Spirito e materia - T.Burckhardt

Per i popoli antichi la « materia » non era certo ciò che essa è oggi per l'uomo moderno. Tuttavia, a differenza di quanto sembrano credere certi etnologi, non è vero che i popoli in questione vedessero la realtà materiale delle cose solo attraverso un velo di fantasie magiche e rigidamente fissate, o che la loro mentalità fosse « alogica » o « prelogica ». Le pietre erano dure e il fuoco bruciava come oggi, e le leggi naturali non erano meno inesorabili. L'uomo ha sempre pensato secondo una certa logica, anche quando, al di fuori dei dati sensibili ma, in realtà, proprio grazie ad essi, sembrava più abituato a tener conto anche delle realtà di origine diversa. La logica appartiene alla natura dell'uomo, e la sua sottomissione a quelle fantasie non si riscontra affatto nei popoli cosiddetti primitivi, ma nel pensiero moderno e progressivo che tende a ridurre ogni realtà a eventi puramente fisici, anche se ciò contrasta con l'evidenza.
La concezione di una materia radicalmente separata dallo spirito, cosi come la incontriamo oggi nel nostro mondo moderno, a livello sia teorico che pratico - e nonostante l'opposizione di certe correnti filosofiche' - non ha in se nulla di evidente. È il traguardo finale di un particolare atteggiamento mentale, a cui Cartesio fu il primo a dare un'adeguata espressione filosofica senza peraltro potersene dire  « l'inventore »  : egli stesso, infatti, è stato profondamente e organicamente influenzato da quella tendenza generale che, riducendo lo spirito al semplice pensiero e limitando quest'ultimo alla ragione discorsiva, finiva di fatto per privare il primo di qualsiasi portata universale e, conseguentemente, di qualsiasi presenza cosmica o immanente.
Secondo Cartesio, lo spirito e la materia sono due realtà radicalmente distinte che si incontrano, nel piano divino, in un solo luogo: il cervello dell'uomo. Cosi, il mondo materiale, riconosciuto in quanto materia, si trova automaticamente privato di ogni contenuto spirituale; da parte sua, lo spirito diventa il complemento astratto di tale realtà puramente materiale; in assenza di ciò, La realtà propria dello spirito resta assolutamente sconosciuta. Per i popoli antichi la materia era un aspetto di Dio. Nelle civiltà che siamo soliti definire arcaiche, tale prospettiva era immediata e strettamente legata all'esperienza sensibile: esperienza per la quale la materia si identificava in primo luogo con la terra in quanto principio passivo e perenne di tutte le cose visibili, contrapposta al cielo in quanto principio attivo di generazione. Questi due principi sono come le due mani di Dio. In reciproco rapporto, come maschio e femmina o padre e madre, non possono in alcun modo dissociarsi l'uno dall'altro poiché, se il Cielo è presente come principio attivo di generazione in tutto ciò che produce la terra, quest'ultima dà forma e corpo a sua volta a tutte le attività celesti. È per questo che, secondo la prospettiva arcaica, le cose vengono percepite simultaneamente sia dai sensi che dallo spirito, e la verità metafisica implicita in tale visione delle cose resta indipendente dalla pura e semplice immagine del mondo.
Per la philosophia perennis, comune all'oriente e all'Occidente fino all'avvento del razionalismo, i due principi, attivo e passivo, sono, al di là di ogni loro manifestazione sensibile, i poli primari che determinano la stessa esistenza. Secondo tale concezione, la materia non è che un aspetto o una funzione di Dio: non una realtà separata dallo spirito, ma il necessario complemento di questo. In se stessa, la materia è pura potenzialità, e tutto ciò che in essa può essere percepito porta già impresso il segno del suo complemento attivo: lo Spirito o il Verbo di Dio.
È stato l'uomo moderno a fare della materia una e cosa », e non più lo specchio passivo dello Spirito. La materia si è fatta, per cosi dire, più « consistente », nel senso che essa ormai rivendica solo per sé la qualità dell'estensione e tutto ciò che a questa si riferisce. Si è fatta massa inerte e opposta allo spirito libero, pura esteriorità spiritualmente impenetrabile, fatto bruto. Certo, anche per gli uomini di un tempo la materia corporea possedeva tale aspetto contingente che la oppone in qualche modo allo spirito; ma questo stesso aspetto non pretendeva in alcun modo di risolvere in sé tutta la « realtà » . Soprattutto, la materia non è mai stata considerata come qualcosa che non si potesse conoscere che in sé e indipendentemente dallo spirito. L'idea di estensione come carattere distintivo della materia ha trovato in Cartesio la sua espressione filosofica. Da quel momento in poi, la materia è stata sempre vista come massa ed estensione, con la conseguenza di indurre l'uomo alla ricerca di una spiegazione puramente quantitativa di tutte le qualità spaziali e addirittura di tutte le qualità sensibili. Il che potrebbe anche essere sensato se almeno fosse possibile ricavarne dei vantaggi per una scienza esclusivamente dedicata alla manipolazione esteriore delle cose; ma né l'estensione né alcun'altra qualità sensibile può essere interpretata riferendosi a determinazioni puramente quantitative.
Come ha magistralmente dimostrato René Guénon non esiste estensione che non abbia in sé qualche aspetto qualitativo. Possiamo rendercene conto ancor più facilmente con forme e figure più semplici quali il cerchio, il triangolo, il quadrato, ecc., che presentano, qualitativamente parlando, qualcosa di unico che non può essere ridotto a una misura puramente quantitativa. E’  infatti impossibile ridurre a categorie quantitative il mondo delle percezioni sensibili che, altrimenti, si disintegrerebbero in un puro nulla, essendo la quantità in sé perfettamente inintelligibile. Anche i «modelli» più semplici della scienza sperimentale - per esempio quelli che definiscono la struttura degli atomi o delle molecole - contengono elementi qualitativi o almeno dipendono indirettamente da tali elementi. Spiegando i colori in termini di vibrazioni luminose e traducendo queste vibrazioni in cifre, è possibile esprimere per mezzo di formule numeriche la differenza fra il rosso e il blu; ma un cicco. non avendo mai potuto avere una diretta esperienza del  colore, non conoscerà meglio la natura del rosso o del blu solo perché tale natura viene espressa in cifre: la stessa obiezione può essere mossa validamente al contenuto qualitativo di qualsiasi altra percezione dei sensi. Possiamo immaginare un uomo che, sordo e daltonico dalla nascita sia riuscito nondimeno a familiarizzarsi con le formule scientifiche che definiscono i suoni e i colori: la formula scientifica  non potrà mai comunicargli nè l'essenza dei suoni e dei colori né la differenza profonda che esiste fra le due percezioni sensibili. Se questo è vero per le qualità più semplici ed elementari, a maggior ragione sarà anche vero per quelle forme che esprimono una unità vivente. Tali forme, per la loro stessa natura, sfuggono non solo a ogni misura o espressione numerica ma anche, più generalmente, a ogni descrizione puramente analitica. Certo, è sempre possibile definire quantitativamente i contorni di una determinata forma, ma questo non significa coglierne l'essenza. Nessuno contesta la validità di questo discorso per quanto riguarda l'ambito dell'arte, ma ci si dimentica troppo spesso che tale validità può essere legittimamente estesa a tutti gli altri ambiti: è impossibile cogliere l'essenza, il contenuto, l'unità qualitativa di una cosa in un sistema progressivo di misurazione. È possibile farlo solo in una visione complessiva e immediata. Il contenuto qualitativo delle cose non appartiene alla materia, che ne costituisce piuttosto lo specchio che ne permette una percezione non esclusivamente limitata al piano materiale. Una scienza che si fondi sull'analisi quantitativa e che - lungi da1 contemplare o cogliere le cose nella loro totalità - «pensi agendo e agisca pensando », non può che essere necessariamente cieca nei confronti dell'essenza infinitamente complessa delle cose. Per una tale scienza, tutto ciò che gli antichi chiamavano la «forma » di una cosa (cioè, il suo contenuto qualitativo) ha perso in pratica qualsiasi valore. Il che spiega, fra l'altro, perché scienza e arte, nella fase pre-razionalista ancora sinonimi, si siano da allora in poi radicalmente separate: la nozione di bellezza, nella scienza moderna, non ha ormai più alcun rapporto con la strada della conoscenza.
La dottrina tradizionale che distingue tra eidos e hyle o tra forma e materia, è l'unica in grado di tenere pienamente conto della irriducibilità delle cose o a pura « materia » o a puro « intelletto »: le cose sono simultaneamente qualità e quantità, e la dottrina in questione non si limita a dividere o a dissociare, ma preferisce piuttosto assumere contemporaneamente i due « poli » nella loro reciproca complementarità.
È stato Aristotele a dare a questa dottrina la più compiuta espressione dialettica, senza esserne tuttavia l’inventore: è infatti una dottrina che abita la natura stessa delle cose e corrisponde a una prospettiva inerente fin dalle origini allo spirito.
La « forma », nel senso peripatetico della parola, è la sintesi di quelle qualità che costituiscono l'essenza di una cosa: è la realtà intelligibile della cosa, assolutamente indipendente dall'esistenza materiale della cosa stessa. Conviene quindi non confondere quest'ultima concezione della forma con quella più comune che indica invece qualcosa di limitato o spazialmente o in qualsiasi altra maniera, e nemmeno assimilare la materia che riceve la « forma » e le dà la sua esistenza finita alla « materia » intesa invece in senso moderno.
Per cogliere ancor più precisamente le idee di « forma » e di « materia », possiamo aiutarci immaginando, per analogia, l'opera dell'artigiano che imprime una certa forma alla sua materia, sia essa argilla o legno, pietra o metallo: forma già prefigurata nel suo intelletto, e tale da creare una data immagine o un dato oggetto. Ma non si tratta che di un confronto, poiché la materia di cui si serve non è rigorosamente « amorfa». Anche se possiamo dire che tale materia è relativamente informe; essa presenta comunque già determinate proprietà o qualità, in assenza delle quali l'argilla non si distinguerebbe dal legno o la pietra dal metallo.
La materia realmente « amorfa » non può essere né rappresentata né immaginata: è pura potenzialità che non contiene in sé il minimo elemento riconoscibile. Non può essere identificata che nei suoi rapporti con la forma. Quanto alla forma, è evidente che a sua volta non può essere rappresentata se non d'interno della materia, poiché ogni forma, manifestandosi, si situa immediatamente nella materia: il che è vero anche nel caso della forma soltanto immaginata dove, per così dire, l'immaginazione riveste di una sorta di “ tessuto” mentale l'essenza spirituale della forma.
Poiché l'essenza di una forma, indipendentemente dalla sua veste materiale, si mantiene sempre identica a se stessa (tanto che possiamo ancora definire « forma » una forma materialmente limitata), il concetto che ne deriva risulta sostanzialmente ambiguo. Bisogna infatti ammettere che, in certi casi, la stessa parola forma » può essere considerata in almeno due opposte accezioni: da una parte, in quanto delimitazione di un essere o di un'opera, la forma si oppone, sul piano « materiale » delle cose, allo spirito o all'essenza; dall'altra, in quanto causa che informa e si imprime nella materia, la forma » si allea allo spirito o all'essenza.
Se avviciniamo a questa dottrina la concezione cartesiana della materia, ci accorgiamo immediatamente, fra l'altro, che l'estensione spaziale attribuita da Cartesio alla materia, e alla materia sola, si apre ad almeno una contraddizione: una estensione sottratta a una qualsiasi forma qualitativa è assolutamente inimmaginabile. Anche la direzione spaziale è, come ha dimostrato René Guènon di natura qualitativa: la materia è invece in sé assolutamente priva di forma. Il suo solo attributo è la quantità, la quantità pura, non determinata dal limite di un qualche numero e, in quanto tale, necessariamente inaccessibile. Essa corrisponde alla materia signata quantitate assunta dagli scolastici come base stessa del mondo corporeo. In altri termini, non la materia prima che non conosce attributi, ma solo una materia secunda, cioè una materia relativa e già determinata in vista del mondo corporeo. Quanto alla materia prima, o sostanza primordiale, possiamo soltanto dire che essa è pura ricettività rispetto alla causa che informa l'esistenza, e che è appunto grazie ad essa, origine dunque dell'alterità, che le cose si presentano limitate e molteplici. Nel linguaggio della Bibbia, la materia prima è rappresentata dalle acque su cui discende lo Spirito di Dio all'inizio della creazione.
La materia, se appena proviamo a coglierla, si sottrae a ogni ricerca razionale e si ritira, per così dire, nel polo passivo dell'esistenza; alio stesso modo, la forma essenziale (forma) può essere ricondotta al corrispondente polo attivo spogliandola progressivamente di tutte le manifestazioni via via stratificate e condizionate in un modo o nell'altro da una materia, per quanto sottile essa sia. Aristotele fa risalire i due concetti in questione (forma e materia o eidos e hyle) solo fino al punto in cui la loro ontologia si offre ancora a una logica dimostrazione, e si arresta al di qua della soglia in cui la loro opposizione si dissolve paradossalmente nell'unità. È chiaro, tuttavia, che la causa informante, corrispondente all'Atto Puro, e la sostanza ricettiva e puramente passiva si completano a vicenda: a tal punto che, in quanto possibilità fondamentali e atemporali, non possono essere dissociate. La riduzione di tutti i fenomeni ai due poli primordiali non annulla affatto il carattere miracoloso della creazione: ne indica semplicemente gli estremi limiti percettibili. Possiamo assimilare il polo attivo all'« essenza» e il polo passivo alla « sostanza ». In un certo senso, l'essenza corrisponde allo Spirito o Intelletto: le formae o predeterminazioni essenziali delle cose sono infatti contenute nell'Intelletto divino come « prototipi » o « archetipi ». Si potrebbe obiettare a questo punto che l'idea di forma non può essere in alcun modo sviluppata in senso ascendente, se non a rischio di abolire la distinzione esistente fra manifestazione « formale » e manifestazione «sovraformale» - in altri termini, se non a rischio di abolire la distinzione fra sfera «individuale» e sfera « universale », che è quella del puro Spirito. Obiezione a cui si può rispondere ricordando che la parola « formale » può essere applicata solo a tutto ciò che si imprime in una sostanza grazie, appunto, a una « forma ». In se stessa, la forma può essere considerata sia come limitazione o contorno sia come fascio di qualità non « sostanzialmente » determinate: in quest'ultimo senso è possibile applicare il termine agli aspetti dell'Essere. Di fatto, negli scritti dei teologi medievali delle tre religioni monoteiste, l'espressione « la forma di Dio» (forma Dei; in arabo, ac-qfirat al-ildhiyah) viene usata per designare la totalità delle qualità divine. L'essenza di Dio, rivelandosi in tali qualità, e in sè incondizionata  al di sopra di tutte le qualità.

Fonte: tratto da “Alchimia”, T.Burckardt (Archè - Edizioni Pizeta)





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