Falsi miti 2

Altro pregiudizio e mito da smontare è quello per cui, a fronte di un episodio violento di cronaca, il criminale è tale anche perchè "praticava arti marziali, faceva boxe, frequentava una palestra di combattimento." 

Chi ha praticato seriamente uno sport da combattimento — non importa quale, boxe, judo, muay thai, jiu-jitsu, karate — sa che la prima cosa che impara non è come colpire. È quando non farlo. La filosofia che attraversa questi sport, dalle radici orientali alle tradizioni occidentali, è costruita attorno a un principio fondamentale: la forza fisica acquisita va contenuta, non esibita. Il controllo del corpo è il mezzo. Il controllo di sé è il fine. Un judoka molto esperto potrebbe neutralizzare chiunque ed è esattamente per questo che non lo fa mai fuori dal tatami.

La disciplina è la sostanza di questi sport. L'allenamento ripetuto, la perseveranza, la gerarchia rispettata, la sconfitta accettata, tutto questo forma un tipo umano che ha non ha bisogno di dimostrare qualcosa per strada. 

Chi sa davvero combattere raramente combatte. Chi invece aggredisce un estraneo per futili motivi, nella stragrande maggioranza dei casi, non sa fare nulla, si muove sull'adrenalina, sul branco, sull'alcol, sull'incapacità di gestire la frustrazione. Esattamente le cose che uno sport da combattimento serio decostruisce nel tempo.

Il giornalismo cialtrone però ha bisogno di concatenazioni semplici, causa ed effetto, colpevole e strumento. Praticava boxe/arti marziali suona pericoloso. È efficace come titolo.

Scrivono: "faceva lo sport di combattimento X" e lasciano che il pregiudizio faccia il resto del lavoro. 

I soliti ciarlatani dell'"informazione" insomma.