Nel gioco infantile, in questa dimensione
apparentemente frivola, si manifesta quella che i Greci chiamavano alétheia,
ovvero la verità come disvelamento.
Nel gioco, il piccolo umano esprime la propria
essenza in forma pura. È qui che si rivela il futuro tiranno o il futuro
giusto, il generoso o l'avido, il creatore o il distruttore.
Osservate un gruppo di bambini che gioca: vedrete immediatamente chi comanda e chi subisce, chi condivide e chi accumula, chi costruisce mondi e chi li demolisce per il piacere della distruzione. Nessuna educazione ha ancora insegnato loro a mascherare questi impulsi. Il gioco è diagnosi ontologica.
Questa verità non scompare con l'età adulta, difatti quando le circostanze ricreano una situazione ludica, una competizione, un gioco di società, uno sport, ecco che la maschera scivola. Il manager composto diventa un bambino capriccioso se perde a carte. Il democratico progressista rivela il proprio autoritarismo quando detta le regole del gioco e si trasforma in despota.
Il gioco è rivelazione metafisica: nel momento ludico, l'essere umano smette di performare la propria identità sociale e torna a essere la propria identità profonda.
Volete conoscere veramente qualcuno? Giocate con
lui. Osservate come reagisce alla vittoria, alla sconfitta, all'ingiustizia
arbitraria delle regole, alla fortuna altrui. Lì, in quel momento di apparente
leggerezza, vedrete l'anima nuda.
Il gioco non mente.