Il decadimento artistico non è una questione generazionale

 

Ogni volta che si critica la musica contemporanea puntuale arriva chi afferma "Anche ai nostri tempi i genitori dicevano che la musica che ascoltavamo non valeva nulla!".

No... mettere sullo stesso piano fenomeni musicali profondamente diversi è scorretto. Quando i genitori criticavano i Beatles, i Led Zeppelin, i Pink Floyd o gli Iron Maiden, contestavano artisti che componevano, sperimentavano, costruivano melodie, sviluppavano arrangiamenti e contribuivano, ciascuno a modo proprio, all'evoluzione del linguaggio musicale. Si poteva amarli oppure detestarli, ma esisteva un lavoro creativo concreto da discutere, un universo sonoro da esplorare, una personalità artistica da riconoscere.

Oggi, invece, se guardiamo ai vertici degli ascolti su YouTube, con nomi come Geolier, Sfera Ebbasta, Anna Pepe e Shiva, ci si chiede quale sia l'idea di musica dominante. Non c'entra nulla il conflitto generazionale.

Qui il problema non è che questi "artisti" siano giovani, che utilizzino un linguaggio diverso o che non suonino come i musicisti di quarant'anni fa. Il problema è un modello produttivo nel quale la componente musicale tradizionale (melodia, armonia, esecuzione strumentale, arrangiamento) è sempre più marginale, mentre assumono un ruolo centrale le basi programmate, i loop, le formule con voce elaborata, spesso attraverso l'Auto-Tune. La differenza rispetto al passato non può essere liquidata dicendo che ogni generazione considera mediocre la musica della generazione successiva. Bisognerebbe almeno confrontare i linguaggi, le tecniche, le ambizioni creative e i risultati. La musica può evolversi, contaminarsi, rompere ogni regola e reinventarsi. Ma se, per difendere qualsiasi prodotto contemporaneo, l'unico argomento rimasto è che "anche i nostri genitori criticavano la musica che ascoltavamo", non ci siamo..

Questa non è una sterile guerra tra generazioni, c'è da comprendere come si è giunti ad un degrado musicale di tal portata, specchio dell'attuale società. Tutelare i ragazzi da tale accozzaglia musicale è un dovere di ogni genitore.


"Oriente e Occidente" di Mario Liverani

Nelle scuole insegnano che l'Occidente è nato in Grecia dal nulla, già formato e completo, mentre l'Oriente restava fermo a guardare, impantanato nel suo dispotismo.

Nel libro "Oriente e Occidente", il grande studioso Mario Liverani mostra che questa visione è una favola. Scrittura, città, amministrazione, monarchia, il sapere dei cieli e dei numeri, tutto discende da Mesopotamia ed Egitto, e il Mediterraneo ha ereditato ogni cosa prima di dimenticare da chi. La frattura tra i due mondi non è un dato della storia ma una trovata ideologica. Una propaganda da cui discende ancora oggi il lessico con cui si blatera di scontri di civiltà, di valori nostri e valori loro. Chi crede di difendere un'identità pura sta difendendo un'invenzione vecchia di venticinque secoli. Le radici di cui tanto si parla stanno in larga parte a Oriente, tra Babilonia e Menfi. Prima di difenderle, bisognerebbe sapere almeno dove sono...

Quelle radici che qualcuno vorrebbe difendere dall'Oriente affondano proprio in Oriente.

Adolescenti silenziosi

C'è questa malsana ideologia che "l'andare bene a scuola" sia una prova di maturità.

Se il figlio se la cava a scuola allora va tutto bene, il genitore si considera assolto.

Il fatto che dei giovani non pongano mai una domanda propria, che non provino curiosità per un libro che non sia assegnato, per una musica che non sia nelle cuffie di tutti, per un fatto del mondo, per nessun argomento in particolare, per questi genitori non è preoccupante.

Un ragazzo dai quattordici ai diciotto anni, se è vivo, ha fame. Si ossessiona per qualcosa, magari una band, un gioco, una guerra, un'idea sbagliata e ardente, una stupidaggine, purché sua. Ha opinioni sgangherate che difende con furia. Fa domande scomode a tavola. Se tutto questo manca, se davanti a te c'è un adolescente che non vuole niente, non sa niente e non chiede niente, si limita a scrollare sullo smartphone e prendere voti a scuola... be' sappiate che nulla sta funzionando. La frase "I giovani sono tutti così" non assolve nessuno.

A molti genitori fa tanto comodo non accorgersi di niente. Il voto scolastico è un dato che li rassicura e lo raccontano con fierezza agli altri, e questo gli basta. Evitano la fatica di sedersi davanti a un figlio e scoprire, in dieci minuti di conversazione vera, che non ha nulla da dire, nessuna passione interiore che brucia. Quella scoperta li costringerebbe a farsi magari delle domande.

Meglio evitare..

I ragazzi non sono vasi vuoti che si riempiono da soli a scuola, respirano l'aria di casa. In un luogo dove i genitori non hanno passioni, dove la sera è televisione e telefono, dove nessuno cita un libro o difende un'idea, il figlio impara che vivere significa adempiere e poi svagarsi. E la applica.

Poi si dirà che è l'epoca, che gli schermi li hanno storditi, che la scuola non stimola ecc

Verità parziali, scaricare tutto sull'epoca è il modo più comodo per non guardarsi allo specchio.

Questi ragazzi diventeranno degli adulti, magari competenti in qualche settore ma inerti e passivi.

Arriveranno a trent'anni con un curriculum ordinato e un'interiorità deserta.

Ma che importa, lo studente Luigino ieri ha preso 8 in pagella e tutto va alla grande.

Ecco come si spegne il futuro di un Paese.


Sexting

Lo chiamano sexting, l'ennesimo inutile inglesismo, perché la parola inglese nobilita qualsiasi cazzata.

Ogni cosa, per sembrare seria, deve arrivare da oltreoceano.

Si sente dire che oggi si corteggia molto meno, mentre le richieste e i messaggini su instagram crescono di giorno in giorno. Ovviamente... intere generazioni crescono senza aver mai tollerato l'attrito di un'altra persona in carne e ossa, e non sanno più leggerla.

Il maschio impara la femmina da un flusso di immagini, la femmina impara il maschio da una fila di richieste. Si fraintendono perché non si frequentano, e non si frequentano perché ogni incontro reale esige quel sano imbarazzo, quella presenza, che il telefono ha insegnato a evitare. Ci si nasconde dietro schermi.

Ma la tecnologia è solo un aspetto.

Abbiamo poi altri fattori come il solito politicamente corretto. L'apprezzamento per strada, che un tempo era un'audacia, a volte una goffaggine, oggi si chiama con un altro patetico anglicismo: "catcalling". Un reato morale.

Il risultato è una generazione di maschi terrorizzati e di femmine abituate a leggere ogni sguardo come un'imputazione. Nessuno osa più dire una parola di troppo, nessuno osa più fare un passo falso, e allora nessuno fa più alcun passo. Poi però dietro il buio degli schermi si scatenano tra anonimato e oscenità di qualsiasi genere.

La prudenza politicamente corretta, inglesismi farlocchi e la comodità degli schermi si danno la mano, e tra i due sessi si scava un fossato sempre più profondo.


Si può fare a meno dello smartphone?

Chi oggi può permettersi di non usare uno smartphone?
Obiettivamente nessuno e chi dice il contrario sta delegando qualche funzione a conoscenti che lo hanno. 

Funziona così, nessuna tecnologia si impone da sola, la si rende necessaria eliminando ciò che le stava accanto. Si fa sembrare naturale una decisione presa da qualcuno, con interessi precisi..

Il primo interesse è la tracciabilità. Lo sportello non registrava nulla di te, la procedura digitale registra tutto, chi sei, dove sei, che cosa paghi, a chi scrivi, quando entri e quando esci. Il telefono è un guinzaglio che il cittadino compra, ricarica e porta con sé di propria iniziativa.

Il secondo è la revocabilità. Quando l'accesso al denaro, ai servizi, al lavoro e alla scuola dei figli passa da un profilo, ogni diritto diventa sospendibile con un clic. 

Il terzo è la docilità che nasce dalla dipendenza. Chi non può fare a meno di un sistema ne accetta le condizioni, tutte. 

Le tre cose, prese insieme, descrivono un cittadino sempre leggibile, sempre sospendibile, sempre conforme. 

Nessuna di esse ha richiesto una legge che obbligasse a possedere un telefono. Nulla è obbligatorio, ma è come se lo fosse.

Lo smartphone è solo il supporto materiale di una trasformazione più antica, in cui il diritto smette di essere qualcosa che si possiede e diventa qualcosa che si ottiene, di volta in volta, a condizione di essere identificabili. 

È una scelta politica, nessuno ha mai potuto sceglierla. Ciò che si decide altrove arriva a noi con il nome di progresso, e il progresso, per definizione, non si discute.

Non hanno tolto la libertà di vivere senza telefono, hanno tolto tutto il resto, e il telefono è rimasto l'unico modo di riaverlo.