Fumo, alcool e droghe nell’uomo moderno – L.Tolstoj

La gente beve e fuma non «così», non «per noia», non «per stare allegri», non perché a loro «piace», bensì per soffocare la propria coscienza. Ma se è così, quanto spaventose debbono essere le conseguenze di ciò. E infatti basta pensare a come sarebbe un edificio che sia stato costruito non con una buona livella, per controllar che i muri venissero su diritti, e non con una squadra precisa, per controllare che gli angoli fossero retti, bensì con una livella molle, che si piegava tutta ad ogni irregolarità dei muri, e con una squadra che si adattava egualmente bene a tutti gli angoli, sia a quelli ottusi a che quelli acuti.
Ed è appunto questo che avviene nella vita di tutti i giorni, grazie al fatto che gli uomini si drogano. Non è la vita che si adegua alla coscienza; è la coscienza che si piega e si adatta alla vita. Ciò avviene nella vita di singoli individui, e avviene del pari nella vita di tutta quanta l’umanità, la quale si compone appunto della vita dei singoli individui.
Chi vuol comprendere tutto il significato di un simile offuscamento della consapevolezza, provi a rammentarsi bene qual era la sua condizione interiore in ciascun periodo della sua vita. E si accorgerà che in ogni periodo della sua vita egli ha avuto dinanzi a sé determinati problemi morali, che egli doveva risolvere e dalla soluzione dei quali dipendeva tutto il bene della sua vita. Per la soluzione di questi problemi occorre una gran tensione dell’attenzione. Questa tensione è un lavoro. E in ogni lavoro, e specialmente all’inizio, vi è un momento in cui il lavoro sembra faticoso, tormentoso, e la debolezza umana suggerisce il desiderio di abbandonarlo. Un lavoro fisico sembra tormentoso, quando si incomincia a farlo; e ancor più tormentoso sembra il lavoro intellettuale. Come dice Lessing, gli uomini hanno la caratteristica di smettere di pensare quando il pensare comincia a presentare delle difficoltà, e precisamente quando, aggiungerò io, il pensare comincia a produrre frutti. L’uomo si accorge che la soluzione dei problemi che ha dinanzi richiede una tensione, spesso tormentosa, e avrebbe voglia di sottrarsi a questa tensione. Se egli non disponesse di modi interiori di drogarsi, egli non potrebbe distogliere la propria attenzione dai problemi che ha dinanzi, e, che lo voglia o no, si vedrebbe costretto a risolverli. Ma ecco che l’uomo scopre un modo di scacciare questi problemi ogni volta che essi gli si presentano, e ricorre ad esso. Non appena i problemi che attendono soluzione cominciano a tormentarlo, l’uomo ricorre a questi modi, e si salva dall’inquietudine che suscitano in lui i problemi che lo preoccupano. La sua consapevolezza cessa di pretendere che essi vengano risolti, e i problemi irrisolti rimangono irrisolti fino al successivo schiarirsi della consapevolezza. Ma quando la consapevolezza è tornata chiara, si ripete la medesima cosa, e l’uomo continua per mesi, per anni, talvolta per tutta la vita a rimaner fermi dinanzi a quegli stessi problemi morali, senza muoversi d’un solo passo in direzione della loro soluzione. E tuttavia proprio nella soluzione dei problemi morali consiste tutto quanto il moto della vita.
Avviene dunque, in ciò, qualcosa di simile a quel che farebbe un uomo che dovesse riuscire a vedere il fondo d’una pozza d’acqua torbida per ritrovare una cosa preziosa cadutagli appunto lì, e che non volendo entrar nell’acqua, agitasse consapevolmente quell’acqua tutte le volte che essa comincia a depositarsi e a ridiventar trasparente. L’uomo che si droga rimane spesso immobile per tutta la vita entro una concezione del mondo oscura e contraddittoria, ch’egli ha assimilata una volta per tutte, e ogni volta che la sua consapevolezza comincia a rischiararsi, egli spinge sempre contro la stessa parete contro cui spingeva già dieci o vent’anni prima, e che egli non potrà sfondare in nessun modo, giacché ottunde continuamente, e consapevolmente, quella punta del suo pensiero che sola potrebbe sfondar la parete.
Provi ciascuno a rammentarsi com’era, prima d’aver incominciato a bere o a fumare, e verifichi anche in altre persone, e riscontrerà un tratto caratteristico costante, che distingue le persone dedite a una qualche droga, da coloro che son liberi dalla droga: quanto più un uomo si droga, tanto più egli è moralmente immobile.

Fonte: Tratto da: ‘Perché la gente si droga?’ di L.Tolstòj





L'importanza del « mito vivente » - M.Eliade

Da più di mezzo secolo gli studiosi occidentali hanno esaminato il mito in una prospettiva che contrasta sensibilmente con quella, diciamo, del xix secolo. Invece di trattare, come i loro predecessori, il mito nell'accezione usuale del termine, cioè in quanto « favola », « invenzione», « finzione », l'hanno accettato come era compreso nelle società arcaiche in cui il mito designa, al contrario, una « storia vera » e, cosa più importante, altamente preziosa, perché sacra, esemplare e significativa. Ma questo nuovo valore semantico accordato al vocabolo « mito » rende il suo impiego nel linguaggio corrente assai equivoco.
Infatti, questa parola è usata oggi sia nel senso di « finzione » o di « illusione », sia nel senso, familiare soprattutto agli etnologi, ai sociologi e agli storici delle religioni, di « tradizione sacra, rivelazione primordiale, modello esemplare ».
Si insisterà più avanti sulla storia dei differenti significati che il termine « mito » ha rivestito nel mondo antico e cristiano. Tutti sanno che dopo Senofane (565-470 circa a.C), il quale per primo ha criticato e rigettato le espressioni « mitologiche » della divinità utilizzate da Omero ed Esiodo, i Greci hanno progressivamente svuotato il mythos di ogni valore religioso e metafisico. Opposto sia a logos, sia più tardi a bistorta, mythos ha finito per indicare tutto « ciò che non può esistere realmente ». Da parte sua, il giudeo-cristianesimo rigettava nel campo della « menzogna » e dell' « illusione » tutto ciò che non era giustificato o convalidato da uno dei due Testamenti.
Non è in questo senso (d'altronde il più usuale nel linguaggio corrente) che noi intendiamo il « mito ». Più precisamente, non è lo stadio mentale o il momento storico, in cui il mito è divenuto una « finzione », che ci interessa. La nostra ricerca verterà prima di tutto sulle società in cui il mito è — o è stato fino a questi ultimi tempi — « vivente », nel senso che fornisce modelli per la condotta umana e conferisce, con ciò stesso, significato e valore all'esistenza. Comprendere la struttura e la funzione dei miti nelle società tradizionali in causa non è solamente illustrare una tappa nella storia del pensiero umano, ma significa anche comprendere meglio una categoria dei nostri contemporanei.
Per limitarci a un esempio, quello dei cargo cults dell'Oceania, sarebbe difficile interpretare tutta una serie di comportamenti insoliti senza fare appello alla loro giustificazione mitica. Questi culti profetici e millenaristi proclamano l'imminenza di un'era favolosa di abbondanza e di felicità. Gli indigeni saranno di  nuovo i padroni delle loro isole e non lavoreranno più, perché i morti stanno per tornare su magnifici navigli carichi di mercanzie, simili alle gigantesche navi mercantili che i bianchi ormeggiano nei loro porti. È per questo motivo che la maggior parte di questi cargo cults esige, da un lato la distruzione degli animali domestici e di ogni strumento di lavoro, e dall'altro la costruzione di vasti magazzini in cui saranno depositate le provvigioni portate dai morti. Un movimento profetizza l'arrivo del Cristo su un battello mercantile; un altro attende l'arrivo dell'« America ». Una nuova era.
La struttura dei miti paradisiaca avrà inizio e i seguaci del culto diventeranno immortali. Certi culti implicano anche degli atti orgiastici, perché i divieti e i costumi sanzionati dalle tradizioni perderanno la loro ragione d'essere e faranno posto alla libertà assoluta. Ora, tutti questi atti e queste credenze si spiegano con il mito dell' annullamento del Mondo seguito da una nuova Creazione e dall' instaurazione dell'Età dell'Oro.
Fenomeni similari si sono verificati nel 1960 nel Congo in occasione della proclamazione d'indipendenza del paese. In un villaggio gli indigeni hanno tolto i tetti delle capanne per lasciar passare i pezzi d'oro che gli antenati avrebbero fatto piovere. Altrove, nell'abbandono generale, sono state mantenute soltanto le vie conducenti al cimitero per permettere agli antenati di raggiungere il villaggio. Anche gli eccessi orgiastici avevano un senso poiché, secondo il mito, il giorno dell'Età Nuova tutte le donne sarebbero appartenute a tutti gli uomini.
Molto probabilmente fatti di questo genere diventeranno sempre più rari. Si può supporre che il « comportamento mitico » sparirà con l'indipendenza politica delle antiche colonie. Ma ciò che accadrà in un avvenire più o meno lontano non ci aiuterà a comprendere quanto sta accadendo ora. Quel che ci interessa anzitutto è cogliere il senso di queste strane condotte, comprendere la causa e la giustificazione di questi eccessi, perché comprenderli equivale a riconoscerli come fenomeni umani, fenomeni di cultura, creazioni dello spirito e non irruzione patologica degli istinti, bestialità o infantilismo.
Non vi è altra alternativa: o ci si sforza di negare, minimizzare o dimenticare eccessi del genere, considerandoli come degli esempi isolati di « comportamento da selvaggi », che scompariranno completamente quando le tribù saranno « civilizzate », oppure si cerca di comprendere
gli antecedenti mitici che spiegano, giustificano gli eccessi di questo genere e conferiscono loro un valore religioso.
Questo ultimo atteggiamento è, secondo noi, l'unico che meriti considerazione. Solamente in una prospettiva storico-religiosa simili comportamenti sono suscettibili di rivelarsi come fenomeni di cultura e perdono il loro carattere aberrante o mostruoso di gioco infantile o di atto puramente istintivo.

Fonte: "Mito e realtà", Mircea Eliade (Ed.Borla)



Tod Browning, tra Dumas e Hollywood

 

The Devil Doll fu il penultimo film del geniale regista americano Tod Browning, un artista fuori tempo, sempre oltre la convenzionalità del cinema a lui contemporaneo.

Le sue tematiche macabre per l'epoca, la sua particolare grammatica filmica, il non rispetto per i canoni standard ed il suo saltellamento continuo tra più generi nello stesso film anticiparono di almeno trent'anni nuovi modi di girare pellicole.

Il film è uno di quei classici che non conoscono invecchiamenti sia da un punto di vista tecnico che di contenuti.
Nel 1936 Browning mescolava melodramma, giallo, horror e noir in una pellicola unica attraverso una sceneggiatura strepitosa(grazie alla collaborazione di Eric von Stroheim), una fotografia magistrale e degli effetti speciali di rimpicciolimento che risultano incredibilmente efficaci tutt'oggi.

Dopo la morte di Lon Chaney, grandissimo collaboratore in capolavori come "The Unknown", toccò a Lionel Barrymore il difficile compito di divenire portavoce del folle universo del regista statunitense. Assieme a lui una fascinosa Maureen O'Sullivan ed una allucinata Rafaela Ottiano.

La trama vedeva un banchiere che evaso dalla cella, si travestiva da anziana signora per aprire a Parigi un negozio di giocattoli, in realtà veri esseri umani miniaturizzati attraverso una sostanza magica scoperta da uno scienziato. Gli esseri, una volta ridimensionati diventavano degli eccellenti schiavi, completamente privi di volontà e il protagonista decideva così di servirsene per vendicarsi di tutti coloro che avevano avuto un ruolo nella sua condanna.

Le tematiche sembrano giungere direttamente da un romanzo di Dumas, difatti troviamo in sequenza l'ingiusta accusa, la detenzione, la fuga ed infine la vendetta.
Ma in realtà il film in principio doveva esser fedele al romanzo di Abraham Merritt "Burn, witch, burn! ", in cui al posto dello scienziato sarebbe dovuto apparire uno stregone vudù a trasmettere le sue conoscenze al protagonista.
In ogni caso le scene macabre descritte nel libro di Meritt che Browning voleva portare su schermo non furono approvate ad Hollywood, così sceso a patti con la casa di produzione(come sempre nella sua controversa carriera), il regista decise di modificare la sceneggiatura, ma anche lì fu ostacolato e alla fine di tutto si decise per altre scelte in cui Browning non venne neanche più preso in considerazione, persino il titolo fu modificato(Witch of Timbuctoo era la scelta originaria di Tod).

Tuttavia, nonostante un finale buonista messo in piedi all'insaputa di Browning (che aveva invece optato per il banchiere che finiva selvaggiamente ucciso da coloro che aveva miniaturizzato per attuare la vendetta), il film risulta una perla immortale nel panorama cinematografico mondiale.

La pellicola si fece apprezzare per le sue visionarie scelte figurative accompagnate da una recitazione superba di Barrymore, indimenticabile nel suo travestimento da vecchina.
Attraverso giochi di luce inquietanti, miniature umane, delitti e passioni si dispiegavano psichedeliche sequenze che solamente il genio di Browning poteva realizzare negli anni '30.
The Devil Doll, oltre alla sue scelte stilistiche che fecero scuola, riuscì anche a ricreare quella suspense che rese celebre Hitchock negli anni successivi.

Gioiello.