Spensieratezza rubata

Ci sono bambini di quattro/cinque anni che hanno l'agenda più piena di un manager.

Lunedì inglese, martedì nuoto, mercoledì musica, giovedì calcio, venerdì teatro. Non sia mai che "perdano tempo" o restino "indietro".

A quattro, cinque anni invece di scoprire il mondo con meraviglia, imparare la noia, inventare giochi con due cuscini e una coperta, li riempiono già di aspettative, di obiettivi da raggiungere. 

È pochissimo é poi il tempo che rimane per giocare spontaneamente con gli amici del parco, perché "deve sviluppare i suoi talenti".

I bambini hanno bisogno di noia. Di tempo vuoto da riempire con la fantasia. Di ginocchia sbucciate. Di pomeriggi a non fare "niente di produttivo". Hanno bisogno di provare e riprovare senza pubblico, di essere mediocri in qualcosa senza sentirsi inadeguati.

Non stanno preparando un curriculum. Stanno vivendo una fase della vita meravigliosa.

E invece li si carica di ansia da prestazione prima ancora che sappiano leggere. Li si guarda con sospetto se non sono "al livello" degli altri, se preferiscono giocare con la terra invece che imparare la terza lingua. Come se l'infanzia fosse un investimento da ottimizzare e non un tempo prezioso da vivere.

I bambini devono semplicemente  essere bambini. Correre senza meta, ridere, inventare cose. Crescere senza bruciare le tappe senza entrare nelle logiche della competizione perenne.

Spensieratezza rubata.

Piccoli adulti stressati crescono.



Ulisse e le sirene digitali

Nell' Odissea, Ulisse affronta una delle prove più simboliche del suo viaggio: il passaggio davanti all'isola delle Sirene. Creature ammalianti che promettevano piacere supremo, ma il loro richiamo conduceva alla rovina. L'eroe greco, consapevole del pericolo, si fece legare all'albero della nave mentre i suoi compagni remavano con le orecchie sigillate dalla cera.

Dopo secoli quel mito risuona potentissimo nel nostro quotidiano. Ogni giorno, come moderni Ulisse, si naviga in un mare di tentazioni.

Qualche esempio concreto?

Le sirene digitali, il mondo degli smartphone promette connessione col mondo ma in realtà isola. Lo vediamo cosa è accaduto negli anni, strade vuote, ragazzi che escono assieme ma ognuno sta ricurvo sul suo telefono, coppie e famiglie che quando si ritrovano rifuggono negli schermi e potremmo continuare a lungo con l'elenco.

Le sirene del consumo compulsivo che mascherano il vuoto che nessun oggetto potrà mai colmare.

Le sirene dell'ego tentano con la gloria effimera dei social media, dove tutti si mettono in mostra, dove ogni like diventa una piccola dose di validazione, ogni commento una conferma della propria esistenza. L'ego si gonfia mentre si perde connessione con se stessi.

Le sirene della lussuria digitale che operano nell'ombra della privacy dello schermo. Promettono emozioni intense, evasione dalla routine, eccitazione senza conseguenze. Attraverso app, piattaforme di incontri, sussurrano che possiamo avere tutto senza pagare alcun prezzo. In realtà poi accade che famiglie si disgregano, fiducia accumulata in anni si dissolve in un istante, e ciò che prometteva piacere lascia solo macerie di dolore e rimpianto.

Il tutto esattamente come le sirene antiche le quali promettevano per poi condurre alla distruzione.

La differenza tra noi e Ulisse è che lui conosceva la natura del pericolo e si era preparato. Molti di noi invece navigano sguarniti senza corde che tengano saldi. Ci si racconta che "sono solo curiosità", che "non sta succedendo nulla di male", che "posso controllare", proprio mentre le correnti trascinano verso gli scogli.

La saggezza antica insegna che la libertà non è l'assenza di tentazioni, ma la consapevolezza di esse e la scelta consapevole. È necessario dunque riconoscere le sirene per ciò che sono: illusioni che promettono ciò che non possono dare, che offrono piacere momentaneo in cambio di tesori duraturi come l'integrità, la fedeltà, la fiducia reciproca. Gli ancoraggi sono la meditazione, la preghiera, la riflessione onesta su ciò che realmente conta, la coltivazione di relazioni autentiche e la presenza consapevole. È l'impegno verso questi elementi la corda che tiene saldi all'albero maestro.

Videogiochi e social network

Non tutti gli schermi sono uguali.  

I tanto criticati classici videogiochi da console distruggevano la capacità di concentrazione dei ragazzi? Avevano lo stesso effetto dei social media che frammentano l'attenzione?

In un classico videogioco (non parliamo ovviamente dei giochini passatempo dopaminici da smartphone), si è dentro un mondo, c'è un obiettivo, una sfida, un percorso. L'attenzione non viene dispersa ma concentrata, orientata verso un fine.

I social media, al contrario, sono un flusso infinito di frammenti sconnessi. Non c'è una meta, non c'è una narrazione. Si scrolla in un eterno presente discontinuo, dove ogni contenuto nega quello precedente e annuncia quello successivo, senza mai costruire un senso compiuto.

Quando l'attenzione di un giovanissimo viene costantemente frammentata, è l' identità ad andare in confusione poiché l'io si costituisce attraverso la continuità dell'esperienza, attraverso un filo narrativo. Se questo filo si spezza ogni tre secondi, si diventa una collezione di istanti sconnessi. 

Il filosofo William James scriveva che "la mia esperienza è ciò a cui acconsento a prestare attenzione". Ma quando l'attenzione è catturata, algoritmo dopo algoritmo, da meccanismi progettati per trattenerla, cosa rimane?

I social media sfruttano un principio ancestrale della mente: l'attrazione verso il nuovo. Offrono novità come fine a sé stessa, come pura stimolazione senza contenuto.

L'attenzione è la forma più pura di libertà che si possiede. Decidere a cosa prestare attenzione significa tutto, a partire dal tipo di persona che si vuole diventare. 

Quando si cede il controllo dell'attenzione a meccanismi esterni, si diventa inautentici, guidati dal flusso impersonale della distrazione collettiva.