Separazioni

Coppie che saltano, famiglie che si dissolvono. Un fenomeno sempre più in aumento. I motivi sono molteplici, non è ora nostro intento fare una analisi delle cause.
Ci vogliamo soffermare però su un aspetto, ovvero su quella ricerca dell'impossibile perfezione, quello strano miraggio della persona totale.
Ci spieghiamo meglio, quante volte abbiamo visto coppie dividersi perché "ho trovato chi ha X che il mio partner non ha"?
Basta questo per fare saltare il banco.
Secondo tale criterio nessuna relazione può sopravvivere. Perché ogni persona avrà sempre qualità che l'altra non possiede. È matematicamente inevitabile.
L'idea che esista "la persona giusta" come somma di tutte le qualità desiderabili è fallace. È come cercare un colore che sia simultaneamente rosso, blu e giallo nella loro forma pura. Non esiste, perché le qualità umane spesso si escludono a vicenda.

Qui ormai si vive nella concezione dell'"upgrade" (altro termine inglese buttato a forza nella nostra quotidianità).
Si cambia ogni cosa per migliorarla e anche il partner rientra in questa corsa al rialzo. Il partner diventa un prodotto migliorabile, sempre confrontabile con alternative potenziali. 
Più opzioni si hanno e meno si è soddisfatti, è logico. Perché? Perché ogni scelta porta con sé il fantasma di tutte le scelte non fatte. L'illusione di infinità (social, app) rende ogni relazione confrontabile con milioni di alternative ipotetiche.

L'amore maturo però è una scelta, non un sentimento permanente. È la decisione di accettare che nessuno sarà mai "tutto". Valorizzare ciò che si ha invece di ossessionarsi su ciò che manca.
Costruire profondità invece di cercare ampiezza.

Questo non è "accontentarsi" (termine svilente), ma scegliere consapevolmente la fedeltà all'incompletezza di una persona reale rispetto alla completezza inesistente di mille persone immaginarie. 

L’assenza di natalità e il vuoto del futuro

Negli ultimi decenni, l’Italia — ma non solo — ha visto calare drasticamente la natalità. Non nascono più bambini, o comunque ne nascono troppo pochi per garantire un ricambio generazionale. È un dato demografico, certo, ma anche un segnale culturale profondo: l’assenza di natalità è, in fondo, l’assenza di futuro. Quando una società smette di generare, significa che ha smesso di credere nel domani, o che lo teme. Il futuro, da promessa, è diventato un’incognita scomoda. Viviamo in un tempo che esalta il “qui e ora”. Lo si dice con orgoglio: “Vivi il momento!”, “Carpe diem!”. Ma dietro questa apparente saggezza antica si nasconde spesso una rinuncia. Il vivere solo l’istante, il cercare costantemente il divertimento e l’esperienza immediata, ha lentamente sostituito l’idea di responsabilità e progetto. La responsabilità implica peso, fatica, continuità — parole che oggi suonano quasi stonate in una cultura che misura il valore delle cose in “like” e visualizzazioni. In un mondo che cambia troppo in fretta, l’idea stessa di costruire qualcosa di duraturo sembra quasi un anacronismo. Ma senza progetti, senza un orizzonte che superi la nostra stessa vita, si finisce per non creare nulla che meriti davvero di restare. Le cattedrali gotiche, le biblioteche, le opere d’arte e le città che ancora ci stupiscono nascevano da visioni che guardavano oltre i secoli, da uomini e donne che non pensavano solo al loro presente. Oggi, invece, tutto deve essere rapido, flessibile, sostituibile. Anche le nostre creazioni — materiali e spirituali — hanno la data di scadenza scritta sopra. L’assenza di figli è solo il riflesso più evidente di questa mentalità. Non si fanno figli non solo per motivi economici, ma perché manca il desiderio di trasmettere qualcosa, di lasciare una traccia. È come se ci fossimo convinti che il mondo finisca con noi, o che tanto non valga la pena di investire su un domani che appare incerto. Eppure, una società senza futuro non è solo triste: è immobile. Se non proiettiamo qualcosa oltre noi stessi, se non costruiamo pensando a chi verrà dopo, tutto si riduce a consumo e sopravvivenza. È proprio da qui che dovremmo ripartire: dal recupero del senso di responsabilità, della cura, del tempo lungo. Perché senza futuro — che si tratti di un figlio, di un’idea o di un’opera — il presente smette di avere valore, e il “vivere il momento” diventa soltanto un modo elegante per dire che non sappiamo più dove andare.




Scientismo e nutrizionismo sportivo

Mentre nutrizionisti e preparatori atletici costruiscono piani alimentari millimetrici, alcuni atleti leggendari hanno riscritto le regole a modo loro, ottenendo risultati straordinari.
Sportivi che mangiano "male", che fumano ma vincono lo stesso. 

Qualche esempio.

Quando il Leicester City compì l'impossibile vincendo la Premier League nel 2016, Jamie Vardy era solito bere Red Bull prima delle partite e concedersi regolarmente pasti tutt'altro che da manuale. L'attaccante inglese, arrivato dal calcio semi-professionistico, non ha mai nascosto le sue abitudini alimentari poco ortodosse. Eppure è diventato capocannoniere e simbolo di una delle imprese sportive più incredibili della storia.

Arturo Vidal, il centrocampista cileno, protagonista degli anni d'oro della Juventus, ha sempre rivendicato con orgoglio il suo approccio alla tavola: bistecche, asado, vino rosso. "Mangio quello che mi piace", ha dichiarato più volte, mentre macinava chilometri in campo, anche dopo solenni ubriacature e vinceva scudetti. La sua energia inesauribile e la sua grinta da dove arrivavano?

Il caso di Pietro Mennea poi è clamoroso. La Freccia del Sud, recordman mondiale dei 200 metri, raccontava di nutrirsi principalmente di pasta al pomodoro, anche prima delle corse dei record. Niente integratori sofisticati o regimi ipocalorici controllati: semplicità italiana e risultati da leggenda dello sport mondiale. 

Se davvero esistesse una scienza definitiva dell'alimentazione sportiva, come mai ogni nutrizionista dice qualcosa di diverso?
Uno giura sui carboidrati, l'altro li demonizza. C'è chi predica il digiuno intermittente e chi lo considera una follia per un atleta. La dieta chetogenica è miracolosa o pericolosa? Dipende da chi chiedi. Gli integratori sono indispensabili o marketing mascherato? Le proteine vanno assunte subito dopo l'allenamento o è un mito?
 
La verità è che la nutrizione sportiva è piena di dogmi spacciati per certezze scientifiche, quando in realtà si basa spesso su studi limitati, contesti specifici e, soprattutto, su una variabilità individuale enorme che nessun protocollo può catturare.

Lo scientismo nutrizionale ha creato una religione fatta di grammature, scadenze perfette e supplementi miracolosi. Ma il corpo umano è più robusto e adattabile di quanto i guru della nutrizione affermino.

Bisogna ridimensionare la presunzione che esista una formula magica uguale per tutti. Il corpo umano è complesso.

In un mondo dove dieci nutrizionisti ti danno dieci consigli diversi (tutti "basati sulla scienza"), bisogna diffidare di chi vende certezze assolute sul corpo umano ed imparare ad ascoltare di più il proprio corpo.

A volte i campioni diventano tali proprio perché fanno le cose a modo loro, ignorando il rumore di fondo degli esperti in disaccordo tra loro.