Il sintomo più eloquente di una civiltà che ha smarrito il proprio centro è l'apatia.
Nell'accezione classica, l'apatheia era il dominio delle passioni disordinate raggiunto attraverso la disciplina interiore.
L'apatia dei nostri giorni però è l'esatto contrario, non un superamento delle passioni, ma la conseguenza della loro estinzione per mancanza di un orizzonte che le giustifichi. Non si è distaccati perché si è saliti sopra le cose, ma perché non si crede più che ci sia qualcosa sopra cui salire.
Quando il mondo perde la sua verticalità, quando ogni gesto smette di rimandare a un significato che lo trascende, l'azione stessa si svuota di senso, si agisce per inerzia. Vi è l'indifferenza, l'incapacità di indignarsi davanti all'ingiustizia, la tiepidezza che attraversa i legami affettivi, la rassegnazione di chi non crede più che le proprie azioni possano cambiare qualcosa. È uno stato d'animo diffuso, la modernità chiama questa roba "resilienza", quando in realtà si tratta di una forma di morte interiore anticipata.
L'uomo tradizionale trovava nella sua appartenenza a una comunità di senso, a una tradizione, a un cosmo gerarchicamente ordinato, la ragione stessa del proprio impegno nel mondo. Privato di questa cornice, il moderno resta solo con la propria volontà individuale, risorsa insufficiente a sostenere nel tempo qualsiasi tensione, qualsiasi passione, qualsiasi fedeltà.
L'apatia è un effetto voluto dai poteri che governano le società di massa. Una popolazione apatica è una popolazione facilmente amministrabile.
Non a caso non investono nella formazione del carattere, nell'ascesi come pratica quotidiana, nella costruzione di un'interiorità equilibrata, del dominio di sé. Si otterrebbero dei "ribelli" e non conviene , l'apatia moderna deve produrre soltanto consumatori stanchi.