Black Metal, una tensione verso la trascendenza

Nel 2006 uscì per Settimo Sigillo uno stimolante saggio di Luca Leonello Rimbotti dal titolo "Rock duro anti-sistema. Heavy metal, tradizione e ribellione", il quale , seppur rivedibile dal punto di vista documentale, è da segnalare soprattutto per la tesi sociologica che lo sostiene, la quale getta una luce tutt'altro che scontata su un fenomeno culturale di massa (e in particolare su alcune sue correnti meno popolari e più controverse) che i più liquidano essenzialmente come espressione di superficialità giovanile (o cronica immaturità, quando si protrae nel tempo), mera contestazione stereotipata o semplice cattivo gusto.
  
Portiamo l'attenzione su questo testo perché recentemente, con dei cari amici che come noi hanno trascorso l'adolescenza e la tarda adolescenza all'interno di tale ambiente - stiamo parlando degli anni '90 -, ci si è interrogati sul senso di quella permanenza, e come a partire da tale cultura, apparentemente così nichilista e dissacrante, sia stato possibile giungere poi a cercare e riscoprire orizzonti di senso apparentemente antitetici, come il recupero delle nostre radici europee, la nostra spiritualità, il senso dell'identità e del sacro, la ricerca della trascendenza e delle fondamenta permanenti dell'etica e del politico. Abbiamo constatato come, seppur non scontato, tale percorso non fosse poi così raro, riguardando anche altre nostre conoscenze, e che le risposte che nel tempo eravamo giunti a darci indipendentemente convergevano essenzialmente con la tesi sostenuta nel libro. Comune era anche il disagio che provavamo di fronte a tale passato, perché nonostante ad entrambi il percorso apparisse lineare e assolutamente consequenziale, percepivamo la difficoltà di trasmettere quell'esperienza di senso - e di traslazione di senso - a coloro che non l'avessero vissuta direttamente.
In particolare, ci eravamo orientati verso le correnti più estreme del genere, soprattutto dal punto di vista concettuale, che allora appartenevano ancora a una dimensione underground non ancora addomesticata ed emersa. Gli anni '90 furono per l'extreme-metal un grande laboratorio di estetiche e tematiche che essenzialmente le decadi successive avrebbero compendiato ininterrottamente, spesso banalizzandone e neutralizzandone la carica eversiva, paradossalmente canonizzando forme ed espressioni nate invece con un genuino intento di rottura. Gli anni '90 furono essenzialmente l'epoca del black metal nord-europeo, probabilmente l'ultima grande sottocultura giovanile che abbia avuto un autentico impatto sociale, a causa soprattutto delle attenzioni mediatiche ricevute grazie agli eventi di cronaca nera che ne accompagnarono gli esordi, e che portarono molti tra sociologi, religiosi e autorità a interrogarsi su come interpretare l'urgenza che tale movimento esprimeva. Diamo per scontato che chiunque legga sappia cos'è il black metal e abbia perlomeno un'idea delle sue origini e delle correnti tematiche che lo caratterizzano. Per quanto riguarda il primo punto esiste un'ampia letteratura che chiunque sia interessato a conoscere le origini del fenomeno può facilmente reperire; per quanto riguarda il secondo punto, invece, ci limitiamo a dire molto sinteticamente e a rischio di un'eccessiva semplificazione, che a partire da una cornice che potremmo definire come "satanismo medievale", ossia un pittoresco immaginario fatto di demoni, evocazioni diaboliche e sabba di streghe, con una decisa presa di posizione dissacrante e anti-cristiana, il repertorio del black metal si è progressivamente arricchito di suggestioni pagane e neo-pagane, ultra-nichiliste o superoministe, fino ad accorpare anche elementi di natura politica, segnatamente di ultra-destra o iper-reazionari. Una particolare attenzione la ricevette sin dalle origini l'opera di Tolkien, seppure declinata in direzione invertita e pertanto incompatibile con gli intenti dell'autore; tale elemento, credo, non sia secondario ai fini della nostra riflessione, visto che una analoga fascinazione è stata abbondantemente vissuta (e spesso consumata) nel ventennio precedente dai movimenti con tendenze spirituali all'interno dell'estrema destra, cosa questa che in qualche in modo denota tensioni ideali comuni e non di rado esiti affini nelle vicende biografiche di chi condivise quegli ambienti così distinti, i quali solo raramente - e spesso in modo paradossale - finirono per incontrarsi e convergere.

Se pensiamo a quale visione del mondo la società in cui vivevamo ci invitava ad aderire passivamente, comprendiamo senza difficoltà perché istintivamente nell'adolescenza ci orientammo verso alternative tanto chiassose. Di fatto, la cultura di massa che si basava essenzialmente su una ricetta di distrazioni ed anestetici, propedeutici a una partecipazione attiva/passiva alla società dei consumi, di fatto non poteva appagare una certa inquietudine tipica di soggetti che l'indottrinamento standard, il quale passava attraverso famiglia, scuola e varie associazioni del tempo libero, non aveva mai persuaso in  modo troppo efficace. Tali soggetti, che non consideriamo necessariamente più intelligenti o lungimiranti del giovane medio, ma che ci limiteremo a definire semplicemente "cortocircuitati", non trovando appagamento nel repertorio di autorappresentazioni che venivano loro suggerite nel catalogo della cultura mainstream, venivano facilmente cooptati dai vari movimenti presenti nell'underground delle culture giovanili, i quali  supplivano a tale carenza con un ampia gamma di surrogati. A indirizzare il giovane outsider nella propria scelta identitaria erano fattori spesso contingenti, come frequentazioni comuni o prossimità a particolari centri logistici, ma non di rado era una autentica tensione ideale verso ciò che si riteneva meritevole del proprio tempo e della propria attenzione.
Ci chiediamo ora: come non essere anti-cristiani quando l'unico volto del cristianesimo che si conosceva allora era quello disfatto della sua deriva sociale, frutto putrido del Concilio, fatto di perbenismo da parrocchia, centri estivi e cerimonie leziose a cui pure il prete si annoiava? Non era ancora la stagione degli arcobaleni, ma i colori erano già quelli, e nei nostri ricordi d'infanzia c'erano soprattutto cartelloni color pastello, pieni di fiori e di scritte stucchevoli, con un Cristo di spalle che camminava verso il tramonto tenendo bambini per mano. Ci chiediamo quanti si siano persi in direzione di quel tramonto, perché la stretta non era abbastanza forte.

Non si priva impunemente una generazione intera della guerra, anche se si tenta di allevare eunuchi. Una buona porzione non sarà accondiscendente, perché la necessità di combattere è insita nell'uomo. La guerra esiste perché il mondo non è un paradiso; una buona ragione per combattere la si troverà sempre. Se esiste un'etica, esiste il conflitto: per cercare di inibire l'innato istinto che nell'uomo chiama a combattere per ciò che egli ritiene giusto e desiderabile, si è dovuto prima di tutto rimuovere l'idea di qualsiasi assoluto. Le generazioni precedenti alla nostra erano ancora capaci di pensare il cambiamento in vista di valori che ritenevano assoluti: a partire dalla nostra, invece, questo è di fatto divenuto impossibile. La perdita della passione politica e della militanza che contraddistinsero le nostra generazione e quelle successive è appunto dovuta all'aver amaramente sperimentato il fallimento delle grandi ideologie e lo scacco della politica che muove dalla base. Le generazioni precedenti alla nostra surrogavano la guerra nella militanza politica: per la nostra, invece, la violenza ideale è un grande rimosso, e il bisogno di militanza è stato surrogato in vari modi, più o meno efficaci. Alcuni scelsero ad esempio lo stadio; altri, scelsero la musica.

Non a caso la metafora bellica è un luogo classico della poetica extreme-metal. Anche l'idea di élite, di far parte di un gruppo appartato e distinto che lotta per la propria difesa o supremazia, lo è. Ma lo è pure l'idea anti-cristiana (di quel cristianesimo della banalità e della debolezza di cui parlavamo sopra), a cui si contrappone una sorta di misticismo senza oggetto, o di mistica invertita, che desidera, prega o invoca maschere e fantasmi, tra mitologia e letteratura. Nessuno che abbia realmente vissuto all'interno della cultura black metal negherà che esso fosse (per alcune sacche di resistenza lo è ancora) una parodia, o un surrogato, di religione: un termine frequentemente utilizzato per definirlo è appunto quello di "culto", non raramente "fede". Altre due parole sono frequentemente utilizzate per caratterizzarlo, termini che tradiscono un profondo anelito alla trascendenza e al sacro: "puro" e "vero". Crediamo ma sarebbe qui troppo lungo argomentarlo e ci limitiamo semplicemente a fornirne la suggestione, che il black metal, nella sua forma genuina ed autentica, ossia quella coltivata nell'underground delle origini, e custodita ancora al di fuori dell'industria musicale da pochi fedeli, andrebbe studiato oltre che come fenomeno artistico, anche nella sua valenza di movimento neo-spiritualista.
E veniamo così alla tesi di Luca Leonello Rimbotti, a cui all'inizio abbiamo accennato. Riferendosi genericamente all'heavy metal scrive:
 
"Questa musica veicola idee, disposizioni, attitudini, simbolismi, ritualità, mitemi, tipologie, che, pur nella loro superficialità scenica, spesso a sua volta inquinata da astuzie commerciali, vanno incontestabilmente nella direzione di un recupero di sparsi ma consistenti brandelli della Tradizione europea". E ancora: "In questa musica potente rivive l'Eroe, rinasce la Saga, si rianima il Mito, si rivendicano l'Onore, la Fedeltà, la Fede, si celebrano il Destino, il Mistero e il mondo Arcano della Magia (...)".

Concordiamo pienamente con quanto scrive, e crediamo che il black metal abbia massimizzato e incarnato queste istanze in maniera esemplare. Siamo stati salvati da un appiattimento omologante proprio dall'aver rinvenuto in quella cultura un orizzonte critico e una provocazione capaci di impedire la rassegnazione a quella sconfitta della lotta per il senso a cui invece abbiamo visto molti coetanei soccombere. Praticamente una generazione intera. Crediamo inoltre che in noi abbia preparato il campo, con la corrosione di certi luoghi comuni e assuefazioni ideologiche, a nuove prospettive intellettuali e spirituali verso cui ci saremmo incamminati negli anni successivi. In tutta la sua paradossalità,  sono convinto che nella nostra formazione sia stata un fenomeno positivo a cui dovere riconoscenza.
Crediamo tuttavia che come per alcuni fu medicina, per altri fu veleno, secondo la tradizionale ambivalenza del termine greco pharmakon. Come scrisse un saggio esoterista dei primi del '900: "Non è raccomandabile confondere i simboli, perché in tal modo si confondono facilmente anche le forze che stanno dietro di essi". Le vicende di sangue che accompagnarono il periodo classico del genere lo testimoniano a monito perenne: non si evocano impunemente certe forze, risiedano esse negli inferi o nel subcosciente, se non si ha la certezza di poterle dominare. Beninteso, la sfida non è per tutti.



Il signor Raab di Fassbinder, simbolo della postmodernità

Germania, fine degli anni '60: le industrie sono in netta ripresa, la piccola e media borghesia tedesca si rafforza sempre più ed avanza indisturbata, la sconfitta della guerra  è oramai alle spalle, la società si avvia verso una progressiva finanziarizzazione, speculazioni e corruzione divengono fenomeni integranti del processo di ricostruzione tedesco, iniziato a metà degli anni cinquanta.
Fassbinder ed altri registi coetanei tra cui Werner Herzog e Wim Wenders, consapevoli di ciò che stava accadendo, diventano inevitabilmente i protagonisti di una critica radicale al modello capitalista.
Un archetipo che opera in un rovesciamento di prospettiva copernicana, in un’ epoca in cui le leggi economiche prendono il sopravvento e non sono più subordinate alle esigenze e agli scopi della comunità.

E così nacque il cosiddetto “Nuovo Cinema Tedesco”, gli autori citati iniziarono a produrre parecchi film a basso costo ispirati a Bunuel, Brecht e sulla scia della Nouvelle Vague francese.
In particolare R.W. Fassbinder, che nel 1968 si distinse con il film “Warum luft Herr R. Amok?”.
Una semplice storia che ritrae l'anemica vita quotidiana del signor Raab, un professionista con un lavoro dignitoso, una bella moglie ed un figlio come tanti.
Un uomo normale insomma, distaccato e senza particolari eccessi, lavora, accompagna sporadicamente la moglie a far compere o a visitare le amiche, passa le serate in casa con la famiglia guardando la televisione, esce con i colleghi, cerca di fare carriera, aiuta il figlio a fare i compiti e va a parlare con la sua insegnante.
Le sue relazioni sono piatte, senza slanci ed affetti ed egli non fa altro che galleggiare in questo suo finto equilibrio partecipando da spettatore alle cene che la moglie organizza durante il weekend.
Raab pian piano diventa sempre più apatico, inerte, demotivato, fiacco e quasi incapace di comunicare, ripetendo sempre gli stessi gesti meccanizzati.
Un'unica scintilla vitale la sprigiona, quando un amico di vecchia data viene a trovarlo ed insieme rievocano, impavidi, la loro infanzia tra gli sguardi perplessi della moglie.
Fino a che un giorno, durante una banale conversazione della consorte con la vicina di casa, il signor R. prende un candelabro e con un colpo alla testa uccide prima la vicina, e poi la moglie ed il figlio.
Il tutto con la solita imperturbabilità. Il mattino dopo va al lavoro, ma invece di recarsi alla sua postazione si chiude in bagno e si impicca.
Le motivazioni sono troppo chiare per essere spiegate: la sua non è nè ribellione nè follia, ma solamente la presa di coscienza di un contesto che reprime ogni impulso spontaneo e regolamenta ogni fase dell'esistenza, in un programma di annichilimento sistematico dell'individuo.

Con un impianto semidocumetaristico, il primo film a colori di Fassbinder è un' agghiacciante affresco della società borghese occidentale.
La regia del cineasta tedesco trasuda assoluta impersonalità nel fotografare l' ordinarietà della vita di un mesto impiegato industriale.
La regia è volutamente approssimativa, ogni sequenza è difatti risolta con un' unica ripresa a mano che passa da un personaggio all' altro, tra luci naturali tendenti a colori smorti, che accentuano così il senso di claustrofobia.
La vacuità e il decorativismo che descrivono il suo stile di vita sono continuamente amplificati dall'ambiente in cui il personaggio vive e si muove e dagli oggetti di cui si circonda.
Egli sguazza nell’ anonimato, solissimo in questa festa degli oggetti, che a loro volta sono impotenti nel dare un senso alla sua vita.
Gli attori si muovono in modo schematico scontrandosi, con il naturalismo della scenografia da un lato e con quello dell' inerte eloquio dall'altro.

Raab, assoggettato indissolubilmente ad abitudini e regole conferite, è incapace di formulare i termini di una rivolta, di un riscatto qualsiasi nei confronti della società, più percepisce di essere defraudato e più si inaspriscono in lui bramosie ed illusioni.
Coglie l'impossibilità nell' esprimersi in un’ epoca estenuata in cui ogni sogno di avvenire sembra delirio o impostura. In lui vi è l’assenza di qualsiasi sentimento che non sia insofferenza verso se stesso, in uno scivolamento lento e inesorabile, in uno stato di insensibilità in cui non pare esserci via d’uscita.
Il protagonista sembra così aderire a un destino tragico, anche le relazioni amorose sono rappresentate come esempi lampanti di rapporti di produzione fatti di convenienze forzate e incomunicabilità.

Fassbinder cercò di trasmettere l’impotenza di coloro che colgono la decadenza, che non riescono a combatterla, ma neppure ad incoraggiarla facendola sviluppare in modo che si esaurisca, permettendone l'avvento di altre forme.

D'altronde a torto ci immaginiamo la figura del Signor R. come qualcuno che abdica, si ritira e si tiene in disparte rassegnato alle sue miserie e alla sua condizione di relitto, ma se lo osserviamo bene scopriremo in lui un ambizioso, un deluso, un aggressivo, un amareggiato ed i suoi incubi sono sempre connessi ad una matrice culturale borghese, ad un sadico gioco al massacro che trascinando l'altro nel baratro è in realtà prima di tutto un suicidio.


Le pericolose ideologie di Kinsey e Money

Facciamo subito una premessa fondamentale: nessuno vuole ASSOLUTAMENTE accusare il mondo lgbt o i singoli membri o le singole associazioni di fare propaganda per la sessualità minorile. Su questo bisogna veramente essere molto chiari. Tuttavia è necessario comprendere come ci sia un legame indubbio tra l'idea di uno sdoganamento della sessualità infantile fin dalla più tenera età, e quella che possiamo chiamare ideologia di genere.
Da questo punto di vista è assolutamente necessario comprendere innanzitutto cos'è il gender. 
Quando qualcuno dice “il gender non esiste”, in realtà mente sapendo di mentire. Ma, in qualche modo, esprime un fondo di verità perché non esiste un’ideologia gender caratterizzata da un libro sacro e dei punti di riferimento. Esiste più che altro una tendenza, che possiamo identificare come ideologia gender, una tendenza che nasce negli Stati Uniti a partire dalla rivoluzione sessuale degli anni 50 – 60 che afferma l'inesistenza di fatto della dicotomia sessuale maschio/femmina e l'esistenza invece, in realtà, di una sorta di ventaglio di possibilità che vanno dal maschile al femminile “etero” fino all'omosessualità, passando per un'infinita serie di passaggi intermedi, una sorta di ventaglio della sessualità.
Questa idea la ritroviamo, prima ancora che si parli di ideologia di genere o di gender, così come poi era inteso nei decenni successivi, già con Alfred Kinsey che è stato il grande promotore della rivoluzione sessuale negli Stati Uniti, un uomo estremamente legato ai poteri forti.
La sua opera è stata sponsorizzata e pubblicata col beneplacito della fondazione Rockefeller negli Stati Uniti, negli anni 50. All'interno della sua opera, che costituisce in qualche misura la miccia che fa detonare la rivoluzione sessuale, prima negli Stati Uniti e poi in tutto il mondo occidentale, troviamo un chiaro riferimento a quelle che poi saranno le basi del gender: l'idea che sia possibile passare attraverso una scala – che poi è stata proprio chiamata “scala Kinsey” – da un livello di eterosessualità a un livello di totale omosessualità. Questi concetti secondo Kinsey sarebbero in realtà caratteristiche tipiche solo di pochi individui: cioè i veri “eterosessuali” e i veri “omosessuali” sarebbero pochissimi, mentre la stragrande maggioranza della popolazione ondeggerebbe, trasmigrerebbe attraverso queste due categorie in un'indefinita quantità di sfumature. Tra queste sfumature troviamo pure quella che viene chiamata “pedofilia”, pedofilia che Alfred Kinsey considera a tutti i livelli un orientamento sessuale normale, un orientamento sessuale con cui fare i conti. Tra l’altro nella sua ricerca si trova anche la famosa tabella HR2749 – tabella che ha poi suscitato tutta una serie di polemiche e di strascichi legali, per ovvi motivi – in cui vengono riportati i dati riguardanti il tempo e la frequenza di orgasmi di infanti e bambini. Kinsey aggiunge nel suo rapporto, proprio a proposito della cosiddetta pedofilia:

 “…Se una bambina non fosse condizionata dall’educazione, non è certo che approcci sessuali del genere di quelli determinati in questi episodi (cioè contatti sessuali con adulti) la turberebbero… è difficile infatti capire per quale ragione una bambina, a meno che non sia condizionata dall'educazione, dovrebbe turbarsi quando le vengono toccati i genitali oppure turbarsi vedendo i genitali di altre persone o nell’avere contatti sessuali ancora più specifici…”.

Questo è in qualche modo l'inizio dell’ideologia gender: alla base dell'ideologia gender c’è questa idea quasi endemica che una liberazione sessuale a 360° e fin dalla più tenera età possa portare una sorta di beatitudine collettiva universale.
Una visione quasi messianica che viene ripresa solo qualche anno dopo da John Money.
John Money è un professore, uno psicologo neozelandese poi trapiantato negli Stati Uniti; tra l'altro è anche discusso per le sue attività di chirurgo e per i vari episodi di bambini a cui è stato cambiato sesso (c’è l’episodio abbastanza famoso, su cui adesso non ci soffermiamo, di Brenda Reimer nato David Reimer, un episodio disgraziato che poi terminerà con il suicidio del bambino sottoposto a questa operazione). Ma ancora più importante è il ruolo di John Money nella nascita della vera e propria ideologia gender così come la possiamo comprendere oggi: è con Money che nasce anche l'espressione “identità di genere” a differenza di “identità sessuale” che era stata l'espressione con cui fino a quel momento era stata identificata la differenza, la dicotomia tra i sessi. 
Oltre a questa idea, a questo concetto di identità di genere che riprende e in qualche modo estremizza quello che già aveva affermato Kinsey – per cui la sessualità è una costruzione culturale e sociale che chiunque potrebbe cambiare nel corso della sua vita – Money sdogana ampiamente quelle che, come dice lui, fino a quel momento erano state chiamate parafilie o perversioni, tra le quali anche la pedofilia. In una prefazione a un libro di un suo amico, un certo Theo Sanford che scrive “Boys and their contact with men” (“I ragazzi – ma in questo caso sarebbe più i “bambini”, i “preadolescenti” – e i loro contatti con gli uomini, con gli adulti”), Money scrive:

“… la pedofilia e l’efebofilia non sono una scelta volontaria, più di quanto non lo sia il fatto di essere mancini o daltonici… non esiste un metodo conosciuto di trattamento attraverso cui essi possono essere modificati effettivamente e in via definitiva … le punizioni sono inutili: bisogna semplicemente accettare il fatto che esistono e poi, con un illuminismo ottimale, formulare una politica sul da farsi…”.

Ricordiamoci che siamo alle soglie degli anni 60, del “vietato vietare”, ma questa è l'ideologia di riferimento che poi andrà a formare i movimenti cosiddetti di “liberazione sessuale”, tra cui soprattutto il movimento femminista (che parte proprio dal presupposto per il quale le categorie “maschile” e “femminile” sono dei costrutti sociali … e quindi vanno de–strutturati) e poi soprattutto il movimento omosessualista.
Sul discorso del collegamento tra movimento omosessualista e pedofilia, ci sarebbe molto da dire, a livello storico. C’è stata sicuramente, indubbiamente una collaborazione fino a un certo punto, possiamo dire fino alla metà degli anni 90, al 1994, anno in cui l’ILGA (che è l’organizzazione internazionale dei gruppi omosessualisti, quelli che oggi si chiamano lgbt) ospita al suo interno anche associazioni come il NAMBLA (North American Men Boy Love Association – associazione nord americana dell'amore tra ragazzi e adulti).
In queste manifestazioni non dobbiamo vedere degli episodi casuali: è nel DNA dell’ideologia gender, come abbiamo dimostrato, l'idea che la sessualizzazione precoce – come diceva John Money: “eight too late” (“a otto anni è già troppo tardi”) – possa portare a una liberazione dell'uomo. Questo tipo di concetto lo ritroviamo anche in uno dei pensatori omosessualisti più famosi in Italia: è Mario Mieli, a cui è dedicato il più importante circolo di cultura omosessuale, il “Circolo di cultura omosessuale – Mario Mieli”, che si trova a Roma.
Mieli era un attore di teatro, morto suicida intorno ai trent’anni, un personaggio abbastanza in vista negli anni 70 nella Milano della contestazione, autore di un libro pubblicato dalle edizioni Feltrinelli dal titolo “Elementi di critica omosessuale”, in cui in qualche modo si riprende in chiave omosessualista un certo marxismo – freudianesimo che era molto di moda negli anni 70. Mieli riparte da una prospettiva strettamente omosessuale, da una critica omosessuale della società. È qui che troviamo una frase che peraltro ormai è diventata piuttosto famosa, ma che è difficile da comprendere al di fuori dell’impalcatura ideologica dell'omosessualismo militante, dell’ideologia gender. È un passaggio tratto appunto da “Elementi di critica omosessuale” pubblicato in Italia da Feltrinelli.
Scrive Mario Mieli: 

“… Noi, checche rivoluzionarie, sappiamo vedere nel bambino non tanto l’Edipo o il futuro Edipo, bensì l’uomo potenzialmente libero…”. 
Qui, naturalmente, si riprendono delle categorie freudiane: Edipo è il represso, il frustrato, colui che desidera la madre; in questo caso, naturalmente, l’Edipo è colui che viene castrato dall'educazione e in particolar modo dalla famiglia, ma l’omosessualità e l'omosessualismo potranno liberarlo, secondo Mario Mieli.
Perché, scrive Mario Mieli: 

“… Noi, sì, possiamo amare i bambini, possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di eros, possiamo cogliere a viso e braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l'amore con loro… per questo la pederastia è tanto duramente condannata: perché essa rivolge messaggi amorosi al bambino che la società invece, tramite la famiglia, traumatizza, edu–castra, nega, calando sul suo erotismo la griglia edipica…”.

Questo è un concetto che si trova alla base dell'ideologia gender.
L’ideologia gender non è semplicemente una giustificazione dell'agenda omosessualista o femminista: l'ideologia di genere è una visione del mondo, è una weltanschauung opposta a quella tradizionale. Nell'agenda gender non ci sono solo i matrimoni omo, non ci sono solamente le adozioni o l’utero in affitto ma, in prospettiva, c'è quella che appunto veniva predicata come una sessualizzazione a 360° della società, a partire fin dall'età dell’infanzia.

Questo NON SIGNIFICA naturalmente accusare le associazioni omosessuali di connivenza con la pedofilia, né di pratica della pedofilia ma – questo sì sicuramente – avere nel proprio DNA ideologico questo tipo di basi: è storicamente e culturalmente innegabile.