Prospettiva sanitaria o approccio multidisciplinare?

 In una situazione “pandemica” il punto di vista del personale medico operativo non è la migliore fonte di informazione per avere una visione d'insieme dei fenomeni.

Se chiedo informazioni a un soldato al centro di uno scenario di guerra, durante la fase più dura della battaglia e magari dopo giorni di presidio incessante, secondo voi il suo punto di vista sull'esito e l'andamento della guerra sarà attendibile o compromesso dall'emotività del momento, dalla stanchezza, dall'esasperazione? Aggiungiamo poi che a questa situazione si sommano varie pressioni psicologiche dovute al senso di responsabilità, aspettative dell'opinione pubblica, frustrazioni di vario genere. Ricordiamo poi che lo scenario in cui si muove suggerisce un persistente senso di mobilitazione e di precarietà, nonchè di pericolo, a cui il soldato reagisce con risposte a cui è stato educato e condizionato, in uno stato di pre-comprensione ideologica.

Ora, un infermiere che si trova nell'occhio del ciclone ha esattamente questo punto di vista. La sua valutazione ci parla della sua esperienza, che è limitata al luogo in cui opera e a una sua percezione che passa attraverso numerosi filtri emotivi, compresi quelli della stessa propaganda mediatica che "gli racconta" se stesso, il suo dramma, il suo eroismo. Non è possibile estendere questa prospettiva a una valutazione generale: la regola generale è che chi è più coinvolto è il meno indicato a valutare alcunchè.

Una “pandemia” ha nella dimensione sanitaria solo una delle sue dimensioni: una sua valutazione non può che passare attraverso un approccio multidisciplinare (sociologico, economico, politico, geopolitico, storico, antropologico) che medici e sanitari non sono tenuti ad avere. Limitare la propria valutazione alla prospettiva sanitaria o dei sanitari, non solo circoscrive la questione a una dimensione periferica, ma qualora questa prospettiva venga assolutizzata, ne falsa completamente gli esiti.



Il "negazionismo" pandemico secondo gli psichiatri

 "Chi nega o minimizza la pandemia lo fa per paura": quante volte l'avete sentito dire? Secondo questa caricatura - che pare avere molto successo, tanto che oggi è l'argomento più cavalcato dagli "affermazionisti" - il "negazionista" sarebbe frutto di una regressione emotiva che lo porterebbe, per incapacità di accettare la realtà, a negare i fatti che la scienza dimostrerebbe incontrovertibilmente.

L'argomento ha successo perchè permette in un colpo solo di squalificare l'interlocutore, le domande che pone e gli argomenti che porta. In pratica, permette di esimersi dall'affrontare la questione sul piano e nei modi propri dei critici della versione mainstream, ossia quelli della razionalità e del buon senso. Come? Relegando il "negazionista" fuori dall'ambito della ragione, che è quello del diritto e del discorso. Gli psichiatri, principali sostenitori della tesi, ancora una volta subiscono la tentazione di farsi cani da guardia del potere.

Non conta che l'ipocondria di massa appaia, quella sì, patologica e incompatibile con una vita sana e sensata. Non contano i suicidi per disperazione di chi crede a un ambiente che si rappresenta costantemente come una minaccia alla sopravvivenza e al futuro. Non conta l'incremento del consumo di alcol, droghe e psicofarmaci utilizzati per tentare di sfuggire all'alienazione di un mondo che risponde alle logiche di un nosocomio o di un carcere globale. Non conta una società vittima di un fenomeno di regressione tale da credere ciecamente alle favole perchè a raccontarle è una voce che, autoritariamente, si proclama autorevole.

Non conta nulla. Per loro i malati di mente siete voi: quelli che dissentono, quelli che si interrogano, quelli che vogliono vivere.



Il dramma dell'elettorato democratico americano

 Il dramma dell'elettorato democratico americano è il medesimo della sinistra europea degli ultimi trent'anni - con una specifica tonalità d'oltreoceano, s'intende.

Dietro l'etica ingenua del progressista da supermercato e da fast-food, fatta di retorica pro-immigrazionista, pro-lgbt+, anti-razzista e anti-fascista (con tutto ciò che il termine "fascismo" significa per l'americano medio), non si nascondono cattive intenzioni, ma appunto una visione idealizzata e irrealistica della realtà, dove pesa da una parte una reazione generazionale al bigottismo borghese/protestante, e dall'altra certi stereotipi culturali che la cultura di massa e i mezzi d'informazione diffondono ad ampie mani con intenzioni non troppo limpide. L'elettorato democratico medio, dunque, è composto da figure tutto sommato innocue, anche politicamente, perchè se arrivassero ad organizzarsi realmente sulla base dei presupposti che sposano, giungerebbero presto a capire che qualsiasi discorso politico è destinato a sfaldarsi e crollare se edificato su fondamenta ideologiche tanto inconsistenti.

Dove sta dunque il dramma? Che dagli anni '90 le buone intenzioni di questi soggetti sono cooptate dai gruppi d'interesse neoliberali e mondialisti, i quali condividono pubblicamente con la sinistra ingenua slogan e linguaggio, millantando ad alta voce una solida volontà di giustizia, diritto e libertà sociali, mentre coltivano ideologicamente e manifestano concretamente nella prassi politica l'idea di una società tutt'altro che giusta, tutt'altra che equa, tutt'altro che libera. In pratica, attirano queste masse di elettori-bambini con le caramelle, per rubarne poi il voto e l'innocenza.