Gatekeeping?

Fateci caso, soprattutto nei canaletti che narrano di Trump Messia che trolla il mondo, fioccano le accuse rabbiose di "Gatekeeping" verso chiunque abbia visioni diverse.

Trattasi di accuse che circolano con la stessa frequenza e la stessa superficialità con cui il mainstream distribuisce le sue etichette più comode.

È diventato una sorta di riflesso pavloviano.

Vale la pena ricordare cosa significhi davvero quel termine. Un guardiano dell'accesso, chiamiamolo così, visto che non siamo obbligati a usare l'inglese, è una figura che detiene un potere strutturale sull'informazione: decide cosa entra nel discorso pubblico e cosa ne rimane fuori, non per convinzione personale ma per posizione istituzionale, economica o organica a un sistema. Parliamo di direttori editoriali con azionisti alle spalle, di piattaforme che alterano algoritmi, di centri studi finanziati da fondazioni con agende precise. Parliamo di potere reale, non di opinione divergente.

Invece no. Secondo tali fenomeni, oggi il guardiano dell'accesso è chiunque abbia mille seguaci su Telegram. È il divulgatore indipendente che lavora da solo. È il saggista che ha scritto un libro a proprie spese e che, su un argomento specifico, propone una sua lettura.  

Chi accusa in tal maniera o è in malafede o è paranoico o è semplicemente cialtrone. L'accusa di essere un guardiano dell'accesso è una scorciatoia cognitiva.

Un guardiano dell'accesso senza accesso non è un guardiano. È solo qualcuno che la pensa diversamente, per quanto possa essere fuorviante il suo pensiero. 

Ma evidentemente dare a tutti del "gatekeeper" fa figo. È l'insulto perfetto per chi ha scoperto la controinformazione da qualche mese e si sente già dietro le quinte della storia.


From di John Griffin

Una serie tv che segnaliamo è "FROM". Trattasi di una serie che usa il genere horror come strumento filosofico, non come fine. La premessa è semplice. Persone comuni, in viaggio su strade americane qualsiasi, finiscono intrappolate in una cittadina da cui è impossibile uscire. I tentativi di fuga riportano sempre al punto di partenza. Di notte escono creature che uccidono. Di giorno si cerca di sopravvivere, di capire, di non impazzire. Ma FROM non è una banale serie horror. È una serie sul trauma. La cittadina, congelata negli anni Cinquanta, nell'estetica del sogno americano, nasconde sotto la facciata ordinata qualcosa che non vuole morire. La sigla lo dice già: "Que Sera Sera" di Doris Day, quella canzone che prometteva serenità, distorta fino a diventare inquietante. È l'immagine perfetta di ciò che la serie vuole raccontare, ovvero che tutto ciò che si sceglie di non guardare continua ad esistere, e prima o poi torna a bussare. I personaggi sembrano essere reincarnazioni di chi è stato intrappolato prima di loro, destinati a ripetere lo stesso ciclo finché qualcosa non si sblocca. La cittadina non è una prigione per i loro corpi, è una prigione per le loro cose in sospeso. La struttura della trama ricalca quella esatta del trauma che si ripete perché il nodo non è mai stato sciolto. FROM si lascia guardare come thriller/horror e si rivela, lentamente, come qualcosa di più. È la metafora del luogo impossibile, quel posto in cui si finisce quando si smette di fare i conti con se stessi.

Buona visione a chi vorrà entrarci dentro.

"Difetti di fabbrica"

 

Sì, esistono persone che non riescono a usare un altro essere solo per fini personali. Non sono comuni. Sono "difetti di fabbrica" rispetto alle logiche del mondo, e come tutti i difetti di fabbrica, il sistema li scarta senza nemmeno chiedersi se il difetto non sia nella logica stessa. Vedono l'altro prima che vedano l'utilità dell'altro. La cultura dominante racconta che ogni avvicinamento abbia un fine, che la gentilezza sia un investimento. E in buona parte ha ragione, spesso è così. Ma esiste una minoranza silenziosa di uomini che guardano una donna — o viceversa — e vedono una persona. Non un corpo da conquistare ma una presenza. E questa capacità ( o incapacità, dipende dal punto di vista ), li rende stranieri in una partita che non hanno imparato a giocare. Questa loro capacità li rende spesso invisibili. In un mercato relazionale che premia la caccia, chi non caccia viene scambiato per chi non vuole. L'assenza di manovra viene letta come assenza di interesse. Il cinismo contemporaneo li chiama ingenui. Forse lo sono. Ma certi limiti assomigliano molto a una forma di integrità che il mondo non ha fatto in tempo a correggere.


Otium

Blaise Pascal scrisse: «Tutta la sventura degli uomini deriva da una sola cosa: dal non saper stare fermi n una stanza.»

Lo scrisse nel Seicento, parlava della la fuga da se stessi. Aveva ragione. Chi non sa stare fermo sta fuggendo da se stesso.

Questo aspetto è fondamentale da osservare quando si decide di costruire la vita con qualcuno, se manca, è un campanello d'allarme.

Il silenzio, la "noia", per taluni sono elementi insopportabili perché sentono il vuoto, l'angoscia, il vortice dell'esistenza. Devono sempre riempire ogni momento.

Oggi più di ieri, l'uomo ci ha costruito un'intera civiltà su tale principio. Tra rumore, notifiche, contenuti, eventi, attività di ogni genere, egli non smette mai di correre.

Gli Stoici chiamavano otium il tempo del raccoglimento, non ozio nel senso moderno, non spreco, ma l'esatto contrario, ovvero quel momento in cui l'uomo sviluppa la propria interiorità.

L'otium degli Stoici era una necessità antropologica. Al contrario della società attuale che non lo permette, che lo scoraggia attivamente. Il tempo "non produttivo" è tempo sprecato, il silenzio, la solitudine sono problemi da risolvere. Chi si ferma viene visto il come qualcuno che rimane indietro. Ma è esattamente il contrario.

L'uomo che non si ritira periodicamente da se stesso non cresce, accumula. Aggiunge esperienze, relazioni, ruoli, senza mai digerirli.

Chi non sa stare solo con sé stesso non starà mai davvero con nessuno. Porterà ovunque il proprio rumore, e lo chiamerà vita.


Sensibili

In un brano intitolato "Le aquile non volano a stormi", Franco Battiato cantava: "in silenzio soffro i danni del tempo". Non parlava di malinconia. Parlava della capacità di assorbire il malessere di un'epoca, di sentirlo nella propria carne prima ancora che quell'epoca trovi le parole per descriversi. Esistono persone così. Non molte. E non è una questione di sensibilità romantica o di fragilità emotiva, categorie che oggi vengono rivendicate da chiunque. È una struttura antropologica diversa, costoro captano le frequenze disturbate del proprio tempo, captano variazioni impercettibili. 

Nietzsche scriveva mentre l'Europa non aveva ancora capito di essere malata. Simone Weil lavorava nelle fabbriche perché sentiva fisicamente l'umiliazione operaia come qualcosa che la riguardava. Kafka descriveva la burocrazia come labirinto soffocante vent'anni prima che le società rendessero quella visione letteralmente vera. Nessuno trovò una collocazione perché la società moderna funziona sull'anestesia collettiva, sul non sentire troppo, non pensare troppo. Chi invece sente tutto, il cinismo strutturale, la solitudine di massa, il vuoto sotto il rumore, diventa uno specchio che nessuno ha chiesto. Gli specchi scomodi si isolano, si patologizzano, si allontanano. Costoro si ritrovano spesso in silenzio, ai margini, poiché in anticipo sul proprio tempo. Tali anime esistono in ogni epoca. La loro rarità non è un difetto della specie, è il prezzo che ogni tempo paga per avere qualcuno che lo veda davvero.

 

Sale d'attesa

In Italia esiste una categoria di persone che tecnicamente studia da vent'anni. Cambiano facoltà, cambiano città, accumulano esami su esami. A quarant'anni hanno ancora "qualche esame da dare". Non stanno studiando. Stanno procrastinando la vita.

Funziona così, i genitori vogliono il figlio laureato, la società premia il titolo e disprezza il mestiere, e così interi decenni vengono sacrificati sull'altare di una laurea che non si vuole davvero, in qualcosa che magari non si userà mai.
Nel frattempo, chi decide di fare l'elettricista, il falegname, il parrucchiere viene guardato con commiserazione. "Peccato, poteva studiare." Come se costruire qualcosa con le mani fosse una sconfitta.
In questo scenario la manovalanza è quasi interamente straniera. Gli italiani preferiscono laurearsi in scienze delle patatine piuttosto che stuccare un muro.

Università usate come scudo contro le decisioni. Come modo per dire ai genitori "sto ancora studiando" invece di dire la verità, ovvero che non si sa cosa si cerca realmente in questa società fallace. Nessuno insegna che non saperlo, fermarsi e riflettere seriamente è più onesto di fingere per anni.

Una società che disprezza il lavoro manuale e venera aprioristicamente il titolo accademico, non sta investendo nella cultura. Sta finanziando la procrastinazione di massa.

Narrative Q

Esiste una tipologia di narrazione che non può mai essere smentita dai fatti, perché si è costruita l'immunità logica come condizione fondante.

Facciamo per esempio riferimento alla narrazione Q su Trump. Il meccanismo è semplice: quando una previsione non si avvera, non è un errore, è parte del piano. Quando il piano viene smentito, era ovvio che sarebbe andata così. Quando anche questa spiegazione cade, emerge un piano dentro il piano. La teoria non spiega mai la realtà, la insegue, adattandosi camaleonticamente ad essa.

Il risultato è una narrativa perfetta. Trump non può sbagliare perché ogni sua azione, qualunque essa sia, viene post-razionalizzata dentro lo schema. Se fa la guerra è per evitare qualcosa di peggio, se non la fa è il messia della pace, se è amico con un nemico lo sta trollando, se litiga con un alleato è una strategia. Un sistema che spiega sempre tutto senza spiegare niente.

Questa roba qua viene venduta come geopolitica ma è in realtà narrativa con struttura da romanzo popolare dove ci sono tutti gli ingredienti di successo. Allora abbiamo il protagonista salvifico, il grande piano nascosto, le élite sconfitte nell'ombra, la vittoria finale che arriva eh, è sempre dietro l'angolo, bisogna solo avere fiducia. Come in ogni serie ben costruita, non puoi smettere di seguirla perché vuoi vedere come va a finire. E questo, naturalmente, funziona benissimo come prodotto, vende libri, crea canali social, ottiene interviste ed ospitate, visibilità, soldi.

Ma se il piano è sempre in corso, se la vittoria è sempre imminente, se ogni sconfitta è in realtà una mossa, a che punto la gente che segue queste strambe teorie smette di crederci? La risposta è: mai. Bisogna perseverare. Si fonda tutto sull'attesa, devi avere fiducia nel piano nascosto, sederti, sperare, aggredire chi non coglie tale fantomatico piano e immergerti nella narrazione cialtronesca.


Lega Nord, una pseudotradizione

La Lega Nord nacque nel 1989 dall'aggregazione di movimenti autonomisti. Il collante tra loro era l'odio, prima "Roma ladrona", poi i meridionali come classe parassitaria responsabile del debito, dell'inefficienza, della burocrazia. 

Il passo successivo fu inventare un'identità. Nella fase secessionista, a metà anni Novanta, la Lega costruì artificialmente un senso di appartenenza "padana" attraverso simboli, riti, inni, pubblicazioni. Inventarono una tradizione, un passato mitico in cui rispecchiarsi e da cui attingere.

Alberto da Giussano, leggenda, fu scelto come eroe fondativo; Pontida come "suolo sacro"; il Po come fiume-divinità. 

Il 15 settembre 1996 Bossi proclamò l'indipendenza della Padania raccogliendo l'acqua del Po in un'ampolla, in un rito a metà tra il druidico e il folkloristico.

La discendenza celtica della Padania è però storicamente una barzelletta. In quella pianura, prima dei Celti cisalpini, erano già passati Etruschi, popolazioni italiche autoctone e molto altro. Il celtismo padano è una manipolazione della storia con indefiniti riferimenti a tradizioni pre-romane, medievali e cristiane, peraltro tutte in contraddizione tra loro.

Un'identità costruita sull'artificiale e sul risentimento verso il "nemico".

E il meccanismo del nemico, puntuale, si ripeté. Dopo l'11 settembre 2001 e gli ingiustificati attacchi Usa all'Afghanistan, la Lega radicalizzò la propria posizione contro l'Islam. L'anti-islamismo divenne il nuovo collante, con Borghezio e Calderoli in prima linea.  Il bersaglio cambiò, dai meridionali si passò ai musulmani. Stesse logiche.

La Lega è stato un laboratorio di pseudotradizione, di odio becero e divisioni interne. 

Oggi con Salvini neppure li commentiamo.

E qualcuno li santifica.

Per carità.

Bildungsphilister

Chiunque abbia frequentato un'aula scolastica sa che spesso i ragazzi più dotati vanno peggio a scuola dei loro compagni più mediocri. Nulla di anomalo. È il sistema che funziona esattamente come è stato progettato.

La scuola moderna non misura l'intelligenza. Misura la capacità di ricevere uno schema, riprodurlo nei tempi e nei modi previsti, e restituirlo intatto al momento della verifica. Chi sa fare questo con costanza e senza resistenze viene premiato. Chi non lo sa, o non o vuole fare, viene penalizzato, indipendentemente da quello che ha nella testa.

Una persona di intelligenza media ma dotata di disciplina solida, di metodo, di capacità di sopportare lo studio meccanico, attraversa la scuola come un treno sui binari, lenta, prevedibile, inarrestabile. Arriva fino in fondo, prende i voti, ottiene i titoli. Il sistema la riconosce perché parla la sua stessa lingua. Il ragazzo brillante, invece, ha spesso un problema strutturale con tutto questo. La sua mente va troppo veloce, si annoia, trova insopportabile imparare a memoria qualcosa che ha già capito, non riesce a fingere interesse per cose che non gliene danno. La scuola lo legge come pigrizia, come arroganza, come mancanza di impegno. E lo penalizza di conseguenza. Risultato? Il ragazzo disciplinare supera il ragazzo brillante, prende voti migliori, viene lodato dagli insegnanti, e il ragazzo brillante, che nel frattempo magari ha letto il doppio dei libri per conto suo, inizia a credere di essere lui il problema.

Intendiamoci, la capacità di sedersi, di fare le cose anche quando non hai voglia, di costruire un'abitudine solida intorno a un obiettivo, è una forma di forza caratteriale che molte persone brillanti non hanno e che pagano cara per tutta la vita. Il genio disorganizzato che non consegna, che procrastina, che ha idee folgoranti ma non le porta mai a termine paga. Però, precisato questo, il problema è che la scuola valorizza solo la disciplina e in una forma degenere. Non la disciplina come strumento per raggiungere qualcosa, ma la disciplina come fine in sé, come obbedienza agli schemi, come capacità di non fare domande scomode per sviluppare un reale senso critico. La scuola che chiede di imparare a memoria date, formule, classificazioni, senza mai chiedere perché, senza mai creare le condizioni perché uno studente sviluppi un'opinione autonoma su quello che sta studiando, non sta formando esseri pensanti. Sta addestrando esecutori. Sta selezionando, con grande efficienza, le persone più adatte a un mondo in cui bisogna seguire procedure, rispettare gerarchie, non disturbare il manovratore.

Nietzsche chiamava questo tipo di formazione: Bildungsphilister, il filisteo della cultura. Colui che attraversa tutto il percorso educativo, assorbe tutto il contenuto previsto, e ne esce completamente intatto, senza che nulla lo abbia toccato o trasformato. La cultura come ornamento, non come esperienza. Questa non è formazione, è addestramento e non serve essere intelligenti. 

Intossicazione

Tra informarsi ed intossicarsi c'è una bella differenza.

Per decenni il simbolo dell'uomo moderno ipnotizzato dai media è stato il televisore. Poi è arrivato il momento in cui una parte di persone ha smesso di avere la televisione con orgoglio. Niente più TG, niente più dibattiti inutili e propaganda. Bene, e poi?

Sono arrivati gli smartphone.

Il televisore era un apparecchio fisso, in un posto fisso, aveva dei limiti strutturali oggettivi. Oggi quel televisore è in tasca, è sul comodino, lo si consulta in bagno alle tre di notte. Non smette mai di trasmettere. 

Guerre, elezioni estere, catastrofi naturali, decisioni di governi che non sono i nostri, scandali di persone che non conosciamo, fatti di cronaca. Tutto questo materiale entra nella giornata, occupa spazio cognitivo ed emotivo reale, produce stati d'animo come rabbia, angoscia, indignazione, e poi non va da nessuna parte. 

Gli stoici giustamente dicevano di distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non dipende da noi, in modo da investire le proprie energie nella direzione giusta. Come condizione minima per non sprecare la propria vita in uno stato di di passività emotiva e impotenza.

Drogarsi di notizie è l'opposto esatto di questo principio. È il culto dell'eph' hēmin, ovvero ciò che dipende da noi, rovesciato, poiché si forma un'attenzione totale, viscerale, compulsiva verso tutto ciò che non dipende da noi.

Il risultato non è una persona più informata. Lo vediamo, tutta questa informazione non ha prodotto masse più sveglie. Ha invece prodotto persone con opinioni su tutto (confuse) e capacità di concentrarsi su niente. 

Chi si fa il fegato marcio sulle notizie pensa di essere sveglio poiché non distoglie lo sguardo dai fatti del mondo. Ma è una forma di autonarrazione virtuosa che maschera, nella sostanza, un comportamento compulsivo non diverso da quello di chi guarda reel di gatti e culi. Più nobile nell'oggetto certamente, ma identico nella struttura.

Non stiamo affermando di non informarsi su nulla ma c'è da fermarsi e capire che la connessione permanente con annessa costante indignazione non è partecipazione civile e toglie energie dove il singolo può incidere davvero nel suo quotidiano.


Kali Yuga?

Il "tradizionalista" contemporaneo che ciarla di Kali Yuga sui social è un soggetto da osservare.

Lo riconosci subito. Ogni notizia di cronaca è una conferma. Ogni degrado estetico, ogni volgarità televisiva, ogni stupidaggine sui social è una prova ulteriore che siamo nell'era oscura, che la fine è prossima, che il ciclo cosmico sta collassando. Ha sempre la citazione di Evola o Guènon pronta.

Il Kali Yuga nella cosmologia indù è una fase di un ciclo che dura 432.000 anni. Un ciclo che si inserisce in un Mahayuga di 4.320.000 anni, che a sua volta si inserisce in strutture temporali ancora più vaste. Il Kali Yuga è una fase di condensazione, di materializzazione, dove il principio spirituale si oscura, ma che contiene anche la possibilità di una realizzazione accelerata proprio perché le resistenze sono massime.

Il Kali Yuga per il tradizionalista da social è invece la giustificazione cosmica per non agire, per non costruire, per non far nulla, perché "tanto siamo alla fine". È l'alibi metafisico della passività. È l'esatto contrario di qualsiasi tradizione autentica, che ha sempre posto l'accento sull'azione retta hic et nunc, indipendentemente dalle condizioni esterne.

Il Kali Yuga così concepito è comodo. Permette di sentirsi superiori. È la versione intellettuale del nichilismo più banale, travestita da saggezza tradizionale.

Chi ha davvero letto e capito Guénon, Coomaraswamy, Schuon, sa che l'atteggiamento corretto di fronte a un'epoca oscura non è la lamentela continua. È la verticale interiore. È il lavoro su se stessi. È, in certi casi, il silenzio.



L'identità costruita del taccagno

L'avaro classico accumula consapevolmente e con una certa coerenza.

C'è poi un'altra figura molto più sfumata, tutti noi conosciamo qualcuno così: è il taccagno che si crede povero, ovvero quella persona che ha, ma che si convince di non avere. Che possiede un buon conto corrente, un buon lavoro o una pensione sicura, magari una rendita, eppure gira per il mondo con la faccia di chi è sull'orlo del baratro. Si priva a volte anche di beni essenziali, compra a rate ciò che potrebbe pagare in contanti, quasi per godere della sensazione del debito, che conferma e alimenta il suo racconto interiore del "non ce la faccio".

Tali soggetti percepiscono la realtà in maniera falsificata. Il taccagno che si crede povero se ammettesse di avere, dovrebbe anche ammettere di poter dare, di poter spendere, di non avere più la scusa. La scusa è il punto.

L'indigenza simulata, o meglio, percepita, esonera. Chi non arriva a fine mese non può essere generoso, non può offrire il caffè, non può partecipare alla cena, non può donare, non può aiutare. La povertà autoimposta è un'armatura contro il mondo. È il modo in cui certe persone si sottraggono alla relazione, alla reciprocità.

La privazione volontaria a volte è anche una sorta di autopunizione. Certi uomini si infliggono una miseria simbolica per appartenenza. Comprano a rate non perché non possano fare altrimenti, ma perché la rata è l' appartenenza al mondo dei "normali che faticano". La sofferenza piccola e autogestita è preferibile alla libertà, che li spaventa.

E poi c'è la dimensione di quell'identità costruita intorno alla lamentela. "Non arrivo a fine mese" è un ruolo sociale. È il modo in cui certe persone si presentano al mondo, si inseriscono nella conversazione.

Ed è una offesa verso chi, e sono tantissimi, a fine mese non ci arrivano veramente.

Seneca diceva che l'avarizia non ha nulla a che fare con quanto si possiede. È uno stato dell'anima. 

La vera povertà di queste persone non è economica. È immaginativa. Non riescono a immaginare se stesse come qualcuno che può. E questa incapacità, non il saldo del conto, è la prigione in cui vivono. Una prigione comodissima, tra l'altro. Con la pensione assicurata.



Artigiani del collasso

Daniil Charms scriveva nella Leningrado degli anni Trenta, in un'URSS che criminalizzava la stranezza. I suoi racconti duravano a volte una pagina, a volte tre righe. In uno un uomo rosso cade dalla finestra, poi un altro, poi un altro ancora — senza spiegazioni, senza conseguenze, come se cadere fosse semplicemente quello che fa la gente. In un altro un vecchio smette di mangiare, poi di bere, poi di respirare, con la stessa neutralità con cui si smette di leggere il giornale. Azioni che partono e non arrivano da nessuna parte. Non era umorismo nero. Fu arrestato due volte e morì in una prigione psichiatrica nel 1942. Il suo nonsense fu ritenuto pericoloso.

Il comico Maccio Capatonda oggi lavora con gli stessi strumenti, aggiornati all'era digitale. I suoi sketch sono trappole logiche: partono da una premessa normalissima e la portano fino al punto di rottura. Herbert Ballerina, Mariottide, i corti YouTube degli anni Duemila, i trailer parodia: tutto costruito su una grammatica dell'assurdo in cui la gag non è mai casuale, ma il risultato obbligato di una premessa portata all'estremo.

Charms sovvertiva un sistema totalitario con il nonsense, e il sistema lo eliminò. Maccio opera in un mercato che l'assurdo lo addomestica, lo vende, lo monetizza.

Questa è la differenza.

Chi ride di Charms o di Maccio sta riconoscendo qualcosa, una verità sul funzionamento del mondo, e invece di arrendersi alla disperazione, la trasforma in gag. L'assurdo non è una fuga dal reale, è il reale guardato senza l'anestesia della convenzione. E riderne è una forma di ribellione.

Due artigiani del collasso.


Prospettive

Una forma di ingratitudine verso la vita è il dimenticare di stare bene. Quando il corpo non fa rumore semplicemente lo si ignora. Lo si dà per scontato, senza gratitudine, senza stupore. Il benessere è invisibile. Un proverbio dice "La salute è una corona che i sani portano in testa, ma che solo i malati riescono a vedere." Basta una notte di febbre alta, un dolore acuto, una diagnosi, gli acciacchi degli anni che passano, e tutto cambia prospettiva in pochi istanti. Le priorità si riordinano da sole, quasi per magia. Ciò che sembrava urgente diventa irrilevante. Ciò che sembrava ovvio diventa prezioso. Ci si rende conto, all'improvviso, di quanta energia viene sprecata in piccole ansie, in rivalità inutili, in rincorse senza meta. Ci si rende conto in un attimo che si sarebbe potuti essere più leggeri, più grati. Muoversi, respirare, camminare sotto il sole, non sono cose scontate. Coltivare la memoria del corpo sano anche quando si è sani è importantissimo perché cambia prospettiva nel porsi quotidiano. Ricordare, ogni mattina in cui ci si alza senza dolore, che questo è un privilegio. Non eterno. Non garantito. Non dovuto. È una disciplina spirituale allenarsi quotidianamente a vedere ciò che c'è. Non aspettare la perdita per sviluppare consapevolezza. Stare bene, oggi, qui ed ora, è moltissimo, forse tutto. È il punto di partenza per vedere la vita da una corretta prospettiva. 

Sport, passioni e distrazioni

Sabato sera c'è stata la partita di calcio Inter-Juventus.

Notare come dopo ogni grande partita, sembra che il paese si fermi. Non metaforicamente, si ferma davvero. I bar, i social, i giornali, i tavoli di famiglia. Per giorni milioni di persone condividono la stessa lingua, la stessa urgenza emotiva.

Di fronte a ciò non vogliamo fare moralismi e parlare di "oppio dei popoli", perché c'è qualcosa di genuinamente bello nonostante lo stato in cui versa lo sport moderno tra denaro e corruzione.

Lo sport ha sempre funzionato come collante sociale, come spazio di condivisione. Non è un meccanismo stupido, è antico, è umano, e ha la sua dignità.

Pertanto il punto non è condannare il calcio, sarebbe sin troppo semplice fare retorica.

Il punto su cui soffermarci è un altro, ovvero cosa succederebbe se quella stessa coordinazione spontanea, con milioni di persone che guardano nella stessa direzione, con la stessa intensità, si rivolgesse, anche a qualcos'altro?

Perché la capacità c'è come vediamo. Quando succede qualcosa che tocca abbastanza emotivamente, le masse sanno attivarsi, dibattere, indignarsi, commuoversi, mobilitarsi. 

Molta gente sa che esistono anche questioni più importanti su cui investire energie ma la consapevolezza astratta non basta senza un innesco emotivo, una storia concreta, un volto, una narrativa che faccia sentire appartenenza.

Il calcio questo lo sa fare molto bene. Rende concreta l'astrazione ma tale capacità di stare insieme, di sentire, di discutere, non può esaurirsi nello sport. C'è una sproporzione enorme.  

Chi racconta del mondo, giornalisti, politici, narratori di ogni genere sul web, dovrebbe imparare dal calcio la capacità di rendere viscerale ciò che è importante. Ma la volontà non c'è ovviamente...

Lo sport non è il problema. 

La passione collettiva non è il problema. 

Quella passione esiste, è potente, è reale ma quando si tratta di altre cose che incidono sulle vite, quella stessa intensità sparisce e quella passione non viene alimentata perché non conviene alimentarla. 

È fisiologico che lo sport unisca, ancestralmente trattasi di senso di appartenenza e competizione incanalata, il punto è che questi aspetti vengono tenuti accesi con cura, perché un'energia incanalata solo nello stadio è un'energia che rimane circoscritta.


Black Mirror e il dissenso

Ricordate la serie tv Black Mirror? E l'episodio intitolato "Quindici Milioni di Meriti"? Chi non l'avesse mai visto, lo recuperi. 

Nell'episodio il protagonista sopravvive in un mondo di schermi poi ad un certo punto si ribella. Sale su un palco e urla la sua rabbia contro il sistema. E il sistema che fa? Applaude. Gli offre uno show tutto suo dove potrà sfogarsi due volte a settimana. Non repressione, ma assorbimento, esattamente quanto accade con il "dissenso" che vediamo ogni giorno. 

Il dissenso è oggi un prodotto. Il sistema non combatte più il dissenso, lo monetizza. Nei social media, un post di denuncia può fare milioni di visualizzazioni, arricchire le piattaforme che incarnano proprio quelle disuguaglianze. La rabbia diventa il loro algoritmo, il loro profitto. Il sistema lo sa e può permettersi di monetizzare anche il dissenso più feroce, perché le masse sono frammentate, ipnotizzate. La "rivoluzione" è intrattenimento. Lo sfogo è catarsi che evapora in un like. Il sistema lascia urlare perché ha capito che oggi più che mai le masse esangui non fanno "rivoluzioni", guardano video di proclami sulle "rivoluzioni".


Schiavismo in epoca digitale

Siamo nell'epoca dell'AI e della grande tecnologia e le multinazionali che fanno?  Ordinano ai propri schiav...ehm dipendenti di tornare alla scrivania. Stellantis elimina lo smart working. Altre multinazionali come Ubisoft e Amazon anche.

Abbiamo gli strumenti per lavorare da qualsiasi luogo del mondo, eppure chiedono di tornare a sprecare ore in macchina o sui mezzi, a fingere di essere occupati per otto ore consecutive, a sacrificare momenti con i figli e tempo prezioso sull'altare della "cultura aziendale".

Dietro queste scelte non c'è un discorso millantato di efficienza. Si tratta di controllo. Di una mentalità industriale volutamente controllante.
Proclamano innovazione e trasformazione digitale, ma nel frattempo costringono la gente a modelli lavorativi degli anni '50. Otto ore, cinque giorni, presenza fisica obbligatoria. Schiavitù.

Non è che manca è il coraggio di immaginare un mondo del lavoro diverso. È proprio quello che non vogliono: persone con tempo per pensare, per stare con le famiglie, per avere una vita oltre il badge aziendale.

E i media gongolano con titoli vergognosi come "la pacchia dello smart working".

La tecnologia va bene finché aumenta i profitti, non quando migliora la vita delle persone.

Dormienti

Circa una quindicina di anni fa, prosperavano soggetti che andavano in giro a proporre corsi e corsetti "spirituali".  Si vendevano come i profeti del cambiamento di coscienza in corso, raccontavano che l'umanità stava attraversando un processo di "risveglio collettivo", che sempre più persone stavano "alzando le loro frequenze", che eravamo alla vigilia di una trasformazione epocale della consapevolezza globale, una nuova era. Pullulavano libri su profezie Maya interpretate a casaccio e sui cambi di era.

Poi nel 2020 è arrivato il periodo pandemente che ha mostrato la reale situazione di sonno e inconsapevolezza delle masse. Tutti hanno ammirato questo gregge che andava a firmare fogli assumendosi la responsabilità di ciò che gli veniva iniettato, sotto ricatto. Quella gente mascherata in solitaria in qualsiasi angolo della città e persino in casa propria. 

E i fenomeni che raccontavano di risveglii collettivi che fine han fatto? Sono ancora lì, a fare soldi. Li troviamo su YouTube con migliaia e migliaia di visualizzazioni e nuove idiozie a piede libero. Il loro business prospera e ovviamente nessuno gli chiede conto di nulla.

La verità è che mai come oggi le persone sono state più addormentate, più dipendenti, più manipolabili. 

Il punto è che tali guru del nulla si sono infilati in una voragine. Marketing. Hanno occupato lo spazio lasciato vuoto dalle tradizioni spirituali ormai collassate su se stesse, incapaci di fornire sostegno reale e risposte alle domande esistenziali dell'uomo contemporaneo, ridotte a burocrazia, perbenismo e ipocrisia. 

In questo deserto spirituale, il ciarlatano prospera. Egli vende l'oppio perfetto per tempi disperati a persone disperate che cercano risposte semplici a problemi complessi.

A persone che sentono il vuoto, che intuiscono che qualcosa non va, che cercano un senso ma che non trovano più nelle istituzioni religiose tradizionali nulla che parli loro davvero.

Di persone "inconsapevoli" ne abbiamo conosciute tante in questi anni. Ma i cosiddetti "risvegliati", quelli che hanno fatto i "corsi di risveglio", sono i più addormentati di tutti.

Almeno gli altri non si illudono di essere "svegli".

Nel deserto lasciato dal sacro, fioriscono i miraggi. E c'è chi corre verso l'illusione, convinto di aver trovato l'oasi.

Falsi movimenti

C'è un film poco conosciuto di Wim Wenders, che si intitola Falso Movimento. 

Il protagonista attraversava la Germania in treno, a piedi, in macchina. Incontrava persone. Ascoltava storie, osservava paesaggi. Eppure non arrivava da nessuna parte. Non perché si perdesse ma perché non sapeva cosa stava cercando.

È un film attualissimo, una diagnosi dell'epoca. 

I filosofi tedeschi dell'Ottocento avevano un concetto molto incisivo: Bildung, che non significa semplicemente "istruzione" o "formazione". Significa il processo con cui una persona diventa se stessa, attraverso l'esperienza, la sosta, l'incontro con il mondo e con i propri limiti. 

Wenders girò Falso Movimento su una sceneggiatura di Peter Handke, che sovvertiva il Wilhelm Meister di Goethe. Wilhelm pur muovendosi non si formava mai. Vagava. 

Oggi si vaga con gli occhi incollati a uno schermo, tra scroll e storie virtuali. Si cambia città, lavoro, partner, identità, con una facilità disarmante. Eppure la sensazione diffusa è quella di muoversi senza spostarsi davvero. Falsi movimenti appunto. 

La Bildung, per Goethe, era movimento: uscire, incontrare, essere cambiati dal mondo. Ma nell'epoca in cui ci si muove sempre e comunque, per lavoro, per noia, per ansia, trasformarsi interiormente richiede il gesto opposto. Fermarsi. Fare resistenza all'accelerazione. Lasciare sedimentare.

Bildung nel mondo di oggi non è un viaggio. È il coraggio di fermarsi.


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L'indifferenza come destino

Nel 1952 Cioran scriveva: «Due vie si aprono all'uomo e alla donna: la ferocia o l'indifferenza; tutto lascia pensare che sceglieranno la seconda, che tra loro non ci sarà né spiegazione né rottura, ma che continueranno ad allontanarsi sempre di più l'uno dall'altra».

Settant'anni dopo, queste parole assomigliano a una mini profezia. Talmente si è alzata la diffidenza e il livello di sfiducia che l'indifferenza non governa tanto la fine delle relazioni, ma impedisce proprio che comincino. Molte nuove conoscenze si spengono per dissolvenza prima ancora di accendersi. Qualche messaggio, qualche uscita, poi il progressivo e disincantato diradarsi dei contatti. Ci si allontana, risposta dopo risposta più fredda, fino al silenzio. Nessun "conflitto", nessun confronto, non serve. La dissolvenza è pura entropia: ci si consuma per inerzia.

La sfiducia attuale tra i sessi conferma la diagnosi cioraniana: tra ferocia e indifferenza, si è scelta la seconda. Ci si allontana, prima ancora di essersi avvicinati.

Trattasi di una forma di ritiro, una stanchezza affettiva che precede l'incontro stesso. 

Come si è giunti a questo punto?

Secondo i dati in Italia, i "single" hanno superato il 33% dei nuclei esistenti, il tasso di natalità è ai minimi storici. 

È palpabile questo clima emotivo collettivo. 

Leggiamo peraltro che oltre tre quarti dei giovani adulti ha sperimentato il cosiddetto "ghosting", ovvero lo sparire improvviso dell'altro senza spiegazioni. Non più eccezione dunque, ma norma relazionale. L'indifferenza si è fatta strutturale. Cioran ci aveva preso.


Il Sacro Graal della finanza

Wanna Marchi si è fatta decine di anni di carcere, come capro espiatorio mediatico mentre ogni giorno migliaia di truffe avvengono alla luce del sole senza che nessuno intervenga.

Su Meta ne circolano a valanghe e non serve a niente segnalare, nulla accade.

Nei mesi scorsi ve ne abbiamo già presentate alcune, oggi ne portiamo in risalto un'altra, la più in voga.

Trattasi di una truffa particolarmente insidiosa che sfrutta il desiderio di guadagno facile e si maschera da opportunità "win-win". In sostanza offrono un software di trading automatico gratuito dove metti dei soldi, il sistema guadagna, e poi si dividono i profitti. Nessun corso da pagare, nessun abbonamento. Solo vantaggi per tutti. Così viene venduto.

Dove sta l'inghippo? In sostanza i tuoi soldi finiscono su un conto che controllano loro, e quando vorrai ritirarli, scoprirai che non esistono più.

Il meccanismo è elegante nella sua semplicità: presentano un software "proprietario" per il trading automatico. Non chiedono soldi per il software stesso. Chiedono solo di depositare capitale per fare trading, e loro prenderanno una percentuale sui guadagni. Sembra ragionevole, no? Se guadagni tu, guadagnano anche loro.

Il trucco sta appunto nel "dove" si depositano questi soldi. Non su una piattaforma regolamentata in cui si ha il controllo. Li si deposita su un conto che loro gestiscono, su una piattaforma che essi mostrano attraverso un'interfaccia che controllano completamente. Si vedranno così numeri che salgono, operazioni che si chiudono in profitto, il capitale che cresce. Tutto falso.

Quando si vorrà prelevare – che sia dopo una settimana o dopo mesi di "guadagni" – inizieranno i problemi: commissioni impreviste, verifiche dell'identità interminabili, problemi tecnici, scuse sempre diverse. Nel frattempo continuano a spingere a depositare altro, magari per "sbloccare" i prelievi o per "raggiungere la soglia minima". E vedendo quei numeri crescere sullo schermo, si verrà tentati di farlo.

Questa truffa è particolarmente efficace perché aggira diverse difese psicologiche. Non stanno vendendo nulla direttamente, quindi non scatta l'allarme del "troppo bello per essere vero" che si attiverebbe davanti a un corso di trading da 2000 euro.

La narrativa del "guadagno condiviso" crea un'illusione di allineamento di interessi: se loro guadagnano solo quando guadagni tu, che rischio c'è?

Mostrano risultati concreti. Non sono promesse vaghe – si vedono operazioni,  numeri,  "profitti". Il fatto che siano completamente finti è irrilevante: l'occhio umano crede a ciò che vede sullo schermo.

Il deposito iniziale spesso non è enorme, proprio per abbassare la soglia di ingresso. Magari 200 euro. "Che vuoi che sia?" si pensa. È quando poi si vorrà ritirare i "guadagni" accumulati che si scoprirà il problema.

Dunque i ciarlatani che propongono tali truffe, in sostanza fanno depositare denaro su piattaforme non regolamentate. Mettono poi grande enfasi sul fatto che "non ti chiediamo soldi" per il software, "È gratuito". Pressano per far depositare soldi rapidamente, trattasi di offerte "limitate", finte urgenze insomma. Mostrano testimonianze entusiastiche di persone che "stanno guadagnando tantissimo". Sono a volte complici, altre volte vittime che ancora non hanno provato a prelevare.

La verità è che non esiste software magico che genera profitti costanti nel trading. Se esistesse, chi lo possedesse non avrebbe alcun bisogno di condividerlo per prendere una percentuale, userebbe tutto il proprio capitale per moltiplicarlo all'infinito.

Il fatto stesso che offrano "gratuitamente" questo strumento miracoloso dovrebbe far capire che o non funziona, o tu non sei il cliente, sei il prodotto. 

Sarà banale sottolineare il funzionamento di tali evidenti truffe, eppure in tanti ci cadono, specialmente quando non si hanno entrate economiche e le si prova tutte per averne qualcuna.

Se proprio si vuol fare il famoso trading algoritmico, esistono piattaforme regolamentate in cui prelevi quando vuoi, senza dare "percentuali" a presunti benefattori che regalano il sacro graal della finanza.

Attenzione dunque all'ennesima truffa che si appoggia ai grandi social network per espandersi. Nessuno interviene mentre i conti si svuotano.

"Eh però Wanna Marchi..."


Illusioni

Questo è il periodo delle inchieste-spettacolo su YouTube, con programmi che promettono di smascherare i potenti, di far cadere gli intoccabili, di restituire "giustizia" al pubblico affamato di vendetta. E il pubblico gode, condivide, commenta. Si sente dalla parte giusta mentre assiste alla rovina altrui.

Va benissimo che certi ipocriti personaggi del mondo dello spettacolo cadano ma teniamo sempre presente che la stessa folla che applaude alla caduta del potente non è moralmente superiore a lui. È semplicemente priva di opportunità.

Il risentimento non è virtù, è impotenza mascherata da moralismo. Chi gode dello scandalo non lo fa perché possiede principi più elevati, ma perché non ha mai avuto l'occasione di corrompersi. La differenza tra lo spettatore indignato e il potente caduto non è etica, è circostanziale.

Mettiamo lo stesso spettatore in quella posizione di potere, con quelle risorse, quelle tentazioni, si comporterebbe diversamente? La risposta è quasi sempre no. L'essere umano non cambia natura cambiando poltrona.

E questo discorso vale anche per la politica, i ciarlatani che stanno in Parlamento si comportano come si comporterebbe chiunque nella loro posizione. 

Questo meccanismo lo abbiamo potuto osservare bene con Beppe Grillo: i politici sono tutti ladri, ora arriviamo noi popolo ad aprire il parlamento come una scatoletta di tonno! No, non funziona così e abbiamo visto come è andata.

Lo stesso meccanismo lo vediamo in questi giorni con il gossip che fa milioni di visualizzazioni.

Quel che sta accadendo è semplicemente che

chi è furbo sta monetizzando il risentimento e la frustrazione costruendo imperi economici sulla fame di giustizia della massa. E la massa si illude di essere migliore, quando è solo meno esposta.

Miserie.


Homo Ludens

Nel gioco infantile, in questa dimensione apparentemente frivola, si manifesta quella che i Greci chiamavano alétheia, ovvero la verità come disvelamento.

Nel gioco, il piccolo umano esprime la propria essenza in forma pura. È qui che si rivela il futuro tiranno o il futuro giusto, il generoso o l'avido, il creatore o il distruttore.

Osservate un gruppo di bambini che gioca: vedrete immediatamente chi comanda e chi subisce, chi condivide e chi accumula, chi costruisce mondi e chi li demolisce per il piacere della distruzione. Nessuna educazione ha ancora insegnato loro a mascherare questi impulsi. Il gioco è diagnosi ontologica.

Questa verità non scompare con l'età adulta, difatti quando le circostanze ricreano una situazione ludica, una competizione, un gioco di società, uno sport, ecco che la maschera scivola. Il manager composto diventa un bambino capriccioso se perde a carte. Il democratico progressista rivela il proprio autoritarismo quando detta le regole del gioco e si trasforma in despota.

Il gioco è rivelazione metafisica: nel momento ludico, l'essere umano smette di performare la propria identità sociale e torna a essere la propria identità profonda.

Volete conoscere veramente qualcuno? Giocate con lui. Osservate come reagisce alla vittoria, alla sconfitta, all'ingiustizia arbitraria delle regole, alla fortuna altrui. Lì, in quel momento di apparente leggerezza, vedrete l'anima nuda.

Il gioco non mente. 


Lobotomia digitale

Adolescenti - creature che dovrebbero essere nel pieno della loro potenza vitale, della loro capacità di trasformare il mondo - ridotti a automi che inseguono palline colorate su uno schermo. 

Innocui svaghi? No. Qui parliamo di ore, giorni, anni dissolti in loop dopaminici progettati a tavolino da ingegneri comportamentali pagati per trasformare il cervello umano in una slot machine. Mentre i loro coetanei di cent'anni fa fondavano movimenti politici, scrivevano manifesti, questi ragazzi combattono contro livelli sempre più difficili di Candy Crush.

 Non è solo colpa loro ovviamente, bisogna allargare il campo per scovarne le responsabilità. Rimane il fatto che se gli adulti non vedono questi scenari con orrore è un problema. 

Un sedicenne che passa ore al giorno a far scoppiare bolle virtuali non sta "rilassandosi". Sta derubando se stesso degli anni in cui potrebbe costruire un'identità, sviluppare competenze reali, creare legami autentici, impegnarsi politicamente, esplorare il proprio corpo nello sport, la propria mente nella cultura. Sta accettando di essere consumato invece di consumare esperienza. 

Lobotomia digitale. Urgono contromisure.


Boomer e pregiudizi

Esiste il pregiudizio onde per cui i nostri papà, i nostri nonni, bisnonni, trisavoli e via dicendo siano, siano stati, erano e furono sempre migliori di noi disgraziati contemporanei. È indubbio che le nostre generazioni abbiano gravi problemi, ma è falso asserire che il problema siamo noi in quanto tali, mentre si ignora il mondo in cui siamo immersi, la cui alienazione è spaventosa e imparagonabile ai tempi loro, tra precarietà, individualismo, famiglie distrutte, violenza bruta, indottrinamento sociale, sovraccarico di informazioni e stimoli di ogni tipo sia nella vita reale che nel virtuale (loro mica hanno avuto i social...) e tanto altro. Loro al nostro posto non sarebbero diversi da noi e lo dimostra il fatto la marea di cosiddetti "boomer" completamente plagiati dai social, alla stregua dei ragazzini, anzi peggio perché completamente incapaci di reggere l'"urto" di simili strumenti.

Qualunque uomo di ogni epoca preso e messo nei tempi attuali non sarebbe diverso da ciò che ci circonda, in generale. Questa non deve essere una giustificazione per non "resistere", ma la verità va detta. Basta con "ai miei tempi, tuo nonno faceva questo, io quello, voi ora non siete buoni a nulla..."

Tradizionalmente si dice che i Santi degli "ultimi" tempi saranno probabilmente molto più grandi dei predecessori, a causa delle prove a cui saranno sottoposti.

                                                    DB

Analfabetismo emotivo

"Questo film non fa ridere." "Questo film non fa paura."

Due frasi che rivelano l'abisso tra cinema e intrattenimento, tra arte e consumo compulsivo.

Quando qualcuno dice "non fa ridere", intende che non c'è la battuta sguaiata ogni trenta secondi, non c'è il tormentone da ripetere al bar, non c'è la caduta sulla buccia di banana. Per lui la comicità è stimolo pavloviano. Non riconosce che il comico può essere Buster Keaton che attraversa un'America in rovina mantenendo la sua dignità, può essere il modo in cui un personaggio si muove nel mondo, la sua inadeguatezza esistenziale. La risata per lui è solo una reazione immediata.

Quando qualcuno dice "non fa paura", intende che non c'è il "jump scare", non c'è la musica che si alza improvvisamente, il mostro che salta fuori dall'angolo buio. Ha ridotto la paura a sobbalzo del sistema nervoso. Non comprende che la paura vera è l'atmosfera che entra sotto la pelle, è lo spazio che si deforma, il tempo che si dilata. È ad esempio The Shining che opprime con i suoi corridoi deserti, è quel film che ti lascia nel disagio senza mostrarti nulla di esplicitamente terrificante.

Il problema qui non è il gusto personale. Il problema è non saper riconoscere le emozioni quando non arrivano come schiaffi in faccia. È il trionfo dell'immediatezza sulla costruzione, dello stimolo sul sentimento, del consumo sull'esperienza. È il mondo di Tik Tok dove non serve aspettare, costruire, abitare un'opera. Basta lo scroll infinito di emozioni preconfezionate, pronte all'uso, usa e getta.

E così si chiama "noioso" ciò che richiede presenza. Si chiama "lento" ciò che rispetta il tempo umano dell'emozione. Si confonde la profondità con l'assenza.

L'analfabetismo emotivo viene così spacciato per gusto personale.

Il cinema si adegua e dà alle masse ciò che vogliono, ecco perché la gran parte di ciò che circola è spazzatura preconfezionata.