Scienza e saggezza - G.De Giorgio

Sotto il nome di scienza comprenderemo tutto lo scibile moderno, volto alle cose della terra e separato da ogni vero rapporto col mondo divino, il quale appartiene totalmente ed esclusivamente alle scienze tradizionali, cioè a quel particolare tipo di scienza, il possesso della quale costituisce la saggezza.

Questa duplicità d’indirizzo presuppone una dualità, alla quale si riconducono i due ordini di ricerca, la dualità, cioè, del mondo divino e del mondo umano. Da un punto di vista assoluto questa dualità in fondo non esiste o, per lo meno, é soltanto apparente, perché solo il divino esiste secondo una esistenza assoluta. Ma siccome gli uomini da parecchi secoli hanno perduto questo senso dell ’eternità, la coscienza della loro origine e della loro destinazione divina, devesi mantenere, ora più che mai, la separazione fra cielo e terra, fra sacro e profano, fra divino e umano, fra tradizionale e antitradizionale.

Questi termini hanno ciascuno un valore e una determinazione ben precisa, ma, nel nostro caso, si riferiscono ad uno stesso dominio, su cui si portano i due ordini di ricerca. Nell’Antichità - rare eccezioni a parte - vi erano essenzialmente scienze tradizionali, cioè sacre, disposte gerarchicamente come attribuzioni nettamente definite, tra confluenti in uno stesso asse, quello divino. Con la dissoluzione del mondo antico si è prodotta la perversione del sapere, la ricerca dell’uomo e della natura si è resa autonoma, si è staccata dal ceppo della vera dottrina costituendo ciò che comunemente si chiama scienza, cioè il sapere profano, l’obiettività dell’indagine come scopo a se stessa ovvero a servigio di realizzazioni affatto pratiche e materiali.

Il dominio di questa scienza é la natura, cioè il mondo visibile, che vien considerato a sé, come un organismo sottostante a leggi alla conoscenza delle quali si volge la ricerca degli uomini. Il dominio di questo sapere è dunque quello della pluralità delle cose e dei fenomeni, pluralità puramente fallace, che la scienza però considera come obiettivamente accertata nel tempo e nello spazio, in modo da avere una evoluzione, diciamo cosi, storica, uno sviluppo reale, una permanenza controllabile. La conoscenza artificiale della natura ha un valore puramente pratico e mira ad un’azione che si esplica secondo schemi fissi, tolti i quali crolla tutta la laboriosissima costruzione dovuta a secoli di deviazione intellettuale.

A furia di voler osservare le cose “come esse sono”, si é finito per vederle realmente “come esse non sono”, staccandole dal loro principio, cioè dal piano divino a cui la sapienza antica le riconduceva costantemente. Il baconiano scire est posse è la mostruosa involuzione di una verità tradizionale autentica, che della vera scienza - di quella sacra - fa un mezzo d’indiamento che è nello stesso tempo il fine della scienza. Mentre la sapienza sacra tende a superare la condizione umana redimendo l’uomo dalla sua umanità e trasportandolo in sfere sempre trascendenti, il limite massimo delle quali è Dio, la scienza profana massimizza l’illusione cosmica, cioè la natura, e minimizza il mondo divino, che recede sempre di più in un dominio vago, incerto e pericolosamente ibrido.

La scienza é negatrice di Dio nonostante le poche sincere denegazioni dei suoi cultori che lo affermano a titolo di concessione o di compenso, e non come una realtà assoluta e totale, oltre la quale nulla veramente esiste. Questo sapere è dunque aberrante nel senso preciso del termine, e una civiltà che ne fa la base stessa della sua esistenza e la ragione del suo sviluppo e del suo orgoglio e una barbarie organizzata, la quale, offrendo all’uomo alcuni puerili vantaggi sulla natura, lo stacca dal fine unico a cui normalmente dovrebbe tendere, cioè dalla realizzazione del divino.

Però mentre non pochi riconoscono la fallacia teorica della scienza, quasi tutti ne ammettono l’importanza pratica nelle sue applicazioni materiali  alla vita umana. E' bene disilludere questi ingenui - e la visione del mondo moderno impoverito e insterilito in tutte le forme di vita è sufficiente a negare alla scienza ogni valore pratico. La crisi attuale è più istruttiva per tutti coloro che sanno ricercarne le cause e indagarne la vera natura. Più si afferma l’uomo, più si nega Dio: più aumenta il presunto potere dell’uomo sulla terra, più egli si toglie ogni possibilità di realizzare pienamente la sua natura divina. E’ strano come gli uomini attuali impazzendo dietro quei pericolosissimi giocattoli che sono le macchine, siano incapaci di comprendere queste povere e semplici verità, cosi comuni e correnti per gli Antichi. L’esteriorità artificiale del vasto meccanismo moderno è una diabolica tessitura di titani impotenti: ogni conquista in questo senso è un decadimento, una menomazione della dignità umana, un avvilimento della potenza realmente eroica, una ignoranza obliqua della vera finalità dell’uomo, che consiste nel ritorno allo stato primordiale e nel superamento dell’illusione umana e cosmica.

La sapienza invece, cioé la vera scienza, considera il mondo visibile solo in riferimento alla verità divina, che si nasconde attraverso la tessitura pluralistica dello sviluppo cosmico, la materialità del quale è pura illusione, come pura illusione è il potere esterno e meccanico che l’uomo si arroga sulla natura. Potremo dire che la sapienza tende a dematerializzare il mondo rendendolo trasparente e permeabile in modo da fare precipitare di la da esso la verità divina, mentre la scienza profana ispessisce la realtà cosmica considerandola in superficie e ponendola come limite massimo di indagine e di ricerca. Ma ciò facendo riconosce la sua impotenza. Da qui, due pericolosissime affermazioni: la relatività e la progressività della scienza. Se l’oggetto del suo studio fosse reale, non si parlerebbe di un sapere relativo o progressivo, né si limiterebbe il fine della ricerca protraendone indefinitamente il termine ultimo.

In realtà, l’uomo può ed anzi deve giungere al divino, purché lo cerchi dov’esso si trova, seguendo la dottrina che ogni autentica tradizione offre con una liberalità la quale dovrebbe dare a riflettere ai più entusiasti cultori di quella, che orazianamente si potrebbe chiamare insaniens sapientia. Sarebbe veramente tempo che in ambienti sempre più vasti si aprissero gli occhi per guardar seriamente il punto, al quale la scienza profana e la concezione generale delle cose e dell’uomo che ad essa si connette sta portando il mondo. La crisi dei tempi moderni è più che istruttiva per chi sa e vuole ancora ragionare. Un ritorno integrale alla Tradizione Romana potrebbe ancor permettere di sperare per l’avvenire dell’Europa e del mondo; di sperare in una forza capace di frenare l’impulso bestialmente negativo del catastrofismo romantico, inteso a volere e ad accelerare il processo distruttivo che chiuderebbe per sempre ogni soglia, ogni conquista nell’ambito della sola vera ed intangibile realtà. Se ciò dovesse invece accadere, saremmo davvero alla fine di un ciclo. Non si potrà mai mirare abbastanza in alto, oggi, per conseguire la vittoria in quella grande guerra, fuor dalla quale ben relativo e contingente sarebbe ormai il trionfo di ogni lotta materiale.

Fonte: tratto da "Prospettive della Tradizione", G.De Giorgio (Ed.Il Cinabro)





Edmond: la parabola degenerativa di un uomo comune

Una vita tranquilla, un matrimonio, un lavoro e un'infinità di repressioni ingestibili. Edmond, dopo una discussione futile con la moglie per una lampada rotta dalla domestica, decide di abbandonare tutto e tutti, fugge dal suo nido sicuro per proiettarsi nelle tetre strade di Los Angeles iniziando così la sua discesa negli inferi.

Lo attenderà in notturna una città sporca alla "Taxi driver", colma degli animali più strani: prostitute, magnacci, delinquenti e truffatori saranno sempre in agguato nei vicoli più silenziosi e bui.
Stordito dai neon della metropoli e dal senso di alienazione della realtà circostante, Edmond a poco a poco scomporrà la sua identità liberandosi della coscienza morale e civile.
Ciò che ne rimarrà sarà un uomo in preda ad impulsi incontrollabili che lo porteranno ad un percorso di redenzione atipico..

Stuart Gordon, guidato dallo spirito indagatore di Mamet, qui autore di testi e sceneggiatura, nel 2006 firmò il suo capolavoro. Edmond è uno splendido noir grottesco, un "Fuori orario" scorsesiano più disordinato ed un "Driller Killer" più metafisico.

Il protagonista è brillantemente interpretato da un William H. Macy in stato di grazia, fenomenale nel rendere il suo personaggio irritante senza farlo mai scivolare nella macchietta.

Si gioca molto sulla constatazione che dietro ogni paura si nasconde un desiderio inconfessabile e la regia di conseguenza ne segue gli intenti, con una narrazione complessa, tesa, claustrofobica, ai limiti del tragicomico, sostenuta da una notevole colonna sonora di Bobby Johnston. L'impeccabile sceneggiatura di Mamet poi, si fonde con una draconiana struttura drammaturgica ed un plauso anche alla gelida fotografia di Denis Maloney.

La coppia inedita Gordon-Mamet punta per gran parte del film su dialoghi violentissimi, oltre che su cupissime atmosfere e la violenza rappresentata raggiunge al suo apice nella scena dell'omicidio di Glenna (una ragazza incontrata in un locale) in cui il protagonista si lascia andare ad un monologo allucinato e liberatorio.

Opprimente per tutta la sua breve durata, lo spettatore viene trascinato in un viaggio disastroso e tragico, che alla fine gli farà però provare un senso di stramba leggerezza quando il protagonista raggiungerà il suo bizzarro 'equilibrio'.

Edmond è una sorta di trattato filosofico liberatorio con un finale tra i più spiazzanti della storia del cinema, è la liberazione da tutte le castrazioni mentali dell'uomo moderno, è la perdita di ogni finto equilibrio, è un affascinante percorso allucinato dove la voglia di distruggere il sociale si spinge oltre ogni limite, è la repressione di chi parla dei suoi lati più oscuri ma non li vive mai, li giustifica, li intellettualizza senza però mai dar sfogo ai suoi impulsi più sfrenati, è la concezione della paura come fonte irrefrenabile di desiderio, è l'omosessualità repressa perché temuta, è la ricerca dell'amore e della verità, è la morte della psicologia, è lo svuotamento di ogni significato, è la frantumazione dell'abitudine che annebbia, è l'affrancamento dal lavoro che annienta, è la destrutturazione di un uomo, è il tentativo di comprensione fuori dagli schemi che trova solamente indifferenza, è lo squilibrio perenne, è l'annientamento della ragione, è la morte della dialettica, è la vita irraggiungibile e nefasta, è la disarticolazione dei sentimenti, è la degenerazione di ogni pensiero strutturato, è un viaggio onirico e surreale, è la violenza antiestetica che non si compiace, è una claustrofobica vertigine, è lo smarrimento di una qualsiasi autenticità emotiva.

Edmond è un clamoroso cataclisma.



Angst di G.Kargl

Gerard Kargl è un regista austriaco semisconosciuto, divenuto famoso e fonte d'ispirazione per molti registi, esclusivamente per il suo film "Angst".
Con un esiguo budget a disposizione e cosceneggiato in coppia col famoso filmaker polacco Zbigniew Rybczynski, qui anche rigorosissimo direttore della fotografia, Angst è un film che non si concede a convenzioni di nessun tipo.

Un breve prologo documentaristico, inerente alla biografia dell'assassino, ci introduce a quella che è in assoluto la più grande opera cinematografica sulla psicologia di un serial killer.
Un uomo esce di prigione con un impellente desio di uccidere altri esseri umani, trova una villetta in periferia, vi si infiltra clandestinamente e attende il ritorno dei proprietari.
Giunti questi ultimi, egli scarica su di essi tutta la sua furia omicida.
Fatto ciò, si dirige verso la città, entra in un bar ma in breve tempo sopravviene una squadra della polizia che lo arresta.
Senza fronzoli e clichè di genere, Kargl ci fa immergere immediatamente in una giornata ossessiva nella mente di un assassino.Tramite i suoi gesti e la voce fuori campo, riusciamo a percepire incredibilmente la pulsione dispotica ed irrefrenabile del fare del male al prossimo.
Il contrasto tra la gelida voce narrante del protagonista e i suoi movimenti scoordinati causa allo spettatore un perfetto esempio di straniamento Verghiano. Ma attenzione, ciò che si percepisce non è assolutamente il semplice sadismo dell'atto di uccidere, perchè il protagonista sembra farlo solamente per se stesso, per puro egoismo. La sua è una totale idolatria per l'esecuzione e per l'atto della morte in sè.
Che sia confusione sessuale, infanzia violenta, simbolismo, venerazione del cadavere, glorificazione di se stesso, piuttosto che odio verso la dissezione o verso la decomposizione, non importa a Kargl.

La regia riesce perfettamente a cogliere le contraddizioni tra le oscure pulsioni degli individui e l'apatica razionalità paranoica delle norme sociali, facendo arguire con estrema facilità le prospettive in cui il mondo si distorce di fronte agli occhi del primo attore. Durante la visione, merito un formidabile iperrealismo, ci si perde nel caos, nella paura e nella corrosione animica.
"Angst" non è solo un magistrale psicodramma, perchè oltre ad essere un grande prodotto cinematografico sullo studio analitico delle voragini criptiche della mente, è anche ottimo cinema sotto tutti i punti di vista.
La messa in scena è semplice e schematica e la regia dal taglio documentaristico è convulsa e sperimentale, ogni ripresa è studiata nei minimi dettagli ed è perfettamente funzionale all'atmosfera degente del film.
Con un alternanza di Dolly, steadycam e camera a spalla, sia le riprese nella casa che quelle esterne alla proprietà risultano così penetranti, claustrofobiche e profondamente efficaci.
Colmo di sequenze strepitose, "Angst" ha dalla sua anche una fotografia freddissima ed una sceneggiatura minuziosa, oltre che delle sublimi musiche di Klaus Schulze.
Il tedesco, in questa sua ennesima collaborazione, diede probabilmente il meglio di sè, i suoni creati han una risonanza vitale e son impeccabili nel trovare un equilibrio fra spazi e ritmi, fra impasse e dinamismo.
Un plauso anche alla recitazione di Erwin Leder, nel suo ruolo allucinato mette in mostra una destrezza ed una abilità strepitosa.

"Angst" è una rappresentazione degli impulsi arcaici che si scontrano inevitabilmente con i metodi moderni della psicanalisi. E' un affresco della coralità di quelle estasi oscure ed inspiegabili completamente estranee alla psicologia o alla sociologia.
Tutto ciò che è chiamato bene e male, puro ed impuro nella pellicola di Kargl pare non avere più alcun senso, è come se si fossero trascese le forme, spezzati i limiti, ottenendo un' apertura verso l'incondizionato.
L'idea del male, col suo significato generico, dato dai contenuti variabili, dovuti alle condizioni sociologiche e storiche, non è ben accetto nella pellicola del regista Austriaco.
Qui vi è solamente una rappresentazione di una realtà parassitaria, pallida, inconsistente, con paesaggi piovosi, che fungono da specchio di un'anima decadente.
Si avverte un vero punto di rottura nell'ordine delle cose, vi è un apertura all'elementare, a quel mondo di forze psichiche profonde e metapersonali che tendono ad una specie di sovvertimento della natura, ad un rigetto di tutte le norme ancestrali.
Alla coscienza sregolata non rimane così che rincorrere qualcosa di indefinito e la folle corsa contro il tempo, la dissociata bramosia di penetrare nella carne altrui, diviene così realtà.
Kargl riuscì a percepirlo ed a rappresentarlo, e mai nessuno è stato capace di portare tutto questo nella settima arte con la medesima lucidità.