Termini e Propaganda

Dal 12 luglio gli Stati Uniti hanno ripreso a colpire l'Iran meridionale con intensità, ponti nella provincia di Hormozgan, la stazione ferroviaria di Bandar Abbas, la torre di controllo marittimo di Chabahar, impianti energetici, una sottostazione elettrica sull'isola di Kish. Il bilancio riportato dai media iraniani parla di tante vittime civili colte mentre attraversavano i ponti bombardati. 

Gli Usa giustificano il tutto con la consueta architettura retorica per cui l'infrastruttura colpita non è mai infrastruttura, è sempre "legata alla minaccia", quindi necessaria.

Funziona così, quando un ponte crolla sotto le bombe di chi si definisce l'aggredito, la notizia richiede una spiegazione, un contesto, una prova di legittima difesa. Quando però lo stesso ponte crolla sotto le bombe di chi si definisce il garante dell'ordine internazionale, ecco che la notizia viene data con aggettivi quali "precisione", "chirurgico", "mirato", termini che funzionano da assoluzione prima del processo. 
Ovviamente sono scelte volute, non sono disattenzioni giornalistiche. 

Chi bombarda un ponte iraniano non deve rispondere della domanda "perché", perché quella domanda è già stata espulsa dal perimetro del dicibile prima che il ponte cadesse. Il "professionista dell'informazione" è un funzionario di un ordine simbolico in cui certe domande sono già state pre-risposte.

È il grado zero della propaganda, quello in cui la propaganda non ha più nemmeno bisogno di parlare, perché la gente ha già interiorizzato la cornice. 

Se bombardano ferrovie in un Paese "ostile" hanno sempre, per definizione, "un buon motivo". La frase non viene detta, viene presupposta. E ciò che viene presupposto, non essendo mai enunciato, non può nemmeno essere confutato. È la forma più efficiente di menzogna che esista, quella che dice tutto senza dire nulla.