In un brano intitolato "Le aquile non volano a stormi", Franco Battiato cantava: "in silenzio soffro i danni del tempo". Non parlava di malinconia. Parlava della capacità di assorbire il malessere di un'epoca, di sentirlo nella propria carne prima ancora che quell'epoca trovi le parole per descriversi. Esistono persone così. Non molte. E non è una questione di sensibilità romantica o di fragilità emotiva, categorie che oggi vengono rivendicate da chiunque. È una struttura antropologica diversa, costoro captano le frequenze disturbate del proprio tempo, captano variazioni impercettibili.
Nietzsche scriveva mentre l'Europa non
aveva ancora capito di essere malata. Simone Weil lavorava nelle fabbriche
perché sentiva fisicamente l'umiliazione operaia come qualcosa che la
riguardava. Kafka descriveva la burocrazia come labirinto soffocante vent'anni
prima che le società rendessero quella visione letteralmente vera. Nessuno
trovò una collocazione perché la società moderna funziona sull'anestesia
collettiva, sul non sentire troppo, non pensare troppo. Chi invece sente tutto,
il cinismo strutturale, la solitudine di massa, il vuoto sotto il rumore,
diventa uno specchio che nessuno ha chiesto. Gli specchi scomodi si isolano, si
patologizzano, si allontanano. Costoro si ritrovano spesso in silenzio, ai
margini, poiché in anticipo sul proprio tempo. Tali anime esistono in ogni
epoca. La loro rarità non è un difetto della specie, è il prezzo che ogni tempo
paga per avere qualcuno che lo veda davvero.
