Dostoevskij profeta della post-modernità - H.De Lubac

La statura di Dostoevskij si ingigantisce con il passare degli anni […].
Egli assume la figura di un profeta, e ciò non per aver predetto questo o quell’avvenimento accaduto dopo […].
Più profondamente ha per così dire prevenute certe forme nuove di pensiero e di vita interiore che per opera sua si impongono all’uomo ed entrano nel suo patrimonio […].
Un profeta, sì: perché non soltanto ha svelato all’uomo i suoi abissi, ma gliene ha anche in qualche modo aperti dei nuovi, dandogli come una nuova dimensione; perché così egli ha prefigurato, cioè annunciato, realizzandolo, un certo stato nuovo dell’umanità; perché in lui si è concentrata la crisi del nostro mondo moderno.
L’uomo che ha perso il legame ontologico con Dio, è diventato preda dei demoni (da qui il titolo del romanzo di Dostoevskij, la più completa fenomenologia dell’ateismo).
Dostoevskij è un romanziere, ma scopre che l’uomo non può organizzare la terra senza Dio; quando ci prova, non fa altro che organizzarla contro l’uomo, come si è visto soprattutto nel corso del XX secolo ma che egli ha anticipato in modo sorprendente.
In Dostoevskij troviamo una triplice tipologia dell’uomo ateo: l’uomo-dio, la “torre di Babele” e il “palazzo di cristallo”. 
  
Dostoevskij e Nietzsche a confronto

Come non essere colpiti dal giudizio simile che entrambi hanno pronunciato sul loro secolo? La stessa critica del razionalismo e dell’umanesimo occidentale; la stessa condanna dell’ideologia del progresso, la stessa insofferenza per il regno scientista e per le prospettive stoltamente idilliache che in molti lo prolungano, lo stesso sdegno per una civiltà tutta superficiale di cui essi fan saltare la vernice, lo stesso presentimento della catastrofe che ben presto la inghiottirà […].
L’uno e l’altro annunciano la rivincita degli elementi irrazionali che il mondo moderno reprime senza per altro rinunciare ad estirparli. Si sente in loro una volontà di distruzione, e il martello iconoclasta del pensatore tedesco ha un compito analogo alle immaginazioni apocalittiche del visionario russo […].
In loro due l’umanità cerca di evadere dalla prigione in cui una cultura ristretta l’ha rinchiusa […].
Nel nostro tempo, Nietzsche, maledicendolo, vede un’eredità del Vangelo, mentre Dostoevskij, che pure non maledice di meno questo tempo, vi scorge il risultato di un rinnegamento del Vangelo.
È l’ideale spirituale dell’uomo che si eleva al di sopra di ogni legge. Esso conduce inevitabilmente al delitto.
 
La Torre di Babele
 
La vicenda di Raskolnikov in Delitto e castigo è esemplare: egli uccide la vecchia usuraia persuaso di aver oltrepassato i naturali limiti dell’ umano, consegnando la sua persona, il suo essere “oltre-uomo”, a un livello puramente ideale; non a caso il pentimento subentra proprio nel momento in cui Raskolnikov recupera la dimensione dell’umano, quella della vita.
Secondo Dostoevskij l’ateismo, prima ancora di essere un’offesa a Dio, è un crimine contro la vita. L’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio per cui non tutto è lecito; non può uccidere un suo simile senza commettere un suicidio spirituale e procedere così alla propria disumanizzazione.
Questo ideale propone di far scendere i cieli sulla terra, per creare un nuovo paradiso, nato dalle mani dell’uomo; un paradiso materiale, fatto di benessere, felicità (utopia liberal-capitalista) e di uguaglianza (utopia socialista), ma dove mancherà la libertà.
Lo stesso Dostoevskij ha creduto nel potere liberatorio della rivoluzione: membro del circolo socialista di Petrasevskij, fu arrestato e condannato a morte, pena che in seguito venne commutata in quattro anni di lavori forzati. Egli non ha né interessi né sentimenti né affetti personali, nulla che gli appartenga. Tutto è sopraffatto da un esclusivo interesse, un solo pensiero, una sola passione: la rivoluzione.
La critica di Dostoevskij non colpisce solo il socialismo ma attacca ogni teoria del progresso; sacrificare una persona in questo istante per il beneficio di un’astratta umanità del domani, è il più grande crimine che l’uomo possa compiere.
Pur essendo qualcosa di astratto, l’ideale risulta essere più forte e, in un certo senso più vero, della realtà:
«Questa Torre di Babele, supposto che un giorno si innalzi, che alla fine essa offra una dimora stabile, in nome di che cosa oggi mi si può costringere a seppellirmi nelle sue fondamenta? Ogni generazione vale come un’altra, e la città futura non potrebbe mai interessarmi, come invece mi interessa un Regno eterno». 
  
Il Grande Inquisitore
 
Una volta che l’uomo si sia liberato di Dio, sarà poi libero di fatto? Per Dostoevskij i sistemi sociali che si sviluppano rifiutando le loro basi cristiane, diventano fatalmente sistemi di violenza e di schiavitù.
È il tema che attraversa la Leggenda del grande Inquisitore, che pone in antitesi libertà e felicità:
«Tu hai concessa la libertà agli uomini, invece di confiscarla: avevi dunque dimenticato che, alla libertà di scegliere tra bene e male, l’uomo preferisce la pace, fosse pure la pace della morte? […] Noi abbiamo corretto la tua opera. Gli uomini si sono rallegrati di essere di nuovo condotti come un branco. Noi ci siamo dichiarati i padroni della terra».
La grave preoccupazione di scegliere è loro risparmiata: non hanno più né da pensare né da volere.
 
Il “Palazzo di Cristallo”
 
Il “palazzo di cristallo” spesso fa lega con la “torre di Babele”. Dostoevskij ci presenta un esempio in Rakitin, il seminarista amico di Alioscia, impomatato di scienza e di mondanità, giovane ambizioso, pieno di pretese, la cui vita monastica non è altro che una tappa per la carriera politica.
La critica è posta sulle labbra di Mitia, il primo dei fratelli Karamazov. Egli riceve la visita di Rakitin in carcere, dove attende il giudizio, accusato di aver ucciso suo padre. Rakitin gli confida l’idea di scrivere un articolo su di lui, per provare con la scienza che non è affatto colpevole, che egli è una vittima dell’ambiente e dell’eredità. Mitia riferisce la cosa ad Alioscia:
 
« – Se si prende l’insieme, io rimpiango Dio; ecco! – Che vuoi dire? – Figurati che nella testa, cioè nel cervello, ci sono dei nervi… Questi nervi hanno delle fibre, e appena vibrano […]. Il pensiero viene in seguito, perché io ho delle fibre, e niente affatto perché ho un’anima e sono creato a immagine di Dio: che sciocchezza! Michele mi spiegava ciò, anche ieri, ciò mi esaltava. Che bella cosa è la scienza! Alioscia! L’uomo si trasforma, io lo comprendo… tuttavia rimpiango Dio. – È già qualcosa, disse Alioscia. – Che io rimpianga Dio? La chimica, fratello, la chimica: mille scuse, Vostra Reverenza, scostatevi un po’, passa la chimica! Rakitin non ama più Dio»
 
L’uomo è schiavo della scienza e della ragione
  
Per Dostoevskij l’ateismo contemporaneo si è costruito un palazzo di cristallo in cui tutto è luce, e fuori del quale esso ha deciso che non c’è nulla. Questo palazzo è l’universo della ragione, così come hanno finito per costruirlo la scienza e la filosofia moderne.
Dostoevskij non attacca né la scienza né la filosofia: egli se la ride solo dell’ uomo che è diventato il loro schiavo.
Egli contesta la tesi secondo cui “l’uomo non è che un tasto di piano sotto le dita della natura”. Niente caso, niente libertà! Se dunque si vuole assicurare la felicità degli uomini, “non c’è da fare altro che conoscere bene le leggi della natura: tutte le azioni umane saranno allora calcolate.
L’autore russo respinge inoltre la pretesa razionalista che vuole valutare ambiti che non sono suoi, rinchiudendo l’uomo “in quella regione incantata dove regnano le leggi e i principi”. L’evidenza razionale è quella della vita in superficie, ma l’ uomo del sottosuolo conosce un altro regno. 
   
Fonte: tratto da “il dramma dell'umanesimo ateo”, H.De Lubac (Morcelliana)