui.
Diffidare sempre da chi vende
"spiritualità".
Parassitaggio
C'è chi cerca compagnia per condividere la propria
interiorità e chi invece la cerca per colmare un vuoto. Chi, negli anni, non ha
coltivato dentro di sé riflessioni, interessi genuini, creatività e
contemplazione, si trova in una condizione di dipendenza emotiva dagli altri.
Egli ha fame costante di presenza altrui, non cerca una sana socialità, ha solo
paura del silenzio. Perché quando si rimane soli con se stessi o si scopre di
essere compagnia interessante per se stessi, oppure ci si accorge di essere
estranei alla propria stessa esistenza. Il punto è che chi non sa stare solo
non sa nemmeno stare con gli altri. Porta nelle relazioni non un contributo, ma
un bisogno, la necessità che l'altro riempia il tempo, distragga dai pensieri,
fornisca identità e significato. Questo tipo di compagnia è parassitaria, si
nutre dell'energia altrui senza restituire nulla di sostanziale. Al contrario,
chi ha imparato a trovare ricchezza nella solitudine porta nelle relazioni
valore aggiunto. Sa ascoltare perché sa anche ascoltarsi, sa dare perché ha
qualcosa da dare, sa apprezzare l'altro perché non ne ha bisogno. La compagnia
degli altri deve essere una scelta, non una necessità, un piacere e non una
fuga. Solo se non si ha paura di rimanere soli si può davvero incontrare gli
altri, altrimenti è mero parassitaggio, come la gran parte delle relazioni.
Lo sguardo domestico
Osservare
con sguardo "domestico" il proprio marito, la propria moglie, il
proprio fratello, la propria sorella, i propri figli, crea alienazione.
La
famiglia, quando non è sana, diventa una prigione di etichette cristallizzate.
Una volta assegnato un ruolo - il figlio "irresponsabile", la figlia
"brava", il fratello "problematico" - diventa quasi
impossibile liberarsene. I familiari diventano guardiani inconsapevoli di
questa prigione identitaria, perpetuando dinamiche che negano la crescita,
l'evoluzione e la trasformazione della persona. Perpetuare la quotidianità in
questi contesti, magari per impedimenti economici o sociali, significa sentirsi
negati nella propria essenza, ridotti a una caricatura di se stessi. Mentre
fuori dal contesto familiare le persone chiedono loro consigli, li rispettano,
riconoscono il loro valore, a casa vengono sistematicamente sottovalutati.
Essere una persona stimata all'esterno e un fantasma nella propria casa è un
fenomeno diffusissimo, che tocca trasversalmente ogni classe sociale e
culturale.
La
vicinanza genetica e la condivisione prolungata di spazi e tempi creano una
presunzione di conoscenza che blocca la vera comprensione. Alcuni familiari
rimangono intrappolati nelle lenti del passato e non riescono a vedere oltre,
cristallizzando l'immagine dell'altro in una versione anacronistica e
limitante. Questo meccanismo si autoalimenta: più una persona cerca di
dimostrare il proprio cambiamento all'interno della famiglia, più viene
ricondotta ai vecchi schemi interpretativi. È come se esistesse una resistenza
sistemica al riconoscimento dell'evoluzione individuale, una sorta di omeostasi
relazionale disfunzionale.
Sono una
minoranza le famiglie dove tali dinamiche non si verificano, sono quelle in cui
regna una curiosità autentica verso l'altro.
In tanti
si ritrovano in queste alienanti situazioni. Non serve la frustrazione, la
soluzione migliore è quella di smettere di cercare validazione dove non può
essere trovata. Se in famiglia vige questa stagnazione percettiva, è necessario
cercare tra gli "estranei" chi sa vedere davvero chi siamo, senza
l'utilizzo di lenti statiche e distorte dal peso della storia condivisa.
La
famiglia che non sa riconoscere il valore autentico di chi le appartiene non
merita il potere di definirne l'identità.














