Adattarsi alla modernità – M.Eliade


A differenza di tanti, non penso che la “civiltà” annichilisca, necessariamente, l’uomo. Se l’uomo moderno è meno sano, se è degenerato, nevrotico, sradicato non è da imputarsi al fatto che vive in una società industriale, in una metropoli, che dispone di tecnologia, ma semplicemente al fatto di non essere ancora riuscito ad adattarsi al nuovo ambiente cosmico che gli hanno creato le sue stesse scoperte e mezzi di produzione. Permane uno sfasamento tra l’ambiente moderno e l’uomo. 
Prima che si adatti, soffrirà, degenererà e diverrà sterile, proprio come sono andate le cose nei periodi di transizione dallo stadio dei raccoglitori di frutti e sementi a quello degli allevatori o dal nomadismo all’agricoltura. E’ certo che i primi nomadi che divennero stanziali e coltivarono la terra parevano “degenerati” in confronto ai loro predecessori; quelli erano liberi, vigorosi, non legati alla terra né tentati dalla ricchezza ecc. Da un punto di vista “igienico”, è certo che, all’inizio, l’agricoltore sembrava un degenerato rispetto al pastore; il duro lavoro lo spossava, era fisicamente senza forze ecc. Ma alcune generazioni più tardi, quando l’agricoltura si perfezionò, i coltivatori della terra, meglio alimentati, acquisirono una condizione fisica superiore a quella dei pastori (ciò che persero per sempre fu la forza morale; la mistica tellurica ebbe come conseguenza l’orgia; la proprietà inasprì il sentimento di possesso, promosse l’atteggiamento passivo e fatalista davanti al cosmo – le piogge, le siccità, le inondazioni andavano oltre i poteri dell’uomo-, incoraggiò l’opportunismo e anche la viltà, perché il pover uomo doveva arrivare a un’intesa con gli invasori).
   
Per ritornare al nostro punto: non credo che il semplice fatto di vivere in una società civile ed estremamente industrializzata implichi la degenerazione fisica, lo squilibrio o la sterilità spirituale. Ciò che credo è che non ci siamo adattati all’ambiente; anche in una città di grattacieli l’uomo può restare in contatto con i ritmi cosmici, può “realizzare” il miracolo dell’alternarsi del giorno con la notte, e quello delle fasi lunari. Il dramma universale – vita e coscienza, tutto è frammento, divenire ed esistenza – è immediato in una fabbrica come nelle solitudini himalaiane. La città moderna non è per forza avulsa dalla natura; solo le eresie urbanistiche hanno escluso i giardini; ma il cemento e il ferro possono inserirsi perfettamente come elementi del paesaggio naturale della vegetazione. Prova ne sia il mimetismo delle fortificazioni e delle fabbriche durante la guerra.



Fonte: “Diario Portoghese”, M.Eliade (Jaca Book)