La psichiatrizzazione del dissenso - M.Onfray

In un regime totalitario come questo, qualsiasi pensiero critico inopportuno viene considerato come una malattia da curare, come un morbo da cui si deve guarire. È escluso che si possa permettere la libertà di espressione, la libertà di coscienza, la libertà di parola e la libertà di associazione; ed è escluso che i dibattiti possano avere veramente luogo. Pensare al di sopra, a margine o in qualsiasi altro rapporto indipendente dall’ideologia dominante è qualcosa di assolutamente improponibile. Chiunque rivendichi una simile libertà è un pazzo, un malato, un caso patologico da rimettere nelle mani degli ideologi che lo rieducheranno e gli insegneranno a liberarsi delle proprie velleità libertarie e a riallinearsi con entusiasmo.

«Devi umiliarti se vuoi ritrovare la ragione»: questo insegna l’intellettuale incaricato della rieducazione. Se si crede che «due più due fa quattro» mentre il sistema sostiene che due più due fa cinque, si deve avere l’umiltà di confessare che si sta sbagliando, perché il sistema ha sempre ragione. Questo stesso sistema non vuole che il refrattario accetti la versione del «due più due fa cinque» solo per essere lasciato in pace; vuole che il soggetto da rieducare sia intimamente persuaso, convinto e sicuro che due più due fa cinque.

È qui che nasce l’idea che difendere una tesi «vera» significa recare offesa al sistema, e che al contrario accettare un’opinione falsa ma convalidata dal sistema rappresenta un atto d’umiltà.

E cosa sostiene il sistema quando vuole rieducare un uomo che ha preferito la verità universale all’errore della partigianeria?

«Hai rifiutato l’atto di sottomissione che è il prezzo della salute mentale. Hai preferito essere un pazzo, costituire una tua minoranza. Solo una mente disciplinata riesce a vedere la realtà». La realtà non è quella che vediamo in quanto tale, la realtà è quella che il sistema ci dice che è. «Non è facile recuperare la ragione».

Tratto da “Teoria della dittatura” di M. Onfray



Il Finanziarismo, stadio supremo del capitalismo - A.Dugin

1. In quale sistema di coordinate esaminare il fenomeno del "finanziarismo"

Il capitalismo finanziario rappresenta una variante casuale della sostanza comune dello sviluppo del sistema capitalistico? Oppure è l'estrema incarnazione di tutta la sua logica, il suo trionfo?

La risposta a questa domanda non si trova nei classici del pensiero economico, dato che il loro orizzonte era limitato alla fase industriale dello sviluppo, la tendenza generale e la pregnanza di senso economico della quale essi (soprattutto i marxisti) indagarono in modo corretto e completo.

La società postindustriale costituisce per molti aspetti una realtà oscura. Nel suo studio non esistono classici riconosciuti, sebbene molti autori abbiano gettato uno sguardo molto approfondito su questo fenomeno. Allora, comprendere il "finanziarismo" tocca proprio a noi, che ci piaccia o no.

Perfino per potersi accingere ad un'adeguata disamina di questo tema, occorre gettare uno sguardo sulla storia del paradigma economico, ritrovarvi il posto del "finanziarismo" non semplicemente dal punto di vista della cronologia quantitativa, bensì dal punto di vista della rilevanza qualitativa di questo fenomeno nel contesto generale dello sviluppo dei modelli economici.

Ma già qui, allo stadio zero di impostazione del problema, ci imbattiamo in un'incertezza, che erode il quadro dell'analisi. Esiste davvero un'unica storia dell'economia? Una tale storia è esistita, per di più in due (o tre?) versioni alternative. Questa storia dell'economia è riconosciuta così da posizione liberale (il capitalismo è l'espressione del moderno e più progressivo paradigma dell'economia), come da posizione marxista (il socialismo e il superamento del capitalismo sono il moderno e più progressivo paradigma dell'economia). Vi fu ancora un terzo indirizzo (cioè la "eterodossia economica"), la quale in assoluto rifiutava di valutare il paradigma economico secondo questa rozza formula (progressivo - non progressivo) come gli economisti classici. Ma questa scuola economica della "terza via" (della quale ho esposto una relazione nel quadro della "Collezione Economico-Filosofica"), nonostante la presenza nei suoi ranghi di economisti e filosofi di alta classe, rimase marginale.

2. Valutazione problematica del finanziarismo nell'ottica marxista

Gli avvenimenti degli ultimi dieci anni hanno mostrato un netto successo della linea storica dell'economia liberale. E proprio nella cornice del pensiero economico e filosofico liberale sono nate le prime teorie della società post-industriale. Il pensiero socialista è rimasto interamente entro i confini del paradigma industriale, e il dramma del crollo del sistema sovietico immette nella storia di questa disputa concettuale accenti inequivocabili.

Il sistema liberale ha saputo
- eludere le rivoluzioni socialiste;
- dissolvere il proletariato:
- prevenire il suo consolidamento in partito rivoluzionario attivo su scala mondiale;
- vincere la guerra ideologica con il campo socialista.

Sotto questi aspetti, il modello liberale è riuscito a superare la minaccia del marxismo.

Oltre che con una posizione di vantaggio tattico, qui noi abbiamo a che fare con importantissima conclusione concettuale. Riconosco che per un gruppo di determinate concezioni del mondo questa conclusione sarà accettata con molta difficoltà, che il pensiero stesso di tale generalizzazione a qualcuno apparirà offensivo. E tuttavia, una gran quantità di fattori ci avvicinano al pensiero, che proprio il paradigma liberale - cioè specialmente il Capitalismo conseguente - costituisce il paradigma economico che incarna in sé lo spirito stesso del mondo moderno. Il liberal-capitalismo si è rivelato essere il più attuale regime economico, più del socialismo (e degli altri modelli economici della "terza via").

Ma se è così, allora i sistemi socialisti devono essere decifrati a posteriori non come meno adeguati, ostentando tuttavia il moderno paradigma dell'economia. E' tutto enormemente più complesso: l'orientamento anticapitalistico e la premessa filosofica, giacente nel fondamento stesso del modello economico del socialismo, si rende visibile come specie delle tendenze antimoderne relativamente all'economia, ma non solo rispetto ad essa. Non un vicolo cieco, ma l'ultimo combattimento (velato, stilizzato esteriormente sotto la "modernità) del paradigma antimoderno di una visione del mondo, che si esprime nella teoria e nella prassi economica (vedi A. Dughin, "Il paradigma della fine" in Elementy n.9).

Oggi la posizione socialista vale meno del due di picche: non basta (non solo), che le previsioni di Marx sulla transizione dell'Occidente industrializzato al socialismo si sono realizzate in Oriente nel modo agrario-asiatico di produzione, ma è battuto anche un ultimo argomento - il fatto dell'esistenza del marxismo (e del marxismo vittorioso, realizzato, sia pure volontaristica, blanquista - leninista) in vasti settori del pianeta.

Come in questa situazione pervenire a che proprio il socialismo costituisca un fenomeno più "progressivo", a quel significato che lo stesso corso della storia mondiale (la famigerata necessità storica) vada proprio nella direzione di esso? Non è possibile. Si pone sempre più chiaro questo fatto, che il socialismo costituisce il risultato di un risoluto sforzo generale, il prodotto non dello stesso corso oggettivo della storia, ma precisamente l'insurrezione contro questo corso oggettivo, frutto di una insurrezione eroica e di un atto di eroismo psicologico morale, nel quale la massima tensione ha riunito in un abbraccio l'élite rivoluzionaria e la massa della nazione. La specificità geografica e culturale dei paesi dove il socialismo ha vinto non emerge in questo contesto come una casualità, ma come un fattore importante seppure non risolutore. La geopolitica corregge l'economia politica (vedi A. Dughin, "Il paradigma della fine", cit.).

Il socialismo vinse nei paesi dell'Oriente, sul piano culturale, storico, etnico e religioso avversario degli orientamenti e delle priorità occidentali. Il messianismo escatologico eurasista russo (ed ebraico eterodosso) dei commissari si rivelò un argomento ben più ponderoso che non le raffinate astrazioni dell'economia politica. L'universalismo marxista non si dimostrò altrettanto valido. E il marxismo come mezzo linguistico concettuale andò in rovina con l'Impero russo-Sovietico.

Il tentativo di decifrare oggi il fenomeno del "finanziarismo" in un'ottica marxista ortodossa rimane notoriamente infruttuoso, perché l'ortodossia stessa oggi è distrutta. Ad essa si presenta preliminarmente il compito di superare la sfida più seria: una non contraddittoria spiegazione marxista dei paradossi del XX secolo e soprattutto del destino tragico del socialismo nel suo ultimo decennio. Soltanto dopo di questo sarebbe possibile muovere oltre. Ma il marxismo, avendo superato tale compito, sarebbe ancora in tutto e per tutto il marxismo ortodosso di prima? E' difficile.

Così, il liberalismo ha tutte le basi per analizzare il "finanziarismo" secondo la sua personale ottica. Il movimento verso un'economia puramente finanziaria sarà in questo caso uno stadio più moderno e più "progressivo". Nella misura in cui il capitalismo stesso è moderno e "progressivo", altrettanto "progressivo" e "moderno" è il finanziarismo.

3. "Dominio reale del Capitale"

Il liberalismo ha assimilato dalla visione del mondo socialista (e perfino dal marxismo) ciò che dal punto di vista paradigmatico non ha contraddetto i fondamenti della logica capitalistica, e ha distrutto le rimanenti forme - in effetti rigorosamente alternative - al termine di una guerra ideologica, economica e geopolitica.

La fase di sviluppo post-industriale del capitalismo, quando, propriamente, è transitato allo stadio di economia puramente finanziaria, è coincisa con la globalizzazione e totalizzazione dello stesso paradigma liberale. Il finanziarismo è un modulo di stadio dello sviluppo del paradigma capitalistico. E inoltre, un modulo legato alla trasformazione di questo paradigma in qualcosa che non ha alternative. Il finanziarismo è un limite logico, verso cui è attirato lo sviluppo più autosufficiente del Capitale.

Marx (nel VI libro inedito del "Capitale") descrisse questo come ciclo possibile del "dominio reale del capitale", che sopraggiunge qualora nella precedente fase del suo "dominio formale" il soggetto proletario alternativo, rivoluzionario, non abbia vinto la battaglia. Questo tema marxiano della non predeterminazione, riguardo all'esito finale della battaglia mondiale fra Lavoro e Capitale, era temuto come il fuoco dal marxismo ortodosso. (Vedi Jean-Marc Vivens, "Dal dominio formale del Capitale al suo dominio reale", in Elementy n.7).

Così, sorge il pensiero di collocare il "finanziarismo" nella zona escatologica della storia economica dello sviluppo capitalista. Tale approccio sarà perfettamente corretto dal punto di vista della principale tendenza dello sviluppo capitalistico, che consiste nel progredire dell'alienazione. All'inizio nell'alienazione dei risultati del lavoro dai produttori, in seguito nell'alienazione del plusvalore, in seguito nell'alienazione dell'intera sfera della produzione nel sistema del credito bancario, e infine nella traduzione dell'intera economia nel modus della speculazione finanziaria virtuale.

4. Liberalismo come alienazione, "progresso" come decadenza

Il finanziarismo corona la logica del capitalismo e rappresenta in sé l'ultimo (supremo) stadio dell'alienazione.

Proprio in tale processo di totale alienazione si mostra chiaramente il corso naturale dello sviluppo storico nell'ottica della società tradizionale. Ma nella Tradizione sorge costantemente il tema degli eroi, dei profeti e dei salvatori, che resistono contro l'entropia storica, contro la gravitazione dell'esistente. (Come analogo a tale insorgenza "pre-escatologica" può essere annoverato a pieno diritto Marx e la sua dottrina). Ma presto o tardi anche questa iniziativa cade sotto la macina del destino, e le condizioni apocalittiche si aggravano.

Questo punto di vista tradizionalista presenta "progresso", "corso naturale del tempo", "modernità" come destino e male, come caduta inerziale di una massa pesante, come conseguente raffreddamento dell'essere. Per i tradizionalisti la storia è Alienazione.

La storia della civiltà è vista come alienazione in Rousseau (il "bon sauvage", guastato dalla società), in Hegel ("alienazione dell'Idea Assoluta") e in Marx ("allontanamento dal comunismo primitivo").

Il rivolgimento fortunato ("democrazia retta" in Rousseau, "Stato Prussiano" in Hegel, "Rivoluzione Mondiale" in Marx) ha luogo proprio nonostante l'inerzia della storia. Così la "fine del mondo" (secondo i cristiani - questo evento ontologicamente affermativo) viene dopo l'epoca dell'anticristo. E la venuta dell'anticristo si riconosce come l'esatto segno della prossima Seconda Venuta. Ma ciò, naturalmente, non significa che la notizia certa dell'approssimarsi della Seconda Venuta si diffonda allo stesso "principe di questo mondo". Nel massimo di alienazione vi è soltanto questo di buono; che, una volta giunto al limite, questo processo micidiale sarà stato sradicato dalla mano destra che punisce del principio trascendentale.

5. Economia finanziaria e dialettica del male

Il liberalismo è la naturale tendenza dello sviluppo della "filosofia dell'economia", autonomizzata, staccata dalle altre strutture sociali di valore nella sua incarnazione qualitativamente moderna. Il finanziarismo rappresenta in sé il picco dello sviluppo dell'economia moderna. Ossia - la costanza dello status quo.

Altra questione, come noi valutiamo il "finanziarismo" e più in generale la linea di sviluppo economico "liberal-capitalista" nel complesso. Se il "finanziarismo" ("dominio reale del capitale") si mostra a noi a tinte scure, allora noi (consapevolmente o inconsapevolmente) ci troviamo sulla piattaforma alternativa allo spirito all'attualità. E questo non va nascosto dietro frasi sul "progresso". Non fa per noi il corso naturale della storia (compresa quella economica), noi consideriamo immorale l'entropia storica e desideriamo opporci ad essa. In tal caso, occorre volgerci - in forma volontaristica, leninisticamente - non solo a tutto quell'arsenale di punti di vista "non finanziaristi" sull'economia, ma a tutti i modelli economici non moderni, anti-moderni, fondati sull'"eroico" (secondo il termine di Werner Sombart) impulso al superamento del corso malvagio del mondo contemporaneo.

Il "finanziarismo" non è un problema meccanico di una qualche deviazione del paradigma economico del capitalismo, ma una normale tappa del suo sviluppo - quella del suo trionfo a livello mondiale.

Lamentarsi del fatto che i volumi della speculazione finanziaria nelle borse mondiali superano più volte i bilanci dei paesi sviluppati, o che il trasferimento fittizio di capitali attraverso i computer della rete borsistica intralcia lo sviluppo dei settori produttivi reali, deviando gli investimenti verso le sfere dell'economia illusoria, è stupido e irresponsabile. L'alienazione della finanza dalla sfera produttiva, la virtualizzazione della sostanza economica sono il normale accordo finale dello sviluppo capitalistico.

6. L'indimostrabile imperativo della rivoluzione

Possiamo dirci completamente d'accordo con quelle così estreme prognosi catastrofiste che vengono fatte a proposito di tali tendenze etiche da analisti imparziali. Effettivamente, l'accrescimento dell'economia virtuale a danno del settore reale della produzione è foriero di catastrofe economica. L'elemento di informazione delle società post-moderne aspira a sostituirsi definitivamente alla realtà, rimpiazzandola con l'illusione del suo irruente sistema operativo. E ad un certo momento questo sarà fatale.

Ma questa, secondo l'ottica delle società tradizionali (e delle altre dottrine non liberali, antiliberali), è la logica assoluta di qualsiasi processo immanente, nel quale non intervengano (non possano se non vogliono intervenire?) principi trascendenti. Il capitale (come massima alienazione, come totale riduzione al principio materiale quantitativo) già da molto tempo ha aspirato ad essere il soggetto unico della storia umana. Nel "finanziarismo" ciò gli è riuscito. Nella rappresentazione ha vinto molto più facilmente che nel suo originale. L'economia fittizia virtuale sottopone a sfruttamento lo stesso principio di realtà - così come sottopone a sfruttamento le realtà dell'economia e la sua ontologia (sebbene questa ontologia non possa essere indipendente, essa di necessità deriva dalla più generale forma supereconomica metafisica e sociale).

L'antitesi al "finanziarismo" (perfino teoretica) non può essere manifestata nelle precedenti fasi dello sviluppo del capitalismo.

L'economia è soltanto una lingua, e in questa lingua è possibile formulare qualsiasi messaggio. Il modello liberale dell'economia ("economics") è il messaggio del trionfo dell'alienazione e dell'entropia, dell'atomizzazione dell'insieme sociale, politico, culturale e storico. Questo il messaggio dello "spirito moderno", il messaggio dell'Illuminismo. I "sinistri" (democratici radicali, Rousseau, socialisti, comunisti) ed i "destri" (fondamentalisti, tradizionalisti, integralisti) hanno da tempo decifrato la novella liberale (nei filosofi John Locke, Jeremy Bentham, John Mill e negli economisti Adam Smith e David Ricardo) come incarnazione del male nel mondo, come dissoluzione dell'essenza organica. E' questo lo spirito funesto, nichilistico della modernità, che si fonda sull' "esilio degli dèi" (M. Heidegger), sulla "morte e assassinio di Dio" (F. Nietzsche), sullo "sfruttamento" (K. Marx).

Il "finanziarismo" non è nulla di fondamentalmente nuovo, è il liberal-capitalismo nella sua forma più pura. E' la "modernità", completamente vittoriosa (vincente) sulla sua antitesi.

Perciò il dissenso nei confronti del "finanziarismo" su scala nazionale o planetaria non è possibile senza una rivoluzione globale della coscienza, senza un'eccellente revisione di ogni ideologia antiliberale, senza la formulazione di una nuova Alternativa integrale, per di più un'Alternativa non soltanto nei confronti del risultato (lo stesso "finanziarismo"), ma nei confronti della sua causa ("capitalismo" "liberalismo", "spirito moderno").

E' impensabile ricercare una simile Alternativa nella sfera della stessa economia. Essa dovrà essere trascendente rispetto all'intero complesso dei discorsi moderni, a tutta la "lingua della modernità". E solo dopo di ciò, quando sarà stato foggiato il paradigma filosofico globale della Rivoluzione Finale, quella alternativa potrà essere rivestita di forma economica, come metodo pragmatico di esposizione di un imperativo trascendente, induttivamente indimostrabile ed empiricamente non evidente.

Questa è la funzione dei "nuovi profeti", dei "nuovi salvatori", dei "nuovi eroi".

L'antifinanziarismo è soltanto il livello superficiale della più profonda e più radicale lotta al capitalismo e al liberalismo, l'esigenza della quale deriva non da interessi pragmatici, ma dalla profondità della dignità di specie del soggetto umano, che rinuncia perfino nell'abisso dell'abbandono di Dio a riconciliarsi con il mondo dissanguato, che insorge per una più elevata ontologia, per una nuova sacralità, per la giustizia e la fratellanza, per la libertà e l'uguaglianza.

A.Dugin





Il mostro della tecnica - J.Ellul

L'uomo, nel proprio orgoglio, soprattutto intellettuale, crede ancora che il proprio pensiero domini la tecnica, crede di poterle ancora imporre un dato valore, un dato significato. I filosofi sono i primi a pensarlo. È significativo constatare che le migliori filosofie che dichiarano l'importanza della tecnica, addirittura quelle materialiste, alla fine si ripiegano sulla preminenza dell'uomo. Ma tale pretesa è puramente ideologica. Come si relaziona l'autonomia della tecnica in rapporto alla morale e ai valori? Credo si possano analizzare cinque aspetti.

In primo luogo, la tecnica non progredisce in funzione di un ideale morale, non cerca di realizzare dei valori, non mira a una virtù o a un Bene.

Secondo aspetto: la tecnica non sopporta alcun giudizio morale. Il tecnico non tollera alcuna invasione della morale nel proprio lavoro, che deve essere libero. Pare evidente che il ricercatore non debba assolutamente porsi il problema del bene o del male, del lecito o del proibito della propria ricerca. Per quanto riguarda l'applicazione è esattamente la stessa cosa: semplicemente ciò che è stato scoperto si applica. Il tecnico applica la propria ricerca con la stessa indipendenza del ricercatore. Ecco il punto illogico comune a molti intellettuali: concordano sul primo punto, che pare loro evidente, ma vogliono reintrodurre giudizi di bene e di male, di umano e inumano, ecc., quando si passa al secondo: il tecnico deve utilizzare la tecnica a fin di bene. Posto il primo termine, ciò è totalmente insensato, perché applicazione e ricerca coincidono. L'invenzione tecnica è frutto di un certo comportamento: il problema del comportamento (nei confronti del quale si vuole apportare un giudizio di valore) non si pone solo al momento dell'applicazione. È lo stesso comportamento a dettare l'atteggiamento di ricerca (e a volerla libera) e quello di applicazione: il tecnico che realizza si considera libero quanto lo scienziato che fa ricerca. È ingenuo pretendere di fare intervenire la morale nelle conseguenze quando la si è rifiutata nel principio. L'autonomia della tecnica si è stabilita principalmente attraverso la radicale divisione dei due campi: «A ciascuno il proprio». La morale giudica problemi morali. Non ha nulla a che vedere con i problemi tecnici: solo criteri e mezzi tecnici sono accettabili in questo caso. Un tecnologo americano ha condotto un appassionante studio a partire dalla seguente idea: fintanto che i problemi sono puramente tecnici, trovano sempre una soluzione chiara e certa. Appena in questi problemi entra un fattore umano o quando diventano tanto ampi da non permettere più un trattamento tecnico diretto, essi paiono insolubili. Di fronte a tali difficoltà si sviluppa l'«engineering» sociale, che si richiama ai buoni sentimenti, al miglioramento dell'uomo basato su migliori istinti, e crede che la soluzione sia il miglioramento dell'uomo, anche se ottenuto attraverso tecniche (psicologiche o psicosociologiche): considerati un certo numero di esempi, si realizza che tale via è destinata al fallimento e all'incertezza, perché si tiene troppo conto fattori non tecnici. La sola scappatoia è riuscire a trasformare tutti i problemi in una serie di questioni specificamente tecniche, ognuna delle quali riceve soluzione dalla tecnica adeguata. In questo modo siamo sicuri di ottenere risultati senza mischiare i generi. Non c'è migliore dichiarazione di autonomia tecnica! Morale, psicologia, umanismo: è tutto d'intralcio. Questo è il giudizio.

Tale idea è rinforzata dalla certezza filosofica che solo l'uomo può essere sottoposto a valutazione morale. «Non ci troviamo più in quell'epoca primitiva in cui le cose erano buone o cattive in sé: le cose sono ciò l'uomo fa di esse. Tutto fa riferimento a lui. La tecnica non è nulla in sé». Formulando questa idea semplicistica, l'intellettuale non si rende conto che l'uomo dipende dalla tecnica, e che, una volta che essa è divenuta indenne a ogni giudizio morale, potrà fare qualsiasi cosa. L'uomo fa ciò che la tecnica gli permette di fare, e quindi ha iniziato a fare di tutto. Affermare che la morale non può apportare alcun giudizio nei confronti dell'invenzione o dell'operazione tecnica porta in realtà ad affermare, senza volerlo, che ogni azione dell'uomo sfugge ormai all'etica: l'autonomia della tecnica causa quindi la moralizzazione dell'uomo. La morale ormai non è più relegata al proprio ambito, ma al nulla: appare agli occhi degli scienziati e dei tecnici (insieme ai valori e a tutto ciò che può essere definito umanista) come una questione totalmente privata, che non ha nulla a che vedere con l'attività concreta (che può essere solo tecnica) e che non riveste alcun interesse per quanto concerne gli aspetti importanti della vita. (..)

Il tecnico non vede che senso possa avere uno studio filosofico o morale in rapporto al lavoro che conduce. Ovviamente ammette che gli specialisti di problemi morali, i filosofi, ecc., apportino valutazioni su tale lavoro, che emettano giudizi, ma ciò non lo riguarda. È pura speculazione. I lavori riguardanti la filosofia, la sociologia della tecnica (e comincia a spuntare la teologia della tecnica) si moltiplicano, ma riscuotono interesse solo all'interno della cerchia dei filosofi e degli umanisti: non trovano sbocco tra i tecnici, che continuano a ignorare tali ricerche. Non si tratta semplicemente del risultato di una specializzazione: i tecnici vivono in un mondo tecnico ormai autonomo

Il fatto che la tecnica non tolleri alcun giudizio morale ci porta al terzo aspetto: essa non accetta di essere bloccata da una ragione morale. Va da sé che opporre giudizi di bene o di male a un'operazione giudicata tecnicamente necessaria è semplicemente assurdo. Il tecnico non tiene semplicemente conto di ciò che gli pare dipendere dalla più profonda fantasia, e del resto sappiamo quanto sia relativa la morale. La scoperta della «morale situazionale» rende facile adattarsi a qualsiasi cosa: come si può vietare qualcosa al tecnico, arrestare un progresso tecnico in nome di un bene variabile, fugace, continuamente ridefinibile? La tecnica almeno è stabile, sicura, evidente. La tecnica, autogiudicandosi, si trova ormai libera da ciò che ha costituito l'ostacolo principale all'azione umana: le credenze (sacre, spirituali, religiose) e la morale. La tecnica assicura così in modo teorico e sistematico la libertà acquisita. Non deve più temere alcuna limitazione perché si situa al di fuori del bene e del male. A lungo si è sostenuto che facesse parte degli oggetti neutri, e quindi non sottoposti alla morale: è la situazione che ho appena descritto. Il teorico che collocava la situazione in questi termini non faceva altro che interinare l'indipendenza di fatto della tecnica e del tecnico. Tale stadio è tuttavia superato: la potenza e l'autonomia della tecnica sono ormai tanto certe che essa si trasforma in giudice della morale. Una proposizione morale verrà considerata valida solo se inseribile nel sistema tecnico, a condizione di accordarsi con esso124. Il quarto aspetto dall'autonomia è relativo alla legittimità: l'uomo moderno dà per scontato che tutto ciò che è moderno sia legittimo, e quindi che lo sia anche tutto ciò che è tecnico. Oggi non ci si limita semplicemente a dire: «La Tecnica è un fatto, bisogna accettarla in quanto tale, non le si può andare contro». Posizione seria che riserva una possibilità di giudizio. Ma un atteggiamento del genere è considerato pessimista, antitecnico e retrogrado. No, bisogna entrare nel sistema tecnico riconoscendo che tutto ciò che viene fatto in tale campo è legittimo in sé. Non c'è alcun punto di riferimento esterno. Non c'è da porsi alcuna questione di verità (poiché ormai la verità fa parte della scienza, e la verità della prassi è la Tecnica pura e semplice), di bene o di finalità: tutto ciò non può semplicemente essere discusso. Dal momento che qualcosa è tecnico, è anche legittimo, e qualsiasi contestazione è sospetta. La tecnica diventa forza di legittimazione: è essa ormai a convalidare la ricerca scientifica, come vedremo. Ciò è estremamente significativo, perché fino a oggi l'uomo ha sempre messo in relazione tutto ciò che ha fatto con un valore superiore, che giudicava e fondava l'azione. Tutto ciò è scomparso a vantaggio della tecnica. L'uomo contemporaneo ravvisa l'autonomia pretesa dal sistema (che può avanzare solo se autonomo) e simultaneamente attribuisce autonomia al sistema accettandolo come legittimo in sé. Evidentemente non è in seguito a un conflitto tra due divinità personificate, Morale e Tecnica, che la seconda acquisisce autonomia! È l'uomo che, divenuto credente e fedele della tecnica, la considera oggetto supremo: perché è necessario che ciò che trova in sé la legittimità e non ha bisogno di nulla per essere giustificato sia supremo! Tale convinzione nasce dall'esperienza e dalla persuasione, perché il sistema tecnico genera la propria potenza tecnica di legittimazione: la pubblicità. È superficiale ritenere che la pubblicità sia un'aggiunta esterna al sistema, in funzione della dominazione della tecnica da parte della ricerca del profitto: la pubblicità è una tecnica, indispensabile alla crescita tecnica e destinata a fornire al sistema legittimità. Questa nasce non solo dall'eccellenza che l'uomo è pronto a riconoscere alla tecnica, ma dalla convinzione indotta che ogni elemento del sistema sia buono. È il motivo per cui la pubblicità ha dovuto affiancarsi le Relazioni Pubbliche e le Relazioni Umane. Non è «la società di massa e dei consumi ad autoplebiscitarsi», ma è la società tecnica a integrare l'individuo nel processo tecnico attraverso tale giustificazione.

C'è ancora un progresso da fare, d'altra parte naturale: indipendente da morale e giudizi, legittima in sé, la Tecnica diventa forza creatrice di nuovi valori, di una nuova etica. L'uomo non può fare a meno di una morale! La tecnica ha distrutto ogni scala di valore anteriore, rifiuta i giudizi provenienti dall'esterno. Ma essendo autogiustificata, diventa anche giustificante: se ciò che era fatto in nome della scienza era giusto, ora lo è anche ciò che viene fatto in nome della tecnica. Essa attribuisce la giustizia all'azione dell'uomo, il quale si trova quindi spontaneamente portato a costruire un'etica a partire da essa, in funzione di essa. Ciò non avviene in modo teorico e sistematico. Tale elaborazione avverrà evidentemente in seguito. Ma l'etica tecnica si costruisce poco a poco, concretamente: la Tecnica esige da parte dell'uomo un certo numero di virtù (precisione, serietà, realismo, e soprattutto la virtù del lavoro!), un certo atteggiamento nei confronti della vita (modestia, dedizione, cooperazione). Essa permette giudizi di valore molto chiari (ciò che è serio e ciò che non lo è, ciò che è efficace, ciò che è utile). È a partire da tali dati concreti che si fonda un'etica, perché è innanzitutto necessaria un'etica vissuta del comportamento affinché il sistema tecnico funzioni bene. Essa ha quindi, rispetto alle altre morali, l'enorme superiorità di essere veramente vissuta. Per di più comporta sanzioni evidenti e ineluttabili (poiché è il funzionamento del sistema tecnico a rivelarle), e si impone quindi come autonoma, prima di costituirsi infine come chiara dottrina, collocata al di là dei semplicistici utilitarismi del XIX secolo.

Fonte: tratto da “Il sistema tecnico”, 1976 di J.Ellul (ed Jacabook)