The Experiment, l' esperimento carcerario di Stanford

"The Experiment" di Oliver Hirschbiegel è un film su uno degli esperimenti psicologici più controversi della storia, il celebre "Esperimento carcerario di Stanford" condotto dal Professor Philip Zimbardo nel 1971.

In breve, 24 studenti universitari, definiti mentalmente sani, furono selezionati e assegnati casualmente ai ruoli di "guardie" o "prigionieri" in un carcere simulato allestito nel seminterrato del dipartimento di psicologia di Stanford. Ciò che doveva essere uno studio di due settimane venne interrotto drasticamente dopo soli sei giorni. Le "guardie" iniziarono rapidamente ad abusare del loro potere, imponendo regole umilianti e utilizzando punizioni psicologiche severe. I "prigionieri", dal canto loro, manifestarono segni di forte stress, depressione e sottomissione.

"The Experiment" portò sullo schermo proprio questa drammatica trasformazione psicologica, evidenziando la potenza dei contesti sociali nel plasmare l'identità e le azioni individuali. La regia di Hirschbiegel è caratterizzata da inquadrature claustrofobiche e una fotografia che diventa progressivamente più cupa, riflettendo il deterioramento psicologico dei personaggi.

Esistono altri film sul medesimo esperimento, ma questo del 2001 ci sembra il più riuscito in quanto capace di creare un'atmosfera di crescente tensione grazie anche ad alcune interpretazioni intense, in particolare dello spietato Berus (Justus von Dohnányi) nel ruolo di una guardia carceraria.

Un ritratto inquietante di come l'autorità possa corrompere la psiche umana.


Sublimazione libidica

È evidente che il digitale, in particolare le piattaforme social, ricettacolo di narcisi frustrati che inconsapevolmente partecipano al feticismo delle merci, rappresenti una forma di appagamento del desiderio libidico.
I corpi diventano veri e propri oggetti di culto, cui è assegnato un valore di scambio stabilito dal tritacarne algoritmico. I rapporti sociali di conseguenza si trasformano in transazioni, il cui ‘prezzo’ è determinato dall’abbondanza o dalla scarsità dell’apprezzamento del profilo-utente. Questo spiega anche il proliferare di app di incontri che illudono di poter rispondere alla domanda di conforto, amore e senso di appartenenza sociale che appaiono ormai lontane vestigia di un passato in cui si pagava in lire e si ascoltava la musica col walkman. Alcuni bisogni umani non sono cambiati però, benché qualcuno spinga verso il transumanesimo in cui sembra diventare ineluttabile l’interazione uomo-macchina.
Tuttavia le emozioni, i sentimenti ed i bisogni psicologici si sono fatti merce di scambio nel mondo governato dagli algoritmi che, capaci di auto-apprendimento, si sono perfettamente adattati per rispondere alla domanda, rispecchiando così la reificazione del mondo che contraddistingue il sistema capitalistico. Gli algoritmi digitali si alimentano di interazioni umane, del desiderio di accettazione sociale, del bisogno di amore e di rassicurazione, della ricerca del sacro e del trascendente.
Gli algoritmi offrono soluzioni al disagio psicologico che grava su quest’epoca, illudono di poter diventare milionari lavorando da casa e se non ci si riesce, si può sempre comprare da milionari grazie a Temu. Questi insiemi di istruzioni che lavorano in un mondo sotterraneo, invisibile e impalpabile ma che ha effetti profondamente condizionanti sul singolo e sulla società, soddisfano le pulsioni libidiche, ormai sublimate in un caleidoscopio di novità digitali che intrattengono, distraggono e spolpano la mente. Il potere del digitale sta nella capacità di colonizzare la psiche avvolgendola in una piacevole nebbia anestetica perché capace di rispondere a qualunque bisogno psicologico. Il digitale agisce da antidolorifico, narcotizza e insieme rasserena, distogliendo dalle preoccupazioni, dalle domande scomode, dalla dolorosa ricerca di senso e al contempo infonde piacere, presentandosi come facile soluzione alla nausea esistenziale. 

                                                     AM


Il calcio come metafora della vita

Camus diceva che un campo di calcio è un microcosmo della vita stessa: imprevedibile, collettivo, a volte crudele, a volte sublime, ma sempre, sempre degno di essere vissuto fino all'ultimo istante.

Per Pasolini il calcio era una rappresentazione sacra, lo vedeva come un linguaggio poetico, come un “sistema di segni”.

Effettivamente il calcio può essere visto come una grande metafora. Pensiamoci.

La partita inizia con un fischio. Proprio come la nostra esistenza, che comincia improvvisamente. Ci troviamo sul campo, già in gioco. Il pallone rotola ed è come la fortuna nella vita, che segue traiettorie che possiamo cercare di calcolare ma mai controllare completamente.

Il portiere è il custode delle nostre paure e speranze. Sempre pronto a parare l'imprevisto, rappresenta la nostra capacità di affrontare le difficoltà con determinazione e lucidità.

I difensori sono i nostri principi e valori. Proteggono ciò che è importante, affrontano le sfide con coraggio e spesso sono invisibili, ma essenziali per mantenere l'equilibrio.

I centrocampisti incarnano la nostra capacità di adattamento e comunicazione. Connessi con tutti, orchestrano le azioni, bilanciando attacco e difesa, proprio come noi bilanciamo emozioni, pensieri e relazioni.

Gli attaccanti sono i nostri sogni e ambizioni. Spingono sempre in avanti, cercando di realizzare ciò che desideriamo, ma senza il supporto degli altri ruoli, il loro slancio rimarrebbe vano.

L'allenatore è la nostra weltanschauung. Guida la squadra, prende decisioni strategiche e sa quando è il momento di cambiare direzione, proprio come noi nella nostra vita.

L'arbitro rappresenta il destino o le regole della società, a volte sembra giusto, altre volte ingiusto. Possiamo protestare, ma alla fine è lui che decide, e dobbiamo accettarlo.

I tifosi sono i testimoni della nostra vita, coloro che ci osservano, ci giudicano, ci sostengono o ci criticano. A volte la loro presenza ci dà forza, altre volte ci mette pressione.

Il tempo scorre inesorabile, scandito da un orologio che non possiamo fermare. I novanta minuti della nostra esistenza, che a volte sembrano eterni e altre volte troppo brevi.

Gli avversari non sono per forza nemici, ma ostacoli necessari che ci spingono a migliorare, a trovare nuove strategie, a reinventarci continuamente. Senza di loro, non ci sarebbe partita, non ci sarebbe crescita. A volte si segna, e la gioia è incontenibile. Altre volte si subisce un gol e si prova dolore. Ma la partita continua, implacabile, e bisogna rialzarsi, ritrovare la posizione, ricominciare a correre.

E alla fine, quando arriva il triplice fischio, ciò che conta non è solo il risultato sul tabellone, ma l’averci provato, l’aver giocato.

Nel calcio, come nella vita, ogni ruolo è interconnesso.

Il calcio ci insegna che, per navigare nella vita, per raggiungere degli obiettivi dobbiamo trovare le migliori strategie, gli equilibri e la giusta alchimia all'interno di noi.



McLuhan, estensioni ed amputazioni

Marshall McLuhan nel suo celebre testo "Gli strumenti del comunicare" sosteneva che ogni tecnologia rappresenta essenzialmente un prolungamento delle facoltà umane, fisiche o psichiche.

Secondo McLuhan, ogni mezzo tecnologico amplifica una particolare capacità umana: la ruota è un'estensione del piede, il telefono è un'estensione dell'orecchio, la televisione è un'estensione dell'occhio, i vestiti sono un'estensione della pelle, i computer sono un'estensione del sistema nervoso centrale ecc.

La sua visione considerava la tecnologia non come qualcosa di esterno a noi, ma come parte integrante della nostra evoluzione biologica e culturale. I mezzi tecnologici visti dunque non come semplici strumenti che utilizziamo, ma vere e proprie protesi che modificano il nostro modo di percepire e relazionarci con il mondo.

Vi è, secondo il sociologo canadese, però anche un fenomeno complementare, ovvero ogni estensione comporta un' "amputazione". Quando adottiamo una nuova tecnologia, deleghiamo ad essa alcune nostre funzioni, rischiando di atrofizzarle, gli esempi che potremmo fare in tal senso sono molteplici.

Queste intuizioni di McLuhan oggi risuonano ancora più potenti, gli smartphone sono diventati estensioni della nostra memoria. La realtà virtuale estende le nostre percezioni sensoriali. L'intelligenza artificiale estende e amputa allo stesso tempo le nostre capacità cognitive.

Se McLuhan avesse potuto osservare il modo in cui oggi si vive costantemente connessi ai dispositivi, probabilmente avrebbe visto la conferma delle sue teorie. La sensazione di disagio quando si è senza smartphone (la cosiddetta “nomofobia”) può essere interpretata come la reazione a una temporanea "amputazione" di una parte ormai integrata di noi.

La visione di McLuhan ci offre una prospettiva profonda per comprendere il rapporto simbiotico che abbiamo sviluppato con la tecnologia. Non si tratta più di strumenti esterni che utilizziamo, ma di vere e proprie estensioni del nostro essere, che modificano il nostro modo di percepire e interagire con il mondo. Come suggeriva McLuhan, "prima plasmiamo i nostri strumenti, poi sono questi che ci plasmano".

Oggi che la distinzione tra umano e tecnologico diventa sempre più sfumata, il pensiero di McLuhan offre strumenti preziosi per cavalcare questa trasformazione con consapevolezza e intenzionalità.


Dimensione "senza corrispondenza"

Ogni autentico percorso filosofico nasce da qualcosa che precede il pensiero razionale strutturato. Prima che la mente possa articolare concetti e costruire sistemi, esiste già in noi una forma di conoscenza primordiale e immediata dell'essere, una Weltanschauung.

Quando ci si avvicina alla filosofia, si porta con sé un'intuizione fondamentale che non è frutto di ragionamento ma di esperienza diretta. È una comprensione che precede il linguaggio e che resta, per sua natura, ineffabile. 

Questa conoscenza non si può descrivere completamente attraverso proposizioni logiche, poiché è la condizione stessa che rende possibile ogni tentativo di articolazione concettuale.

Come osservava Dostoevskij, si conosce questa dimensione "senza corrispondenza" – cioè senza la mediazione di simboli o rappresentazioni. È una conoscenza diretta, immediata, che sfugge alla cattura del linguaggio pur essendo innegabilmente presente.

La dialettica, con il suo movimento di tesi, antitesi e sintesi, non è che un tentativo di dare struttura razionale a qualcosa che, in origine, si manifesta come intuizione unitaria.

Quando il filosofo sviluppa il suo sistema, sta essenzialmente cercando di tradurre in concetti un'esperienza che precede i concetti stessi. È come se la filosofia fosse il tentativo di cartografare un territorio che già conosciamo intimamente, ma che non possiamo descrivere direttamente.

L'intuizione fornisce la materia prima, l'esperienza fondamentale dell'essere, il pensiero razionale tenta di organizzare questa esperienza in strutture comprensibili e comunicabili.




Algomondo

Hanno convinto le persone che non possono fare a meno di consumare. Così sì consumano alimenti industriali modificati artificialmente per essere resi più appetibili grazie ad esaltatori di sapidità, coloranti e addensanti. Si usano farmaci di cui non si ha bisogno ed ogni mese sul mercato ne sono lanciati di nuovi: ormai esiste un antidolorifico specifico per ogni parte del corpo. Si guardano film, serie tv e programmi standardizzati; si vestono abiti pensati per l’individuo qualunque, cuciti nelle stesse fabbriche nelle periferie del mondo; si ascolta musica prodotta da replicanti e si guidano macchine che spiano tragitti, frenate e parcheggi. Si acquista roba di plastica online e ci si indebita per altra roba di plastica, magari da iniettare sottopelle per sembrare più giovani.
Ci si informa attraverso media che veicolano contenuti preconfezionati; si lavora anche quando si è a casa, per rispondere al bombardamento di mail che costringono ad essere segretari di se stessi. Si producono contenuti sui social, non-luoghi di falsa socialità funzionale alla logica del profitto.
Hanno convinto le masse che non possono fare a meno di vivere in questa nuova società organizzata scientificamente, come in una moderna fabbrica toyotista. Ammassati come merce a basso costo su uno scaffale, oscillanti tra le onde di una bulimica economia di mercato, ci si sente cosmopoliti seduti a bordo di un volo Ryanair con le ginocchia alla bocca.
Tutti efficienti per l’algomondo, il mondo governato dagli algoritmi di intelligenza artificiale. In realtà si lavora per loro, per incrementarne la potenza, la capacità di calcolo e quella previsionale. Si produce e si consumano al contempo dati digitali in quella
 che il sociologo Lelio Demichelis ha recentemente definito la moderna società-fabbrica. 



                                                    AM

Corsi di "Risveglio"

 “Sto facendo un corso di risveglio!”.

Nel 2025 ancora circolano “corsi di risveglio”, gli stessi che vengono propinati da una ventina anni, trovando sempre nuove leve.

"Vibrazioni energetiche", "Coscienza superiore", "Matrix sociale", "Risveglio dal sonno collettivo", sono solo alcuni tra i termini evocativi utilizzati per creare quella sensazione di esclusività che tanto piace all'ego del "ricercatore spirituale".

Abbiamo già trattato questo argomento per quello che è ma purtroppo finchè la gente non ci sbatte il muso non riesce a comprendere. Trattasi di un modello di “business” alternativo, semplice ma efficace, fondato su due punti:

  •         tu sei "addormentato" in un mondo di "dormienti"
  •         il corsista, anche lui era un addormentato eh, un giorno si è svegliato e ora vuole svegliare gli altri con un percorso verso il "risveglio" a pagamento. Un filantropo.

È lo stesso meccanismo della pubblicità più banale, solo che invece di vendere una crema antirughe, vendono una promessa di una trasformazione esistenziale.

La strategia di vendita si basa solitamente su alcuni elementi:

- Il momento storico: "Il mondo sta cambiando, le vibrazioni si stanno alzando, non rimanere indietro!".

- L’esclusività: "Non tutti sono pronti per questo messaggio, tu se sei qui è perché sei una sorta di eletto, su quelli come noi dipenderà il futuro" (l’ego del “ricercatore spirituale” si gonfia ancora).

- La “scienza”: vengono proposti riferimenti a casaccio alla fisica quantistica o alle neuroscienze per dare un tono di scientificità, per non sembrare dei cialtroni insomma.

Il fenomeno è insidioso perchè sfrutta bisogni umani quali il desiderio di appartenenza, la ricerca di significato e la voglia di trascendere le difficoltà quotidiane. Funziona particolarmente bene, specialmente in momenti di vulnerabilità personale.

Il "risvegliato" viene progressivamente isolato dal suo ambiente sociale originario ("loro non capiscono", "sono ancora addormentati") e inserito in una nuova comunità di persone “sveglie”. Ogni dubbio viene reinterpretato come "resistenza dell'ego" o prova che "non sei ancora pronto". Un meccanismo di controllo mentale perfetto: impermeabile alla critica esterna e capace di trasformare il fallimento in conferma della propria validità.

Ovviamente c’è il discorso economico, perché chiaramente c’è tutta una metodologia di marketing (“ultimi posti disponibili”, “prima lezione gratuita” ecc) ma il danno più grave è psicologico. Questi percorsi incoraggiano una visione semplicistica della realtà, dove problemi complessi hanno soluzioni facili. Promuovono un narcisismo spirituale che porta a guardare dall'alto in basso chi "non capisce", e creano dipendenza da esperienze emotive piuttosto che favorire una reale crescita interiore.

Se i partecipanti non ottengono i risultati promessi, la responsabilità ricade ovviamente su di loro: "stai resistendo al cambiamento", "devi lasciar andare le tue limitazioni". Mai, in nessun caso, si contempla la possibilità che l'intero sistema sia fondato su presupposti fallaci.

Cari amici che cadete in buonafede in questi deleteri buchi di nulla (ci sarebbero da fare tanti nomi di geni che propinano tale spazzatura), a causa di una società materialista che non offre sbocchi verso la trascendenza, ricordate che la vera ricerca spirituale richiede silenzio, studio, apertura al pensiero critico, non dogmi presentati come verità assolute. Necessita di integrazione con la vita quotidiana, non fuga dalla realtà. Studia tradizioni filosofiche e spirituali seriamente, non si appropria superficialmente di concetti estrapolati dal contesto mescolandoli con becere tecniche di marketing.

Fate attenzione perché, per esperienza vi diciamo che alcune persone alla lunga hanno subito conseguenze da questi “percorsi”, purtroppo a volte anche tragici.



Misantropia?

Le persone profonde e riflessive tendono, con il passare degli anni, a trascorrere tanto tempo in solitudine e c'è sempre qualcuno pronto a farle sentire in errore. Ma non si tratta di misantropia o di depressione, è un fattore naturale. Chi è molto introspettivo, nell'arco della vita si trova a confrontarsi con una realtà complessa e mentre esplora le profondità del pensiero, riscontra difficoltà nel trovare interlocutori che condividano lo stesso livello di riflessione o gli stessi interessi. Questo conduce ad un certo isolamento, non per misantropia appunto, ma per la difficoltà di stabilire legami autentici e soddisfacenti. Al contrario, chi ha un approccio più leggero alla vita ha più facilità nel costruire una rete sociale ampia. La sua capacità di mantenere conversazioni leggere, di adattarsi rapidamente ai contesti sociali e di non necessitare di scambi particolarmente profondi, gli permette di creare e mantenere numerosi contatti, seppur più superficiali. È naturale anche questo. Semplicemente due modi diversi di essere. Non c'è giusto o sbagliato. Chi vive più in profondità non deve mai adattarsi agli altri per essere accettato, può essere animicamente deleterio vivere solamente di interazioni basate su argomenti percepiti come futili o superficiali. Se si necessita di lunghi periodi di solitudine per elaborare riflessioni, riducendo inevitabilmente il tempo dedicato alla socializzazione, ciò è normalissimo. Come sempre, bisogna solo trovare un equilibrio, coltivare le proprie inclinazioni senza rinunciare completamente alla dimensione sociale. Ma mai cambiare la propria natura per timore di essere considerati "strani". 



Sincretismi

L’illuminismo, nel suo tentativo di liberare l'umanità dalle "catene" del pensiero religioso, ha sottovalutato un aspetto fondamentale della natura umana: il bisogno irriducibile di dare un significato trascendente all'esistenza.

I filosofi razionalisti, convinti che la ragione potesse sostituire completamente la religione, non hanno compreso che stavano opponendosi non a semplici costruzioni sociali eliminabili, ma a un'esigenza radicata nel profondo dell'essere umano. L'impulso a cercare un significato ultimo, che trascenda l'immediato e il materiale, non è un'abitudine culturale da superare, ma una dimensione costitutiva dell'umano.

Il risultato di questo fraintendimento è stato paradossale. Anziché creare una società "libera dalla religione", il razionalismo ha involontariamente generato un proliferare di surrogati spirituali, di ideologie totalizzanti, di culti della personalità e di sistemi di pensiero che, pur rifiutando l'etichetta di "religione", ne hanno assunto le funzioni essenziali: offrire risposte ultime, creare comunità di fedeli, stabilire rituali, definire valori assoluti.

La modernità ha visto nascere una serie di "religioni senza Dio": dal culto della Ragione durante la Rivoluzione Francese alle grandi ideologie politiche del Novecento, dal consumismo come pratica rituale fino alle attuali forme di spiritualità sincretiche e individualizzate. Ciascuna di queste manifestazioni rivela, nella sua stessa esistenza, il fallimento del progetto di un'umanità puramente secolare.

Particolarmente significativo è l'eclettismo spirituale contemporaneo, dove ciascuno compone il proprio personale mosaico di credenze attingendo liberamente da tradizioni diverse, spesso incompatibili tra loro. Questo approccio, apparentemente libero e creativo, nasconde un pericolo profondo: la superficialità di una ricerca che, nella sua incapacità di radicarsi, finisce per replicare la stessa frammentazione che intendeva superare.

Fracta Veritas - Weltanschauung Italia

E' disponibile il nostro nuovo libro “Fracta Veritas”.

Fracta Veritas è un testo che nasce dalla consapevolezza che in questa epoca le Verità che possiamo cogliere appaiono inevitabilmente frammentarie e parziali. La complessità attuale non si presta più a grandi narrazioni unitarie o a sistemi filosofici onnicomprensivi. La realtà che viviamo quotidianamente si manifesta attraverso schegge di significato, lampi di comprensione, intuizioni fugaci che illuminano brevemente il caos per poi lasciare spazio ad altre prospettive, altrettanto valide ma necessariamente incomplete. È proprio questa consapevolezza che guida la struttura del presente testo il quale si può aprire casualmente poiché ogni frammento è un tentativo di catturare un aspetto della nostra condizione, di cogliere una sfaccettatura della realtà.

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"Femminicidi"

Ogni volta che una donna viene uccisa da un uomo, la cronaca si trasforma in rito. Non si racconta un fatto, ma si celebra un archetipo: la donna vittima per il solo fatto di essere donna, l’uomo carnefice per il solo fatto di essere uomo. Si parla di “femminicidio” non come categoria descrittiva, ma come verdetto culturale. Non importa il contesto, la storia personale, le motivazioni individuali. Importa il simbolo. Importa rafforzare una narrazione: quella della mascolinità tossica, dell’uomo intrinsecamente pericoloso, e di una società ancora patriarcale da decostruire. In questo schema, chi non si cosparge il capo di cenere viene subito etichettato. Il dubbio, la domanda, l’analisi razionale sono vietate. È sufficiente dire: “forse non tutti i casi sono uguali”, “forse le dinamiche relazionali sono più complesse”, “forse il concetto stesso di femminicidio andrebbe ridiscusso” — e si è subito messi da parte. Colpevoli di lesa ideologia. Ma la realtà è più ostinata delle narrazioni. I dati, ad esempio, mostrano che i cosiddetti “femminicidi” sono più frequenti nei paesi ritenuti culturalmente avanzati. Francia, Germania, paesi nordici — luoghi di emancipazione, benessere, e ampia libertà sessuale. Questo non dimostra nulla in modo assoluto, ma pone una domanda scomoda: e se le relazioni contemporanee, segnate dalla rapidità, dalla fragilità, dalla mercificazione affettiva, stessero generando nuove insicurezze e nuove forme di squilibrio emotivo? È vietato anche solo chiederselo? Quando una psicologa afferma che “un rifiuto oggi è inconcepibile, in un mondo dove si vuole tutto con un click”, viene presa sul serio solo se il discorso rientra nel frame accusatorio contro l’uomo. Ma il cuore della sua riflessione è un altro: viviamo in un’epoca in cui la struttura psichica dell’individuo è più fragile, e i legami sono più instabili. L’uomo che uccide non è sempre il patriarca dominante. Spesso è un relitto umano, solo, disperato, infantilizzato, emotivamente disarmato. Questo non giustifica nulla. Ma spiega. E spiegare non è difendere, è tentare di capire. Ma sembra che oggi capire sia diventato il vero reato. Nel frattempo, milioni di uomini e donne vivono relazioni serene, paritarie, profonde. Ma nessuno li ascolta. Non fanno notizia. Non sono utili alla battaglia. Non rientrano nel modello. Ecco allora l'effetto più pericoloso: la narrazione perenne del conflitto tra i sessi finisce per logorare anche ciò che funziona. Distrugge la fiducia, semina sospetto, isola gli individui. In nome di una giustizia ideologica, rischiamo di perdere il terreno comune su cui costruire qualsiasi affetto umano. E questo non è progresso. È solitudine mascherata da lotta.


                                                         AP


Autorità educative

Ai tempi delle scuole superiori ricordiamo un insegnante che cercava di placare una classe caotica alzando la voce, distribuendo note e voti negativi. Risultato? Ulteriore caos e zero rispetto da parte degli studenti. Costui cercava metodi "esterni" per ottenere un minimo di attenzione ed ordine, ma gli studenti ne percepivano la debolezza di fondo. Si creava così un circolo vizioso di ribellione e punizioni sempre più severe. Un altro insegnante invece, non alzava mai la voce, aveva anche scarsa empatia con gli studenti e non aveva neppure un aspetto che potesse incutere timore. Eppure, nessuno fiatava, le lezioni si svolgevano in silenzio e tranquillità. Come si spiega? Costui era una "presenza silenziosa". Non aveva bisogno di strumenti coercitivi perché emanava naturalmente un'aura di rispetto. Questa qualità si manifesta attraverso vari elementi sottili tra cui la sicurezza del proprio ruolo, la coerenza tra parole e azioni, la capacità di mantenere la calma anche in situazioni di tensione e di stabilire confini chiari senza dover ricorrere a minacce. È interessante notare come gli studenti, specialmente in età adolescenziale, siano particolarmente sensibili a questi segnali non verbali. Possono percepire immediatamente la differenza tra un'autorità autentica e un tentativo di imposizione dall'alto, reagendo di conseguenza. Questa "essenza non verbale" ha radici profonde, è simile al carisma che alcune persone possiedono naturalmente. Gli studenti rispettano questi insegnanti non perché temono le conseguenze, ma perché percepiscono una figura integra. L' autorità in ambito educativo non è qualcosa che si può imporre attraverso la coercizione, trovando metodi psicologici sempre più efficaci di controllo, ma una figura in grado di sviluppare quella presenza interiore che emana naturalmente rispetto e attenzione. È quella che potremmo chiamare "autorità naturale", una qualità che va oltre le parole.

E se non ci fosse rete?

Tanti adolescenti non solo non sanno più cosa sia un diario di scuola, perché il registro elettronico, sistema capillare di biopotere, tiene traccia di tutto, ma nemmeno hanno più il portafoglio. Documenti, patente, agenda e denaro sono digitalizzati sul telefonino.  

Si esce con il telefonino, e tanto basta. Sarebbe troppo porsi alcune domande come:  e se non ci fosse rete? E se si scaricasse la batteria?

Internet-dipendenti. Non immaginano un mondo senza rete. Eppure un mondo disconnessi esiste e deve continuare ad essere tenuto vivo: invece di pensare a vivere ‘’on-life’’, tanti dovrebbero imparare a vivere. Non si può negare che Internet rappresenti una comodità, ma quando questa si trasforma in qualcosa di imprescindibile che avviluppa la psiche, si perde la libertà. E infatti la libertà ha sempre interessato i pochi. Non poter immaginare un’alternativa, significa precludersi una possibilità di esistenza. Non riuscire a pensare ad altro modo di vivere rende omologati e prevedibili. Oggi è tutto un risuonare di slogan: “Dove vuoi e quando vuoi!”. Certo, tutto a portata di mano, tutto subito, tutto ovunque, tutto sempre. Anche tu. Anche tu devi essere sempre raggiungibile, sempre localizzabile, sempre spremibile, sempre contabilizzabile. Un piccolo puntino che si muove insieme a tanti altri puntini, come i pixel su uno schermo. La sincronia deve essere perfetta. Il pixel fuori posto va corretto. O eliminato. Tanti piccoli puntini pronti ad occupare posti prefissati nella rete neurale digitale. Funzionali al sistema, questo è importante. Utili per la spremitura.

In alcuni paesini tedeschi in cui le attività commerciali hanno chiuso, stanno aprendo supermercati completamente automatizzati, gestiti dall’intelligenza artificiale e aperti 24 ore su 24, 7 giorni su 7: basta prendere i prodotti dagli scaffali e metterli nel sacchetto, le videocamere registrano i movimenti del cliente e il conto è scalato direttamente dall’app del telefonino.

Coloro che utilizzano il telefonino per qualunque cosa, persino per pagare il caffè al bar, saranno i primi a esultare quando si diffonderanno i negozi senza personale. I poveri lobotomizzati, operai senza paga della moderna fabbrica del digitale, privi di qualunque capacità previsionale, non si renderanno nemmeno conto di essere condannati alla disoccupazione.

A fronte di una massa di individui che dice frasi come: “Lo smartphone è la mia vita”, diventa ancor più importante tenere vivo un mondo senza internet. L’alternativa alla rete è un’esistenza piena e ricca, fatta di riflessione, introspezione e godimento del bello. Ormai si tratta di una esistenza di élite, riservata ai pochi che ancora riescono a esistere nel mondo vero.

                                                                                    AM

Stati d'infanzia

C'è un momento nella vita in cui il mondo appare senza divisioni, senza etichette, senza le categorizzazioni che più tardi impariamo a considerare inevitabili. È nell'infanzia che sperimentiamo questa visione pura, questa percezione immediata che trascende ogni dualismo. 

Dove si possono ritrovare questi stati di grazia, questi istinti primordiali, questa meraviglia perduta? Forse nei sentieri meno battuti della filosofia, quella che non si perde in argomentazioni ma ci riporta all'esperienza diretta. Nella contemplazione che le tradizioni spirituali hanno trasmesso. Nell'approccio di Goethe alla natura - non un oggetto da analizzare ma un organismo vivente da comprendere attraverso l'empatia. La ritroviamo nell'esperienza di salire una montagna, quando il respiro si fa corto e la mente si svuota, lasciando spazio solo all'immediato. E la ritroviamo nel peregrinare, nell'accettare di essere eternamente in viaggio, mai fermi in un'unica posizione intellettuale o fisica, sempre aperti all'ignoto che ci attende oltre l'orizzonte. È in questo movimento costante che ci avviciniamo, non al centro, ma alle periferie della verità - dove i confini sono sfumati e l'incanto dell'infanzia può nuovamente manifestarsi.