Intervista a Weltanschauung Italia 15/11/2020

Com'è nata l'idea del vostro canale comunicativo e com'è stata inizialmente messa in pratica?

Weltanschauung Italia è un canale nato nel 2011 per esprimere la nostra visione del mondo, le nostre riflessioni e il nostro punto di vista sui tempi e sulla società.

Inizialmente ci siamo molto occupati di arte “post-industriale”, in particolare di musica, in quanto dal nostro punto di vista essa è un potente mezzo espressivo a livello culturale, sociopolitico e spirituale. Attraverso l'arte post-industriale, l'uomo utilizza come espressione di libertà e creatività quelle stesse macchine e quei medesimi mezzi comunicativi che nel post-moderno possono rappresentarne il giogo e la maledizione. Esprimersi e raccontare la post-modernità attraverso il filtro dei suoi stessi strumenti è stato per noi l’inizio di un percorso.

Nel tempo abbiamo affiancato all’arte anche il lato filosofico e contro-narrativo, in quanto, a nostro parere, la distorsione mediatica della realtà, tipica dei nostri giorni, necessita di un contraddittorio e di un correttivo alla cui costituzione desideravamo contribuire. Si sono così pian piano creati i vari canali social network con cui nel tempo abbiamo espresso la nostra "weltanschauung" e che hanno avuto un discreto seguito, specialmente negli ultimi due anni

La nostra è una visione del mondo alternativa al mondialismo, al neoliberalismo e al relativismo esasperato; non siamo uno spazio politico, non ci riconosciamo in nessun partito, movimento, orientamento di tipo parlamentare o extraparlamentare. La nostra posizione, a rigore, non è neppure definibile nazionalista, laddove l'idea di nazione è legata a un retaggio squisitamente moderno, mentre il nostro obiettivo primario è una critica radicale al modernismo e al post-modernismo.

Se ci occupiamo di politica, di attualità, di costume, è semplicemente per proporre un punto di vista critico che si contrapponga al relativismo contemporaneo - e ai suoi surrogati sociali e politici - in vista di ciò che riteniamo una fonte permanente e sempre attuale di senso. Questa idea, che unica può essere fatta valere contro le fluttuazioni e le tempeste dell'epoca, questo appello a ciò che fonda e che può essere obliato ma mai distrutto, sono ciò che accomuna tutti coloro che collaborano a questo canale.

Quale è la vostra opinione in merito alle ultime notizie sul vaccino del Coronavirus?

Senza entrare nel merito della tempistiche del suo annuncio, riteniamo che la notizia sia sospetta e per certi versi allarmante. Innanzitutto i tempi in cui sarebbe stato approntato sono incompatibili con una sperimentazione standard. A ciò bisogna aggiungere tutte le riserve sui rischi dei vaccini del RNA - il cui utilizzo crediamo richieda un serio dibattito prima che di tipo scientifico, di tipo etico - nonchè quelle sull'efficacia delle vaccinazioni per coronavirus, su cui la comunità scientifica è tutt'altro che unanime. Ci preoccupa l'idea più volte ventilata di una vaccinazione obbligatoria, che a sua volta dovrebbe sollevare un serio dibattito sulle condizioni del trattamento sanitario obbligatorio, a fronte dei diritti sanciti e tutelati dalla Costituzione. Si innestano su questi temi, poi, il problema delle ripercussioni legali e giuridiche di chi per motivi che riteniamo sacrosanti rifiuti una vaccinazione obbligatoria la cui sicurezza si può definire perlomeno dubbia. E' nostra opinione, inoltre, che l'enorme mole di profitti che un tale affare planetario reca inevitabilmente richiedano verifiche opportune, puntuali, trasparenti, su eventuali conflitti di interesse, abusi, negligenze finalizzate al guadagno dei privati coinvolti, a qualsiasi livello essi operino. Noi non siamo contrari di principio alla vaccinazione: siamo contrari tuttavia al fatto che essa possa essere utilizzata come strumento di profitto dalle lobbies farmaceutiche a scapito dei diritti e della sicurezza della popolazione, nonchè riteniamo sia necessario vigilare sulle forme e sui modi in cui il potere politico pretende di disporre del corpo dei cittadini, in forme altamente problematiche dal punto di vista del diritto. Ci chiediamo se creando un precedente legittimato dall'eccezionalità della situazione, non si potrà poi dare per acquisiti nuovi paradigmi biopolitici a cui molti già accennano. In sostanza, noi chiediamo un dibattito serio, che garantisca autentica pluralità, su tutte queste questioni, da opporre al' acclamazione corale e acritica di chi promuove una visione semplificata e propagandistica del vaccino come panacea globale.

Che "soluzione" al Covid proporreste invece di un vaccino?

Ci viene detto che il problema del Covid-19 non è la mortalità ma il suo impatto sul sistema sanitario, dovuto alla velocità con cui si diffonde l'infezione: le misure di contenimento messe in atto servirebbero a rallentarne la diffusione in vista della possibilità di poterne assorbire gli effetti da parte delle strutture sanitarie. Riteniamo che sia necessario dunque intervenire affinchè non si verifichi un sovraccarico delle strutture ospedaliere, senza il quale non esisterebbe emergenza. Questo a parer nostro si otterrebbe fortificando le strutture di base e la terapia domiciliare, innanzitutto. Quindi protocolli ad hoc e personale, tanto di supporto straordinario ai medici di base, che disponibile e formato a fornire assistenza domiciliare. Indispensabile sarebbe inoltre una adeguata formazione e vigilanza sulle fasce deboli della popolazione (anziani, malati, immunodepressi), in quanto figure autenticamente esposte ai reali rischi della malattia. Per il restante della popolazione, sarebbero sufficienti norme di profilassi informate al buon senso (quali ad esempio l'igiene personale, il distanziamento sociale e l'evitare eccessivi assembramenti), al fine di realizzare progressivamente e in modo raffreddato l'immunità di gregge, come accade normalmente per qualsiasi altra epidemia virale di scarsa pericolosità. Realmente fondamentale sarebbe evitare il panico diffuso dal terrorismo mediatico, che sappiamo essere il principale fattore per cui le persone si riversano sulle strutture sanitarie, nonchè accantonare misure di contenimento irrazionali, sproporzionate e irrealistiche, che hanno un pesantissimo impatto sulla compagine sociale, sia in termine di salute pubblica (si pensi ai traumi psicologici dello stress da lockdown, nonchè alle morti causate indirettamente dalle disfunzioni del sistema sanitario), che di danni all'economia, in termini di occupazioni, consumi e mercati.

Quale è la vostra principale critica alla gestione della crisi da parte del governo, se doveste evidenziarne una?

Fermo restando quanto detto sopra, noi riteniamo che il problema non sia specificamente italiano, ma essenzialmente planetario. Le scarse eccezioni non fanno che confermare la regola che sostanzialmente tutti i paesi sono allineati alla narrazione pandemica condivisa, la quale, secondo la linea di pensiero che sposiamo, non è realistica ma frutto di una pesante manipolazione. La nostra non è tanto una critica, quanto un atto d'accusa. Noi sosteniamo che il modo in cui è stata gestita questa situazione non ha un legame diretto con l'emergenza sanitaria, ma osserviamo invece una serie di cambiamenti che hanno un impatto strutturale sulla politica, l'economia e la società, tali da poter essere giustificati solo ricorrendo a un ordine di esigenze diverso da quello sanitario, pena la loro completa irrazionalità. Siamo convinti che non esista l'irrazionale nella ragion di stato, ma solo ragioni che non sono immediatamente visibili (o opportunamente celate) che possiamo eventualmente ricostruire, sempre con beneficio del dubbio e mantenendo aperto l'orizzonte critico, a partire dai loro effetti e dalle loro conseguenze. Se mi chiede, dunque, quale è la critica che muoviamo al governo (e che le ripeto, è più propriamente un'accusa), essa è di star perseguendo, in modo tutt'altro che limpido e trasparente, finalità non dichiarate e diverse da quelle manifestate pubblicamente, appoggiandosi e trovando legittimazione al proprio operato nel presente (e presunto) stato di criticità sanitaria.

Intervista rilasciata alla studentessa di giornalismo a City University Elena Siniscalco