Intossicazione

Tra informarsi ed intossicarsi c'è una bella differenza.

Per decenni il simbolo dell'uomo moderno ipnotizzato dai media è stato il televisore. Poi è arrivato il momento in cui una parte di persone ha smesso di avere la televisione con orgoglio. Niente più TG, niente più dibattiti inutili e propaganda. Bene, e poi?

Sono arrivati gli smartphone.

Il televisore era un apparecchio fisso, in un posto fisso, aveva dei limiti strutturali oggettivi. Oggi quel televisore è in tasca, è sul comodino, lo si consulta in bagno alle tre di notte. Non smette mai di trasmettere. 

Guerre, elezioni estere, catastrofi naturali, decisioni di governi che non sono i nostri, scandali di persone che non conosciamo, fatti di cronaca. Tutto questo materiale entra nella giornata, occupa spazio cognitivo ed emotivo reale, produce stati d'animo come rabbia, angoscia, indignazione, e poi non va da nessuna parte. 

Gli stoici giustamente dicevano di distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non dipende da noi, in modo da investire le proprie energie nella direzione giusta. Come condizione minima per non sprecare la propria vita in uno stato di di passività emotiva e impotenza.

Drogarsi di notizie è l'opposto esatto di questo principio. È il culto dell'eph' hēmin, ovvero ciò che dipende da noi, rovesciato, poiché si forma un'attenzione totale, viscerale, compulsiva verso tutto ciò che non dipende da noi.

Il risultato non è una persona più informata. Lo vediamo, tutta questa informazione non ha prodotto masse più sveglie. Ha invece prodotto persone con opinioni su tutto (confuse) e capacità di concentrarsi su niente. 

Chi si fa il fegato marcio sulle notizie pensa di essere sveglio poiché non distoglie lo sguardo dai fatti del mondo. Ma è una forma di autonarrazione virtuosa che maschera, nella sostanza, un comportamento compulsivo non diverso da quello di chi guarda reel di gatti e culi. Più nobile nell'oggetto certamente, ma identico nella struttura.

Non stiamo affermando di non informarsi su nulla ma c'è da fermarsi e capire che la connessione permanente con annessa costante indignazione non è partecipazione civile e toglie energie dove il singolo può incidere davvero nel suo quotidiano.